Storia del Contratto giornalistico

Storia del Contratto giornalistico (da Giancarlo Zingoni e Roberto Cilenti, Il Contratto di Lavoro Giornalistico, Gutemberg 2000, Torino 1990)

  Premessa

Il rapporto di lavoro giornalistico, come tutti i rapporti di lavoro dipendente, è disciplinato in primo luogo dalle norme di legge di carattere generale (Costituzione; norme del Codice Civile, libro IV, delle obbligazioni, titolo II dei contratti in generale e dal libro V del lavoro; legge sull'impiego privato del 13 novembre 1924; legge 12 maggio 1970, n. 300) o particolare (legge sui licenziamenti; legge sul T.F.R.; tutela della maternità; parità uomo-donna; ecc,) che si pongono come disposizioni fondamentali della struttura del contratto, per lo più immodificabili ed inderogabili dalle pattuizioni private.

La disciplina legale è integrata dalle norme di carattere collettivo che derivano dalle pattuizioni sindacali stipulate dalle organizzazioni rappresentative degli editori e dei giornalisti. T ali norme, che per gli istituti fondamentali richiamano esplicitamente o danno per sottintese le norme legali, oltre a stabilire le condizioni economiche e retributive del rapporto di lavoro giornalistico, fissano nei particolari le condizioni normative del rapporto in relazione alle peculiari caratteristiche dello stesso che non possono aver formato oggetto di attenzione da parte del legislatore. In linea eventuale e successiva intervengono poi gli accordi aziendali che coprono, o almeno dovrebbero coprire, lo spazio non coperto dal contratto nazionale integrandolo par-ticolarmente per quanto concerne le condizioni retributive. Da ultimo infine le parti individuali, nel rispetto delle norme collettive, possono stabilire tra loro direttamente condizioni diverse e migliorative del rapporto individuale. Questo complesso sistema di norme si caratterizza per il lavoro giornalistico - rispetto agli altri tipi di prestazione lavorativa dei diversi settori di attività - stante il diverso rapporto esistente tra le disposizioni legali e quelle sindacali. Ciò non significa che viene alterata la gerarchia delle fonti, mantenendo ovviamente la legge il proprio dominio rispetto alla norma collettiva, ma che la fonte di produzione sindacale assume un rilievo maggiore e preminente rispetto alle altre forme di lavoro subordinato. Questo fenomeno è tipico di tutti i rapporti di lavoro caratterizzati da accentuata atipicità rispetto al normale lavoro impiegatizio ed operaio (dirigenti, personale artistico, personale di volo, ecc.).

Per quanto concerne in particolare i giornalisti la peculiare situazione è stata determinata da due condizioni generali: A) la prima di carattere oggettivo, legata appunto, come si è detto, alle particolari caratteristiche della prestazione di lavoro giornalistico che trovano scarsa rispondenza nelle norme legali, per cui i vari istituti contrattuali presentano carattere di assoluta originalità rispetto alle normative generali; B) la seconda di carattere storico, legata all'origine e sviluppo del contratto di lavoro giornalistico che ha sempre preceduto, anche per i principali istituti ora patrimonio comune di tutti i lavoratori, la produzione legislativa sicché in certi periodi la normativa sindacale ha assunto la priorità nella gerarchia delle fonti mancando od essendo parzialmente assente la normativa legale.

Per la migliore comprensione dell'attuale contratto giornalistico è necessario ripercorrere rapidamente la lunga storia soffermandoci in particolare sull'origine di alcuni istituti che ancor oggi ne caratterizzano la struttura.

 

Dalla giurisprudenza del Collegio dei Probiviri  dell'Associazione della Stampa Periodica Italiana alla prima convenzione collettiva del 1911

Nel periodo compreso tra il 1877 e il 1914 la categoria giornalistica sviluppò un vivace movimento organizzativo manifestatosi con il sorgere di numerose associazioni a base territoriale. La prima a costituirsi, nel 1877, fu in Roma l'Associazione della Stampa Periodica Italiana alla quale aderIvano anche gli editori proprietari dei giornali. Successivamente si costituirono l'Associazione Lombarda dei Giornalisti nel 1890, l'Associazione della Stampa Siciliana nel 1901, l'Associazione dei Giornalisti Cattolici Italiani e l'Associazione della Stampa Veneta nel 1895, l'Associazione della Stampa Subalpina nel 1899, l'Associazione Ligure dei Giornalisti nel 1903, l'Associazione dei Giornalisti Napoletani nel 1901, l'Associazione della Stampa Emiliana nel 1905 e l'Associazione della Stampa Toscana nel 1912.

Le associazioni svolgevano limitate funzioni di tutela giuridica e morale degli iscritti nel quadro dei principi generali del diritto allora codificati e tenute presenti le condizioni generali della stampa italiana dell' epoca. Ad esempio va ricordato che nell' ambito dell' Associazione della Stampa Periodica Italiana era stata costituita e funzionava una Corte d'onore con lo scopo di giudicare (su querela di un socio o per iniziativa di due suoi membri) se le polemiche giornalistiche non fossero in contrasto con la dignità della stampa o con la causa della verità determinando una lesione delle norme professionali. La Corte non si occupava dello status professionale dei giornalisti dal punto di vista patrimoniale o normativo ma aveva quale scopo principale quello di evitare i duelli tra i soci, punendo, a seconda della natura delle offese, con il biasimo, la censura, la sospensione o la cancellazione dall'associazione i responsabili delle violazioni.

Nel 1895 venne istituito presso la stessa associazione il Collegio dei Probiviri, la cui giurisdizione comprendeva anche quella della Corte d'onore, con compiti ed attribuzioni molto più ampi e diversi riferiti ai diritti e doveri dei giornalisti, degli editori e degli amministratori dei giornali. In particolare il Collegio poteva emettere pareri su questioni professionali e pronunciare lodi come collegio arbitrale ad istanza di parte, su questioni relative ad interessi economici professionali.

