A SENTENZA «GOODWIN»


A SENTENZA «GOODWIN»
ATTUAZIONE
DELLA DIRETTIVA 84/450/CEE, COME MODIFICATO DALLA DIRETTIVA 97/55/CE,
IN MATERIA DI PUBBLICITÀ INGANNEVOLE E COMPARATIVA


  1. Segreto professionale dei giornalisti
    e perquisizioni nei giornali:
    dopo le sentenze Goodwin e Roemen
    della Corte di Strasburgo
    pm e giudici italiani devono
    indagare solo sui loro collaboratori
    (che "spifferano" le notizie)
    e non su chi riceve l’informazione


     

    di Franco Abruzzo*

    1. Il giornalista come mediatore intellettuale tra il fatto e i
    lettore. Il segreto professionale gli consente di ricevere notizie,
    mentre le fonti sono "garantite" - Non esiste il concetto giuridico di
    giornalismo. Il concetto, abitualmente estrapolato dall’articolo 2
    della legge professionale n. 69/1963 (quello dedicato alla deontologia
    della categoria), si riassume nella frase "giornalismo=informazione
    critica". Il primo comma dell’articolo 2, infatti, dice: "È diritto
    insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di
    critica.....". Questo vuoto è stato, però, riempito dalla
    giurisprudenza: "Per attività giornalistica deve intendersi la
    prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e
    alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di
    comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione. Il
    giornalista si pone pertanto come mediatore intellettuale tra il fatto
    e la diffusione della conoscenza di esso...... differenziandosi la
    professione giornalistica da altre professioni intellettuali proprio in
    ragione di una tempestività di informazione diretta a sollecitare i
    cittadini a prendere conoscenza e coscienza di tematiche meritevoli,
    per la loro novità, della dovuta attenzione e considerazione" (Cass.
    Civ., sez. lav., 20 febbraio 1995, n. 1827). Dall’insieme delle norme
    si ricava che il giornalista raccoglie, commenta e elabora notizie
    legate all’attualità e che è tenuto ad assicurare (ai cittadini)
    un’informazione "qualificata e caratterizzata (secondo la sentenza n.
    112/1993 della Corte costituzionale, ndr) da obiettività, imparzialità,
    completezza e correttezza; dal rispetto della dignità umana,
    dell’ordine pubblico, del buon costume e del libero sviluppo psichico e
    morale dei minori nonché dal pluralismo delle fonti cui (i giornalisti,
    ndr) attingono conoscenze e notizie in modo tale che il cittadino possa
    essere messo in condizione di compiere le sue valutazioni, avendo
    presenti punti di vista differenti e orientamenti culturali
    contrastanti". Il pluralismo delle fonti a sua volta ha un’interfaccia
    che si chiama segreto professionale.

    Nel nostro ordinamento la tutela del segreto professionale viene
    tradizionalmente fatto risalire all’articolo 622 del Codice penale del
    1930 (in vigore), che punisce la rivelazione del segreto professionale.
    Il divieto di divulgare la fonte della notizia è, invece, un principio
    giuridico, che ha festeggiato i 40 anni nel 2003. Giornalisti ed
    editori, in base all’articolo 2 (comma 3) della legge professionale n.
    69/1963, "sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte
    delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di
    esse". Tale norma consente al giornalista di ricevere notizie, mentre
    le fonti sono "garantite". Anche l’articolo 13 (V comma) della legge
    sulla privacy (n. 675/1996) tutela il segreto dei giornalisti sulla
    fonte delle notizie, quando afferma che "restano ferme le norme sul
    segreto professionale degli esercenti la professione di giornalista,
    limitatamente alla fonte della notizia". La violazione della regola
    deontologica del segreto sulla fonte fiduciaria comporta responsabilità
    disciplinare (articolo 48 della legge n. 69/1963).

    Il rispetto della segretezza della fonte fiduciaria della notizia,
    però, non appare assoluto. L’articolo 200 del Codice di procedura
    penale del 1988 stabilisce, per quanto concerne il rapporto tra obbligo
    a deporre avanti al giudice e segreto professionale, che il giornalista
    può opporre il segreto professionale sui nomi delle persone dalle quali
    egli ha avuto notizie di carattere fiduciario nell’esercizio della
    professione. Tuttavia se le notizie sono indispensabili ai fini della
    prova del reato per cui si procede e la loro veridicità può essere
    accertata soltanto attraverso l’identificazione della fonte della
    notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare la fonte delle
    sue informazioni. Il segreto professionale può, quindi, essere rimosso
    con "comando" del giudice a condizione che: a) la notizia che proviene
    dalla fonte fiduciaria sia indispensabile ai fini della prova del reato
    per cui si procede; b) l’accertamento della veridicità della notizia
    possa avvenire soltanto tramite l’identificazione della fonte
    fiduciaria (Tribunale di Alba, sentenza 25 gennaio 2001, n. 601/2000
    Reg. gen.). In particolare il terzo comma dell’articolo 200 del Cpp
    enuncia: "Le disposizioni... si applicano ai giornalisti professionisti
    iscritti nell’Albo professionale, relativamente ai nomi delle persone
    dalle quali i medesimi hanno avuto notizie di carattere fiduciario
    nell’esercizio della loro professione. Tuttavia se le notizie sono
    indispensabili ai fini della prova del reato per cui si procede e la
    loro veridicità può essere accertata solo attraverso l’identificazione
    della fonte della notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare
    le fonti delle sue informazioni". I pubblicisti e i praticanti, esclusi
    dai vincoli dell’articolo 200 del Codice di procedura penale, non
    possono, quindi, davanti al giudice, come i giornalisti professionisti,
    avvalersi delle norme citate per "coprire" la fonte fiduciaria delle
    loro notizie. Ma è pur vero che gli stessi sono tenuti a rispettare
    l’articolo 2 (comma 3) della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della
    professione di giornalista: conseguentemente possono invocare il
    segreto sulle fonti.

    2. Segreto sulle fonti: "La norma assicura una piena tutela,
    consentendo una deroga soltanto in via di eccezione" (Tribunale penale
    di Treviso). Anche la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo
    protegge le fonti dei giornalisti - Un giudice (mai un Pm) può
    ordinare, come riferito, a un giornalista professionista, in base
    all’articolo 200 del Cpp, di "indicare la fonte delle sue informazioni
    se le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato e la
    loro veridicità può essere accertata solo attraverso l’identificazione
    della fonte della notizia". Bisogna sottolineare che in sede
    giurisprudenziale è affiorato un orientamento più favorevole alle
    ragioni dei giornalisti: "La norma di cui al comma 3 dell'art. 200 Cpp
    deve intendersi riferita all'accertamento della fondatezza della
    notizia pubblicata, in quanto funzionale all'esame della sua veridicità
    che può trovare l'unico strumento nella identificazione della fonte
    fiduciaria. Solo in tale circostanza quindi il giudice, al fine di
    verificare la rispondenza della notizia indispensabile per la prova di
    un reato per cui si procede, potrebbe ordinare al giornalista di
    indicare la sua fonte, purché sia l'unico strumento investigativo a
    disposizione" (Pret. Roma, 21/02/1994).

    I giornalisti continuano, però, nonostante le timide aperture
    interpretative, ad opporre il segreto professionale, che è
    salvaguardato anche dall’articolo 10 della Convenzione europea dei
    diritti dell’Uomo. L’articolo 10 (Libertà di espressione), - ripetendo
    le parole della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo del 1948
    e del Patto sui diritti politici di New York del 1966 -, recita: " Ogni
    persona ha diritto alla libertà d'espressione. Tale diritto include la
    libertà d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare
    informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle
    autorità pubbliche e senza considerazione di frontiere". La libertà di
    ricevere le informazioni comporta, come ha scritto la Corte dei diritti
    dell’Uomo di Strasburgo, la protezione assoluta delle fonti dei
    giornalisti.

    Una difesa forte del segreto dei giornalisti emerge dalla sentenza
    14 gennaio 2000 del Tribunale penale di Treviso (n. 252/1999 Reg.
    gen.): "Nulla è risultato circa l’identità dell’informatore perché
    tutti i giornalisti indicati come testi si sono avvalsi del segreto
    professionale. Il Pm ha chiesto che gli stessi venissero obbligati,
    così come previsto dall’articolo 200 (terzo comma) Cpp, a deporre sul
    punto, ma il collegio ha respinto l’istanza. La norma appena menzionata
    assicura, invece, una piena tutela al segreto professionale dei
    giornalisti, consentendo una deroga soltanto in via di eccezione, e
    quindi di stretta interpretazione. Prevede l’imposizione dell’obbligo a
    deporre in presenza – congiunta – di due precisi requisiti: quello
    dell’impossibilità di accertare la veridicità della notizia se non
    attraverso l’identificazione della fonte della stessa e quello
    dell’indispensabilità della notizia ai fini della prova del reato per
    il quale si procede. Se questi sono gli stretti limiti di operatività
    della deroga, sembra evidente che l’obbligo a deporre sarebbe stato
    imposto non già ad accertare la veridicità della notizia (che
    pacificamente in questo caso erano vere e non richiedevano alcuna
    verifica in tal senso) , bensì ad individuare l’autore del reato di
    rivelazione di segreti (del quale, oltretutto, il giornalista avrebbe
    potuto eventualmente essere anche partecipe), violando così la tutela
    del segreto sulle fonti giornalistiche accordata dal legislatore".

    3. C’è differenza tra il segreto professionale dei giornalisti e
    quello degli altri professionisti - Medici, chirurghi, avvocati,
    sacerdoti, notai, consulenti tecnici, farmacisti e ostetriche, dottori
    e ragionieri commercialisti, consulenti del lavoro, dipendenti del
    servizio pubblico per le tossicodipendenze sono tenuti a non divulgare
    notizie ricevute sotto l’impegno del segreto professionale. I
    giornalisti, invece, sono eticamente obbligati a rendere pubbliche
    (sulla stampa, per agenzia, per tv o per radio, per web) le notizie
    ricevute, ma, con gli editori, in base all’articolo 2 della legge
    professionale e all’articolo 13 della legge sulla privacy, sono tenuti
    a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie quando
    ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse. Gli uni non
    divulgano le notizie, gli altri (i giornalisti) devono pubblicare e
    tutelare soltanto la fonte delle notizie pubblicate.

    4. Sentenza Goodwin: la Corte di Strasburgo difende il segreto
    professionale dei giornalisti (su questa linea anche il Parlamento
    europeo) - La Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (legge 4 agosto
    1955 n. 848) con l’articolo 10, come riferito, tutela espressamente le
    fonti dei giornalisti, stabilendo il diritto a "ricevere" notizie. Lo
    ha spiegato la Corte dei diritti dell’Uomo di Strasburgo con la
    sentenza che ha al centro il caso del giornalista inglese William
    Goodwin (Corte europea diritti dell’Uomo 27 marzo 1996, Goodwin c.
    Regno Unito, v. Tabloid n. 1/2000 n. Peron). William Goodwin,
    giornalista inglese, aveva ricevuto da una fonte fidata ed attendibile
    alcune informazioni su una società di programmi elettronici (la Tetra
    Ltd). In particolare il giornalista rivelò che tale società aveva
    contratto numerosi debiti e vertiginose perdite. La società Tetra per
    evitare i danni che sarebbero potuti derivarle dalla divulgazione di
    tali notizie presentò all’alta Corte di Giustizia inglese un ricorso
    con il quale non solo chiedeva che fosse vietata la pubblicazione
    dell’articolo in questione, ma chiedeva altresì che il giornalista
    fosse condannato a rivelare la fonte delle informazioni ricevute al
    fine di evitare nuove "fughe di notizie". Le richiesta della Tetra
    furono accolte sia dall’alta Corte che dalla corte d’Appello, secondo
    le quali il diritto alla protezione delle fonti giornalistiche ben può
    essere limitato "nell’interesse della giustizia, della sicurezza
    nazionale nonché a fini di prevenzione di disordini o di delitti". Il
    giornalista, tuttavia, non eseguì l’ordine di divulgazione della fonte
    – posto che in tale modo la stessa si sarebbe "bruciata" – e presentò
    ricorso alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo, denunciando la
    violazione dell’articolo 10 della Convenzione.

    La Corte di Strasburgo, con sentenza 27 marzo 1996, muovendo dal
    principio che ad ogni giornalista deve essere riconosciuto il diritto
    di ricercare le notizie, ha ritenuto che "di tale diritto fosse
    logico e conseguente corollario anche il diritto alla protezione delle
    fonti giornalistiche, fondando tale assunto sul presupposto che
    l’assenza di tale protezione potrebbe dissuadere le fonti non ufficiali
    dal fornire notizie importanti al giornalista, con la conseguenza che
    questi correrebbe il rischio di rimanere del tutto ignaro di
    informazioni che potrebbero rivestire un interesse generale per la
    collettività". Questa sentenza della Corte di Strasburgo è l’altra
    faccia di una sentenza (la n. 11/1968) della nostra Corte
    costituzionale: "Se la libertà di informazione e di critica è
    insopprimibile, bisogna convenire che quel precetto, più che il
    contenuto di un semplice diritto, descrive la funzione stessa del
    libero giornalista: è il venir meno ad essa, giammai l'esercitarla che
    può compromettere quel decoro e quella dignità sui quali l'Ordine è
    chiamato a vigilare".

    La decisione del caso "Goodwin" è particolarmente interessante anche
    perché ha concorso a dissipare i dubbi nascenti da una interpretazione
    letterale dell’articolo 10 della Convenzione, che si limita a
    specificare che la libertà di espressione comprende sia il diritto
    passivo a ricevere delle informazioni sia il diritto attivo di
    fornirle, senza, però, che sia menzionato il diritto del giornalista di
    cercare e procurarsi notizie tramite proprie fonti di informazioni.
    Tale lacuna aveva, difatti, sollevato il quesito - attualmente sciolto
    dalla Corte – che quest’ultimo diritto non rientrasse nell’ambito del
    diritto alla libertà e pertanto non fosse ricompreso nell’ambito della
    sua tutela. Ma del resto la tendenza espressa dalla Corte con tale
    decisione trova ulteriore conferma e riscontro con le tendenze espresse
    al riguardo dallo stesso Parlamento Europeo, il quale – in una
    risoluzione del 18 gennaio 1994 sulla segretezza delle fonti
    d’informazione dei giornalisti - ha dichiarato che "il diritto alla
    segretezza delle fonti di informazioni dei giornalisti contribuisce in
    modo significativo a una migliore e più completa informazione dei
    cittadini e che tale diritto influisce di fatto anche sulla trasparenza
    del processo decisionale". In sintesi il segreto professionale è
    indispensabile sia nello svolgimento della professione giornalistica
    che nell’esercizio del diritto di ogni cittadino a ricevere
    informazioni, mentre per contro le uniche eccezioni ammissibili devono
    essere ragionevoli e in ogni caso limitate, poiché "il mancato rispetto
    del segreto professionale limita in modo indiretto lo stesso diritto
    all’informazione".

