L’omaggio al cronista Emilio Randacio. Colonnello: “Sapeva essere umile davanti alla notizia”. Galimberti: “Aveva il senso della giustizia e dell’equità”

“Capire una notizia e saperla raccontare è una pratica di umiltà. Emilio era un ragazzo che sapeva essere umile davanti alla notizia”: così Paolo Colonnello - caporedattore nella redazione milanese del quotidiano La Stampa di Torino e presidente del Consiglio di disciplina territoriale dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia - ha ricordato oggi Emilio Randacio, inviato di cronaca giudiziaria nella stessa testata. Una commemorazione commovente, nell’androne antistante la sala stampa del Tribunale di Milano, di fronte a circa duecento persone (giornalisti, avvocati, magistrati). Presenti il presidente del Tribunale, Roberto Bichi,  il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Alessandro Galimberti, il presidente dell’Unione cronisti lombardi, Cesare Giuzzi, il presidente dell’Ordine degli avvocati, Remo Danovi, il procuratore della Repubbica, Francesco Greco, i sostituti procuratori Tiziana Siciliano e Gaetano Ruta.
“Felice sera”, ogni giorno Emilio salutava così i colleghi. Il giorno dopo, come ogni mattina, alle 9 era in Tribunale. Avrebbe compiuto 50 anni il prossimo 3 marzo, giornalista professionista dal 18 gennaio 1995. Mercoledì 13 febbraio non si era fatto sentire tutto il giorno e nessuno l’aveva visto girare nei corridoi di Palazzo di giustizia, con la sua sciarpona e la borsa a tracolla. A trovarlo senza vita, in casa sua, sono stati i vigili del fuoco allertati proprio dai colleghi che non riuscivano a mettersi in contatto con lui. “Abbiamo passato giornate e giornate insieme a consumare scarpe lungo i 25 chilometri di questo Palazzo di giustizia. Con Emilio ho litigato e fatto pace per anni. Di lui mi piace ricordare che odiava le tesi precostituite, i servizi con il titolo preconfezionato, le notizie a tesi che vanno di moda in questi anni e hanno contribuito a rovinare la nostra professione – ha proseguito Paolo Colonnello – Odiava le saccenterie e sapeva mettersi in paziente attesa della notizia. Aveva un’emozione particolare per la Roma. La prima cosa che ha fatto quando è arrivato nella nostra redazione è stato appoggiare la maglietta di Totti sulla scrivania – continua Colonnello – Lo ricordo, nel ’94, giovane cronista di Avvenire, titubante e spiritoso. Lo ricordo mentre insieme ci trovavamo a seguire i cortei più violenti durante il G8 del 2001 e lo ricordo in questi corridoi dove i giornalisti giocano spesso a nascondino. Emilio, nelle sue intemperanze caratteriali, era un umile che guardava la realtà senza cinismo, quasi con lo stupore dei fanciulli”. Ligure d’origine (nato a Savona), milanese di adozione, tornava spesso e volentieri nel suo buen retiro di Albisola, dove amava fare lunghe passeggiate nei boschi a caccia di funghi, in compagnia del suo fantastico cane lupo. Diplomato al Liceo artistico statale di Savona, si era poi iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza all’Università di Urbino, a Milano aveva frequentato la Scuola di giornalismo Ifg Walter Tobagi (biennio 1993/1994). Aveva poi lavorato a La Voce di Montanelli, ad Avvenire e per un decennio a Repubblica. Da un anno e mezzo era alla redazione milanese del quotidiano La Stampa di Torino. Numerosi gli scoop e le inchieste sui casi più importanti della storia del nostro Paese, che portano la sua firma. Fra queste, le inchieste sui servizi segreti italiani che, nel 2008, lo porterà a pubblicare il libro “Una vita da spia”. “Ho conosciuto Emilio quando anch’io facevo cronaca giudiziaria. Quella del cronista giudiziario è una vita dura perché ti ruba gli affetti, non ha orari, ti divora gli anni in un baleno, ti fa venire la corazza, ti fa conoscere la miseria umana,  inciampi in storie crude e nelle bassezze, della vita, conosci il volto peggiore delle persone e ti esponi a querele ogni volta che scrivi un articolo. Io ho resistito 15 anni. Emilio l’ha fatto per tutta la vita. Mi sono sempre chiesto cosa spinge un giornalista a fare il cronista giudiziario, prigioniero in queste quattro mura. Sapendo che questo “mestiere” non ti fa fare carriera, non ti dà gloria e né successo. L’esempio di Emilio ci fa capire che questa scelta la si fa solo per un innato senso di giustizia, per onestà intellettuale, per equità. In definitiva per generosità”.