CONVEGNO IN OCCASIONE DELLA 38A GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI “I MEDIA IN FAMIGLIA: UN RISCHIO E UNA RICCHEZZA”

Roma 21-22 maggio 2004

SAPIENZA E DISCERNIMENTO
NELL’USO DEI MEDIA IN FAMIGLIA   1. Una sfida epocale che interpella tutti  La celebrazione della Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali
è diventata nel corso degli anni un appuntamento sempre più
significativo nell’ambito della Chiesa, e non solo. Oggi possiamo
verificare quanto sia stata lungimirante la felice intuizione dei Padri
del Concilio Vaticano II che avevano auspicato la celebrazione di una
Giornata «al fine – leggo nel decreto Inter mirifica – di rendere più efficace il multiforme apostolato della Chiesa circa gli strumenti della comunicazione sociale»[1]. Dal 1967 ad oggi, ogni celebrazione della Giornata è stata sempre accompagnata da un apposito messaggio del Santo Padre,
che di volta in volta ha toccato aspetti nevralgici del rapporto tra i
media e la missione della Chiesa. E così l’invito a riflettere, ogni
anno, su di un argomento specifico ha contribuito a far crescere
notevolmente la sensibilità circa i temi della comunicazione nella
comunità ecclesiale e, nello stesso tempo, ha offerto a chiunque fosse
attento a queste problematiche, ai cittadini come ai responsabili della
società civile, puntuali spunti di riflessione su aspetti rilevanti
della comunicazione sociale nel nostro tempo. Non c’è dubbio che l’approfondimento costante e qualificato delle
problematiche relative al ruolo dei media nella vita della società
contemporanea rappresenta una peculiare espressione del dialogo tra la Chiesa e il mondo
perché gli sviluppi della tecnologia e il progresso, in tutti i campi
del sapere e delle attività umane, siano coniugati sempre con i valori
fondamentali della dignità della persona e del bene comune.
L’attenzione della Chiesa, pertanto, deriva non solamente dalla
necessità di utilizzare i nuovi e potentissimi strumenti della
comunicazione per l’annuncio del Vangelo, quanto piuttosto dalla viva
consapevolezza che le comunicazioni sociali oggi rappresentano un “ambiente esistenziale diffuso”
che avvolge e coinvolge tutti e che incide profondamente sulla vita
delle persone, i costumi, i valori e quindi sul futuro dell’umanità. L’evoluzione sempre più rapida delle tecnologie e le nuove
problematiche che emergono nel campo delle comunicazioni sociali
richiedono, come è evidente, un confronto costante e la ricerca di
risposte adeguate da parte di tutti, dai singoli cittadini alle
famiglie, dagli operatori economici del settore ai responsabili della
cosa pubblica. Le comunicazioni sociali costituiscono di fatto uno dei principali fattori di sviluppo del processo di globalizzazione. Non
dobbiamo e non possiamo, pertanto, stancarci di riflettere e di
interrogarci sulle prospettive e gli esiti di questo sviluppo, nella
consapevolezza, da un lato, che in questo campo nulla è inesorabile o
legato al semplice caso e, dall’altro lato, che dalle scelte libere che
verranno fatte, a tutti i livelli, dipende in larga parte il futuro
dell’umanità. Sulle onde dei media viaggiano insieme grandi opportunità e inquietanti rischi.
Il fatto poi che si parli di “media”, e quindi di strumenti o mezzi,
non deve indurre nessuno a pensare che ci troviamo di fronte a realtà
puramente tecniche e quindi prive di rilevanza etica. Dietro le realtà tecniche ci sono sempre le persone, ci sono sempre i soggetti sociali con le loro irrinunciabili responsabilità rispetto ai contenuti veicolati e fruiti. Ora è proprio in questo contesto dinamico che si inserisce la riflessione sviluppata dal Santo Padre nel suo Messaggio per la 38a Giornata Mondiale su “Media in Famiglia: un rischio e una ricchezza”.
Proponendoci come campo specifico di approfondimento quello del
rapporto tra media e famiglia, il Papa ci invita non a soffermarci su
un aspetto marginale, ma ad andare al cuore dei non pochi interrogativi
che accompagnano il vorticoso sviluppo e il pervasivo diffondersi della
cultura mediale. Infatti, uno degli ambiti principali di riferimento
dei media è costituito dalla vita della famiglia: in seno ad essa è
collocato il maggior numero dei media; ad essa si rivolgono in larga
parte i pubblicitari; di essa parlano molti programmi; su di essa si
riflettono gli esiti positivi e negativi dei messaggi proposti dai
media. Assai forte, dunque, è la referenza dei media con la famiglia.
Spesso però è sottaciuta dagli operatori delle comunicazioni sociali e
in gran parte sottovalutata dagli stessi membri della famiglia. Deve
dirsi, allora, una vera e propria sfida quella lanciata dal
Messaggio per questa Giornata Mondiale, perché con i suoi numerosi e
interessanti spunti contenutistici vuole spingere per una svolta sia
nel mettere a fuoco il rapporto tra media e famiglia, sia, e
soprattutto, per disegnare alcuni orizzonti antropologici e culturali
entro cui deve meglio situarsi la responsabilità di tutti coloro che
operano in questo settore.   2. Un’attenzione costante e sempre nuova da parte della Chiesa  L’attenzione della Chiesa al ruolo dei media nella società, e in particolare nella vita della famiglia, non è una novità. È un dato costante.
