Relazione di Massimo Dini direttore dell’Ifg "Carlo De Martino"


Relazione di Massimo Dini direttore dell’Ifg "Carlo De Martino"
IFG
"Carlo De Martino" Una Scuola di giornalismo di alto livello destinata
a svolgere una funzione essenziale nella formazione dei nuovi
cybergiornalisti

relazione di Massimo Dini
direttore dell’Ifg "Carlo De Martino"

Immaginiamo che un passeggero, appena atterrato, stia cercando la
via di uscita dall’aeroporto di un Paese lontano, che visita per la
prima volta. Conosce solo l’Italiano, non sa decifrare gli ideogrammi
della lingua locale e neppure le scritte in lingue europee diverse
dalla propria. Che fare? Può cavarsela solo a una condizione e cioè che
la segnaletica dell’aeroporto sia chiara e precisa. Uso questa semplice
metafora per esprimere due concetti altrettanto semplici. Primo: la
realtà che ci avvolge (l’aeroporto) è sempre più complessa,
sovraccarica di segni e conseguentemente sempre meno codificabile.
Secondo: una scuola deve porsi come primo obiettivo quello di fornire
agli allievi una segnaletica il più possibile ordinata di questo mondo
labirintico dove tra la disarticolata congerie di Internet e il
disordine della vita vera sembra sussistere un rapporto speculare.
Principio ovvio, anche se non sempre applicato. Meno ovvia è l’idea che questo
ordine, a maggior ragione, deve ispirare e guidare il programma
didattico di una Scuola di giornalismo polivalente dove carta stampata,
radio, televisione, agenzie, on line e uffici stampa hanno pari
dignità. Essendo stato chiamato di recente a dirigere l’Istituto Carlo
De Martino, l’IFG, che tutti per il suo consolidato prestigio conoscono
come la Scuola di giornalismo di Milano, insisto su questo
punto. Ormai tutto corre a velocità digitale. Corrono le informazioni,
le immagini, gli scenari politici e culturali, la scienza e la
tecnologia a ogni livello e in ogni settore. E dato che i media, per
definizione, sono consacrati alla rappresentazione diretta, spesso in
tempo reale, dei fatti è del tutto naturale che abbiano bisogno di
professionisti della "cultura a cronometro", capaci di raccontare in
tempi rapidi una contemporaneità che accelera e muta costantemente. Il
ritmo dei giornali, delle tv, delle radio non concede tuttavia pause
per elargire insegnamenti. Così è stato e così è in un presente che mai
come oggi tende a proiettarsi nel futuro. Questa è la ragione
essenziale per la quale una Scuola di giornalismo di alto livello, che
coniughi l’esercitazione pratica con la lezione teorica, appare
destinata a svolgere una funzione essenziale, sempre più importante
nella formazione dei nuovi cybergiornalisti. Spetta dunque alla
Direzione dell’IFG fare sì che gli allievi, peraltro selezionatissimi,
sfruttino questa occasione unica di imparare il mestiere avendo
come guida un corpo docente paziente, rigoroso, di indiscusse qualità
professionali, costituito da giornalisti e professori universitari. Va
da sé che tutti devono (dobbiamo) lavorare fianco a fianco, in un
sistema organico, avendo ben chiaro l’obiettivo finale: disegnare una
segnaletica lineare che, a conclusione del Biennio, consenta agli
allievi di orientarsi agevolmente nello sfaccettato universo mediale
dove parole e immagini fluiscono con la rapidità dei bits.
Sulla carta può sembrare un compito relativamente facile. Non è così. Anche
la Scuola, la nostra Scuola, deve aggiornarsi, fare un esame di
coscienza e, laddove sia necessario, correggere la rotta. I mezzi
informatici e telematici devono essere rinnovati per essere al passo
con l’era multimediale. Importante è non dare accelerate improvvise per
quanto riguarda la didattica. Sarebbe pericoloso rincorrere il nuovo in
modo affannato, così come sarebbe altrettanto pericoloso cedere
all’inerzia. In questo senso, comunque, non occorrono acrobatici voli
pindarici. Il modello didattico del master universitario, con gli
aggiustamenti suggeriti dalle peculiarità della professione
giornalistica, offre ormai un punto di riferimento stabile e
ineludibile. E’ necessario altresì che anche gli allievi, fin dal primo
giorno dei corsi, prendano coscienza che la loro preparazione culturale
è un humus prezioso, il patrimonio al quale potranno attingere in ogni
istante durante il loro viaggio nell’universo parallelo del giornalismo.
Per il resto è necessario non dimenticare mai che la strenua difesa di
alcuni valori primari, grazie al suo fondatore e alle direzioni
seguenti, hanno costruito il prestigio della Scuola di giornalismo di