    5. La Corte di Strasburgo, con la sentenza Roemen, impone l’alt alle
    perquisizioni negli uffici dei giornalisti e dei loro avvocati a tutela
    delle fonti dei giornalisti - L’ordinamento europeo impedisce ai
    giudici nazionali di ordinare perquisizioni negli uffici e nelle
    abitazioni dei giornalisti nonché nelle "dimore" dei loro avvocati a
    caccia di prove sulle fonti confidenziali dei cronisti: "La libertà
    d'espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società
    democratica, e le garanzie da concedere alla stampa rivestono
    un'importanza particolare. La protezione delle fonti giornalistiche è
    uno dei pilastri della libertà di stampa. L'assenza di una tale
    protezione potrebbe dissuadere le fonti giornalistiche dall'aiutare la
    stampa a informare il pubblico su questioni d'interesse generale. Di
    conseguenza, la stampa potrebbe essere meno in grado di svolgere il suo
    ruolo indispensabile di "cane da guardia" e il suo atteggiamento nel
    fornire informazioni precise e affidabili potrebbe risultare ridotto".
    Questi sono i principi sanciti nella sentenza "Roemen" 25 febbraio 2003
    (Procedimento n. 51772/99) della quarta sezione della Corte europea dei
    diritti dell’uomo. Il segreto professionale dei giornalisti è tutelato
    solennemente dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti
    dell’uomo, mentre l’articolo 8 della stessa Convenzione protegge il
    domicilio dei legali.

    I protagonisti di questa vicenda (causa Roemen e Schmit contro
    Lussemburgo) sono due cittadini lussemburghesi, il giornalista Robert
    Roemen e l’avvocato Anne-Marie Schmit. La Corte di Strasburgo ha
    dichiarato che c’è stata la violazione degli articoli 8 e 10 della
    Convenzione e conseguentemente ha condannato il Granducato del
    Lussemburgo a pagare al giornalista e all’avvocato 4mila euro a testa
    per i danni morali nonché le spese (11.629 euro) al cronista.

    Il 21 luglio 1998, Robert Roemen ha pubblicato un articolo
    intitolato "Minister W. der Steuerhinterziehung überführt" ("Il
    ministro W. accusato di frode fiscale") sul quotidiano "Lëtzëbuerger
    Journal". Vi sosteneva che "il ministro aveva infranto il settimo,
    l'ottavo e il nono comandamento con frodi riguardanti l'IVA e osservava
    che ci si sarebbe potuti aspettare che un uomo politico di destra
    prendesse più sul serio i principi elaborati con tanta cura da Mosè.
    Precisava che il ministro era stato oggetto di una sanzione fiscale di
    100.000 franchi lussemburghesi. Concludeva che un tale atteggiamento
    era ancor più vergognoso poiché proveniente da una personalità che
    doveva servire da esempio". La reazione del ministro era scattata sul
    fronte amministrativo e penale. Così i giudici avevano ordinato di
    perquisire gli studi e gli uffici del giornalista e dell’avvocato alla
    ricerca di indizi tali da portare gli inquirenti alla identificazione
    delle "gole profonde" annidate nell’amministrazione finanziaria del
    Granducato.

    Si legge nella sentenza: "Secondo l'opinione della Corte il presente
    caso si distingue dal caso Goodwin in un punto fondamentale. In
    quest'ultimo caso l'ingiunzione (di un tribunale inglese, ndr) aveva
    intimato al giornalista di rivelare l'identità del suo informatore,
    mentre nel caso in oggetto sono state effettuate perquisizioni presso
    il domicilio e il luogo di lavoro del giornalista. La Corte giudica che
    delle perquisizioni aventi per oggetto di scoprire la fonte di un
    giornalista costituiscono - anche se restano senza risultato -
    un'azione più grave dell’intimazione di divulgare l'identità della
    fonte. Infatti, gli inquirenti che, muniti di un mandato di
    perquisizione, sorprendono un giornalista nel suo luogo di lavoro,
    detengono poteri d'indagine estremamente ampi poiché, per definizione,
    possono accedere a tutta la documentazione in possesso del giornalista.
    La Corte, che non può fare altro se non rammentare che "i limiti
    definiti per la riservatezza delle fonti giornalistiche esigono da
    parte [sua] (...) l'esame più scrupoloso possibile" (vedi supra il
    provvedimento Goodwin citato, § 40), è quindi del parere che le
    perquisizioni effettuate presso il giornalista erano ancora più lesive
    nei confronti della protezione delle fonti di quelle adottate nel caso
    Goodwin.In considerazione di quanto precede la Corte giunge alla
    conclusione che il Governo non ha dimostrato che l'equilibrio degli
    interessi in oggetto, vale a dire, da un lato, la protezione delle
    fonti e, dall'altro, la prevenzione e repressione dei reati, sia stato
    salvaguardato. A tale scopo rammenta che "le considerazioni di cui
    devono tenere conto le istituzioni della Convenzione per esercitare il
    loro controllo nell'ambito del par. 2 dell'art.10 fanno pendere la
    bilancia degli interessi in oggetto in favore di quello della difesa
    della libertà di stampa in una società democratica" (vedi supra il
    provvedimento Goodwin citato, § 45)".

    L'avvocato, invece, lamenta un'aggressione ingiustificata al suo
    diritto al rispetto del suo domicilio a causa della perquisizione
    effettuata presso il suo studio. Sostiene inoltre che il sequestro
    avvenuto in tale occasione ha violato il diritto al rispetto della
    "corrispondenza fra l'avvocato e il suo cliente". La Corte riconosce
    che "il mandato di perquisizione concedeva quindi agli inquirenti dei
    poteri piuttosto estesi". Inoltre, e soprattutto, la Corte è del parere
    che lo scopo della perquisizione era infine quello di svelare la fonte
    del giornalista: "Di conseguenza, la perquisizione della scrivania
    dell'avvocato ha avuto una ripercussione sui diritti garantiti al
    giornalista dall'articolo 10 della Convenzione. La Corte giudica
    peraltro che la perquisizione della scrivania è stata sproporzionata
    rispetto allo scopo previsto, sostanzialmente tenendo conto della
    rapidità con cui è stata effettuata".

    6. La tutela delle fonti delle giornalisti a livello continentale -
    Con la raccomandazione n° R (2000) 7, adottata l’8 marzo 2000, anche il
    Consiglio d’Europa ha voluto tutelare solennemente le fonti dei
    giornalisti, affermando: "Il diritto dei giornalisti di non rivelare le
    loro fonti fa parte integrante del loro diritto alla libertà di
    espressione garantito dall'articolo 10 della Convenzione. L'articolo 10
    della Convenzione, così come interpretato dalla Corte europea dei
    Diritti dell'Uomo, s'impone a tutti gli Stati contraenti. Vista
    l'importanza, per i media all'interno di una società democratica, della
    confidenzialità delle fonti dei giornalisti, è bene tuttavia che la
    legislazione nazionale assicuri una protezione accessibile, precisa e
    prevedibile. E' nell'interesse dei giornalisti e delle loro fonti come
    in quello dei pubblici poteri disporre di norme legislative chiare e
    precise in materia. Queste norme dovrebbero ispirarsi all'articolo 10,
    così come interpretato dalla Corte europea dei Diritti dell'Uomo, oltre
    che alla presente Raccomandazione. Una protezione più estesa della
    confidenzialità delle fonti d'informazione dei giornalisti non è
    esclusa dalla Raccomandazione. Se un diritto alla non-divulgazione
    esiste, i giornalisti possono legittimamente rifiutare di divulgare
    delle informazioni identificanti una fonte senza esporsi alla denuncia
    della loro responsabilità sul piano civile o penale o a una qualunque
    pena cagionata da questo rifiuto". Questa raccomandazione concorre, con
    la risoluzione del Parlamento europeo e con le sentenze della Corte dei
    Strasburgo, a formare uno "spazio giuridico europeo", che fa del
    segreto professionale dei giornalisti un caposaldo della libertà di
    stampa e del diritto dei cittadini all’informazione.

    7. Le norme della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo sono di
    immediata operatività nel nostro Paese - La Convenzione europea per la
    salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali
    rappresenta un meccanismo di protezione internazionale dei diritti
    dell’uomo particolarmente efficace. Le norme della Convenzione sono di
    immediata operatività nel nostro Paese: «Le norme della Convenzione
    europea per la salvaguardia dei diritti dell'Uomo e delle libertà
    fondamentali, salvo quelle il cui contenuto sia da considerarsi così
    generico da non delineare specie sufficientemente puntualizzate, sono
    di immediata applicazione nel nostro Paese e vanno concretamente
    valutate nella loro incidenza sul più ampio complesso normativo che si
    è venuto a determinare in conseguenza del loro inserimento
    nell'ordinamento italiano; la ‘precettività’ in Italia delle norme
    della Convenzione consegue dal principio di adattamento del diritto
    italiano al diritto internazionale convenzionale per cui ove l'atto o
    il fatto normativo internazionale contenga il modello di un atto
    interno completo nei suoi elementi essenziali, tale cioè da poter
    senz'altro creare obblighi e diritti, l'adozione interna del modello di
    origine internazionale è automatica (adattamento automatico), ove
    invece l'atto internazionale non contenga detto modello le situazioni
    giuridiche interne da esso imposte abbisognano, per realizzarsi, di una
    specifica attività normativa dello Stato» (Cass., sez. un. pen., 23
    novembre 1988; Parti in causa Polo Castro; Riviste: Cass. Pen., 1989,
    1418, n. Bazzucchi; Riv. Giur. Polizia Locale, 1990, 59; Riv. internaz.
    diritti dell'uomo, 1990, 419). Anche la Corte costituzionale (sentenza
    n. 10 del 19 gennaio 1993) si è pronunciata autorevolmente in tale
    senso, specificando che la legislazione con cui la Convenzione è
    entrata in vigore in Italia consiste in una normativa che, pur avendo
    forza di legge, deriva «da una fonte riconducibile a una competenza
    atipica» e pertanto risulta «insuscettibile di abrogazione o di
    modificazione da parte di disposizioni di legge ordinaria». Ribadiscono
    ancora i supremi giudici della prima sezione penale, che si pongono su
    di una linea di continuità con gli enunciati delle Sezioni unite del
    1988: «Le norme della Convenzione europea, in quanto principi generali
    dell'ordinamento, godono di una particolare forma di resistenza nei
    confronti della legislazione nazionale posteriore» (Cass. pen., sez. I,
    12 maggio 1993; Parti in causa Medrano; Riviste Cass. Pen., 1994, 440,
    n. Raimondi; Rif. legislativi L 4 agosto 1955 n. 848; Dpr 9 ottobre
    1990 n. 309, art. 86). La suprema magistratura civile è dello stesso
    avviso: «Le norme della Convenzione europea sui diritti dell'Uomo,
    nonché quelle del primo protocollo addizionale, introdotte
    nell'ordinamento italiano con l. 4 agosto 1955 n. 848, non sono dotate
    di efficacia meramente programmatica. Esse, infatti, impongono agli
    Stati contraenti, veri e propri obblighi giuridici immediatamente
    vincolanti, e, una volta introdotte nell'ordinamento statale interno,
    sono fonte di diritti ed obblighi per tutti i soggetti. E non può
    dubitarsi del fatto che le norme in questione - introdotte nello
    ordinamento italiano con la forza di legge propria degli atti
    contenenti i relativi ordini di esecuzione, non possono ritenersi
    abrogate da successive disposizioni di legge interna, poiché esse
    derivano da una fonte riconducibile ad una competenza atipica e, come
    tali, sono insuscettibili di abrogazione o modificazione da parte di
    disposizioni di legge ordinaria» (Cass. civ., sez. I, 8 luglio 1998, n.
    6672; Riviste: Riv. It. Dir. Pubbl. Comunitario, 1998, 1380, n.
    Marzanati; Giust. Civ., 1999, I, 498; Rif. legislativi L 4 agosto 1955
    n. 848). Anche la giustizia amministrativa ritiene che «la Convenzione
    europea dei diritti dell'Uomo, resa esecutiva con la l. 4 agosto 1955
    n. 848, sia direttamente applicabile nel processo amministrativo» (Tar
    Lombardia, sez. III, Milano 12 maggio 1997 n. 586; Parti in causa Soc.
    Florenzia c. Iacp Milano e altro; Riviste Foro Amm., 1997, 1275,, 2804,
    n. Perfetti; Colzi; Rif. legislativi L 4 agosto 1955 n. 848, artt. 6 e
    13 L 4 agosto 1955 n. 848).

    La Convenzione deve il suo successo al fatto di fondarsi su un
    sistema di ricorsi – sia da parte degli Stati contraenti sia da parte
    degli individui - in grado di assicurare un valido controllo in ordine
    al rispetto dei principi fissati dalla Convenzione stessa. La Corte
    europea dei diritti dell'Uomo è in sostanza un tribunale internazionale
    istituito dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti
    dell'Uomo e delle libertà fondamentali al quale può essere proposto
    ricorso per la violazione di diritti e libertà garantiti dalla
    Convenzione sia dagli Stati contraenti e sia dai cittadini dei singoli
    Stati.

    Non solo gli articoli della Convenzione quant’anche le sentenze
    definitive della Corte europea dei diritti dell’Uomo, che della prima è
    diretta emanazione, sono vincolanti per gli Stati contraenti. «Le Alte
    Parti contraenti – dice l’articolo 46 della Convenzione – si impegnano
    a conformarsi alle sentenze definitive della Corte nelle controversie
    nelle quali sono parti». Va detto anche che gli articoli della
    Convenzione operano e incidono unitamente alle interpretazioni che la
    Corte di Strasburgo ne dà attraverso le sentenze. Le sentenze formano
    quel diritto vivente al quale i giudici dei vari Stati contraenti sono
    chiamati ad adeguarsi sul modello della giustizia inglese. «La portata
    e il significato effettivo delle disposizioni della Convenzione e dei
    suoi protocolli non possono essere compresi adeguatamente senza far
    riferimento alla giurisprudenza. La giurisprudenza diviene dunque, come
    la Corte stessa ha precisato nel caso Irlanda contro Regno Unito
    (sentenza 18 gennaio 1978, serie A n. 25, § 154) fonte di parametri
    interpretativi che oltrepassano spesso i limiti del caso concreto e
    assurgono a criteri di valutazione del rispetto, in seno ai vari
    sistemi giuridici, degli obblighi derivanti dalla Convenzione….i
    criteri che hanno guidato la Corte in un dato caso possono trovare e
    hanno trovato applicazione, mutatis mutandis, anche in casi analoghi
    riguardanti altri Stati» (Antonio Bultrini, La Convenzione europea dei
    diritti dell’Uomo: considerazioni introduttive, in Il Corriere
    giuridico, Ipsoa, n. 5/1999, pagina 650). D’altra parte, dice
    l’articolo 53 della Convenzione, «nessuna delle disposizioni della
    presente Convenzione può essere interpretata in modo da limitare o
    pregiudicare i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali che possano
    essere riconosciuti in base alle leggi di ogni Paese contraente o in
    base ad ogni altro accordo al quale tale Parte contraente partecipi».
    Vale conseguentemente, con valore vincolante, l’interpretazione che
    della Convenzione dà esclusivamente la Corte europea di Strasburgo. Non
    a caso il Consiglio d’Europa, nella raccomandazione R(2000)7 sulla
    tutela delle fonti dei giornalisti, ha scritto testualmente:
    «L'articolo 10 della Convenzione, così come interpretato dalla Corte
    europea dei Diritti dell'Uomo, s'impone a tutti gli Stati contraenti».
    Su questa linea si muove il principio affermato il 27 febbraio 2001
    dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo: "I giudici nazionali devono
    applicare le norme della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo
    secondo i principi ermeneutici espressi nella giurisprudenza della
    Corte europea dei Diritti dell'Uomo" (in Fisco, 2001, 4684).

