CARLO MARIA MARTINI LETTERA PASTORALE (1990-1991) EFFATÀ, APRITI

[0]       Vi racconto
un’esperienza. Questa Lettera pastorale era partita bene. Mi veniva giù
quasi di getto. Scrivevo con una certa noncuranza, quasi con innocenza.
Sfioravo i problemi più gravi con tanta facilità, come uno sciatore
lanciato al volo lungo una pista difficile. Dicevo tra me: “Com’è bello
e com’è facile comunicare, quando si ha davvero qualcosa dentro!”.             Poi ho fatto leggere il primo abbozzo a tante
persone sperimentate e competenti. Hanno apprezzato il lavoro, il tema,
il modo di trattarlo. Hanno sentito che era importante e urgente. Ma
insieme mi hanno comunicato centinaia di osservazioni minute e preziose
(tralasciare questo, aggiungere quello, sottolineare quell’altro,
chiarire un paragrafo, riscriverne un altro). Ho cominciato a farlo
diligentemente e mi sono accorto che stavo perdendo la scioltezza.             Prendevo coscienza del fatto che le cose da dire
su questo argomento (come su ogni altro tema importante e complesso)
sono tantissime; che volendo essere stringati si diventa ermetici; che
volendo spiegare e giustificare tutto si diventa pedanti, ecc. E mi
sono detto: “Com’è difficile comunicare davvero ciò che uno ha dentro!”.             Ecco, vorrei che tutti voi approfittaste di
questa mia esperienza (non nuova, ma che ogni volta mi costa come se
fosse la prima): comunicare è difficile, richiede un va e vieni
dialogico, interlocutori pazienti, benevoli e attivi.             Vi suggerisco dunque questo esercizio: leggete,
fin dove vi riesce, queste pagine che ho scritto con amore. Leggendo,
individuate le frasi, i paragrafi che “passano” subito, che vi dicono
qualcosa, che vi svegliano dentro, e dite: “Qui il nostro vescovo è
riuscito a comunicare!”. Individuate anche le pagine che “resistono”,
che appaiono ostiche e difficili o astratte o lontane dalla vostra
vita, e dite: Qui non è riuscito, si è irrigidito, ha perso la
scioltezza. Io però come direi la stessa cosa in forma più sciolta e
immediata?”.             Ne verrà fuori un vero e proprio “esercizio di
comunicazione”. In parte recepirete ciò che ho voluto dire, in parte ve
lo ridirete con parole vostre, e sarà ancora meglio. Avremo così dato
il via a una comunicazione attiva, reciproca, non semplicemente a una
lettura passiva e rassegnata. Avrò già raggiunto un bel risultato, e ne
sarò contento.             Affido questa Lettera a tanti “comunicatori di
gioia e di santità” che ricordiamo quest’anno in maniera particolare:
san Gregorio Magno nel XIV centenario dell’ordinazione episcopale
(590); san Bernardo di Chiaravalle nel IX centenario della nascita
(Z090); sant’Ignazio di Loyola nel V centenario della nascita (1491) e
nel 450° anniversario della fondazione della Compagnia di Gesù (1540);
san Giovanni della Croce e san Luigi Gonzaga nel IV centenario della
morte (1591); santa Margherita M. Alacoque nel III centenario della
morte (1690); il cardinale John Henry Newman nel I centenario della
morte (11 agosto 1890) e santa Teresa di Gesù Bambino nel I centenario
della professione religiosa (8 settembre 1890). Se il loro nome e la
loro memoria sono giunti hno a noi, è perché hanno saputo comunicare al
mondo qualcosa di valido. Anche noi siamo chiamati a metterci in fila
con loro.   [1]       “Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse
parole” (Gen 11, 1). Così la Bibbia idealizza quei primordi felici in
cui gli uomini si potevano intendere con facilità e spontaneità. Ma
impegnati in un gigantesco sforzo che avrebbe dovuto consacrare la loro
onnipotenza tecnologica, gli uomini non seppero reggere alla tensione:
si confusero e poi si dispersero. Tale confusione è considerata dalla
Bibbia un castigo divino, che lega per sempre al nome di una città il
simbolo della confusione dei linguaggi e della fatica che gli uomini e
le culture fanno a intendersi tra loro: “La si chiamò Babele, perché il
Signore confuse la lmgua di tutta la terra” (Gett 11, 9).             Babele rappresenta dunque l’impossibilità di
tutti gli umani a parlare tra loro con un unico linguaggio. Essa evoca
segnali che si accavallano, si confondono ed elidono a vicenda. Babele
è il luogo degli appuntament; mancati: le lingue non si intendono, gli
equivoci si moltiplicano e la gente non si incontra. Al massimo ci si
urta, ci si irrita a vicenda, ciascuno si lamenta perché l’altro non
l’ha capito.             Babele è il simbolo della non-comunicazione
della fatica e delle ambiguità a cui è soggetto il comunicare sulla
terra.             Babele è anche il simbolo di una civiltà in cui
la moltiplicazione e la confusione dei messaggi porta al
fraintendimento.             Nasce di qui la domanda angosciosa: come
ritrovare nella Babele di oggi una comunicazione vera, autentica, in
cui le parole, i gesti, i segni corrano su strade giuste, siano
raccolti e capiti, ricevano risonanza e simpatia?             E’ possibile incontrarsi in questa Babele,
inserire anche in una civiltà confusa luoghi e modi di incontro
autentico? è possibile comunicare oggi nella famiglia, nella società,
nella Chiesa, nel rapporto interpersonale? come essere presenti nel
mondo dei mass-media senza essere travolti da uoumi di parole e da un
mare di immagini? come educarsi al comunicare autentico anche in una
civiltà di massa e di comunicazioni di massa?   [2]       A tante domande sulla malattia del comunicare
umano contrapponiamo ora una scena di risanamento. Contempliamo Gesù
nel momento in cui sta facendo uscire un uomo dalla sua incapacità a
comunicare. Si tratta della guarigione del sordomuto raccontata in Mc
7, 31-37. S. Ambrogio chiama questo episodio -e la sua ripetizione nel
rito battesimale - “il mistero dell’apertura”: “Cristo ha celebrato
questo mistero nel Vangelo, come leggiamo, quando guarl il sordomuto”
(I misteri, I, 3).             Dividiamo il racconto in tre tempi: la
descrizione del sordomuto, i segni e gesti di apertura, il miracolo e
le sue conseguenze.             1. La narrazione evangelica precisa anzitutto il
disagio comunicativo di quest’uomo. E’ uno che non sente e che sì
esprime con suoni gutturali, quasi con mugolìi, di cui non si coglie il
senso. Non sa neanche bene cosa vuole, perché è necessario che gli
altri lo portino da Gesù. Il caso è in sé disperato (7, 31-32).             2. Ma Gesù non compie subito il miracolo. Vuole
anzitutto far capire a quest’uomo che gli vuol bene, che si interessa
del suo caso, che può e vuole prendersi cura di lui. Per questo lo
separa dalla folla, dal luogo del vociferare convulso e delle attese
miracolistiche. Lo porta in disparte e con simboli e segni incisivi gli
indica ciò che gli vuol fare: gli introduce le dita nelle orecchie come
per riaprire i canali della comunicazione, gli unge la lingua con la
saliva per comunicargli la sua scioltezza. Sono segni corporei che ci
appaiono persino rozzi, scioccanti. Ma come comunicare altrimenti con
chi si è chiuso nel proprio mondo e nella propria inerzia ? come
esprimere l’amore a chi è bloccato e irrigidito in sé, se non con
qualche gesto fisico? Notiamo anche che Gesù comincia, sia nei segni
come poi nel comando successivo, con il risanare l’ascolto, le
orecchie. Il risanamento della lingua sarà conseguente.             A questi segni Gesù aggiunge lo sguardo verso
l’alto e un sospiro che indica la sua sofferenza e la sua
partecipazione a una così dolorosa condizione umana. Segue il comando
vero e proprio, che abbiamo scelto come titolo di questa lettera:
“Effatà” cioè “Apriti!” (7, 34). E’ il comando che la liturgia ripete
prima del Battesimo degli adulti: il celebrante, toccando con il
pollice l’orecchio destro e sinistro dei singoli eletti e la loro bocca
chiusa, dice: “Effatà, cioè: apriti, perché tu possa professare la tua
fede a lode e gloria di Dio” (Rito dell’Iniziazione Cristiana degli
Adulti, n. 202).             3. Ciò che avviene a seguito del comando di Gesù
è descritto come apertura (“gli si aprirono le orecchie”), come
scioglimento (“si sciolse il nodo della sua lingua”) e come ritrovata
correttezza espressiva (“e parlava correttamente”). Tale capacità di
esprimersi diviene contagiosa e comunicativa: “E comandò loro di non
dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano”.
La barriera della comunicazione è caduta, la parola si espande come
l’acqua che ha rotto le barriere di una diga. Lo stupore e la gioia si
diffondono per le valli e le cittadine della Galilea: “E, pieni di
stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa
parlare i muti”“ (7, 35-37).             In quest’uomo, che non sa comunicare e viene
rilanciato da Gesù nel vortice gioioso di una comunicazione autentica,
noi possiamo leggere la parabola del nostro faticoso comunicare
interpersonale, ecclesiale, sociale. Possiamo anche individuare le tre
parti di questa Lettera: 1. rendersi conto delle proprie difficoltà
comunicative; 2. lasciarsi toccare e risanare da Gesù; 3. riaprire i
canali della comunicazione a tutti i livelli.   [3]       Il comunicare autentico non è solo una necessità
per la sopravvivenza di una comunità civile, familiare, religiosa. E’
anche u^ dono, un traguardo da raggiungere, una partecipazione al
mistero di Dio che è comunicázione.             Tutte queste ryflessioni ci inducono a dedicare
un biennio del nostro cammino pastorale al tema del comunicare. Non è
un tema accessorio o “di lusso”. Si tratta di una condizione
dell’essere uomo e donna e dell’essere Chiesa.             Il tema si pone in continuità con il triennio
educare 1987-1990 (Dio educa il suo popolo, Itinerari educativi,
Educare ancora) e con i primi cinque programmi pastorali 1980-1986 (La
dimensione contemplativa della vita, In principio la Parola, Attirerò
tutti a me, Partenza da Emmaus, Farsi prossimo). Non mi dilungo a
spiegare questa continuità. Essa apparirà più chiara nella terza parte
della presente Lettera.             Rifletteremo sulla realtà del comunicare per un
biennio. In questo primo anno, ci occuperemo delle condizioni generali
del comunicare umano; nel 19911992 considereremo il mondo dei
mass-media e il nostro posto in questo pianeta difficile.             La presente Lettera è divisa in tre parti che si
rifanno al noto trinomio vedere, giudicare, agire, con l’avvertenza che
il giudicare o “valutare” è connesso con l’ascolto e la contemplazione
del mistero di Gesù, fonte di ogni giudizio giusto.             Le tre parti della Lettera corrispondono alle tre parti della narrazione del sordomuto guarito (Mc 7, 31-37)   [4]       Perché il tema del comunicare, che è un tema di sempre, è particolarmente attuale in questo inizio degli anni ‘90?             Sottolineo alcune occasioni provvidenziali che caratterizzano questo momento storico.             La prima riguarda il continente europeo. Siamo
oggi interpellati da quella straordinaria possibilità di futuro che il
Papa ha chiamato con il nome di “Europa dello spirito” (cf Discorso al
Corpo diplomatico accreditato presso la S. Sede, 12 gennaio 1990). E’
necessario, perché tale Europa sia possibile, un grande sforzo
comunicativo tra i paesi europei, tra l’est e l’ovest, tra il nord e il
sud d’Europa. Tale impegno tocca da vicino la vita delle Chiese: è un
impegno di comunicazione ecumenica ed è insieme impegno di operare a
favore di condizioni di vita in cui la pace, la giustizia e la
salvaguardia dell’ambiente siano assicurate per tutti. Questo impegno è
stato assunto dai rappresentanti delle Chiese europee a Basilea nel
maggio dell’anno scorso 1989. Senza un salto di qualità nella nostra
capacità di comunicare, non coglieremo questa occasione provvidenziale
e forse unica della nostra storia.             La seconda occasione è data dalla presenza
sempre più consistente anche nella nostra diocesi di persone
provenienti dal terzo mondo.             La comunità cristiana è chiamata in causa non
solo per le emergenze assistenziali, ma anche e soprattutto per
preparare le basi di una Europa multirazziale capace di vivere in pace
e giustizia, superando i rischi dei ghetti e dei conflitti razziali che
simili fenomeni portano con sé.             La terza è la preoccupazione recentemente
espressa dalla Chiesa italiana sul rapporto nord-sud anche nel nostro
paese, con la Lettera sulla questione meridionale dell’ottobre 1989.
Commentando tale lettera nel discorso di sant’Ambrogio, del 6 dicembre
1989, ricordavo che essa ci impegna anche a rapporti di mutua
comprensione, fraternità, accoglienza. Gli eventi degli ultimi mesi non
hanno reso più facile questo compito. La lettera che la Conferenza
Episcopale Italiana promulgherà per gli anni ‘90 sul tema della carità
dovrà trovarci preparati a questo esercizio di comunicazione fraterna.             La quarta occasione è quella della preparazione
ormai imminente al grande giubileo dell’anno 2000. Il Papa ne ha
parlato dalla sua prima Enciclica. Vogliamo vivere questa vigilia del
terzo millennio in uno sforzo non solo di apertura verso tutti ma pure
di rinnovata capacità a comunicare il Vangelo nel contesto della “nuova
evangelizzazione”. Tale comunicazione della fede non può prescindere da
quel mondo dei mass-media che sempre più diventa lo scenario consueto
della cultura europea e che minaccia di inghiottire con la sua potenza
ogni messaggio non omogeneo a una cultura della concorrenza e del
successo.             Perché sia possibile una comunicazione autentica
del messaggio in una Europa “mediatizzata”, in un mondo che sta
raggiungendo la dimensione del “villaggio”, occorre che noi ci
impegniamo a migliorare in tutti i campi le nostre capacità
comunicative per metterle al servizio del Vangelo.   [5]       “Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito
sul monte, si fermò là. Attorno a lui si radunò molta folla recando con
sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai
suoi piedi ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere
i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che
camminavano, i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele”
(Mt 15, 29-31). “... e pieni di stupore dicevano: Ha fatto bene ogni
cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!” (Mc 7, 37).             Queste parole dei vangeli mi ricordano lo choc
provato durante la visita a Varanasi (Benares), la capitale religiosa
dell’India.             Lungo la discesa che porta al fiume Gange, prima
di giungere all’ultima scalinata dove si discende per il bagno sacro,
sono ammassati in mezzo alla strada centinaia di miserabili: storpi,
lebbrosi, paralitici, ciechi... Si agitano incessantemente, gridano,
tendono le mani ai passanti per avere un poco di elemosina. Si muovono
a fatica, aggrappandosi a una ringhiera di legno che passa per il
centro della strada e permette loro di tirarsi con le mani e scivolare
sul terreno per ottenere un posto migliore per chiedere l’elemosina. E’
una visione che toglie il fiato! Nessuno di loro parla con chi gli sta
accanto, nessuno sembra pensare al suo vicino e alle sue immense
sofferenze. Ciascuno cerca di farsi notare più dell’altro con grida e
gesti, così da attirare su di sé l’attenzione dei pellegrini.             Ripenso spesso a questo triste spettacolo quando
considero la folla delle incomunicabilità umane che si toccano l’una
con l’altra ma non si parlano, ciascuna tesa verso una impossibile
realizzazione del suo desiderio.   [6]            Qualcuno tuttavia mi dirà: “Non esageriamo
con queste immagini tetre! Noi sappiamo comunicare e non abbiamo da
chiedere niente a nessuno”.   E’ vero che ci sono tanti bei momenti comunicativi anche nella
nostra società. Si pensi ad esempio alla facile comunicazione che di
solito esiste tra genitori e figli negli anni dell’infanzia e della
fanciullezza. Ma sono proprio questi momenti belli che ci fanno capire
che in tanti aspetti della vita le cose non vanno proprio come
dovrebbero andare.             Proviamo a fare una piccola esplorazione al di
là della facciata. Quanta voglia frustrata di comunicare e quanta
stizza e anche rabbia di non saper comunicare c’è dentro di noi e
intorno a noi!   [7]       “Non sono in pace con me stesso. Sono in
contraddizione con me stesso. Non mi riesce di esprimere i miei
sentimenti come vorrei. Debbo mandar giù e reprimere, e questo alla
lunga mi logora e mi deprime... Non mi capisco, sento dentro tanta
contusione . . . “ .             Queste espressioni non sono inventate. Sono un
repertorio di ciò che sentiamo dentro di noi o ci viene comunicato in
confidenza da altri o cogliamo dietro il viso rabbuiato e teso dei
nostri amici. La fatica a vivere dentro di sé, a livello personale, una
limpida comunicazione tra pensiero e cuore, tra desideri e azioni, tra
sogni e realtà, tra sentimenti e espressione esterna, tra malumori e
sfoghi, è qualcosa che ci portiamo dentro e che talora ci è divenuta
così connaturale da pensare che non vi sia rimedio alla “piccola
nevrosi” che ogni essere umano deve sopportare. Ma quando leggiamo, per
esempio, qualche vita dei santi o una loro autobiografia o quando
incontriamo qualche persona da cui traspare una grande limpidità,
dominio di sé e pace, allora intuiamo che esiste un modo diverso di
vivere, che esso ci sarebbe più connaturale, ma...   [8]       La fatica del comunicare nel rapporto di coppia e
nel rapporto genitori-figli (dopo che essi hanno raggiunto una certa
età) è così proverbiale che stimiamo felici eccezioni quelle coppie o
quei genitori che dicono di non aver problemi a questo riguardo. Anzi
li riteniamo su questo punto poco credibili, desiderosi di mostrare una
facciata diversa da quella che invece è la fatica quotidiana che tutti
sperimentiamo. Eppure sarebbe possibile migliorare notevolmente il
tessuto comunicativo all’interno della famiglia se soltanto volessimo
crederci un po’ di più e investire un po’ di sforzo su un punto che è
essenziale per la sanità e la gioia della vita.             Non parliamo poi dei casi in cui tale rapporto
viene infranto e la comunicazione appare toralmente bloccata: sono i
casi che finiscono nel divorzio o comunque nel crollo dei rapporti di
coppia (nel mondo occidentale siamo da un terzo alla metà delle unioni
matrimonialì fallite). Nel caso dei figli abbiamo le rotture
drammatiche provocate dalla droga o da scelte asociali; anche quando
non si arriva a tali eccessi la conflittualità o almeno il blocco
comunicativo, ii mutismo tra genitori e figli dopo i
quindici-diciassette anni raggiunge livelli alti e preoccupanti.   [9]       Le esperienze di fatica nel comunicare tra loro da
parte dei diversi soggetti sociali è talmente grande che Ci slamo quasi
rassegnati a una conflittualità permanente tra gruppi con interessi
diversi sia a livello economico che a livello culturale e soprattutto
politico. Non è che una certa conflittualità, se contenuta entro i
giusti livelli, sia sempre un male. Ma il tasso odierno di litigiosità,
esasperato non di rado dagli organi della comunicazione di massa, ha
raggiunto limiti che sembrano indicare una certa “nevrosi sociale”.
