Carlo Maria Martini: “Sull’uso dei cinque talenti, ovvero sul corretto rapporto tra media e società”.

Tabloid n. 6/1996

“Troppa violenza in televisione”

Pubblichiamo l’intervento del Cardinale
Arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, all'incontro promosso il 26
marzo dalla Rai a Roma. Questo il tema della “lezione” di Carlo Maria
Martini: .

di Carlo Maria Martini

Esprimo un vivo ringraziamento al Presidente e alla dirigenza della
Radiotelevisione Italiana e un cordiale saluto a tutti gli operatori e
partecipanti al nostro incontro.
Ricordo di essere venuto in questa sala decine di anni or sono, in qualità di consulente biblico,
per collaborare con Roberto Rossellini che preparava una serie di filmati
sul libro degli Atti degli Apostoli.
Ora sono lieto di ritornare per rispondere al vostro invito e onorare un'iniziativa che
ritengo molto interessante e degna di attenzione.
Naturalmente non ho competenza sufficiente per trattare temi riguardanti i problemi della
comunicazione sociale, che diventano sempre più complessi: mi mancano
inoltre i parametri per valutare l'impatto del mercato e dell'audience
sulla qualità della produzione televisiva.
Cercherò quindi di offrire qualche riflessione propria di chi sta all'esterno e condivide
con la gente certe preoccupazioni per la nostra società e per quella
sorta di specchio opaco della società che sono appunto i mass media.
Nella lettera di invito mi é stato chiesto di parlare sull'informazione e il ruolo del servizio pubblico, e cito un passaggio:
“Mantenere ferma la natura di servizio pubblico che persegue e soddisfa esigenze e
interessi di carattere generale e, nello stesso tempo, rispettare i
vincoli di economicità, competitività e modernità, che garantiscono la
sopravvivenza di un'impresa che agisce in un sistema di mercato, è una
sfida che richiede, assieme ad adeguate strutture politiche e
amministrative e ad elevati livelli e motivazioni professionali, anche
una costante percezione e sintonia con le aspettative dei cittadini e
della società“.
Mi sono fermato a lungo su questa frase, colpito in
particolare dalle parole “sfida“ e “aspettative dei cittadini e della
società“. Penso che il mio ruolo consista nel chiarire quali possono
essere alcune aspettative rispetto a tale servizio pubblico,
soprattutto in questo momento sociale e culturale, e userò il
linguaggio simbolico a me più consono del linguaggio tecnico dei media.
Non intendo proporvi un'esegesi dei testi sacri e nemmeno intendo fare una
lezione biblica; impiegherò semplicemente immagini e simboli che traggo
dalla Sacra Scrittura e che fanno parte del tesoro della letteratura
mondiale, del patrimonio comune dei popoli europei e dunque dei nostri
valori più cari.
Ho pensato a una serie di immagini che inizia con
la parabola dei talenti e riprende poi altre icone da me evocate in
precedenti occasioni a proposito dei media: i mercanti cacciati dal
tempio, la tunica insanguinata di Giuseppe e il lembo del mantello.