    8. Conclusioni. I giornalisti italiani devono rifiutarsi di
    rispondere ai giudici sul segreto professionale, invocando, con le
    leggi nazionali, la protezione dell’articolo 10 della Convenzione
    europea dei diritti dell’Uomo e le sentenze Goodwin e Roemen della
    Corte di Strasburgo. Il Codice di procedura penale (articolo 200) deve
    recepire Strasburgo. Pm e Gip devono indagare soltanto su chi (pubblico
    ufficiale)"spiffera" la notizia e non su chi (giornalista) la riceve -
    E’ diritto insopprimibile dei giornalisti quello di raccontare quel che
    accade, fatti e notizie su questioni di interesse generale. Questo
    principio, che è l’incipit dell’articolo 2 della legge professionale
    dei giornalisti italiani, è consacrato in una sentenza della Corte di
    Strasburgo. La libertà di scrivere è sacra e cammina di pari passo con
    l’osservanza della deontologia. Il rispetto del segreto professionale è
    una regola fondamentale perché sul rovescio garantisce il diritto dei
    cittadini all’informazione: "E' diritto dei giornalisti quello di
    comunicare informazioni su questioni di interesse generale, purché ciò
    avvenga nel rispetto dell'etica giornalistica, che richiede che le
    informazioni siano espresse correttamente e sulla base di fatti precisi
    e fonti affidabili; costituisce, pertanto, un limite irragionevole alla
    libertà di stampa la condanna per ricettazione di giornalisti che,
    attenendosi alle norme deontologiche, abbiano pubblicato documenti di
    interesse generale pervenuti loro in conseguenza del reato di
    violazione di segreto professionale da altri commesso (nella specie,
    copia delle denunzie dei redditi di un importante manager francese)"
    (Corte europea diritti dell'Uomo, 21 gennaio 1999; Parti in causa Comm.
    europea dir. uomo c. Governo francese e altro; Riviste: Foro It., 2000,
    IV, 153).

    La Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e le sentenze di
    Strasburgo rendono forte il lavoro del cronista. Le vicende Goodwin e
    Romen sono episodi che assumono valore strategico. Quelle sentenze
    possono essere "usate", quando i giudici nazionali mettono sotto
    inchiesta, sbagliando, i giornalisti, che si avvalgono del segreto
    professionale. I giornalisti devono rifiutarsi di rispondere ai giudici
    in tema di segreto professionale, invocando, con le norme nazionali
    (legge n. 69/1963 e dlgs n. 196/2003), la protezione dell’articolo 10
    della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo nonché le sentenze
    Goodwin e Roemen della Corte di Strasburgo. Questa linea è l’unica
    possibile anche per evitare, come scrive il Tribunale penale di
    Treviso, di finire sulla graticola dell’incriminazione per violazione
    del segreto d’ufficio in concorso con pubblici ufficiali (per lo più
    ignoti), cioè con coloro che, - magistrati, cancellieri o ufficiali di
    polizia giudiziaria -, hanno "spifferato" le notizie ai cronisti.. In
    effetti l’eventuale responsabilità, collegata alla fuga di notizie,
    grava solo sul pubblico ufficiale che diffonde la notizia coperta da
    vincoli di segretezza e non sul giornalista che la riceve e che,
    nell’ambito dell’esercizio del diritto-dovere di cronaca, la divulga.
    Va affermato il principio secondo il quale il giornalista, che riceva
    una notizia coperta da segreto, può pubblicarla senza incorrere nel
    reato previsto dall’articolo 326 del Cp. E’ palese la differenza con il
    reato di corruzione, che colpisce sia il corrotto sia il corruttore.
    L’articolo 326, invece, punisce solo chi (pubblico ufficiale) viola il
    segreto e non chi (giornalista) riceve l’informazione e la fa
    circolare. Ferma restando, ad ogni modo, la prerogativa del giornalista
    di non rivelare l’identità delle proprie fonti. Il giornalista, che
    svela le sue fonti, rischia il procedimento disciplinare al quale non
    può, comunque, sfuggire per l’evidente violazione deontologica. Una
    lettura ragionevole dell’articolo 326 del Cp evita l’incriminazione
    (assurda) del giornalista per concorso nel reato (con il pubblico
    ufficiale..loquace) e le perquisizioni, arma ormai spuntata dopo la
    sentenza "Roemen" della Corte di Strasburgo..

    Il Codice di procedura penale, in base alla relativa legge-delega,
    "deve adeguarsi alle norme delle convenzioni internazionali ratificate
    dall’Italia e relative ai diritti della persona e al processo penale".
    Il Parlamento in sostanza deve calare nel Codice le sentenze Goodwin e
    Roemen nonché l’articolo 10 della Convenzione, abolendo il potere del
    Gip di interrogare il giornalista. Finirà la storia dei giornalisti
    arrestati e condannati perché difendono il segreto professionale anche
    come cittadini europei? L’articolo 200 del Cpp afferma il diritto del
    giornalista professionista al segreto sulle sue fonti fiduciarie, ma
    nel contempo autorizza il giudice a interrogarlo sulle sue fonti
    fiduciarie. Potere, questo, che fa a pugni con la giurisprudenza della
    Corte di Strasburgo. Il Parlamento deve sancire una volta per tutte la
    regola in base alla quale il giornalista ha diritto al segreto
    professionale come gli altri professionisti. Punto e basta. Non una
    parola in più. Strasburgo ha spiegato perché è necessaria ed urgente
    questa svolta.

    *presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia e docente di
    diritto del giornalismo e dell’editoria all’Università Iulm di Milano

    *-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*

    La sentenza "Goodwin"

    CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO

    Nel caso Goodwin c. Regno Unito,

     

    La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, costituita, in conformità
    con l’articolo 51 del Regolamento A della Corte (), in sezione
    allargata, composta dai giudici indicati qui di seguito:

    R. Ryssdal, Presidente,
    R. Bernhardt,
    Thór Vilhjálmsson,
    F. Matscher,
    B. Walsh,
    C. Russo,
    A. Spielmann,
    J. De Meyer,
    N. Valticos,
    E. Palm,
    F. Bigi,
    Sir John Freeland,
    A. B. Baka,
    D. Gotchev,
    B. Repik,
    P. Jambrek,
    P. Kuris,
    U. Lohmus

    e dai giudici H. Petzold, cancelliere, e P. J. Mahoney, cancelliere aggiunto,

    Dopo aver deliberato in camera di consiglio il 30 settembre 1995 e il 22 febbraio 1996,

    Emette la seguente sentenza, adottata nell'ultima data sopra indicata:

    PROCEDURA

    1. Il caso è stato deferito alla Corte dalla Commissione Europea dei
    Diritti dell'Uomo ("la Commissione") il 20 maggio 1994, entro il
    termine di tre mesi previsto dagli articoli 32 par. 1 e 47 (art. 32-1,
    art. 47) della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e
    delle Libertà Fondamentali ("la Convenzione"). Ha origine da un ricorso
    (n. 17488/90) contro il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del
    Nord, collegato alla richiesta di un cittadino di tale Stato, il Sig.
    William Goodwin, che si era rivolto alla Commissione il 27 settembre
    1990 in virtù dell’articolo 25 (art. 25).
    La richiesta della
    Commissione fa riferimento agli articoli 44 e 48 (art. 44, art. 48) e
    alla dichiarazione britannica che riconosce la giurisdizione
    obbligatoria della Corte (articolo 46) (art. 46). Tale richiesta ha per
    oggetto l'ottenimento di una decisione, allo scopo di sapere se i fatti
    della causa rivelano una violazione da parte dello Stato convenuto alle
    disposizioni dell'articolo 10 (art. 10) della Convenzione.

    2. In risposta all'invito previsto all'articolo 33 par. 3 d) del
    regolamento A, il Ricorrente ha manifestato il desiderio di prendere
    parte al procedimento, ed ha nominato i propri consulenti legali
    (articolo 30).

    3. La sezione da costituire comprendeva, a pieno titolo, Sir John
    Freeland, giudice eletto di nazionalità britannica (articolo 43 della
    Convenzione) (art. 43), e il giudice R. Ryssdal, Presidente della Corte
    (articolo 21 par. 3 b) del regolamento A). Il 28 maggio del 1994,
    quest'ultimo ha sorteggiato, in presenza del cancelliere (articoli 43
    in fine della Convenzione e 21 par. 4 del regolamento A) (art. 43), i
    nomi degli altri sette membri, vale a dire i giudici Thór Vilhjálmsson,
    B. Walsh, C. Russo, J. De Meyer, E. Palm, A. B. Baka e B. Repik.

    4. Nella sua veste di Presidente della sezione (articolo 21 par. 5
    del regolamento A), il giudice Ryssdal ha consultato, tramite il
    cancelliere, l'agente del Governo britannico ("il Governo"), i
    consulenti legali del Ricorrente e la delegata della Commissione, in
    merito all'organizzazione della procedura (articoli 37 par. 1 e 38).
    Pertanto, in conformità con le ordinanze emesse, il cancelliere ha
    ricevuto il 3 febbraio 1995 la memoria del Governo, e il 1 marzo 1995
    quella del Ricorrente. Il 19 aprile 1995 il segretario della
    Commissione gli ha comunicato che la delegata non avrebbe presentato
    osservazioni scritte.
    In varie date, tra il 12 aprile e il 7
    settembre 1995, il Governo e il Ricorrente hanno inoltrato al
    cancelliere le loro osservazioni in merito alle pretese di
    quest'ultimo, basate sull'articolo 50 (art. 50) della Convenzione.

    5. Il 24 febbraio 1995, dopo aver consultato la sezione, il
    Presidente ha autorizzato Article 19 e Interights, due organizzazioni
    non governative di difesa dei diritti dell'uomo con sede a Londra, a
    presentare le loro osservazioni in merito alla legislazione interna in
    vigore in alcuni paesi nell'ambito oggetto del caso specifico (articolo
    37 par. 2 del regolamento A). La cancelleria le ha ricevute il 10 marzo
    1995.

    6. In conformità con la decisione del Presidente, i dibattiti hanno
    avuto luogo in forma pubblica il 24 aprile 1995, presso il Palazzo dei
    Diritti dell'Uomo a Strasburgo. La Corte aveva tenuto, in precedenza,
    una riunione preparatoria.

    Sono comparsi:

    - Per il Governo

    Il Sig. I. Christie, Ministero degli Affari Esteri e del Commonwealth, agente
    L'Avv. M. Baker QC, consulente,
    Il Sig. M. Collon, Lord Chancellor's Department, consulente;

    - per la Commissione

    La Sig.ra G. H. Thune, delegata;

    - per il Ricorrente

    Gli Avv. G. Robertson QC, consulente,
    G. Bindman, Solicitor,
    R. D. Sack, Attorney,
    A. K. Hilker, Attorney,
    L. Moore, Attorney,
    J Mortimer QC, consulenti

    La Corte ha ascoltato le dichiarazioni della Sig.ra Thune, dell'Avv.
    Robertson e dell'Avv. Baker, e le loro risposte alla domanda posta da
    uno dei giudici.

    7. Alla conclusione delle deliberazioni, il 27 aprile 1995, la
    sezione ha deciso di dichiararsi incompetente con effetto immediato, e
    di costituire una sezione allargata (articolo 51 par. 1 del regolamento
    A).

    8. La sezione allargata da costituire comprendeva, a pieno titolo,
    il giudice Ryssdal, Presidente della Corte, il giudice R. Bernhardt,
    vicepresidente della Corte, nonché gli altri membri della sezione
    dichiarata incompetente (articolo 51 par. 2 a) e b) del regolamento A).
    Il 5 maggio 1995, il Presidente, in presenza del cancelliere (articolo
    51 par. 2 c)), ha sorteggiato i nomi dei nove giudici supplementari,
    vale a dire i giudici F. Matscher, A. Spielmann, N. Valticos, R.
    Pekkanen, F. Bigi, D. Gotchev, P. Jambrek, P. Kuris e U. Lohmus. In
    seguito, il giudice Pekkanen, a causa di impedimenti, si è ritirato
    (articolo 24 par. 1 in combinato con l'articolo 51 par. 6).

    9. Il 4 settembre 1995 la sezione allargata, dopo aver consultato
    l'agente del Governo, la delegata della Commissione e il Ricorrente, ha
    stabilito la non necessità di tenere una nuova udienza dopo la
    dichiarazione di incompetenza (articoli 26 e 38, in combinato con
    l'articolo 51 par. 6).

    IN FATTO

    I. Le circostanze particolari

    10. Il Sig. William Goodwin, cittadino britannico, è un giornalista residente a Londra.

    11. Il 3 agosto 1989 iniziava uno stage di giornalismo presso 'The
    Engineer', giornale edito da Morgan-Grampian (Publishers) Ltd
    ("l'editore"). Era dipendente della Morgan Grampian PLC ("il datore di
    lavoro").

    Il 2 novembre 1989, riceveva una telefonata da una persona che, a
    suo dire, gli aveva già fornito, in precedenza, informazioni sulle
    attività di diverse società. Tale persona gli forniva notizie su Tetra
    Ltd ("Tetra"): la società era alla ricerca di un prestito di cinque
    milioni di Lire Sterline (GBP) e si trovava in una difficile situazione
    finanziaria a causa di una perdita prevista per il 1989 di GBP 2,1
    milioni, a fronte di un fatturato di GBP 20,3 milioni. L'interessato
    non aveva richiesto tali informazioni, e non dava alcun compenso per le
    stesse. Gli erano fornite a fronte della promessa che non avrebbe
    rivelato la propria fonte. Secondo il Ricorrente, non vi erano ragioni
    per ritenere che l'informazione provenisse da un documento rubato o
    riservato. Il 6 e 7 novembre 1989, il Ricorrente prendeva contatto con
    Tetra per verificare i fatti ed avere commenti sulle informazioni, in
    quanto era sua intenzione scrivere un articolo sulla società.