Esso affatica gli operatori sociali, economici e politici, molto più
del lecito, crea nell’aria un clima di instabilità e di conflitto che
impedisce di godere anche delle cose belle che la vita e la società pur
ci offrono.   [10]     Anche la Chiesa appare spesso non sciolta nel suo
comunicare quotidiano. Il livello di litigiosità della società civile
si trasmette in parte anche alle istituzioni ecclesiastiche. Non di
rado si comunica con difficoltà all’interno, ad esempio, della
parrocchia: tra parroco e preti collaboratori, tra preti e Consiglio
pastorale, tra parrocchia e movimenti, tra i diversi gruppi di fedeli e
le diverse categorie sociali e culturali (per esempio: vecchi residenti
e nuovi immigrati). Un sintomo di questa fatica comunicativa è dato
anche dal moltiplicarsi di piccoli gruppi omogenei atti a facilitare la
comunicazione al loro interno. Tale rimedio si rivela giusto solo in
parte, perché un’intesa di gruppo ricercata per se stessa rischia poi
di esprimersi all’esterno in chiusura verso altre realtà ecclesiali e
quindi non risolve il problema se non al primo livello della
comunicazione interpersonale.             Anche la comunicazione della fede, che pure è un
compito primario della comunità cristiana, appare spesso titubante e
incerta. I genitori fanno fatica a comunicare la loro fede ai figli,
specialmente dopo una certa età, i credenti sono imbarazzati a parlare
di fede ai non credenti.             E’ questo uno dei problemi più drammatici della
nostra cultura occidentale, che sembra essere entrata in un “mutismo di
fede” che rasenta la paralisi.   [11]     Se poi e saminiamo quel fenomeno che pure dovrebbe
costituire nella odierna società un collante sociale di prim’ordine,
cioè la comunicazione di massa, vediamo che essa sembra avere da tempo
abdicato a questa sua funzione per divenire cassa di risonanza, anzi di
ampliamento di tutti i conflitti, anche di quelli interpersonali. A
partire dalla cronaca spicciola, in particolare la “cronaca nera”, fino
alla comunicazione riguardante i grandi fenomeni politici, il
linguaggio e il tono degli strumenti della comunicazione di massa
(radio, quotidiani, settimanali, televisione) tende sempre più a
suscitare sensazioni forti ed eccitanti per “vendere” meglio e più di
altri le informazioni. La cosa diviene più preoccupante quando la
“cassa di risonanza” appare legata a interessi forti e occulti.             Puntando sul sensazionale, calcando sui
particolari che suscitano attrazione, disgusto, ribrezzo, pietà, si
genera una inflazione dei sentimenti e nello stesso tempo un
accresciuto bisogno di emozioni sempre più elettrizzanti.             Emerge anche un problema inquietante: queste
logiche della comunicazione di massa fino a che punto tendono a
plasmare e a rendere più diflicile la stessa comunicazione
interpersonale?   [12]     Ritornando dunque alla domanda iniziale sulla
“folla delle solitudini” possiamo concludere che, pur potendo noi
contare, grazie a Dio e al nostro residuo di sanità mentale e umana, su
non poche comunicazioni che ancora “avvengono”, in realtà c’è una
miriade di canali comunicativi che, a partire dai nostri rapporti
interpersonali, sono bloccati o ingorgati. C’è davvero una folla di
solitudini che gridano il loro bisogno di essere risanate.             Per questo ci rivolgiamo in questa Lettera e in
questo programma pastorale a Gesù, Signore e maestro della
comunicazione umana, che “ha fatto udire i sordi e parlare i muti”,
perché ci assista in questo cammino verso il ristabilimento di
comunicazioni più autentiche tra noi e in tutta la nostra società.   [13]     A questo punto non vorrei che il lettore pensasse
che, per il risanamento dei nostri blocchi comunicativi, gli si
proporrà una via astrusa, pedante e difficile. Neppure vogliamo
sostituirci ai manuali che trattano a lungo della comunicazione
interpersonale e sociale, dei suoi disturbi e dei rimedi. Lasciamo a
ciascuno il suo mestiere. Io parlo come vescovo e mi limito a indicare
quei punti nodali che possono aiutare a cambiare direzione nella vita.
Mi interessa perciò rispondere ora alla domanda: che cosa sta alle
radici della “folla di incomunicabilità”, che abbiamo sopra richiamato?
Non parlo delle radici propriamente strutturali, riferibili ad esempio
alla imperfezione dei mezzi di comunicazione umana, né di radici in cui
appare chiara una deviazione morale maliziosamente intesa, come nel
caso della menzogna e della falsità. Parlo di qualcosa di più subdolo e
pervasivo.   [14]     E’ sempre pericoloso semplificare in una mate- ria
così complessa. Ardisco farlo perché ritengo che c’è una ragione di
fondo a cui si possono riportare molti insuccessi e fallimenti nella
comunicazione.             Si tratta di una talsa idea del comunicare umano
che sottostà a tanti tentativi falliti di entrare in comunicazione con
l’altro. Tale falsa visione non è sbagliata per difetto, cioè per una
carente visione dell’ideale comunicativo. E’ sbagliata piuttosto per
eccesso: vuole troppo, vuole ciò che il comunicare umano non può dare,
vuole tutto subito, vuole in fondo il dominio e l1 possesso dell’altro.
Per questo è profondamente sbagliata, pur sembrando a prima vista
grandiosa e affascinante. Che cosa c’è infatti di più bello di una
fusione totale di cuori e di spiriti? che cosa di più dolce di una
comunicazione trasparente, in perfetta reciprocità senza ombre e senza
veli? Ma proprio in tale ideale si cela una bramosia e una
concupiscenza di “possedere” l’altro, quasi fosse una cosa nelle nostre
mani da smontare e rimontare a piacere, che tradisce la voglia oscura
del dominio.   [15]     Sarebbe interessante analizzare questa “bramosia di
possesso” nelle sue radici culturali: come frutto cioè di quella
“razionalità strumentale”, tipica delI epoca moderna che identifica il
“sapere” con il “potere” e che diviene “volontà di potenza” promuovendo
un imperialismo della soggettività da cui può sgorgare ogni sorta di
strumentalizzazione e cattura dell’altro.             Non possiamo approfondire tale tema, del resto
già spesso trattato nella saggistica contemporanea. Ml limiterò a dare
tre esempi di come una volontà di potenza tende a ispirare rapporti non
di scambio ma di dominio a partire dal modo stesso di guardare alla
natura e al creato.   [16]     La crisi ecologica da tutti denunciata ha alla sua
radice un rapporto strumentale violento tra uomini e natura. I tempi e
i modelli della produzione e del consumo forzano i tempi biologici fino
a farli saltare. Impariamo a nostre spese che neppure la natura è un
oggetto totalmente disponibile e che occorre avvicinarla con spirito di
attenzione e dialogo, non di dominio.             Ci lamentiamo tanto della violenza e della
aggressività nei rapporti interpersonali e sociali. Anche qui ci
troviamo di fronte a una volontà di dominio dell’altro che non rifugge
da mezzi drastici purché utili a raggiungere un fine che viene
considerato come necessario o almeno utile a me e al mio gruppo. Così
si spiega tanta disinvoltura nella lotta politica, tanto carrierismo,
tanta facilità a passare dai mezzi leciti a quelli illeciti nella
concorrenza. Si pensa di poter ottenere con qualsiasi mezzo ciò che si
vuole.             Su questo sfondo più generale si colloca poi
quella che potremmo chiamare la fretta di comunicare, propria
soprattutto dei giovani e di tutti coloro che non hanno ancora imparato
a rispettare i ritmi della persona propria e altrui. Come la natura ha
dei ritmi che non si possono forzare se non a prezzo di ritorsioni,
così, e a maggior ragione, la persona non può essere avvicinata se non
nel rispetto della sua soggettività e iniziando un dialogo rispettoso
che permetta una comunicazione autentica.             Questi e altri esempi mostrano che alle radici
di tanti fallimenti comunicativi sta un atteggiamento di fondo che
pervade il rapporto umano, anche quello con le cose inanimate, e che è
una deviazione dal vero concetto del comunicare: un voler possedere,
dominare, sfruttare, identificare con sé. Tutte scimmiottature della
vera comunicazione.   [17]     “Queste due cose uccidono l’anima: la disperazione
e la falsa speranza” dice s. Agostino. Ciò vale anche per la
comunicazione: una falsa speranza di comunicare assorbendo in qualche
modo l’altro e rendendolo perfettamente omogeneo a sé porta, a un certo
punto, a disperare di riuscire a comunicare in maniera autentica; così
si rompono le amicizie, fanno naufragio i matrimoni, nasce la
diffidenza e la stanchezza là dove c’era l’alleanza e la fiducia.             C’è però un’altra alternativa: è quella che
vogliamo proporre in queste pagine e percorrere nel nostro cammino di
quest’anno.             Imparare a comunicare in maniera corretta
aprendosi all’ascolto del “vangelo della comunicazione”, alla “buona
notizia” di un comunicare arduo, ma possibile, quello offertoci dal Dio
vivente nell’atto stesso del suo comunicarsi a noi.             Gesù “che ha fatto udire i sordi e parlare i
muti” (Mc 7, 37) viene a noi come maestro della comunicazione, se ci
disponiamo a seguirlo nel cammino di speranza che egli ci propone.             Questa è anche la preghiera che la Chiesa fa sul
bambino dopo il Battesimo: “Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e
parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola e di
professare la tua fede a lode e gloria di Dio Padre” (Rito del
Battesimo dei bambini, n. 74).   [18]            Accingendomi a scrivere questa seconda parte
della Lettera risento quel disagio che mi prende ogni volta che devo
invitare altri a contemplare qualcosa del mistero di Dio. Il mistero è
là, nuovo e sigillato, come il roveto ardente. Eppure le parole che noi
usiamo ci sembrano trite, un po’ sempre le stesse, e chi legge dice:
“Ma si tratta delle solite cose!”. E intanto il roveto ardente è là e
nessuno si avvicina sul serio né si lascia bruciare da esso.             Ora qui il roveto ardente è addirittura il
mistero della Trinità. Non c’è infatti vera comunicazione interumana se
non a partire da quella realtà da cui, in cui e per cui l’uomo e la
donna sono stati creati, cioe il mistero del Padre, del Figlio e dello
Spirito santo, la loro comunione d’amore, il loro dialogo incessante.
Dio crea l’uomo a immagine e somiglianza di sé. Ogni creatura umana
porta in sé l’impronta della Trinità che l’ha creata. Tale impronta si
manifesta anche nella capacità e nel bisogno di mettersi in relazione
con altri comunicando.             Tutto ciò appare già fin dalle prime pagine
della Bibbia: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”
(Gen 1, 26); “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2, 18); “Il Signore
Dio passeggiava nel giardino alla brezza del giorno” (Gen 3, 8). Con
questi accenni discreti si parla della misteriosa affinità che unisce
l’uomo a Dio a differenza di tutte le altre creature, della reciprocità
e dialogicità tra uomo e donna e in genere tra l’uomo e il suo
prossimo, del dialogo che Dio volentieri instaura con la sua creatura
prediletta. Tutte le pagine della Scrittura approfondiscono le vicende,
le crisi, la ricostituzione di questo dialogo.   [19]     Siamo quindi invitati ad ascoltare il vangelo della
comunicazione. Dio è comunione e comunicazione: si comunica a noi e ci
abilita a entrare in comunicazione gli um con gli altri, risanando i
nostri blocchi comunicativl.             Potremmo esprimere questo grande tema sinfonico
con molti motivi e richiamarlo con molte icone e simboli. Accennerò
solo ad alcuni di essi, perché il lettore sia invogliato a cercare
nella Bibbia e a trovare ciò che interiormente lo nutre. Non c’è niente
che risani tanto il cuore come la contemplazione del comunicarsi divino
nelle sue diverse forme             Il racconto della discesa dello Spirito santo
sugli Apostoli e della conseguente loro capacità di esprimersi e di
farsi capire in tutte le lingue, superando la confusione di Babele (At
2, 1-47), è una delle icone più efficaci del dono del comunicare che
Dio elargisce al suo popolo.             Il brano degli Atti si compone di tre parti.
Nella prima (2, 1-3) vengono descritti alcuni segni di una teofania,
cioè di un intervento divino: “venne all’improvviso dal cielo un rombo,
come di vento che si abbatte gagliardo”, “...apparvero loro lingue come
di fuoco”. Questi segni richiamano quelli della grande teofania del
Sinai (cf Es 19,16-19), dove il popolo ricevette la legge e l’alleanza.
Ma qui il fuoco assume la figura di lingue, simbolo del comunicare
umano.             Nella seconda parte (2, 3-12) si descrive il
miracolo delle lingue, sia nell’esperienza dei discepoli (“cominciarono
a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di
esprimersi”) sia in quclla degli ascoltatori (“com’è che li sentiamo
ciascuno parlare la nostra lingua nativa?”).             Nella terza parte (2, 14-47) Pietro spiega che
cosa è avvenuto: si tratta del dono dello Spirito santo, inviato da
Gesù Cristo che è stato crocifisso e che è risorto. Vengono anche
ricordati gli effetti “contagiosi” di questo dono; da esso ha origine
la prima comunità cristiana: “quel giorno si unirono a loro circa
tremila persone” (2, 41).             Il dono dello Spirito santo a Pentecoste suscita
dunque una straordinaria capacità comunicativa, riapre i canali di
comunicazione interrotti a Babele e ristabilisce la possibilità di un
rapporto facile e autentico tra gli uomini nel nome di Gesù Cristo.
Esso suscita la Chiesa come segno e strumento della comunione degli
uomini con Dio e dell’unità del genere umano.   [20]     Abbiamo detto sopra che alcuni segni del racconto
della Pentecoste (rombo, vento, fuoco) richiamano la pagina dell’Esodo
in cui viene descritta l’alleanza tra Dio e il suo popolo. Ora
l’alleanza è il fondamentale evento comunicativo tra Dio e l’uomo.
