PER “ESSERE” GIORNALISTI AUTENTICI LA PASSIONE E IL CORAGGIO DELLA VERITÀ


DIONIGI TETTAMANZI

INCONTRO CON GLI STUDENTI E I DOCENTI
DELLE SCUOLE DI GIORNALISMO DI MILANO
San Francesco di Sales - Milano, 29 Gennaio 2005

PER “ESSERE” GIORNALISTI AUTENTICI
LA PASSIONE E IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

Saluto ciascuno di voi con viva cordialità. E vi ringrazio perché avete accolto l’invito a questo incontro, in occasione della festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. In particolare saluto gli studenti e i docenti delle tre scuole di giornalismo presenti a Milano. Sono grato ai direttori e ai loro rappresentanti per avermi
delineato, sia pure brevemente, la fisionomia, le caratteristiche e le
finalità delle singole scuole. Ho potuto così cogliere come le vostre
scuole non si limitano ad una istruzione giornalistica di carattere
tecnico, cioè – potremmo dire -non si limitano ad insegnare a “fare” i giornalisti, ma si impegnano anche e soprattutto a far nascere e crescere negli studenti il senso di responsabilità di “essere” giornalisti. Mi pare, questo, un tratto importante, anzi decisivo di una valida
e seria scuola di giornalismo. Sono convinto che per “fare” il
giornalista sia del tutto necessario “essere” giornalista! Secondo
l’antica massima: agere sequitur esse. Questa mia conversazione familiare desidera avere, come primi e
privilegiati interlocutori, voi studenti e docenti delle scuole
milanesi di giornalismo. Amo però pensare che le riflessioni che
condivido con voi possano essere di qualche interesse e utilità anche
per chi, ormai da tempo, esercita la professione di operatore dei media.   Farncesco di Sales: un giornalista esemplare anche per il nostro tempo A mo’ di introduzione, non posso tralasciare di spendere una
parola sul santo di cui in questi giorni la Chiesa ha fatto memoria. E’
Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, che nel 1923 è stato proclamato
patrono dei giornalisti e degli scrittori per una evidente “affinità”
del santo con queste categorie di persone. Anch’egli, infatti, ha coltivato l’arte del giornalismo e della
stampa. L’ha fatto come era possibile ai suoi tempi: siamo negli anni
del millecinque-seicento (è morto, a 56 anni, nel 1622); e l’ha fatto
attraverso una fittissima corrispondenza e una serie di lettere ai
fedeli della sua Diocesi, lettere che poi diventavano fogli stampati e
largamente diffusi. Nella sua opera “giornalistica” – se così possiamo esprimerci – ci
sono dei tratti di particolare interesse. Così la sua singolare
capacità di armonizzare la limpidità e il vigore dell’annuncio della
verità con la bontà e la soavità del suo animo: una linea, questa, da
attribuirsi non solo al suo temperamento, ma anche alla disciplina da
lui continuamente coltivata e dimostrata soprattutto nei dibattiti e
nelle contese con i protestanti del suo tempo. Così ancora il suo
desiderio di arrivare a tutti e la sua capacità effettiva di
raggiungere il più largo numero di persone, come pure l’impegno a
diffondere “il messaggio” evangelico e umano anche nelle situazioni più
complesse e difficili. Era estremamente abile nell’esprimersi in modo
chiaro, così da essere compreso da tutti. E, infine, la sua ferma
determinazione a servire la verità con passione e con coraggio. Questi e altri motivi hanno indotto il Papa Pio XI a proclamare
san Francesco di Sales quale patrono dei giornalisti e, in tal modo, a
proporlo agli operatori della comunicazione sociale come esempio e
aiuto. Ed è proprio pensando alla figura e all’azione di questo santo che ho scelto come argomento della nostra riflessione e del nostro dialogo un argomento, forse arduo ma assolutamente essenziale per il vostro “essere” giornalisti: la passione e il coraggio della verità.   Il bene primario della comunicazione e la verità Penso che il punto di partenza della nostra riflessione debba essere la consapevolezza che l’informazione-comunicazione è per tutti noi un bene primario: per le singole persone e per l’intera società. Vorrei citare un documento della Conferenza Episcopale Italiana,
che offre gli orientamenti pastorali per questo primo decennio del
2000, dal titolo Comunicare il Vangelo in un mando che cambia. Al numero 39 leggo: “La possibilità di comunicare in modo nuovo e diffuso è un bene di tutta l’umanità  e
come tale va promosso e tutelato. Quanto più potenti sono i mezzi di
comunicazione tanto più deve essere forte la coscienza etica di chi in
essi opera e di che ne usufruisce. E’ necessario pertanto che la