    Le informazioni provenivano da un progetto segreto di piano di
    sviluppo di Tetra. Il 1 novembre 1989 esistevano otto esemplari
    numerati della versione più recente di tale progetto. Cinque erano in
    possesso di dirigenti della società, uno era conservato presso i
    contabili, uno presso una banca e uno presso un consulente esterno.
    Ogni esemplare era custodito in un classificatore ad anelli, e recava
    la dicitura "Strettamente confidenziale". L'esemplare affidato ai
    contabili era stato visto, per l'ultima volta, il 1 novembre alle ore
    15 circa in un locale messo a disposizione di tali collaboratori presso
    la sede di Tetra. Il locale era rimasto vuoto dalle ore 15 alle 16, e,
    durante quest'intervallo di tempo, il documento era sparito.

    A. Ingiunzione e ordinanze di divulgazione dell'identità dell'informatore e di produzione di documenti.

    12. Il 7 novembre 1989 il giudice Hoffmann della High Court of
    Justice (Chancery Division) aderiva alla richiesta presentatagli quello
    stesso giorno da Tetra, volta ad ottenere un'ingiunzione provvisoria
    non contraddittoria che vietasse all'editore di The Engineer di
    pubblicare qualsiasi informazione tratta dal piano di sviluppo. Il 16
    novembre la società rendeva nota tale ingiunzione a tutti i giornali
    britannici e le riviste interessate.

    13. In una dichiarazione scritta giurata dell'8 novembre 1989,
    indirizzata alla High Court, Tetra dichiarava che avrebbe rischiato di
    essere completamente screditata agli occhi dei suoi creditori, clienti
    e, in particolare, fornitori potenziali e acquisiti, se il piano fosse
    stato reso pubblico. Ciò avrebbe potuto significare per la società la
    perdita di ordini e il rifiuto di collaborazione da parte di fornitori
    di beni e servizi. Avrebbe inoltre messo in pericolo le trattative che
    stava portando avanti per ottenere dei crediti. Se la società fosse
    stata messa in liquidazione, circa quattrocento persone sarebbero state
    licenziate.

    14. Il 14 novembre 1989, a richiesta di Tetra, il giudice Hoffmann
    intimava all'editore, in virtù dell'articolo 10 della legge del 1981
    sul 'contempt of court' ("la legge del 1981"; paragrafo 20 qui sotto),
    di produrre entro le ore 15 del giorno successivo le annotazioni prese
    dal Ricorrente durante la conversazione telefonica con il suo
    informatore, che rivelavano l'identità di quest'ultimo. Il 15 novembre,
    non avendo l'editore ottemperato, il giudice Hoffmann accordava a Tetra
    l'autorizzazione di chiamare in causa il datore di lavoro del
    Ricorrente e il Ricorrente stesso: concedeva ai convenuti un termine
    fino alle ore 15 del giorno successivo per presentare le annotazioni in
    questione.
    Il 17 novembre 1989 la High Court emetteva una nuova
    ordinanza a precisazione del fatto che il Ricorrente rappresentava
    tutte le persone in possesso, senza autorizzazione, del piano o delle
    informazioni in esso contenute, e che tali persone erano tenute a
    restituire tutti gli esemplari del piano in loro possesso. Si prorogava
    la citazione per permettere al Ricorrente di portare l'ordinanza a
    conoscenza del suo informatore. Il Ricorrente, tuttavia, si rifiutava
    di obbedire.

    15. Il 22 novembre 1989 il giudice Hoffmann intimava nuovamente al
    Ricorrente di produrre le sue annotazioni prima delle ore 15 del 23
    novembre, motivando la richiesta con il fatto che era necessario
    "nell'interesse della giustizia", ai sensi dell'articolo 10 della legge
    del 1981 (paragrafo 20 qui sotto), conoscere l'identità
    dell'informatore, allo scopo di permettere a Tetra di promuovere un
    procedimento contro lo stesso, per rientrare in possesso del documento,
    ottenere un'ingiunzione che proibisse qualsiasi ulteriore
    pubblicazione, e richiedere un risarcimento di danni per le spese di
    cui era stata costretta a farsi carico. Il giudice concludeva:

    "Esiste un principio di prova che Tetra abbia subito un grave danno
    a causa del furto del suo fascicolo riservato e che subirebbe notevoli
    danni commerciali in caso di divulgazione, in un futuro prossimo, delle
    informazioni contenute in tale fascicolo. L'informatore, certamente,
    potrebbe non essere il ladro stesso. Potrebbe aver ricevuto le
    informazioni attraverso un intermediario, anche se ciò è poco
    probabile. In ambedue i casi, tuttavia, ha tentato di ottenere la
    pubblicazione, pregiudizievole per la società, di informazioni il cui
    carattere sensibile e confidenziale non poteva essergli sfuggito.
    Secondo quanto riferito dal convenuto, il suo informatore lo ha
    richiamato qualche giorno dopo avergli fornito le informazioni, per
    domandargli a che punto fosse con la redazione del suo articolo. La
    società querelante desidera promuovere un procedimento contro
    l'informatore, allo scopo di recuperare il documento in questione,
    ottenere una ingiunzione che vieti qualsiasi pubblicazione, e chiedere
    un risarcimento di danni per le spese sostenute. Ora, la società non
    può avvalersi di nessuno di questi mezzi, in quanto non sa contro chi
    dirigere le sue azioni. Considerata l'urgenza, nel caso specifico, di
    promuovere un ricorso contro l'informatore, ritengo sia necessario,
    nell'interesse della giustizia, divulgare la sua identità.
    (…) Le
    prove dimostrano, senza alcun dubbio, che il Ricorrente ha ricevuto le
    informazioni in questione in modo innocente, ma l'affare Norwich
    Pharmacal dimostra che questo fatto non deve essere preso in
    considerazione. La questione è sapere se si è trovato implicato nel
    reato. (…)
    In una dichiarazione scritta certificata giurata, il
    Convenuto ha espresso l'opinione che l'interesse pubblico imponga la
    pubblicazione delle informazioni commerciali riservate della parte
    querelante. L'avvocato del convenuto dichiara che i risultati della
    querelante, pubblicati in precedenza, la rappresentavano come una
    società solida e in espansione; il pubblico ha pertanto il diritto di
    sapere che oggi essa si trova in difficoltà. Io rifiuto questo punto di
    vista. Nulla fa pensare che le informazioni contenute nel progetto del
    piano di sviluppo provino la falsità delle informazioni rese pubbliche
    in circostanze precedenti, o che la querelante sia tenuta, per legge o
    per morale commerciale, a comunicare tali informazioni ai suoi clienti,
    fornitori e concorrenti. Al contrario, mi pare che una società non
    possa operare in modo corretto se non le è possibile tenere segrete
    informazioni di questo tipo".

    16. Lo stesso giorno la Corte d'appello respingeva la richiesta
    presentata dal Ricorrente per ottenere una sospensione dell'esecuzione
    dell'ordinanza della High Court, ma la sostituiva con un'ordinanza che
    imponeva al Ricorrente di consegnare le sue annotazioni a Tetra, o, in
    alternativa, di consegnarle alla Corte stessa in busta sigillata, con
    dichiarazione giurata concomitante. Il Ricorrente non ottemperava.

    B. Ricorso di fronte alla Corte d'appello e alla Camera dei Lord

    17. Il 23 novembre 1989 il Ricorrente presentava ricorso in appello
    contro l'ordinanza emessa il giorno precedente dal giudice Hoffmann,
    motivandolo con il fatto che la divulgazione delle sue annotazioni non
    era "necessaria nell'interesse della giustizia" ai sensi dell'articolo
    10 della legge del 1981, e che l'interesse pubblico rivestito dalla
    pubblicazione dell'informazione prevaleva su quello della protezione
    della riservatezza; inoltre, dal momento che non aveva provveduto alla
    divulgazione di informazioni riservate, un'ordinanza contro di lui non
    aveva alcun valore.

    Il 12 dicembre 1989 la Corte d'appello respingeva la richiesta del Ricorrente. Lord Donaldson dichiarava:

    "L'esistenza di una persona che ha accesso ad informazioni
    strettamente riservate appartenenti alla querelante, persona pronta in
    questo modo a mancare al proprio dovere di rispettare la riservatezza,
    costituisce una minaccia costante per la querelante: il solo sistema
    per eliminare tale minaccia consiste nel fornirle l'identità di tale
    persona. Le ingiunzioni permetteranno sicuramente di impedire la
    pubblicazione delle informazioni da parte della stampa, ma non
    eviteranno la loro diffusione ai clienti e concorrenti della querelante.
    (…)
    (…)
    In una sentenza pronunciata in pubblica udienza esito a spiegare nei
    dettagli le ragioni per le quali ritengo che, nel caso in discussione,
    se tutti i fatti fossero resi noti e il tribunale dovesse dichiarare
    che non è in grado in alcun modo di aiutare la querelante, si
    verificherebbe un sensibile calo della fiducia del pubblico
    nell'amministrazione della giustizia in generale. E' sufficiente dire
    che la querelante è una tra le società primarie, se non la principale,
    nel suo settore di attività, molto importante, che deliberatamente non
    citerò, e che ha clienti e concorrenti nazionali e internazionali. Tale
    società si trova in una situazione generata, in parte, dal suo
    successo. E' arrivata ad una fase in cui o trova nuovi finanziamenti
    per espandersi, oppure fallisce, cosa che significherebbe non solo
    perdite finanziarie, ma anche un alto numero di licenziamenti. Non si
    tratta di una situazione di fronte alla quale il tribunale possa
    restare fermo o mostrarsi impotente, se non vi sono ragioni
    ineluttabili per farlo. La querelante porta avanti le sue trattative
    finanziarie, mentre l'informatore (o la fonte dell'informatore) le
    minaccia come una bomba a scoppio ritardato. A prima vista, la società
    sembra aver diritto ad un aiuto allo scopo di smascherare, localizzare
    e neutralizzare tale minaccia.
    La mia conclusione, secondo la quale
    la divulgazione dell'identità della fonte del Sig. Goodwin è necessaria
    nell'interesse della giustizia, non è determinante per l'esito del
    presente appello. Per contro, implica che devo procedere ad una
    valutazione degli interessi delle due parti. Da un lato abbiamo un
    interesse pubblico generale, cioè proteggere la riservatezza delle
    fonti dei giornalisti, ragione di esistere dell'articolo 10. Dall'altro
    lato, abbiamo l'interesse generale di una corretta amministrazione
    della giustizia che richiede, in questa circostanza, la divulgazione.
    Se questi fossero i due soli fattori da tenere presenti, la bilancia
    penderebbe in modo evidente a favore della divulgazione, in quanto
    l'intenzione del legislatore doveva essere che, fermi restando tutti
    gli altri fattori, prevale la necessità della divulgazione per uno
    qualsiasi dei quattro ambiti indicati. In caso contrario, tali aperture
    non sarebbero di alcuna utilità.
    Tuttavia, i fattori non restano gli
    stessi se, in un determinato caso, esistono altri motivi che portano a
    proteggere la riservatezza di una fonte giornalistica. Potrebbe darsi,
    per esempio, che l'informazione riveli ciò che i precedenti chiamano in
    modo strano una "iniquità". La querelante potrebbe anche essere una
    società anonima, che fa in modo, illecitamente, che i suoi azionisti
    ignorino un'informazione che sarebbe loro indispensabile per decidere,
    con cognizione di causa, se vendere o meno le proprie azioni.
    Circostanze di questo tipo ridurrebbero l'interesse generale per la
    protezione della riservatezza delle informazioni trapelate, e
    rafforzerebbero, allo stesso tempo, l'interesse per la protezione del
    segreto delle fonti dei giornalisti. Allo stesso modo, se, in un
    determinato caso, fosse necessario identificare la fonte per confermare
    o rifiutare un alibi in un importante caso penale, la necessità della
    divulgazione "nell'interesse della giustizia" potrebbe rafforzarsi, e
    superare la soglia stabilita nella disposizione di legge che afferma
    che tale necessità può essere controbilanciata solamente da una
    necessità estremamente forte di proteggere la fonte. Quando [la
    querelante] può utilizzare un'apertura, conviene effettuare questa
    ponderazione degli interessi.
    Nel caso specifico, non si aggiunge
    alcun elemento sull'uno o sull'altro piatto della bilancia. Vi è
    realmente una necessità di divulgazione nell'interesse della giustizia,
    ma non ha un peso eccessivo. Allo stesso modo, esiste anche un
    interesse pubblico generale di proteggere la riservatezza delle fonti
    dei giornalisti, ma i fatti della causa non lo rafforzano in alcun
    modo. Non vi è alcuna "iniquità", né alcun occultamento di informazioni
    nei confronti di azionisti. Il pubblico non ha alcun interesse
    legittimo negli affari della querelante, in quanto, anche se si tratta
    formalmente di una società, è piuttosto classificabile tra le persone
    private. Questo caso si può sintetizzare, in realtà, come un'intrusione
    totalmente ingiustificata nella vita privata.
    E' per questa ragione
    che non ho il minimo dubbio quando affermo che, malgrado la necessità
    di proteggere, in linea generale, le fonti dei giornalisti, in questo
    caso la bilancia pende a favore della divulgazione. Respingo pertanto
    gli appelli. Non vedo alcun motivo in giustizia per concludere
    altrimenti in merito agli appelli del Sig. Goodwin".

    Il giudice McCowan dichiarava che il Ricorrente doveva essere
    "incredibilmente ingenuo", se non gli era passato per la mente che
    l'informatore, quanto meno, era colpevole di divulgazione di
    informazioni riservate.
    La Corte d'appello autorizzava il Ricorrente a ricorrere alla Camera dei Lord.

    18. Il 14 aprile 1990, la Camera dei Lord confermava la decisione
    della Corte d'appello, applicando il principio esposto da Lord Reid in
    una precedente sentenza di principio, Norwich Pharmacal Co. v. Customs
    and Excise Commissioners, Appeal Cases 1974, pag. 133:

    "se una persona si trova implicata senza colpa alcuna in violazioni
    della legge commesse da altri, al punto da agevolarle, potrà non
    risponderne personalmente, ma avrà il dovere di assistere la persona
    danneggiata, fornendole qualsiasi informazione e rivelandole l'identità
    del colpevole".

