Riforma dell’Ordine e nuovi media valgono un titolo da prima pagina in cronaca - Newsletter n° 11-2019

 
 
 
 

Una riforma dell’Ordine che dia prospettive
ai giovani giornalisti
e ai nuovi media

di Fabio Cavalera
Consigliere Ordine della Lombardia
Presidente Associazione Walter Tobagi


Cara collega, c
aro collega
l’Ordine professionale così com’è ha poco senso ed è ora di dire chiaro che occorre una riforma semplice ma profonda. La legge del 1963 è datata e superata nei fatti.

Qualcuno sostiene addirittura che il nostro Ordine vada abolito del tutto. Dibattito aperto. I partigiani del colpo di spugna invocano l’esempio degli altri Paesi dove non esiste un’istituzione simile alla nostra e dove diverse sono le regole di accesso al giornalismo. Al contrario i partigiani dello status quo si arroccano sulla linea della conservazione.

Non mi interessa dire qui sì o no all’abolizione. Semmai voglio sottolineare che ogni Paese ha storia e tradizioni non esportabili e che comunque, ovunque ci si volti nel mondo occidentale, esistono organismi di autogoverno che vigilano sul corretto esercizio del diritto di cronaca e sul parallelo dovere (spesso dimenticato) che ci impone il rispetto della verità sostanziale e l’uso del linguaggio pertinente.

Non so se in Italia, con una politica (di ogni parte) così maldisposta e prepotente nei confronti del giornalismo, la via corretta sia quella di sposare semplicemente la causa abolizionista che rischia di aprire le porte a scenari preoccupanti. Anche se ammetto che a volte le nostre derive rischiano di giustificare le posizioni più estreme e di fare deragliare la discussione.

So però che così la situazione non regge più. Serve una nuova legge che consenta la formazione di professionisti preparati e seri, che dia opportunità e prospettive ai giovani, che si apra ai nuovi media, che premi l’etica del linguaggio di testimonianza (il nostro linguaggio) e che dia la possibilità di sanzionare severamente chi trasforma il giornalismo in un esercizio di volgarità, di insulti, di diffamazioni e di pubblicità occulta (in realtà spesso non tanto occulta). E’ tempo di passare dalle vuote parole a qualcosa di efficace e concreto. Tacere non serve. Altrimenti ne va della nostra credibilità.

 

social

Terzo settore, welfare
e cronaca quotidiana
il volto buono
delle notizie

di Rossella Verga
Consigliere Ordine giornalisti Lombardia
Membro del Consiglio direttivo Master in giornalismo Walter Tobagi

Cara collega, caro collego,
Da anni si parla di crisi del giornalismo, di decadimento della qualità dei contenuti, di superficialità e di bombardamento della rete a scapito dell'informazione autentica, corretta e verificata. Ma se c'è un ambito che può ridare energia e credibilità al nostro mondo martoriato è sicuramente quello del Terzo settore. Raccontarlo oggi ha senso e non solo per i numeri che lo caratterizzano. Certo, muove qualcosa come 5,5 milioni di volontari, dà lavoro a quasi 800 mila persone e si contano in Italia 340 mila istituzioni non profit. È quindi un settore in forte espansione in un contesto generale complicato ed è destinato sempre di più a diventare un punto di riferimento per lo sviluppo sociale ed economico del Paese. Ma sarebbe riduttivo considerarlo essenziale nella galassia della comunicazione solo per questo. Raccontare la grande impresa del bene ha senso anche perché i suoi risvolti hanno direttamente a che fare con la vita delle persone. Promuovere la conoscenza del ruolo che il Terzo settore gioca nella realtà italiana può avere un effetto moltiplicatore, aumentando ad esempio la disponibilità a mettersi in gioco e di conseguenza l'impatto positivo sulla quotidianità dei singoli e sul benessere della collettività. Aspetto quest'ultimo non irrilevante in un momento di investimenti risicati da parte dello Stato per il welfare.