La riflessione si è venuta sviluppando in modo progressivo, tenendo
conto dei rapidi cambiamenti e, quindi, aggiornandosi costantemente
alla luce delle nuove e complesse questioni che sono via via emerse.
Basti qualche cenno storico. Circa l’influsso che i media avrebbero potuto avere sulla famiglia si interrogava già il papa Pio XII
in un discorso alle associazioni familiari, rilevando «quale ottimo
concorso potrebbero dare la stampa, la radio, il cinema, e come fosse
grave la loro responsabilità nei confronti della famiglia»[2].
Con l’avvento poi della televisione, le problematiche del rapporto tra
famiglia e media si sono fatte più complesse e radicali evidenziando,
insieme a opportunità positive e interessanti, non pochi fattori
critici. È per questo che uno dei primi messaggi per la Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali veniva dedicato da Paolo VI
proprio al tema del rapporto tra media e famiglia. In quell’occasione,
il Santo Padre rivolgeva questo accorato appello ai responsabili dei
media: «I produttori devono conoscere e rispettare le esigenze della
famiglia, e questo suppone, a volte, in essi un vero coraggio, e sempre
un alto senso di responsabilità. Essi, infatti, sono tenuti ad evitare
tutto ciò che può ledere la famiglia nella sua esistenza, nella sua
stabilità, nel suo equilibrio, nella sua felicità. Ogni offesa ai
valori fondamentali della famiglia – si tratti di erotismo o di
violenza, di apologia del divorzio o di atteggiamenti antisociali dei
giovani – è un’offesa al vero bene dell’uomo»[3]. Sul tema ritornava anche Giovanni Paolo II
nel Messaggio del 1980, ribadendo che le famiglie «devono poter contare
in non piccola misura sulla buona volontà, sulla rettitudine e sul
senso di responsabilità dei professionisti dei media: editori,
scrittori, produttori, direttori, drammaturghi, informatori,
commentatori ed attori»[4]. Questi ed altri aspetti venivano ripresi nell’esortazione apostolica Familiaris consortio, che
dei media rilevava le opportunità, ma anche e soprattutto i pericoli :
«Essi [i mezzi di comunicazione] possono esercitare un benefico
influsso sulla vita e sui costumi della famiglia e sulla educazione dei
figli, ma al tempo stesso nascondono anche insidie e pericoli non trascurabili,
e potrebbero diventare veicolo – a volte abilmente e sistematicamente
manovrato, come purtroppo accade in diversi paesi del mondo – di
ideologie disgregatrici e di visioni deformate della vita, della
famiglia, della religione, della moralità, non rispettose della vera
dignità e del destino dell’uomo»[5].. Oltre al forte richiamo rivolto ai produttori, nell’insegnamento
della Chiesa è ricorrente la preoccupazione per le ricadute educative e
la responsabilità dei genitori nel controllo dell’uso che i minori
fanno dei media. Numerosi sono i passaggi, in vari documenti, che
riprendono la problematica, anche se la prospettiva rimane
prevalentemente difensiva o di richiamo alle responsabilità dei diversi
soggetti. La scelta di ritornare ancora sul tema del rapporto tra famiglia e
media è dettata, anche, dall’esigenza di individuare nuovi, e ancor più
puntuali, criteri d’interpretazione del fenomeno e di sviluppare
percorsi concreti in ambito sia pastorale che sociale, per una vera e
propria inversione di tendenza. Non si può affatto dare per scontato
che l’unico ruolo della famiglia sia quello di fare da filtro contro
l’invadenza dei media, in particolare riguardo ai minori, o quello di
fare richiami alle responsabilità etiche dei produttori. Alla luce
della dottrina sociale della Chiesa, la centralità della famiglia e la
sua responsabilità nell’essere soggetto primario di umanizzazione,
richiedono un forte ripensamento del modo con cui si forma e si
sviluppa il processo comunicativo. Con il Messaggio di quest’anno il Santo Padre non testimonia solo
una sensibilità né si limita a ribadire la necessità di una vigilanza,
ma pone le premesse per una riflessione capace di aiutare a ripensare radicalmente il rapporto tra media e famiglia. Non
a caso, fin dall’inizio, il Santo Padre rileva che «ogni comunicazione
ha una dimensione morale». A partire da questo presupposto, egli offre
una precisa pista di lavoro quando afferma che «la sapienza e il
discernimento nell’uso dei mezzi di comunicazione sociale sono
particolarmente auspicabili nei responsabili nell’ambito delle
comunicazioni sociali, nei genitori e negli educatori, poiché le loro
decisioni influiscono largamente sui bambini e sui giovani dei quali
sono responsabili e che, in ultima analisi, sono il futuro della
società»[6].