    Lord Bridge, nel primo dei suoi cinque interventi nel caso
    specifico, sottolineava che, per applicare l'articolo 10, era
    necessario mettere sui piatti della bilancia, da una parte, la
    necessità di proteggere le fonti d'informazione, e, dall'altra,
    "l'interesse della giustizia". Citava un certo numero di altri casi per
    illustrare il modo in cui è necessario condurre tale esercizio (in
    particolare Secretary of State for Defence v. Guardian Newspapers Ltd,
    Appeal Cases 1985, pag. 339), e proseguiva:

    "(…) la questione di sapere se la divulgazione è necessaria
    nell'interesse della giustizia solleva un problema più delicato, in
    quanto è necessario valutare due interessi pubblici. La Camera dei Lord
    non è ancora stata chiamata ad emettere giudizi su questioni basate su
    tale parte dell'articolo 10. Commentando tale articolo in generale,
    Lord Diplock ha dichiarato, nel caso Secretary of State for Defence v.
    Guardian Newspapers Ltd, Appeal Cases 1985, pag. 350:

    "Le eccezioni non fanno riferimento all'"interesse pubblico" in
    generale, e aggiungerei anche che, secondo me, l'espressione
    "giustizia", il cui interesse merita protezione, non viene utilizzata
    nel senso generale di contrario di "ingiustizia", ma nel senso tecnico
    di amministrazione della giustizia nel corso di un procedimento di
    fronte ad un tribunale, o, in virtù della definizione ampliata data al
    termine "tribunale" (Corte) dall'articolo 19 della legge del 1981, di
    fronte ad una Commissione o ad un organo che esercita funzioni
    giudiziarie".

    Sottoscrivo pienamente la prima parte di tale dichiarazione.
    Interpretare, nell'articolo 10, il termine "giustizia" come contrario
    di "ingiustizia" significherebbe, in effetti, dargli un senso
    sicuramente troppo ampio. Ma limitarlo al "senso tecnico di
    amministrazione della giustizia nel corso di un procedimento di fronte
    ad un tribunale" mi pare troppo limitato, con tutto il rispetto dovuto
    a qualsiasi dichiarazione del compianto Lord Diplock. Secondo me, è
    "interesse della giustizia", nel senso che quest'espressione riveste
    nell'articolo 10, che le persone possano esercitare dei diritti
    tutelati dalla legge e porre rimedio a gravi danni rispetto alla legge,
    a prescindere dal fatto che si debba o meno ricorrere ad un
    procedimento di fronte a un tribunale. Per portare un esempio evidente,
    se una persona che ha numerosi dipendenti subisce un grave danno a
    seguito delle azioni di un impiegato sleale non identificato, è senza
    dubbio nell'interesse della giustizia che tale persona possa
    identificare il dipendente, per porre fine al suo contratto di lavoro,
    anche se non è necessario per tale persona promuovere un'azione legale.
    Interpretare
    in questo modo l'espressione "nell'interesse della giustizia" mette
    immediatamente in evidenza l'importanza dell'esercizio della
    ponderazione. Allo scopo di stabilire la necessità di divulgazione, non
    è sufficiente, di per sé, che una parte desiderosa di ottenere la
    divulgazione dell'identità di una fonte che gode della protezione
    dell'articolo 10 si limiti a dimostrare che, in assenza di un tale
    provvedimento, non potrà esercitare il diritto garantito dalla legge,
    né evitare il danno da cui è minacciata a causa della violazione della
    legge all'origine della sua querela. Il giudice avrà comunque e sempre
    il compito di ponderare, da una parte, l'interesse che giustizia sia
    fatta in un determinato caso, e, dall'altra parte, l'importanza della
    protezione della fonte. In quest'esercizio, si raggiunge il grado
    desiderato di necessità solamente quando il giudice è convinto che la
    divulgazione nell'interesse della giustizia riveste un'importanza
    talmente grande da prevalere sulla riservatezza prevista dalla legge.
    La
    questione di sapere se è dimostrata la necessità della divulgazione,
    come definita qui, dipende dall'ambito dei fatti, piuttosto che dal
    margine discrezionale del giudice; tuttavia, come per molte altre
    questioni di fatto, ad esempio il sapere se una persona ha agito in
    modo ragionevole in determinate circostanze, è necessario emettere con
    discernimento un giudizio di valore, al quale è a volte difficile
    arrivare. Per di più, per valutare l'importanza da dare alla necessità
    della divulgazione per rispettare lo spirito dell'articolo 10, è
    necessario mettere sui due piatti della bilancia numerosi fattori.
    Sarebbe
    sciocco tentare di fornire delle direttive particolareggiate sul modo
    di esercitare tale compito, ma non sarebbe fuori luogo indicare il
    genere di fattori che meritano una riflessione. Nel valutare
    l'importanza da dare agli argomenti in favore della divulgazione, si
    dovrà posizionare il caso in questione su una scala estesa. Se la parte
    che chiede la divulgazione dimostra, per esempio, che da ciò dipendono
    i suoi stessi mezzi di sussistenza, questo sposterebbe la questione
    verso una delle estremità della scala. Se, al contrario, è chiaro che
    essa mira esclusivamente a proteggere un interesse patrimoniale minore,
    questo sposterebbe la questione verso il lato opposto della scala. Per
    di più, l'importanza di proteggere un informatore dalla divulgazione,
    in conformità con lo spirito della legislazione, varierà in modo
    altrettanto forte. Un fattore importante sarà la natura
    dell'informazione ottenuta dalla fonte. Quanto maggiore sarà
    l'interesse legittimo dell'informazione fornita dalla fonte all'editore
    acquisito o potenziale, tanto maggiore sarà l'importanza della
    protezione dell'informatore. Ma un altro fattore, forse più
    significativo, influenzerà notevolmente l'importanza della protezione
    della fonte, vale a dire il modo in cui l'informatore si è procurato
    tale informazione. Se appare al tribunale che l'informazione sia stata
    ottenuta in modo legittimo, l'importanza della protezione della fonte
    ne sarà rafforzata. Al contrario, se appare che l'informazione sia
    stata ottenuta in modo illegale, l'importanza della protezione della
    fonte ne risulterà ridotta, a meno che, naturalmente, questo fattore
    non sia controbilanciato da un evidente interesse generale a vedere
    pubblicata tale informazione, come nel caso, classico, in cui
    l'informatore ha agito allo scopo di denunciare un'ingiustizia. Segnalo
    tali considerazioni solo a titolo di esempio, e sottolineo nuovamente
    che non bisogna, in nessun caso, leggervi un codice di condotta (…).
    Nel
    caso specifico, non ho alcun dubbio su fatto che [la High Court] e la
    Corte d'appello abbiano avuto ragione a concludere che la necessità di
    divulgare le annotazioni del Sig. Goodwin nell'interesse della
    giustizia fosse stata dimostrata. L'importanza per la querelante di
    ottenere la divulgazione risiede nella minaccia di gravi danni ai suoi
    affari e, di conseguenza, ai mezzi di sussistenza dei suoi dipendenti,
    che deriverebbero dalla divulgazione dell'informazione contenuta nel
    suo piano di sviluppo, mentre la società porta avanti trattative per
    reperire nuove fonti di finanziamento. Tale minaccia (…) può essere
    eliminata solamente se la querelante riesce a identificare
    l'informatore - che potrebbe essere riconosciuto come il ladro della
    copia rubata del piano, o che porterebbe all'identificazione del ladro
    - e se riesce a porsi, in tal modo, nelle condizioni per promuovere un
    procedimento per il recupero del documento scomparso. L'importanza
    della protezione dell'informatore risulta pertanto seriamente diminuita
    a causa della complicità dell'informatore, quanto meno, in una grave
    divulgazione di informazioni riservate, non compensata da alcun
    legittimo interesse a vedere pubblicate tali informazioni. E' chiaro,
    da questo punto di vista, che la divulgazione nell'interesse della
    giustizia è di tale importanza da farla predominare sui principi che
    sono alla base della protezione legale delle fonti; il criterio di
    necessità della divulgazione è pertanto soddisfatto (…)".

    Lord Templeman aggiungeva che il Ricorrente avrebbe dovuto
    "riconoscere che [l'informazione] era, allo stesso tempo, riservata e
    pregiudizievole".

    C. Ammenda per contempt of court

    19. Nell'intervallo, il 23 novembre 1989, veniva notificata al
    Ricorrente una richiesta di rinvio a giudizio per contempt of court,
    violazione passibile di un'ammenda senza indicazione di massimale, o di
    una pena detentiva fino a due anni (articolo 14 della legge del 1981).
    Il 24 novembre, nel corso di un'udienza di fronte alla High Court,
    l'avvocato del Ricorrente riconosceva che quest'ultimo era colpevole di
    contempt, ma l'ordine di comparizione veniva prorogato in attesa del
    risultato dell'appello.
    Dal momento che la Camera dei Lord aveva
    respinto l'appello del Ricorrente, la High Court irrogava al
    Ricorrente, il 10 aprile 1990, un'ammenda di GBP 5.000 per contempt.

    II. Il diritto interno pertinente

    20. L'articolo 10 della legge del 1981 sul contempt of court dispone quanto segue:

    "Nessun tribunale può ordinare ad una persona, e nessuno è colpevole
    di contempt of court se si rifiuta, di divulgare la fonte
    dell'informazione contenuta nella pubblicazione di cui è responsabile,
    a meno che il tribunale non ritenga dimostrato che la divulgazione sia
    necessaria nell'interesse della giustizia o della sicurezza nazionale o
    per la difesa dell'ordine e per la prevenzione di reati".

    21. L'articolo 14 par. 1 prevede:

    "Ogni qualvolta un tribunale ha l'autorità per condannare una
    persona ad una pena detentiva per contempt of court e nessuna
    disposizione (eccettuata la presente clausola) limita la durata della
    detenzione, questa dovrà (fatta salva la facoltà del tribunale di
    ordinare un rilascio anticipato), rivestire un carattere definitivo e
    non superare, in alcun caso, due anni se la pena è inflitta da un
    tribunale superiore, o un mese se è inflitta da un tribunale inferiore".

    22. Nella questione Secretary of State for Defence v. Guardian
    Newspapers, Lord Diplock ha interpretato l'espressione "l'interesse
    della giustizia", che figura nell'articolo 10 della legge del 1981,
    come segue:

    "Le eccezioni non fanno riferimento all'"interesse pubblico" in
    generale, e aggiungerei anche che, secondo me, l'espressione
    "giustizia", il cui interesse merita protezione, non viene utilizzata
    nel senso generale di contrario di "ingiustizia", ma nel senso tecnico
    di amministrazione della giustizia nel corso di un procedimento di
    fronte ad un tribunale (…)
    [L'espressione "l'interesse della
    giustizia"] (…) rimanda all'amministrazione della giustizia nel quadro
    di una procedura particolare in corso, oppure, trattandosi di un genere
    di caso relativo alla "legge sulla divulgazione", di cui il caso
    Norwich Pharmacal Co. v. Customs and Excise Commissioners offre un
    esempio (…), di un'azione civile definita che ci si propone di
    intentare contro l'autore di un danno la cui identità non è stata
    ancora dimostrata. Non riesco ad immaginare un'azione civile fondata
    sull'articolo 10 della legge [del 1981] che non sia un'azione per
    diffamazione, o per detenzione di beni che, come in questo caso e nella
    causa British Steel Corporation v. Granada Television (…),
    rappresentano o comprendono documenti passati ai media per divulgazione
    di informazioni riservate".

    PROCEDURA DI FRONTE ALLA COMMISSIONE

    23. Nella sua istanza alla Commissione (n. 17488/90) del 27
    settembre 1990, il Sig. Goodwin affermava che l'ordinanza che gli
    imponeva di rivelare l'identità del suo informatore costituiva una
    violazione del diritto alla libertà di espressione, riconosciutogli
    dall'articolo 10 (art. 10) della Convenzione.

    24. La Commissione ammetteva l'istanza il 7 settembre 1993. Nella
    sua relazione del 1 marzo 1994 (articolo 31) (art. 31), esprimeva
    l'opinione che vi fosse stata violazione dell'articolo 10 (art. 10)
    (undici voti contro sei). Il testo integrale della sua opinione e
    dell'opinione dissenziente che lo accompagna sono allegati alla
    presente sentenza.

    CONCLUSIONI PRESENTATE ALLA CORTE

    25. Nel corso dell'udienza del 24 aprile 1995, il Governo invitava
    la Corte, come risulta dalla sua memoria, a dichiarare che non vi era
    stata violazione dell'articolo 10 (art. 10) della Convenzione.

    26. Nella stessa occasione, il Ricorrente ribadiva la richiesta già
    espressa nella sua memoria, e pregava la Corte di costatare una
    violazione dell'articolo 10 (art. 10) e di concedergli una
    soddisfazione equa a titolo dell'articolo 50 (art. 50) della
    Convenzione.

    IN DIRITTO

    I. IN MERITO ALLA PRESUNTA VIOLAZIONE DELL'ARTICOLO 10 (art. 10) DELLA CONVENZIONE

    27. Il Ricorrente lamenta il fatto che l'ordinanza di divulgazione
    che gli imponeva di rivelare l'identità del suo informatore, nonché
    l'ammenda irrogatagli per il suo rifiuto, comportano violazione
    dell'articolo 10 (art. 10) della Convenzione, formulato come segue:

    "1. Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale
    diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di
    comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da
    parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera. Il
    presente articolo 10 (art. 10) non impedisce agli Stati di sottoporre
    ad un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, di cinema
    o di televisione.

    2. L'esercizio di queste libertà, poiché esse comportano doveri e
    responsabilità, può essere sottoposto alle formalità, condizioni,
    restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che
    costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la
    sicurezza nazionale, per l'integrità territoriale o per la pubblica
    sicurezza, per la difesa dell'ordine e per la prevenzione di reati, per
    la tutela della salute o della morale, per la protezione della
    reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di
    informazioni riservate, o per garantire l'autorità e l'imparzialità del
    potere giudiziario".

    28. Nessuno dei comparenti contesta il fatto che tali misure
    costituivano una violazione al diritto alla libertà di espressione
    garantita al Ricorrente dal paragrafo 1 dell'articolo 10 (art. 10-1), e
    la Corte non vede alcun motivo per porsi in una diversa prospettiva.
    Deve, pertanto, verificare se tale ingerenza fosse giustificata in
    rapporto al secondo paragrafo dell'articolo 10 (art. 10-2).

    A. L'ingerenza era "prevista dalla legge"?

    29. La Corte rileva che l'ordinanza di divulgazione in contestazione
    nonché l'ammenda si fondavano sul diritto interno, vale a dire sugli
    articoli 10 e 14 della legge del 1981 (paragrafi 20 e 21 qui sopra), e
    ciò non è in contestazione. In compenso, il Ricorrente sostiene che,
    almeno in relazione all'ordinanza, la legislazione interna pertinente
    non soddisfa il criterio della prevedibilità che si ricava
    dall'espressione "prevista dalla legge".