Nell’Esodo essa è introdotta così: “Ho sollevato voi su ali di aquile e
vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e
custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i
popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di
sacerdoti e una nazione santa” (Es 19, 4-5).             Numerose sono nella Bibbia le formulazioni
af~ini a questa: “Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa
d’Israele...: porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro
cuore” (Ger 31, 33); “Il mio diletto è per me e io per lui” (Ct 2,16;
cf 6, 3).             Con diverse formule si esprime una realtà
fondamentale: Dio vuole entrare in comunione con il suo popolo, vuole
comunicare con lui in uno spirito di reciprocità e dì mutua
appartenenza. Promette ed esige fedeltà. Tutte le pagine della
Scrittura risuonano di questa volontà divina: Dio vuole donare, donarsi.             L’iniziativa è sempre di Dio, il quale offre,
per puro amore e in perfetta gratuità, liberazione, sicurezza, certezza
per il futuro: “Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti non perché
siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più
piccolo di tutti i popoli - ma perché il Signore vi ama. Riconoscete
dunque che il Signore vostro Dio è Dio, il Dio fedele” (Dt 7, 7-9).             Alla radice della comunicazione sta dunque la
gratuità. L’evento comunicativo che regge tutta la storia è un evento
gratuito e libero: Dio decide di comunicarsi all’uomo entrando con lui
in alleanza. A tale iniziativa libera e gratuita del Dio vivente è
chiesta una risposta libera e grata: la risposta della fede.             La comunicazione di Dio, che si attua
nell’alleanza, suscita un popolo: esso è il frutto di tale azione
divina. Di quì appare che i raggruppamenti umani avvolti da questa onda
comunicativa di Dio (famiglia, comunità, popolo, comunità dei popoli)
sono luoghi del comunicare umano primordiale e sono garantiti e
sostenuti dalla grazia del mistero di Dio, che li muove a essere canali
di comunicazione autentica fra esseri umani.   [21]     A questo punto vorrei suggerire un utile esercizio
per continuare la riflessione sul tema dell’alleanza come tema
fondamentale in cui appare la natura comunicativa dell’agire divino
nella storia. Si possono riprendere i quattro brani biblici che abbiamo
fin qui richiamato a proposito del comunicare (la confusione delle
lingue a Babele, Gen 11, 1-9, sopra n. 1; la guarigione del sordomuto,
Mc 7, 31-37, sopra n. 2; la Pentecoste, At 2, 1-47, n. 19; e l’alleanza
presso il Sinai, Es 19, 1-7, n. 20) leggendoli come in sinossi, notando
le analogie e le differenze.             Mi limito a sottolineare tre analogie.             La prima riguarda l’impeto della diffusione
comunicativa che deriva dalla guarigione di Gesù nel vangelo di Marco e
dall’effusione dello Spirito nel testo degli Atti: la parola si
diffonde, corre gioiosa, supera gli ostacoli, raggiunge i cuori. In
parallelo la comunicazione di Dio con il suo popolo appare nel libro
dell’Esodo all’inizio suscitatrice di timore, ma poi, si rivela, nel
seguito del racconto, come il nodo che terrà insieme per secoli tutta
la vicenda del popolo. All’opposto aleggia nel racconto di Babele la
tristezza di non capirsi, la vergogna di un’impresa non riuscita,
l’incapacità dei popoli a convivere insieme.             La seconda analogia si riferisce al frutto
sociale e collettivo del dono divino: dalla confusione di Babele (cf
Gen 11) emerge un popolo chiamato a vivere una profonda unità (cf Es
19). Questa unità sarà poi comunicata a tutti gli altri popoli che si
ricollegheranno all’iniziativa divina dell’alleanza (cf At 2).             La terza si riferisce agli attori di queste
scene bibliche come di molte altre atfini. Dio Padre, che all’inizio ha
sanzionato con un castigo la ribellione delI’uomo (cf Gen 11), prende
l’iniziativa di tornare a comunicare con lui (cf Es 19). Tale
iniziativa si compie in maniera svelata e piena in Gesù Cristo Figlio
di Dio che con amore tocca e risana l’uomo incapace di parlare e di
udire (cf Mc 7). Essa ha il suo culmine nel dono dello Spirito santo
che porta a compimento l’opera del Padre e del Figlio (cf At 2). La
comunicazione divina è dunque “trinitaria”. Approfondiremo in seguito
questo punto.             Tale lettura con la ricerca delle analogie può
essere ampliata a tanti brani dell’Antico e del Nuovo Testamento che
parlano dell’alleanza e svelano la volontà di Dio di comunicare con
i’uomo.   [22]     Il dono della comunicazione può essere rifiutato.
Il primo passo verso il rifiuto è la diffidenza, la paura che l’altro
non comunichi davvero in gratuità, ma abbia qualche interesse nascosto.
Il primo peccato nel giardino dell’Eden ha questa caratteristica. “E’
vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del
giardino?” (Gen 3, 1). Questa frase del tentatore, nella sua
paradossalità (come è possibile che Dio abbia proibito ogni frutto?),
ha un sottinteso maligno: ci deve pur essere una ragione di convenienza
personale per cui Dio vi ha proibito almeno uno dei frutti... forse il
suo agire non è poi così disinteressato come sembra.             Alla base del rifiuto della comunicazione stanno
tanti motivì, ma uno dei determinanti è certamente quello della
mancanza di fiducia nella gratuità e sincerità dell’atto comunicativo.             Una elaborazione più complessa di questa
diffidenza è presentata nella prima pagina del libro di Giobbe. Il
satana (qui ancora inteso non come nome proprio, ma nella sua
etimologia di “avversario”, “accusatore”, fa cadere un sospetto sulla
fedeltà di Giobbe: nella sua apparente irreprensibilità egli è mosso
dal proprio interesse, e come lui ogni altro essere umano (cf Gb 1,
9-11) e quindi non c’è posto tra gli uomini per la vera gratuità e, di
conseguenza, per rapporti comunicativi autentici. La scommessa viene
accettata e Giobbe passa attraverso molte prove che lo scuotono
interiormente ma nelle quali non perde la fiducia sostanziale in Dio,
con cui egli continua a comunicare pur nella esasperazione del suo
dolore. La scommessa è dunque perduta dal satana. Egli non è riuscito a
provare che l’uomo comunica con Dio solo per interesse proprio. Anche
nell’uomo dunque c’è vera gratuità; la capacità comunicativa dell’uomo,
messa in lui da Dio stesso, è stata passata al vaglio e si è dimostrata
autentica.             Ma la tentazione continua in ogni giorno della
storia. Il Nuovo Testamento chiamerà il tentatore anche diavolo cioè
“il divisore”. Egli tende a dividere l’uomo da Dio, l’uomo dall’uomo,
gruppi da gruppi, insinuando il sospetto che l’altro cerca il proprio
interesse e vuole farmi fuori. Non esiste comunicazione autentica -
ripete la voce maligna -, bisogna arrangiarsi per sopravvivere
difendendosi da tutti. La comunicazione è viziata da un sospetto di
fondo: l’altro cerca in realtà se stesso, quindi mi può ingannare,
spesso di fatto mi inganna.             Questa tentazione di sfiducia pervade ogni
rapporto umano e lo mina alla radice. Il comunicare è perennemente
insidiato da domande come queste: “Mi vorrà davvero bene? merita
davvero il mio amore? posso mai fidarmi di qualcuno al mondo, al di
fuori di pochi intimi? e se Dio stesso mi ingannasse o mi abbandonasse
alla mia solitudine e al mio silenzio? “ .             Di simili timori e tentazioni “diaboliche” è
piena la terra. Per questo tanti sono spiritualmente sordi e muti, come
il malato del vangelo (cf Mc 7, 31-37) e nascono tante diffidenze,
gelosie, sospetti. Si troncano le amicizie, si separano le famiglie, si
rompono i contratti, si violano i patti sacri tra le nazioni. Tutto ciò
grida verso un risanamento, una riabilitazione dei rapporti. Bisogna
che ci sia Qualcuno, del cui amore non possiamo dubitare, che compia un
gesto di amore irrefutabile: è Gesù sulla croce. Occorre che tutti i
rapporti umani siano invasi da quella gratuità che sopravviene in
abbondanza dall’alto, dal mistero dell’amore gratuito di Dio, dal
mistero della morte di Gesù per noi per puro amore e senza alcun
interesse proprio, dal dono dello Spirito santo.   [23]            Potremmo concludere questa prima riflessione sul dono del comunicare riassumendo i dati fin qui emersi.             L’uomo è fatto per comunicare e per amare: Dio
lo ha fatto così. Di qui si spiega anche l’immensa nostalgia che
ciascuno di noi ha per poter comunicare a fondo e autenticamente. Non
c’è nessuna persona umana che sfugga a questo intimo desiderio. Esso
penetra in tutte le nostre relazioni, rimane anche là dove tutto il
resto sembra depravato e corrotto. Anche negli abissi della più cupa
disperazione e disgusto di sé affiora, come una stella alpina
sull’abisso, la voglia comunque di comunicare davvero con qualcuno, di
trovare una persona che in qualche modo ci capisca e ci accetti. Questo
stigma che portiamo dentro per sempre è un riflesso di colui che ci ha
fatti e insieme testimonia delle storture che noi abbiamo imposto a
questo desiderio e a questo diritto sano e sacrosanto. I fallimenti del
comunicare umano hanno alla radice la distorsione di un impulso che è
nel fondo di noi stessi.             Come raddrizzare e purificare questa passione
profonda e vera che ci portiamo dentro? come esprimerla in modo
autentico?             E’ Dio stesso che ci viene incontro: egli è
comunicazione, è capace di risanare i nostri fallimenti comunicativi e
dì riempirci della grazia di un flusso relazionale sano e costruttivo.   [24]     Dico anzitutto con una immagine ciò che poi tenterò
di spiegare con parole. Vi invito a contemplare (è annessa a questa
Lettera) una rappresentazione della Trinità che ha il suo capolavoro
nell’opera del Masaccio in S. Maria Novella di Firenze. E’ chiamata la
“Trinitas in Cruce”, la “Trinità nella Croce” o anche il “Trono delle
grazie” ed è molto comune nel mondo occidentale.             Guardate anzitutto il Padre al centro della
figura in alto. Egli regge con le sue braccia il legno della croce, da
cui pende Gesù. Il Padre è lì nell’atto di offrire il suo Figlio, di
comunicarlo a noi in un gesto di amore infinito. “Dio non ha
risparmiato suo Figlio ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm 8, 32).
“In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il
suo unigenito Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui” (1
Gv 4, 9). Il Padre è colui che prende l’iniziativa del dono, è la pura
gratuità, la sorgività pura del comunicare.             Volgete poi lo sguardo contemplativo al Figlio.
Nel suo essere inchiodato alla croce egli, nello stesso tempo, si
abbandona e si offre al Padre, si consegna agli uomini che tanto ama,
anche ai suoi uccisori.             Al centro si vede la colomba, figura dello
Spirito santo. Esso sta tra il Padre e il Figlio come segno di
comunione tra i due e come frutto del dono che Gesù fa della sua vita.
Lo Spirito “apre” la Trinità al mondo, al tempo stesso in cui unisce il
mondo al Figlio e in lui al Padre.             Tutto questo donarsi di Dio è per l’umanità rappresentata ai piedi della croce da Maria e dal discepolo prediletto.             La scena rappresenta l’atto supremo della
comunicazione divina. Ogni persona della Trinità divina si dona
all’altra e da questa comunicazione di amore scaturisce un dono
straordinario e misericordioso per l’umanità, chiamata a sua volta a
entrare in questa circolazione di amore. Questa scena è una scena di
morte: il Crocifisso è l’uomo rifiutato, di cui l’umanità non ha voluto
accettare il messaggio. Ma ora tutto spira vita, comunicazione,
speranza. E’ il mistero pasquale, morte per amore, vita dalla morte.
Tutto è letto infatti nella luce della risurrezione. La comunicazione
tra Dio e l’uomo e degli uomini tra loro viene restaurata e rilanciata
secondo dimensioni e potenzialità divine.   [25]     Cerco ora di ridire, in forma espositiva, quanto
abbiamo contemplato nell’immagine della “Trinitas in Cruce”. Dio rivela
se stesso e il suo intimo mistero nel modo stesso del suo comunicarsi
agli uomini.             Il suo comunicare con noi è il suo comunicarsi,
farsi conoscere nel suo mistero più profondo che noi esprimiamo con il
nome di Trinità. Il comunicarsi divino nella storia culmina, infatti,
nella incarnazione del Verbo di Dio in Gesù di Nazaret e nella sua
morte in croce e risurrezione. Ora se noi contempliamo questo mistero
vi scorgiamo anche la manifestazione di ciò che Dio è in sé.             Nell’incarnazione e nel mistero pasquale noi
veniamo, infatti, a conoscere quel Figlio che S.Ignazio di Antiochia
chiama “Verbo procedente dal silenzio”. Egli è colui nel quale il Padre
(che è come il Silenzio, il mistero nascosto che sta all’origine del
comunicare) si esprime e si fa conoscere. Gesù in tutta la sua vita non
ha voluto fare altro che rivelare il Padre: “Ho fatto conoscere il tuo
nome agli uomini” (Gv 17, 6). Gesù come Verbo procedente dal Padre si
comunica agli uomini e alle donne di tutti i secoli fino ad oggi
inviando lo Spirito. Lo Spirito può essere chiamato “l’Incontro”:
incontro di Parola e di Silenzio, di Dio Trinità con gli uomini. Per
lui avviene in ciascuno di noi il misterioso incontro con l’amore che
il Padre ha per noi fin dal silenzio eterno e che ci manifesta, nel
tempo, in suo Figlio.             Tutto il mistero creativo e redentivo è dunque
un grande atto del comunicare divino, che ci manifesta un Dio unico in
Tre persone che possono anche essere designate come il Silenzio fecondo
da cui nasce la Parola mediante la quale si realizza l’Incontro: e
tutto ciò si awera in pienezza nella Croce. Per questo un teologo
contemporaneo (J. Moltmann) ha scritto: “Se vogliamo sapere chi è Dio,
dobbiamo inginocchiarci ai piedi della Croce”. E io aggiungo: se
vogliamo imparare a comunicare, dobbiamo contemplare la Croce,
lasciarci folgorare dal Figlio crocifisso.   [26]     La vita intima di Dio, per quanto possiamo co-
noscerla su questa terra, ci appare un continuo profondo inesauribile
comunicare tra le Persone divine. Il Padre “dice” il Figlio, e
dicendolo lo genera e gli comunica tutto ciò che è e ciò che ha. Il
Figlio chiama il Padre e gli si dona in totalità con perfetta
obbedienza. Lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio, ne è il
legame vivente, frutto perfetto e personale del dialogo di amore tra il
Padre e il Figlio.             Tutte queste cose noi possiamo appena intuirle e
balbettarle. In particolare alcune parole di Gesù ci aiutano a entrare
in una tale visione.             Molte di esse riguardano il rapporto tra il
Padre e il Figlio: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno
conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il
Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27); “Il
Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre;
quello che egli fa anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il
Figlio, gli manifesta tutto quello che fa” (Gv 5, 19-20); “Io vivo per
il Padre” (Gv 6, 57); “Colui che mi ha mandato è sempre con me” (Gv 8,
29); “Il Padre conosce me e io conosco il Padre” (Gv 10, 14); “Il Padre
è in me e io nel Padre” (Gv 10, 38); “Io e il Padre siamo una cosa
sola” (Gv 10, 30); “Padre... sempre mi dai ascolto” (Gv 11, 4142); “Io
non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha
ordinato che cosa devo dire e annunziare... Le cose dunque che io dico,
le dico come il Padre le ha dette a me” (Gv 12, 50); “Chi ha visto me
ha visto il Padre... non credi che io sono nel Padre e il Padre è in
me?” (Gv 14, 9-10).             Altre parole introducono lo Spirito santo in
questa comunione di amore: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un
altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di
verità” (Gv 14,16-17); “Il Consolatore, lo Spirito santo che il Padre
manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto
ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26); “Quando verrà il Consolatore, che
io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre,
egli mi renderà testimonianza” (Gv 15, 26).             Dalle parole evangeliche traspare quel senso di
profonda comunione e scambio che vige nel mistero di Dio e che è alla
radice di tutto il nostro comunicare umano. Nella comunione trinitaria
il dialogo tra le persone divine è incessante. Possiamo dire che nella
Trinità le tre persone divine sono tanto più persone in quanto formano
un’unica comunione e tanto più sono una comunione in quanto sono
persone. Cosl ciascuno di noi realizza tanto più pienamente se stesso
quanto più vive la propria identità in dialogo e dono con e per gli
altri.   [27]     Il comunicare interno al mistero delle Persone
divine si allarga a quella creatura privilegiata che è l’uomo. Ogni
uomo e donna di questo mondo sono chiamati a far parte di questo
misterioso flusso comunicativo. Riportiamo qualche altra parola di Gesù
in questo senso: “Questa infatti è la volontà del Padre mio, che
chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna (cioè la
partecipazione alla stessa vita divina); io lo risusciterò nell’ultimo
giorno” (Gv 6, 40); “Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io
vivo per il Padre, cosl anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv
6, 57); “Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre
mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15); “Io in loro e tu in me,
perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17, 23).             Queste parole ci introducono a considerare più
da vicino come Dio ha comunicato con l’uomo in maniera piena,
abbondante e significativa, cioè nella storia di salvezza e in special
modo nella persona di Gesù.   [28]     A partire dalla prima pagina del primo libro della
Bibbia, tutto è storia del comunicare divino alla umanità: “Dio creò
l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li
creò” (Gen 1, 26). La somiglianza con Dio permette il dialogo con lui,
mentre la creazione di uomo e donna pone dall’inizio ogni persona umana
in situazione dialogica con i propri simili.             Il dialogo di Dio con l’umanità inizia da allora
e prosegue per tutta la Scrittura. Esso ha i suoi momenti di crisi e di
rottura, sia nel dialogo tra uomo e Dio, a partire dal “peccato
originale” (cf Gen 3), sia nel dialogo tra persone umane (a partire
dall’uccisione di Abele: cf Gen 4), sia nel dialogo tra i popoli e le
culture (cf sopra n. 1 a proposito della torre di Babele di Gen 11). Ma
ha pure parallelamente le sue continue riprese, suscitate
dall’instancabile amore comunicativo di Dio. Abbiamo ricordato sopra
due momenti fondamentali di queste riprese: l’alleanza presso il Sinai
(cf n. 20 e Es 19) e la Pentecoste (cf n. 19 e At 2).             La Bibbia intera può essere dunque letta come la
storia del dialogo tra Dio e gli uomini e degli uomini tra loro, nel
continuo sforzo di intendersi o nei fallimenti comunicativi che
regolarmente si verihcano e nel loro superamento.             Tra tutte le pagine della Scrittura emergono,
anche sotto questo punto di vista, le pagine dei vangeli. Vorrei con
alcune brevi indicazioni aiutare a rileggere in questa luce i fatti e
le parole di Gesù.   [29]     Do alcuni criteri generali di lettura distinguendo
cinque tipi di brani evangelici in cui emerge il tema della
comunicazione.             a. Miracoli in cui Gesù ristabilisce una
comunicazione bloccata o interrotta. Molto efficace al proposito è il
racconto della guarigione dell’indemoniato geraseno che “da molto tempo
non portava vestiti né abitava in casa” (Lc 8, 27), “aveva la dimora
nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato anche con
catene... continuamente notte e giorno tra i sepolcri e sui monti
gridava e si percuoteva con pietre” (Mc 5, 3.5). Questo essere asociale
e chiuso nella sua follia è mutato dalla potenza del Signore in un uomo
che sta tranquillamente seduto presso di lui “vestito e sano di mente”
(Mc 5,15), che lo prega “di permettergli di stare con lui” (Mc 5, 18).             Tra gli altri racconti simili abbiamo già
ricordato quello della guarigione del sordomuto (Mc 7, 31-37) che
abbiamo posto all’inizio come simbolo di questa Lettera (cf n. 2). Si
possono anche considerare il racconto del demonio muto (cf Lc 11, 14),
il cieco di Betsaida (Mc 2, 22-25), e”.             b. Parole di Gesù che smascherano i tranelli
della comunicazione interpersonale e le ipocrisie e i blocchi
comunicativi nei rapporti tra gruppi. Gesù disillude sin dall’inizio
chi si attende da lui ciò che egli non ha intenzione di fare: “O uomo,
chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?” (Lc 12,14).             A chi gli chiede di seguirlo ostentando una
totale disponibilità (“Maestro, ti seguirò dovunque andrai”: Mt 8, 19)
Gesù risponde: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i
loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,
20).             Molti rapporti interpersonali risultano
imprecisi e fragili perché non si è fatta chiarezza sulle intenzioni
reali che ciascuno ha e sulle conseguenze che esse comportano. Per
questo Gesù insiste nel precisare le esigenze della sequela: “Siccome
molta gente andava da lui, egli si voltò e disse: “Chi non porta la
propria croce e non viene dietro di me non può essere mio discepolo”“
(Lc 14, 26-27). Per questa chiarezza di linguaggio Gesù non teme di
perdere anche dei seguaci: il ricco che voleva “avere la vita eterna”
(Mc 10, 17) se ne andò afflitto quando Gesù gli spiegò che doveva
lasciare tutto. Perfino agli Apostoli, in un momento difficile, Gesù
dice: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6, 67).             Terribili sono i rimproveri di Gesù a coloro il
cui linguaggio non è schietto e le cui in-renzioni sono storte, o che
non fanno lo sforzo dovuto per capire a fondo la situazione: “Ipocriti!
