Informazione e missione nella Chiesa del terzo millennio


DIONIGI TETTAMANZI

90° di fondazione del settimanale cattolico Luce
Intervento all’incontro con i giornalisti
Varese-Teatro Tenda, 30 gennaio 2004

Informazione e missione
nella Chiesa del terzo millennio

Desidero iniziare questa conversazione con un pensiero e una preghiera a san Francesco di Sales, il patrono degli scrittori e dei giornalisti. È diventata ormai una tradizione, da quando si sono sviluppati una
più ampia sensibilità e un più deciso impegno pastorali circa i mezzi
della comunicazione sociale, realizzare incontri, conferenze, dibattiti
sui problemi dei media proprio in occasione della festa di san
Francesco di Sales. Del resto è questa la data scelta da Paolo VI e
continuata da Giovanni Paolo II per lanciare l’annuale “Messaggio” in
vista della Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali. Francesco di Sales, questo santo Vescovo di Ginevra, è invocato
come patrono degli scrittori e dei giornalisti per un’evidente
“affinità” con questa categoria di persone, perché anch’egli, a suo
modo, ha coltivato l’arte della stampa e del giornalismo. L’ha fatto,
in particolare, con la sua amplissima corrispondenza e, più in
concreto, con lettere che diventavano fogli e foglietti stampati. L’ha
fatto con la sua singolare capacità di armonizzare la chiarezza e la
fortezza dell’annuncio della verità con la bontà e la dolcezza del suo
animo, anche nelle non poche e non piccole controversie con i
protestanti. L’ha fatto ricordando, nel contesto del suo convinto e
insistito insegnamento sulla “spiritualità dei laici”, la vocazione
alla santità possibile e doverosa anche per chi si dedica a scrivere e
a stampare.     Il traguardo dei novant’anni del settimanale “Luce”   L’occasione più nostra, più varesina, dell’incontro di questa sera
è la celebrazione dei novant’anni di attività del “Luce”, il
settimanale cattolico di Varese scaturito dal cuore e dalla volontà del
beato cardinale Carlo Andrea Ferrari e promosso con convinzione e
decisione dai sacerdoti delle comunità parrocchiali della Città e della
zona. Sono lieto di prendere parte a questa celebrazione, perché è
veramente significativo e insieme stimolante il traguardo dei
novant’anni di attività e di vita del “Luce”. Questo nostro settimanale, in realtà, è sempre stato un importante punto di riferimento per la Chiesa locale,
perché l’ha accompagnata a leggere e a interpretare alla luce dei
valori e della dottrina cristiana gli eventi e i fenomeni complessi e
spesso drammatici che si sono succeduti nel tempo, e perché si è fatto
voce delle varie opinioni e delle diverse iniziative presenti nelle
comunità cristiane. Ma è stato un punto di riferimento anche per coloro che erano alla ricerca di una stampa veramente libera,
attenta a riscoprire, a difendere e a promuovere tutti quei valori che
affermano il primato indiscutibile della persona umana sulle diverse
ideologie e su tutti i fenomeni che minacciano o addirittura negano
l’incommensurabile e inviolabile dignità di questa stessa persona. Ritengo essere per noi un dovere ricordare
con riconoscenza tutti coloro che, con vera passione e spesso con
grande sacrificio, hanno contribuito a realizzare, nell’arco di
novant’anni, questo settimanale: i direttori che si sono succeduti, i
redattori, i collaboratori, i tecnici e – non ultimi – i lettori. Tra tutti desidero ricordare, in modo particolare, monsignor Carlo Sonzini,
di cui è in corso il processo di beatificazione. Egli, per circa
quarant’anni, è stato il direttore del giornale. L’ha fatto in tempi
anche molto difficili, sapendolo guidare con intelligenza lucida, con
appassionato vigore, con grande coerenza morale e sempre nella convinta
fedeltà ai principi ispirativi cristiani. Desidero estendere il ricordo anche a un mio studente del seminario teologico, don Isidoro Meschi.
Mentre continuiamo a rimanere commossi per la splendida testimonianza
che ci ha lasciato – quella dell’amore più grande che dà la vita per i
fratelli –, vogliamo esprimergli gratitudine per aver diretto
l’edizione dell’Alto Milanese per un quinquennio, dal 1978 al 1983. Ho parlato dei novant’anni del “Luce” come di un traguardo veramente significativo, ma insieme di un traguardo stimolante.