L'orientamento giurisprudenziale dell'epoca si era consolidato nel considerare il contratto di locazione dell'opera giornalistica come soggetto alle regole generali della locazione e conduzione delle opere contenute nel codice civile allora vigente. Ciò non escluse che i magistrati valutarono con attenzione i pareri del Collegio dei Probiviri, specie in materia di liquidazioni di indennità consuetudinarie, assumendoli a valore di perizia sulla materia nelle controversie legali.

Il primo lodo fu emesso nel 1895 nella controversia tra il Langered e il Quotidiano d'Italia di Roma. Il Collegio affermò che il redattore parlamentare doveva considerarsi redattore ordinario perché “il servizio di resoconti parlamentari pur se retribuito a sedute è fisso e permanente ed il giornalista licenziato pur con preavviso ha diritto ad un indennizzo nella misura della quota parte dei compensi annui” (nasce la c.d. indennità fissa). Successivamente il Collegio statuì in tema di esclusività sulle prestazioni, sulle collaborazioni fisse e sull'indennità dovuta per il licenziamento senza preavviso, sui contratti a termine, sull'indennità di licenziamento ai pubblicisti.

A partire dal 1901 la giurisprudenza del Collegio si uniformò sostanzialmente alle norme del progetto legislativo dell'On. Luzzatti del quale parleremo in seguito, che pur non essendo stato trasformato in legge, finì con l’assumere, con il tacito consenso degli editori e dei giornalisti, il valore di vero e proprio contratto di categoria.

Agli inizi del secolo, pur in assenza di norme legislative di carattere generale, risultavano già consolidati alcuni principi generali relativi alla struttura e natura del lavoro giornalistico che trovarono esplicita conferma in due importanti sentenze del Tribunale civile di Roma (5 aprile 1901 e 19 aprile 1901) confermate in Cassazione. In particolare si stabilì A) l’applicabilità al contratto giornalistico delle norme generali sulla locatio conductio operarum riconducendosi quindi il contratto medesimo nell' ambito del lavoro subordinato; B) il diritto del giornalista a richiedere la risoluzione del contratto con risarcimento dei danni nel caso di mutamento sostanziale dell'indirizzo politico del giornale (c.d. clausola di coscienza); C) il diritto del giornalista ad una indennità in caso di improvviso licenziamento.

L'ASPI nel frattempo per garantire una più efficace protezione dei diritti degli «scrittori dei giornali» aveva affidato nel 1901 ad una commissione lo studio di un provvedimento legislativo che doveva fissare gli elementi fondamentali del contratto giornalistico. Lo schema definitivo del progetto, approvato dal congresso plenario di tutte le associazioni di stampa del 23 novembre 1901, venne presentato nell'aprile del 1902 alla Camera dall'On. Luzzatti presidente dell'ASPI. Il provvedimento, pur preso in considerazione dalla Camera, non venne discusso e decadde con la fine della legislatura nell'agosto del 1904.

Il problema di una disciplina legislativa del contratto giornalistico venne ripreso nel corso del primo congresso nazionale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (costituita nel 1908 fra tutte le associazioni esistenti) tenutosi a Bologna nell'aprile del 1909.

Nonostante l'opposizione dell' Associazione Lombarda dei Giornalisti che riteneva un privilegio non consentito, la regolamentazione legislativa della prestazione giornalistica, il congresso approvò una risoluzione diretta a redigere e promuovere l'approvazione di un testo di disegno di legge sul contratto di lavoro, accettando contemporaneamente un ordine del giorno dell' Associazione Lombarda col quale, in attesa della legge sul contratto giornalistico, si invitavano le associazioni e la Federazione ad assumere iniziative dirette per la regolamentazione della prestazione lavorativa. In particolare le associazioni federate erano impegnate a compilare come annesso e parte integrale dei loro statuti un regolamento circa le condizioni inderogabili e le consuetudini giornalistiche.

Evidentemente si mirava non tanto a predisporre una bozza di contratto tipo da sottoporre agli editori quanto di dare una regolamentazione unilaterale agli aspetti principali del rapporto. Le decisioni del Congresso vennero tuttavia superate dalla presentazione alla Camera 1'11 febbraio 1910 da parte dell'On. Gallini di un nuovo «Progetto di legge per un contratto di lavoro giornalistico» che preso in considerazione nella seduta del 18 febbraio, fu tuttavia cancellato dall'ordine del giorno dei lavori per non essere stato svolto entro i tre mesi prescritti dall' art. 133 del regolamento. Il progetto Gallini si richiamava sostanzialmente a quello Luzzatti del 1902 riproducendone gli istituti essenziali (subordinazione, durata minima del contratto, equiparazione dei corrispondenti a contratto con i redattori ordinari, rinnovazione tacita del contratto in caso di mancata disdetta nei termini, improrogabilità del periodo di prova, erogazioni di indennità per i casi di risoluzione dipendenti da trapasso, fusione, mutazione di indirizzo politico del giornale, privilegi speciali per i crediti dei redattori).

Dovendo trarre un bilancio sommario dei primi trenta anni e più di attività sindacale (1877-1910) dei giornalisti emergono le seguenti tre posizioni espresse dalle varie rappresentanze territoriali: 1) una diretta a mantenere lo status quo, così come codificato dalla giurisprudenza professionale; 2) quella mirante ad acquisire una legge per la regolamentazione del contratto di lavoro; 3) quella diretta ad affermare l'autonomia categoriale rafforzata da una libera contrattazione delle condizioni di lavoro tra proprietari editori e giornalisti. Quest'ultima, come vedremo, finirà per  prevalere considerata la limitatezza della prima posizione e constatata la inagibilità o impercorribilità della seconda via.