    30. Il Governo contesta tale affermazione, mentre la Commissione non ha ritenuto necessario pronunciarsi su tale punto.

    31. La Corte ribadisce che, secondo la sua giurisprudenza, il
    diritto interno applicabile deve essere formulato con precisione
    sufficiente, allo scopo di consentire alle persone interessate –
    avvalendosi, se necessario, di giuristi di chiara fama - di prevedere,
    ad un livello ragionevole, considerate le circostanze di causa, le
    conseguenze che possono derivare da una determinata azione. Una legge
    che conferisce un potere discrezionale non entra in conflitto, di per
    se stessa, con tale requisito, a condizione che l'estensione e le
    modalità di esercizio di tale potere siano definite con precisione
    sufficiente, tenuto conto dello scopo legittimo in gioco, per fornire
    all'individuo una protezione adeguata contro l'arbitrio (vedi, per
    esempio, la sentenza Tolstoy Miloslavsky c. Regno Unito del 13 luglio
    1995, serie A n. 316-B, pag. 71-72, par. 37).

    32. Il Ricorrente sostiene che l'eccezione, nell'interesse della
    giustizia, alla regola di protezione delle fonti di informazione
    prevista dall'articolo 10 della legge del 1981 non è sufficientemente
    precisa da consentire ai giornalisti di prevedere in quali circostanze
    potrebbe essere adottata una tale ordinanza nei loro confronti, allo
    scopo di proteggere una società privata. Nell'applicare tale
    disposizione nel caso specifico, Lord Bridge avrebbe modificato
    totalmente l'interpretazione data da Lord Diplock nel caso Secretary of
    State for Defence v. Guardian Newspapers. La ponderazione degli
    interessi alla quale Lord Bridge ha fatto ricorso equivarrebbe ad una
    valutazione soggettiva da parte del giudice di elementi fondati su
    prove a posteriori prodotte dalla parte che temeva di conoscere la
    fonte (paragrafo 18 qui sopra). All'epoca in cui l'informatore ha
    fornito le notizie, il giornalista non avrebbe avuto alcuna possibilità
    di sapere che i mezzi di sussistenza di tale parte dipendevano da una
    tale conoscenza, e non avrebbe potuto valutare in modo adeguato
    l'interesse pubblico che tali informazioni rivestivano. Un giornalista,
    di solito, sarebbe in grado di sapere se l'informazione è stata
    ottenuta con mezzi legittimi o meno, ma non potrebbe prevedere il punto
    di vista che i tribunali adotterebbero in materia. La legge, come
    formulata, si limiterebbe ad affidare al giudice il mandato di ordinare
    ai giornalisti di rivelare le loro fonti se la parte lesa ne facesse
    richiesta.

    33. La Corte riconosce che può essere difficile, nell'ambito
    considerato, redigere leggi di una precisione assoluta, e che può
    persino rivelarsi auspicabile una certa flessibilità, allo scopo di
    permettere ai tribunali interni di concorrere all'evoluzione del
    diritto in funzione di ciò che ritengono necessario nell'interesse
    della giustizia.
    Contrariamente a quanto il Ricorrente lascia
    intendere, la legislazione pertinente non conferisce ai tribunali
    inglesi una libertà assoluta di decidere se conviene emettere
    un'ordinanza che imponga la divulgazione nell'interesse della
    giustizia. Innanzi tutto, restrizioni importanti discendono
    dall'articolo 10 della legge del 1981, ai sensi del quale è possibile
    adottare un'ordinanza che imponga la divulgazione se "il tribunale (…)
    ritiene dimostrato che la divulgazione sia necessaria nell'interesse
    della giustizia" (paragrafo 20 qui sopra).
    Inoltre, all'epoca dei
    fatti, vale a dire quando l'informatore ha fornito le informazioni al
    Ricorrente, esisteva, oltre all'interpretazione dell'eccezione
    nell'interesse della giustizia contenuta nell'articolo 10, alla quale
    Lord Diplock si era attenuto nella causa Secretary of State for Defence
    v. Guardian Newspapers, una decisione di Lord Reid nel caso Norwich
    Pharmacal Co. v. Customs and Excise Commissioners (1973), secondo la
    quale una persona che si trova implicata senza colpa alcuna in una
    violazione della legge può essere obbligata a rivelare l'identità
    dell'autore di tale violazione (paragrafi 15, 18 e 22 qui sopra).
    Per
    la Corte, l'interpretazione della legislazione pertinente fornita nel
    caso specifico dalla Camera dei Lord non va oltre a ciò che si poteva
    ragionevolmente prevedere nelle circostanze della causa (vedi, mutatis
    mutandis, la recente sentenza S. W. c. Regno Unito, del 22 novembre
    1995, Serie A, n. 335-B, pag. 42, par. 36). Non vede inoltre altri
    elementi che indichino che la legge in questione non abbia fornito al
    Ricorrente una protezione adeguata contro l'arbitrio.

    34. Di conseguenza, la Corte conclude che le misure in contestazione erano "previste dalla legge".

    B. L'ingerenza perseguiva uno scopo legittimo?

    35. Nessuno ha contestato di fronte alle istituzioni della
    Convenzione il fatto che le misure in causa volessero proteggere i
    diritti di Tetra e che l'ingerenza perseguisse uno scopo legittimo. Il
    Governo afferma che esse erano in ugual modo volte a prevenire reati.

    36. Essendo convinta che l'ingerenza perseguisse il primo di tali
    obiettivi, la Corte non ritiene necessario verificare se perseguisse
    anche il secondo.

    C. L'ingerenza era "necessaria in una società democratica"?

    37. Il Ricorrente e la Commissione sono del parere che l'articolo 10
    (art. 10) della Convenzione imponga di intimare a un giornalista di
    rivelare le sue fonti di informazione solo in circostanze eccezionali,
    quando sono minacciati interessi pubblici o privati vitali. Ora, questo
    non è il caso nella vicenda in questione. Entrambi hanno invocato il
    fatto che Tetra aveva ottenuto una ingiunzione inibitoria della
    pubblicazione delle informazioni (paragrafo 12 qui sopra), e che tale
    ingiunzione era stata osservata. Le informazioni in questione erano
    della stessa natura di quelle che si trovano normalmente nella stampa
    economica, pertanto essi non ritengono che Tetra abbia dimostrato,
    prove alla mano, che pubblicazioni nuove la avrebbero danneggiata; la
    società non avrebbe, perciò, subito nessuno dei danni annunciati.
    Il
    Ricorrente aggiunge che tali informazioni meritano di essere pubblicate
    anche se non contengono questioni che rivestono un interesse pubblico
    fondamentale, come un reato o un fatto grave. Tali informazioni sugli
    errori di gestione, sulle perdite e sulla ricerca di prestiti da parte
    di Tetra apparterrebbero all'ambito dei fatti di attualità, e
    interesserebbero direttamente i clienti e gli investitori che operano
    sul mercato informatico. Qualsiasi esso sia, l'interesse pubblico di
    tali informazioni non potrebbe essere adottato come criterio per
    stabilire l'esistenza di un'esigenza sociale imperativa che imponga la
    divulgazione dell'identità della fonte. Un informatore potrebbe fornire
    informazioni di scarso interesse un giorno, e di grande importanza il
    giorno successivo; ciò che conta è che la relazione tra il giornalista
    e la fonte permette di rendere note informazioni la cui pubblicazione
    potrebbe potenzialmente presentare un interesse legittimo. Non si
    tratta di negare a Tetra il diritto di mantenere segrete le proprie
    operazioni, se è in grado di farlo, ma di contestare l'esistenza di
    un'esigenza sociale imperativa che imporrebbe di punire il rifiuto di
    divulgare la fonte di informazioni delle quali Tetra non è stata in
    grado di proteggere la riservatezza.

    38. Il Governo afferma che l'ordinanza di divulgazione era
    necessaria in una società democratica, allo scopo di proteggere "i
    diritti" di Tetra. I tribunali interni hanno il compito di accertare i
    fatti e, su tale base, di valutare le conseguenze che ne derivano sul
    piano giuridico. A suo avviso, il potere di supervisione delle
    istituzioni della Convenzione è applicabile esclusivamente a queste
    ultime. Tali limiti al controllo degli organi della Convenzione
    rivestono una certa importanza nel caso in questione, in cui i
    tribunali interni si sono basati sulla premessa che il Ricorrente aveva
    ricevuto tali informazioni senza conoscerne il carattere riservato,
    quando avrebbe dovuto esserne informato. Inoltre, l'informatore era
    probabilmente colui che aveva sottratto il piano di sviluppo riservato,
    e aveva motivi poco nobili per divulgare le informazioni. Per di più,
    qualsiasi altra pubblicazione di tali informazioni avrebbe causato alla
    querelante un danno commerciale rilevante. I tribunali interni sono
    giunti a tali conclusioni basandosi sulle prove loro presentate.
    Il
    Governo sostiene d'altro canto che non è possibile associare alla
    pubblicazione delle informazioni riservate ricevute dal Ricorrente
    nessun interesse pubblico significativo. Anche se la libera
    circolazione dell'informazione presenta un interesse pubblico generale,
    gli informatori e i giornalisti devono rendersi conto del fatto che la
    promessa di un giornalista di rispettare la riservatezza della sua
    fonte e il suo impegno implicito in tal senso devono a volte cedere di
    fronte a un interesse pubblico preminente. Questa sua prerogativa non
    deve autorizzare il giornalista a proteggere una fonte che ha dato
    prova di malafede o, quanto meno, si è comportata in modo
    irresponsabile, tanto da trasmettergli impunemente delle informazioni
    che non rivestono alcun interesse pubblico. Nel caso specifico, la
    fonte non avrebbe dato prova del senso di responsabilità richiesto
    dall'articolo 10 (art. 10) della Convenzione. Le informazioni in
    questione non presentavano un interesse pubblico di natura tale da
    giustificare una violazione dei diritti di una società privata come
    Tetra.
    Se è vero che questa società aveva ottenuto l'emissione di
    ingiunzioni efficaci, fino a quando le identità del ladro e della fonte
    rimanevano sconosciute, essa si trovava esposta ad una nuova diffusione
    dell'informazione, e, pertanto, a un danno per i suoi affari e per i
    mezzi di sussistenza dei suoi dipendenti. Non vi era nessun altro modo
    per proteggere la fiducia nella solidità della società Tetra.
    In
    tali condizioni, secondo il Governo, l'ordinanza che ingiungeva al
    Ricorrente di divulgare l'identità della sua fonte e la seconda
    ordinanza che lo condannava ad una ammenda per il rifiuto di
    ottemperare non costituirebbero una violazione dei diritti che
    l'articolo 10 (art. 10) della Convenzione garantisce al Ricorrente.

    39. La Corte ricorda che la libertà di espressione costituisce uno
    dei fondamenti essenziali di una società democratica e che le garanzie
    che devono essere accordate alla stampa rivestono un'importanza
    particolare (vedi in particolare la recente sentenza Jersild c.
    Danimarca del 23 settembre 1994, serie A n. 298, pag. 23, par. 31).
    La
    protezione delle fonti dei giornalisti è una delle pietre angolari
    della libertà di stampa, come risulta dalle leggi e dai codici
    deontologici in vigore in numerosi Stati contraenti e come affermano
    molti altri strumenti internazionali sulle libertà dei giornalisti
    (vedi in particolare la Risoluzione sulla Libertà dei Giornalisti e sui
    Diritti dell'Uomo, adottata nel corso della quarta Conferenza
    Ministeriale Europea sulla Politica delle Comunicazioni di Massa,
    Praga, 7-8 dicembre 1994, e la Risoluzione del Parlamento Europeo sulla
    segretezza delle Fonti dei Giornalisti del 18 gennaio 1994, pubblicata
    nella Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee n. C 44/34). L'assenza
    di una tale protezione potrebbe dissuadere le fonti dei giornalisti
    dall'aiutare la stampa ad informare il pubblico su questioni di
    interesse generale. Di conseguenza, la stampa potrebbe non essere in
    grado di svolgere il proprio indispensabile ruolo di "cane da guardia"
    e la sua capacità di fornire informazioni precise e affidabili potrebbe
    risultarne ridotta. Tenendo conto dell'importanza che riveste la
    protezione delle fonti dei giornalisti per la libertà di stampa in una
    società democratica e dell'effetto negativo sull'esercizio di tale
    liberà che un'ordinanza di divulgazione rischia di produrre, un tale
    provvedimento potrebbe conciliarsi con l'articolo 10 (art. 10) della
    Convenzione solamente se fosse giustificato da un imperativo
    preponderante di interesse pubblico.
    Conviene tenere conto di tali
    considerazioni per applicare ai fatti in questione il criterio della
    necessità in una società democratica, previsto al paragrafo 2
    dell'articolo 10 (art. 10-2).

    40. In generale, è necessario stabilire in modo convincente la
    "necessità" di una qualsiasi restrizione dell'esercizio della libertà
    di espressione (vedi la sentenza Sunday Times c. Regno Unito (n. 2) del
    26 novembre 1991, serie A n. 217, pagine 28-29, par. 50, in cui sono
    esposti i principi fondamentali che regolano l'applicazione del
    criterio di "necessità"). Certamente, spetta in primo luogo alle
    autorità nazionali valutare se esista una "esigenza sociale imperativa"
    suscettibile di giustificare tale restrizione, esercizio per il quale
    esse godono di un certo margine discrezionale. Nel caso specifico,
    tuttavia, il potere discrezionale nazionale è in contrasto con
    l'interesse della società democratica di garantire e mantenere la
    libertà di stampa. Allo stesso tempo, conviene dare un grande peso a
    tale interesse, quando si tratta di determinare, come richiede il
    paragrafo 2 dell'articolo 10 (art. 10-2), se la restrizione era
    proporzionata allo scopo legittimo perseguito. In breve, le limitazioni
    alla riservatezza delle fonti dei giornalisti richiedono un esame più
    scrupoloso da parte della Corte.
    Non spetta alla Corte,
    nell'esercizio del suo controllo, sostituirsi ai tribunali interni; la
    sua funzione è di verificare, nell'ottica dell'articolo 10 (art. 10),
    le decisioni da loro prese, in base al loro potere discrezionale. Per
    tale motivo, la Corte deve considerare l'"ingerenza" in oggetto alla
    luce del caso nel suo complesso per determinare se le motivazioni
    invocate dalle autorità nazionali per giustificarla appaiano
    "pertinenti e sufficienti".

    41. Nel caso specifico, come Lord Bridge ha indicato di fronte alla
    Camera dei Lord, Tetra ha beneficiato di un'ordinanza che imponeva la
    divulgazione dell'identità della fonte principalmente a causa della
    minaccia di gravi danni ai suoi affari, e, di conseguenza, ai mezzi di
    sussistenza dei suoi dipendenti, che sarebbero derivati dalla
    pubblicazione dell'informazione contenuta nel suo piano di sviluppo,
    mentre la società portava avanti trattative per reperire nuove fonti di
    finanziamento (paragrafo 18 qui sopra). Tale minaccia, paragonabile ad
    una "bomba a scoppio ritardato", secondo l'espressione di Lord
    Donaldson di fronte alla Corte d'appello (paragrafo 17 qui sopra),
    poteva essere eliminata, secondo Lord Bridge, solamente se Tetra avesse
    identificato l'informatore, sia che questi fosse colui che aveva
    sottratto una copia del piano, sia che permettesse di identificare il
    ladro, dando così alla società la possibilità di promuovere un
    procedimento per il recupero del documento scomparso. L'importanza
    della protezione dell'informatore, concludeva Lord Bridge, risultava
    seriamente diminuita a causa della complicità di quest'ultimo, quanto
    meno, nella divulgazione di informazioni riservate, non compensata da
    alcun legittimo interesse a vedere pubblicate tali informazioni
    (paragrafo 18 qui sopra).