I - La parabola dei talenti

1. La parabola evangelica è abbastanza nota: un
servitore riceve cinque monete di grande valore e le fa fruttare in
modo da ricavarne altre cinque. Riflettendo sulla corrispondenza dei
cinque talenti che ne rendono cinque, né più né meno, ci viene
suggerito che ciascuno dei talenti ha reso la sua parte, che nessuno di
essi é stato impiegato male e che il servitore ha tenuto conto di un
insieme, di una totalità da salvare e da far fruttare.
Notiamo che la parabola dice lo stesso dei due talenti che fruttano il doppio, non
però dell'unico talento; l'unico non entra nel ciclo fecondo che
moltiplica i beni e possiamo intuire una certa diffidenza verso il
talento lasciato a se stesso, alle sue dinamiche interne, e sottratto,
per così dire, a un insieme.
2. Come applicare la
parabola? Prendo il servitore dei cinque talenti a simbolo di una
società, o meglio dell'insieme delle forze sociali, pubbliche, private
e miste - o comunque le si definiscano - che devono servire al bene
comune.
Questa società dispone di talenti singoli e in essi leggiamo
i nomi specifici dei beni di interesse pubblico, che il servitore è
chiamato a utilizzare. Sono beni come la sanità, l'istruzione, l'ordine
pubblico, l'ordine internazionale (cioè la promozione della pace e la
rimozione della guerra) ecc.
In ogni caso uno di questi talenti è
indubbiamente quello della comunicazione pubblica che non può essere
considerato soltanto come un bene in sé, con i suoi fini, le sue
dinamiche, le sue leggi proprie. Fa parte di un insieme di talenti e va
fatto fruttare in relazione e in armonia con tutti gli altri. Fuor di
metafora, la comunicazione pubblica é parte di un insieme che comprende
sanità, cultura, ordine pubblico, giustizia, pace e così via. Non serve
considerare ogni talento per conto suo; ciò che importa è ottenere una
somma di beni e di servizi che si aiutino reciprocamente per un
risultato complessivo.
3. Leggo qui una prima richiesta e attesa fondamentale che sale dalla società
verso il servizio pubblico nel campo dei mass media e della
comunicazione sociale: che il servizio pubblico si ponga come elemento
che assicuri garanzia ed esemplarità al processo di sviluppo globale
della società, vivendo le proprie dinamiche (mass mediali e anche
economiche) non in isolamento, non facendo riferimento soltanto al
proprio ambito, bensì nell'insieme di cui è parte.
Questo vuol dire che c'è una responsabilità condivisa e un’interazione tra sanità,
cultura, istruzione, ordine pubblico, pubblica moralità, grado di
educazione di una società, promozione della pace e dell’intesa tra i
popoli e la comunicazione sociale. Essa è parte di un insieme di tale
importanza da avere la priorità su tutte le pur legittime esigenze e i
condizionamenti particolari del mercato e dell'audience.
Si ha spesso timore che la concezione dei cinque talenti presi globalmente
conduca a vincoli o a censure che limitino la libertà dei media o li
rendano fragili nella competitività del mercato. Ciò può essere vero se
libertà e mercato vengono visti come sganciati da tutti gli altri
valori sociali, civili e morali che fanno una società giusta. Non è
però così se si considera che libertà ed efficienza economica sono
funzioni non di una realtà isolata - dei media e basta -, ma di un
corpo sociale complessivo a cui va assicurato quell'insieme di valori e
di beni che fanno di una società una realtà libera, efficiente,
vivibile, educata, colta, amante della pace e del dialogo. L'uso
spericolato e slegato di un talento, senza tener conto degli altri, può
produrre vantaggi immediati e tuttavia alla fine danneggia l'insieme e
logora la libertà e il profitto che sembrava volesse perseguire.
Un talento che va per conto suo è dunque sprecato. In una società
democratica, il modo migliore per convincere ciascuno a usare bene dei
propri talenti non sta nella repressione o nella censura, bensì nello
stabilire esempi e modelli che mostrino cosa vuol dire promuovere
l'interesse di tutti e rispondere ai bisogni di libertà, sincerità,
buon vicinato e serietà che ciascuno ha a cuore.
4. Mi pare si collochi in tale contesto la prima responsabilità di un servizio pubblico nel campo dei media, responsabilità che risponde a una grande attesa sociale.
Si tratta di una responsabilità talmente grande, talmente importante, che
definisce anche alcune prerogative del servizio pubblico e - diciamo
così - alcune libertà specifiche che pure sono parte dell’attesa della
gente: la libertà dalla schiavitù dell’audience e dalla dipendenza dal
solo criterio del maggior guadagno. Queste libertà devono, di per sé,
essere in qualche misura proprie di tutto il mondo dei media, e una
società dovrebbe poterle esigere, quindi promuovere presso tutti coloro
che entrano in questo campo. Una società può però affidare in maniera
specifica a un servizio pubblico di essere garante di tali beni e di tale globalità, e di mostrare
come una realtà mass mediale è capace di promuovere non soltanto se
stessa, ma l'insieme di beni e di valori che sono essenziali per la
convivenza civile.
Se a tutta la comunicazione pubblica si chiedono
livelli adeguati di qualità, intelligenza, eleganza, questi livelli
sono tanto più attesi da un servizio pubblico che é anche chiamato a
fare da contrappeso a tendenze degradanti.
Non c'è infatti solo la banalità del mele; c'è pure il male della banalità
che è un venire meno alle aspettative proprie di ogni cultura tesa a un
di più di umanità, di civiltà, di bellezza, di correttezza, di eleganza.