comunicazione sociale non sia considerata solo in termini economici o
di potere, ma resti e si sviluppi nel quadro dei beni di primaria
importanza per il futuro dell’umanità”. Ma perché l’informazione-comunicazione è un bene primario per tutti noi? Perché l’essere informati significa esprimere e vivere una dimensione essenziale della persona: ladimensionedella relazionalità. Certo
la persona è persona per la sua “razionalità”, ma non meno per la sua
“relazionalità”, ossia per la sua capacità e realtà di entrare in
rapporto con gli altri e con l’intera realtà. Ora i media, come
efficacemente è stato scritto, sono “il biglietto di ingresso di ogni
uomo e di ogni donna alla moderna piazza di mercato dove si esprimono
pubblicamente i pensieri, dove si scambiano le idee, vengono fatte
circolare le notizie e vengono trasmesse e ricevute le informazioni di
ogni genere” (Giovanni Paolo II, Messaggio per la 26° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 1992). Proprio così: è con l’informazione che noi entriamo in relazione
con i più diversi fatti ed eventi che accadono; con i pensieri, i
progetti, i sentimenti, le scelte e le azioni, in una parola con la
vita degli altri; con le situazioni economiche, sociali, politiche del
momento storico che stiamo vivendo; con le diverse culture che
alimentano, mediante il dialogo o lo scontro, le interpretazioni e le
decisioni in atto tra le persone, i gruppi, i popoli. E tutto questo incrociarsi di informazioni che rendono così viva e
vivace quella che abbiamo ora chiamata “la moderna piazza di mercato”
diviene una “provocazione”, un’occasione – cercata o, comunque,
data - che chiede di essere assunta responsabilmente, un appello cioè a
partecipare attivamente – in rapporto alle proprie risorse e nei propri
ambienti di vita - ai processi che orientano e ultimamente decidono i
percorsi della cultura, della convivenza civile, della politica, della
storia. In questo senso, l’informazione deve dirsi un bisogno, al quale non si può rinunciare, analogamente
al cibo d’ogni giorno. Ma come è necessario che il cibo da noi assunto
quotidianamente sia buono, non ci faccia male, anzi ci dia l’energia
indispensabile per svolgere il nostro lavoro e tutte le altre nostre
attività, così è necessario che l’informazione che riceviamo e che
offriamo sia buona, ci permetta cioè di possedere tutti gli elementi
corretti necessari per conoscere e per capire la realtà in cui viviamo, in ordine poi a divenire protagonisti responsabili della crescita umana integrale di ciascuno di noi e di noi tutti insieme. Questo significa che la comunicazione non può avere altro obiettivo che quello di servire l’uomo e di contribuire, in misura non certo piccola ma determinante, a creare le condizioni perché l’uomo diventi sempre più uomo, ossia
sempre più maturo nella coscienza della sua dignità personale e sempre
più responsabile nell’uso della sua libertà: una libertà che, per
essere veramente e pienamente umana, comporta in definitiva che l’uomo
viva come essere “con” gli altri, anzi come essere “per” gli altri. In altri termini, una libertà che coincide con la responsabilità stessa come dono di sé agli altri,
e dunque apertura a tutti, comunione e solidarietà con tutti,
“compassione” – nel senso più nobile della parola – e “servizio” nel
senso più esaltante e impegnativo del termine. Ora la consapevolezza di questo obiettivo – servire l’uomo perché diventi sempre più uomo –ha come suo primo sbocco l’impegno a non gettare nel mucchio qualsiasi comunicazione, più radicalmente a non confondere la verità con qualsiasi opinione, bensì a riconoscere e onorare i valori della verità e del bene, e
dunque del rispetto della dignità personale di tutti e di ciascuno,
come valori costitutivi del proprio essere operatori della
comunicazione sociale. Da quanto abbiamo detto risulta che la questione della verità è centrale e decisiva per una comunicazione umana e umanizzante,
ossia posta al servizio dell’uomo. C’è solo – ma è un punto capitale,
questo – da non pensare in modo astratto la verità, come qualcosa di
lontano o di estraneo alla nostra vita, ma da pensare in modo concreto,
concretissimo: la verità, nel nostro caso, altro non è che l’uomo stesso. Sì, l’uomo stesso, ma l’uomo quale è nella sua struttura essenziale, nei suoi dinamismi più profondi e nelle sue intrinseche finalità: ossia l’uomo come essere intelligente e libero, chiamato ad essere “con” e a vivere “per” gli altri. In questo senso si può e si deve distinguere tra verità e opinione.
