Libero, il Consiglio dell'Ordine lombardo: “Nessuna censura, ma doveroso rispetto per le persone”

E’ durata circa un’ora, questa mattina, l’audizione informale del direttore di Libero, Pietro Senaldi, davanti al Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Senaldi era stato invitato per un colloquio (che non ha natura disciplinare, in quanto competenza esclusiva del Consiglio di disciplina territoriale)  a seguito delle ripetute segnalazioni pervenute al Consiglio da ogni parte d’Italia ad opera di cittadini, associazioni ed enti, tutte relative a titoli di apertura del quotidiano e concentrate su espressioni forti ed ambigue. Il presidente Alessandro Galimberti, a nome del Consiglio, ha spiegato al direttore di Libero che lo scopo del colloquio era ricordare e riaffermare i principi deontologici a cui ogni giornalista deve attenersi, anche e soprattutto nell’utilizzo del linguaggio:
“L’impressione è che i titoli vengano spesso formulati con l’obiettivo di provocare una forte reazione emotiva del lettore, suscitando compiacimento o profonda avversione secondo la sensibilità e l’orientamento dei destinatari”. In ogni caso, ha aggiunto Galimberti, “nessuno può ritenersi svincolato dal dovere di rispettare le persone oggetto dell’informazione e, allo stesso tempo, l’etica e la sensibilità di chi recepisce il messaggio veicolato”. Il Consiglio dell’Ordine ha altresì rimarcato la assoluta libertà del giornale di scegliere temi e modalità di approccio alla notizia, ribadendo di ripudiare ogni forma di censura o di vaglio preventivo sulla linea editoriale, ma ha sottolineato che gli unici limiti alla libertà di espressione sono rappresentati dalla tutela dei diritti altrui. Senaldi nel suo lungo intervento ha dichiarato di non essere mai stato condannato in sede civile e penale per il contenuto dei suoi articoli (mentre in sede disciplinare ha ricevuto 2 censure e due avvertimenti, e ha altri procedimenti in corso), di non aver mai falsificato notizie né di aver mai segnalato all’Odg “macroscopiche violazioni commesse da insigni colleghi e testate” e neppure di aver mai risposto sui social o in sede giudiziaria a chi lo “offende, diffama, minaccia quotidianamente”