II - L'icona dei venditori cacciati dal tempio

Da quanto ho espresso seguono delle conseguenze, che mi limito a
richiamare per quanto riguarda alcuni problemi seri della comunicazione
pubblica di carattere ‘negativo’. Penso, in particolare, al
modo con cui i media trattano o possono trattare della violenza, della
criminalità, della guerra, delle contese tra etnie e nazioni.
1.
Passo allora alla seconda immagine che ho evocato soprattutto lo scorso
anno parlando ad un'assemblea di giornalisti riuniti a Graz, in
Austria: è l'icona dei venditori cacciati dal tempio.
A Graz, infatti, gli operatori della comunicazione, provenienti da ogni parte
del mondo, si interrogavano seriamente sul rapporto tra media e
violenza. Alcuni di loro erano testimoni oculari di eventi drammatici
accaduti in Rwanda, altri erano stati anche vittime. Molti avevano
negli occhi e nel cuore episodi che comprovavano le ricerche dei
sociologi sul crescere della violenza in tutti i campi: familiare,
urbano, civile, politico, religioso. Del resto tali episodi sono sotto
gli occhi di tutti, dalle violenze sulle donne e sui minori fino agli
attentati orrendi di Israele.
Ora non possiamo ignorare che il modo
della comunicazione pubblica non è estraneo a tutto questo, anche se
non è la prima causa dei fenomeni di violenza e se vi è diversità tra
immagini di violenza ed episodi della stessa. E' chiaro comunque che vi
é modo e modo di parlare della violenza e si può descriverla - come fa
la Bibbia - senza incitare ad essa.
Nell'analizzare il rapporto perverso che può instaurarsi tra violenza e mass media, mi è venuta
alla mente l'icona biblica dei mercanti cacciati da Gesù dal tempio,
per indicare come i comunicatori, che si fanno moltiplicatori di
violenza, meritino il grido drammatico di Gesù: fuori dal tempio!
Quello della comunicazione è un tempio in cui devono venire promossi
rapporti autentici: chi ci sta é invitato a contribuire per rinsaldare
tali rapporti, non a romperli o a renderli impossibili.
2. Vedo, in proposito, una grande responsabilità del servizio pubblico verso quel fermentare di modi e di rapporti violenti che sta avvelenando anche le relazioni sociali del nostro paese.
Rispetto ad altre società, quella italiana è sempre stata una collettività
caratterizzata da relazioni umane pacifiche. Le eccezioni, pur gravi, a
questa regola, rimangono eccezioni e talora sono dovute persino a un
eccesso di paciosità e di acquiescenza che si lascia strumentalizzare o
manipolare.
In ogni caso la bontà dei rapporti è una caratteristica
che viene messa a rischio quando le relazioni correnti vengono
rappresentate, nei media, come contrassegnate in prevalenza da
conflittualità e violenze. Anche dal punto di vista della corretta
informazione si crea uno squilibrio tra il costume quotidiano e la sua
rappresentazione pubblica. Voi sapete com'é grande la preoccupazione
delle famiglie che vedono apparire con sorpresa nei loro figli parole,
gesti ed atteggiamenti non riscontrabili nell'ambiente in cui vivono,
ma solo nei media e nei gruppi che li imitano.
E' dunque importante
l'esistenza di un servizio che, volendo davvero essere specchio del
paese, lo sia pure nella sua qualità di un paese amante della pace,
della buona educazione, della correttezza sociale.