Sì, stimolante perché i novant’anni del nostro settimanale sono una
tappa che non si chiude ma che si apre, destinata com’è a far
riprendere lo slancio iniziale, a far rivivere i momenti più fortunati
e a far guardare decisamente in avanti, e dunque a sollecitare la più grande disponibilità al rinnovamento. È richiesto un rinnovamento coraggioso,
se si vuole veramente servire sempre di più e meglio – nelle mutate
situazioni attuali – la Chiesa locale e il territorio. Ed è richiesto,
insieme, un rinnovamento segnato da una gioiosa e rinvigorita fedeltà alla vocazione originaria e specifica, quella cioè che vuole il “Luce” come strumento interpretativo di ispirazione cristiana. È in questo contesto che vorrei condividere con voi alcune
riflessioni sul tema scelto per questo incontro “Informazione e
missione nella Chiesa del terzo millennio”.     La cultura mediale oggi   È un tema, il nostro, che s’impone alla luce del ruolo sempre più
ampio, profondo e determinante che la comunicazione sociale ha assunto
per tutti noi, per il modo con il quale leggiamo e interpretiamo la
realtà dentro e attorno a noi, quindi per la nostra cultura. Il nostro tempo, infatti, è caratterizzato da una diffusione dei media sempre più rapida, estesa e capillare. Possiamo dire che, come il pesce vive nell’acqua e l’uomo vive nell’aria, così il mondo vive “nei” media:
questi sono diventati un “ambiente” in cui l’uomo d’oggi vive e
interagisce con gli altri e con la realtà. La radio e la televisione
sono praticamente presenti in tutte le case e sono disponibili in ogni
momento attraverso decine di canali; la stampa è a portata di mano ed
ora Internet sta diventando uno strumento sempre più accessibile a
tantissime persone, soprattutto ai giovani. Sì, il mondo vive nei media. In realtà, scendendo in profondità si deve dire di più: si deve dire che il mondo vive “dei” media. Questi si presentano come una nuova ed enorme “piazza”
– “areopago” li chiama abitualmente il Papa – dove si manifestano
pubblicamente i pensieri, si scambiano le idee, si fanno circolare le
notizie e le informazioni d’ogni genere. È una piazza nella quale si elabora e cresce una nuova cultura, una
nuova visione dell’uomo e del mondo. È una piazza sempre piena di
tantissime persone e sempre viva, perché «nulla di ciò che l’uomo di
oggi pensa, dice e fa è estraneo ai media; e i media esercitano
un’influenza, con varie modulazioni, su tutto ciò che l’uomo di oggi
pensa, dice e fa» (Cei, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa in Italia. Bozza, n. 2). È importante rilevare che i mezzi di comunicazione sociale non sono semplici strumenti, dal momento che sono al tempo stesso “mezzo” e “messaggio”, e proprio per questo non sono mai strumenti neutri,
perché il messaggio di cui sono trasmettitori non può essere neutro, in
quanto è inevitabilmente segnato dall’uomo che lo dà e lo riceve, e
dunque da una determinata cultura, da una visione della persona e della sua vita. Più precisamente si tratta, con i media, dello svilupparsi di una nuova cultura:
una cultura che, come scrive Giovanni Paolo II nella sua enciclica
sulla missione della Chiesa, «nasce, prima ancora che dai contenuti,
dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare, con nuovi
linguaggi, nuove tecniche, nuovi atteggiamenti psicologici» (Redemptoris missio, n. 37). I media sono portatori di una nuova cultura nella misura in cui le
loro modalità di funzionamento e i loro linguaggi hanno,
inevitabilmente, una ricaduta antropologica e sociale, ossia
condizionano la mentalità e le relazioni delle persone che vivono nella
società, conducendole – queste stesse persone – a modificare il loro
tradizionale rapporto con la realtà e con le altre persone e, quindi,
ad accogliere nuovi modelli e paradigmi di esistenza. Ora per la cultura massmediale vale quanto diciamo di ogni realtà umana: essa è caratterizzata dalla ambivalenza,
perché presenta insieme aspetti positivi e promettenti e aspetti
negativi e problematici. Mi viene spontaneo pensare alla parabola
evangelica del campo – immagine concreta e suggestiva del “cuore”
dell’uomo – nel quale convivono il grano e la zizzania (cfr. Matteo 13, 24ss.). Nessun dubbio, allora, che i media rappresentino una grande opportunità.
