Il giornalismo urlato e manipolato non fa per noi. I giornalisti hanno il dovere di stimolare la ragione, non il rancore - Newsletter n° 9-2019

 
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Newsletter n° 9/2019 - In questo numero

  • Editoriale di Fabio Cavalera

  •  Copyright Ue: così i colossi del web 
    pagherebbero anche gli arretrati
    di Eugenio Gallavotti
  • La verifica delle fonti
    per distinguere tra false e vere notizie

    di Andrea Prandini
 
 
 
 
 

Corso di formazione:
“La parola è un'opera pubblica. Manipolazione linguistica tra diritti soggettivi, interessi diffusi, sovranità popolare 
e costruzione del consenso" 

19 settembre (h. 14,30-17,30.)
sede Anci Lombardia, via Rovello 2, Milano.

Saluti: Nino La Lumia, consigliere dell'Ordine degli avvocati di Milano 
e presidente del Movimento Forense
Relatori: Alessandro Galimberti (presidente Ordine giornalisti Lombardia), Francesca Sorbi (Consiglio nazionale forense), Gianni Clocchiatti (Fondatore di Eticrea e FronteVerso), Diana De Marchi (Consigliera comunale, presidente Commissione diritti civili Comune di Milano), Maria Grazia Monegat (presidente Associazione donne giuriste italiane di MIlano). 
Presidenza e coordinamento lavori: 
Ileana Alesso, avvocato e fondatrice di FronteVerso
Fabio Cavalera (Consigliere Ordine giornalisti Lombardia 
e presidente Associazione Walter Tobagi per la formazione al giornalismo)

 

 
 
 
Copyright-Ue
 

Il giornalismo
urlato e manipolato
non fa per noi.
Abbiamo il dovere
di stimolare la ragione
non il rancore

Cara Collega, caro Collega

La prima volta che in via Solferino incontrai Walter Tobagi avevo 21 anni. Era il maggio 1978. Fu  fra i primi ad accogliermi al Corriere della Sera. Ricordo bene le sue parole: «Il nostro dovere è studiare e capire, solo così possiamo spiegare con onestà e competenza ciò di cui siamo testimoni, restando lontani dalle vanità personali e impermeabili alle suggestioni pericolose e negative del potere politico e del potere economico».

Mi torna spesso in mente quella lezione di semplicità e di professionalità.

Viviamo tempi di disillusione e di rancori forti. Ma non possiamo e non vogliamo indagare qui le loro cause. Mi limito a una constatazione: la disillusione e i rancori prosperano in un quadro di pesante deficit etico a livello sociale. La bussola del buon senso sembra essere stata smarrita. E il giornalismo non è immune a questa deriva, anzi pare esserne parte fino ad amplificarla.

La spettacolarizzazione, la volgarizzazione, la banalizzazione, la mancata attenzione ai problemi reali della vita, la sempre più marcata scelta di privilegiare il superfluo, il gossip e il trash, sono tutti vizi gravi che segnano i mass media italiani. La logica culturale di capire e spiegare, di selezionare e gerarchizzare le notizie, di mettere il lettore nella condizione di riflettere e infine giudicare, la logica della qualità ha lasciato spazio alla logica della quantità, della immediatezza senza riscontro che stimola gli istinti e le emozioni non mediate dal pensiero. Per dirla in modo chiaro: la stampa ha smarrito la sua funzione inseguendo il nuovo business del web. Il risultato è che l’informazione diventa urlata e povera di idee, superficiale, persino manipolata e manipolabile.

I giornalisti si portano sulle spalle il peso di non essersi interrogati in tempo, di essersi inchinati o per convenienza o per scarsa o nulla sensibilità etica e deontologica o per ignoranza,  alla moda perversa della Rete, di non avere imposto il percorso opposto che è quello dei doveri di chi comunica e fa informazione: il dovere di capire, il dovere di spiegare, il dovere di usare il pensiero, il dovere di stimolare nel lettore la ragione e il giudizio, non il rancore.

La battaglia non è definitivamente perduta. La prima strada che abbiamo davanti per recuperare la credibilità smarrita è tornare al senso etico della nostra professione che le parole di Walter Tobagi avevano così bene sintetizzato. Non è facile e non è semplice perché non siamo più abituati a fermarci per riflettere. Ma non abbiamo alternative se vogliamo riscoprire di essere “storici del presente”, come Umberto Eco ci definiva.