È nostro compito e impegno di ogni iniziativa che accompagna la
celebrazione di questa Giornata Mondiale, cercare di rispondere alle
sollecitazioni del Santo Padre.   3. Operare con sapienza e discernimento. Per incominciare, dobbiamo domandarci che cosa possa significare,
in concreto, agire con “sapienza e discernimento” nel campo del
rapporto tra media e famiglia. La sapienza secondo la Scrittura è uno dei beni più
preziosi e fondamentali che Dio dona a quanti gli sono fedeli e lo
servono con timore. Leggiamo nel libro dei Proverbi: «Con la sapienza
si costruisce la casa e con la prudenza la si rende salda» (Proverbi
24, 3). Si sottolinea così che questo è un criterio basilare che
accompagna tutta la vita familiare e che, pertanto, può e deve
applicarsi oggi in modo tutto particolare al rapporto della famiglia
con i media. La sapienza, inoltre, è indispensabile per leggere la
complessità del tempo presente: infatti, «conosce le cose passate e
intravede le future, conosce le sottigliezze dei discorsi e le
soluzioni degli enigmi, pronostica segni e portenti, come anche le
vicende dei tempi e delle epoche» (Sapienza 8, 8). Per i
cristiani, poi, la Sapienza di Dio ha un nome e un volto, è Gesù
Cristo, la Sapienza di Dio fatta carne e carne crocifissa, il cui
insegnamento ci aiuta a distinguere la sapienza che viene dall’alto
dalla falsa sapienza degli uomini, la quale davanti a Dio è stoltezza,
come dice l’apostolo Paolo alla comunità di Corinto (cfr. 1 Corinzi 1, 20-31) (cfr. anche l’enciclica Fides et ratio, n. 23). Dalla sapienza, che aiuta ad avere una corretta visione delle cose, deriva il discernimento,
inteso come capacità di giudizio concreto nelle singole e specifiche
situazioni della vita. Infatti, Dio creando gli uomini «diede loro
discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore perché ragionassero» (Siracide
17,5). Il discernimento scaturisce dall’uso intelligente e corretto di
tutte le facoltà di cui l’uomo è dotato e che gli permettono, in ogni
circostanza e assieme a tutti coloro che perseguono gli stessi
obiettivi, di individuare le soluzioni più idonee a garantire il vero
bene per ciascuno e per tutti. Gesù stesso ci sollecita ad operare un
serio discernimento e a leggere i segni dei tempi. Ciò che egli diceva
un giorno ai farisei vale anche per noi oggi: «Sapete dunque
interpretare (dal greco diakrinein)) l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?» (Matteo
16, 3). Non esistono soluzioni scontate o miracolistiche. In un ambito
così complesso, è necessario uno sforzo convinto e unitario da parte di
tutti per valutare ogni risvolto del problema e operare scelte che
tengano conto di tutti gli aspetti, senza cedere né a massimalismi né a
ingenue semplificazioni. Ora, per contribuire ad affrontare le varie questioni con vera
sapienza e con adeguato discernimento, mi permetto di offrire, per
ciascuna di queste realtà, tre chiavi di lettura. Operare con sapienza
può significare: commisurare tutto ai valori fondamentali e al bene
integrale della persona e della famiglia; tener conto dell’incidenza
dei media sui diversi aspetti della vita familiare; interpretare i
segni dei tempi e sviluppare uno sguardo profetico sulla cultura
mediale. Il discernimento poi dovrà comportare: una valutazione
corretta del ruolo dei media nella società attuale; la salvaguardia dei
valori autentici della comunicazione sociale; l’elaborazione di
politiche e di azioni coerenti a tutela della famiglia. Analizziamo brevemente ciascuno di questi aspetti.  Un approccio sapienziale richiede, innanzi tutto, che siano riconosciuti
e rispettati la dignità della persona e i valori fondamentali della sua
vita, primo fra tutti quello dei legami e degli affetti familiari.
I media, entrati oggi prepotentemente nella vita delle persone e nelle
case, tendono ad assumere quasi il controllo dell’esistenza
determinando orientamenti mentali, stili di vita e comportamenti
pratici. In molti casi si sono letteralmente rovesciati i ruoli: i
media non sono più al servizio delle persone e delle famiglie, ma
quest’ultime sembrano essere asservite ai media e alla loro insaziabile
brama di ascolti a tutti i costi. Pur di fare audience, si
ricorre a provocazioni e a trasgressioni di ogni genere, esibendo tutto
e tutti, spesso fuori o contro i più elementari diritti delle persone.
Questo accade quando gli affetti e i vissuti familiari sono usati per
fare spettacolo; quando si diffondono programmi in cui i valori della
sessualità, del matrimonio e della famiglia sono stravolti; quando
nella cronaca si indugia su vicende personali e familiari ben oltre il
diritto di informazione; quando la pubblicità, divenuta oggi il vero
motore dei media, per i suoi contenuti e per la sua collocazione,
aggredisce le famiglie, inducendo bisogni fittizi e usando
rappresentazioni del corpo umano e dei legami affettivi in chiave
puramente commerciale. Molti programmi oggi sono prodotti in funzione
della pubblicità che devono contenere al fine di creare le condizione
più idonee e raggiungere gli obiettivi commerciali prefissati. In secondo luogo, occorre approfondire l’impatto dei media sulla stessa vita familiare e farne una attenta lettura sapienziale.
