Il buon giornalismo alla prova del clic - Newsletter n° 3

 
 
 

Notizie virtuali, giornalismo reale

 
 

Newsletter n° 3/2018 - In questo numero

  • Editoriale di Fabio Cavalera
  • Se nel ventilatore del web metti rifiuti, spari spazzatura di Massimo Russo
  •  L'influencer "spacca", il giornalista arranca di Valerio Massimo Visintin
  • Elogio dello "slow journalism"di Claudio Lindner
 
 
 

Il buon giornalismo alla sfida dei clic

Cara Collega, caro Collega

nessuno meglio di noi sa tirarsi la zappa sui piedi.

Ci lamentiamo, giustamente, del ruolo e dello spazio che stanno guadagnando gli “influencer” e protestiamo perché la loro “missione” risulta priva di regole etico-deontologiche, essendo ispirata solo da logiche di clic e di business pubblicitario.

Tutto vero. Il messaggio che questi guru o presunti tali veicolano, attraverso i profili social o attraverso i blog, esce spesso dai confini della ragionevolezza, è uno spot a buon mercato per gli investitori e per le aziende che si allontanano dai media tradizionali, in definitiva è qualcosa che si spaccia per giornalismo ma non lo è. Dunque ci diciamo che bisogna correre ai ripari. Già. Ma come?

Rimpiangere un passato di immacolata serietà informativa è un errore, persino un falso, una fake news. Di scheletri nell’armadio ne abbiamo. E non pochi.

Piuttosto, dobbiamo comprendere ciò che avviene attorno a noi, dobbiamo aprirci alle moderne realtà comunicative, dobbiamo persino riconoscere che alcuni dei novelli manipolatori , gli influencer o i blogger su commissione (guai a generalizzare), sono spregiudicati e a volte impostori, ma abili e veloci nell’intercettare i gusti, le curiosità, le mode, in definitiva dobbiamo essere realisti e non pessimisti o sprezzanti.

Il che non significa abdicare dal principio della correttezza o smettere di rivendicare controlli e paletti normativi. Significa semmai distinguerci dai missionari della superficialità con la credibilità della nostra informazione. Non conta prendercela con il mezzo o con i nuovi affabulatori. Conta per prima cosa ragionare su noi stessi e sui contenuti che produciamo.

Oggi più che mai conserviamo un’arma potente per frenare lo scivolamento verso il basso della professione: è la qualità, la qualità del lavoro che svolgiamo, la qualità dei giornali che prepariamo, la qualità dei siti online, la qualità dei blog, la qualità dell’impaginazione, la qualità dei titoli. E, con la qualità, l’onestà etica e deontologica che ci devono ispirare sempre, convincendoci a tenere la schiena diritta dinanzi alle suggestioni peggiori, ovvero le suggestioni della piaggeria e della compiacenza che si trasforma in marchette.

Purtroppo e con frequenza crescente dimentichiamo tutto ciò:  non scriviamo ma copiamo, non impaginiamo ma insacchiamo, non titoliamo ma urliamo, non informiamo ma ci autocelebriamo, non facciamo cronaca ma eccediamo in oziose e pettegole frivolezze. L’intrattenimento è anche arte del buon senso. L’abbiamo smarrito. Proviamo a riscoprirlo.

La colpa non è della Ferragni (un nome a caso) ma di chi crede che sia brillante o geniale  tempestare ogni giorno coi suoi starnuti e che questo sia il percorso corretto per allargare le nostre platee. No. Così confermiamo unicamente di essere inadeguati alle sfide.

Ci stiamo tirando da soli la zappa sui piedi. I lettori e il popolo del clic sanno distinguere il buon giornalismo dal pessimo o finto giornalismo. Mettiamoli nella condizione di scegliere. Dipende da noi.

Fabio Cavalera
Consigliere dell’Ordine dei Giornalisti Lombardia
Presidente Associazione Walter Tobagi

 
 

Se nel ventilatore del web metti rifiuti,

spari spazzatura

 

Negli ultimi anni con il passaggio al digitale si è diffusa l’idea che le sfide alla qualità del giornalismo arrivino soprattutto dalle grandi piattaforme e dal proliferare della possibilità di comunicare, grazie all’abbattimento delle barriere di accesso, che consentono a chiunque di pubblicare testi e video in modo semplice e rapido, attraverso la connessione permanente. Un fenomeno, del resto, che non riguarda solo i semplici cittadini ma anche il potere, in grado – con gli stessi strumenti - di disintermediare il giornalismo e rivolgersi direttamente agli elettori.