Sapete giudicare l’aspetto del cielo e della terra, come mai questo
tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò
che è giusto?” (Lc 12, 56); “Non intendete e non capite ancora? Avete
il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non
udite?” (Mc 8, 17-18); “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti... guai a
voi, guide cieche...” (Mt 23 13ss.); “Guardatevi dal lievito dei
farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà
svelato, né di segreto che non sarà conosciuto” (Lc 12, 1-2).             c. Parole e gesti con cui Gesù promuove e
incoraggia la comunicazione, l’amicizia, lo stare insieme in
fraternità. Tutto il suo insegnamento è dato a partire da una comunione
di persone che egli chiama a “stare con lui” (Mc 3, 14) e che egli
tratta come amici (“A voi miei amici, dico...”: Lc 12, 4; “Vi ho
chiamati amici”: Gv 15, 15). Vi sono nei vangeli pagine mirabili in cui
appare la capacità di Gesù di instaurare un dialogo (per es. con
Nicodemo: Gv 3, 1-14; con la Samaritana: Gv 4, 1-30) e il calore della
sua comprensione e della sua amicizia (per es. in casa di Simone il
lebbroso di fronte alla donna peccatrice: Lc 7, 36-50; in casa di Marta
e Maria: Lc 10, 38-42; con Lazzaro: Gv 1 1).             d. Parole e gesti di Gesù con cui egli esprime
da una parte la sua relazione unica con il Padre e insieme il suo voler
stare con gli uomini. Dopo una giornata di incontri con la gente, in
particolare con i malati “al mattino si alzò quando era ancora buio e,
uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e pregava “(Mc 1, 35).
“In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la
notte in orazione. Quando fu giorno chiamò a sé i suoi discepoli e ne
scelse dodici” (Lc 6, 12-13).             e. Infine si possono considerare tutti i modi
che Gesù usa per comunicare in maniera verbale e non verbale. La
povertà della nascita a Betlemme, la presenza silenziosa a Nazaret per
trent’anni, il suo stare a tavola anche con i peccatori, il suo
intrattenersi a lungo con i malati, il suo pianto su Gerusalemme e su
Lazzaro, sono tutti modi esemplari di comunicazione non verbale. Le
parabole e similitudini, le interpellazionì, le invettive, gli
interrogativi con cui scuote i suoi e la gente, sono tutti modi
efficacissimi di comunicazione verbale che possono essere analizzati
con frutto anche mediante gli strumenti della analisi strutturale e
della “nuova retorica”.   [30]     Vi invito a questo punto a fare quattro
riflessioni: considerare anzitutto alcune costanti della comunicazione
divina cosl come essa ci si presenta nella storia della salvezza,
dedurne quindi indicazioni per le caratteristiche di un’autentica
comunicazione umana, riflettere sull’ampiezza dei destinatari della
comunicazione divina e infine sui rischi della comunicazione.             Potremmo esprimere le costanti nelle seguenti tesi.             1. La comunicazione divina è preparata nel
silenzio e nel segreto di Dio. E’ “rivelazione del mistero taciuto per
secoli eterni” (Rm 16, 25), “mistero nascosto da secoli nella mente di
Dio, creatore dell’universo” (Ef 3, 9).             2. La comunicazione divina all’uomo è
progressiva, cumulativa e storica. Non si verifica cioè in un solo
istante, ma comprende diversi tempi e vicende che vanno capiti e letti
nel loro insieme. Essi si collocano nella scena di questo mondo e la
modificano. La comunicazione di Dio all’umanità si attua con eventi e
parole che si rimandano e si spiegano a vicenda. Nel suo insieme tale
rivelazione si chiama “storia della salvezza” ed è descritta nella
Bibbia. La Bibbia è quindi il libro dell’autocomunicazione di Dio ed è
sommamente prezioso per coglierne e comprenderne i diversi momenti e le
caratteristiche.             3. L’autocomunicazione divina nella storia si
attua in una dialettica di manifestazione e di nascondimento. Non è un
procedere “di gloria in gloria”, in un crescendo di luce senza ombre.
E’ piuttosto un susseguirsi di eventi di cui alcuni sono luminosi e
altri enigmatici. Solo la pazienza della decifrazione di tale serie
cumulativa di parole e fatti ci permette di cogliere il mistero vivente
che vuole si comunicarsi pienamente, ma solo a chi lo accetta e lo
cerca. Se Dio si comunicasse unicamente come luce, ci annienterebbe.
Dio si rivela nella penombra per coloro che liberamente accettano le
prime vestigia della sua presenza, disponendosi ad accoglierlo.             Questo mi pare anche il motivo fondamentale per
cui Gesù parlava in parabole. L’eccesso di comunicazione annienta
l’altro e lo annulla. Ogni comunicazione è graduale, prudente,
rispettosa dell’altro.             4. L’autocomunicazione divina non ha sulla terra
la sua pienezza (anche se ha nel mistero pasquale il suo culmine).
Occorre dunque distinguere la comunicazione in via dalla comunicazione
in patria. Solo nella vita eterna conosceremo come siamo conosciuti (cf
1 Cor 13, 12) e “vedremo Dio come egli è” (1 Gv 3, 2). Sulla terra il
comunicare divino ha valore anticipatorio su ciò che ci sarà dato, è
una promessa di ciò che verrà. Ne deriva l’incompiutezza di ogni
comunicare storico. Quando tendiamo, anche nell’incontro con Dio, a una
comunicazione perfetta e senza ombre, vogliamo anticipare qualcosa che
non è di questa terra ma è proprio della pienezza definitiva del Regno.             Tale incompiutezza va tenuta presente a maggior
ragione in ogni comunicare umano. Non potremo mai su questa terra
conoscere l’altro così come egli è. Vi sarà sempre un “segreto”, una
riserva misteriosa, una soglia che non è possibile né utile varcare.             5. L’autocomunicazione divina è personale. Dio
comunica non altro da sé, ma se stesso, con indicibile amore, e tutto
quanto comunica al di fuori di sé non è che segno o simbolo della
volontà di comunicare se stesso come dono supremo.             Nello stesso tempo la comunicazione divina è
interpersonale, fa appelIo all’altro, all’uomo che la riceve, affinché
si metta in stato di attenzione, di accoglienza, di ascolto. Senza
reciprocità non si ha comunicazione. Il Dio vivente fa appello all’uomo
vivente suscita la fede e la speranza.             6. La comunicazione divina assume tutti i modi
della comunicazione interpersonale: è informativa, appellativa e
insieme autocomunicativa. Comunicando informa su contenuti e dottrine
che rinviano alla verità personale del Dio vivente. Fa appello all’uomo
chiamandolo, promettendo, minacciando, esortando. E’ autocomunicativa,
perché ciò che alla fine Dio vuole comunicare è la sua persona.             Possiamo cogliere questi tre momenti della
comunicazione divina (e in fondo di ogni comunicazione) nelle tre
diverse persone con cui un verbo viene coniugato. Alla terza persona
(“è”) si esprime la verità di un contenuto, di una informazione. Alla
seconda persona sia all’indicativo che all’imperativo (“tu sei - sii”)
si esprimono gli appelli, le esortazioni, le indicazioni precettive.
Alla prima persona (“io sono”) colui che parla si comunica f;no alla
manifestazione di sé e del suo mistero. Ricordiamo che la più alta
parola dell’Antico Testamento con cui Dio si designa è, appunto, “Io
Sono” (Es 3, 14).   [31]     Ritengo opportuno approfondire un momento la tesi
n. 5 del titolo precedente, dove ho detto che la comunicazione divina è
non solo personale ma anche interpersonale.             Il comunicare di Dio con l’uomo, radice e
immagine perfetta di ogni comunicare nel mondo, non è a senso unico
(parola di Dio - ascolto dell’uomo). Esso suscita un circuito di
risposta che è proprio di ogni comunicare autentico:
parola-ascolto-risposta.             Dio richiede dall’uomo anzitutto l’ascolto e
l’accoglienza fiduciosa della sua Parola: la fede. E’ la prima risposta
che l’uomo dà con tutto se stesso a Dio che parla, ricevendo il suo
messaggio e accogliendolo come principio e norma per la sua esistenza.             La fede suscita poi nel credente una serie di
risposte di valore che toccano diversi aspetti del comunicare umano:
riconoscenza, lode, ammirazione, adorazione, offerta di sé, fiducia,
affidamento, domanda fiduciosa. Nasce di qui la multiforme e
indescrivibilmente ricca attività della preghiera.             La preghiera è dialogo, non monologo: già nel
suo primo sorgere nasce dalla fede (o almeno dal desiderio e dalla
intuizione di fede? e si configura quindi come risposta. In seguito, si
nutre costantemente della parola di Dio nella liturgia, nell’ascolto
della parola della Chiesa, nella lettura personale della Bibbia, nel
discernimento delle ispirazioni dello Spirito santo. C’è dunque un
ritmo ininterrotto di parola divina e risposta umana, che dispone a
recepire nuove parole e risposte di Dio. Il dialogo tra il credente e
il suo Dio, tra ogni battezzato e il Padre, il Figlio e lo Spirito
santo costituisce la trama di tutta la giornata. Chi prega così può
ripetere le parole di Gesù: aColui che mi ha mandato è con me e non mi
ha lasciato solo” (Gv 8, 29); “Io non sono solo perché il Padre è con
me” (G2) 16, 32).   [32]     Le costanti della comunicazione divina ci
permettono di considerare ora alcune caratteristiche della
comunicazione interumana che possiamo derivare dalla contemplazione del
modo con cui Dio si rivela.             1. Ogni comunicazione autentica nasce dal
silenzio. Infatti ogni parlare umano è dire qualcosa a qualcuno:
qualcosa che deve anzitutto nascere dentro. Nascere dentro suppone un
autoidentificarsi, un autocomprendersi, un cogliere la propria
interiore ricchezza. Molte forme di loquela non sono vera
comunicazione, perché nascondono un vuoto interiore: sono chiacchiera,
sfogo superficiale, esibizionismo... Ogni vera comunicazione esige
spazi di silenzio e di raccoglimento. Non è necessaria la moltitudine
delle parole per comunicare davvero. Poche parole sincere nate da un
distacco contemplativo valgono più di molte parole accumulate senza
riflessione.             2. La comunicazione ha bisogno di tempo. Non si
può comunicare tutto d’un colpo, in fretta e senza grazia. Se Dio ha
diffuso una comunicazione tanto importante ed essenziale come quella
dell’alleanza nell’arco di un lungo tempo storico, vuol dire che anche
la comunicazione ha bisogno di tempi e momenti, è un fatto cumulativo,
richiede attenzione all’insieme. A questo riguardo noi manchiamo spesso
per disattenzione, fretta, superficialità. Occorre saper cogliere i
momenti giusti senza bruciare le tappe.             3. Non bisogna spaventarsi dei momenti di ombra.
Luci e ombre sono vicende normali del fatto comunicativo. Chi nel
rapporto interpersonale vuole solo e sempre luce, chiarezza, certezza
assoluta, dà segno di voler dominare piuttosto che comunicare, cade
nella gelosia e si aliena l’altro, anche se in apparenza lo conquista.
Dobbiamo accettare la “croce” della comunicazione se vogliamo giungere
a quella trasparenza che è possibile in questa vita.             4. La trasparenza comunicativa raggiungibile
quaggiù non è mai assoluta. Il volerla forzare oltre il giusto, oltre
la soglia di quello che è il segreto, forse neppure accessibile del
tutto a chi lo possiede, fa scadere nella banalità. Mi domando se
alcune volte anche nei gruppi religiosi non si pratichi una
comunicazione di se che non rispetta il segreto di ciascuno. La Chiesa
ha istituito la confessione privata proprio per questo. Non tutto ciò
che è personale e privato può essere comunicato ad altri in pubblico;
la conoscenza di tutto quanto è nel fratello o nella sorella non sempre
aiuta l’amicizia e l’amore. Pudore, riserbo, rispetto sono garanti
dell’amicizia vera.             5. La comunicazione coinvolge sempre in qualche
modo la persona che comunica. Pur se molti rapporti comunicativi non
raggiungono la profondità di una comunicazione in cui chi parla dice
qualcosa di sé, implicitamente però ogni comunicare coinvolge la
persona che parla, almeno al livello più semplice della verità delle
informazioni che sono trasmesse e dell’autenticità dei sentimenti che
sono espressi. Dunque, in qualche modo, chi parla dice sempre qualcosa
di se, esprimendo la sua onestà di fondo (o disonestà) e la sua
apertura (o chiusura) agli altri e al mondo.             6. I tre modi che sopra abbiamo ricordato
(informazione, appello, autocomunicazione) sono continuamente in atto
nei nostri discorsi, in modi più o meno esplicitì. L’abitudine ad
ascoltare bene gli altri (prima ancora di pensare cosa dobbiamo dire
noi) ci renderà sensibili a molte di queste sfumature mirabili del
comunicare tra persone e ci aiutera anche a cogliere dove stanno i
blocchi comunicativi e come si possono superare.             7. Dobbiamo ricordare ciò a cui sopra abbiamo
dedicato un apposito paragrafo, cioè la reciprocità. Non c’è autentico
comunicare se non c’è l’intenzione di suscitare una risposta. D’altra
parte questa intenzione, per essere seria, deve partire dall’attenzione
a ciò che l’altro sente, vive o desidera. Molte volte la risposta è
svagata o sfocata perché la comunicazione iniziale, di awìo, è stata
formulata al di fuori dell’orizzonte e degli interessi di chi ascolta.