Non è esagerato dire che tutti gli aspetti dell’esperienza coniugale e
genitoriale sono oggi sottoposti all’influsso dei media. La visione
della sessualità, il significato dell’amore, i valori delle relazioni
affettive, il ruolo dell’istituzione matrimoniale, il senso della
fedeltà coniugale, l’educazione dei figli: tutto oggi viene raccontato,
rappresentato e interpretato dai media. E, come è noto, nella maggior
parte dei casi l’approccio a questi temi, nei dibattiti come nelle fiction,
è ben lontano dai valori autentici della famiglia. La cultura veicolata
oggi dai media tende a sovvertire tali valori sostituendoli con
l’esatto contrario o comunque alterandone la gerarchia. Basti pensare a
quanto i media incidono nella progressiva relativizzazione del
significato della polarità sessuale, del valore insostituibile del
matrimonio, della fedeltà coniugale e delle responsabilità coniugali e
genitoriali. Il potere dei media fa sì che per il fatto stesso che
certe forme di vita e certi modelli siano rappresentati dai media
vengano, per ciò stesso, automaticamente legittimati e socialmente
approvati. Altri temi che meriterebbero un’accurata valutazione, e che
saranno oggetto di approfondimenti nel corso di questo Convegno,
vertono sull’impatto che i media hanno sulla interpretazione e sulla
elaborazione dei ruoli dell’uomo e della donna nell’ambito della vita
familiare e l’interferenza dei media sui processi educativi dei figli.
Senza un approccio sapiente e accorto, appare difficile non rimanere
travolti dal fiume in piena di messaggi che i media veicolano dentro le
famiglie e spesso contro le famiglie stesse. Detto questo, va precisato che la complessità dei problemi che
emergono non deve indurci a un atteggiamento negativo o comunque
pregiudiziale nei confronti dei media. Una lettura sapienziale della
situazione ci porta ad avere chiara e piena consapevolezza dei limiti e dei rischi, ma anche delle risorse e delle opportunità che i media offrono alla famiglia.
È necessario allora interpretare i segni dei tempi e sviluppare uno
sguardo profetico sulla cultura mediale. La comunicazione è un fatto
sociale. È, e deve essere, un’amplificazione della bellezza e del
fascino della comunicazione interpersonale. Non può trasformarsi in una
manipolazione sistematica e demagogica dei rapporti umani. È
paradossale che proprio nell’era dei media crescano la solitudine e il
senso di estraneità tra le persone. Ma è così perché, se usati fuori di
precisi criteri etici e sociali, i media invece di unificare rischiano
di separare, diventano causa di isolamento, fino a generare profonda
frustrazione. Per vivere nella cultura dei media e per affrontare le strade
della comunicazione contemporanea, servirebbe una specie di patente,
frutto di competenze teoriche e pratiche. Certamente la famiglia è uno
dei luoghi primari e privilegiati per imparare a rapportarsi con i
media e per fare un adeguato tirocinio. Infatti, lo stesso vissuto
familiare, quando è carico di intensa comunicazione affettiva,
costituisce il primo antidoto contro la invasione e la penetrazione
indiscriminate dei media nella vita delle persone e offre le più solide
garanzie per un approccio non passivo o succube. L’attenta lettura dei
segni dei tempi ci porta a dire che la famiglia non può restare
spettatrice inerme e passiva. È venuta l’ora in cui la famiglia deve mettersi in gioco con i media diventando interlocutrice forte,
sia utilizzando le forme già esistenti, sia promuovendo modalità nuove
di dialogo e di collaborazione con i media. Sì, la famiglia non può
prescindere dalla presenza dei media e i media hanno bisogno, oggi più
che mai, della famiglia.  Dal punto di vista del discernimento occorre, in primo luogo, valutare attentamente il ruolo che i media hanno assunto oggi nella vita sociale. Perlosviluppoe per la diffusione che hanno raggiunto, sono sempre più al centro del sistema sociale
e lo determinano in molti suoi aspetti. L’economia, la politica e la
cultura non possono più prescindere dalle comunicazioni sociali e per
molti aspetti dipendono da esse. Per questo è necessario che in tutti
cresca una più viva e forte consapevolezza del ruolo decisivo che le
comunicazioni sociali rivestono in ogni settore. Non ci troviamo solo
di fronte ad una realtà tecnica o economica o culturale, ma ad una infrastruttura portante del sistema sociale. In quanto tale, rientra tra i beni fondamentali su cui vigilare
rispetto ad ogni uso improprio e pericoloso, come ha chiaramente
indicato l’Episcopato italiano negli orientamenti pastorali per questo
decennio: «La possibilità di comunicare in modo nuovo e diffuso è un bene di tutta l’umanità
e come tale va promosso e tutelato. Quanto più potenti sono i mezzi di
comunicazione tanto più deve essere forte la coscienza etica di chi in
essi opera e di chi ne fruisce. È necessario pertanto che la
comunicazione sociale non sia considerata solo in termini economici o
di potere, ma resti e si sviluppi nel quadro dei beni di primaria
importanza per il futuro dell’umanità»[7]. Ora, se la comunicazione è un bene sociale primario, ne segue - ed
è questo il secondo aspetto del discernimento – che si tratta di un bene affidato alla responsabilità di tutti.
