Mafia e rifiuti in Puglia. Perché hanno minacciato Marilù Mastrogiovanni

La cronista di Casarano ha svelato il reticolo societario usato da alcune imprese legate alla Sacra Corona Unita per sfuggire ai controlli sugli appalti

OSSIGENO – Casarano (Lecce), 21 ottobre 2012 - E’ un’intimidazione inequivocabile. E’ stata inviata via Facebook da una donna a un’altra donna: la figlia di un mafioso ha minacciato una giornalista che parla dei suoi affari. All’origine c’è un’inchiesta giornalistica sulla criminalità organizzata in Puglia e sui modi di occultare il malaffare che ruota intorno al grande affare dello smaltimento dei rifiuti. La vittima è la giornalista Maria Luisa Mastrogiovanni, che vive e lavora in Salento, a Casarano. Già in passato ha subito minacce e intimidazioni. Adesso ha avuto la solidarietà dell’Associazione della Stampa e dell’Ordine dei Giornalisti della Puglia e dell’osservatorio Ossigeno.

Maria Luisa, per gli amici Marilù,  è la direttrice del quotidiano on line Il Tacco d’Italia, che ha la redazione a Casarano, comune di ventimila abitanti della penisola salentina.  L’ultima intimidazione che le è arrivata non è anonima: è firmata da Luce Tiziana Scarlino, figlia del boss della Sacra Corona Unita di Taurisano, Giuseppe, conosciuto come Pippi Calamita, noto esponente della Sacra corona unita (Scu) salentina condannato all’ergastolo, in carcere da vent’anni.

Il messaggio, che ha la forma di un innocuo commento ad un articolo, risulta inviato dal profilo Facebook di Tiziana Scarlino e, oltre a mostrare risentimento per il fatto che l’articolo a cui si riferisce ricorda le disavventure giudiziarie della società Geotec, contiene riferimenti minacciosi ai familiari della giornalista. Riferimenti che hanno fatto scattare l’allarme.

Quel “commento” Marilù Mastrogiovanni lo ha allegato alla denuncia che ha presentato e in seguito alla quale sono in corso accertamenti giudiziari. Marilù è una giornalista che dà fastidio perché indaga, fa collegamenti fra i fatti e scopre gli altarini dietro cui si nascondono alcune imprese collegabili alla Sacra Corona Unita. L’ultima minaccia le è arrivata quando, il 6 ottobre scorso, sul suo giornale, Il tacco d’Italia ha pubblicato l’articolo «La Geotec ci riprova».

Questo articolo (LEGGI) aggiorna una approfondita inchiesta giornalistica sulla SCU condotta dalla stessa Maria Luisa (Marilù) Mastrogiovanni e appena pubblicata come servizio di copertina sull’ultimo numero di Narcomafie, il mensile di approfondimento del Gruppo Abele di don Luigi Ciotti (LEGGI L’INCHIESTA).

Il messaggio di minaccia, l’articolo e il dossier sono stati acquisiti dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce che considera l’episodio intimidatorio e meritevole di attenzione. Con competenza, con un paziente lavoro d’indagine e con una pluriennale raccolta di dati, la giornalista di Casarano – che per la sua attività ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti – ha ricostruito i rapporti societari che esistono fra un dedalo di imprese operanti nel lucroso settore della gestione dei rifiuti. Le società sono sparse in mezza Italia: dalla Puglia alla Lombardia passando per l’Emilia Romagna.

In questa inchiesta, Marilù ha seguito il filo d’Arianna dei rapporti societari delle aziende riconducibili alla famiglia Rosafio-Scarlino: ha scoperto che la Ge.co Ambiente, cancellata nel 2011 dal registro delle imprese iscritte alla Camera di commercio di Lecce, è ricomparsa come Formula servizi a Bologna; ha trovato alcune interessanti relazioni di Anci ambiente, Cogea e altre imprese.

Queste società sono collegate in una ragnatela di incastri societari che porta fino al grande CNS, il Consorzio Nazionale Servizi di Bologna, e alla Lombardi Ecologia di Conversano, due colossi. Il primo è un consorzio di 230 aziende, aderente alla Lega delle cooperative, che offre servizi vari in tutta Italia e muove un giro di affari da 600 milioni di euro l’anno. Il secondo è leader in Puglia nello smaltimento dei rifiuti ed è socio in affari del gruppo imprenditoriale Marcegaglia, della famiglia dell’ex presidente di Confindustria.

Ma chi sono i Rosafio-Scarlino? Gianluigi Rosafio è il marito di Tiziana Scarlino. Più volte ha dichiarato di non aver mai conosciuto il suocero, Pippi Calamita, dal quale la stessa figlia afferma di aver preso da tempo le distanze. Anche nel messaggio contenente l’intimidazione rivolta a Maria Luisa e alla famiglia della giornalista, Tiziana Scarlino si lamenta di essere oggetto di «una caccia alle streghe priva di qualsiasi realtà giuridica e frutto esclusivamente di calunnie costruite su una parentela insopprimibile e non imputabile alla sottoscritta».