Nel maggio del 1910 si tenne a Genova il 2° congresso nazionale della Stampa Italiana nel corso del quale vennero affrontati gli argomenti principali di quella che doveva essere la piattaforma di discussione con gli editori (qualifica professionale, periodo di prova, indennità di fine rapporto). Questi ultimi contemporaneamente ai giornalisti, e nella stessa città, svolsero un congresso nazionale di amministratori di giornali per accordarsi al fine di costituire una Federazione nazionale fra gli amministratori dei giornali. Un'apposita commissione, costituita dai rappresentanti del Corriere della Sera (Balzan), del Secolo (Pontremoli), del Resto del Carlino (Mastellari), della Perseveranza (Bignami), del Sole (Vercellari) e della Cronaca Prealpina (Bagarini), fu incaricata di predisporre uno schema di statuto. Successivamente nello stesso anno fu costituita l'Unione degli Editori che si dichiarò disposta ad affrontare con la Federazione della Stampa la regolamentazione delle prestazioni di lavoro giornalistico.

La prima convenzione d'opera giornalistica fu stipulata tra gli editori di giornali e giornalisti professionisti il 17 dicembre 1911 (per gli editori sottoscrissero la convenzione Olindo Malagodi e Giovanni Bagaini e per i giornalisti il Presidente della FNSI Salvatore Barzilai e il Segretario Generale Giovanni Biadene) e consta di un atto di otto articoli relativi alla: 1) definizione di giornalista professionista; 2) limitazione dei contratti a termine ai casi previsti; 3) disciplina dell'indennità fissa e del1’indennità mobile per i casi di risoluzione del rapporto di lavoro; 4) posizione contrattuale dei redattori ordinari, dei corrispondenti e degli aiuti agli uffici di corrispondenza; 5) esclusione dalla convenzione dei correttori di bozza, del personale amministrativo, dei redattori esercitanti altra professione o impieghi e dei corrispondenti non stipendiati a mese e non occupato in esclusiva presso un giornale; 6) periodo iniziale di prova limitato a sei mesi; 7) poteri degli editori e dei direttori aventi facoltà in materia di orari di lavoro e di attribuzione delle mansioni e le conseguenze delle infrazioni disciplinari; 8) competenza e funzionamento dei collegi probivirali locali e del collegio probivirale federale.

La Convenzione, che rappresenta storicamente il primo patto sindacale collettivo a carattere categoriale nazionale stipulato in Italia, fu integrata con un supplemento stipulato il 15 giugno 1913 relativo ai trust giornalistici ed ai passaggi di proprietà dei giornali che in 4 articoli disciplinava: 1) il compenso dovuto ai giornalisti per l'attività prestata a società proprietarie di diversi giornali o a giornali comunque collegati; 2) il compenso per gli articolisti o redattori viaggianti per gli articoli o corrispondenze riprodotti in più giornali di una medesima società o comunque collegati; 3) il supplemento dell'indennità di licenziamento dovuta al giornalista licenziato in seguito alla costituzione di un trust; 4) la liquidazione dell'indennità di anzianità a favore del giornalista quando nel trapasso di proprietà di un giornale si fossero verificate delle modificazioni sostanziali sulla situazione e sulle garanzie politiche o finanziarie o morali nella nuova azienda (clausola di coscienza). Tutte le norme della Convenzione e del Supplemento sono ancora operanti, nella nuova configurazione formale e sostanziale dovuta alla naturale evoluzione degli istituti, nel vigente contratto nazionale del 1988. I patti tra gli editori ed i giornalisti, considerata la situazione dell'ordinamento giuridico del lavoro dell'epoca, costituirono un fatto d'importanza eccezionale destinato a produrre, con i successivi sviluppi, effetti di rilievo sull'intero mondo del lavoro italiano.

I contratti collettivi del 1919 e del 1925

Al periodo delle origini che si estende per circa 36 anni (1877-1913) segue un decennio ( 1914-1925) nel corso del quale la disciplina collettiva dei giornalisti si sviluppa rapidamente, anche nelle mutate condizioni politico sociali del paese, raggiungendo per novità di istituti e contenuto degli stessi, un grado di evoluzione ancor più accentuato rispetto gli altri settori di attività.

Allo scoppio della prima guerra mondiale l'Unione Editori e la FNSI stipularono un accordo per la tutela dei giornalisti eventualmente richiamati alle armi (1914). Si prevedeva, tra l'altro, la conservazione del posto ai giornalisti richiamati e la corresponsione dello stipendio in misura integrale o ridotta, il trattamento indennitario alle famiglie dei caduti o dei feriti per cause di guerra, le agevolazioni economiche per i volontari e l'impegno dei giornalisti delle redazioni a sostituire i richiamati rinunciando ai turni di riposo settimanale ed alle ferie.

L'aggravarsi della situazione economica a causa della guerra indusse molti giornali a concedere tra il 1916 ed il 1917 a seguito della pressione della FNSI un'indennità caro viveri. La necessità di un provvedimento più generale, destinato a ripristinare il potere di acquisto degli stipendi al livello del 1915, venne collegata all'iniziativa assunta dagli editori nell'agosto del 1917 per portare il prezzo di vendita dei giornali da 5 a 10 centesimi. Gli editori stessi riconoscevano che l'aumento del prezzo richiesto al Presidente del Consiglio ed al Ministero dell'Industria era giustificato oltre che dalla necessità di fronteggiare l'aumento del prezzo della carta e degli altri costi, anche dall' esigenza di disporre margini per provvedere al miglioramento delle condizioni del personale. L'aumento del prezzo verrà concesso il 2 dicembre 1917 ed il relativo provvedimento luogotenzionale lo giustificò col continuo rincaro delle materie prime e con la necessità di assicurare un equo trattamento economico al personale necessario all'esercizio delle aziende giornalistiche. Iniziarono immediatamente le trattative con gli editori milanesi che si conclusero nello stesso mese di dicembre con un accordo sull'indennità di caro vita che fissò due principi fondamentali per la contrattualistica italiana: la revisione periodica (scala mobile anzitempo) dei trattamenti (ogni tre mesi); la determinazione in percentuale degli aumenti sui trattamenti di fatto. Venne inoltre accolta sotto forma di raccomandazione la richiesta dei giornalisti di procedere alla determinazione di minimi contrattuali di stipendio. L'indennità di caro viveri stipulata dai giornalisti e dagli editori milanesi fu estesa a Roma, Torino, Palermo ed altre città ed in alcuni casi (Stampa e Corriere della Sera) migliorata rispetto all'accordo territoriale lombardo.