Occorre pertanto superare una visione settoriale delle comunicazioni
sociali, come aspetto che riguarda solo gli addetti ai lavori. È ancora
troppo diffuso un atteggiamento di delega o di disinteresse che non può
più essere tollerato in una società così profondamente segnata dalle
comunicazioni sociali. I media, e in particolare la televisione,
essendo diventati inquilini stabili delle nostre case, non possono
lasciarci indifferenti o ricondurci a semplici spettatori. Ciò che
viene comunicato, la gestione dei media, il loro rapporto con
l’economia e la politica non possono non interessare tutti i cittadini
e tutte le istituzioni. Questo vale anche, e in un certo senso anzitutto, per i credenti.
È necessario uscire da quel sostanziale torpore che nasce da una scarsa
consapevolezza del problema e da un certo senso di impotenza di fronte
a processi che sembrano sfuggire alla possibilità di intervento e di
controllo. Nel campo dei media occorre produrre lo stesso sforzo
che si è fatto nell’ambito della tutela della vita o dei soggetti più
indifesi, e della stessa famiglia, anche perché l’approccio a
questi temi centrali della vita sociale è sempre più determinato dalla
comunicazione mediatica. Se, come afferma l’enciclica Centesimus annus,
«la prima e fondamentale struttura a favore dell’“ecologia umana” è la
famiglia, in seno alla quale l’uomo riceve le prime e determinanti
nozioni intorno alla verità e al bene, apprende che cosa vuol dire
amare e ed essere amati e, quindi che cosa vuol dire in concreto essere
persona»[8], oggi la famiglia deve farsi promotrice di una “ecologia comunicativa”
che renda tutti consapevoli del prezzo altissimo che si rischia di
pagare in termini di degrado della famiglia e della società, se anche
nel campo dei media non vengono assunti precisi criteri etici, pienamente e inequivocabilmente rispettosi dei valori fondamentali della persona e della famiglia.
,
che renda tutti consapevoli del prezzo altissimo che si rischia di
pagare in termini di degrado della famiglia e della società, se anche
nel campo dei media non vengono assunti pienamente e inequivocabilmente
rispettosi dei valori fondamentali della persona e della famiglia. Ne segue che il terzo fattore del discernimento è legato alla responsabilizzazione
di tutti secondo criteri coerenti dal punto di vista dell’impatto
sociale della comunicazione e del riferimento imprescindibile alla
famiglia. Certamente il legislatore non potrà esimersi dal
regolare questo settore, ma lo deve fare tenendo in primaria
considerazione l’impatto che i media hanno sulla vita personale e sulla
famiglia. In questa linea, dal punto di vista legislativo, pur in
presenza nel nostro Paese di una recente legge sul riassetto del
sistema radiotelevisivo, occorrerà proseguire la riflessione cercando
di equilibrare sempre più e meglio i diversi fattori in gioco e i vari
interessi, primo fra tutti quello della famiglia. Appare limitativo,
infatti, regolare un settore che ha un così grande impatto sulla vita
familiare senza un riferimento puntuale e forte alla vita familiare e
senza dare un rilievo adeguato alle esigenze primarie della famiglia. Non appare sufficiente, in questo senso, il seppur importante
richiamo ad alcune norme per la tutela dei minori. Essendo una materia
in divenire, appare utile e doveroso segnalare la necessità che si
individuino le strade per un maggiore coinvolgimento delle famiglie al
fine di garantire una certa sintonia tra l’evoluzione dei media e il
bene della famiglia. Sarebbe utile, quindi, sviluppare norme che anche
nel campo delle comunicazioni sociali tengano presente e applichino il principio di sussidiarietà.
Ciò comporta che la famiglia, pur non avendo la possibilità di gestire
direttamente i sistemi mediatici, sia considerata dalle imprese del
settore e dalle istituzioni come un interlocutore privilegiato. La
famiglia, infatti, è sempre coinvolta direttamente o indirettamente, e
sotto diversi aspetti, nei processi della comunicazione sociale. È suo
vero e proprio diritto essere coinvolta non solo come utente finale, ma
anche come soggetto e referente primario in tutte le fasi della
programmazione.   4. La centralità della famiglia nei processi della comunicazione Quest’ultimo passaggio pone una questione fondamentale su cui è
doveroso soffermarsi. Quando si parla del degrado dei programmi
televisivi e dei pericoli che ne derivano – soprattutto per i minori,
ma non solo –, si tende a dire, sia da parte delle imprese di
comunicazione sia da parte del legislatore, che la famiglia deve fare
da filtro e che ai genitori compete la selezione dei programmi da far
vedere ai figli. Questa impostazione del problema, oltre a non tener
conto delle oggettive difficoltà di attuazione di un tale controllo,
pone una questione ben più rilevante circa il livello dei controlli e le relative responsabilità. Appare
piuttosto comodo, e per certi aspetti improprio, scaricare tutte le
responsabilità sulla famiglia come utente finale, quando in tutti gli
altri settori della vita sociale i controlli di qualità si fanno a
monte, lasciando la possibilità agli utenti di scegliere tra prodotti
comunque già selezionati e garantiti. È come se al supermercato si
permettesse ai produttori di esporre qualsiasi cosa, affidando poi agli
acquirenti il compito di vagliare se la merce è buona o avariata. Le
famiglie devono essere messe in grado di interagire con tutte le fasi
del processo mediatico e – come afferma il Papa – «devono essere chiare
nel dire ai produttori, a quanti fanno pubblicità e alle autorità
pubbliche ciò che a loro piace e ciò che non gradiscono»[9]. In un approccio corretto, il contributo della famiglia e la sua tutela andrebbero spostati dalla fase dell’utenza a quella della programmazione e della gestione dell’impresa comunicativa.