Penso che la nostra riflessione e la nostra stessa esperienza di vita
ci fanno sottoscrivere quanto dice il recente Direttorio della CEI Comunicazione e missione:
“Se il rapporto con l’altro si riduce al semplice sovrapporsi di pareri
e sensazioni individuali, la relazione sarà il luogo non della ricerca
della verità, ma del confronto-scontro delle opinioni o peggio ancora
della prevaricazione e della manipolazione. Alla ricerca della verità
si sostituisce un percorso ambiguo e strumentale che conduce a una
sorta di ‘moltiplicazione delle verità’ o ad un azzeramento del
riferimento alla verità. Ne sortiranno visioni del mondo e della vita
legate sempre più a opinioni e sondaggi, del tutto relativi o imposti a
colpi di maggioranza. Così la verità rischia di finire confinata
nell’ambito della coscienza individuale e di essere esclusa dall’arena
sociale e politica” (n. 22).  
L’attuale sistema della comunicazione mediatica e la tensione etica Nel contesto socio-culturale ora detto, diventano inevitabili alcuni interrogativi:: il sistema della comunicazione mediatica, così come oggi è organizzata, ci aiuta o ci ostacola nel coltivare la passione e il coraggio della verità? Fino a che punto si può essere condizionati da un sistema
che è in perenne movimento, che si configura come sempre più frenetico,
che consuma in pochissimo tempo quanto produce, che accende ed alimenta
l’ansia spasmodica di dare la notizia per primi, perché la prima
notizia è comunque sempre quella vincente? All’immagine popolare – e per certi versi romantica - del giornalista che viaggia,
che fotografa, osserva, si informa, conosce, verifica, riflette e poi –
finalmente - comunica i risultati della sua paziente e laboriosa
ricerca, si è sostituita quella dello stare in redazione,
legati ad una sedia davanti al monitor, a leggere e a “cucinare”
notizie di agenzia, a vedere cosa succede alla televisione, diventata
ormai sempre più il luogo dove vengono “dettati” gli argomenti da
comunicare e da sottolineare. Come sappiamo, questa trasformazione è la conseguenza dello straordinario sviluppo tecnologico,
che ha creato e incessantemente crea nuovi e sempre più veloci sistemi
di comunicazione e, insieme, ha realizzato e continua a realizzare
strumenti mediatici sempre più potenti e ovunque diffusi. Noi non siamo né ottimisti né pessimisti a priori e ad oltranza.
Siamo, semplicemente, realisti. Ora, da una parte, questo sviluppo
rappresenta una grande opportunità e i nuovi mezzi costituiscono una preziosa risorsa: permettono,
tra l’altro, di allargare la cerchia delle conoscenze, di favorire
l’incontro e il dialogo con persone lontane o lontanissime e dalle più
diverse culture, di sviluppare la consapevolezza di una interdipendenza
che lega uomini e popoli. Ma, dall’altra parte, questo stesso sviluppo
e questi stessi nuovi mezzi presentano non pochi rischi e possono aprire derive problematiche. E non è mistero per nessuno che simili rischi e derive
problematiche si fanno par­ticolarmente evidenti e inquietanti quando
le tecnologie e i processi di comunicazione sociale si collegano sempre
di più con il sistema economico e commerciale, fino a diventarne per molti aspetti dipendenti. Al riguardo leggo nel citato Direttorio della CEI: “Il vorticoso
aumento degli inve­stimenti e degli introiti conduce alla creazione di
gruppi oligopolistici, con il rischio che condizionino la visione e
l’interpretazione della realtà, proponendo modelli distorti
dell’esistenza umana, della famiglia e della società” (n. 8). Davanti a questa deriva è possibile e di fatto si dà una perdita di tensione etica:
una perdita che in non pochi casi risulta essere, più propriamente, una
cancellazione dei valori e delle esigenze etiche, cioè umane. E’ in
riferimento ai media sempre più sofisticati, ma anche sottoposti a
pressioni economiche e politiche, che il Direttorio CEI già citato
scrive: “Così la questione etica si fa sempre più attuale e sentita.