Su questo non ci piove: Tiziana Scarlino è figlia del boss per circostanza involontaria. La donna è incensurata, ma è stata coinvolta in alcuni processi per reati ambientali, insieme al marito, processi che per lei si sono conclusi con la prescrizione dei reati, perché era scaduto il termine entro cui potevano essere perseguiti per via giudiziaria. Era finita in un processo insieme al marito e a una quarantina di persone accusate di avere smaltito illegalmente, fra il 2002 e il 2003, pericolosi scarti industriali e liquami tossici. Rifiuti scaricati in impianti di depurazione inadeguati, in discariche inadatte, talvolta direttamente in campagna avvelenando le falde acquifere.

L’attività criminale fu ricostruita da Elsa Valeria Mignone, sostituto procuratore dell’antimafia di Lecce. Alla fine della giostra, tutti i reati, come abbiamo detto, furono prescritti. Ma il marito di Tiziana Scarlino, Gianluigi Rosafio, e suo fratello Rocco furono condannati. Per Gianluigi Rosafio con un’aggravante: la condotta mafiosa. A suon di intimidazione, forte della parentela con il boss Pippi Calamita, Rosafio esercitava pressioni si concorrenti, costringendoli a rinunciare agli appalti per la gestione dei rifiuti.

Questo della condotta mafiosa è un tassello fondamentale ed è descritto con dovizia di particolari da Marilù nel dossier di Narcomafie. In questa ampia inchiesta spiega che la Sacra Corona Unita ormai ha cambiato pelle. C’è stato un ricambio generazionale e una diversificazione dell’attività.

Gli affari criminali più importanti non sono più le estorsioni e il traffico di droga, ma sono l’affare di trasformare in ricchezza la spazzatura e lo smaltimento illegale dei rifiuti.

Le nuove leve della SCU, i protagonisti di questa «mutazione genetica», sono persone istruite; frequentano gli studi di avvocati, commercialisti e notai; le signore portano orecchini con le perle e indossano vestiti griffati. Sono presenti in vari settori, estendono la loro presenza a macchia d’olio, arruolano persone insospettabili, contaminano settori sani della società, si accreditano con abili operazioni di marketing studiate per creare consenso sociale intorno a loro.

Contro tutto questo si batte Maria Luisa Mastrogiovanni, 42 anni, giornalista dal 1998, laureata in lettere all’università Cattolica di Milano, madre di due figli. Ogni giorno inforca i suoi vistosi occhiali con la montatura bianca e ricomincia la sua lotta. Si muove scartabellando documenti e facendo visure camerali, con l’istinto del cane da tartufo. Cerca il bandolo della matassa nel groviglio sommerso del malaffare, e spesso lo trova.

Qual è il senso di questo suo rischioso impegno? Si trova nel racconto della sua complicata vita quotidiana. Racconta, ad esempio, che un giorno ha incrociato per le strade di Casarano un bambino che andava a scuola di calcio indossando orgogliosamente una maglietta sponsorizzata dalla Geotec. Gli ha chiesto: «Sai che cos’è la Geotec?». Il piccolo calciatore ci ha pensato un po’ e le ha risposto: «Sì. E’ un’azienda che fa del bene all’ambiente». «Mi si raggelò il sangue», racconta Marilù e spiega che si sente in dovere di portare avanti la sua battaglia anche contro queste mistificazioni, in dovee di andare avanti nonostante le minacce anonime e le intiidazioni che riceve fin dal 2005.

In questi anni ne ha collezionato una lunga serie. Una volta trovò la porta della redazione scardinata, ma nessuno si era introdotto all’interno. Poi trovo sacchi di immondizia davanti all’ingresso della redazione del suo giornale. Poi subì lo strano furto di tre computer dalla redazione, tra cui quello contenente l’archivio fotografico. Si scoprì che aveva agito un commando di sei persone, di cui tre minorenni. Erano entrati sfondando il muro, aprendo una breccia larga un metro. Dopo pochi giorni uno dei tre computer – non quello con le foto – fu fatto ritrovare davanti alla redazione. Gli autori del furto furono arrestati. Scontarono qualche settimana di carcere ma non aprirono bocca sui mandanti. Moltissime le telefonate anonime con avvertimenti in dialetto salentino, con intimazioni del tipo: «La devi smettere», «Chi ti credi di essere?».

Tre anni fa le uccisero uno dopo l’altro sei cuccioli di cane. Cinque furono avvelenati, l’ultimo massacrato a bastonate.

La storia di Marilù Mastrogiovanni, insieme a quella delle giornaliste minacciate come lei, Marilena Natale, Rosaria Capacchione, Stefania Petyx e Amalia De Simone, è raccontata da Gerardo Adinolfi nell’ebook di recente pubblicazione dal titolo «La donna che morse il cane».

Marilù adesso è preoccupata, ma va avanti. A testa bassa. La solidarietà la conforta e le dà forza. A chi le consiglia di essere più prudente, di non mettersi contro certa gente, risponde con un sorriso e con queste parole: «Questo è il mio lavoro, devo farlo e non potrei farlo diversamente. Devo raccontare i fatti. Sento la responsabilità di impegnarmi nella mia professione di giornalista affinché i miei figli e tutti i bambini di oggi abbiano un futuro migliore».

Rosaria Malcangi per www.ossigenoinformazione.it