Nativi digitali con la passione antica del giornalismo. Il 22 ottobre riparte il Master della Tobagi

 
 
 

Carcere: 
realtà, diritti, disinformazione

Mercoledì 10 ottobre 2018

Università Statale (h. 14,30-17,30) Sala Napoleonica. Via S. Antonio 12 - Milano

Relatori: Alessandro Galimberti, Fabio Basile, Francesco Maisto, Angela Della Bella, Mauro Palma. Modera Marinella Rossi.

5 crediti formativi

I numeri del calcio e fair play finanziario 2.0

Mercoledì 17 ottobre 2018

Università Iulm (h. 10-13) Edificio 4, aula 402 (piano terra) V. C. Bo, 4  Milano

Relatori: Fabio Cavalera, Franco Ordine, Roberto Fabbricini, Michele Uva, Antonio Talarico, Nicolò Donna, Giovanni Capuano. Modera Anna Migliorati.

3 crediti formativi

 

 

 

 
 
 

Nativi digitali 
con la passione antica del giornalismo: 
il 22 ottobre riparte il Master della Tobagi

 

Detto senza retorica: è come il primo giorno di scuola. Un po’ di ansia, gli ultimi preparativi, una grande fiducia. Lunedì 22 ottobre comincia il nuovo biennio della “Walter Tobagi”. La nostra gioia, il nostro orgoglio. Quando l’abbiamo fondata, nel 2006, pensavamo fosse importante. Oggi ci appare indispensabile. Per la prima volta nella storia non ci chiediamo come migliorare il mestiere ma (addirittura) se il mestiere ha un futuro. E quale futuro. Potremmo parlarci addosso in una decina di convegni: ma ha più senso, forse, puntare sui ragazzi. Trasmettere quello che riusciremo a trasmettere. Ascoltarli. Osservarli. Costruire un po’ di avvenire, se possibile, con loro e accanto a loro.

La scuola di giornalismo “Tobagi” è tra le migliori d’Italia. Ha ragazzi che arrivano da quasi tutte le regioni, anche stavolta: nasce una vera redazione, forse una piccola comunità. Trenta giovani che, allo stesso tempo, sono nativi digitali e hanno una passione antica. Quella di cercare le notizie, di studiare prima di scrivere, di conoscere la deontologia, di mettere in discussione i luoghi comuni, di rispettare le persone, di conquistare i  lettori. In una stagione così difficile, la scuola diventa un argine, una diga, di fronte al diluvio di informazioni false o quasi false e diventa anche un laboratorio per sperimentare le nuove frontiere del giornalismo. Difficile, certo. Preservare le regole e navigare nel futuro, allo stesso tempo: chiediamo molto, ai ragazzi, anche perché sappiamo che avranno meno chance della nostra generazione. Ma già la scelta del nome, Walter Tobagi, è una bussola per tornare alla sostanza: raccontare i fatti. Sempre. Comunque. Perché la crisi del giornalismo non nasce soltanto da Internet e dai social che tutto sanno ma nulla sanno: nasce dai nostri limiti e dalle nostre contraddizioni.

La scuola è nata e vive all’interno dell’Università Statale, ateneo pubblico e editore ideale. Mai una richiesta, mai un ostacolo. Il marchio storico dell’Ifg, che ha formato centinaia di colleghi, è una spinta e anche una bella responsabilità. Il sostegno, l’aiuto, la presenza costante e preziosa dell’Associazione Walter Tobagi e dell’Ordine lombardo sono ormai un patrimonio riconosciuto. Dalla gestione comune alle idee, dalle borse di studio alle “lezioni” dei giornalisti: si lavora assieme. Anche qui senza ingerenze e senza pressioni: l’unico obiettivo è il bene dei ragazzi. La crescita professionale. E poi il loro futuro nei media. Sembrerà incredibile, ma non passa settimana senza che un giornale, un sito, una tivù ci chiedano il profilo di un ragazzo della nostra scuola: “Abbiamo capito che sono bravi”. Che soddisfazione. Sappiamo cosa fanno tutti i giovani usciti dalla Tobagi, continuiamo a seguirli. Possiamo essere contenti.

Con un lavoro continuo, ora per ora, con un impegno più pratico che teorico, la scuola “produce” un quotidiano onilne, un quindicinale cartaceo, telegiornali e radiogiornali, video e web reportage, mobile journalism, presenza sui social, decine di inchieste, interviste, approfondimenti, incontri pubblici. Un’attività costante per capire cosa è vero e cosa è falso, quali sono le fonti credibili, come si cattura l’attenzione. Sia velocità che serietà: altrimenti sono capaci tutti. Ora che ogni cosa appare informazione, è il momento del vero giornalismo. In bocca al lupo ai ragazzi, si ricomincia.