È bello qui riascoltare, a distanza di quarant’anni, le prime parole
del decreto del Concilio Vaticano II sulle comunicazioni sociali,
quelle che danno il titolo al decreto stesso Inter mirifica:
«Tra le meravigliose invenzioni tecniche che, soprattutto ai nostri
giorni, l’ingegno umano, con l’aiuto di Dio, ha tratto dal creato, la
madre Chiesa accoglie e segue con speciale cura quelle che più
direttamente riguardano lo spirito dell’uomo e che hanno aperto nuove
vie per comunicare, con massima facilità, notizie, idee e insegnamento
d’ogni genere. Tra queste invenzioni spiccano quegli strumenti che per
loro natura sono in grado di raggiungere e muovere non solo i singoli
uomini, ma le stesse moltitudini e l’intera società umana – quali la
stampa, il cinema, la radio, la televisione e altri simili –, che
possono quindi a ragione essere chiamati “strumenti della comunicazione
sociale”» (n. 1). Sì, i media sono una grande opportunità e una preziosa risorsa
per ragioni immediate ed evidenti: possono, ad esempio, allargare la
cerchia delle conoscenze, favorire il dialogo con altre persone vicine
e lontane – anzi tra le molte e diverse culture –, sviluppare la
consapevolezza di una interdipendenza che tra loro lega gli uomini e i
popoli e che impegna a superare i particolarismi e a instaurare una
rete di solidarietà globale. I media sono, da questo punto di vista, un
fattore decisivo per la crescita dei singoli individui ma anche
dell’intera società. In particolare, come leggiamo in un testo della Santa Sede, «I
mezzi di comunicazione sociale sono indispensabili per le società
democratiche di oggi. Forniscono informazioni su questioni ed eventi.
Permettono ai leader di comunicare rapidamente e direttamente con il
pubblico su questioni urgenti. Sono importanti strumenti di
responsabilità, perché evidenziano inadeguatezza, corruzioni, abusi e
ingiustizie richiamando l’attenzione sulla necessità di competenza, di
vitalità e di devozione al dovere» (Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica nelle comunicazioni sociali, n. 8). Ma questi stessi media, anche per la loro straordinaria e inedita potenza, possono comportare non pochi rischi e non lievi derive problematiche. L’esperienza
di tutti è maestra al riguardo. È un’esperienza alla quale il decreto
del Concilio dà voce riferendo la valutazione propria della Chiesa:
essa «riconosce che questi strumenti, se bene adoperati, offrono al
genere umano validi sostegni, perché contribuiscono efficacemente a
sollevare e ad arricchire gli animi…», e insieme «sa pure che gli
uomini possono usarli contro il piano di Dio creatore e volgerli a
propria rovina» (Inter mirifica, n. 2). Di qui la necessità, l’urgenza della vigilanza da parte di tutti e di ciascuno.     La comune responsabilità di essere vigilanti   Dobbiamo confessare che il termine vigilanza non gode della
simpatia di molti, perché spesso viene inteso nel senso negativo di un
difendersi nel segno della paura o dell’eccessiva cautela: quasi un
ritirarsi e rimanere passivi. In realtà, la vigilanza è una virtù,
e dunque qualcosa di positivo e di estremamente dinamico, qualcosa che
dice coraggio e audacia, qualcosa che significa prontezza a difendere i
valori e le esigenze della persona e ad esigerne con forza il rispetto:
e tutto questo per amore, perché si ama appassionatamente e cordialmente la dignità umana della persona, la si ama e la si venera! Sì, la vigilanza è assolutamente necessaria
perché nel mondo della comunicazione sociale noi tutti possiamo
facilmente essere solo spettatori passivi e lasciarci, per così dire,
condurre come ciechi, finendo per assorbire in modo acritico quanto ci
viene comunicato a seconda delle tensioni del momento. Vorrei ora richiamare, in particolare, tre rischi o punti problematici che ci sollecitano ad essere vigilanti.   Un primo rischio è quello della sostituzione della verità con l’opinione.
«Se il rapporto con l’altro si riduce al semplice sovrapporsi di pareri
e sensazioni individuali, la relazione sarà il luogo non della ricerca
della verità, ma del confronto-scontro delle opinioni o peggio ancora
della prevaricazione e della manipolazione. Alla ricerca della verità
si sostituisce un percorso ambiguo e strumentale che conduce a una
sorta di “moltiplicazione delle verità” o ad un azzeramento del
riferimento alla verità. Ne sortiranno visioni del mondo e della vita
legate sempre più a opinioni e sondaggi, del tutti relativi o imposti a
colpi di maggioranza. Così la verità rischia di finire confinata
nell’ambito della coscienza individuale proibendole di affacciarsi
sull’arena sociale e politica» (Cei, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa in Italia. Bozza, n. 22).   Un secondo rischio è la caduta o la perdita della interiorità.