Non si tratta solo di vincolare i media a regole che tutelino in
particolare i soggetti meno garantiti e le categorie più marginali. In
agguato sono nuove e pesanti forme di alienazione, che possono condurre
alla reificazione dell’uomo, ossia alla riduzione della persona a cosa,
a oggetto, a merce. Occorre stabilire regole precise per l’uso degli
strumenti e più ancora per definirne le responsabilità sociali. L’etica
si erige pertanto a via per l’umanizzazione di processi altrimenti
destinati a provocare conseguenze fortemente negative, sul piano
personale, relazionale e sciale” (n. 87). Il rischio della perdita di tensione etica diventa per i giornalisti una vera e propria sfida etica
che devono saper affrontare. Nessuno è esente dalle tentazioni. E nel
campo dei media le tentazioni sono, tra le altre, quella di rassegnarsi di fronte a un sistema troppo grande e potente e quella di ricercare cinicamente il successo personale e la carriera con qualunque mezzo e ad ogni costo, in particolare asservendosi al sistema che appare vincente perché più ricco. Le conseguenze della perdita della tensione etica
sono numerose e diverse. Mi limito a segnalare soltanto quella che
sembra la più evidente, cioè l’assecondare o il cedere totalmente alla spettacolarizzazione dei media.
Questi, allora, più che comunicare per informare, producono lo
“spettacolo” della comunicazione con l’obiettivo di vendere e di
guadagnare sempre più. Da qui la moltiplicazione della chiacchiera e del pettegolezzo, la
ricerca ossessiva dello scoop, la tendenza a omologare tutto e a
sostituire ciò che è rilevante e utile con ciò che è pura e vuota
curiosità. Da qui, ancora, un linguaggio forzato, destinato a creare
emozioni più che ad aiutare le persone a pensare, a capire, a
discernere. Da qui, infine, il moltiplicarsi inarrestabile di parole,
di suoni, di immagini che rendono difficilissimi, se non quasi
impossibili, un ascolto attento e una comprensione razionale del tema
trattato, salvo poi archiviarlo in un attimo come se non esistesse più,
per passare allegramente ad altro.   Le persone come veri protagonisti dei media Certamente il sistema della comunicazione sociale, nel quale
opererete o già operate, si presenta oggi particolarmente difficile.
Tuttavia bisogna riconoscere che i veri protagonisti  sono, e devono continuare ad essere, le persone concrete, i comunicatori appunto; così come bisogna riconoscere che la qualità “vera” e “buona” della comu­nicazione dipende sempre dalle persone.
“I mezzi di comunicazione sociale non fanno nulla da soli. Sono
strumenti, mezzi utilizzati nel modo in cui le persone scelgono di
utilizzarli” (Etica nelle comunicazioni sociali, 4). Ci troviamo in un sistema che non si è costituito da sè, ma che,
comunque, è in larga parte il risultato di concrete azioni umane, cioè
di scelte libere operate da esseri pensanti, che si pongono precisi
obiettivi e che attivamente li perseguono. Per questo, come in ogni altro settore, anche nell’ambito dei media occorre operare a partire da un progetto di “vita buona, un
progetto cioè che si basa sulla “verità dell’uomo”, o meglio sulla
“verità che è l’uomo stesso”. Un progetto che mette a fondamento quei
valori e quelle esigenze che sono scolpiti indelebilmente dentro la
struttura dinamica e finalistica dell’uomo, che definiscono il
contenuto della inviolabile dignità personale propria e altrui, che
costituiscono l’ispirazione di senso delle proprie scelte e delle
proprie azioni. Prima ancora, dunque, di ricercare e di individuare i criteri per
applicare la dimensione etica all’esercizio della professione; prima
ancora di elaborare dei codici deontologici per gli operatori dei
media, è necessario coltivare dentro di sé i valori che sono a fondamento della propria umanità e dell’umanità di tutti gli altri. E questo significa, certamente, allargare gli spazi del proprio crescere in umanità; significa coltivare una interiorità e, oserei dire, una spiritualità che ci spinga alla ricerca della verità come insopprimibile aspirazione e, insieme, come prima obbligazione del nostro essere uomini. Tutti gli uomini, dunque, sono chiamati a questa cura della
interiorità, perché tutti sono chiamati alla ricerca della verità. Sono
una cura e una ricerca assolutamente indi­spensabili affinché il nostro
agire non sia in balia del caos o del caso, ma sia l’espressione
coerente del nostro essere intelligente e libero. Una simile cura e
ricerca sono tanto più necessarie quanto più l’esercizio della propria
attività professionale avviene in un ambito di forte responsabilità per
le conseguenze derivanti dalle proprie scelte e azioni e per la
particolare complessità dovuta all’intrecciarsi di interessi diversi. In questo senso, sono convinto che un operatore dei media che non
vuole essere asservito o schiacciato da un sistema complesso, potente e
pieno di insidie come quello della comunicazione sociale, deve
fortemente coltivare la propria personalità morale e spirituale, deve
continuamente far crescere la propria umanità nell’esercizio quotidiano
delle sue responsabilità e dei suoi doveri, deve ricercare ciò che è
vero, giusto, buono, bello. In fondo, buon giornalista può essere chi, anzitutto, è uomo
maturo, interiormente ricco, equilibrato e colto. Del resto la vostra,
per sua natura, è una professione che non può non coinvolgere la
totalità – più precisamente la “totalità unificata” - della persona.