Questa è una delle ragioni del dialogo difficile, per esempio, tra
figli e genitori di una certa età, quando chi parla non fa la fatica di
mettersi nel contesto e negli interessi di colui al quale vuole
parlare. E’ anche una delle cause dell’insuccesso di certe iniziative
di catechesi per gli adulti.             Si può collegare qui il tema vasto e importante
del dialogo, a partire da quello più semplice fino al dialogo di fede.
Richiamo l’importanza di documenti della Chiesa che ne trattano
espressamente: l’Enciclica di Paolo VI, Ecclesiam suam (1964), nella
sua terza parte è tutta dedicata al dialogo che, secondo quattro cerchi
concentrici, coinvolge tutta l’umanità; l’Esortazione postsinodale di
Giovanni Paolo II Riconciliazione e Penitenza (1984), con la
descrizione del dialogo che “per la Chiesa è, in certo senso, un mezzo
e soprattutto un modo di svolgere la sua azione nel mondo
contemporaneo” (n. 25).   [33]             Destinatari della comunicazione divina sono
tutti gli uomini, ogni uomo e donna che viene in questo mondo, e tutto
l’uomo nella pienezza della sua umanità, della sua storia e della sua
cultura. Tale passione comunicativa universale di Dio in Gesù Cristo
nello Spirito santo è l’evangelizzazione, cioè l’annunzio della buona
notizia di Dio che si comunica, il mistero stesso di Dio amore reso
vicino e presente a ogni uomo e donna in qualunque parte della terra.
La Chiesa, e ogni persona che si sente amata da Dio, è dunque spinta a
evangelizzare a partire dal fuoco divino.             “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente
date” dice Gesù (Mt 10, 8). In queste parole sta il segreto
dell’evangelizzazione che è comunicazione dell’Evangelo secondo lo
stile dell’Evangelo: la gratuità, la gioia del dono divino ricevuto per
puro amore. Solo chi ha provato tale gioia la può comunicare: ma a
tutti è dato di provarla. Non esistono preclusioni per questa
“esperienza religiosa” che non richiede nessuna particolare
predisposizione (come forse avviene per alcuni dei fenomeni che
comunemente vanno sotto il titolo di “esperienze religiose”). Basta
essere uomini e donne e accettare di essere amati così come il Padre ce
ne ha dato testimonianza storica incontrovertibile nella croce di Gesù.             Chi ha accettato di lasciarsi amare in tale
maniera, trova che non c’è altra “notizia” da comunicare e far
conoscere più valida e bella di questa. Naturalmente tenendo conto
delle leggi comunicative sopra ricordate, tra cui quella della
progressione e del rispetto della libertà altrui e dei suoi tempi.             L’evangelizzazione è qualcosa di misterioso e di
un po’ inafferrabile, come la comunicazione autentica che non si lascia
del tutto programmare e possedere. E’ un mistero che ha le stesse
caratteristiche luminose e velate del mistero di Dio.   [34]     Come rovescio della medaglia di quanto fìnora si è
detto, può essere utile considerare brevemente a quali rischi è esposto
il comunicare umano e cristiano. Ci servirà per fare un buon esame di
coscienza su tanti fallimenti comunicativi sia nel rapporto
interpersonale o di gruppo, sia nello stesso sforzo di essere
evangelizzatori.             Esprimo sinteticamente tre rischi del comunicare: la dissociazione, la non reciprocità, l’impazienza.             a. Intendo per dissociazione l’incapacità a
vivere l’unità dell’atto del comunicare di cui è modello la realtà
trinitaria, che è insieme Silenzio, Parola e Incontro. Se il comunicare
è soltanto parola, scade nel verbalismo o nel concettualismo. Se è solo
silenzio, cade nel mutismo, nella paura a investire in atti
comunicativi, nella timidezza e nel ritrarsi orgoglioso e scontroso,
oppure dà luogo ad ambiguità comunicativa per troppo risparmio di
parole. Se è o pretende di essere solo incontro, scade nell’esteriorità
e nella strumentalizzazione dell’altro.             b. La non reciprocità è pretesa di comunicare a
senso unico: “Io so che cosa voglio dire, pretendo di sapere già che
cosa l’altro vuole, decido io che cosa mi deve rispondere”. Chi pensa
così (e non sono pochi a vivere questo modo di comunicare) considera
nella comunicazione solo il movimento di andata, perché quello che
dovrebbe essere il ritorno libero e imprevedibile è già stato
anticipato come se tutto dipendesse solo dal punto di partenza. Spesso
tale atteggiamento è motivato da una certa paura ad affrontare l’altro,
per cui si precondiziona la sua risposta temendo che sia diversa da
quanto noi ci aspettiamo. Quanti intoppi comunicativi, quanti malintesi
nascono da un simile comportamento, soprattutto quando esso viene usato
da chi ha qualche autorità! Si vizia così in radice una risposta libera
e intelligente.             c. Ma forse il difetto più frequente è quello
della impazienza e della fretta, del non dare modo all’altro di
elaborare le sue risposte, del volere subito il risultato. La Scrittura
ci richiama alla pazienza dell’agricoltore che non forza i tempi del
raccolto, ma investe con fiducia pur se talora “semina nel pianto” (cf
Sal 126, 5; Gc 5, 7ss).             Ciascuno contempli a lungo il modo di comunicare
di Gesù nei vangeli, il modo di comunicare di Dio nelle Scritture, e si
esamini sui suoi difetti comunicativi; ne troverà tanti, molti più di
quanti io non possa indicare. La comunicazione umana va perciò
continuamente risanata. Dio è non solo esempio di comunicazione, ma
pure colui che perdona, riabilita, risana la comunicazione umana
imperfetta e segnata dal peccato.             Ogni fallimento comunicativo riconosciuto e
messo nelle mani della misericordia divina è pegno e garanzla di un
passo avanti nel comunicare autentico. Anche nell’amicizia vale il
principio che talora uno scontro o un litigio risanato rinsalda
l’amicizia più della paura o del riserbo che può celare ambiguità e
sospetti.             I1 Signore Gesù “che ha fatto udire i sordi e
parlare i muti” (cf Mc 7, 37) ci ottenga di vincere noi stessi e di
aiutare molti altri alla comunicazione autentica.   [35]     Vorrei concludere questa seconda parte della
Lettera, destinata all’ascolto e alla contemplazione, suggerendo
un’icona che riassume tante delle riflessioni precedenti. E’ l’icona di
Maria, così come appare in una pagina del vangelo di Luca (cf 1,
26-55). Si potrebbe dire, a modo di annotazione collaterale, che Maria
è anche colei che risponde in maniera particolare al bisogno della
comunicazione religiosa e umana. La tradizione mariologica e la pietà
mariana hanno arricchito l’immagine biblica di Maria con una tale
densità di relazioni comunicative che chi non vi è abituato può essere
portato a dubitare dell’autenticità umana e rivelata di questa
ricchezza vissuta nel cattolicesimo.             Occorre contemplarla dal di dentro, mettendo
naturalmente da parte alcune deviazioni, per cogliere tutta la
genuinità e l’evangelicità di quanto la pietà cattolica autentica vive
nella sua relazione con il mistero di Maria.             Mi limiterò ad alcune riflessioni che partono
dalla Scrittura e invitano a contemplare la Vergine dell’annunciazione,
la Madre della visitazione e la Sposa del Magnificat.   [36]     Maria viene raggiunta dall’annuncio dell’angelo
mentre si trova in un profondo silenzio contemplativo. Da lei escono
poche ed essenziali parole che manifestano un proposito saldo di
verginità, un profondo rispetto del mistero di Dio, uno stare come
“ancella” alla sua presenza. Maria nell’ascolto contemplativo si lascia
raggiungere dal mistero del Padre attraverso la Parola del Figlio per
celebrare l’Incontro nella grazia e nella forza dello Spirito Santo. In
Maria, Vergine dell’annunciazione, si manifesta la struttura trinitaria
dell’autocomunicazione divina: dal Silenzio, attraverso la Parola,
verso l’Incontro.             L’accoglienza verginale dell’autocomunicazione
di Dio indica la dimensione contemplativa che sta alla radice del
comunicare.   [37]     Invito a contemplare parola per parola questa
pagina evangelica domandandosi quale figura del comunicare umano si
manifesta nell’incontro di due donne e di due generazioni.             E’ un comunicare che si manifesta anzitutto nel
mistero della voce, comunicativa di gioia, vibrante e modulata così da
far trasalire chi l’ascolta (“Ecco, appena la voce del tuo saluto è
giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio seno”:
Lc 1, 44). Attenzione reciproca e concretezza sono alla base della
comunicazione dialogica tra Maria e Elisabetta. E’ un incontro nel
gesto e nella parola che esprime la sovrabbondanza del cuore, la
gratitudine e la gratuità. Maria si sente capita a fondo, sente che il
suo segreto, che non aveva osato dire a nessuno e che non sapeva come
esprimere senza timore di essere tacciata di follia, è stato capito,
accolto, stimato, apprezzato. La tenerezza di questo incontro è figura
di un comunicare umano e riuscito.   [38]     Il Magnificat è anzitutto una dossologia, un canto
di lode: la lode è fondamento della prassi comunicativa. Non si
comunica nella tristezza, con il muso lungo, ripiegati su di sé.             Il Magnificat nel suo svolgersi percorre le
diverse forme della difficoltà o dell’incapacità a comunicare e
viceversa della comunicazione avvenuta: tra le generazioni (1, 50-51:
“i superbi nei pensieri del loro cuore” che non sanno comunicare sono
dispersi, mentre le generazioni di coloro che temono Dio comunicano
l’una con l’altra); nel cuore dell’uomo (1, 52); nell’ambito politico e
sociale (1, 51-53); nel popolo della promessa (1, 54-55).             Dobbiamo imparare a cantare il Magnificat con la
vita: l’accoglienza dell’autocomunicazione divina da parte di Maria è
fondamento della capacità del nostro comunicare nella storia e
anticipazione del comunicare nella pienezza della vita eterna. A questa
pienezza comunicativa volgeremo la nostra attenzione specifica nel
programma pastorale 1992-1994 con il tema del vigilare. “O Maria, Madre e modello della comunicazione, ottienici che,
contemplando i misteri in cui Dio Padre si dona a te e al mondo per
mezzo del tuo Figlio nell’incontro dello Spirito santo, noi possiamo
sottoporre la nostra voglia di comunicare a quella purificazione e a
quella luce che derivano da tanto mistero, e ci lasciamo anche noi
attrarre in questo scambio di amore”.   [39]     In questa terza parte, alla luce
dell’autocomunicarsi del Dio vivente, è necessario verificare la nostra
vita di singoli e di comunità. Nel prossimo anno 1991-1992 questa
verifica verterà sul mondo dei mass-media e su come ci collochiamo in
esso. In questo anno 1990-1991 ci limiteremo a suggerire piste di
riflessione per il nostro comunicare in generale.             La domanda di fondo è quella del primo e del
cecondo paragrafo di questa Lettera: è possibile incontrarsi a Babele?
come vivere la grazia di Pentecoste? in un mondo afflitto da tante
fatiche comunicative e schiacciato da una massa confusa di informazioni
e di messaggi, come ristabilire canali di comunicszione autentica,
creare oasi di incontro vero, contribuite a migliorare il clima
comunicativo generale segnato dalla conflittualità e dalla diffidenza?             Per questo proporremo anzitutto alcune domande
che aiutino a ainteriorizzare” quanto detto fin qui, tn vista di una
presa di coscienza adeguata della situazione attuale e dei rimedi che
Dio ci offre nella sua alleanza pasquale. Poi esporremo alcuni
itinerari comunicatitvi che ci aiuteranno a rileggere le prime cinque
Lettete pastorali dal punto di vista del comunicare. Infine proporremo
alcune tecniche che potranno essere utilmente messe in opera quest’anno
per migliorare i canali comunicativi in noi e nelle nostre comunità, e
suggeriremo alcuni momenti di verifica della nostra comunicazione nella
fede, soprattutto a riguardo di alcune categorie da privilegiare negli
appuntamenti pastorali di quest’anno.   [40]     E’ possibile riprendere in mano la prima e la
seconda parte di questa Lettera (vedere, ascoltare e contemplare) sotto
forma di domande che ci aiutino a comprendere fino a che punto le cose
richiamate sono parte della nostra coscienza.             Mi limito ad alcuni esempi. Potrà essere un
utile esercizio quello di tradurre in domande rilevanti il contenuto di
altre pagine delle prime due parti della Lettera. Suggerisco di
riprendere più volte, durante l’anno, singolarmente e insieme, tali
domande al ISne di verificare e migliorare la nostra comunicazione.   [41]     * Quali segni trovo in me di alcuni blocchi del mio
comunicare? insofferenza, malumori frequenti, fatiche eccessive nel
lavoro, disgusto di alcuni rapporti? riesco a dominare abbastanza il
flusso dei miei sogni ad occhi aperti, del mio fantasticare? so
moderarmi nell’uso della televisione? con quale criterio ascolto la
musica? ho talora l’impressione di fare alcune cose o di concedermene
altre per “fuggire” da realtà mie o vicine a me a cui non vorrei
pensare? e queste realtà non sono appunto “blocchi comunicativi”? le
mie amicizie sono durature? mi lamento spesso dell’incoerenza e poca
fedeltà delle persone amiche? sono spesso diffidente nei loro
confronti? dopo un litigio so ricomporre il rapporto? (cf sopra n. 7). [42]     * Quale “voto” darei al nostro comunicare sia nella
coppia sia nel rapporto genitori-figli? ottimo, passabile, mediocre,
scarso, insufiiciente, disastroso? penso che sia possibile salire di un
gradino più in su nel modo del nostro rapporto? che cosa ho fatto oggi
per migliorare le nostre relazioni? che cosa mi propongo di fare questa
sera? (cf sopra n. 8). [43]     * Come descriverei dal mio punto di vista le
difficoltà di comunicazione tra i diversi strati sociali di cui ho più
diretta esperienza, in particolare nell’ambiente di lavoro? mi lascio
spesso esasperare o turbare o coinvolgere eccessivamente dalla
conflittualità sociale e politica? che cosa mi aiuta a ritrovare la
calma e la padronanza di me stesso? (cf sopra n. 9). [44]     * Quale il giudizio sulle mie relazioni all’interno
della comunità cristiana? hanno per me qualche rilevanza, le ritengo
importanti oppure mi toccano poco? se sono impegnato all’interno della
parrocchia, mi sento capito, valorizzato? so valorizzare gli altri, li
stimo davvero, anche se fanno cose diverse dalle mie? cosa farò oggi
per migliorare il mio rapporto con il parroco, con gli altri operatori
pastorali? quale dima regna all’interno del Consiglio pastorale, nelle
Commissioni, nelle Consulte? ci si sforza di capirsi, di volersi bene,
di accettarsi, pur nelle differenze di vedute? quale il mio rapporto di
comunicazione con il vescovo? leggo le sue lettere pastorali, lo
incontro talora in occasioni solenni come le feste in Duomo, le Scuole
della Parola? ascolto la sua voce alla radio? oserei scrivergli se
avessi necessità di comunicare con lui? parlo con fiducia con i suoi
vicari e collaboratori, con il decano, con il parroco? se sono membro
di una comunità religiosa, come coltivo le relazioni fraterne
all’interno della mia comunità? come la mia comunità ascolta la voce
del Papa, del vescovo? come mi sento accolto, in quanto religioso,
nell’ambito della Chiesa locale? come viviamo e comunichiamo la gioia
del Vangelo? (cf sopra n. 10). [45]     * Ho riscontrato qualche volta in me la nostalgia
di non saper comunicare o l’irritazione per non esserci riuscito? quali
le cause di questi fallimenti? riesco a cogliere in me quel “gusto del
dominio” che sta alla radice di un comunicare non autentico? sono
anch’io vittima della “fretta” nel comunicare? so ascoltare gli altri?
sono uno da cui gli altri vanno volentieri e anche riescono a
confidarsi? (cf sopra nn. 14-15). [46]     * Prego talvolta perché il Signore mi si comunichi
e risani le mie relazioni umane? mi sento desideroso di accogliere il
dono della comunicazione divina? uso del sacramento della
Riconciliazione a questo scopo? (cf sopra n. 17). [47]     * Ho di me e degli altri questa consolante visuale,
che siamo fatti per comunicare e per amare, o mi lascio vincere dalla
sfiducia in me stesso e negli altri? (cf sopra n. 18). [48]     * Rileggere i testi citati sulla Pentecoste e
sull’alleanza e lasciare che sgorghi in me una preghiera di lode a
Dioper quanto ha fatto per noi e per me,per volermi essere alleato e
amico, dalla mia parte ... (cf sopra nn. 19-20) [49]     * Preparandomi al sacramento della penitenza mi
esaminerò sulla differenza che statna, l’avversario, suscita in me
riguardo Dio e il suo disegno su di me, riguardo alla purezza delle mie
intenzioni, riguardo alle intenzioni del prossimo nei miei confronti
(cf sopra n. 22). [50]     * In un’ adorazione eucaristica contemplare il
verbo fatto uomo per me, crocifisso e nascosto nel mistero del
dacramento per potersi comunicare a me pienamente. Adoro il Padre dal
cui silenzio procede questo dono, il Figlio che mi si dà in pienezza,
lo Spirito che rende presente Gesù nell’Eucarestia (cf sopra n.24). [51]     *So affidarmi all’amore comunicativo della Trinità?