Ma le notizie fasulle, la disinformazione, la propaganda, le teorie cospirazionistiche, la ricerca di capri espiatori, in realtà esistono da tempo. I Protocolli dei Savi di Sion fu scritto nel 1903, ben prima della rete e della televisione. E nel ‘900 l’Italia e altri paesi europei hanno sperimentato autocrazie e dittature senza bisogno del web. Anzi, se proprio vogliamo trovare una correlazione, la censura della rete è spesso misura della limitazione della libertà di espressione di un paese.

Quali sono dunque le differenze rispetto al passato? I problemi che stiamo sperimentando sono legati alla scala (volume), e alla velocità (viralità) con tutto ciò si verifica. I meccanismi automatici di diffusione (bot) e gli incentivi economici alla diffusione di notizie distorte o di particolari morbosi (clickbaiting) sono ulteriori aggravanti.

Per questo la sfida per la qualità delle notizie, la capacità di chiamare il potere a rispondere delle proprie responsabilità, di ricostruire il contesto, di condividere una base minima comune di racconto della realtà, sono più importanti che mai.  Ma la questione principale, più che la proliferazione dei blogger, delle opinioni sui social, o dell’attività para-pubblicitaria dei cosiddetti influencer, rimane la qualità di quel che noi giornalisti facciamo.

Alcune delle notizie più tossiche, delle distorsioni della realtà, a ben vedere non sono diffuse da semplici cittadini, ma da media tradizionali o da figure politiche e istituzionali per orchestrare campagne che fanno leva sulla paura dell’opinione pubblica o mirano a screditare gli avversari.

Anche nell’età delle piattaforme vale un semplice principio: se nel ventilatore metti rifiuti, ne uscirà spazzatura, sparata in tutte le direzioni e a gran velocità. Un meccanismo perfetto per creare polarizzazione, odio, paura. La paura fa vendere bene, non da oggi. Anche e soprattutto sul mercato della politica.

Questo è stato l’anno in cui, anche in Italia, la maggioranza dei cittadini, impaurita e isolata, ha premiato la politica che ha divorziato dai fatti. La tecnologia, i telefonini, non hanno creato tutto questo. Ma riverberando i veleni ne hanno ampliato la tossicità, rendendo più rapide le reazioni hanno tolto spazio alla riflessione. Non dobbiamo dimenticare tuttavia che una buona parte di tutto ciò è creato da noi giornalisti. Due esempi tratti della cronaca. Settembre 2017. Accade uno stupro a Rimini, gli stupratori sono neri. Libero pubblica i verbali, macelleria giornalistica. Il Corriere della Sera ritiene opportuno realizzare addirittura una sorta di graphic novelsull’accaduto. Scriverà Annalena Benini sul Foglio: “Tutti i particolari che adesso vengono rivelati allo scopo di intrattenere o di aumentare l’indignazione, è pornografia, è l’uso pornografico dei verbali della polizia. Per mostrare la cattiveria del branco, e la brutalità non solo del suo capo, si stanno calpestando le vittime. I giornali dovrebbero interpretare i fatti invece di lasciarsi camminare sopra dai fatti. E non lasciare che venga calpestato all’infinito chi è già stato infinitamente calpestato”.

Ancora. Un giovane ammazza la ex fidanzata in Puglia. La trasmissione “Chi l’ha visto” della Rai manda in onda una clip in cui si annuncia ai genitori del presunto assassino il ritrovamento del cadavere della ragazza e l’avvenuta confessione del figlio. Eppure il Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica prevede, all’articolo 8, che “salva l'essenzialità dell'informazione, il giornalista non fornisce notizie o pubblica immagini o fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca lesive della dignità della persona”.

Quante volte un fatto raccontato in questo modo e slegato dal suo contesto contribuisce a creare una lettura, un’idea che diventa senso comune?

Per converso il digitale abilita nuove straordinarie possibilità di racconto giornalistico. Dà una voce a chi non la avrebbe, come Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa lo scorso ottobre per le denunce contenute nel suo blog, oppure permette al giornalismo di inchiesta tradizionalmente solo scritto di trasformarsi in audio e video, e di raggiungere un pubblico assai più ampio di quanto non avvenisse in precedenza. 
Non è più il contenitore a definire il giornalismo, ma solo la qualità del contenuto, il suo rispondere alle regole della professione. Dovunque e da chiunque sia pubblicato. Questo non fa che rendere più importante la responsabilità con la quale dovremmo fare il nostro lavoro.  E la nostra capacità, mai tanto necessaria, di inserire i fatti in un contesto, di illuminare non solo i dettagli ma anche il disegno complessivo. Un particolare, un’immagine, può svelare la realtà, ma la ricostruzione che ne deriva può non essere vera, perché manca di quel che è accaduto prima e di quel che verrà dopo. Il contesto appunto.
Parafrasando Forrest Gump, mai come nel 21esimo secolo, “Giornalista è chi giornalismo fa”.