Voi non offrite semplicemente una penna: voi offrite la vostra
intelligenza. Non mettete a disposizione semplicemente qualche cosa di
voi: mettete a disposizione i vostri pensieri, le vostre emozioni, il
vostro modo di vedere e di interpretare la realtà. Si potrebbe dire che quella del giornalista, prima di essere una professione tra le altre, è una vera “vocazione”,
cioè un mettere a disposizione se stessi per il bene degli altri, dove
l’interesse principale è contribuire a far crescere la retta
comprensione della realtà in cui si vive, come passo necessario per
vivere poi una vera libertà nelle scelte e nei comportamenti
dell’esistenza quotidiana. La passione e il coraggio della verità sono parte essenziale della
crescita integrale della persona: sono, dunque, da coltivarsi da tutti
noi, anzitutto in noi stessi.   Frutti ed esigenze della passione per la verità Non è difficile, a questo punto, avvertire che cosa di bello e di
entusiasmante può derivare al giornalista quando, nell’esercizio della
sua professione, è animato da una interiore passione per la verità. Ne deriva, anzitutto, un concreto impegno per la “obiettività”.
“Parlare di obiettività non significa pensare che il compito del
giornalista sia quello di scrivere in modo assolutamente e radicalmente
neutrale rispetto a qualsiasi asse di valori, come invece la
formulazione letterale di alcuni codici deontologici porterebbe a
pensare”. Il giornalista è sempre un mediatore che sceglie, seleziona,
sottolinea secondo il suo punto di vista. Ma finalizza questa sua
attività a nessun altro interesse che non sia il vero bene degli altri. Suo obiettivo ultimo da perseguire è cercare di far diventare
migliore l’uomo, cioè più maturo spiritualmente, più cosciente della
sua eccelsa dignità personale, più libero e responsabile, più giusto e
più solidale. Il comunicare non può ridursi a una vuota formalità. Deve partire
dalla percezione di un bene, almeno dalla convinzione che è un bene
divulgare una certa notizia in un determinato modo, e che non può non
fare riferimento ai valori di cui si è convinti. La correttezza
dell’informazione non è, quindi, data da un’asettica neutralità – cosa
peraltro impossibile -, ma dalla trasparenza del proprio punto di vista
e dalla prospettiva a partire dalla quale si seleziona e si trasmette
la notizia.                       In secondo luogo, ne deriva l’impegno ad esercitare una vigilante funzione critica in vista del vero bene delle persone cui ci si rivolge. La vigilanza critica rappresenta un’essenziale esigenza dell’etica, chiamata a riconoscere, a rispettare e a promuovere la verità e il bene. Di nuovo vorrei citare il Direttorio della CEI, là dove scrive:
“Gli operatori dei media possono a volte servirsi del loro potere per
personalizzare indebitamente la co­municazione, sostituendosi al
messaggio. Tale deriva può determinare una certa dipendenza
dell’utente, la cui autonomia di giudizio e di scelta può essere
com­promessa. ‘Per questo è dovere di coscienza per tutti i
comunicatori (…) procurarsi una seria competenza in materia; dovere
tanto più grave quanto più grande è l’influenza del comunicare, per
motivo del suo ufficio, sulla qualità della comunicazione’ (Communio et progressio  15).