Milano. E sono valori, a iniziare dall’etica e dalla deontologia
dell’informazione, che non cambiano, non devono cambiare e che anzi
dovranno essere fortemente consolidati proprio in anni durante i quali
la credibilità della professione viene messa a rischio dalla marcata
tendenza alla faziosità, a perdere di vista quello che era e resta il
compito del giornalista, anzi che dovrebbe costituire la sua naturale
vocazione: la ricerca della verità. Inutile sostenere la necessità di
una "certificazione di qualità" per i prodotti mediatici se poi si
consente che gli allievi della Scuola accantonino questo principio che
non è pura astrazione bensì un pre-requisito, umile eppure
imprescindibile, per chi aspiri a inoltrarsi nella terra incognita
della comunicazione.
In questa ottica, per combattere il virus della
faziosità, è di cruciale importanza non perdere di vista i parametri
europei ai quali si conformeranno sempre più profondamente la nostra
idea di cultura e il nostro stesso modo di pensare. Sia chiaro: queste
coordinate non tracciano perimetri insormontabili. Al contrario hanno
già allargato la curva del nostro orizzonte culturale. Oggi viviamo in
due mondi concentrici: nel nostro Paese e contemporaneamente in un
Paese molto più grande, l’Unione Europea. Una Scuola di giornalismo che
intenda conservare e, se possibile, rafforzare il proprio prestigio non
può ignorare questa nuova dimensione.
Lo spirito europeo(intrecciato alla globalizzazione come le trame di un canestro) si
riflette sul piano didattico e impone alla Scuola, per limitarsi a un
solo esempio, di avviare uno studio comparato dei media internazionali
dal punto di vista dei contenuti, dei linguaggi, delle nuove forme di
design e architettura dell’informazione. Il raffronto non è un mero
espediente per mostrare agli allievi "come sono fatti i giornali degli
altri". Si prefigge uno scopo ben più elevato: affinare il loro spirito
critico, far capire che la complessa realtà attuale deve essere
analizzata attraverso una molteplicità di prospettive e può quindi
essere resa accessibile ai lettori in modo equilibrato solo se la si fa
ruotare nella mente come una sorta di ologramma la cui percezione varia
a seconda del punto di osservazione. Una ragione di più per
intensificare la tradizione degli incontri e degli interventi
all’interno della Scuola con illustri esponenti della cultura,
umanistica e scientifica, provenienti da Paesi occidentali e non.
Naturalmente ci sarebbero tanti altri argomenti sui quali riflettere,
dall’interpretazione della società multietnica alla rivoluzione del
digitale terrestre. Il ventaglio delle materie, inoltre, sarà allargato
dando più spazio al sapere scientifico e tecnologico che condiziona la
nostra vita, urbana e interiore, e conseguentemente pervade i media. Lo
spazio assegnatomi non consente altri chiarimenti. Ci sarà tempo e modo
per farlo. E tuttavia mi sia consentita un’ultima osservazione. Un
altro degli obiettivi essenziali dell’IFG sarà quello di far crescere
la propositività degli allievi. Sa di luogo comune, è vero, ma come
sanno per esperienza diretta molti colleghi, talvolta le riunioni di
redazione languono per carenza di proposte o almeno di proposte con un
"taglio" originale che consenta di approfondire la conoscenza di fatti
noti ma che, affrontati da angolazioni particolari, mostrano risvolti
inediti.
Ecco perché mi sembra opportuno chiudere con una citazione
tratta da un libro recente, "La morale dei giornalisti", firmato da
Claude-Jean Bertrand, professore emerito all’Institut Français de
Press: "La pigrizia, la ripetitività della burocrazia, la mancanza di
immaginazione generano la routine: si coprono sempre gli stessi
settori, si dà attenzione agli stessi fenomeni, si pubblicano i
comunicati stampa, si consultano sempre gli stessi sedicenti esperti".
Rispetto delle regole (etiche, deontologiche, giuridiche),
apprendimento dei linguaggi e delle tecniche della comunicazione,
sviluppo della facoltà immaginativa. E’ questa, a mio avviso, la
segnaletica primaria che, combinandosi con una fase successiva di
esplorazione metodica e specialistica (abbinata alle prime prove "sul
campo" pilotate dai tutor), consentirà agli allievi del prossimo
biennio, come è avvenuto ai tanti dei corsi precedenti, di trovare
facilmente la strada per uscire dal piccolo-grande aeroporto di via
Fabio Filzi 17 e introdursi nella problematica ma affascinante
città-ragnatela del giornalismo.