Nell'immediato dopoguerra si pose immediatamente il problema di rinnovo del contratto su basi nuove unitamente all'esigenza di affrontare secondo le pressanti indicazioni della base la situazione retributiva dei giornalisti. La FNSI nel marzo del 1919 inviava all'Unione degli Editori un documento nel quale articolava in 9 punti le rivendicazioni della categoria (consolidamento dell'indennità caro viveri, fissazione dei minimi di stipendio; istituzione dell'indennità a causa di morte; gratifica di fine anno (tredicesima); previdenza aziendale; ferie annuali di un mese; riposo festivo; periodo di prova ed indennità di fine rapporto; estensione del contratto ai corrispondenti da Roma). Contemporaneamente le associazioni territoriali aprivano trattative con le direzioni di vari giornali che portarono alla stipula di accordi a Milano, Torino, Roma e Genova che prevedevano l'istituzione della tredicesima, i minimi di stipendio, le ferie, la regolamentazione dell'orario notturno e dello straordinario, il riposo settimanale ed il conglobamento dell'indennità caro viveri nello stipendio.

Sulla spinta degli accordi territoriali il 14 dicembre 1919 venne stipulato il secondo contratto di lavoro giornalistico che per contenuto e struttura costituì un notevole progresso rispetto alla convenzione del 1911. Nel nuovo contratto furono introdotti istituti di carattere storico sui quali si modellarono poi anche gli altri contratti di categoria. Alludiamo alla 13', agli aumenti periodici di anzianità, alle ferie, al trattamento di malattia, al lavoro notturno. Mentre la clausola di coscienza, norma tipica della categoria, trovava la sua definitiva sistemazione. 

Il problema economico restò insoluto ed aggravato dall'inflazione progressiva. Gli editori nel febbraio 1920 chiesero l'aumento del prezzo dei quotidiani da l0 a 20 centesimi, richiesta che provocò una dura reazione nella categoria giornalistica che, dopo le faticose trattative seguite al precedente aumento di prezzo, aveva chiesto ufficialmente al Governo di stabilire legislativamente il diritto della categoria di partecipare ai benefici derivanti dall'aumento. In particolare si richiedeva l'obbligo per le amministrazioni dei giornali di costituire un fondo indennità giornalisti, formato con il prelievo sugli introiti quotidiani dei giornali di un centesimo per ogni copia venduta fino a 20 centesimi. La FNSI e l'Unione degli Editori avrebbero dovuto stabilire le modalità di ripartizione mensile del suddetto fondo. Gli editori si opposero a tale richiesta ed il Governo non ritenne di sancire legislativamente il diritto dei giornalisti. Agli editori venne concesso l'aumento di prezzo con un decreto legge che fu criticato da alcuni schieramenti politici ed ovviamente dai giornalisti che non avevano ottenuto le garanzie richieste.

Scoppiò un'agitazione che determinò la stipulazione di alcuni accordi aziendali (La Stampa, il Giornale d'Italia, il Mezzogiorno di Napoli) ma complessivamente non portò risultati positivi per la categoria che continuò a dibattere i propri problemi economici nei congressi di Firenze (1920), Trieste (1921) e Palermo (1924).

Le polemiche ed i dibattiti dell'epoca investirono non solo la questione salariale dei giornalisti e il problema del prezzo dei quotidiani ma si estese anche all'accordo stipulato dagli Editori con i rivenditori per garantire ad essi un minimo di aumento della percentuale di guadagno che essi ricavavano dalla vendita del giornale a 10 centesimi. Inoltre venne presentato un progetto di legge sulla pubblicità delle gestioni giornalistiche che prevedeva la forma scritta e la registrazione a pena di nullità di tutti gli atti e i contratti riferentisi alla creazione o all’esistenza di giornali e periodici, concedendo il diritto agli acquirenti di ottenerne visione e copia. In sede di commissione parlamentare venne altresì aggiunto un articolo che impegnava il Governo a comunicare ogni sei mesi ai due rami del parlamento, 1'elenco delle sovvenzioni che a qualunque titolo e su qualunque capitolo del bilancio fossero assegnate a qualsiasi pubblicazione. Il progetto, che anticipava di circa 60 anni alcuni contenuti della legge 416 del 1981, non fu approvato.

In questo clima ci si avviava alla conclusione del contratto nazionale del 1925 che fu l'ultimo stipulato dall'Unione Editori e dalla Federazione della Stampa in un regime di libertà sindacale.

Il contratto firmato dopo lunghe trattative il 13 luglio 1925 ed entrato in vigore il 10 ottobre dello stesso anno, conteneva la prima disciplina dello status professionale dei giornalisti con l’istituzione dell' Albo generale dei giornalisti tenuto dall'Unione Editori e dalla FNSI, nel quale erano iscritti i giornalisti professionisti intendendosi per tali “coloro che da almeno 18 mesi facciano del giornalismo la professione unica retribuita e che appartengano ad un'associazione di stampa federata”. Si prevedeva inoltre la distinzione categoriale e per mansioni dei giornalisti articolata sulle seguenti posizioni: direttori e condirettori, vice direttori, redattori capo,redattori ordinari, cronisti, corrispondenti, aiuto corrispondenti, stenografi, reporter, collaboratori «con i quali la direzione del giornale abbia convenuto per iscritto una collaborazione di carattere continuativo». 

I poteri del direttore erano ulteriormente potenziati prevedendosi la facoltà dello stesso di stabilire le mansioni di ogni giornalista e di impartire le disposizioni per il buon andamento del servizio, fissando anche l'orario di lavoro.