so aspettare con pazienza e fiducia i tempi di Dio? mi lascio
intimorire dal suo silenzio nei momenti della prova? che parte ha nella
mia vita la speranza della pienezza del dono eterno? Da queste
interrogazioni lasciar scaturire la preghiera di pentimento e la
richiesta di più fede e speranza (cf sopra nn. 26-27) [52]     * So leggere la Bibbia in particolare i Vangeli
come libro del comunicare di Dio? quale passo dei vangeli mi attrae
maggiormente come icona della forza comunicativa di Gesù trasmessa agli
uomini? (cf nn. 28-29).   [53]     * Quante volte il mio parlare con altri evade dalla
superficialità e diventa anche dono? so informare con oggettività,
senza esagerazioni? nel parlare a qualcuno tengo presente la sua
situazione e le sue attese? la mia preghiera è monologo o dialogo? (cf
sopra nn. 30-32). [54]     * Sento in me qualcosa della passione
evangelizzatrice di Gesù e dei suoi apostoli? sento la gioia
dell’Evangelo? (cf sopra n. 33). [55]     * Quali sono i rischi del comunicare a cui vado più
facilmente soggetto? Considero con attenzione, nella comunità, quelle
persone che per motivi fisici o psicologici fanno maggior fatica a
comunicare e vivono nella solitudine? quale l’attitudine mia e della
comunità verso coloro che hanno difficoltà di udito (anziani, sordi) o
di parola? si pensa a loro nella Messa festiva? (cf n. 34). [56]     * Contemplare Maria leggendo lentamente Lc 1, 26-55
e pregandola affinché mi ottenga un cuore capace di comunicare con Dio
e con i fratelli e un risanamento delle mie storture comunicative (cf
sopra nn. 35-38).   [57]     E’ possibile, a questo punto, rivisitare i cinque
primi programmi pastorali proposti alla diocesi negli anni ‘80 per
rileggerli nella prospettiva del comunicare.             Essi volevano infatti aiutare a costruire una
figura di cristiano e di comunità cristiana scaturita dalI’Evangelo e
capace di proclamarlo nella cultura e nella civiltà di questo fine
millennio. Ora questa figura di cristiano e di comunità fluisce dalla
comunicazione che Dio fa di sé all’umanità. E’ quindi possibile
rileggere tali programmi alla luce di quanto detto finora. Darò qualche
spunto di rilettura insistendo soprattutto sul programma che mi pare
sia stato finora meno capito e assimilato, ossia Partenza da Emmaus.   [58]     Ci si educa al comunicare sviluppando la
“dimensione contemplativa della vita”. Ogni comunicare nasce dal
silenzio, non però vuoto o triste, ma pieno della contemplazione delle
meraviglie che Dio ha operato in favore del suo popolo. Occorre
reinterrogarsi sui tempi dati al silenzio nella vita quotidiana,
durante la liturgia, nei periodi di ritiro che ci proponiamo noi stessi
o che proponiamo alle nostre comunità. Si potrebbe rileggere utilmente
la Lettera su alcuni aspetti della meditazione cristiana della
Congregazione della Dottrina della Fede ( 1989). E’ anche importante
interrogarsi, a partire dal silenzio di Maria che accoglie con stupore
e timore la parola dell’angelo, sulla nostra capacità di guardare con
stupore alle cose, agli eventi, alla vita, al mistero di Dio. Qual è il
nostro grado di purezza di cuore? E’ scritto, infatti, “beati i puri di
cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5, 8).             Ricordo quanto avevo già detto nella prima
Lettera pastorale sul ruolo delle comunità monastiche e claustrali in
diocesi come luoghi di ricarica spirituale, oasi di silenzio, centri di
irradiazione della preghiera contemplativa. Ne approfittiamo?   [59]     L’ascolto credente della parola di Dio libera e
unifica. Esso unisce anche tra loro quelli che ascoltano la stessa
Parola, producendo esperienze di autentica comunicazione. Le Scuole
della Parola, che quest’anno saranno continuate per i giovani sul tema
della prossima Giornata mondiale della gioventù - Avete ricevuto uno
Spirito da figli (Rm 8,15)- possono pure divenire scuole di un
comunicare più autentico. E’ necessario pertanto che siano riprese una
volta al mese anche nei gruppi giovanili delle parrocchie e nelle
associazioni e movimenti, imparando a comunicare vicendevolmente sul
tema meditato.             Si può incominciare con il rileggere il testo
biblico proposto, lasciando che dopo una pausa di silenzio alcuni
sottolineino le parole che li hanno maggiormente colpiti, chiedendosi
poi perché quelle parole hanno avuto particolare risonanza; inizia così
un fruttuoso scambio nella fede. Imparare a comunicare nella fede a
partire dalla Parola è uno dei frutti che ci attendiamo da questo primo
anno sul comunicare.             L’ascolto della Parola nella celebrazione
eucaristica domenicale può e deve generare delle forme semplici, ma
intense e significative, di comunicazione nella fede: nei gruppi, nelle
famiglie, nelle comunità, nei cammini di coppia. Si tratta
dell’appuntamento settimanale più importante per i cristiani; preparato
e atteso, arricchito da un’omelia che aiuta a penetrare le ricchezze
della Parola, esso si rivela sempre in grado di rigenerare la
comunicazione tra noi alla luce dei pensieri e della logica di Dio,
rivelataci nelle pagine che vengono proclamate nella liturgia.             Non posso non ricordare, a questo punto,
l’importanza della comunicazione con coloro che venerano come noi e
scrutano attentamente la Sacra Scrittura. Mediante l’ascolto e la
conoscenza attenta della Parola, noi ci apriamo al dialogo ecumenico
con i fratelli riformati d’Occidente. Anche nel rapporto con le
“sette”, oggi tanto difficile e per il momento quasi “impossibile” a
causa del loro atteggiamento spesso rigido e incapace di dialogo, più
che la polemica diretta vale la conoscenza profonda e amorosa della
Scrittura, che permetta di dire con garbo ai visitatori importuni: “No
grazie, la Bibbia l’abbiamo già, la leggiamo e la conosciamo, per
grazia di Dio, anche più di voi!”.   [60]     La liturgia fa opera di mediazione tra
l’interiorità contemplativa colmata dal dono della Parola e
l’espressione esterna e pubblica dell’adorazione e della lode. Essa non
sta soltanto dalla parte del “rito” esteriore e della “celebrazione”
visibile, ricca di parole elevate, di simboli e segni. Presuppone e
coltiva pure l’interiorità del credente; educa e forma alla
comunicazione autentica con Dio suggerendo le parole e gli
atteggiamenti giusti e genera una comunità chiamata al dialogo nella
fede e nella vita. Perciò la liturgia, praticata integralmente (e non
solo nei suoi aspetti cerimoniali), educa alla comunicazione. La
comunità esprime e realizza se stessa nella misura in cui è capace
anzitutto di ascolto comune della Parola e di risposte giuste anche a
livello pubblico.             Cuore, centro e culmine della liturgia è
l’Eucaristia, dalla quale derivano e a cui si riportano tutti gli altri
sacramenti. Suggerisco di rileggere le pagine di Itinerari educativi
che prospettano la liturgia e il cammino sacramentale come il cammino
educativo della Chiesa per eccellenza, nel quadro dell’anno liturgico.
Si possono pure rileggere le pagine di Attirerò tutti a me
(recentemente richiamate nel documento L’Eucaristia al centro della
comunità religiosa), in cui viene descritta l’azione formativa che
l’Eucaristia esercita sulla comunità e le caratteristiche di una
comunità che da essa si lascia plasmare. Scopriremo che una tale
comunità è aperta, pronta a donarsi, umile e attenta agli altri, cioè
disposta a comunicare con verità a tutti i livelli.             E’ importante, e primario compito del lavoro
pastorale, che soprattutto la celebrazione domenicale dell’Eucaristia,
per il modo con cui è preparata ed eseguita, esprima con chiarezza il
suo dinamismo interno, vera . propria forza che abilita e sollecita a
una comunicazione profonda in grado di spingersi fino al dono di sé e
alla convinta testimonianza del Vangelo.             Tra questi vari livelli a cui l’Eucaristia
abilita a comunicare, va ancora una volta richiamato quello ecumenico.
Dobbiamo in particolare renderci sensibili a quanto pensano, dicono e
fanno i nostri fratelli delle comunità cristiane non cattoliche anche
in campo liturgico. E’ specialmente importante conoscere di più e
apprezzare i tesori della liturgia orientale, il “secondo polmone della
Chiesa” come lo definisce Giovanni Paolo II.             Voglio pure richiamare il sacramento della
Penitenza o Riconciliazione. In esso sottoponiamo alla potenza del
Cristo crocifisso e risorto i nostri fallimenti e blocchi comunicativi
perché siano medicati e risanati. Siamo convinti della forza di questo
sacramento? lo offriamo ai fedeli, se siamo preti, e lo esigiamo dai
preti, se siamo laici?   [61]             L’autocomunicazione divina fonda, in chi
l’accoglie, l’esigenza di comunicare gratuitamente ad altri quanto gli
è stato gratuitamente comunicato.             Le forme di esercizio di questa comunicazione
sono l’evangelizzazione, la catechesi, il dialogo fraterno, l’omilia,
ecc. Nel programma pastorale Partenza da Emmaus abbiamo trattato, in
particolare, della catechesi per gli adulti e degli adulti. Sarà bene
che ogni comunità rilegga quanto ha fatto a partire da quella Lettera
e, in particolare, dal Convegno di Busto Arsizio Catechisti Testimoni
(1984). A tutti raccomando la ripresa della Lettera Partenza da Emmaus
proposta ne Il Segno di quest’anno 1990 sotto il titolo Ripartire da
Emmaus.             Ai presbiteri chiedo di approfondire con
l’ausilio delle Settimane residenziali, previste per il gennaio 1991,
la loro singolare responsabilità di “comunicare la fede” nelle
condizioni odierne della gente, non trascurando di considerare il
problema dei tratti fondamentali che dovrebbero essere ritrovati nel
presbitero perché egli sia reale punto di riferimento per le persone,
luogo capace di ascolto e di consiglio per i singoli e l’intera
comunità. Chiedo inoltre di approfondire le esigenze, anche di metodo,
della comunicazione degli adulti in vista di una reale attenzione a
dove l’altro “si trova” (come situazione spirituale) e ai passi che
“catecumenalmente” insieme con lui andrebbero compiuti.             Un’esperienza di dialogo unita alla
proclamazione è stata percorsa, in questi anni, nella cosiddetta
Cattedra dei non credenti. Pur se i metodi per tali incontri possono
variare, è importante promuovere luoghi in cui chi non crede o ha
difficoltà di fede, ma è in seria ricerca possa esprimersi,
confrontarsi, essere ascoltato e capito.             Ogni cristiano e ogni realtà ecclesiale dovranno
comunque interrogarsi sull’urgenza evangelizzatrice che nasce dalla
comunicazione del dono di Dio. In particolare la pastorale giovanile
nella nostra diocesi è stata invitata a porsi come pastorale
missionaria. Esprimo alcune ulteriori riflessioni che ci aiuteranno a
questo proposito, specialmente in relazione a chi non crede o ha
difficoltà di fede, dedicandole ai nostri missionari e missionarie che
operano in ogni parte del mondo, e in particolare ai preti diocesani
Fidei donum che operano in Zambia, Camerun, Brasile, Messico e Perù.   [62]     Mi ha sempre stupito e confortato il comportamento
di Gesù con gli Undici dopo la Risurrezione: “Li rimproverò per la loro
incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che
lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: “Andate in tutto il
mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura”“ (Mc 16, 14-15). Proprio
a questi uomini, increduli e ostinati, è affidata la comunicazione del
Vangelo!   [63]            Possiamo comunicare il Vangelo perché
anzitutto è stato a noi comunicato da coloro che prima di noi hanno
creduto. Davvero possiamo ripetere con s. Agostino: “Io credo in colui
nel quale hanno creduto Pietro, Paolo, Giovanni...”. Perché non
continuare aggiungendo ai nomi dei primi testimoni quelli di tutte le
persone per le quali noi siamo venuti alla fede, di quei comunicatori
del Vangelo che costituiscono la nostra storia di credenti e la storia
delle nostre comunità? Possiamo aggiungere il nome dei nostri genitori,
dei nostri nonni, dei nostri sacerdoti, di qualche religioso o
religiosa, dei catechisti, di tutti i credenti, uomini e donne, grazie
ai quali noi apparteniamo a una lunga storia di fede. Guardando nel
nostro passato, troveremo i loro volti e le loro voci; allora salirà
alle nostre labbra la gratitudine perché scopriremo che la
comunicazione della fede è stato in primo luogo un dono per noi.   [64]     Nasce di qui la nostra responsabilità di
comunicatori. Con Paolo ripetiamo: “Ho creduto e perciò ho parlato” (2
cor 4, 13); proprio perché è stata detta a noi, la fede deve essere
detta, a nostra volta, da noi.             I primi discepoli del Signore, quando il
tribunale ebraico vorrebbe chiuder loro la bocca, replicano: “Noi non
possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4, 20). Gesù
stesso li aveva ammoniti: “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli
uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli”
(Mt 10, 32). Paolo chiede a Timoteo di imitare l’esempio di Gesù che ha
dato la sua bella testimonianza di fede davanti a Ponzio Pilato (cf 1
Tm 6, 12ss.).             Giovanni, nella sua Prima Lettera, ricorda la
necessità di riconoscere pubblicamente Gesù nella sua divinità e
umanità (cf 1 Gv 4, 15; 4, 2). Oggi, come allora, a ciascuno di noi è
dato l’impegno di rispondere a quanti ci chiedono ragione della
speranza che è in noi, spiegazioni che devono essere date con
gentilezza e rispetto (cf 1 Pt 3, 15).   [65]     Le ultime parole di Pietro sopra riportate
sottolineano un altro aspetto della comunicazione del Vangelo a coloro
che non credono. La Lumen Gentium (n. 16) ricorda che anche i non
cristiani, i non credenti, sono ordinati in vario modo al popolo di
Dio: “Coloro che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua
Chiesa e che tuttavia cercano sinceramente Dio e con l’aiuto della sua
grazia si sforzano di compiere la volontà di lui, conosciuta attraverso
la coscienza, possono conseguire la salute eterna” Anche la Dei Verbum
ci ricorda che Dio ha “assidua cura del genere umano, per dare la vita
eterna a tutti coloro che cercano la salvezza con la perseveranza nella
pratica del bene” (n. 3). Queste affermazioni fondano la necessità di
comunicare il Vangelo con coloro che non credono; è lo stile del
dialogo. Già lo aveva indicato con ampiezza Paolo VI nell’Ecclesiam
suam: “La Chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a
vivere. La Chiesa si fa parola. La Chiesa si fa messaggio. La Chiesa si
fa colloquio” (n. 38).             Al termine del Vaticano II, Paolo VI affermò:
“Una simpatia immensa ha pervaso il Concilio. La scoperta dei bisogni
umani ha assorbito l’attenzione del Concilio. Invece di deprimenti
diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di
fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo. I suoi valori sono
stati non solo rispettati, ma onorati; i suoi sforzi sostenuti, le sue
aspirazioni purificate e benedette. La Chiesa è scesa a dialogo con il
mondo” Nella Gaudium et Spes troviamo indicate le ragioni e le forme
del dialogo del credente con tutti gli uomini di buona volontà. Il
Concilio invita i credenti a leggere nella realtà, nella storia, negli
eventi, tutto ciò che può costituire una sorta di consenso, di dialogo
appunto, su valori e ideali da interpretare alla luce del Vangelo (cf
nn. 4-10).             Occorre leggere anche nel mondo di oggi i “veri
segni” della presenza e del disegno di Dio (cf n. 1 1). Persino un
fenomeno così inquietante e negativo come l’ateismo deve essere letto
in modo da discernere le ragioni di tale rifiuto, forse l’appello,
l’inconsapevole attesa di una fede più evangelica (cf n. 21). Il
Concilio compie ancora un passo verso il dialogo quando afferma che la
Chiesa può utilmente mettersi in ascolto di chi non crede, perché anche
da lui può venire una provocazione di fede, una scintilla di verità (cf
nn. 40.44).   [66]     La ragione di tale dialogo è che tra l’orizzonte
del credente e quello di chi non crede non esiste assoluta
incomunicabilità, proprio perché già qui e ora prende corpo nei solchi
della storia il regno di Dio. Questo regno che si esprime pure
nell’accogliere, assumere, purificare, rettificare, salvare quanto la
fatica degli uomini ha costruito (cf nn. 38-44). Il Concilio crede
nella comunicazione profonda esistente tra tutti coloro che cercano con
cuore sincero. Il cristiano sa che questo è il tempo di una nascosta
gestazione e perciò egli è capace di comunicazione con tutti coloro che
cercano con verità.   [67]     La comunicazione del Vangelo non si attua soltanto
nel dialogo esplicito. C’è un immenso campo di azione che compete
particolarmente ai credenti laici e che riguarda l’affermazione, il
sostegno e la promozione dei valori profondi che sono previ a qualunque
confessionalità e comuni a tutti gli uomini. Tutto ciò che ha attinenza
alla coscienza, alla responsabilità, alla giustizia, alla pace, alla
salvaguardia dell’ambiente, fa parte di un linguaggio a tutti
accessibile, che ha le sue radici nell’opera creatrice e redentrice del
Signore. Il modo di comportarsi e di interagire nella vita quotidiana,
nei rapporti interpersonali, negli affari e nella politica, in quei
mille contatti quotidiani che si vivono in famiglia, nei luoghi di
lavoro e nel tempo libero, dovunque siano in questione anche modeste e
semplici scelte morali (come quella di dare una risposta gentile o
un’informazione corretta) può irradiare tali valori a misura
dell’intensità con cui sono vissuti, o negarli, o aggredirli. Quanto
più la comunità cristiana e il singolo fedele saranno in grado di
esibire scelte e stili di vita coerenti con il Vangelo, pur senza
sottolinearlo esplicitamente, si eserciterà una forza aggregante e
persuasiva sull’insieme dei comportamenti umani per la ricostruzione di
una comunione sui grandi temi etici che hanno le loro radici nella
rivelazione di Dio.   [68]     In questa forma di comunicazione implicita che si
attua nell’impegno morale quotidiano, il credente ha nel cuore qualcosa
che gli urge, lo muove, mobilita tutte le sue energie: è la “gioia del
Vangelo”, la sua novità incomparabile. Chi crede, anche nel rapporto
con chi è molto lontano, non può rinunciare a voler comunicare la
formidabile differenza ed eccedenza, il “di più” e l’“oltre” che sono
costitutivi dell’Evangelo. Tale differenza, che è peculiare della fede,
si traduce in una eccedenza di ideali di vita rispetto alla giustizia
puramente legale, eccedenza che è indizio e anticipazione di rapporti
umani eticamente più densi e aperti a un orizzonte trascendente, che è
riflesso della Gerusalemme celeste e della perfetta comunione di cuori
che in essa sarà raggiunta. Proprio perché nasce dal mistero di Dio, la comunicazione del
Vangelo custodisce la differenza: è in grado quindi di offrire ai
progetti umani l’orizzonte di senso, la contestazione critica,
l’energia progettuale. In tal modo l’esperienza cristiana evita le
riduzioni intimistiche e si fa pubblica: rigenera la libertà umana,
suggerisce progetti concreti di gesti e interventi con cui la libertà,
volendo efficacemente il bene di tutti, si mette al servizio della
comunità degli uomini.   [69]     La comunicazione divina, partendo dal mistero del
Padre si comunica nella Parola del Figlio e tale comunicazione si
realizza nell’Incontro, lo Spirito. Anche la comunicazione
interpersonale si realizza nella verità dei gesti di solidarietà e di
condivisione. Il progetto del “farsi prossimo” ci ha spinto nel
19851986, sollecitati pure dal Convegno di Assago, verso itinerari
comunicativi della carità: interpersonale, assistenziale, sociale,
socio-politica e ha stimolato il nascere delle Caritas parrocchiali,
che però non esistono ancora in tutte le parrocchie. La Chiesa italiana
si prepara a porre gli anni ‘90 sotto il segno della carità.             Vorrei fare due sottolineature. La prima
riguarda la carità nelle relazioni quotidiane, nelle cosiddette
“relazioni brevi”. E’ qui che si esercita ogni giorno e mille volte al
giorno la prossimità concreta, che ogni altra forma di carità trova la
sua verifica impietosa. Non pochi eccellono nella solidarietà delle
“relazioni lunghe” (di tipo più ufficiale, organizzativo,
programmatico) e vengono meno nelle relazioni brevi della quotidianità
per nervosismi, forme di cattivo umore, ripulse e sospetti infondati,
mutismi punitivi, amarezze coltivate, punzecchiature tanto frequenti
quanto inutili. Per questo occorre superare un grande ostacolo, che è
quello dell’abitudine e dello scoraggiamento. Abbiamo tentato tante
volte di instaurare relazioni vere e amicali verso le persone che ci
stanno a gomito, ma non siamo riusciti. Allora ci siamo accontentati di
un rapporto di convivenza non belligerante, di tolleranza reciproca, di
pazienza, di sospiri lamentosi, dicendo: “Tanto non cambio né io né lui
o lei”.             Partiamo dunque dalla persuasione che ormai non
c’è più molto da fare e che è già tanto stare in qualche modo insieme.