Fabio Cavalera
Consigliere Ordine Giornalisti Lombardia
Presidente Associazione Walter Tobagi

Copyright Ue: così i colossi del web
pagherebbero anche gli arretrati

di Eugenio Gallavotti
ex vicedirettore Elle
Docente Iulm

 

 
Copyright-Ue 

Forse l’immagine più efficace è del presidente della Siae, Giulio Rapetti in arte Mogol, uno dei sostenitori più entusiasti della direttiva Ue sul copyright: «Come Siae, incassiamo contributi anche dalle parrocchie. E non vogliamo riscuotere la giusta parcella da chi fa profitti per decine di miliardi?». Naturalmente, Mogol si riferisce alla musica, ma il principio vale per l’intero universo del diritto d’autore, giornalisti compresi.

Sì, pare proprio che il bengodi, per i colossi del web, abbia i mesi contati: entro l’estate del 2021, i Paesi europei dovranno applicare le nuove regole votate a Strasburgo. Che impongono a Google & Co. di pagare per il riutilizzo degli articoli pubblicati sulle loro piattaforme online.

Meglio tardi che mai ci si è accorti che - fin qui - l’Unione europea ha regolato in modo insufficiente il potere di motori di ricerca e social network; che c’era bisogno di una normativa ad hoc per garantire un compenso ai giornalisti spolpati a costo zero su Internet; che l’influenza dei giganti tecnologici compromette la circolazione di informazioni accurate; e che sarebbe anche ora di introdurre un’equa tassazione sui ricavi da record di Zuckerberg e compagni.

Certo, non mancano gli (euro)scettici convinti che nulla cambierà. Non mancano i “benaltristi”: «Invece di pagare i giornalisti, era meglio farsi consegnare le banche dati»; o i decisamente contrari: «Così muore la democrazia digitale». La stessa, per intenderci, che ha depredato una professione, prosciugato le redazioni, ridotto al lumicino le concessionarie di pubblicità, riempito con troppa facilità i nostri smartphone, e quelli dei nostri figli, di fake news, truffatori e pornovendette. È un fatto che l’Unione ha saputo riaccendere una luce su un comparto industriale senza orizzonti, fiaccato, anzi vampirizzato dalla Rete.

E un curioso contrappasso colpisce gli editori. Sono stati loro, negli ultimi quindici anni, a favorire la crescita dei cosiddetti “over the top” tollerando/incoraggiando la pubblicazione gratuita degli articoli giornalistici sui vari siti, non comprendendo che Larry Page o Steve Chen, venditori di profili personali e di spazi adv, alla fine sarebbero diventati i loro concorrenti più irriducibili, anzi i nuovi editori del pianeta, una volta sostituite le edicole con lo scroll dei telefonini. Oggi che la stalla è chiusa, dopo che i buoi sono scappati, ecco per esempio la Fieg schierata messianicamente con la Ue…

Perché le aspettative dei publisher sono evidenti: si parla esplicitamente di “remunerazione per lo sfruttamento di contenuti caricati dagli utenti, per garantire la sostenibilità del settore dell’editoria giornalistica” e si prevede “l’introduzione di un nuovo diritto mirante a facilitare la concessione di licenze online per le pubblicazioni e per il recupero dell’investimento”.

Questo per gli editori. Ma i giornalisti? La direttiva 2019/790 votata dal Parlamento europeo è chiara: “La protezione accordata agli editori non pregiudica i diritti degli autori...”.

Ma in che modo Google e Facebook retribuiranno i giornalisti? Ogni Stato della Ue, in autonomia, sarà chiamato a definire gli strumenti più adeguati. In Italia, si può ipotizzare la creazione di un organismo istituzionale simile alla Siae di Mogol. Con la possibilità di vedersi riconosciuti anche gli arretrati. La normativa, è vero, “non incide retroattivamente su alcun atto compiuto prima della data di recepimento”, ma nulla impedisce di stabilire che anche un vecchio articolo possa essere remunerato, se fruito dopo l’entrata in vigore della legge nazionale.

Se ne parlerà il 4 luglio a Roma, alla Camera dei deputati, tra i rappresentanti dei giornalisti e del governo, nell’ultimo incontro previsto dagli Stati generali dell’informazione e dell’editoria?   

 

La verifica delle fonti
per distinguere tra false e vere notizie

di Andrea Prandini
Master in giornalismo Walter Tobagi - XIII° biennio

 
 

«Il giornale è la preghiera mattutina dell’uomo moderno» diceva Hegel quando in prima pagina si leggeva di Napoleone auto-elettosi imperatore dei francesi. Se si voleva essere informati di quanto succedeva nel mondo, non ci si poteva che affidare alla carta stampata. Radio, cinegiornali e televisione non hanno cambiato il principio di fondo: qualcosa è accaduto davvero solo se lo hanno detto i giornalisti. Ne sa qualcosa Forlì, incolpevole città prediletta da Mussolini, che per il resto d’Italia ha cessato di esistere nel dopoguerra. Punita con la conventio ad tacendum, non è comparsa per decenni nelle cronache nazionali. Per quasi due secoli stampa e derivati sono stati gli unici a plasmare la visione della realtà.