È vero che i media di per sé non sono nemici della interiorità, ma è
altrettanto vero che gli stessi media con l’incalzare degli
avvenimenti, con l’ansia della notizia sensazionale che colpisce
l’utente nelle sue emozioni, con la preoccupazione – spesso primaria se
non esclusiva – di fare ascolti, tendono a non andare in profondità dei
fatti e dei problemi toccati ma a rimanere in superficie, così come
tendono a sostituire questi stessi fatti e problemi con estrema
velocità, lasciando in tal modo poco o nessuno spazio alla riflessione
interiore. Più radicalmente, la messa in crisi della interiorità da parte dei
media si collega con la loro tendenza a ignorare, o comunque a
sottovalutare, la dimensione interiore e trascendente della persona,
che invece viene «spinta a costruirsi un’identità non in rapporto a un
cammino di approfondimento e maturazione, bensì come risposta
funzionale alla situazione che vive». E così «l’identità si trasforma
in maschera, nel senso di una identità celata, nascosta, i cui tratti
non vengono più riconosciuti. E l’identità rischia d’inaridirsi cedendo
spazio al narcisismo» (Cei, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa in Italia. Bozza, n. 20).   Il terzo rischio è l’omologazione, che significa la
tendenza dei media di porre tutto sullo stesso piano, rendendo
evanescente o facendo scomparire la percezione della differenza
qualitativa tra un argomento e un altro, tra problemi di grande serietà
e problemi del tutto secondari e marginali. A dominare, alla fine, è la
sensazione o addirittura la convinzione che tutto sia uguale. Si
instaura una sorta di sincretismo culturale, che non può
non disorientare perché tende a trattare ogni cosa con superficialità,
approssimazione e nel segno del relativismo che poi conduce alla più
grande indifferenza di fronte alla verità e al bene.   Andando al di là di questi rischi, vorrei segnalare un’impressione generale:
il moltiplicarsi così dilatato e immediato dei media ha generato un
fiume inarrestabile di parole, di suoni, di immagini che rendono
difficilissimo, se non quasi impossibile, un ascolto attento, che sia
poi capace di aprirsi a un confronto e a un dialogo con gli altri. L’impressione è che abbiamo sì moltissima “informazione”, ma che questa faccia enorme fatica a tradursi in vera “comunicazione”.
Mentre l’informazione in sé tende – come abbiamo detto – ad omologare e
ad appiattire ogni messaggio, la comunicazione vera invece è destinata
a suscitare una attenzione mirata alla persona e alla sua dignità: suo
scopo non è tanto quello di creare emozioni, ma di aiutare a pensare e
a capire, affinché poi ciascuno sia in grado di farsi una sua precisa
opinione e di formulare un giudizio personale veramente libero,
responsabile e maturo. Tutto questo esige, appunto, vigilanza: vigilanza in chi
comunica e vigilanza in chi riceve la comunicazione. Grazie a tale
vigilanza diviene possibile interagire con il mondo della comunicazione
in modo critico e creativo. Ed è quanto avviene tramite l’impegno a una
vera e propria educazione all’uso dei media.     L’urgenza di un’educazione all’uso dei media   Non è difficile, per le ragioni dette, avvertire l’urgenza di
assicurare un’opera educativa adeguata per l’uso dei diversi mezzi
della comunicazione sociale. Più precisamente si tratta di una educazione di carattere generale e radicale,
ossia che ha le sue radici vive e vivificanti, prima ancora che in
diretto riferimento al mondo o contesto mediatico, nella cura di quel
patrimonio di relazioni umane interpersonali che costituiscono l’ambito
primario e originario del nostro vivere e quindi del nostro comunicare. In una parola, è la cura della “qualità culturale” della vita quotidiana delle nostre famiglie e delle nostre comunità o, se preferiamo, del nostro territorio
– inteso non tanto come luogo o spazio geografico quanto come spazio
esistenziale e antropologico, e dunque come l’ambiente concreto di
vita, intessuto di pensieri, sentimenti, scelte e azioni, come pure
fatto di tradizioni, di rapporti di vicinato, di esperienze di
volontariato e di solidarietà sociale, di impegno per la promozione del
bene comune – (è questa cura della “qualità culturale” della nostra
vita) che potrà far maturare quella coscienza viva e vigile degli
autentici valori della persona umana, che sola potrà ispirare e aiutare
il giudizio critico sui contenuti offerti dalla comunicazione sociale.