Venanzio Postiglione
Direttore giornalista della Scuola “Walter Tobagi”

 
 

Carcere e sistemi alternativi:
storie umane, spazi negati e leggi virtuali

 

Di cosa parliamo quando parliamo di pena. Ci aiutino l’etimologia e il greco. E’ la poinè, con il suo doppio binario semantico: il prezzo da pagare per un delitto, e il riscatto ottenuto dal pagamento di quel prezzo. Castigo e premio. Punizione e riabilitazione. E di cosa parliamo quando parliamo di “certezza della pena”, scansando l’ambiguità a cavallo tra semplificazioni e interpretazioni soggettive (labili nella loro portata ma indistruttibili nella catena del passaparola comunicativo). Parlando di certezza della pena dovremmo dire (art.25 comma 2, Costituzione) della pena fissata dalla legge prima del fatto commesso, e scontata secondo i termini e le condizioni che la legge prevede. Niente di eversivo, sempre non si voglia ritenere eversiva la Costituzione. Eppure l’equivoco nasce dall’opinione sottesa,per cui istituti previsti dalla legge – misure alternative al carcere, pene alternative alla detenzione – minino la certezza della pena, siano un regalo indebito al criminale; quando sono, essi stessi, pena che, dopo una sentenza definitiva e non più impugnabile, dovrebbe orientarsi a un ricollocamento dell’uomo nella società,sempre fatto salvo il diritto dei cittadini alla sicurezza.

In tempi così confusi sotto il profilo normativo e politico, sottoposti alla pressione di forze contraddittorie o contrapposte, esigenze di sicurezza presunte e fragilità sociali concrete, il giornalista indossa il fardello di un’informazione ad alto rischio sul carcere, e su chi a vario titolo è privato della libertà, condizionando ineluttabilmente l’opinione pubblica, solo con una svista, uno scivolamento su un termine, un’approssimazione errata rispetto agli istituti (complessi) stabiliti dall’ordinamento penale e penitenziario.

Il linguaggio “del” e “sul” carcere: di questo vorremmo parlare, con l’aiuto di docenti universitari, di magistrati e del garante nazionale delle persone detenute. Una legge di riforma penitenziaria, la 103/2017, era stata licenziata dopo faticosa gestazione nel tentativo di uniformarsi alle indicazioni giunte da svariate sentenze di condanna da parte dell’Europa,che ordinava all’Italia di rimodellare l’intero sistema sanzionatorio penale secondo principi di umanità della pena. Ma la legge, pronta al varo, il 2 agosto ha subito la drastica revisione del nuovo Consiglio dei ministri, formatosi dopo le elezioni del 4 marzo. Questa riscrittura cancella le misure che facilitavano l’accesso a sistemi alternativi alla detenzione e che eliminavano gli automatismi (come quelli previsti dai cosiddetti reati ostativi), preclusivi alla concessione di forme attenuate di pena e di riabilitazione e reinserimento nel tessuto sociale. Sintesi brutale: la revisione punta a mediare tra il miglioramento della qualità della vita nelle carceri e la certezza della pena – con tutti gli scivolamenti percettivi e soggettivi sul tema, che siano del politico, della collettività, del giornalista.

E al giornalista non resta che raccontare, al meglio. Nel 1948, Piero Calamandrei, chiedendo al Ministro di Grazia e Giustizia Grassi una commissione d’inchiesta che conducesse visite non annunciate: “Bisogna vederle, le carceri, bisogna esserci stati per rendersene conto. Vedere! Questo è il punto essenziale”. Per ora a ben vedere, dopo la censura dell’Italia in sede europea con la sentenza Torregiani sulla restrizione fisica degli spazi di detenzione, equiparabile a forme di tortura o trattamenti degradanti, è ripartita la lenta crescita della popolazione carceraria verso un nuovo sovraffollamento (su 191 istituti penitenziari con capienza di 50.619 posti, a fine aprile 2018 si era già a 58.285 detenuti). Potrebbe così suonare beffardo il parametro virtuale,stabilito da una circolare ministeriale del 1988, per cui a un detenuto spetterebbero nove metri quadrati, se è solo, più cinque altri per ogni ulteriore compagno di cella. Ma la certezza – che nulla ha a che vedere con la certezza della pena essendo questa semmai una pena aggiuntiva – è che ogni detenuto dispone, al massimo, di tre metri. C’è giustizia, nell’esecuzione di una condanna giusta, in tre metri di visuale e di respiro? Facile ma irresistibile rispondere con Dostoevskji: “Non conoscono pietà, conoscono solo la giustizia: per questo sono ingiusti”. Lasciando allora amministrare ed eseguire giustizia a chi ne ha l’onere, noi possiamo e dobbiamo trovare, nella professionalità e nella pietas, il sentiero giusto di un racconto vero e profondo, che mai dimentica la vittima di un reato, né identifica l’uomo con il suo crimine.