    42. Secondo la Corte, è necessario analizzare le motivazioni addotte
    nel caso specifico per giustificare l'ordinanza che imponeva la
    divulgazione in oggetto nel quadro generale dell'ingiunzione
    precedentemente accordata alla società, che vietava non solamente al
    Ricorrente, ma anche all'editore di The Engineer di pubblicare
    qualsiasi informazione tratta dal piano. Tale ingiunzione era stata
    resa nota a tutti i giornali britannici e le riviste interessate
    (paragrafo 12 qui sopra). L'ordinanza di divulgazione aveva uno scopo,
    in gran parte, coincidente con quello già ottenuto grazie
    all'ingiunzione, vale a dire impedire la diffusione di informazioni
    riservate che figuravano nel piano. Non vi è alcun dubbio, come Lord
    Donaldson ha sottolineato di fronte alla Corte d'appello, che
    l'ingiunzione era effettivamente riuscita a bloccare la diffusione di
    informazioni riservate sulla stampa (paragrafo 17 qui sopra). I
    creditori, clienti, fornitori e concorrenti di Tetra non avrebbero
    pertanto ricevuto queste informazioni per tale via. Un aspetto
    fondamentale della minaccia di danno commerciale che pesava su Tetra
    era stato, in tal modo, in grossa parte neutralizzato grazie
    all'ingiunzione. Considerato ciò, la Corte ritiene che, nella misura in
    cui l'ordinanza di divulgazione aveva semplicemente lo scopo di
    rafforzare l'ingiunzione, la restrizione supplementare alla libertà di
    espressione che essa comportava non era giustificata da motivi
    sufficienti ai sensi del paragrafo 2 dell'articolo 10 (art. 10-2) della
    Convenzione.

    43. La Corte deve ancora verificare se gli altri obiettivi dell'ordinanza di divulgazione offrano giustificazioni sufficienti.

    44. A questo proposito, come Lord Donaldson ha dichiarato, è vero
    che l'ingiunzione non ha raggiunto il risultato di impedire
    all'informatore del giornalista Ricorrente (o alla fonte di tale
    informatore) di trasmettere le informazioni direttamente ai clienti e
    ai concorrenti di Tetra (paragrafo 17 qui sopra). Solamente conoscendo
    l'identità di tale informatore la società avrebbe potuto impedire che
    il contenuto del piano continuasse ad essere diffuso, in particolare
    tramite la promozione contro l'interessato di un procedimento per
    recuperare il documento scomparso, l'ottenimento di una ingiunzione che
    gli vietasse qualsiasi diversa divulgazione di tali informazioni nonché
    un risarcimento dei danni.
    In quanto società commerciale, aveva
    anche un legittimo motivo per cercare di smascherare un dipendente o un
    collaboratore sleale che avrebbe potuto continuare ad avere libero
    accesso ai suoi locali, per porre termine al suo contratto.

    45. Si tratta qui, incontestabilmente, di motivi pertinenti.
    Malgrado ciò, come hanno riconosciuto anche i tribunali interni, allo
    scopo di stabilire la necessità della divulgazione non è sufficiente,
    di per sé, che una parte desiderosa di ottenere la divulgazione
    dell'identità di una fonte si limiti a dimostrare che, in assenza di un
    tale provvedimento, non potrà esercitare il diritto garantito dalla
    legge, né evitare il danno da cui è minacciata a causa della violazione
    della legge in contestazione (paragrafo 18 qui sopra). A questo
    proposito, la Corte ricorda che le considerazioni di cui le istituzioni
    della Convenzione devono tenere conto per esercitare il loro controllo
    nell'ambito del paragrafo 2 dell'articolo 10 (art. 10-2) fanno pendere
    la bilancia degli interessi, in questo caso, a favore di quello della
    difesa della libertà di stampa in una società democratica (paragrafi 39
    e 40 qui sopra). Nel caso specifico, la Corte non ritiene che gli
    interessi di Tetra - eliminare, promuovendo un procedimento contro la
    fonte, l'altro aspetto della minaccia di danno, costituito dalla
    diffusione di informazioni riservate per altre vie, diverse dalla
    stampa, ottenere il risarcimento dei danni e smascherare un dipendente
    o collaboratore sleale – siano sufficienti, anche se cumulati, per
    prevalere sull'interesse pubblico fondamentale costituito dalla
    protezione della fonte del giornalista Ricorrente. Pertanto la Corte
    non ritiene che gli altri obiettivi dell'ordinanza di divulgazione,
    considerati alla luce dei criteri stabiliti nella Convenzione,
    costituiscano un imperativo preponderante di interesse pubblico.

    46. In sintesi, la Corte ritiene che l'ordinanza che imponeva la
    divulgazione non rappresentava un mezzo ragionevolmente proporzionato
    al perseguimento dello scopo legittimo. Le restrizioni che l'ordinanza
    di divulgazione ha posto sulla libertà di espressione del giornalista,
    il Ricorrente, non possono essere considerate necessarie in una società
    democratica, ai sensi del paragrafo 2 dell'articolo 10 (art. 10-2), per
    difendere i diritti della società Tetra in virtù della legislazione
    inglese, anche tenendo conto del margine discrezionale lasciato alle
    autorità nazionali.
    Pertanto, la Corte conclude che sia l'ordinanza
    che imponeva al Ricorrente di divulgare la sua fonte, sia l'ammenda
    irrogatagli per il rifiuto di ottemperare, abbiano violato, nei suoi
    capi, il diritto alla libertà di espressione riconosciuto dall'articolo
    10 (art. 10).

    II. SULL'APPLICAZIONE DELL'ARTICOLO 50 (art. 50) DELLA CONVENZIONE

    47. Il Sig. William Goodwin chiede una soddisfazione equa a titolo
    dell'articolo 50 (art. 50) della Convenzione, formulato come segue:

    "Nel caso in cui la decisione della Corte stabilisca che una
    decisione presa o uno provvedimento ordinato da un'autorità giudiziaria
    o da qualsiasi altra autorità di una Parte Contraente sia, in tutto o
    in parte, in opposizione alle obbligazioni derivate dalla (…)
    Convenzione, e il diritto interno di tale Parte non permetta, se non in
    modo imperfetto, di cancellare le conseguenze di tale decisione o di
    tale provvedimento, la decisione della Corte concede, eventualmente,
    alla parte lesa una soddisfazione equa".

    A. Danni morali

    48. Il Ricorrente chiede 15.000 lire sterline a titolo di
    risarcimento per l'ansietà e la preoccupazione da lui provate a seguito
    del procedimento promosso contro di lui. Per cinque mesi si è trovato
    sotto la costante minaccia di una condanna ad una pena detentiva, che
    avrebbe potuto arrivare fino a due anni, per aver obbedito alla propria
    coscienza e non aver mancato ai propri obblighi morali di giornalista.
    D'ora in poi il provvedimento sarà inserito nel suo certificato penale,
    in quanto il reato di contempt of court non sarà cancellato da una
    decisione della Corte che costata una violazione. Ha subito stress,
    causato dagli ufficiali giudiziari e dal suo datore di lavoro, che
    volevano convincerlo ad ottemperare ad un'ordinanza giudiziaria diretta
    contro quest'ultimo. È stato inoltre oggetto di pressioni, sotto forma
    di minaccia di licenziamento nel caso in cui non avesse rivelato
    l'identità della sua fonte.

    49. Il Governo si oppone alle pretese del Ricorrente, sostenendo che
    le presunte conseguenze negative sono semplicemente il risultato di una
    inadempienza alla legge. Anche se il Ricorrente considerava tale legge
    non giusta, avrebbe dovuto fornire le informazioni al tribunale, in
    busta sigillata, ottemperando all'ordine ricevuto, o, quanto meno,
    riconoscere che era suo dovere ottemperare all'ordine di divulgazione
    dopo aver perso la causa di fronte alla Camera dei Lord. In tale caso,
    sarebbe stato difficile al Governo opporsi a una domanda in riparazione
    del danno subito.

    50. Gli argomenti del Governo non convincono la Corte. Ai sensi
    dell'articolo 50 (art. 50), è importante sapere se i fatti riconosciuti
    come costitutivi di una violazione hanno comportato un danno morale.
    Nel caso specifico, la Corte ritiene che sia stabilito il legame di
    causalità tra la violazione della Convenzione constatata e l'ansietà e
    la preoccupazione provate dal Ricorrente. Malgrado ciò, considerate le
    circostanze della causa, giudica che una conclusione del tenore della
    presente costituisca una soddisfazione equa sufficiente a porre rimedio
    al danno subito.

    B. Costi e spese

    51. Il Ricorrente chiede inoltre un importo totale di GBP 49.500 per
    costi e spese, dettagliati nella sua memoria alla Corte del 1 marzo
    1995:

    a) GBP 19.500 per gli onorari dell'avvocato che ha redatto il
    ricorso alla Commissione e le osservazioni scritte indirizzate a
    quest'ultima e alla Corte, e preparato e presentato il caso davanti
    alla Commissione e alla Corte;
    b) GBP 30.000 per il lavoro svolto
    dagli avvocati del Ricorrente nel quadro del procedimento davanti alla
    Commissione e alla Corte.

    È opportuno aumentare tale somma, aggiungendo il tasso dell'imposta sul valore aggiunto (IVA) in vigore.

    52. Con lettera dell'11 aprile 1995, il Governo ha invitato il
    Ricorrente a fornire un elenco dettagliato della ripartizione delle
    spese da lui sostenute.

    53. Il Ricorrente ha segnalato, in una lettera del 25 luglio 1995,
    che i suoi avvocati avevano prestato in totale, per il procedimento
    davanti alla Commissione e alla Corte, 136 ore di lavoro ad un onorario
    medio di GBP 250 per ogni ora di un avvocato esperto, e GBP 150 per
    ogni ora di un assistente avvocato.

    54. Il Governo ha presentato, il 30 agosto 1995, alcune osservazioni
    sulla ripartizione specificata dal Ricorrente. Ha dichiarato che, fatta
    salva la decisione della Corte in merito al ritardo con il quale il
    Ricorrente ha presentato le sue pretese, la somma di GBP 19.500
    reclamata per i consulenti legali gli sembra troppo elevata, e che
    riterrebbe ragionevole un importo di GBP 16.000.
    Per quanto riguarda
    gli onorari degli avvocati, il Governo giudica eccessivi gli onorari e
    il numero d’ore indicati. A suo avviso, 110 ore ad un onorario medio di
    GBP 160 per ogni ora di un avvocato esperto e GBP 100 per ogni ora di
    un assistente avvocato rappresenterebbero una ragionevole stima.
    Il
    Governo, in base ai suoi calcoli, ritiene che sarebbe ragionevole
    accordare al Ricorrente la somma di GBP 37.595,50 (IVA inclusa) a
    copertura delle sue spese.

    55. In una lettera del 1 settembre 1995, il Ricorrente sottolinea
    che il numero di ore e gli onorari da lui indicati sono ragionevoli.
    Ammette che la Corte, se si pronunciasse in suo favore, potrebbe
    accordare le somme avanzate dal Governo, se lo ritenesse opportuno.
    Dichiara che potrebbe accettare un importo totale a mezza via tra gli
    importi proposti dalle due parti.

    56. La Corte ritiene adeguata, nel caso specifico, la somma indicata
    dal Governo. Accorda quindi al Ricorrente la somma di GBP 37.595,50
    (IVA inclusa) per costi e spese, dedotti 9.300 franchi francesi già
    versati dal Consiglio Europeo a titolo di assistenza giudiziaria.

    C. Interessi moratori

    57. Secondo le informazioni in possesso della Corte, il tasso legale
    applicabile nel Regno Unito alla data di adozione della presente
    sentenza era dell'8% all'anno.

    PER QUESTI MOTIVI, LA CORTE

    1. Dichiara, per undici voti contro sette, che vi è stata violazione dell'articolo 10 (art. 10) della Convenzione;

    2. Dichiara, all'unanimità, che la presente sentenza costituisce, di
    per se stessa, una soddisfazione equa sufficiente per i danni morali
    subiti dal Ricorrente;

    3. Dichiara, all'unanimità:

    a) che lo Stato convenuto è tenuto a versare al Ricorrente, entro un
    termine di tre mesi, GBP 37.595,50
    (trentasettemilacinquecentonovantacinque lire sterline e cinquanta
    penny), dedotti 9.300 (novemilatrecento) franchi francesi, da
    convertire in lire sterline al tasso applicabile alla data di pronuncia
    della presente sentenza, per i costi e le spese;
    b) che su tale
    importo matureranno interessi non capitalizzabili, ad un tasso dell'8%
    annuo, con decorrenza dalla scadenza del termine sopra indicato e fino
    al versamento;

    4. Respinge, all'unanimità, la domanda di soddisfazione equa in eccedenza.

    Redatto in francese e in inglese, quindi pronunciato in udienza
    pubblica nel Palazzo dei Diritti dell'Uomo a Strasburgo, il 27 marzo
    1996.

    Firmato: Rolv RYSSDAL
    Presidente
    Firmato: Herbert PETZOLD
    Cancelliere

    Alla presente sentenza è allegata, in conformità con l'articolo 51
    par. 2 (art. 51-2) della Convenzione, e l'articolo 53 par. 2 del
    regolamento A, l'esposizione delle seguenti opinioni separate:

    - opinione concordante del giudice De Meyer;
    - opinione dissenziente comune dei giudici Ryssdal, Bernhardt, Thór Vilhjálmsson, Matscher, Walsh, Sir John Freeland e Baka;
    - opinione dissenziente individuale del giudice Walsh.

    Siglato: R. R.
    Siglato: H. P.

    OPINIONE CONCORDANTE DEL GIUDICE DE MEYER

    Condivido pienamente la conclusione della Corte, secondo la quale
    l'ordinanza che imponeva al Ricorrente di rivelare la sua fonte nonché
    l'ammenda a lui irrogata per il rifiuto di ottemperare violavano il suo
    diritto alla libertà di espressione.
    Vorrei tuttavia far osservare
    che, a mio avviso, ciò vale anche per l'ingiunzione emessa in
    precedenza che vietava la pubblicazione dell'informazione (), in quanto
    si trattava di una forma totalmente inaccettabile di restrizione
    preventiva ().
    Anche in assenza di una tale ingiunzione, l'ordinanza
    di divulgazione e l'ammenda che la ha seguita non avrebbero avuto alcun
    carattere di legittimità. La protezione delle fonti dei giornalisti
    riveste un'importanza talmente importante per l'esercizio del diritto
    alla libertà di espressione, che non si potrà mai derogare, fatte salve
    circostanze eccezionali, che, nel caso specifico, sicuramente non si
    riscontrano.

