GIOVANNI PAOLO II MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA 13a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

Carissimi fratelli e figli della Santa Chiesa! Con sincera fiducia e viva speranza, con i sentimenti cioè che
hanno segnato fin dall’inizio il mio servizio pastorale sulla Cattedra
di Pietro, mi rivolgo a voi e, in particolare, a quanti tra voi si
occupano di comunicazioni sociali, nel giorno che il Concilio Vaticano
II ha voluto consacrare a questo importante settore (cfr. «Inter
Mirifica», 18). Il tema sul quale desidero richiamare la vostra attenzione
contiene appunto un implicito invito alla fiducia e alla speranza
perché si riferisce all’infanzia, e io tanto più volentieri lo tratto
perché fu già prescelto, per la presente circostanza, dall’amato mio
predecessore Paolo VI. Mentre, infatti, l’organizzazione delle Nazioni
Unite ha proclamato il 1979 «Anno Internazionale del Fanciullo», è
opportuno riflettere sulle particolari esigenze di questa vasta fascia
di «recettori» - i fanciulli - e sulle conseguenti responsabilità degli
adulti e, in special modo, degli operatori delle comunicazioni, i quali
tanto influsso possono esercitare ed esercitano sulla formazione o,
purtroppo, deformazione delle giovani generazioni. Di qui la gravità e
la complessità dell’argomento: «Le comunicazioni sociali per la tutela
e lo sviluppo dell’infanzia nella famiglia e nella società». Senza pretendere di esaminarlo e, tanto meno, di esaurirlo nei
vari suoi aspetti, voglio richiamare, sia pur brevemente, ciò che
l’infanzia si aspetta e ha diritto di ottenere da questi strumenti di
comunicazione. Affascinati e privi di difesa di fronte al mondo ed alle
persone adulte, i fanciulli sono naturalmente pronti ad accogliere quel
che viene loro offerto, sia nel bene che nel male. Ciò ben sapete voi,
professionisti delle comunicazioni e particolarmente voi che vi
occupate dei mezzi audiovisivi. Essi sono attratti dal «piccolo
schermo» e dal «grande schermo», seguono ogni gesto che vi è
rappresentato e percepiscono, prima e meglio di ogni altra persona, le
emozioni ed i sentimenti che ne risultano. Come molle cera, sulla quale ogni pur lieve pressione lascia una
traccia, così l’animo dei bimbi è esposto ad ogni stimolo che ne
solleciti la capacità di ideazione, la fantasia, l’affettività,
l’istinto. Le impressioni, peraltro, di questa età sono quelle
destinate a penetrare più profondamente nella psicologia dell’essere
umano ed a condizionarne, spesso in maniera duratura, i successivi
rapporti con se stesso, con gli altri, con l’ambiente. E precisamente
dall’intuizione di quanto sia delicata questa prima fase della vita che
già la sapienza pagana aveva tratto la ben nota indicazione pedagogica,
secondo cui «maxima debetur puero reverentia»; ed è in questa stessa
luce che si evidenzia, nella sua motivata severità, il monito di
Cristo: «Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono
in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina
da mulino e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18,6). E
certamente tra i «piccoli» in senso evangelico sono da comprendere
anche e specialmente i bambini. L’esempio di Cristo dev’essere normativo per il credente, che
intende ispirare la propria vita al Vangelo. Ora, Gesù ci si presenta
come colui che accoglie amorevolmente i fanciulli (cfr. Mc 10,16), ne
tutela lo spontaneo desiderio di avvicinarsi a lui (cfr. Mc 10,14), ne
loda la tipica e fiduciosa semplicità, perché meritevole del Regno
(cfr. Mt 18,3-4), ne sottolinea la trasparenza interiore che tanto
facilmente li dispone all’esperienza di Dio (cfr. Mt 18,10). Egli non
esita a stabilire un’equazione sorprendente: «Chi accoglie anche uno
solo di questi bambini in mio nome, accoglie me» (Mt 18,5). Come ho
avuto occasione di scrivere recentemente, «il Signore si identifica col
mondo dei piccoli... egli non li condiziona, non li strumentalizza; li
chiama e li fa entrare nel suo progetto di salvezza del mondo» (cfr.
