Non perdiamoci di vista - Newsletter n°1/2018

Ordine dei giornalisti della Lombardia
 
 
 
 
 
 

Newsletter n°1/2018 - In questo numero:

  • Editoriale
    di Fabio Cavalera
  • Privacy e fake news, Zuckerberg non convince
    di Anna Migliorati
  • Tutti contro Facebook, ma non si può più vivere senza
    di Mattia Guastafierro
 
 
 
 
 
 
 
 
Non perdiamoci di vista
 
 
 
 

I 30 studenti del Master Walter Tobagi  per la formazione al giornalismo di Milano

 
 
 
 

Care colleghe, cari colleghi,

Lo sapevate? l’Associazione Walter Tobagi collabora per conto dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia con l’Università Statale nella organizzazione del master di giornalismo, la nostra vecchia Scuola da cui molti di voi sono usciti. Fra i suoi compiti vi è anche l’ideazione e la promozione di corsi di aggiornamento professionale. Troppo spesso le attività istituzionali dell’Ordine restano estranee agli interessi della stragrande maggioranza di tutti noi. Le avvertiamo quasi con noia, se non con fastidio. Non vi sono partecipazione emotiva e coinvolgimento. Ed è in parte comprensibile. Ma è un errore, specie in un periodo di pesanti crisi aziendali, di incontrollate prepotenze pubblicitarie mascherate da giornalismo, di cattiva o falsa informazione, di ricatti e di conflitti redazionali, di direzioni deboli, di ambiguità e paure, di sbandamenti narcisistici, nostri difetti che sono sintomi di povertà etica e culturale. Sono facce della stessa medaglia: l’attuale debolezza del giornalismo italiano.

Ora proviamo a riannodare il discorso della solidarietà e ad aprire una breccia nella cortina di nebbia che si è creata nel tempo. La responsabilità è di chi fra noi, obbedendo a vecchie e perdenti logiche, ha trasformato un servizio a favore dei colleghi nel rituale sciocco di una poltroncina da riscaldare e conservare o in un misero show di vanità personali. Con questa nuova newsletter indirizzata ai 24 mila iscritti lombardi, in accordo con il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Alessandro Galimberti e il Consiglio unanime, ci poniamo tre obiettivi:

1) Dare ai giovani colleghi che frequentano il biennio la possibilità di esprimersi liberamente sulle tematiche del momento, sulle esperienze che vivono e i progetti che hanno, sulle riflessioni relative al futuro della professione. Ma non solo a loro, anche ai free lance, ai praticanti, ai professionisti e ai pubblicisti che osservano e subiscono i cambiamenti nell’universo editoriale e desiderano impegnarsi con l’Associazione e con l’Ordine contro le derive “markettare”, contro le violazioni delle leggi che regolamentano la professione (i casi di Condè Nast e di Hearst sono il simbolo ultimo degli attacchi al lavoro e del giornalismo bullizzato dalle logiche dei maghi del marketing)

2) Organizzare eventi di alto profilo - nel solco e in piena coerenza con l’attività di formazione continua promossa dall’Ordine lombardo che assegnino crediti e diano risposte soddisfacenti alla domanda di aggiornamento. Il 28 maggio, l’anniversario dell’omicidio di Walter Tobagi (non un data casuale), cominceremo con il corso deontologico sulle fake news nell’aula magna della Statale (ha registrato il tutto esaurito ma contiamo di replicare). Il 12 giugno abbiamo in calendario un secondo appuntamento sempre deontologico e ancora all’università Statale sulla nuova legge delle intercettazioni telefoniche (è già in piattaforma Sigef)

3) Rendere conto, infine, della attività che l’Associazione Walter Tobagi svolge in accordo con l’Ordine Lombardo e delle iniziative in cantiere. Ecco allora, nel primo numero della newsletter, l’articolo di Mattia Guastafierro, del settimo biennio del master della Statale. Mattia ci porta la sua fresca testimonianza e quella degli altri 29 colleghi della scuola sul caso Facebook. Poi l’intervento di Anna Migliorati, caporedattrice di Radio24, ideatrice e moderatrice del corso del 28 maggio sulla disinformazione, autrice della pubblicazione “Fake news burla o complotto? Ecco perché la rete fa paura a molti”.

E’ solo l’inizio e speriamo possa essere apprezzato. C’è tanto da fare per conquistare la fiducia. E ci tentiamo. Contiamo sui vostri consigli e sulle vostre proposte anche controcorrente (basta scrivere all’indirizzo di posta awt@odg.mi.it). Cominciamo ad aprire le porte poi vedremo.