III - L'icona della tunica insanguinata di Giuseppe

Quanto detto sulla violenza può dirsi per altri fenomeni negativi o
devianti: la pornografia, la droga, la furberia, l'ipocrisia, la
menzogna e ogni altra forma di esaltazione di costumi e abitudini che
non rispondono alla realtà civile e morale della collettività.
Una menzione particolare meritano le notizie cosiddette drogate.
Parlando qualche tempo fa a giornalisti, ho richiamato, dal libro della
Genesi, la storia della tunica di Giuseppe figlio del patriarca
Giacobbe; tunica imbrattata di sangue di animali dai fratelli, per far
credere al padre che il figlio fosse stato divorato da una bestia
selvaggia. In realtà, erano stati i figli di Giacobbe a tradire e
vendere il fratello Giuseppe. Togliendogli però la veste e rendendola
insanguinata al padre costruiscono, con spezzoni veri, una notizia
falsa e, per di più, atta e suscitare ira, sdegno, commozione intensa
e, alla fine, e dirottare le indagini che il padre avrebbe potuto fare
sulla sorte del figlio.
Mi pare si possa parlare, al riguardo, di
“notizie drogate“, di notizie imbastite di particolari singoli veri ma
combinati o titolati in modo da suscitare scandalo, vendetta, furore,
ben al di là dei limiti dell'oggettività della notizia e, anzi, capaci
di depistare ogni ricerca della verità.
So perfettamente che è difficile definire in astratto che cosa significhi l’oggettività di una
notizia. Tuttavia è chiaro che esistono almeno delle graduatorie, delle
approssimazioni all'oggettività che definiscono una informazione come
il più possibile corretta e onesta. Mentre l'audience, intesa in senso
generale, può gradire una notizia drogata perché sensazionale, il
pubblico, inteso in senso qualificato e cioè come colui che esige un
servizio a favore dell'interesse di tutti, ricerca una notizia
oggettiva, corretta, onesta. Non sempre l'audience numerica equivale al
pubblico reale, a quello che chiede il servizio e lo giudica; ed è a
quest'ultimo che deve rispondere chi compie una funzione sociale di
interesse comune.
C'è quindi motivo di preoccupazione e di allarme
per quanto avviene nel mondo della comunicazione di massa sia rispetto
al valore educativo che al valore informativo. Spesso viene usata in
proposito la categoria dell'ambiguità, ossia di uno strumento neutro che può essere impiegato bene o male.
Vi
ha fatto riferimento anche Giovanni Paolo II in un recente discorso del
16 gennaio. Parlando del prossimo Giubileo del 2000, il Papa lo
designava come il primo “dell'era telematica“, notando che la Chiesa
non può non cogliere tale novità. Ma ricordava che “attraverso essi (i
mass media) hanno modo di entrare nelle case messaggi e proposte di
vita talvolta lontani dal Vangelo, sconvolgendo tradizioni e
consuetudini secolari“, affermando tuttavia che “è possibile usare
degli stessi mezzi per alimentare l'intesa e la solidarietà tra gli
individui e i popoli“.
Le parole del Papa mi spingono ora, dopo aver richiamato alcuni problemi e pericoli, a sottolineare in positivo le grandi possibilità e le occasioni favorevoli che può avere un servizio pubblico di fronte all'intera società.