Potremmo parlare di una specie di “solidarietà culturale” che si sviluppa nella comunità e nel territorio. Ora, sarà proprio il recupero e il rilancio di questo senso della
comunità a permettere, di fronte all’informazione mediatica, di non essere soli, senza terra, senza radici, prigionieri di una deriva individualistica che inevitabilmente ci espone ad essere passivi o indifferenti di fronte a qualsiasi messaggio ci venga comunicato. Dobbiamo però subito precisare che ciò non significa
autoreferenzialità o chiusura della comunità su sé stessa e nel proprio
patrimonio culturale tradizionale, e dunque incapacità di aprirsi alle
novità che continuamente emergono e alle diversità culturali che
caratterizzano le nostre società attuali. Ma, in verità, una comunità non è fatta per essere una
“cittadella” che si chiude e si difende dall’esterno; al contrario, è
fatta per comunicare, appunto, e dunque per dare agli altri il proprio
contributo di ricerca e di realizzazione dei veri valori della vita
personale e sociale. È quanto avviene entrando in rapporto con le altre
comunità che la circondano sino a giungere – e proprio grazie allo
strumento specifico dei media – alla grande e intera famiglia umana. È su questa base generale che può e deve poi svilupparsi l’educazione specifica
all’uso dei media. Anche se solo per accenni veloci, vogliamo
soffermarci su questa particolare opera educativa, iniziando da un
rilievo semplicissimo e decisivo, quello dell’intima ed essenziale “alleanza” tra educazione e dimensione morale, che si ritrova anche nei media perché, non dimentichiamolo mai, ogni comunicazione ha una dimensione morale. Lascio la parola al papa Giovanni Paolo II: «Come ha detto il Signore stesso, la bocca parla dalla pienezza del cuore (cfr Mt
12, 34-35). La statura morale delle persone cresce o si riduce a
secondo delle parole che esse pronunciano e dei messaggi che scelgono
di ascoltare. Pertanto, la sapienza e il discernimento nell’uso dei
mezzi di comunicazione sociale sono particolarmente auspicabili nei
responsabili nell’ambito delle comunicazioni sociali, nei genitori e
negli educatori, poiché le loro decisioni influiscono largamente sui
bambini e sui giovani dei quali sono responsabili e che, in ultima
analisi, sono il futuro della società» (Messaggio per la 38a Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali, 24 gennaio 2004, n. 1). Rileviamo poi che, se ogni educazione è sempre faticosa e ardua,
questa lo è in maniera particolare; e che, se in ogni ambito è
importante una stretta solidarietà tra le diverse agenzie educative,
ancora più importante è questa solidarietà nell’ambito della comunicazione sociale.     La necessaria solidarietà tra le diverse agenzie educative   Un primo riferimento spontaneo è alle famiglie. A queste, come abbiamo detto, il Papa dedica il suo Messaggio per la 38a Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali, dal titolo “I media in famiglia: un rischio e una ricchezza”. Non è possibile in questa sede soffermarci sull’intervento limpido
e vigoroso di Giovanni Paolo II. Ci basti rilevare, da un lato, la
richiesta che egli fa ai responsabili delle comunicazioni sociali – e
qui riprende le parole di Paolo VI – di «conoscere e rispettare le
esigenze della famiglia, e questo suppone a volte in essi un vero
coraggio e sempre un alto senso di responsabilità» (Messaggio per la Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali,
1969), e dall’altro lato l’appello rivolto ai genitori. Scrive: «I
genitori, come primi e più importanti educatori dei loro figli, siano
anche i primi a spiegare loro i mezzi di comunicazione. Sono chiamati a
formare i loro figli “nell’uso moderato, critico, vigile e prudente di
essi” (Familiaris consortio, n. 76)… I genitori devono anche regolare l’uso dei mezzi di comunicazione a casa…» (n. 5).   Non meno spontaneo è il riferimento alla scuola. Nel discorso di sant’Ambrogio la definivo, usando le parole di Giorgio La Pira, “luogo per pensare”.