Sarebbe quindi utile individuare delle forme concrete per coinvolgere
nella fase progettuale organismi di rappresentanza delle famiglie e
persone competenti, in grado di valutare l’impatto e le ricadute sulla
realtà familiare dei vari programmi. Occorre inoltre distinguere tra i
media che sono scelti dalle persone fuori delle mura domestiche e
quelli che sono presenti nelle case. Esiste una differenza non
trascurabile tra i media di cui si fruisce all’esterno, sui quali si
esercitano in genere opzioni deliberate, e quelli che si trovano in
casa e che sono fruiti con una certa passività. Inoltre, mentre per quanto concerne il materiale pornografico
nelle edicole esistono precise norme per limitarne l’esposizione, anche
se poi risultano per lo più disattese, paradossalmente nelle case arriva di tutto attraverso la televisione e internet,
accompagnati a volte da avvisi che finiscono per avere più una funzione
di richiamo che non di protezione. Per ciò che entra, pressoché
automaticamente, nelle case, si dovrebbero adottare criteri più
rigorosi e severi al fine di non lasciare alle famiglie il gravoso e
insostenibile compito di vagliare tutta la programmazione per
selezionare quello, sempre meno per la verità, che può essere
interessante e utile. Non deve dirsi un segnale positivo il fatto che,
per molti, l’unica soluzione possibile alla fine risulti quella di
spegnere o di mettere fuori casa la televisione, come pure quella di
rifiutare le enormi possibilità di internet per evitare di trovarsi
invasi da messaggi indesiderati o intrappolati in una rete che può
nascondere non pochi pericoli. Queste considerazioni in ordine ai rapporti tra famiglia, media e
sistema sociale non escludono, anzi rendono ancora più evidenti le
responsabilità dirette e quotidiane delle famiglie nella gestione dei
media in casa. Sono chiamate in causa quelle scelte ordinarie e
concrete con cui le famiglie definiscono il loro rapporto con i media e
su cui il Santo Padre ha richiamato in modo molto incisivo ed efficace
la riflessione, indicando precisi atteggiamenti e criteri. La gestione
dei media in famiglia chiama in causa la funzione educativa ed esige
una saggia pedagogia verso i figli. I genitori sono i primi educatori
anche nell’uso dei media, per cui – come ricorda il Papa nel suo
Messaggio citando l’esortazione Familiaris consortio – «sono
chiamati a formare i loro figli nell’uso moderato, critico, vigile e
prudente dei media … Questo significa pianificare e pro­grammare l’uso
degli stessi, limitando severamente il tempo che i bambini dedicano ad
essi e rendendo l’intrattenimento un’esperienza familiare, proibendo
alcuni mezzi di comunicazione e, periodicamente, escludendoli tutti per
lasciare spazio ad altre attività familiari. Soprattutto, i genitori
devono dare ai bambini il buon esempio facendo un uso ponderato e
selettivo dei mezzi di comunicazione»[10]. Vorrei ancora soffermarmi su un aspetto importante, ma spesso trascurato o non adeguatamente considerato: l’incidenza
dei media sulla visione dell’uomo, sulla for­mazione della coscienza,
sulla possibilità di conoscere e vivere alla luce della verità. I
media stanno modificando in profondità, e per molti aspetti alterando,
i processi di trasmissione del sapere e i criteri di approccio alla
verità. Le domande sulla verità delle cose, sul bene e sul male, e
anche sui valori spirituali e religiosi, vengono affrontate per lo più
ricorrendo ai sondaggi d’opinione, per cui è vero ciò che pensa la
maggioranza o ciò che dice l’opinion leader di turno o la vedette
dello spettacolo, anche quando parla di cose su cui non ha nessuna
competenza. Oltre ai dubbi circa l’attendibilità di alcuni rilevamenti,
resta il problema della sostituzione dei criteri oggettivi per valutare
il bene e il male con la semplice opinione, spesso manipolata ad arte
da chi conduce i sondaggi. Soprattutto in materia di valori e criteri
morali, questo processo indotto dai media pone non poche e delicate
questioni. Quanto l’enciclica Veritatis splendor afferma per le
questioni morali vale anche per tanti altri aspetti riguardanti i
valori fondamentali dell’esistenza umana: «Se gli incontri e i
conflitti di opinione – leggiamo nell’enciclica – possono costituire
espressioni normali della vita pubblica nel contesto di una democrazia
rappresentativa, la dottrina morale non può certo dipendere dal
semplice rispetto di una procedura; essa infatti non viene minimamente
stabilita seguendo le regole e le forme di una deliberazione di tipo
democratico»[11].