Era confermata la clausola di eslusività per cui il giornalista assunto a tali condizioni non poteva assumere altri incarichi giornalistici senza essere autorizzato dalla direzione del giornale stesso.

La clausola di coscienza, che nel contratto del 1919 operava genericamente a favore dei giornalisti aventi funzioni e responsabilità politiche, fu perfezionata con l'individuazione delle posizioni categoriali rientranti nella fattispecie e vale a dire: il direttore, il condirettore, il vice direttore, il redattore capo, i titolari degli uffici di corrispondenza da Roma, gli articolisti politici, i corrispondenti parlamentari.

L'altra grande innovazione fu costituita dall'istituzione presso la FNSI del Fondo per le pensioni di invalidità e vecchiaia alimentata da un contributo del 4% sullo stipendio mensile di cui la metà a carico degli editori.

Esaminando il contratto del 1925 si resta stupiti dalla modernità di impianto di numerosi istituti - tanto è vero che la maggior parte di essi sono ancora presenti nel contratto del 1988 - e dalla complessiva struttura dello stesso che sicuramente non trovava riscontro nella realtà sindacale del momento. In quattordici anni il contratto giornalistico era cresciuto coprendo con una rete di norme adeguate tutti gli aspetti normativi ed economici della professione giornalistica. Ai posteri resterà ben poco da scoprire od innovare rispetto a questa realizzazione.

Il periodo corporativo

Nel periodo corporativo sono stati stipulati quattro contratti collettivi: quello del 15 settembre 1927 -che non è altro che il perfezionamento giuridico secondo la nuova legislazione del lavoro del contratto del 1925 - quello del 5 marzo 1928, il contratto del 2 febbraio 1932 ed il contratto del 22 febbraio 1939.

A seguito del mutato regime politico e delle modifiche dell'ordinamento giuridico derivate dalla legge 3 aprile 1926, n. 563 e del R.D. 11 luglio 1926, n. 1130 sulla disciplina giuridica del lavoro, la FNSI venne soppressa ed i giornalisti vennero organizzati, conformemente all' assetto delle nuove associazioni sindacali professionali, nel Sindacato nazionale fascista dei giornalisti. Analoga sorte ebbe l'Unione nazionale editori giornali che fu ricostituita come Associazione nazionale fascista editori giornali.

I fatti più rilevanti dal punto di vista contrattuale del periodo compreso tra il 1926 ed il 1943 sono così riassumibili:

A) a seguito delle nuove leggi corporative i direttori amministrativi e gli amministratori in genere dei giornali, precedentemente inquadrati nella FNSI e soggetti al contratto giornalistico, vennero incorporati nella Associazione nazionale fascista dei dirigenti di aziende industriali, all'interno della quale costituirono il Gruppo giornalisti direttori amministratori o amministratori di giornali. Il Gruppo stipulò il suo primo contratto con gli editori il 20 marzo 1928;

B) la costituzione, presso il Sindacato nazionale, dell'Istituto nazionale di previdenza per i giornalisti che successivamente assumerà il nome di “Arnaldo Mussolini”;

C) la costituzione con R.D. 26 febbraio 1928, n. 384 dell'albo professionale dei giornalisti presso ogni sindacato regionale e la commissione superiore per la stampa - quale organo di controllo giurisdizionale - con sede presso il Ministero della giustizia. Per l'iscrizione all' albo oltre agli altri requisiti era richiesta l'iscrizione al P.N.F. ovvero, in assenza dei requisiti politici, venivano iscritti coloro che a giudizio delle competenti gerarchie avessero chiarito con pubblica dichiarazione i loro precedenti atteggiamenti;

D) la previsione della maggiorazione del 25% per il lavoro straordinario;

E) l'istituzione del praticantato;

F) la possibilità di utilizzazione dei pubblicisti;

G) la fissazione dei minimi di stipendio: L. 1000 mensili per le città con oltre 500.000 abitanti;

H) la sostituzione del riposo domenicale con quello infrasettimanale;

I) le festività infrasettimanali;

L) gli assegni familiari;

M) l'istituzione dell'indennità a titolo demografico erogata a giugno secondo massimali di erogazione e che nel 1945 venne trasformata nell'attuale indennità redazionale;

N) l'estensione del contratto ai giornalisti dei periodici.

Da un punto di vista generale, ed a differenza di quello che comunemente si pensa, il periodo corporativo non determinò particolari sviluppi del contratto nazionale dei giornalisti, ritenuti oggetto di particolare interesse da parte del regime. Ciò per una serie di ragioni: 

1) il contratto nazionale aveva raggiunto, come abbiamo visto, un suo grado elevato di evoluzione che lo poneva all'avanguardia della contrattualistica nazionale. Per cui, al di là di alcuni particolari istituti, non esisteva obiettivamente spazio per un suo ulteriore avanzamento;

2) anche i giornalisti beneficiarono dei provvedimenti di carattere sociale (pensioni, trattamenti di malattia) previsti per i lavoratori ed utilizzati dal regime come strumento propagandistico nei confronti delle masse sociali;

3) il trattamento economico minimo venne elevato nell' arco di 7 anni del 25%, passando da 1000 a 1250 lire per le città superiori a 500 mila abitanti, misura abbastanza elevata considerati i livelli d'inflazione dell'epoca e che rende ragione de consolidamento degli altri istituti di carattere normativo.

Il regime ebbe altri modi per gratificare gli appartenenti alla categoria ossequienti ed allineati. Incarichi prestigiosi e remunerativi, collaborazioni varie nella stampa di partito e nelle varie associazioni di categoria, privilegi vari di natura accessoria. Un episodio può rendere ragione di questi benefici accessori. Quando nel 1945 si procedette alla liquidazione del Popolo d'Italia, giornale di proprietà di Mussolini, i liquidatori nei libri paga dei collaboratori più o meno fissi del giornale - ai quali si doveva erogare un trattamento indennitario di fine rapporto - trovarono i nomi di moltissimi giornalisti che per anni avevano percepito compensi per la loro opera al suddetto giornale! 