Ebbene, proprio da qui è possibile sviluppare un’“arte” dei rapporti
che inizia dalla constatazione che “non cambiamo né io né lui o lei” e
che pure qualcosa, anzi molto, può cambiare. Cominciamo rileggendo, in
questa luce, le pagine della seconda parte di questa Lettera e
mettiamoci in atteggiamento di silenzio e di ascolto davanti a Dio che
si comunica anche a chi non lo accoglie; contempliamo Gesù che ricuce
continuamente i rapporti sfilacciati tra lui e gli Apostoli o degli
Apostoli tra loro. Preghiamo la Madonna della comunicazione e
lasciamoci guidare dalla lampada che si accende nel nostro cuore al
soffio dello Spirito dell’Incontro. Vedremo che già qualcosa sta
cambiando. Basta cominciare.             Una seconda sottolineatura del “farsi prossimo
1990” riguarda un tema che spesso ho richiamato in questi ultimi tempi:
l’accoglienza e l’apertura verso gli immigrati extracomunitari. Nel
1985 tale urgenza si delineava appena; oggi è diventata un fenomeno
rilevante specialmente nella nostra città. La Caritas e la Segreteria
per gli esteri si sono fortemente impegnate per fronteggiare questa
emergenza che tuttavia deve mobilitare la capacità comunicativa delle
nostre parrocchie e gruppi. “Comunicare con chi è straniero” costituirà
una forma di attuazione di questo programma pastorale.             Non entro in altri particolari perché ne ho
parlato a lungo e in molte occasioni negli ultimi mesi. Soltanto
ricordo che si tratta di una frontiera esigente e urgente della carità
e della comunicazione.             Se oggi riusciremo a comunicare con questi
nostri fratelli, per il domani avremo preparato orizzonti comunicativi
per l’intera nuova Europa che, secondo la parola di Giovanni Paolo II,
potrebbe diventare una “Europa dello spirito”.             Concludo dicendo che forse non tutte le nostre
parrocchie (perché non poche sono lodevolmente in prima linea) hanno
capito questa seconda urgenza proprio perché hanno trascurato la prima
delle due sottolineature ora fatte. Hanno cioè identificato la carità
semplicemente con la carità assistenziale o socio-politica e hanno
deciso a priori che cosa possono fare o non fare in proposito. Non
hanno preso sul serio anzitutto il cammino della carità interpersonale
che è l’esercizio quotidiano dell’accettazione degli altri e di sé con
amore e simpatia. Così vanno a cercare più lontano quelle forme del
“farsi prossimo” che stanno sulla porta di casa, con il rischio di non
vedere neanche più bene ciò che sta oltre i confini della parrocchia.             [70]     Non voglio entrare in un discorso che ci occuperà
l’anno prossimo, ma mi sembra opportuno richiamare fin da ora qualcosa
sul rapporto tra la comunicazione in un mondo dominato dai mass-media e
la comunicazione della fede e nella fede. Molti studiosi dei problemi
della comunicazione di massa ritengono oggi che la rivoluzione
tecnologica che è sotto i nostri occhi stia modificando gli stessi
processi comunicativi ordinari. Sono d’accordo, almeno fino a un certo
punto, con tali affermazioni.             Vorrei però dire qualcosa che mi pare ancora più
importante per noi. Lo studio dei processi di comunicazione attraverso
i mass-media, in particolare di quelli elettronici, ci porta a
riscoprire, al di là del processo di comunicazione mediante segni
razionali, la ricchezza di forme di comunicazione nella fede da sempre
esistite nella Chiesa e che forse gli ultimi secoli, condizionati dalla
ragione ragionante e calcolante, ci hanno fatto un po’ dimenticare.             Vale dunque la pena, al di là di discussioni
complicate e di terminologie difficili, esercitarsi a ritrovare quelle
forme comunicative della fede, verbali e non verbali, che sono sempre
state in onore nella tradizione cristiana e che ultimamente sono state
un po’ trascurate o poco curate, perché non c’era coscienza del loro
valore.             Do alcuni pochi esempi di queste “tecniche” per
stimolare la fantasia di ciascuno a frugare nella memoria e nel tesoro
dell’esperienza propria e della propria parrocchia e rivalutare forme
antiche del comunicare cristiano.   [71]     Nella preghiera. Le posizioni del corpo: in piedi,
in ginocchio, la preghiera fatta camminando (per esempio nelle
processioni), le mani alzate (per esempio nella recita del “Padre
nostro”); la genuflessione, gli inchini, il gesto del segno della
croce; le mani imposte per la benedizione; il bacio del Crocifisso o
della reliquia; il bacio inviato da lontano al tabernacolo, come usano
fare i bambini... Tutti questi segni, se compiuti con serietà e senza
fretta, anzi con una certa modesta solennità sono un modo di comunicare
la fede, di far sentire che sia chi li pratica sia chi sta intorno vive
un’esperienza di fede. Ho conosciuto recentemente un giovane straniero
che, venuto in Italia per studiare le opere d’arte senza sapere nulla
del cristianesimo, è stato scosso dalla percezione dei capolavori
dell’arte sacra e insieme dalle persone inginocchiate in preghiera
nelle chiese. Anche da un solo gesto si riconosce un uomo di fede, come
da un gesto si coglie la misera esteriorità di un ossequio che di fede
ha poco! Occorre abituare i bambini fin da piccoli, in particolare i
chierichetti all’altare, ad aborrire i gesti sbadati, le genuflessioni
furtive o a sghimbescio...             I silenzi. Parlo dei silenzi personali, per
esempio lo stare in silenzio ed in ascolto prima di iniziare una
preghiera vocale o mentale, come pure dei silenzi nella liturgia: prima
di iniziare le orazioni della Messa, dopo il vangelo e la omilia, dopo
la comunione. Vi sono silenzi che appaiono pieni di preghiera e di
raccoglimento; altri che sembrano pause vuote e inutili; altri che non
ci sono più...   [72]     Un modo antichissimo e mirabile di comunicare la
fede è il canto. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano che Paolo e
Sila, nel fondo della prigione, ancora dolenti per le battiture, “in
preghiera cantavano inni a Dio mentre i carcerati stavano ad
ascoltarli” (At 16, 25). Il valore comunicativo, la forza della
vibrazione emotiva, sonora, ritmica, luminosa, propri del canto e della
musica sono straordinari. Le vite dei santi e dei grandi convertiti ce
ne danno autorevole testimonianza. Perciò considero il canto come
comunicazione verbale e non verbale insieme, perché gli elementi non
propriamente concettuali superano di gran lunga quelli razionali. La
musica poi ha una forza evocativa immensa.             Ma occorre che tali valori siano percepiti da
chi suona, da chi canta, da chi dirige e da chi ascolta e partecipa. Su
questo punto siamo ancora molto indietro rispetto, ad esempio, alle
comunità cristiane di altri paesi dove tutti cantano con dignità e
partecipazione. Il cantare insieme, l’ascoltare insieme qualche
esecuzione musicale appropriata in momenti ben determinati della
liturgia, l’ordine e la proporzione tra gli interventi della schola
cantorum e dei fedeli, la scelta accurata dei testi e delle musiche,
contribuiscono molto a esprimere e a suscitare sentimenti profondi di
fede, di adorazione, di preghiera.             Quante occasioni perdute nelle nostre assemblee
liturgiche! Chiedo all’Ufficio per la pastorale liturgica e in
particolare alla Sezione per la musica sacra di favorire con
intelligenza e decisione il cammino di educazione liturgica delle
nostre comunità, anche attraverso le varie iniziative che già sono
state attuate in diocesi negli scorsi anni (corsi per animatori
liturgici, ecc.). Desidero che si arrivi, lungo il biennio 1990-1992,
all’edizione ufficiale del Libro di preghiera e dei canti per la
diocesi.             Ci si potrebbe dilungare parlando dei diversi
modi di pregare in pubblico. Ho inteso solo dare qualche esempio perché
ogni comunità possa fare un esame di coscienza serio sull’insieme dei
modi con cui comunica, o potrebbe comunicare, nella fede restando
nell’ambito della propria quotidianità.   [73]     Anche l’essere presenti è già un modo di
comunicare. L’impegno dei nostri preti per una presenza in mezzo ai
ragazzi e ai giovani dell’oratorio, la loro disponibilità a essere
accostati per un dialogo o per la direzione spirituale, il far sentire
che si è con il cuore in mezzo alla gente, consci della propria
missione di presbiteri, è già un modo importante di irradiare la fede.   [74]     L’uomo è capace di raccontare miti e di eseguire
calcoli esatti e rigorosi, di fare della poesia e della informatica, di
scrivere favole e costruire robot. Perché? Non è una domanda futile. La
risposta può permetterci di capire meglio il mistero di un’umanità che
al tempo stesso prega e calcola, sogna e pianifica.             I diversi e a prima vista incompatibili
linguaggi di cui la stessa persona è capace, possono condurci a meglio
comprendere l’uomo che di tali linguaggi è autore e che in essi si
manifesta.             Oggi sembra esserci, nella mentalità comune
occidentale, trascuranza per i linguaggi simbolici e poetici a
vantaggio di una comunicazione esatta, rigorosa, controllata. Al
conoscere, si dice, deve presiedere la scienza; arte e religione,
invece, esprimono sentimenti, stati d’animo. Il linguaggio serio sembra
dunque quello dell’obiettività e del rigore. La verità e l’oggettività
si raggiungerebbero solo mediante discorsi controllati ed esatti,
mentre i discorsi dell’esperienza religiosa, come quelli dei diversi
vissuti umani, sarebbero al più espressioni di stati d’animo, di
emozioni.             Eppure noi avvertiamo che questa rigida
divisione non rispetta la nostra più profonda verità e non rispetta il
modo di comunicarsi a noi proprio della rivelazione dell’Antico e Nuovo
Testamento.             Senza niente togliere alla validità dei
linguaggi propri delle scienze, linguaggi che tendono a essere
rigorosamente univoci -il grande sviluppo delle scienze è stato
possibile proprio grazie a questo tipo di comunicazione - non possiamo
negare al linguaggio umano una molto più grande valenza di strumenti e
di significati. E’ esperienza che spesso facciamo: le parole talora non
bastano a dire la ricchezza dei nostri sentimenti. Allora ricorriamo,
per esempio, a dei gesti, a dei segni, a dei simboli che aiutino a
comunicare ciò che le parole non sono capaci di manifestare. Ogni dono,
per esempio, è guidato da questa comunicazione non puramente verbale ma
simbolica, cioè dalla capacità di istituire una comunicazione più ricca
delle parole. Tutti i simboli infatti dicono di più, dischiudono al di
là dei significati immediati e letterali ulteriori valori comunicativi.             Ecco perché la comunicazione simbolica è una
grande ricchezza umana alla quale da sempre l’uomo ha fatto ricorso.