E commentavo: «La scuola come luogo… non per competere, non per vincere
una gara e raggiungere così un’economia migliore come Città o una
posizione economica ragguardevole come singoli. Prima di tutto e
semplicemente – ma in questo sta la sua vera identità e nobiltà – , la
scuola come luogo dove imparare a “pensare”, dove esercitarsi a
“pensare”» (Milano, una città da amare, 6 dicembre 2003, p. 23). Ora il pensare, ovviamente, è il pensare con la propria testa, e
dunque con spirito critico, con la capacità di giudicare secondo verità
e di scegliere secondo libertà responsabile. E questo fa cogliere
immediatamente l’essenziale valenza morale del pensare stesso. È in questo senso che B. Pascal scriveva: «Lavorare a ben pensare, ecco il principio della morale» (Pensées, 347). In questa prospettiva, spetta alla scuola fornire agli studenti
gli strumenti critici che li facciano utenti liberi e responsabili dei
media. È una alfabetizzazione, un “leggere e scrivere” di genere più
raffinato, ma non meno fondamentale e oggi di singolare urgenza.   Ma penso, in un certo senso anzitutto, agli stessi operatori del mondo della comunicazione. Desidero solo rilevare che una vera e autentica professionalità dell’operatore non può prescindere dall’attenzione agli aspetti etici. Se
professione significa rispettare la verità della comunicazione, e se
questa – come si è detto – non si risolve in un semplice strumento
neutro ma racchiude sempre un messaggio, essendo insieme forma e
contenuto, la dimensione etica è elemento intrinseco e irrinunciabile della stessa professionalità che è propria dell’operatore della comunicazione sociale. Questi, pertanto, proprio per essere professionista serio non può
non avere la disponibilità, anzi non può non impegnarsi di fatto a
riconoscere e a onorare i valori etici dell’onestà, della verità, del
rispetto della persona come valori costitutivi del suo essere operatore
della comunicazione sociale. È possibile procedere oltre e vedere come onorare la dimensione morale del proprio operare nei media rientra in un cammino di spiritualità
vera e propria: onorare la morale, che in ultima analisi trova il suo
centro vivo nell’amare Dio e gli altri, è rispondere alla vocazione di
tutti alla santità. Rivolgendosi ai giornalisti, durante la Messa in occasione della
festa di san Francesco di Sales celebrata a mezzanotte nella tipografia
de “L’Italia”, l’allora arcivescovo di Milano monsignor Giovanni
Battista Montini, dopo pochi giorni dal suo ingresso in Milano, così
diceva: «Cerchiamo di dare alla professione, non già una semplice
caratteristica direi tecnica, puramente improntata alla fretta, alla
genialità, alla curiosità, alla attualità, ma siamo dei finalisti, cioè
della gente che pensa dove arrivano le parole, che effetto hanno, che
cosa producono. E allora il messaggio di San Francesco di Sales sarà
non inutile a noi. Egli insegna che bisogna avere soprattutto la carità
della verità. Bisogna amare quelli a cui si rivolge la parola: amare
nel dono, nell’offerta di qualche cosa di vero…» (Omelia, 31 gennaio 1955, in Discorsi e scritti milanesi [1954-1963], Istituto Paolo VI, Brescia, 1997, p. 115). In una maniera particolare, come Vescovo sento di dover incoraggiare i comunicatori cristiani, anzitutto a vivere la loro stessa professionalità secondo questa originaria valenza etica, ma anche e specificamente a saper “incarnare”, con convinzione e coraggio, la loro fede cristiana nell’ambito della comunicazione,
testimoniando così il riferimento ai valori propri del Vangelo, nella
consapevolezza che questi valori non sono mai contro l’uomo, ma sempre
e solo per la promozione della sua dignità personale e della sua verità
intera. Come si vede, la specifica testimonianza di fede cristiana degli operatori della comunicazione sociale si risolve in un grande gesto di carità. È, come abbiamo detto, la carità della verità.     Predicare il Vangelo con i media   Ma la nostra conversazione è chiamata ad affrontare il punto più
tipicamente ecclesiale del mondo della comunicazione: quello cioè di come coniugare il mondo della comunicazione con la missione propria e originale della Chiesa.