Va ricordato inoltre che in base alla legge sulla stampa del 1925 gli editori nell'ambito del giornale avevano perso gran parte dei poteri decisionali trasferiti al direttore. Quest'ultimo era designato dal partito fascista onde garantire l'uniformità dell'orientamento politico. Non mancavano quindi ai direttori le possibilità di gratificare con superminimi e qualifiche od incarichi aggiuntivi remunerati i giornalisti più ossequienti e zelanti del proprio giornale.

L'evoluzione contrattuale dal 1945 al 1985

Nelle vicende che interessarono il paese dal momento della caduta del fascismo sino alla liberazione, il regime contrattuale dei giornalisti non subì modificazioni per motivi ovviamente comprensibili e che impedirono ogni agibilità sindacale di carattere nazionale.

Sia nei territori soggetti alla sovranità della RSI che in quelli liberati continuò a trovare applicazione il contratto corporativo del 1939 mentre, al livello territoriale ed aziendale, vennero in vario modo attuati adeguamenti salariali. Successivamente al 25 aprile 1945 le risorte associazioni regionali di stampa e le amministrazioni dei giornali stipularono accordi aziendali e territoriali per adeguare le retribuzioni, formate di voci eterogenee e con forti squilibri zonali, al continuo aumento del costo della vita (sovvenzione alimentare 20 agosto 1946 per l'alta Italia, accordo di Firenze del 26 giugno 1946, accordo di Roma 12 luglio 1946). La FNSI ricostituitasi liberamente fin dal luglio 1943, tenne il 10 Congresso nazionale a Palermo nell'ottobre 1946. Nell'ambito di esso vennero, discussi i problemi contrattuali della categoria fissandosi in 25 punti le basi fondamentali della sistemazione giuridico-economica dei giornalisti. E la prima piattaforma presentata dopo 21 anni di soppressione della libertà in regime di riconquistata democrazia sindacale.

Dopo la liberazione di Roma il 27 giugno 1944 si era costituita l'associazione nazionale editori giornali del Centro Sud. Nel 1945 si costituì successivamente l'associazione editori Alta Italia con gli stessi scopi della consorella del Centro Sud. Non appena possibile i rappresentanti delle due associazioni impostarono contatti continuativi per armonizzare la propria attività nei limiti delle due situazioni economiche e sindacali alquanto diverse e con problemi del tutto particolari per ciascuna di esse. La Federazione italiana editori giornali (FIEG) fu ricostituita su base unitaria il 22 maggio 1950. La Federazione pose nel proprio statuto come scopo principale della propria esistenza «la difesa della libertà d'informazione e di stampa». In attesa di aprire le trattative per il rinnovo contrattuale gli editori ed i giornalisti stipularono il 26 novembre 1946 un accordo per l'adeguamento delle retribuzioni che elevò a circa 14 mila lire il trattamento minimo mensile del redattore ordinario. Si stabilì inoltre di applicare ai giornalisti l'indennità di contingenza e gli assegni familiari nella misura e con le modalità previste per gli impiegati dell' industria nell' accordo interconfederale 27 ottobre 1946 e di inibire tassativamente le trattative locali di carattere economico.

Il primo contratto collettivo del dopoguerra venne stipulato il 27 luglio 1947 dopo quattro sessioni di trattative svoltesi tra il maggio ed il luglio 1947. Le parti, consapevoli della necessità di innovare profondamente la vecchia disciplina elaborata otto anni prima che rispecchiava una situazione politica e giornalistica superata, presentarono separatamente due «Schemi» di contratto articolati su tutti gli istituti normativi ed economici. Un argomento particolarmente travagliato fu quello relativo all' albo professionale, considerata la posizione assunta dagli editori che lo consideravano una minaccia alla libertà di stampa anziché essere uno strumento di tutela professionale. Alla fine, con la mediazione del Ministro del lavoro e della previdenza sociale On. Romita, fu trovato un accordo su una forma di compromesso che, in attesa di un nuovo ordinamento giuridico in tema di albo professionale dei giornalisti, riconosceva la prassi attuata dalla Commissione unica per gli albi professionali con particolare riguardo alle eventuali esigenze di carattere eccezionale per la nomina dei direttori. La Commissione unica per la tenuta degli albi professionali dei giornalisti e la disciplina degli iscritti era stata costituita con D.D.L. 23 ottobre 1944, n. 302.

Il nuovo contratto, rivisitava sostanzialmente tutti gli articoli e gli istituti del contratto corporativo, modificandoli ed aggiornandoli secondo le nuove esigenze. La sua struttura fondamentale è rimasta inalterata negli ultimi quaranta anni. Come innovazioni fondamentali vanno ricordate: l'istituzione dei comitati di redazione (art. 34); la disciplina completa del praticantato (art. 36); la normativa dei giornalisti addetti ai periodici.

Dal dopoguerra ad oggi, nell'arco quindi di circa quaranta anni, sono stati stipulati 19 contratti nazionali (1947, 1949, 1950, 1953, 1955, 1959, 1962, 1964, 1966, 1968,1970, 1972, 1974, 1976, 1978, 1980, 1982, 1985, 1988). Inoltre sono stati stipulati numerosi accordi nazionali per disciplinare aspetti particolari. Complessivamente quindi nella storia contrattuale del giornalismo italiano dal 1911 sono stati stipulati ben 26 contratti nazionali (3 nel periodo pre corporativo e 4 nel periodo corporativo).

Per individuare gli aspetti fondamentali dell'evoluzione degli ultimi quaranta anni è opportuno distinguere tre periodi: dal 1947 al 1960; il decennio 1970; la contrattazione degli anni '80. Nel primo periodo non si registrano sostanziali modifiche degli istituti contrattuali fondamentali, salvo aggiornamenti ed arricchimenti delle norme specifiche riferiti a particolari diritti e doveri dei giornalisti. Oltre a quelli ricordati del contratto del 1947 vanno menzionati la disciplina della cessione servizi (contratto 1947), dei permessi sindacali (contratto del 1949), liquidazione dei compensi speciali (contratto 1950), assicurazioni infortuni (contratto 1955), settimana corta (contratto 1968).