 
 
 
 

Grazie per l'attenzione

Fabio Cavalera

Consigliere Ordine Giornalisti Lombardia
Presidente Associazione Walter Tobagi

per la formazione al giornalismo

 
 
 
 
 
 
 
 
Privacy e fake news, Zuckerberg non convince
di Anna Migliorati 
Caporedattore Radio 24 - Comitato di indirizzo Master WT
 
 
 
 
 

Le parole 
del fondatore di Facebook 
Mark Zuckerberg 
al Congresso americano 
(in foto) hanno lasciato 
più domande 
che risposte

“Io sto guidando, io sono responsabile”, ha ammesso, “è chiaro che non abbiamo fatto abbastanza per impedire che venisse usato in modo dannoso. E mi riferisco a fake news, interferenza estera nelle elezioni, istigazione all'odio, e privacy dei dati". Zuckerberg ora invoca regole e si dice pronto a fare il poliziotto. Ma il danno è fatto e lui stesso non sa come ripararlo.

La verità è che le fake news non sono certo una sua invenzione, né lo sono dei social network. Sono vecchie quanto il mondo, da sempre al servizio di politica, movimenti d’odio o anche solo di pettegolezzi di paese, diffuse più o meno ad arte. Anche la stampa ha fatto il suo nella storia del giornalismo, foss’anche solo per locandine un po’ strillate per vendere più copie o foto di piazze che piene non erano. Bugie innocue? Al tempo dei social network, non più. Qui sta il punto. Perché a regolarne la diffusione non sono più solo fattori umani, ma algoritmi che diventano o incontrollabili e imprevedibili o un’arma potentissima in mano a chi sa usarli. Tanto che anche i media tradizionali faticano nella confusione in rete a distinguere il vero dal falso. Per questo se da una parte è vero che servono regole, dall’altra sono difficili da creare. Non si può pensare alla censura dei poliziotti di Zuckerberg, ma neppure a creare norme che rischiano di sbriciolarsi alla nascita della prossima app.

Negli Stati Uniti il dibattito è aperto. In Francia il presidente Macron ha promesso una legge contro le fake news entro l’estate, dopo esserne stato vittima lui stesso in campagna elettorale. L’Europa ha messo al lavoro una commissione di esperti per monitorare le fake news circolate non solo sui blog ma anche su siti editoriali e ha presentato linee guida da sottoporre ai 28. Tutti tentativi che per ora sembrano avere un denominatore comune: sistemi vecchi per arginare un fenomeno in continua trasformazione e che, viaggiando on line tra un Paese e l’altro e tra un continente e l’altro a cavallo dei nostri smartphone rischia di essere inafferrabile.

L’unica arma utile ad ora sembrano essere le multe che colpiscono nel portafoglio. 
La chiave starebbe, forse, più nell’educazione digitale, nella riconquista di credibilità della figura di un giornalista che sappia e voglia distinguere il vero dal falso anche a scapito di qualche copia in meno venduta, in una coscienza collettiva. Ma queste sono risposte che non potranno arrivare da nessuno Zuckerberg.

 
 
 
 
 
 
 
 
Tutti contro Facebook
ma non si può più vivere senza
di Mattia Guastafierro 
giornalista praticante VII° biennio Master WT
 
 
 
 
 

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica 
Facebook è nel caos. 
Per i “tobagisti” 
«i social vanno regolamentati». 
La soluzione? 
«Una web tax», ma il giornalismo 
non può più farne a meno

Facebook sì o Facebook no? Autorità nazionali, opinionisti, singoli cittadini, tutti si fanno la stessa domanda. Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica conviene affidare al social di Mark Zuckerberg le nostre vite digitali? Se lo sono chiesti anche i giovani giornalisti della scuola “Walter Tobagi”. Tra garantisti e giustizialisti tecnologici, i “tobagisti” concordano su una cosa: il mondo dei social media va regolamentato. Ma non è più possibile tornare a un’era pre-Facebook.

Il caso Cambridge Analytica ha eroso la reputazione del social più popolare del mondo. Le rivelazioni di Christopher Wilye, l’ex data analyst della società di micro-targeting comportamentale, hanno svelato quello che già alcuni sospettavano: Facebook non ha protetto i nostri dati. La piattaforma avrebbe consentito alla società di consulenza britannica di accedere alle informazioni personali di 87 milioni di utenti: like, commenti, foto, conversazioni. Una mole gigantesca di dati grezzi che Cambridge Analytica ha analizzato e profilato, ricavandone la pozione magica per decifrare l’umore politico degli utenti, poi rivenduta a terzi. Il whistleblower Wilye ha confidato al New York Times e al Guardian che i risultati elaborati dalla società sarebbero stati usati nella campagna per la Brexit e per la corsa alla Casa Bianca di Donald Trump. Cosa che ha inevitabilmente alzato un polverone. Che Facebook mettesse a disposizione delle aziende i nostri dati (che cediamo con il nostro consenso) per ricerche di mercato, era noto. Ma che questi potessero servire per propagandare messaggi politici, no. Un punto delicato se si pensa che nella piazza del social di Menlo Park vivono più di 2 miliardi di persone.