    OPINIONE DISSENZIENTE COMUNE DEI GIUDICI RYSSDAL, BERNHARDT, THÓR VILHJÁLMSSON, MATSCHER, WALSH, SIR JOHN FREELAND E BAKA

    1. Non possiamo sottoscrivere la conclusione della maggioranza,
    espressa al paragrafo 46 della sentenza, secondo la quale " sia
    l'ordinanza che imponeva al Ricorrente di divulgare la sua fonte, sia
    l'ammenda irrogatagli per il rifiuto di ottemperare hanno violato, nei
    suoi capi, il diritto alla libertà di espressione riconosciuto
    dall'articolo 10 (art. 10)".

    2. Naturalmente, ammettiamo in pieno che, come ricordato nel
    paragrafo 39 della sentenza, la libertà di espressione costituisce uno
    dei fondamenti essenziali di una società democratica e che le garanzie
    che devono essere accordate alla stampa rivestono un'importanza
    particolare. Riteniamo comunque, come riportato più avanti nello stesso
    paragrafo, che "[l]a protezione delle fonti dei giornalisti è una delle
    pietre angolari della libertà di stampa (…). L'assenza di una tale
    protezione potrebbe dissuadere le fonti dei giornalisti dall'aiutare la
    stampa ad informare il pubblico su questioni di interesse generale. Di
    conseguenza, la stampa potrebbe non essere in grado di svolgere il
    proprio indispensabile ruolo di "cane da guardia" e la sua capacità di
    fornire informazioni precise e affidabili potrebbe risultarne ridotta".
    Ne consegue che un'ordinanza di divulgazione di una fonte può
    conciliarsi con l'articolo 10 (art. 10) della Convenzione solamente se
    è giustificata ai sensi del paragrafo 2 di tale articolo (art. 10-2).

    3. In compenso, non concordiamo con l'analisi effettuata dalla
    maggioranza per determinare se, nel caso specifico, esisteva una
    giustificazione e, in particolare, se sia stato soddisfatto il criterio
    della necessità in una società democratica.

    4. Trattandosi di un criterio utilizzato nel diritto interno,
    l'articolo 10 della legge del 1981 sul contempt of court consacra la
    presunzione a sfavore della divulgazione delle fonti. Tale articolo
    stabilisce (paragrafo 20 della sentenza) che nessun tribunale può
    ordinare la divulgazione "a meno che [questi] non ritenga dimostrato
    che la divulgazione sia necessaria nell'interesse della giustizia o
    della sicurezza nazionale o per la difesa dell'ordine e per la
    prevenzione di reati".

    5. Come ha spiegato Lord Bridge in questo caso, di fronte alla
    Camera dei Lord, tale restrizione legale entra in gioco solamente se la
    parte che richiede la divulgazione riesce a convincere il tribunale che
    "la divulgazione è necessaria" nell'interesse di uno dei quattro ambiti
    di portata pubblica indicati in tale disposizione. Cercando di
    determinare se la divulgazione della fonte di una data informazione sia
    necessaria per proteggere uno di tali interessi, il giudice deve fare
    un esercizio di ponderazione: deve partire "dalle ipotesi secondo le
    quali, in primo luogo, la protezione delle fonti è essa stessa una
    questione che riveste un importante interesse pubblico, in secondo
    luogo, su tale interesse potrà prevalere solamente una necessità, e, in
    terzo luogo, tale necessità può essere messa in rapporto solamente con
    la tutela di uno dei quattro ambiti di interesse pubblico rilevante
    citati in questo articolo". Parlando del modo in cui il giudice deve
    valutare la necessità di proteggere, come nel caso specifico,
    l'interesse della giustizia, Lord Bridge ha dichiarato che non sarà
    sufficiente, di per sé, che una parte desiderosa di ottenere la
    divulgazione dell'identità di una fonte che gode della protezione
    dell'articolo 10, si limiti a dimostrare che, in assenza di un tale
    provvedimento, non potrà esercitare il diritto garantito dalla legge,
    né evitare il danno da cui è minacciata a causa della violazione della
    legge. "Il giudice avrà comunque e sempre il compito di ponderare, da
    una parte, l'interesse che giustizia sia fatta in un determinato caso,
    e, dall'altra parte, l'importanza della protezione della fonte. In
    quest'esercizio, si raggiunge il grado desiderato di necessità
    solamente quando il giudice è convinto che la divulgazione
    nell'interesse della giustizia riveste un'importanza talmente grande da
    prevalere sulla riservatezza prevista dalla legge".

    6. Considerato che, come è stato riconosciuto nella sentenza, si
    analizza la tutela dei diritti della società Tetra attraverso la difesa
    "dell'interesse della giustizia" alla ricerca di un obiettivo legittimo
    ai sensi del paragrafo 2 dell'articolo 10 (art. 10-2), il criterio di
    necessità previsto nel diritto interno assomiglia in modo notevole a
    quello della Convenzione. I tre livelli di tribunali interni, basandosi
    su tutte le prove che sono state loro presentate, hanno concluso che la
    divulgazione era necessaria nell'interesse della giustizia. Lord Bridge
    ha sottolineato i seguenti fattori per sostenere il suo punto di vista,
    secondo il quale il giudice di prima istanza e la Corte d'appello
    avevano avuto ragione nel concludere che era stata dimostrata la
    necessità della divulgazione nell'interesse della giustizia: in primo
    luogo, era importante per Tetra ottenere la divulgazione a causa della
    minaccia di gravi danni ai suoi affari, e, di conseguenza, ai mezzi di
    sussistenza dei suoi dipendenti, che sarebbero derivati dalla
    pubblicazione dell'informazione contenuta nel suo piano di sviluppo,
    mentre la società portava avanti trattative per reperire nuove fonti di
    finanziamento. Tale minaccia poteva essere eliminata, secondo Lord
    Bridge, solamente se Tetra avesse identificato l'informatore, sia che
    questi fosse colui che aveva sottratto una copia del piano, sia che
    permettesse di identificare il ladro, dando così alla società la
    possibilità di promuovere un procedimento per il recupero del documento
    scomparso. In secondo luogo, l'importanza della protezione
    dell'informatore risultava seriamente diminuita a causa della
    complicità di quest'ultimo, quanto meno nella divulgazione di
    informazioni riservate, non compensata da alcun legittimo interesse a
    vedere pubblicate tali informazioni. E' chiaro che, da questo punto di
    vista, la divulgazione nell'interesse della giustizia era di tale
    importanza da renderla predominante rispetto ai principi che stanno
    alla base della protezione legale delle fonti; il criterio di necessità
    della divulgazione era pertanto soddisfatto.

    7. Peraltro, la sentenza conclude che l'ordinanza che imponeva la
    divulgazione non rappresentava un mezzo ragionevolmente proporzionato
    al perseguimento dello scopo legittimo (paragrafo 46). Per arrivare a
    tale conclusione, si precisa innanzi tutto (a giusto titolo), al
    paragrafo 42, che era necessario analizzare le motivazioni addotte nel
    caso specifico per giustificare l'ordinanza che imponeva la
    divulgazione controversa nel quadro generale dell'ingiunzione
    provvisoria precedentemente accordata a Tetra. Tale ingiunzione era
    effettivamente riuscita a bloccare la diffusione delle informazioni
    riservate sulla stampa, cosicché "un aspetto fondamentale della
    minaccia di danno commerciale che pesava su Tetra era stato (…) in
    grossa parte neutralizzato". Il paragrafo prosegue: "Considerato ciò,
    (…) nella misura in cui l'ordinanza di divulgazione aveva semplicemente
    lo scopo di rafforzare l'ingiunzione, la restrizione supplementare alla
    libertà di espressione che essa comportava non era giustificata da
    motivi sufficienti ai sensi del paragrafo 2 dell'articolo 10 (art.
    10-2) (…).

    8. Non è comunque esatto affermare che l'ordinanza di divulgazione
    "avesse semplicemente lo scopo di rafforzare l'ingiunzione". Come
    evidenziano le decisioni dei tribunali interni, tale ordinanza voleva
    rafforzare la tutela dei diritti di Tetra, colmando le lacune
    dell'ingiunzione. Quest'ultima si imponeva alla stampa, ma non poteva
    impedire all'informatore del giornalista Ricorrente (o alla fonte di
    tale informatore) di trasmettere le informazioni direttamente ai
    clienti e ai concorrenti di Tetra. Solamente conoscendo l'identità di
    tale informatore la società avrebbe potuto impedire che il contenuto
    del piano continuasse ad essere diffuso, in particolare tramite la
    promozione contro l'interessato di un procedimento per recuperare il
    documento scomparso, l'ottenimento di una ingiunzione che gli vietasse
    qualsiasi diversa divulgazione di tali informazioni nonché un
    risarcimento dei danni. La società non poteva, inoltre, impedire che un
    eventuale dipendente o collaboratore sleale autorizzato ad accedere ai
    suoi locali continuasse a pregiudicare i suoi interessi.

    9. Tali obiettivi specifici all'ordinanza di divulgazione sono
    citati nei paragrafi 44 e 45 della sentenza. In quest'ultimo paragrafo
    si ricorda che le considerazioni di cui le istituzioni della
    Convenzione devono tenere conto per esercitare il loro controllo
    nell'ambito del paragrafo 2 dell'articolo 10 (art. 10-2) fanno pendere
    la bilancia degli interessi, in questo caso, a favore di quello della
    difesa della libertà di stampa in una società democratica", quindi si
    afferma che gli interessi di Tetra, di ottenere nuove misure di
    protezione grazie all'ordinanza di divulgazione, sono insufficienti per
    prevalere sull'interesse pubblico fondamentale costituito dalla
    protezione della fonte del Ricorrente.

    10. Ora, non è stata fatta alcuna valutazione dettagliata di questi
    interessi di Tetra, e, in questo caso, la Corte non dispone di una base
    sufficiente per effettuare la ponderazione che le compete. In ogni
    caso, i tribunali interni erano in una posizione migliore per valutare,
    in funzione delle prove che erano state loro presentate, il peso di
    tali interessi; riteniamo che la conclusione alla quale sono pervenuti
    al termine della loro analisi, per quanto riguarda il peso da accordare
    agli interessi in causa, si collocasse all'interno del margine
    discrezionale concesso alle autorità nazionali.

    11. Concludiamo quindi che né l'ordinanza di divulgazione né
    l'ammenda irrogata al Ricorrente per il suo rifiuto di ottemperare
    hanno violato il suo diritto alla libertà di espressione, nella forma
    tutelata dall'articolo 10 (art. 10) della Convenzione.

    OPINIONE DISSENZIENTE INDIVIDUALE DEL GIUDICE WALSH

    1. Nella sua esposizione di fronte alla Corte, il legale del
    Ricorrente ha dichiarato che il suo cliente "non chiedeva alcun favore
    particolare in nome della professione da lui esercitata, in quanto i
    giornalisti non sono al di sopra della legge". Orbene, in realtà mi
    pare che la decisione della Corte mostri che, nel quadro della
    Convenzione, un giornalista gode di privilegi di cui non beneficiano
    altre professioni. Non è forse vero che qualsiasi cittadino che invia
    una lettera alla stampa affinché sia pubblicata dovrebbe beneficiare
    degli stessi vantaggi di un giornalista, anche se non esercita tale
    professione? Stabilire una distinzione tra un giornalista e un
    cittadino qualsiasi deve far entrare in gioco l'articolo 14 (art. 14)
    della Convenzione.

    2. Nel caso specifico, il richiedente non ha subito alcuna
    restrizione alla sua libertà di espressione; piuttosto, è lui che si è
    rifiutato di esprimersi. Di conseguenza, una parte in giudizio che
    chiede la protezione della legge, in quanto i suoi interessi sono stati
    lesi a torto, non ha potuto avvalersi dei sistemi che i tribunali lo
    avevano autorizzato ad utilizzare. Si tratta decisamente di una
    questione di interesse generale, e il Ricorrente è riuscito ad
    ostacolare gli sforzi fatti dai tribunali interni per difendere
    l'interesse della giustizia. E' a questi ultimi che spetta il compito
    di decidere se il documento in questione è stato rubato o meno. Ora, il
    richiedente invoca la sua convinzione che il documento non sia stato
    trafugato per giustificare il suo rifiuto di ottemperare all'ordinanza
    giudiziaria emessa nei suoi confronti. Il suo atteggiamento e i termini
    da lui utilizzati fanno pensare che si sarebbe conformato a tale
    ordinanza se avesse ritenuto che il documento fosse stato rubato. Fa
    quindi prevalere la sua opinione personale in merito alla veridicità di
    un fatto, quando spetta solo ai tribunali interni decidere se tale
    fatto è di natura tale da giustificare il rifiuto di ottemperare ad
    un'ordinanza giudiziaria, e questo per la semplice ragione che è in
    disaccordo con i fatti stabiliti dai tribunali.

    3. Non mi sembra che una qualsiasi disposizione della Convenzione
    permetta ad una parte di esprimere convinzioni contrarie ai fatti
    dimostrati dai tribunali competenti e di tentare su tale base di
    giustificare il proprio rifiuto a vedersi vincolata da tali fatti.
    Permettere al Ricorrente di agire in questo modo solamente perché
    esercita la professione del giornalista equivale a sottoporre il
    processo giudiziario alla valutazione soggettiva di una delle parti e
    lasciare che sia tale parte a decidere da sola la giustificazione
    morale per la quale si è rifiutata di obbedire all'ordinanza
    giudiziaria, situazione che ha comportato una negazione della giustizia
    nei confronti dell'avversario ed ha causato a quest'ultimo un danno. Vi
    è stata, pertanto, una violazione di uno dei principi elementari della
    giustizia, secondo il quale nessuno può essere giudice della propria
    causa.

    Riferimento Hudoc

    REF 00000560

    Tipo di documento

    Sentenza (sul merito e sulla soddisfazione equa)

    Titolo

    CASO GOODWIN c. REGNO UNITO

    Numero richiesta

    00017488/90

    Data

    27/03/1996

    Convenuto

    Regno Unito

    Conclusione

    Violazione dell'art. 10; Danni morali – constatazione di violazione
    sufficiente; Rimborso parziale di costi e spese – procedura della
    Convenzione

    Pubblicata nella

    Raccolta 1996-II

    Parole chiave

    Libertà di espressione; Libertà di comunicare informazioni; Previsto
    dalla legge; Necessario in una società democratica; Protezione dei
    diritti altrui; Proporzionalità; Margine discrezionale; Soddisfazione
    equa; Danni morali; Costi e spese; Legame di causalità; Interessi
    moratori