Racconto autobiografico

Autore: 
Eugenio Scalfari
Editore: 
Einaudi-L’Espresso, pag. 119 - € 8.90

Per i novant’anni di Eugenio Scalfari, la Casa editrice Einaudi e il Gruppo Editoriale L’Espresso hanno di recente ripubblicato, rispettivamente per la vendita in libreria e per quella in edicola, il “Racconto autobiografico” che il giornalista-scrittore di lungo corso, e di grande caratura, aveva premesso al “Meridiano” pubblicato dalla Mondadori nel 2012 con il titolo “Scalfari: La passione dell’etica”. Ben fatto! Perché queste particolari, fondamentali, note autobiografiche riassumono il bilancio della lunga vita (“non serena, ma fortunata e felice”, come lui stesso l’ha definita) del decano dei giornalisti italiani e perché un volume impegnativo come un “Meridiano”, ancorché di meritato largo successo, non avrebbe offerto anche al grande pubblico il piacere di un “incontro” ravvicinato con l’uomo, con il giornalista, che per tutta la vita ha saputo coltivare una straordinaria passione per la scrittura guidata da un alto senso etico. Una passione che l’ha reso “grande”, capace non solo di pronunciarsi a caldo sulle vicende dell’attualità (ed ecco il giornalista), ma anche di “scavare” nel profondo dentro e fuori se stesso (lo scrittore). Così ha fatto, in particolare, per scrivere libri come “Alla ricerca della morale perduta” (1995), “L’uomo che non credeva in Dio” (2008), “Per l’alto mare aperto” (2010), “Incontro con Io” (2011), “Scuote l’anima mia Eros” (2011) e, con Papa Francesco, “Dialogo tra credenti e non credenti” (2013).  
In questo “Racconto autobiografico” Scalfari riassume il viaggio dell’intera propria esistenza, partendo dalla presentazione del mondo e delle persone delle sue origini, dalla casa dell’infanzia a Civitavecchia, dalle aule del liceo di Sanremo, dove, con la complicità del compagno di banco e interlocutore per il resto della vita Italo Calvino, “il viaggio ebbe il suo consapevole inizio”. Negli anni dell’università Scalfari inizia a occuparsi di giornalismo per “Roma Fascista”, e lo fa con un piglio critico che gli procura l’espulsione dal gruppo dei giovani universitari fascisti e dal giornale. Ma, fortunatamente, non finirà qui la sua pratica di giornalismo, perché la vera passione di Scalfari è sempre stata la scrittura (“La mia vera passione era quella di scrivere…”), intesa come comunicazione e quindi anche insegnamento (“Insegnamento delle proprie idee e quindi anche politica. Così, passo dopo passo, ha preso corpo il mio destino”…).
Un destino politico (Scalfari è stato anche parlamentare per una legislatura) e uno giornalistico-editoriale, che l’ha visto –in estrema sintesi- impegnato prima in anni di collaborazione a “Il Mondo” di Pannunzio, poi nell’avventura con Benedetti, con il quale fonderà un settimanale “corsaro”, “L’Espresso” (1955), infine, un ventennio più tardi darà vita, con Carlo Caracciolo, a un quotidiano, “la Repubblica”, diretta fino al 1996 (“A me è accaduto di veder lavorare Giulio de Benedetti e di lavorare con Arrigo Benedetti. Il risultato di questa duplice esperienza è stato ‘Repubblica’, che ha nel corso degli anni largamente influenzato la stampa quotidiana”.)
Nel variare delle esperienze e degli eventi, la scrittura ha dunque rappresentato una costante singolare nella vita di Eugenio Scalfari, cui ha conferito una caratteristica particolare. Per lui, infatti, è stata una “vocazione”, cioè un qualcosa di cui, come ha affermato a conclusione del lungo “Racconto autobiografico”, sarebbe stato impossibile “fare a meno”. (Antonio Andreini)