Dodici anni fa moriva Ciriello, che fotografava l’inferno

L’anniversario della scomparsa, in Cisgiordania, del fotoreporter. “La sua memoria è stata “volutamente cancellata”, dice il giornalista Antonio Ricucci

Il 13 marzo di dodici anni fa moriva Raffaele Ciriello, fotografo freelance, ucciso a Ramallah, in Cisgiordania, da un soldato israeliano mai identificato.

Laureato in medicina, Ciriello aveva trasformato la sua passione per la fotografia in una professione. Aveva iniziato come reporter per la rivista Motociclismo e nel 1991, nel seguire la Parigi-Dakar, si era appassionato all’Africa ed era diventato corrispondente di guerra. Da allora sul suo sito, Postcards from Hell (Cartoline dall’inferno), pubblicava gli scatti di quei luoghi martoriati. I bambini soldato della Sierra Leone, gli scheletri del Rwanda, le donne afghane: quelle foto sono ancora sul suo sito, che la famiglia e gli amici di Raffaele hanno deciso di lasciare intatto dopo la sua morte. Hanno aggiunto solo un video, l’ultimo che ha girato, nel giorno in cui è stato ucciso.

Ciriello era giunto in Cisgiordania per documentare i fatti della Seconda Intifada insieme ad Amedeo Ricucci e Norberto Sanna, due colleghi del Tg1. La situazione era molto tesa perché gli israeliani avevano occupato la città e si erano rivelati particolarmente ostili con i giornalisti.

“Il loro atteggiamento era stato chiarissimo – racconta Ricucci nel suo libro La guerra in diretta -: niente giornalisti in zona di operazioni militari e niente immagini”. Due notti prima della morte di Ciriello l’albergo dove alloggiavano i giornalisti, l’Hotel City Inn, era stato preso di mira dai soldati israeliani. “Raffiche, alternate a colpi secchi, come al tiro a segno”, dice ancora Ricucci. L’esercito israeliano si giustificherà in seguito dicendo che c’erano dei cecchini sul tetto dell’Hotel, che non pensavano di sparare sui giornalisti, che era stato solo un errore.

Un errore come quello che ha ucciso due giorni dopo Raffaele Ciriello, scambiato, secondo la versione israeliana, per un miliziano palestinese armato di Rpg, un lanciagranate. Ma il fotografo aveva in mano solo una piccola telecamera amatoriale, che si impugna bassa e con una mano, non un ingombrante lanciagranate, che si tiene sulla spalla.

Mentre l’esercito israeliano avanzava in città, i tre giornalisti si riparavano dietro l’angolo di un palazzo. Raffaele si era affacciato ed era stato investito da una raffica proveniente da un carrarmato israeliano. È caduto, colpito all’addome da cinque pallottole 7,62 Nato. Altre due si sono conficcate su quel muro. “Un assassinio a freddo”, lo definisce Ricucci, – “nel senso che chi ha sparato aveva deciso che chiunque si fosse affacciato da lì sarebbe stato crivellato di colpi. E così è stato”.

Eppure le responsabilità di chi ha sparato non sono mai state accertate. Le autorità israeliane non hanno mai rivelato neanche i nomi chi si trovava sul tank da cui sono partiti i colpi che hanno ucciso Ciriello. L’inchiesta aperta in Italia nel 2002 si è scontrata con il silenzio delle autorità di Tel Aviv ed è stata archiviata nel 2003, lasciando che la storia del fotografo fosse dimenticata.

La sua memoria è stata “volutamente cancellata – dice ancora Ricucci -, ignobilmente beffata” e “continua a reclamare un briciolo di giustizia e verità”.

Ieri, 13 marzo, a Barile, provincia di Potenza, un’area verde è stata intitolata a Ciriello. Nel “Giardino Ascanio Raffaele Ciriello”, sulla strada provinciale Barile-Ginestra, è stata posta dall’amministrazione comunale una targa in memoria del fotoreporter.

FD