Proprio per tutto ciò nel sociale serve - ancora più che altrove - un giornalismo responsabile e di qualità. L'idea della Scuola di giornalismo Walter Tobagi di organizzare la prima Autumn School su "Terzo settore e nuovi media" nasce da qui, dalla convinzione che possa essere utile fornire un aiuto a chi lavora (o vorrebbe lavorare) nella comunicazione per affrontare le tematiche legate a questo mondo complesso. Scopo del corso - in programma dal 14 al 18 ottobre nella sede del Master in giornalismo dell'Università Statale di Milano - è quello di fornire a giornalisti e comunicatori le conoscenze di base per poter raccontare il "bene", in uno scenario di grande evoluzione anche del lessico per l'avvio della Riforma del Terzo settore  (ad esempio, le onlus scompaiono e spuntano gli Ets, enti di Terzo settore). E la terminologia è importante anche per rappresentare la disabilità in maniera corretta,  evitando gli stigmi e il rischio di cadere nei pregiudizi. Per documentare il sociale in tutte le sue sfaccettature la passione insomma non basta, non più: ci vuole professionalità. Occorre padroneggiare codici, leggi, termini, strumenti tecnologici e piattaforme. Solo così il giornalista riuscirà a essere davvero efficace e potrà contribuire a far circolare le buone idee e le buone notizie con il loro immenso potere magnetico. Con serietà e senza buonismo.


 

Come si dà
(o come si dovrebbe dare) 

l
a notizia di un suicidio

 

di Eugenio Gallavotti
giornalista, ex vice direttore di Elle, docente Iulm

Conosciamo i suggerimenti rivolti ai giornalisti dall’Organizzazione mondiale della sanità: astenersi da un linguaggio sensazionalistico o “normalizzante”, ovvero non presentare il suicidio come un modo ragionevole per risolvere i problemi; evitare il collocamento della notizia in primissimo piano e la sua riproposizione immotivata; fornire informazioni su centri di prevenzione e aiuto… 

Conosciamo anche il Testo unico dei doveri del giornalista: “Nel caso di suicidi di minorenni, fermo restando il diritto di cronaca, occorre non enfatizzare quei particolari che possano provocare effetti di suggestione o emulazione”.

Se possibile, con il corso di formazione in programma nelle prossime settimane, andremo ancora più in profondità, come ho cercato di fare nel pamphlet “Tutto quello che avremmo voluto sapere sul SUICIDIO” (su Amazon.it, 4,99 euro) scritto con lo psichiatra Mario Savino, già allievo a Pisa di Giovanni B. Cassano. All’incontro parteciperà anche Giuseppe Fàzzari, esperto di attrezzature per la stimolazione cerebrale, per affrontare altresì la questione del gap tecnologico che tuttora divide la psichiatria italiana da quella di numerosissimi Paesi occidentali. Solo un dato: negli Stati Uniti il 21 per cento dei trattamenti contro il rischio suicidario avviene attraverso dispositivi elettronici; in Italia siamo appena allo 0,06 per cento… Colpa di alcuni pregiudizi diffusi anche nelle nostre redazioni? 

Nelle cronache - e nei titoli - che raccontano un suicidio si legge spesso ”mistero”, ”gesto incomprensibile”, anche sui giornali più blasonati. Persone “brillanti” e “iperattive” che si ammazzano tra lo stupore generale. Facciamo luce: nella stragrande maggioranza dei casi, non c’è alcun mistero. Il suicidio è semplicemente l’epilogo più drammatico di una malattia assai diffusa, il disturbo depressivo. Anzi, di una determinata tipologia depressiva, definita “stato misto”, ovvero quando “il male di vivere” è accompagnato da agitazione/irrequietezza. Una malattia a volte rimossa/non riconosciuta persino da chi ne soffre. 