Tutto questo fino al 1991. In quell’anno il mondo cambia per sempre e non per il crollo della culla del socialismo reale. Al Cern di Ginevra nasce il primo sito web. Da quel momento i giornalisti perdono la loro esclusiva. Tutti possono diffondere notizie, tutti possono comunicare con chiunque, il pianeta è il loro palcoscenico. I sognatori cantano l’utopia di internet come fucina di conoscenza e cultura alla portata di chiunque, auspicano un mondo illuminato dal sapere digitale.

Il sogno ben presto finisce. La Rete è un mezzo di comunicazione estremamente potente, ma “stupido”. Non ha filtri, non ha misura, qualsiasi informazione è sparata all’istante in ogni angolo del globo, sia essa importante o futile, di pubblico interesse o privata, vera o falsa. Per via digitale si sono diffuse menzogne sui vaccini che hanno fatto tornare pesti dimenticate, gruppi estremi conducono campagne di odio, singoli individui vengono schiacciati da notizie false o video compromettenti. Non si possono però dimenticare gli enormi lati positivi del web: la diffusione universale del sapere è un fatto reale, informarsi non è mai stato così facile ed economico e anche i soggetti più deboli possono avere una voce senza affidarsi ad altri. Serve solo un filtro per distinguere grano e loglio, oggi mescolati. Chi può svolgere questo compito? Il giornalista.

Il ruolo di gatekeeper che decide quali evento può diventare notizia e quale no è ormai svanito. Ma se il cancello è stato divelto dall’irresistibile onda di Internet, il guardiano/giornalista c’è ancora. Oggi il suo compito è più importante che mai. Deve diventare colui a cui il pubblico si rivolge per evitare l’indigestione davanti al banchetto di informazioni che gli sono giornalmente sottoposte. Per riuscire ad assumere e mantenere questo ruolo, l’unico che lo può portare a sopravvivere, gli è richiesta la perfezione. Il pubblico non perdona più errori, dimenticanze, imprecisioni. L’informazione giornalistica, per distinguersi da quella non professionale, deve essere precisa, puntuale, utile e ben trasmessa. È un ruolo forse più difficile che in passato, più sottoposto al costante giudizio dell’utente, ma proprio per questo più esaltante e soddisfacente che mai.

 

Newsletter dell’Associazione Walter Tobagi per la formazione al giornalismo 
Università Statale di Milano - 
Ordine dei giornalisti della Lombardia

Presidente AWT: Fabio Cavalera Segretario: Lucia Bocchi, Tesoriere/Consigliere rappresentante Alg: Rosi Brandi Presidente OgL/Consigliere: Alessandro Galimberti. Consiglieri: Francesco Ordine, Rossella Verga, Gegia Celotti, Roberto Di Sanzo, Ilaria Li Vigni, Francesco Caroprese, Consigliere rappresentante Cnog: Giorgio Gandola, Consigliere rappresentante Fieg: Edoardo Zucca Consigliere rappresentante Fnsi: Marina Cosi Consigliere ex allievo Ifg:Carlo Ercole Gariboldi Consigliere ex allieva Ifg: Daniela Stigliano. Revisori dei conti: Maria Ancilla Fumagalli, Carlotta Scozzari, Simone Filippetti Componenti Comitato di indirizzo: Maria Elena Barnabi, Massimo Borgomaneri, Marco Foroni, Rosanna Massarenti, Anna Migliorati, Giancarlo Perego, Marinella Rossi, Gaia Scacciavillani. Direttore della Scuola di giornalismo Walter Tobagi - Università Statale di Milano: Venanzio Postiglione Vice direttore: Claudio Lindner

Gli studenti del Master in giornalismo Walter Tobagi di Milano: Alberto Mapelli, Andrea Ciociola, Andrea Galliano, Andrea Prandini, Bernardo Cianfrocca, Caterina Zita, Edoardo Re, Elisa Cornegliani, Emanuela Colaci, Fabrizio Papitto, Federico Baccini, Gaia Terzulli, Giacomo Cadeddu, Giacomo Salvini, Giada Giorgi, Giorgia Fenaroli, Giulia Giaume, Luca Covino, Lucio Palmisano, Marco Bottiglieri, Marco Capponi, Marco Rizza, Marco Vassallo, Maria Laura Iazzetti, Maria Vittoria Zaglio, Martina Piumatti, Riccardo Congiu, Riccardo Lichene, Roberta Giuili, Valeria Sforzini.