Emerge così la necessità di vigilare e di riproporre costantemente i
valori fondamentali della persona e della famiglia, affinché, con le
pressioni mediatiche, non si determini un relativismo assoluto o un
totalitarismo delle opinioni, come lucidamente avverte l’enciclica Centesimus annus:
«Se non si riconosce la verità trascendente, allora trionfa la forza
del potere, e ciascuno tende a realizzare fino in fondo i mezzi di cui
dispone per imporre il proprio interesse o la propria opinione, senza
riguardo ai diritti dell’altro... La radice del moderno totalitarismo,
dunque, è da individuare nella negazione della trascendente dignità
della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile e, proprio
per questo, per sua natura stessa, soggetto di diritti che nessuno può
violare: né l’individuo, né il gruppo, né la classe, né la Nazione o lo
Stato. Non può farlo nemmeno la maggioranza di un corpo sociale,
ponendosi contro la minoranza, emarginandola, opprimendola,
sfruttandola o tentando di annientarla»[12].   5. Una responsabilità di tutti e di ciascuno Da quanto abbiamo detto, risulta che non si tratta solo di
proteggere la famiglia o i minori con adeguati accorgimenti, quanto
piuttosto di ripensare i processi della comunicazione.
Tenendo conto che la comunicazione sociale è un bene di tutti ed è a
servizio di tutti, la famiglia viene a costituire un paradigma
imprescindibile di riferimento proprio per garantire l’autenticità e
una corretta finalizzazione del sistema comunicativo. I valori della vita familiare sono, inultimaanalisi, anche i valori della comunicazione.
Nella famiglia, infatti, tutto muove dalla centralità della persona,
dalla sua dignità, dal dialogo corretto e costruttivo, dal rispetto per
le condizioni di ciascuno. Questi risultano essere anche i principi che
regolano la verità e la correttezza nella comunicazione: «In
tutte e tre le aree, messaggio, processo, questioni strutturali e
sistemiche, il principio etico fondamentale è il seguente: la persona
umana e la comunità umana sono il fine e la misura dell’uso dei mezzi
di comunicazione sociale. La comunicazione dovrebbe essere fatta da
persone a beneficio dello sviluppo integrale di altre persone. Lo
sviluppo integrale richiede beni e prodotti materiali sufficienti, ma
anche una certa attenzione alla dimensione interiore»[13]. .
In una società dei media, come quella attuale, occorre pertanto
prendere consapevolezza del ruolo e della responsabilità della famiglia
nell’ambito della comunicazione e sviluppare delle strategie
comunicative conseguenti.
In questa parte conclusiva, vorrei indicare cinque prospettive di lavoro per fare dei passi concreti in avanti alla luce delle riflessioni che abbiamo sviluppato. 1. Può apparire superfluo, ma non possiamo prescindere dal richiamare innanzi tutto la responsabilità insostituibile della famiglia nella gestione dei processi della comunica­zione sociale,
soprattutto in ordine ai media che “abitano le case”. Da quanto abbiamo
detto, occorre fare ogni sforzo per ripensare e per ricollocare la
soggettività della famiglia nel sistema di gestione dei media. È
necessario andare oltre la considerazione della famiglia come
“consumatore finale dei media” per attribuirle il ruolo di
“interlo­cutore privilegiato”. Si dovrebbe, in qualche modo,
“rinegoziare” la presenza dei media nelle case. Entrati nelle case come
grande opportunità di conoscenza e di intrattenimento per le famiglie,
i media stanno sempre più assumendo la forma di una tirannia gestita
dalla pubblicità. Le famiglie, allora, devono coraggiosamente uscire
dal torpore di una fruizione accomodante e passiva. E per questo
servono competenze vere e capacità critica da cui non è più possibile
prescindere nel momento in cui si accetta di avere i media come “ospiti
fissi” in famiglia. 2. Quanto detto sarebbe del tutto velleitario e privo di ogni
possibilità di successo se l’impegno restasse relegato nell’ambito di
ciascuna famiglia. Per incidere sul sistema è indispensabile rafforzare e rinnovare la dimensione associativa delle famiglie.