Marinella Rossi

 
 

Lo sport e i numeri del calcio: 
campioni osannati, 
club falliti, riforme rinviate

 

Lo scorso 16 settembre il Financial Times ha dedicato allo sbarco di Cristiano Ronaldo sul pianeta Juventus un’intera pagina di approfondimento. Un fiume di 2.359 parole, tabelle, grafici senza mai citare il nome dell’allenatore Massimiliano Allegri. Mai. Un vezzo del più importante quotidiano economico d’Europa? No. Un’esigenza. “E’ stata la prima volta che la parte commerciale e quella sportiva del club hanno valutato insieme costi e benefici di un’operazione di mercato”, ha spiegato Andrea Agnelli, presidente e proprietario della Juventus. Il colpo del secolo (brevissimo) è stato un colpo di mercato solo per le discussioni da tifosi, non per gli addetti ai lavori. Un presa di coscienza che ha confermato, se ce ne fosse bisogno, come lo sport e il calcio del terzo millennio abbiano aggiunto a quelli tradizionali anche un piano di lettura e interpretazione finanziario ed economico cui nessun progetto editoriale si può sottrarre. Ronaldo con i suoi 328 milioni di followers e i suoi numeri da multinazionale dell’entertaiment è stata la punta dell’iceberg. Sotto ci sono gli anni dei travagliati passaggi di società di Inter e Milan, le vicende della Roma americana e del progetto per lo stadio, le due versioni del Fair Play Finanziario e l’affannoso inseguimento alla stabilità del calcio italiano tra fideiussioni, crisi, club falliti e riforme sempre rinviate.

Il terreno per raccontare oggi lo sport e il calcio è anche questo. Non deve sorprendere, dunque, che la fotografia del pallone italiano sia in profondo rosso dal punto di vista tecnico, uscendo dall’estate peggiore degli ultimi sessanta anni di storia, ma paradossalmente positiva da quello contabile. L’ultimo Report Figc (stagione 2016-2017) conteggiava in 3,35 miliardi di euro il giro d’affari complessivo del calcio italiano con perdite ridotte di due terzi (156 milioni) in due anni. I numeri non sono tutto, ma spesso qualcosa dicono e, soprattutto, chiedono di essere letti e interpretati.

Alla vigilia della scadenza del suo mandato (22 ottobre le elezioni), il 17 ottobre allo Iulm dalle 10 alle 13 in un evento che è di formazione professionale, la Figc del commissario straordinario Fabbricini presenta il suo bilancio e prova a ragionare intorno alle due facce del momento del nostro sistema. Quella sportiva, che attende con ansia riforme e progetti per tornare competitiva, e quella economica. Due piani ormai intrecciati in cui è impossibile raccontare e giudicare l’uno senza la conoscenza dell’altro.

Giovanni Capuano

 
 
 
 

Newsletter dell’Associazione Walter Tobagi per la formazione al giornalismo / Università Statale di Milano 
Ordine dei giornalisti della Lombardia

Presidente AWT: Fabio Cavalera Segretario: Lucia Bocchi Tesoriere/Consigliere rappresentante Alg: Rosi Brandi Presidente OgL/Consigliere: Alessandro Galimberti. Consiglieri: Francesco Ordine, Rossella Verga, Gegia Celotti, Roberto Di Sanzo, Ilaria Li Vigni, Francesco Camporese Consigliere rappresentante Cnog: Giorgio Gandola 
Consigliere rappresentante Fieg: Edoardo Zucca Consigliere rappresentante Fnsi: Marina Cosi Consigliere ex allievo Ifg:Carlo Ercole Gariboldi Consigliere ex allieva Ifg: Daniela Stigliano. Revisori dei conti: Maria Ancilla Fumagalli, Carlotta Scozzari, Simone Filippetti Componenti Comitato di indirizzo: Maria Elena Barnabi, Massimo Borgomaneri, Marco Foroni, Rosanna Massarenti, Anna Migliorati, Giancarlo Perego, Marinella Rossi, Gaia Scacciavillani. Direttore della Scuola di giornalismo Walter Tobagi - Università Statale di Milano: Venanzio Postiglione Vice direttore: Claudio Lindner