Non è senza significato il fatto che proprio gli eventi decisivi
dell’esistenza siano stati, nelle più diverse culture, accompagnati da
linguaggi e gesti simbolici; pensiamo al nascere e al morire, alle
scelte di vita, al pasto e alla casa. Tutti questi eventi e questi
luoghi, ben al di là della loro funzionalità e del loro significato
immediato, racchiudono un valore simbolico senza del quale la nostra
esistenza sarebbe davvero insignificante. E’ qui che l’arte, in
particolare l’arte sacra, si innesta per interpretare queste dimensioni
simboliche della vita, proporle, farle vibrare, approfondirle.             Per questo la qualità umana della nostra
comunicazione non può fare a meno dei simboli; ma neppure la qualità
della nostra esperienza di fede può fare a meno di tale peculiare forma
di comunicazione. Del resto non c’è tradizione religiosa che non sia
ricorsa a tale tipo di comunicazione. Questo ci stimola a una scelta
attenta dei simboli artistici nelle nostre chiese: all’architettura
agli arredi sacri, dall’altare al fonte battesimale, dal confessionale
alla Via Crucis, dalle vetrate ai quadri e agli affreschi, dalle
tovaglie agli arazzi e ornamenti e alle vesti sacre, tutto deve essere
preparato e utilizzato con rispetto e dignità, con semplicità e con
gusto. Occorre incoraggiare gli artisti perché per primi penetrino e
poi aiutino noi a sentire la ricchezza dei valori religiosi che può
sprigionarsi dalle autentiche opere d’arte.             Pensiamo ancora a un altro aspetto così
pervasivo della vita come il tempo: possiamo semplicemente ridurlo a
una dimensione quantitativa, alla transizione inesorabile di anni,
mesi, giorni, ore? perché la Chiesa non rinuncia ad avere un suo
calendario, scandito non dai ritmi sempre identici delle stagioni,
bensì da una storia, da un cammino verso il fine (e non verso la fine)?
il tempo, senza spessore simbolico, non sarebbe forse una
insopportabile condanna?             La Bibbia è un libro pieno di simboli stupendi
ed è sempre stata per questo la grande ispiratrice degli artisti. Dal
giardino dell’Eden alla città dell’Apocalisse, dal linguaggio dei
profeti a quello delle parabole, la rivelazione di Dio all’uomo fa
costantemente ricorso alla comunicazione simbolica. Anche i miracoli,
fatti prodigiosi, sono letti dal vangelo di Giovanni come segni (cf Gv
2, 11; 4, 54 ; 20, 30-3 1 ).   [75]     In che senso la comunicazione simbolica è veicolo
privilegiato dell’esperienza religiosa e perciò dovrebbe essere un modo
a noi familiare per comunicare nella fede)?             Perché il linguaggio simbolico è sommamente
rispettoso della “differenza” e della “distanza”. Esso non ci mette in
presa diretta con un mondo di oggetti. A differenza del trattamento
“scientifico” della realtà, che è appunto volto a comprendere il suo
oggetto, il linguaggio simbolico non è totalmente ostensivo,
dimostrativo di un mondo di oggetti, di utensili perfettamente dominati
dalla nostra intelligenza. Così il linguaggio simbolico ci impedisce di
stabilire con la realtà e soprattutto con la realtà di Dio un rapporto
di pieno e adeguato possesso, un rapporto di dominio come avviene
invece con il linguaggio delle scienze. Il linguaggio simbolico ci
impedisce di stabilire, con colui al quale ci rivolgiamo, un rapporto
di tipo oggettivo, come un qualcosa da afferrare e da possedere. Pur
comunicandosi, Dio non sta nell’ambito delle evidenze immediate. Il
credente che si rivolge a lui e parla di lui con il linguaggio dei
simboli, pur riconoscendolo e ravvisandolo in tutto, avverte
l’impossibilità di dire di lui come si dice di tutte le altre cose. Non
senza ragione la religiosità veterotestamentaria non consentiva la
diretta nominazione di Dio.             Scopriamo così che il linguaggio simbolico,
mentre dice di Dio, al tempo stesso lo nasconde, impedendo che la sua
trascendenza finisca prigioniera dei nostri concetti. Possiamo parlare
di una comunicazione che rispetta l’alterità, la trascendenza di Dio.
Contro la tentazione di mettere le mani su Dio possedendolo
magicamente, quasi riducendolo al talismano di cui disponiamo, il
linguaggio simbolico, mentre ci aiuta a dire Dio, ne custodisce la
trascenza. Forse la pagina più suggestiva che ci aiuta a cogliere
questa singolare comunicazione del mistero di Dio è nel libro
dell’Esodo. All’accorata preghiera di Mosè perché Dio riveli la sua
gloria, il suo volto, non è data una risposta esaustiva. Dio sarà
visibile solo di spalle; il suo volto non potrà essere contemplato
faccia a faccia (cf Es 33, 18-23).             Ritroviamo la stessa logica nelle manifestazioni
del Risorto ai suoi discepoli e a Maria Maddalena: un rivelarsi che
custodisce l’incognito, un darsi che subito si sottrae alla presa della
nostra conoscenza (cf Gv 20, 11-29). Nell’incerta luce del tramonto a
Emmaus lo sconosciuto si rivela attraverso un segno --lo spezzare del
pane--e si sottrae allo sguardo (cf Lc 24, 13-35); l’apparente povertà
del simbolo custodisce la ricchezza della rivelazione.   [76]     Il linguaggio non è dunque un codice che si possa
esprimere a piacere con formule matematiche, ma è un mezzo
d’espressione quanto mai modulato e variato, che conta molto sugli
aspetti vibratori della parola e della frase, sulle ricchezze allusive
dell’immagine, sulla forza coinvolgente dell’evocazione, sulla scossa
prodotta dall’interiezione ecc. Per questo il parlare della fede deve
sempre nascere da una certa pienezza emotiva (presente in noi per la
grazia dello Spirito santo anche nei momenti di personale aridità), e
deve usare, come faceva Gesù, del simbolo della parabola, del racconto,
dell’esempio, dell’accenno personale, dell’appello, dell’ammonizione e
anche dell’appassionata perorazione. Non dobbiamo certo sottovalutare
l’argomentazione e la concettualità (la “fatica del concetto” rimane
sempre necessaria per “pensare la fede”), ma dobbiamo ricordare che la
trasmissione quotidiana della fede si realizza in molte modalità
differenti che si compenetrano e si aiutano mutuamente.             Non mi dilungo su questo tema che appartiene
agli specialisti. Vorrei però terminare ricordando che le civiltà
occidentali, che hanno inventato i nuovi strumenti della comunicazione
di massa, sono anche quelle radicate nella Bibbia. Esse hanno il
compito di far risaltare come la moltiplicazione degli strumenti che
trasmettono informazioni e messaggi riproducendo, più che nel passato,
il carattere visivo e uditivo, vibratorio e modulatorio, emotivo e
sensitivo dei messaggi stessi, non solo non si oppone alla trasmissione
del messaggio di Dio contenuto nella Bibbia, ma ne mette in luce la
ricchezza e la varietà espressiva.   [77]     Vorrei ora proporre alcune verifiche e adempimenti
pratici per aiutare le comunità a mettere in pratica quanto ho detto
finora. Divido questi suggerimenti in tre punti:               * verifiche che propongo a tutti;             * verifiche e adempimenti che propongo a singole
realtà. Mi limiterò a quelle entità pastorali che sono state
specialmente tenute presenti nel triennio sull’educare, per mostrare la
continuità tra i due programmi. Tuttavia ogni altra realtà potrà
interrogarsi in maniera analoga. Nessuno si senta escluso dal lavoro
suggerito da questa Lettera, unicamente perché non riceve qui una
speciale menzione;             *un adempimento pratico per una particolare
categoria di persone, che sia come un simbolo e un richiamo sintetico
di tutto il lavoro di quest’anno: i diciottenni-diciannovenni.             1. Verifiche per tutti             Fare seriamente, più volte durante l’anno,
l’esame di coscienza sulle domande espresse ai nn. 7 e 40. Il primo
adempimento è infatti l’assimilazione riflessiva dei principi esposti
nella Lettera.             2. Verifiche per alcune singole realtà [78]     La famiglia: è il primo luogo nel quale attuare una
verifica del rapporto comunicativo. Si vedano in particolare i nn. 8 e
40. Nell’ambito della pastorale familiare potranno essere suggerite
altre iniziative, come i gruppi di spiritualità familiare promossi
dall’Azione Cattolica, che costituiscono un utile strumento per tale
revisione di vita. I consultori familiari di ispirazione cattolica
vanno incoraggiati ad ampliare la loro opera, soprattutto per quelle
famiglie dove la comunicazione è divenuta difficile o si è interrotta. [79]     La parrocchia: è anch’essa luogo privilegiato per
la comunicazione. In essa deve verificarsi quella traduzione concreta
della comunione spirituale con iniziative atte a conoscersi, a
frequentarsi, a stimarsi. Nella parrocchia il Consiglio pastorale deve
essere uno strumento primario per comunicare e promuovere la
comunicazione. Si dedichi durante l’anno una o due sedute del Consiglio
a riflettere su questo argomento, partendo per esempio dalle domande
poste ai nn. 10 e 40. Si faccia anche una riflessione sulle qualità
comunicative degli incontri di decanato.             I gruppi: alla luce delle riflessioni accennate
al n. 10 si verifichi la qualità della comunicazione sia all’interno
del gruppo, sia nel rapporto con la parrocchia e le altre realtà della
Chiesa locale.             La pastorale vocazionale. I sacerdoti, i
religiosi e le religiose si interroghino: sappiamo comunicare la gioia
della nostra vocazione? Le comunità religiose possono porsi le domande
al termine del n. 44. Le attività di pastorale vocazionale dovrebbero
interrogarsi sulla loro capacità di cogliere le attese e le domande dei
giovani e sulla loro capacità di superare i rischi del comunicare
espresse ai nn. 34b e 34c.             I progetti educativi: le realtà che li hanno
preparati nei due anni trascorsi a partire dal programma sull’educare
li rivedano in particolare alla luce dei nn. 30-32. Le costanti
comunicative ivi indicate sono sufficientemente considerate nei nostri
programmi?             Il post-Cresima: il sussidio preparato in
adempimento di quanto indicato lo scorso anno fornirà la traccia per
rivedere quanto si è fatto in proposito nell’ambito della comunicazione
della fede ai nostri ragazzi.             Scuole per operatori pastorali: anche qui le
indicazioni date in adempimento a Educare ancora aiuteranno a fare di
queste scuole un sussidio per intendere la seconda parte di questa
Lettera (cf nn. 18-38).             La catechesi degli adulti: si veda quanto detto sopra al n. 32,7 e ai nn. 61-68.             Scuole dì formazione all’impegno sociale e
politico: saranno riprese quest’anno e forniranno l’occasione per una
riflessione attenta sui nn. 4.9.11 (cf anche nn. 15-16).             Piano Montini per i nuovi centri religiosi ed
educativi: non va dimenticato questo impegno che dovrebbe concludersi
presto se si rinnoverà la generosità di singoli fedeli, enti e
parrocchie, che ha caratterizzato i primi due anni. Si tratta di un
servizio necessario e indilazionabile alla comunicazione della fede nei
nuovi insediamenti abitativi che si vanno continuamente moltiplicando.             Pastorale universitaria: alla luce della recente
lettera del Consiglio Permanente della CEI sui problemi dell’università
e della cultura in Italia, sarà importante riflettere in particolare
sui nn. 9.11.15. 16.61-68.             Immigrati extracomunitari: sono menzionati in questa Lettera come un caso serio della nostra carità (cf nn. 4 e 69).             Il futuro Sinodo diocesano: dobbiamo prepararci
fin da ora perché costituirà una pietra di paragone del nostro saper
comunicare nella Chiesa locale. La meditazione attenta di questa
Lettera costituirà una preparazione spirituale all’evento che
celebreremo al termine del programma dedicato al comunicare.             In continuità con il programma educare, sarà nel
contempo utile tenere presenti, a livello locale, gli altri momenti di
particolare impegno educativo, coordinandoli sotto il segno della
“comunicazione della e nella fede”. Così la preparazione alla prima
Comunione, alla Cresima e alla Professione di fede, come pure la
preparazione al Matrimonio, potranno essere vivificate con alcuni
esercizi di comunicazione di fede secondo quanto raccomandato
all’inizio di questa terza parte della Lettera.             3. Una categoria particolarmente significativa
come scelta per gli anni 1990-1991 e 1991-1992: il biennio per i
diciottenni-diciannovenni. [80]     a. Il perché di questa scelta e le principali indicazioni operative.             La categoria che scegliamo è conseguente al
cammino di questi anni. Si tratta dei diciottenni-diciannovenni (l’età
degli ultimi due anni della scuola superiore), di coloro che accolgono
la comunicazione della fede fatta dai loro genitori ed educatori e si
apprestano a trasmetterla a loro volta impegnandosi in scelte
vocazionali secondo il Vangelo. Continuiamo così l’impegno giovanile
dell’anno 1988-1989, culminato nell’Assemblea di Sichem e nel cammino
di Santiago, e quello dell’anno 1989-1990 che ha avuto i suoi momenti
forti nella costituzione dell’organismo diocesano di pastorale
giovanile e nel Gruppo Samuele.             Continuando tale attenzione ai giovani e nel
contesto della complessiva proposta diocesana per la pastorale
giovanile (che comprende tra l’altro la Veglia missionaria, la Scuola
della Parola, la Giornata della pace, la Veglia in tradizione symboli,
il pellegrinaggio a Czestochowa), vogliamo mettere a fuoco in questo
biennio la realtà dei diciottenni e diciannovenni, che già da tempo
viene seguita in diocesi con iniziative che hanno, come momenti forti,
gli Esercizi spirituali e la Redditio symboli. E’ giunto il momento di
rendere partecipe tutta la diocesi delle esperienze positive fatte in
tanti decanati. Si tratta di individuare per questi giovani alcune
tappe a livello diocesano, che potranno poi essere opportunamente
sostenute con iniziative decanali e locali secondo le indicazioni della
pastorale giovanile.             I momenti proposti a livello diocesano saranno quattro:             1. l’apertura dell’anno pastorale la sera del 7 settembre 1990, in Duomo, riservata ai diciottenni e diciannovenni;             2. un’iniziativa di natura vocazionale da proporsi nel tempo di Avvento;             3. gli Esercizi spirituali in Quaresima;             4. la Redditio symboli per i diciannovenni nel contesto della vigilia di Pentecoste ( 18 maggio 1991 ) . [81]     b. Alcune indicazioni più specifiche per gli addetti ai lavori.             L’iniziativa per i diciottenni-diciannovenni ha
alle spalle un lungo periodo di maturazione. Nel 1979 nasceva,
nell’ambito della FIES diocesana, la proposta di Esercizi spirituali
per i giovani del diciottesimo anno di età. Nell’anno seguente l’Azione
Cattolica elaborava, in collaborazione con alcune parrocchie, un
cammino che--avendo come punto di riferimento gli
Esercizi--accompagnasse per un anno intero il cammino dei diciottenni.
Da circa sei anni l’itinerario educativo si è allargato a comprendere
gli ultimi due anni della scuola superiore, quindi anche i
diciannovenni. Ultimamente è maturata l’intuizione di concludere tale
cammino con il momento della Redditio symboli, un gesto di riconsegna
al vescovo della fede ricevuta e vissuta negli anni precedenti, e di
attestazione della disponibilità a continuare con profondità la vita
cristiana. La scelta di privilegiare questa fascia di età è motivata
dal fatto che può essere considerata un “banco di prova” della nostra
capacità di comunicare la fede: è il momento della maggiore età, del
diritto di voto, della patente; più profondamente è la stagione
dell’emergere di domande fondamentali e dell’urgenza di scelte decisive.             L’obiettivo che ci proponiamo è di accompagnare
nella fede i diciottenni-diciannovenni, di operare perché possano
essere dotati di radici profonde e di sostenere le loro domande più
vere e guidarle verso una ricerca vocazionale.             Il progetto che ci guiderà in questo biennio
sarà fatto conoscere a tutti i giovani e agli educatori. Da parte mia
vorrei proporre alcune sottolineature:             * ho già indirizzato ai diciottenni-diciannovenni la lettera per la sera del 7 settembre in Duomo;             * la situazione della diocesi non rende facile a
tutte le comunità parrocchiali la possibilità di avviare una proposta
specifica per questa fascia di età. Chiedo che si dia vita a forme di
“ospitalità verificata”: i responsabili decanali offrano a tutti i
giovani un luogo dove attuare il cammino (una parrocchia, il decanato).
Auspico che nessuno si senta destituito dalle proprie responsabilità;
tutti invece incoraggino i giovani ad affrontare qualche sacrificio per
poter crescere e ritornare alla propria comunità più arricchiti e
formati;             * per rendere possibile la diffusione capillare
dell’iniziativa, invito ogni parrocchia e gruppo a esprimere
all’Ufficio diocesano per la promozione della pastorale giovanile il
nominativo di un responsabile--educatore laico o religiosa--che intenda
esplicitamente affiancare il sacerdote nell’attenzione ai diciottenni e
diciannovenni;             * il significato dell’itinerario è di favorire
l’assimilazione della proposta e di curare i dinamismi che fanno
interiorizzare e personalizzare i contenuti via via affrontati. Per
tale strumento è indispensabile “la regola di vita” da consegnare al
vescovo durante il rito della Redditio symboli (cf anche, in proposito,
Itinerari educativi, n. 27, primo paragrafo);             * gli Esercizi spirituali si terranno durante il
periodo quaresimale. Si cercherà di offrire un numero sufficiente di
corsi di Esercizi per gruppi non troppo numerosi, con impostazione e
tematiche uniformi, così da aiutare tutti i partecipanti a compiere un
serio cammino vocazionale;             * infine raccomando a tutti un atteggiamento di
apprezzamento nei confronti di questo sforzo per creare convergenza su
una medesima proposta. Non vogliamo mortificare la vivacità di molte
comunità e iniziative pastorali; desideriamo piuttosto tenerle in
tensione verso un progetto che, proponendo le stesse tappe e gli stessi
contenuti, miri a superare la dispersione di Babele favorendo un
linguaggio comune tra i giovani di una diocesi tanto vasta come la
nostra.   [82]            Concludo ricordando che per gli itinerari
educativi degli adolescenti e dei giovani potrà aiutare la
considerazione di due figure di santi giovani: Pier Giorgio Frassati,
beatificato nel maggio scorso e san Luigi Gonzaga, di cui ricorre nel
1991 il IV centenario della morte.             I pastori, nell’applicazione di questa Lettera,
prendano come esempio e patrono san Gregorio Magno, di cui ricordiamo
il 3 settembre il XIV centenario dell’ordinazione episcopale e
dell’elezione a Papa (590). La prudenza e la saggezza della sua Regula
pastoralis ci guidino nel nostro cammino di quest’anno. E la Vergine
della comunicazione interceda per tutti noi.