In termini semplici e concreti, dobbiamo domandarci quali
opportunità la comunicazione offre per l’evangelizzazione. Questa e non
altra, infatti, è la missione che la Chiesa ha ricevuto, e
quotidianamente riceve, da Gesù Cristo risorto: «Andate in tutto il
mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Marco 16, 15). Già queste parole – così brevi e così straordinariamente ricche –
del mandato missionario del Signore dicono che da sempre la Chiesa è
presente e operante là dove, nelle più diverse modalità, si realizza la
comunicazione. Come ha scritto Paolo VI nell’esortazione Evangelii nuntiandi,
«Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della
Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare»
(n. 14). In fedeltà a questa missione di annuncio e testimonianza del
Vangelo, ossia della “buona notizia”, la Chiesa ha percepito sempre di
più l’importanza della comunicazione sociale nelle sue più svariate forme. Rispetto ai media, la Chiesa non può stare semplicemente “di fronte”, ma vuole e deve “stare dentro”. È ancora Paolo VI a scrivere, con linguaggio limpido e forte, che «nel nostro secolo, contrassegnato dai mass media
o strumenti di comunicazione sociale, il primo annuncio, la catechesi o
l’approfondimento ulteriore della fede, non possono fare a meno di
questi mezzi… Posti al servizio del Vangelo, essi sono capaci di
estendere quasi all’infinito il campo di ascolto della Parola di Dio, e
fanno giungere la Buona Novella a milioni di persone. La Chiesa si
sentirebbe colpevole di fronte al suo Signore se non adoperasse questi
potenti mezzi, che l’intelligenza umana rende ogni giorno più
perfezionati; servendosi di essi la Chiesa “predica sui tetti” (cfr Mt 10, 27; Lc
12, 3) il messaggio di cui è depositaria; in loro essa trova una
versione moderna ed efficace del pulpito. Grazie ad essi riesce a
parlare alle moltitudini» (Evangelii nuntiandi, n. 45; cfr. Giovanni Paolo ii, Redemptoris missio, n. 37). Ma come la Chiesa può e deve essere presente nei media? La sua non è una presenza “ad ogni costo”. È piuttosto una presenza che distingue con cura il mezzo dal contenuto e utilizza il mezzo in funzione del contenuto
stesso. E da questo punto di vista potremmo parlare di una presenza
“flessibile”, che impegna la Chiesa ad un aggiornamento continuo, nella
ricerca delle vie più efficaci per trasmettere agli uomini il suo
messaggio tipico. L’abbiamo detto: è il messaggio del Vangelo, che è rivelazione
del volto di Dio e del suo mistero d’amore e, insieme, rivelazione del
volto dell’uomo e del mistero della sua dignità personale di creatura
plasmata a immagine e somiglianza di Dio. Come si vede, una rivelazione
inscindibilmente teologica e antropologica, che trova il suo cuore vivo
in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, sicché lui in persona è il
Vangelo vivente e concreto, perché – come scrive il Concilio – «proprio
rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente
l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (Gaudium et spes, n. 22). In questo senso possiamo anche dire che quella della Chiesa nei media è una presenza qualificata dalla ispirazione cristiana.
Ciò significa che i media della Chiesa nascono dalla vita e crescono
con la vita di una concreta comunità cristiana che tiene fissi gli
occhi su Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto carne umana nel grembo di
Maria, causa e modello di santificazione (del diventare, cioè, “figli
di Dio”) e insieme di umanizzazione, ossia del farsi sempre più uomini,
uomini veri e autentici. È ancora il Vaticano II a offrirci questa
folgorante affermazione: «Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa
lui pure più uomo» (Gaudium et spes, n. 41). E possiamo ulteriormente esplicitare dicendo che in mano alla
Chiesa i media sono l’espressione del suo voler parlare a tutti e
dialogare con tutti per offrire loro il Vangelo nella sua duplice e
unitaria ricchezza religiosa e umana, e dunque nei suoi valori
spirituali e nelle sue istanze di promozione umana personale e sociale. In altre parole ancora: quelli usati dalla Chiesa non si
distinguono dagli altri media per il formato o per tanti altri aspetti
tecnici, ma per lo spirito che li anima, che li deve animare. È lo
spirito evangelico di volere sempre riconoscere e ricercare il bene
dell’uomo, di dare voce a chi agli occhi del mondo è ritenuto o risulta
debole e di portare a conoscenza di tutti le concrete testimonianze
d’amore e di solidarietà che non mancano mai. È lo spirito di volere
cercare e trovare, anche nelle vicende complesse e travagliate, “buone