Il princi­pio di sussidiarietà, che abbiamo evocato per definire il
paradigma del rapporto tra siste­ma mediatico e famiglia, deve potersi
esprimere anche attraverso forme di rappre­sentanza organizzata
delle stesse famiglie. È noto come in altre nazioni le forme aggregate
di famiglie sono in grado, proprio per il loro peso sociale, di
condizionare la programmazione e questi organismi familiari sono temuti
e tenuti in grande consi­derazione dai produttori. Sul piano delle
politiche della comunicazione, pertanto, non deve restare inascoltato
l’appello del Papa quando, anche in quest’ultimo suo Messag­gio, dice
che, per il bene di tutti, «i rappresentanti delle famiglie devono
poter partecipare alla realizzazione di queste politiche». Solo una
diversa considerazione del ruolo e della centralità della famiglia
nelle politiche per la comunicazione potrà produrre reali cambiamenti e
determinare un’inversione di rotta dal punto di vista della qualità dei
programmi. 3. Grande e determinante è poi la responsabilità dei governanti e dei produttori, il
cui dovere è di rendere il sistema della comunicazione mediale
veramente adeguato e funzionale a un autentico sviluppo culturale e
sociale, capace di garantire il bene di tutti e di ciascuno. I legislatori e i governanti
non possono trascurare il ruolo centrale della famiglia, e in tal senso
possono e devono andare ben oltre i codici di autorego­lamentazione e
le sole norme di tutela dei minori. È sintomatico di una certa
disatten­zione il fatto che nella recente legge sul sistema di
riassetto del sistema radiotelevisivo non si parli mai di famiglia,
quando le famiglie sono, alla fine, i principali fruitori dei media! Per quanto concerne i produttori, oltre al necessario e
dovuto rispetto per i valori della famiglia di cui si è già parlato, si
potrebbe ipotizzare l’apertura di un tavolo di confronto per valutare i
diritti delle famiglie soprattutto rispetto all’esposizione
pubblicitaria. Accettando di ricevere un numero così alto di messaggi
pubblicitari, le famiglie non hanno forse diritto a beneficiare di una
parte degli introiti che da essi derivano? Come per la cartellonistica
o per altre forme di pubblicità si paga l’uso dell’ubicazione o
dell’inserzione, non si potrebbe ipotizzare che, proprio in forza
dell’occupazione massiccia di spazi familiari, una parte degli introiti
pubblicitari ritorni a beneficio delle famiglie, magari sotto forma di
contributi a fondazioni o enti che studiano e approfondiscono il
rapporto tra media e famiglia? 4. In questo ambito la Chiesa non solo si sente interpellata, ma ha sempre più viva la consapevolezza che occorre rinnovare profondamente l’azione pastorale,
tenendo conto della nuova cultura mediale che permea ormai ogni realtà.
Il cammino, intrapreso in questi anni e ben riflesso negli orientamenti
per il decennio Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, trova ora una precisa mappa operativa nel documento Comunicazione e Missione. Direttorio per le comunicazioni sociali nella missione della Chiesa.
Al Direttorio sulla pastorale della famiglia del 1993 si aggiunge ora
quello sulle comunicazioni sociali, quasi ad indicare i due pilastri
che devono sorreggere e accompagnare il rinnovato impegno della Chiesa
italiana nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo. Nell’ambito del rapporto tra media e famiglia, la comunità
cristiana deve: aiutare le famiglie ad acquisire le competenze
necessarie per affrontare responsabilmente la nuova cultura mediale e
le sfide educative che vi sono connesse; sostenerle nella creazione di
organismi associati che siano interlocutori forti delle istituzioni e
dei produttori; creare spazi per una fruizione meno individuale e più
socializzata dei media, in modo particolare promuovendo la sala della
comunità nelle parrocchie e la formazione delle nuove figure di
animatori della comunicazione e della cultura per poter accompagnare le
famiglie in questo loro cammino. 5. Vorrei concludere, infine, incoraggiando tutti a guardare con maggiore fiducia alle grandi sfide poste dai mass media e ad operare con maggiore coraggio.
Con il contributo di ciascuno, essi devono diventare sempre più segni
di speranza e non di prevaricazione, fonte di comunione e non di
divisione, strumenti di pace e non di conflitto. In particolare, le
famiglie devono farsi portatrici di una visione più ampia e solidale
del ruolo dei media, affinché possano diventare veramente lo strumento
privilegiato per la formazione e per lo sviluppo della grande famiglia
umana. La comunicazione deve essere posta sotto il segno della
solidarietà e non del potere o del dominio. Dalle nuove tecnologie
comunicative non possono derivare altre e ancor più devastanti forme
povertà. Quelle “meravigliose innovazioni”, di cui già parlava il
decreto conciliare Inter mirifica e che oggi vediamo emergere
in tutto il loro potenziale, possono e devono diventare fonte di nuove
forme di comunione e di collaborazione. È evidente, del resto, che
dall’attenzione che sapremo porre, attraverso i mass media vecchi e
nuovi, ad ogni singola famiglia, in ogni parte del mondo, dipenderà
anche il futuro della grande famiglia umana.   † Dionigi card. TettamanziArcivescovo di Milano    
[1] Concilio Vaticano II, Decreto Inter mirifica, n. 18. [2] Pio XII, Dall’allocuzione all’unione internazionale degli organismi familiari (20.9.1949). [3] Paolo VI, Messaggio per la 3a Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali (1969) Comunicazioni sociali e famiglia, AAS 61 (1969), 456. [4] Giovanni Paolo II, Messaggio per la 14a Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali (1980) Ruolo delle comunicazioni sociali e compiti della famiglia, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 1 (1980), 1044. [5] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, n. 76. [6] Giovanni Paolo II, Messaggio per la 38a Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali (2004) I Media in Famiglia: un rischio e una ricchezza, n. 1. [7] Conferenza Episcopale Italiana, Orientamenti pastorali Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 39. [8] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus annus, n. 39. [9] Giovanni Paolo II, Messaggio per la 38a Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali (2004), I media in famiglia: un rischio e una ricchezza, n. 5. [10] Ibidem, n. 5. [11] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor, n. 113. [12] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus annus, n. 99. [13] Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica nelle comunicazioni sociali (4.6.2000), n. 21, cfr. anche nn. 30 e 33.