Il decennio 1970 è caratterizzato dalla più grave crisi economica attraversata dalla stampa italiana nella sua storia. In questa situazione si inserì il mutato indirizzo sindacale dei giornalisti che, abbandonato il normale piano rivendicativo di carattere economico e normativo, si orientano alla massima politicizzazione degli obiettivi della contrattazione, mirando in primo luogo ad acquisire il controllo della gestione dell'informazione. Rieccheggiarono in quegli anni in Italia le tesi propagandate nel 1968 dai giornalisti francesi (Le Monde - Société de Redacteurs) della separazione dell'informazione (di competenza dei soli giornalisti) dall'attività economica dell'impresa editoriale (che restava di competenza dell'editore). In sintesi l'editore doveva essere espropriato della possibilità di scelta sui contenuti informativi restando a suo carico il solo rischio economico dell'impresa editoriale. Queste utopistiche visioni si ponevano in contrasto con l'art. 41 della Costituzione, perché agli editori sarebbe venuta a mancare la scelta degli strumenti attraverso i quali realizzare il risultato economico dell'impresa, ma violavano anche palesemente lo stesso art. 21 della Costituzione in quanto sarebbe stata impedita la stessa libertà di espressione del pensiero dell' editore, la quale si concretizza, appunto, nella determinazione dell'indirizzo informativo del giornale. Gli editori contestarono decisamente tale impostazione che i giornalisti volevano normare nel contratto con fondamentali modifiche degli artt. 6 e 34 relativi ai poteri del direttore ed alle funzioni dei comitati di redazione. In sostanza si voleva limitare al massimo il contenuto del rapporto tra editore e direttore sottoponendo la scelta di quest'ultimo al veto del corpo redazionale ed accentuando al massimo il controllo sulla linea politica del giornale del quale il direttore era interprete ed esecutore secondo i patti con gli editori, riconoscendo al corpo redazionale diritti d'intervento e di opposizione. In questo modo si tentava di accentuare al massimo le funzioni dei comitati di redazione che da organi di tutela sindacale dovevano di fatto trasformarsi in consigli di gestione dell'informazione, senza i rischi economici inerenti, dotati del potere di esprimere pareri vincolanti e quindi obbligatori per l'editore ed il direttore, su tutte le questioni relative alla conduzione giornalistica dell'impresa sia sotto il profilo del contenuto che di quello relativo all'organizzazione delle redazioni.

Il momento culminante dello scontro si ebbe in occasione del rinnovo del contratto scaduto nel 1974. Il Governo dovette intervenire sulla vicenda e le trattative si svolsero sotto l'egida della Presidenza del Consiglio che, nella persona dell' allora Vice Presidente On. Ugo La Malfa, esercitò una decisa opera di mediazione delle contrapposte tesi che tutelando i diritti degli editori riconobbe un maggior spazio di intervento e di controllo agli organi sindacali dei giornalisti. Il testo degli arrt. 6 e 34 allora formulato è rimasto sostanzialmente inalterato, salvo marginali adattamenti, negli ultimi dodici anni rappresentando un punto di equilibrio tra le contrastanti esigenze, difficilmente modificabile nell'attuale contesto dei principi generali dell'ordinamento giuridico dello Stato.

La FNSI per giustificare il preminente interesse politico della categoria sugli obiettivi indicati attenuò nei rinnovi contrattuali del 1972, 1974 e 1977 le rivendicazioni di carattere strettamente economico, sia perché le condizioni precarie delle aziende lasciavano effettivamente scarsi margini di praticabilità su tale terreno sia perché si confidava che al livello aziendale i giornalisti avrebbero potuto recuperare i minori incrementi economici del livello nazionale. Peraltro proprio le condizioni delle aziende, salvo sporadici casi, impedirono il realizzarsi di tali intenzioni per cui la categoria giornalistica alla fine degli anni '70, avendo sostanzialmente fallito gli obiettivi politici, dovette constatare un generale deterioramento delle condizioni economiche rispetto a quelle del decennio precedente, aggravate dagli elevati tassi inflazionistici determinatasi in quegli anni.

Tale situazione avrà effetti non secondari sull'impostazione dell'azione sindacale dei giornalisti dal 1979 ad oggi.

I contratti del 1979, del 1982 e del 1985 rappresentano momenti importanti dell'evoluzione della disciplina contrattuale in relazione anche alle esigenze di rinnovamento tecnico e produttivo e di recupero delle condizioni di agibilità economiche delle imprese giornalistiche. Gli aspetti qualificanti ditale evoluzione possono essere cosi riassunti:

A)    introduzione dei sistemi redazionali

La prima timida enunciazione della necessità dell' adozione delle nuove tecnologie ppare nel contratto del 1977. La norma venne successivamente perfezionata nel 1979 in termini peraltro generici e di carattere programmatico piuttosto che di compiuta disciplina sull'uso dei terminali. L'opposizione dei tipografi impediva ancora di compiere i primi passi verso il rinnovamento tecnologico. Nel 1981, ultimo anno di vigenza del contratto triennale del 1979, sulla spinta della insoddisfazione della base per quanto concerneva il deterioramento delle condizioni retributive intaccate dall'inflazione galoppante, la FNSI pose alla FIEG rivendicazioni economiche aggiuntive rispetto a quelle pattute due anni prima, giustificandole formalmente sulla base di presunte violazioni contrattuli degli editori. Fu un momento molto delicato perché si minavano le basi della contrattazione collettiva e delle condizioni di durata stabilite dalle pari (il principio pacta sunt servanda).