Massimo Russo
Responsabile area digitale Gruppo Espresso

 
 
 
 
 

L'influencer "spacca", il giornalista arranca

 

Ogni qualvolta si nominano i blogger in consessi giornalistici, si evocano due rilevanti entità in strettissima connessione con il nostro e il loro mondo: marketing e pubblicità. 

Non dovrebbero preoccuparci. Entrambi sono, da sempre, carburante dell’informazione. Il problema è che stanno modificando drammaticamente la loro natura.

Le aziende hanno ridotto all’osso gli investimenti sull’editoria tradizionale, poiché è in crisi di idee, di audience e di reputazione. Ma anche perché la pubblicità dichiarata non ha più presa sui consumatori. Dice Paolo Lottero, esperto di cose digitali: “La pubblicità è considerata poco credibile. Sarebbe il media più onesto perché è manifestamente di parte. Il pubblico, però, preferisce affidarsi alle indicazioni degli influencer. Li considera gente comune disponibile a un consiglio”.

Privata di quegli investimenti, l’editoria non si regge in piedi, visto che la carta non vende più e il web non viene monetizzato convenientemente.
Costretti alle corde, gli editori, hanno scelto la strada più breve e più fessa, chiudendo i battenti alle assunzioni. E pagando i collaboratori con delle caritatevoli mancette.

Nelle maglie di questa frattura sociale, tra doveri imprenditoriali e sopravvivenza commerciale, si insinua la deforme evoluzione di pubblicità e marketing. Cresce come erbaccia sul terreno dell’informazione.

Da una parte, abbiamo giornalisti che, per poter campare, finiscono per svendersi a vario titolo, violando il rapporto fiduciario col lettore. Dall’altra, abbiamo editori che, in nome di un marketing distorto, caldeggiano e istituzionalizzano commistioni pericolose tra pubblicità e informazione.

Una mossa patetica. Perché è chiaro che su questo terreno non c’è competizione. I giornalisti hanno perduto la fiducia dell’opinione pubblica. Le aziende preferiscono impiegare i loro quattrini per foraggiare blogger e influencer, esercito di professionisti della réclame, che costruiscono contenuti (svendendo all'occorrenza anche la vita privata) al solo scopo di ficcarci dentro un pugno di pubblicità.

D’altra parte, chi non è giornalista sfugge più facilmente alle norme deontologiche. Ognuno fa come cavolo gli pare. E, difatti, in ottemperanza a questa comoda anarchia, le redazioni non si fanno problemi nel commissionare articoli a chi, non essendo iscritto all’Ordine professionale, possa allegramente calpestare ogni regola.
Il dato certo è che più crescono gli investimenti sul lato oscuro della comunicazione, più decrescono i quattrini destinati all'editoria pura e sana; quella che separa la pubblicità dai contenuti. Più sale l’alta marea del romanzo pubblicitario, insomma, più si ritrae e si intorbidisce l’informazione.

La responsabilità di tale deriva appartiene a tutti gli attori in campo. E non c’è un bandolo in questa complicata matassa. Le aziende dovrebbero tornare a investire su una comunicazione leale e trasparente. Giornali e giornalisti dovrebbero tornare a fare soltanto il loro delicatissimo mestiere. I lettori dovrebbero aprire gli occhi e dare credito a chi lo merita. Naturalmente, occorrerebbero anche regole aggiornate, controlli severi, sanzioni, senso di responsabilità. E una dose infinita di ottimismo per poter credere che l’informazione non morirà di marketing e di pubblicità.

Valerio M. Visintin

 
 
 
 
 

Elogio dello "slow journalism"

 

Puntare sullo slow journalism, il giornalismo “lento”, l’approfondimento, l’analisi, l’inchiesta piuttosto che sul fast journalism, quello “veloce”, il puro resoconto, l’arrivare prima degli altri, ma dove  la concorrenza è massiccia e spesso il prodotto indistinto. Di più: rafforzare il ruolo di watchdog (cane da guardia) dei poteri forti e in primo luogo del governo. Eccolo qui l’identikit ideale del giornalista del futuro tratteggiato da una ricerca dell’Ejta (European journalism training association, sito web www.ejta.eu), l’associazione europea delle scuole e dei master di giornalismo che ha tenuto l’assemblea annuale a Barcellona il 17 e 18 maggio scorsi. Del gruppo fanno parte 76 istituti provenienti da 32 paesi, dalla Finlandia a Cipro e dal Portogallo alla Russia. A presentare i risultati è stato il presidente Nico Drok, olandese, professore di Media e Società civile all’Università Windesheim, durante una conferenza che in modo forse un po’ provocatorio ha messo in contrapposizione le prospettive del fast e dello slow journalism.