notizie” che aprano alla speranza. È lo spirito di portare,
nell’incontro e nel dialogo con tutte le culture, la novità inattesa e sorprendente di Gesù Cristo, Via Verità e Vita, unico universale e necessario Salvatore del mondo e dell’uomo! In quest’ultimo aspetto risiede la sfida più formidabile
che la Chiesa è chiamata ad affrontare nell’uso dei media: quello di un
uso destinato a promuovere una cultura “secondo il Vangelo” e, proprio
per questo, “secondo la verità intera e la dignità piena dell’uomo”. Ecco come viene riproposta questa inquietante e appassionante
sfida della Chiesa circa l’evangelizzazione tramite i media in ordine
alla salvezza da Giovanni Paolo II. Egli si riferisce direttamente a
Internet, ma la sua è una parola che vale per l’intero panorama dei
media. Così registra la situazione in atto e pone la domanda cruciale
su Gesù Cristo: «Internet permette a miliardi di immagini di apparire
su milioni di schermi in tutto il mondo. Da questa galassia di immagini
e suoni, emergerà il volto di Cristo? Si udirà la sua voce? Perché solo
quando si vedrà il Suo volto e si udirà la Sua voce, il mondo conoscerà
la buona notizia della nostra redenzione. Questo è il fine
dell’evangelizzazione e questo farà di Internet uno spazio umano
autentico, perché se non c’è spazio per Cristo, non c’è spazio per
l’uomo» (Giovanni Paolo II, Messaggio per la 36a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24 gennaio 2002, n. 6).     L’insostituibilità della testimonianza cristiana   Ma la Chiesa è allo stesso tempo consapevole dei limiti della comunicazione sociale per la sua missione evangelizzatrice. Tale
consapevolezza nasce dal fatto che la Parola del Vangelo non può essere
contenuta in nessuno e neppure in tutti gli strumenti della
comunicazione, ma li trascende. In realtà – citiamo di nuovo Paolo VI –
«il messaggio evangelico dovrebbe, per il loro tramite, giungere a
folle di uomini, ma con la capacità di penetrare nella coscienza di
ciascuno, di depositarsi nel cuore di ciascuno come se questi fosse
l’unico, con tutto ciò che egli ha di più singolare e personale, e di
ottenere a proprio favore un’adesione, un impegno del tutto personale» (Evangelii nuntiandi, n. 45). In questo senso il luogo più vero e più autentico dell’evangelizzazione, ossia della comunicazione della fede, è la comunità cristiana. E la forma più viva, concreta, credibile ed efficace di tale comunicazione è la testimonianza coerente dei credenti:
attraverso la loro esperienza di fede cristiana, essi “comunicano” nei
più diversi ambienti di vita sociale la verità, la bontà, la bellezza
della persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, Salvatore di tutti
e di ciascuno, e insieme “comunicano” la verità, la bontà, la bellezza
del Vangelo e di una vita secondo il Vangelo, ossia di una vita morale
e spirituale che imita e riproduce oggi la vita stessa del Signore
Gesù. Non c’è, nella Chiesa e per il mondo, una forza comunicativa più incisiva di quella che è sprigionata dalla testimonianza dei credenti. È questa, secondo il disegno di Dio, il veicolo privilegiato e del tutto insostituibile per trasmettere la “buona notizia” del Vangelo. Se pertanto, da una parte, è doveroso per la Chiesa evangelizzare
tenendo ben presente il ruolo della comunicazione sociale nella nostra
vita sociale e nella nostra cultura attuale, anche attraverso forme di
aggiornamento del linguaggio e delle proprie modalità di formazione e
di educazione; dall’altra parte, la Chiesa sente il dovere di rimarcare
la centralità e l’insostituibilità della forma comu­nicativa da persona a persona, nel tessuto vivo di una comunità
che crede in Cristo e testimonia il suo Vangelo come ragione, bellezza
e gioia della vita personale e sociale. Per la Chiesa, dunque, essere
missionaria non significa semplicemente essere una “emittente”, perché
è insufficiente trasmettere un messaggio. La vera missionarietà della
Chiesa è data dalla fede contagiosa dei cristiani, dalla fede cioè che comunica una vita e un’esperienza concreta di vita e che così costruisce la comunità dei discepoli di Gesù che vivono nel mondo. Possiamo allora concludere con un’affermazione che può sembrare
paradossale: il vero ruolo dei media di ispirazione cristiana in
funzione della missione evangelizzatrice della Chiesa è quello di
aiutare e stimolare a tal punto l’utente da indurlo – potremmo dire – a
chiudere il giornale o a spegnere il mezzo televisivo per andare ad
incontrare la comunità che vive e in essa sviluppare il dialogo di fede.   † Dionigi card. Tettamanzi Arcivescovo di Milano