IV - Il lembo del mantello

Riprendo l'immagine del lembo del mantello, che esprime la pars costruens
del rapporto società-media e del rapporto Chiesa-media perché dice
tutte le speranze che la Chiesa, pur convinta di una certa marginalità
dei media rispetto al grande tema dell'evangelizzazione, nutre nel
ruolo di questi strumenti per la comunicazione interpersonale, per la
stessa comunicazione evangelica e, più in generale, per la pace nel
mondo, per la solidarietà e l'intesa tra individui e popoli.
Sintetizzo così la scommessa:
come la donna del vangelo, che fa parte di una folla nascosta e anonima
che circonda e preme Gesù da ogni parte, viene risanata, esce
dall'anonimato, assume un volto, una dignità e il pieno possesso del
suo corpo, grazie al contatto con il lembo del mantello di Gesù, non
potrà anche un uso retto dei media aiutare tanti a passare da massa a
persone, da moltitudine a popoli, dando coscienza, dignità, cultura,
slancio, capacità comunicativa? Se non é il caso di dare ai media un
posto centrale nel grande processo di rifare umana l'umanità, non
potranno essere almeno una frangia, un lembo del mantello, cioè del
potere comunicativo e risanatore che è attribuito, nella grazia del
vangelo, al linguaggio umano e alla comunicazione tra gli uomini?
E' questa la grande scommessa dei media su cui punta la Chiesa e su cui
deve puntare ogni società che vuole un servizio pubblico propositivo: fare sì che gli strumenti detti di massa diventino fattori personalizzanti nella vita sociale e civile. E' la scommessa espressa nell'immagine del lembo del mantello;
è la fiducia nella possibilità di vincerla che ha permesso
all'insegnamento della Chiesa cattolica, negli ultimi decenni, di
trattare dei media collegandoli addirittura col mistero comunicativo
della Chiesa, con la stessa comunicazione divina ed evocando persino il
mistero della Trinità.
La Chiesa cattolica avverte, nel suo sensorio
profondo, che deve pur esserci, nell'emergenza dei mass media nel
nostro secolo, una grande intenzione divina salvifica, un qualche bene
per la comunità umana, anche se spetta a noi scoprire e mettere in atto
potenzialità che il Creatore ha posto nelle sue creature.
Proprio in questo senso il Papa, nel discorso citato, ha sottolineato che i mass
media sono “strumenti di enorme diffusione che possono senz'altro
facilitare le relazioni tra gli uomini rendendo il mondo un villaggio globale“.
Simili sottolineature positive erano risuonate nel Convegno della Chiesa
italiana tenutosi a Palermo nel novembre 1995. Il messaggio finale, ad
esempio, affermava: “Poiché la comunicazione, e in specie quella di
massa, è forgiatrice di cultura, ci faremo interpreti con la parola e
con la pluralità di iniziative, del desiderio di una comunicazione
vera, capace di far crescere le persone“.
Vorrei insistere sull’espressione “comunicazione forgiatrice di cultura“. In essa è
menzionato un aspetto fondamentale del servizio pubblico, che è
corresponsabile del progresso culturale di un'intera nazione. Vi sono
state in questi anni, nel campo scientifico, letterario e filosofico
iniziative importanti, che vale la pena continuare e non penalizzare
relegandole ad ore impossibili. E' un dono fatto a tutti. Anche in
mancanza di un'audience immediata molto consistente, ce ne sarà una più
ampia di tipo mediato per l'accresciuto livello di coscienza civile che
suscitano tali programmi culturali.