Cosa aggiungerebbe il professor Savino alle linee guida dell’Oms? Che per esempio va sicuramente evitata la diffusione di certe tecniche utilizzate dai giovani, dai ragazzini che, negli ultimi tempi, rischiano la vita “divertendosi” a sfiorare il limite con la morte, commettendo “suicidi parziali”. Purtroppo la Rete è prodiga di queste “istruzioni”.

Inoltre, c’è differenza tra il suicidio di personaggi famosi, dove può scattare l’emulazione, e la sfera privata. Qui l’idea che parlare di suicidio sia “contagioso”, che indagare sulle volontà di una vittima significhi istigare chi già soffre di una patologia psichiatrica, è infondata. Anzi, va oltre Savino, alcuni studi dimostrano che eventi traumatizzanti come il suicidio di un conoscente riducono il rischio nel soggetto che apprende la notizia.

Il contrario di quello che abbiamo sempre pensato. La notizia di un suicidio, in quest’ambito, diventa quasi consolatoria/ammonitrice. Può essere il caso dei giornali/pagine/siti locali, che hanno un rapporto più “caldo” con i lettori. Si inizia a riflettere: “Peccato, poteva risolvere i suoi problemi in tanti altri modi e ora non possiamo fare più niente...”. È uno shock che consente una “pausa” a chi - eventualmente - stesse progettando un suicidio. Perciò, in quest’ottica, non bisogna avere troppe cautele con la persona depressa. Parlare chiaramente è importante, anche facendo riferimento a un conoscente che non ce l’ha fatta. Chiedere se ci sono pensieri suicidari e capire come mai, giova a chi è in difficoltà: potersi esprimere sinceramente, profondamente, è il primo passo per voler guarire, per arrivare a chiedere aiuto, cosa fondamentale e non facile. 

 

Newsletter dell’Associazione Walter Tobagi per la formazione al giornalismo 
Università Statale di Milano - 
Ordine dei giornalisti della Lombardia

Presidente AWT: Fabio Cavalera Segretario: Lucia Bocchi, Tesoriere/Consigliere rappresentante Alg: Rosi Brandi Presidente OgL/Consigliere: Alessandro Galimberti. Consiglieri: Francesco Ordine, Rossella Verga, Gegia Celotti, Roberto Di Sanzo, Ilaria Li Vigni, Francesco Caroprese, Consigliere rappresentante Cnog: Giorgio Gandola, Consigliere rappresentante Fieg: Edoardo Zucca Consigliere rappresentante Fnsi: Marina Cosi Consigliere ex allievo Ifg:Carlo Ercole Gariboldi Consigliere ex allieva Ifg: Daniela Stigliano. Revisori dei conti: Maria Ancilla Fumagalli, Carlotta Scozzari, Simone Filippetti Componenti Comitato di indirizzo: Maria Elena Barnabi, Massimo Borgomaneri, Marco Foroni, Rosanna Massarenti, Anna Migliorati, Giancarlo Perego, Marinella Rossi, Gaia Scacciavillani. Direttore della Scuola di giornalismo Walter Tobagi - Università Statale di Milano: Venanzio Postiglione Vice direttore: Claudio Lindner

Gli studenti del Master in giornalismo Walter Tobagi di Milano: Alberto Mapelli, Andrea Ciociola, Andrea Galliano, Andrea Prandini, Bernardo Cianfrocca, Caterina Zita, Edoardo Re, Elisa Cornegliani, Emanuela Colaci, Fabrizio Papitto, Federico Baccini, Gaia Terzulli, Giacomo Cadeddu, Giacomo Salvini, Giada Giorgi, Giorgia Fenaroli, Giulia Giaume, Luca Covino, Lucio Palmisano, Marco Bottiglieri, Marco Capponi, Marco Rizza, Marco Vassallo, Maria Laura Iazzetti, Maria Vittoria Zaglio, Martina Piumatti, Riccardo Congiu, Riccardo Lichene, Roberta Giuili, Valeria Sforzini.