«Messaggio al Presidente dello Pontificia Opera dell’Infanzia
Missionaria», 10 aprile 1979). Quale sarà dunque l’atteggiamento dei cristiani responsabili e,
segnatamente, dei genitori e degli operatori dei mass-media consapevoli
dei loro doveri nei confronti dell’infanzia»! Essi dovranno,
innanzitutto, farsi carico della crescita umana del fanciullo: la
pretesa di mantenersi di fronte a lui in posizione di «neutralità» e di
lasciarlo «venir su» spontaneamente nasconde sotto l’apparenza del
rispetto per la sua personalità un atteggiamento di pericoloso
disinteresse. Un tale disimpegno davanti ai bambini non può essere accettato;
l’infanzia, in realtà, ha bisogno di essere aiutata nello sviluppo
verso la maturità. C’è una grande ricchezza di vita nel cuore del
bambino; egli, però, non è in grado di discernere, da solo, i richiami
che avverte in se stesso. Sono le persone adulte - genitori, educatori,
operatori delle comunicazioni - che hanno il dovere e sono in grado di
farli ad essi scoprire. Ogni fanciullo non assomiglia forse, in qualche
modo, al piccolo Samuele, del quale parla la Sacra Scrittura? Incapace
di interpretare il richiamo di Dio, egli chiedeva aiuto al suo maestro,
che dapprima gli rispose: «Io non ti ho chiamato; torna a dormire»
(1Sam 3,5.6). Terremo noi un uguale atteggiamento, che soffoca le
spinte e le vocazioni migliori, oppure saremo capaci di farle
comprendere al fanciullo, al pari di quanto fece alla fine il sacerdote
Eli con Samuele: «Se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, o Signore,
perché il tuo servo ti ascolta» (1Sam 3,9)? Le possibilità e i mezzi, di cui disponete voi adulti a questo
proposito, sono enormi: voi siete in grado di destare lo spirito dei
fanciulli all’ascolto oppure di addormentarlo e - Dio non voglia - di
intossicarlo irrimediabilmente. Bisogna, invece, fare in modo che il
fanciullo afferri, grazie anche al vostro impegno educativo non
mortificante, ma sempre positivo e stimolante, le ampie possibilità di
realizzazione personale, le quali gli consentiranno di inserirsi
creativamente nel mondo. Assecondatelo, voi specialmente che vi
occupate di mass-media, nella sua indagine conoscitiva, proponendo
programmi ricreativi e culturali, nei quali egli trovi risposta alla
ricerca della sua identità e del suo graduale «ingresso» nella comunità
umana. E’ poi anche importante che il fanciullo non sia, nei vostri
programmi, una semplice comparsa, come per intenerire gli occhi stanchi
e disincantati di apatici spettatori o uditori, ma un protagonista di
modelli validi per le giovani generazioni. Sono ben consapevole che, sollecitandovi a tale sforzo umano e
«poetico» (nel vero senso della capacità creatrice propria dell’arte),
vi chiedo implicitamente di rinunciare a certi piani di ricerca
calcolata del massimo «indice di ascolto», per un successo immediato.
La vera opera d’arte non è forse, quella che s’impone senza ambizioni
di successo e che nasce da una autentica abilità e da una sicura
maturità professionale? Né vogliate escludere dalla vostra produzione -
ve lo domando come fratello - le opportunità di offrire un richiamo
spirituale e religioso al cuore dei fanciulli: e questo vuol essere un
fiducioso appello di collaborazione da parte vostra al compito
spirituale della Chiesa. Parimenti, mi rivolgo a voi, genitori ed educatori, a voi,
catechisti e responsabili delle diverse associazioni ecclesiali, perché
vogliate responsabilmente considerare il problema dell’uso dei mezzi di
comunicazione sociale, nei riguardi dei fanciulli, come cosa di
importanza capitale, non soltanto per una loro illuminata formazione
che, oltre a sviluppare il senso critico e - si direbbe -
l’autodisciplina nella scelta dei programmi, li promuova realmente sul
piano umano, ma anche per l’evoluzione dell’intera società nella linea
della rettitudine, della verità e della fraternità. Carissimi fratelli e figli, l’infanzia non è un periodo qualsiasi
della vita umana, dal quale ci si possa isolare artificialmente: come
un figlio è carne della carne dei suoi genitori, così l’insieme dei
fanciulli è parte viva della società. E’ per questo che nell’infanzia è
in gioco la sorte stessa di tutta la vita, della «sua» e della
«nostra», cioè della vita di tutti. Serviremo, quindi, la fanciullezza
valorizzando la vita e scegliendo «per» la vita a ogni livello e
l’aiuteremo presentando agli occhi e al cuore tanto delicati e
sensibili dei piccoli ciò che nella vita c’è di più nobile ed alto. Elevando lo sguardo a questo ideale, a me sembra di incontrare il
volto dolcissimo della Madre di Gesù, la quale, totalmente impegnata a
servire il suo divin Figliolo, «conservava tutte queste cose nel suo
cuore» (Lc 2,51). Nella luce del suo esempio, io rendo omaggio alla
missione che a tutti voi spetta in campo pedagogico e, nella fiducia
che l’assolverete con amore pari alla sua dignità, vi benedico di cuore. Dal Vaticano, 23 maggio 1979  IOANNES PAULUS PP. II