V - L'esperienza di un Vescovo e le sue attese

Ho esposto alcuni aspetti positivi, incoraggianti, nel desiderio di
dare conforto e stimolo al vostro lavoro spesso difficile e di aiutarvi
ad affrontare la sfida.
Per quanto riguarda questi aspetti, la mia
esperienza di Vescovo mi rende consono con simili attese fiduciose. Ho
potuto infatti sperimentare, nel mio contatto con i mass media, in
particolare con la radio e la televisione, che esistono vie possibili
di comprensione e anche di collaborazione. Ci sono tanti giornalisti e
operatori attenti, coscienziosi e intelligenti; esiste una buona
volontà di operatori e comunicatori di servire il pubblico con
sincerità e di dare notizie oggettivo e non drogate. Rimane tuttavia
vero che navigare sulle onde dell'opinione pubblica servendosi delle
barche o delle navicelle dei mass media comporta rischi di
strumentalizzazioni, semplificazioni e travisamenti, e ha bisogno di
conseguenza di attenzioni e correzioni continue. Vi è sempre, a ogni
ora del giorno a della notte, a ogni battito di comunicato di agenzia,
la possibilità di essere ingoiati dalle acque, di essere spruzzati in
maniera indebita, di essere agitati da onde che fanno il gioco di altre
onde e venti nascosti.
Tuttavia, rifiutarsi di entrare nel mare
della comunicazione pubblica equivale alla scelta che Gesù avrebbe
potuto fare non scendendo a Cafarnao ma rimanendo nella tranquilla
Nazaret. Avrebbe certamente avuto più pace, più silenzio, meno guai;
però molto meno capacità di entrare in contatto con le gente. Occorre
quindi scendere e anche un poco rischiare. Nessuna grande istituzione
pubblica (la Chiesa non fa eccezione) può oggi sfuggire al rapporto
quotidiano con i mass media, e Giovanni Paolo II lo ha capito
perfettamente.
La domanda però più pungente che il Vescovo si pone
di fronte all'ambiguità dei media riguarda in maniera particolare il
loro modo di trattare le notizie religiose e specialmente quelle del
mondo ecclesiastico, della Chiesa. Non é più lo stesso problema! Il
parlare della Chiesa come società richiede correttezza di informazione,
capacità di valutazione globale della complessa vita di una grande
realtà mondiale. E il parlare di temi religiosi, riferiti alla Chiesa
cattolica o a qualunque altra realtà, richiede il senso del mistero,
dell’oltre, del trascendente, del totalmente altro. Per questo i media,
soprattutto la televisione, possono essere specchi riduttivi o
addirittura deformanti del fatto religioso; essi tendono, infatti, a
ridurre a moduli o a schemi di facile lettura verità di ordine
trascendente. Ci si domanda, da parte di tanti, quale sia l'attitudine,
ad esempio, di un programma televisivo a recepire ed esprimere quel
mistero che è affidato ella comunicazione interpersonale nella parola e
nel gesto sacro.
Contro tali riserve - legittime e che mettono in
trepidazione quanti trattano temi di religione e di Chiesa - sta il
significato positivo pubblico di tante parole e gesti del Papa
trasmessi per televisione; sta il successo di programmi seri non basati
solo sull'effimero; sta il desiderio di molti di ascoltare parole dense
di senso.
Credo si possa chiedere a un servizio pubblico nel campo
della comunicazione, non soltanto di essere attento e sensibile a
valori millenari che sono alla base della nostra società e al modo di
esprimerli con competenza e rispetto, ma pure di rendersi un po'
empatico con quei supplementi d'anima che fanno sì - come
diceva B. Pascal - che l'uomo superi infinitamente l'uomo stesso. La
mia esperienza attesta che non mancano registi, produttori, giornalisti
capaci di empatia profonda.

Conclusione: il tesoro delle Scritture ebraiche e cristiane

In conclusione, al di là dei simboli e delle immagini richiamate e
con cui ho cercato di dare voce ad alcune attese riguardanti il ruolo
del servizio pubblico nel campo dei mass media, voglio dire una cosa
importante.
Il fatto che le Chiese cristiane e in genere tutto il
mondo occidentale posseggano il tesoro delle Scritture ebraiche e
cristiane, offre - ne sono convinto - una possibilità particolare di
promuovere la buona Comunicazione anche mediante i media. Lo dico per
una persuasione interiore profonda e perché l'esperienza mia e altrui
lo conferma. La Bibbia parla molto alla gente di oggi e il suo
linguaggio, i suoi metodi narrativi, il suo uso frequente di simboli
sono qualcosa di assai vicino a ciò di cui ha più bisogno il linguaggio
dei mass media per essere incisivo. La Bibbia é una miniera
inesauribile anche per un'etica corretta dell'informazione e per una
dinamica dei processi informativi. I processi medianici di oggi non
sono di natura del tutto diversa da quei processi informativi che
sottostanno al mondo della Scrittura e che hanno prodotto un universo
comunicativo che ha riempito di sé l'universo.
Sotto la Bibbia sta lo Spirito del Signore ed esso, come leggiamo nel libro della Sapienza, “riempie l'universo e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce“ (1,7).
Ben prima che le diverse onde dei processi mediatici abbracciassero il
globo, il globo era già tutto pervaso dalle onde di quello Spirito che
promuove comunicazione, vita, giustizia e pace. Dio infatti, dice
ancora il libro della Sapienza, “ha creata tutto per
l'esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c'è veleno di
morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è
immortale“ (1,14-15).
E' questa la fiducia che desidero
infondere in tutti i comunicatori affinché affrontino coraggiosamente
le sfide da cui sono nati questi incontri tra la dirigenza e i
giornalisti della Rai e i rappresentanti di diverse realtà del nostro
paese.

(Documento inserito il 21 aprile 2005)