Così, se all’alba della loro comparsa eravamo convinti che i social network fossero uno strumento al servizio della democrazia, adesso la preoccupazione è che possano diventare una minaccia. Anche alla scuola di giornalismo “Walter Tobagi” se ne è discusso. Al di là delle violazioni della privacy, le contraddizioni sono tante: il monopolio tecnologico delle big tech, le tasse dichiarate nei Paesi fiscalmente più soft, la circolazione di fake news e il ruolo di editori che Facebook e Google non possono più nascondere, accettandone oneri e onori. «Bisogna però ricordare che la profilazione degli utenti si è sempre fatta», dice Andrea, uno dei “tobagisti” più garantisti. «Non dimentichiamo che Barack Obama si servì dei big data per vincere le elezioni del 2012. Tanto che il Washington Post nel giugno del 2013 lo definì: "The big data president". La differenza è che il team di Obama si limitava a capire come l’elettorato avesse votato in passato, mentre Cambridge Analityca ha condotto una profilazione psicologica per intuire come avrebbe reagito a un particolare tema». Anche Andrea è però convinto che al mondo dei social vadano messi dei paletti. La soluzione? «Una web tax europea, come vuole il commissario Ue per la concorrenza Margrethe Vestager», spiega, d’accordo con i suoi colleghi.

Tassare i colossi della tecnologia per limitarne gli sfrenati profitti sembra al momento l’unica strada. Anche perché tornare a una fase pre-social sarebbe impensabile. Almeno per quanto riguarda i giornalisti. L’informazione oggi viaggia veloce sulle piattaforme. Secondo Audiweb, gli utenti che accedono ai contenuti via mobile e attraverso le piazze del web sono una grossa fetta dell’audience dei quotidiani online. E gli stessi giornalisti hanno tratto benefici dalle reti digitali: «Oggi puoi trovare una notizia sul web, capire i trending topic su Twitter e intervistare le persone via Facebook. Il giornalista non ha quasi più bisogno di consumare le suole», dice Lorenzo, “tobagista” esperto di social media. Piaccia o meno, la tendenza è irreversibile. La stessa Milena Gabanelli, volto storico del giornalismo d’inchiesta televisivo, come ha raccontato agli studenti del Master, ha lasciato la tv per provare a intercettare il pubblico di Facebook. La sfida del giornalismo, nella sua stagione di crisi, è questa: portare l’informazione di qualità in un universo caotico e indifferenziato, ma oggi egemone. L’esperimento sta avendo successo: i video della sua rubrica Dataroom, fatti a misura dell’utente Facebook, sono “assaggi” rigorosi di buon giornalismo che servono da stimolo per “assaporare” l’inchiesta completa sul sito del Corriere della Sera.

Difficile dire quanto il datagate peserà sul futuro della società californiana. Ma nell’emeroteca della “Walter Tobagi” tutti - chi più, chi meno - sono convinti che la strada sia ormai segnata, almeno per quanto riguarda il mondo dell’informazione: il giornalismo non può prescindere dai social, ma questi devono riconoscere responsabilità editoriali e doveri morali. Potrebbe essere l’inizio della ripresa dei giornali.

 
 
 
 
 
 
 
 

Newsletter dell’Associazione Walter Tobagi per la formazione al giornalismo / Università Statale di Milano 
Ordine dei giornalisti della Lombardia

Presidente AWT: Fabio Cavalera Segretario: Lucia Bocchi Tesoriere/Consigliere rappresentante Alg: Rosi Brandi Presidente OgL/Consigliere: Alessandro Galimberti. Consiglieri: Francesco Ordine, Rossella Verga, Gegia Celotti, Roberto Di Sanzo, Ilaria Li Vigni, Francesco Camporese Consigliere rappresentante Cnog: Giorgio Gandola 
Consigliere rappresentante Fieg: Edoardo Zucca Consigliere rappresentante Fnsi: Marina Cosi Consigliere ex allievo Ifg:Carlo Ercole Gariboldi Consigliere ex allieva Ifg: Daniela Stigliano. Revisori dei conti: Maria Ancilla Fumagalli, Carlotta Scozzari, Simone Filippetti Componenti Comitato di indirizzo: Maria Elena Barnabi, Massimo Borgomaneri, Marco Foroni, Rosanna Massarenti, Anna Migliorati, Giancarlo Perego, Marinella Rossi, Gaia Scacciavillani. Direttore giornalista testate Awt: Venanzio Postiglione Vice direttore: Claudio Lindner

Gli studenti praticanti del VII° biennio del Master Walter Tobagi per la formazione al giornalismo: Gioele Anni, Nicola Baroni, Jacopo Bernardini, Valerio Berra, Francesco Caligaris, Giulia Dellagiovanna, Valentina Danesi, Sara Del Dot, Giacomo Detomaso, Simone Disegni, Marta Facchini, Massimo Ferraro, Andrea Fioravanti, Felice Florio, Manuela Gatti, Giulia Giacobini, Mattia Guastafierro, Valentina Iorio, Giovanni Marrucci, Lorenzo Nicolao, Ambra Orengo, Giovanna Pavesi, Daniele Polidoro, Marco Procopio, Giulia Riva, Federico Turrisi, Giulia Virzì, Elena Zunino.

 
 
 
 
 
 

 

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