Le buone intenzioni non garantiscono di per sé una buona informazione;
le notizie vanno date con competenza professionale, nel rispetto pieno
e profondo della verità. Questo accade spesso, soprattutto in
riferimento allo stesso fondamentale diritto alla vita, per il quale
‘la coscienza morale, sia individuale che sociale, è oggi sottoposta,
anche per l’influsso invadente di molti strumenti della comunicazione
sociale, a un pericolo gravissimo e mortale: quello della confusione
tra il bene e il male’ (Evangelium vitae, 24)” (n. 88). Il giornalista non può limitarsi ad essere un burocrate della
comunicazione. Sì, va bene discutere paritariamente nei media; ma a
patto che ciò avvenga nel rispetto di chi legge o ascolta: questi non è
certamente aiutato quando, per esempio, deve assistere non a dibattiti
pacati e istruttivi ma a litigi confusi e nient’affatto dignitosi.   Infine, ne deriva lo stimolo ad una presenza nell’ambiente dei media e ad un esercizio della professione che assumano i contorni della testimonianza.
Ciò significa un impegno quotidiano che tenga presenti nel lavoro tutto
l’orizzonte dei valori e i riflessi che le nostre scelte hanno sui
singoli e sulla società, e non soltanto una correttezza immediata,
asettica e formale nel seguire le procedure che i codici impongono come
limiti. E’ proprio in questa linea della testimonianza che ho volutamente
usato i termini di “passione” e di “coraggio” della verità. Infatti,
sono termini coinvolgenti, termini che lasciano trasparire la non
rassegnazione e la disponibilità concreta a pagare di persona,
perché la coerenza con la propria dignità e il rispetto e l’onore –
anzi la venerazione – dovuti all’eguale dignità delle persone cui ci si
rivolge non hanno prezzo.   Conclusione: la carità della verità Desidero concludere con una specie di esortazione,
nel segno di una grande speranza che ripongo in tutti voi e di un
sincero affetto che nutro per voi. Sono sicuro che volete impegnarvi
seriamente nella professione giornalistica, che volete non solo “fare”
i giornalisti ma “essere” giornalisti. Per questo sento di dovervi
chiedere di nutrire un’autentica passione per la verità e di avere un
instancabile coraggio di ricercarla e di perseguirla, anzitutto in voi
stessi. Di conseguenza, dovete sentirvi impegnati a diventare sempre più attenti ascoltatori e sottili osservatori delle persone e dei fatti.
Il buon comunicatore sa, per prima cosa, ascoltare attentamente. E sa
vedere e scrutare, anche di là dall’immagine che immediatamente si
propone. L’esercizio della vostra professione potrà apparirvi oggi meno
creativa, perché più dipendente dalla tecnica. Ma sta proprio qui il
vostro protagonismo: tocca a voi dar vita ad un esercizio della professione che sia ripieno di autentica umanità; dipende
da voi imprimere solchi e tracce di voi stessi – della vostra umanità -
nel vostro lavoro e nella vostra fatica quotidiana. Più che l’esattezza matematica dei dettagli, fate trasparire la
vostra volontà comunicativa, e la vostra intelligenza più che la
diligenza meccanica. Chi legge o chi ascolta si accorge subito se il
comunicatore è coinvolto con la sua “passione”, oppure se opera solo
per “dovere” o addirittura per una “necessità” cui non può sottrarsi. Un’ultima citazione – è storica, e come tale può suscitare
l’interesse dei giornalisti – la prendo da un discorso rivolto ai
giornalisti, durante la Messa in occasione della festa di San Francesco
di Sales celebrata a mezzanotte nella tipografica del quotidiano
“L'Italia”, dall’allora Arcivescovo di Milano monsignor Giovanni
Battista Montini, dopo pochi giorni dal suo ingresso nella nostra
Città. Così diceva il 31 gennaio 1955: “Cerchiamo di dare alla
professione, non già una semplice caratteristica direi tecnica,
puramente improntata alla fretta, alla genialità, alla curiosità, alla
attualità, ma siamo dei finalisti, cioè della gente che pensa dove arrivano le parole,
che effetto hanno, che cosa producono. E allora il messaggio di San
Francesco di Sales non sarà inutile a noi. Egli insegna che bisogna avere soprattutto la carità della verità. Bisogna
amare quelli a cui si rivolge la parola; amare nel dono, nell’offerta
di qualche cosa di vero; vero perché si è sentito, vero perché si è
studiato”. E ancora: “San Francesco di Sales dice in altre sue pagine che
bisogna conoscere assai le cose prima di scrivere. E non so se questa
sia norma di tutti i giornalisti. Ma in ogni caso diciamo che tutta
questa onestà di pensiero e di parola deve essere sempre presente al
nostro spirito nell’esercizio della nostra sublime professione di
diffusori di notizie e di idee; soprattutto ci deve premere di fare
sempre del bene ai nostri concittadini”.   † Dionigi card. TettamanziArcivescovo di Milano