La soluzione fu trovata allorché gli editori posero sul tavolo la questione tecnologica, evidenziando la necessità ormai non più rinviabile di introdurre i sistemi redazionali sulla base di una disciplina completa ed articolata della materia. Sotto questo profilo l'accordo del maggio 1981, che risolse anche la questione economica posta dai giornalisti, riveste carattere storico perché tramite esso si stabilirono in modo operativo le condizioni e i limiti di uso dei nuovi sistemi, le procedure per la presentazione dei piani di ristrutturazione, gli strumenti per controllare le eventuali eccedenze giornalistiche derivanti dall'attuazione dei piani ed infine la tutela dei diritti professionali nell'ambito del nuovo modo di produzione dei giornali. Il testo dell'accordo, opportunamente coordinato, fu trasfuso nel testo del contratto nazionale in occasione del rinnovo contrattuale del 1982. Il passo decisivo compiuto dai giornalisti verso le nuove tecnologie fu elemento determinante per indurre anche i tipografi ad accettare la nuova realtà abbandonando sia pure con molte garanzie e con gradualità l'opposizione sin allora manifestata.

La disciplina del 1982 è stata ulteriormente perfezionata con il contratto 1985 che ha reso definitivamente operativi i sistemi redazionali. Dopo soli cinque anni dalla stipulazione del patto sulle tecnologie ben 900 giornalisti dei 4100 impiegati dai quotidiani utilizzavano già i video terminali. Alla fine del 1986 la metà della popolazione giornalistica risultava abilitata all'uso dei V.D.T. (2000 giornalisti) e ben 47 giornali sui 75 operanti avevano in funzione, con limiti diversi e con diversa progressione, i sistemi editoriali. In soli cinque anni l'editoria italiana aveva annullato il gap tecnologico con gli Stati Uniti (alla fine degli anni '70 si valutava in 10 anni il distacco della stampa italiana nelle tecniche produttive) ed era entrata in pieno nell'era elettronica avviandosi ad acquisire un primato europeo che la vede ben avvantaggiata rispetto ad altre nazioni evolute (Francia e Gran Bretagna) ed ormai non lontana dai livelli della Germania Federale e ciò per originalità di soluzioni tecniche e per validità delle definizioni normative e sindacali sulla materia;

  B) normativa sindacale per il controllo degli stati di crisi

Il problema delle crisi aziendali, ancora presente per alcune testate minori pur nella riacquistata agibilità economica dei giornali, è stato contrattualmente inquadrato con uno specifico protocollo che disciplina procedure di consultazione e strumenti operativi per il controllo delle eccedenze occupazionali dei giornalisti peraltro molto limitate;

  C) misure di intervento per la tutela dell'occupazione

Per favorire il riassorbimento dei giornalisti disoccupati sono stati istituiti elenchi gestiti dalla FIEG e dalla FNSI che si sono impegnate a fornire nell' arco di tempo prestabilito l'assunzione da parte dei giornali di aliquote percentuali degli iscritti. Ciò non costituisce un obbligo per le imprese ma una semplice aspettativa per gli interessati che vengono periodicamente segnalati alle imprese per favorire scelte indirizzate nelle assunzioni a copertura dei ruoli scoperti;

  D) borse di studio

Per favorire l'indirizzo professionale al giornalismo di giovani forniti di adeguata preparazione di base sono state istituite borse di studio che si svolgono con stage programmati presso una pluralità di aziende;

E) durata triennale del contratto

A partire dal 1979 il contratto nazionale ha acquisito validità triennale rispetto a quella biennale in precedenza attuata. Ciò consente una maggior possibilità di programmazione da parte delle aziende sulla base del conosciuto sviluppo dei costi del lavoro per il periodo di validità.

Il contratto del 1988

Il contratto stipulato il 30 giugno 1988 che resterà in vigore sino al31 dicembre 1990, si caratterizza per l'evoluzione normativa riferita ad alcuni importanti istituti, due dei quali sono assolutamente normativi. Si tratta in particolare:

- della disciplina delle economie di gruppo ed interaziendali (c.d. sinergie);
- del rapporto tra informazione e pubblicità;
- della migliore specificazione delle caratteristiche della partecipazione del giornalista al processo di videoimpaginazione;
- dell'introduzione nella classificazione dei giornalisti di una scala di valori professionali accanto alla tradizionale scala gerarchica;
- dell'indicazione nei giornali delle fonti di provenienza e degli articoli e servizi pubblicati senza la firma dell'autore.

Tutti questi aspetti sono ampiamente illustrati nella parte seconda della pubblicazione, dedicata al commento pratico dei vari articoli del contratto giornalistico ma con particolare riferimento alle novità contrattuali del 1988.

Conclusione

Il complesso delle innovazioni contrattuali degli ultimi dieci anni ha in maniera equilibrata dato risposta alle esigenze giornalistiche di elevazione e qualificazione della professionalità ed a quelle delle aziende editoriali impegnate in un duro sforzo di riorganizzazione dei processi produttivi e di miglioramento della qualità dei giornali.

Il contratto dei giornalisti che per molti decenni, dalle sue origini, ha giustamente vantato il primato della propria impostazione normativa ha ritrovato una collocazione di eccellenza nell' ambito della contrattualistica nazionale per originalità di impostazione e modernità delle soluzioni adottate. Ma il futuro preme ed il prossimo contratto sarà il primo degli anni '90 alle soglie ormai del terzo millennio. Problemi nuovi si prospettano e dovranno essere risolti.

In particolare non appare più confacente rispetto all' articolata situazione del settore editoriale, alla loro diversa consistenza e potenzialità, una indifferenziata disciplina normativa ed economica. L'esistenza di grandi giornali facenti parte di gruppi editoriali, di piccoli giornali di provincia, di periodici a grande diffusione e di piccole testate specializzate, di agenzie di stampa di dimensioni estremamente diversificate impone ormai l'impostazione di normative differenziate per l'organizzazione del lavoro redazionale e la fissazione di trattamenti retributivi di base ancorati a diversi parametri di valutazione in rapporto alla consistenza economica delle aziende.