Lo studio parte elencando i principali rischi ai quali andrà incontro l’informazione nei prossimi anni. Al primo posto, secondo i docenti europei di Media, sono le fake news o meglio “Le false informazioni e opinioni su Internet”, preoccupazione espressa da quasi il 60 per cento del totale degli intervistati. Al secondo posto, a distanza, il “Modello economico per le notizie”, come trovare la via giusta per informare bene e mantenere economicità. Una voce citata da poco meno del 45 per cento degli accademici. Seguono “Gli editori sono troppo legati al profitto”, poi “Al pubblico interessa poco la qualità del giornalismo” e “Gli editori non sono convinti che la qualità sia motore di vendita”.

Risvolto molto delicato quest’ultimo, che si lega al quesito su quale sia l'innovazione stimolata dagli editori. La risposta dei professori: si concentrano sulla tecnologia, tra smartphone, tablet, social media e crossmedia, e sugli aspetti economici, in particolare il marketing, le start-up, il modello di business. Non investono, invece, nella qualità del giornalismo, dove si guadagnerebbe in credibilità e fiducia da parte del pubblico. Lo slow journalism viene visto come il prodotto ideale perché fornisce chiavi di interpretazioni attraverso ricerche e analisi di contenuti rilevanti in un contesto orientato al futuro. Se le hard news, oggi abbondanti nei media, rispondono alle domande Chi? Cosa? Dove? Quando? Cosa ne pensi?, il giornalismo di approfondimento si occupa del Come? Perché? Cosa significa? Cosa succede ora? Cosa puoi fare tu?

Cambiano anche i protagonisti. Nel giornalismo “veloce”, abbondante e gratuito, domineranno sempre più gli algoritmi, gli aggregatori di notizie, gli amatori. In quello “lento”, oggi scarso e spesso a pagamento, il lavoro verrà fatto dagli articolisti professionali, che dovranno raccontare la storia di cronaca nella sua completezza, scavando nei dettagli, e preoccuparsi meno di essere i primi a darla (per l’88 per cento degli interpellati).

Quali dunque le doti del reporter del futuro? Saper valutare bene le proprie fonti - è opinione degli accademici -, scoprire temi che abbiano valore di notizia attraverso un lavoro in profondità, essere capace di individuare sullo stesso tema angolature diverse, selezionare le informazioni con criteri di affidabilità, conoscere gli eventi in corso e la loro interpretazione.

I giovani aspiranti redattori dovranno essere in grado di prestarsi al “veloce” come al “lento”. Più adrenalinico il primo, più incisivo il secondo. Questione anche di attitudine personale. In entrambi i casi, basta che di “buon” giornalismo si tratti.

Claudio Lindner
Vicedirettore della Scuola di giornalismo Walter Tobagi

 

Newsletter dell’Associazione Walter Tobagi per la formazione al giornalismo / Università Statale di Milano 
Ordine dei giornalisti della Lombardia

Presidente AWT: Fabio Cavalera Segretario: Lucia Bocchi Tesoriere/Consigliere rappresentante Alg: Rosi Brandi Presidente OgL/Consigliere: Alessandro Galimberti. Consiglieri: Francesco Ordine, Rossella Verga, Gegia Celotti, Roberto Di Sanzo, Ilaria Li Vigni, Francesco Camporese Consigliere rappresentante Cnog: Giorgio Gandola 
Consigliere rappresentante Fieg: Edoardo Zucca Consigliere rappresentante Fnsi: Marina Cosi Consigliere ex allievo Ifg:Carlo Ercole Gariboldi Consigliere ex allieva Ifg: Daniela Stigliano. Revisori dei conti: Maria Ancilla Fumagalli, Carlotta Scozzari, Simone Filippetti Componenti Comitato di indirizzo: Maria Elena Barnabi, Massimo Borgomaneri, Marco Foroni, Rosanna Massarenti, Anna Migliorati, Giancarlo Perego, Marinella Rossi, Gaia Scacciavillani. Direttore della Scuola di giornalismo Walter Tobagi - Università Statale di Milano: Venanzio Postiglione Vice direttore: Claudio Lindner

Gli studenti praticanti del VII° biennio dellla Scuola di giornalismo Walter Tobagi per la formazione al giornalismo: Gioele Anni, Nicola Baroni, Jacopo Bernardini, Valerio Berra, Francesco Caligaris, Giulia Dellagiovanna, Valentina Danesi, Sara Del Dot, Giacomo Detomaso, Simone Disegni, Marta Facchini, Massimo Ferraro, Andrea Fioravanti, Felice Florio, Manuela Gatti, Giulia Giacobini, Mattia Guastafierro, Valentina Iorio, Giovanni Marrucci, Lorenzo Nicolao, Ambra Orengo, Giovanna Pavesi, Daniele Polidoro, Marco Procopio, Giulia Riva, Federico Turrisi, Giulia Virzì, Elena Zunino.