Diffamazione a mezzo stampa: rimane per ora la reclusione (ma la battaglia non è persa)

Vincono gli estremisti di Forza Italia
"richiamati" (poi) da Berlusconi – Anche le divisioni nel
centrosinistra hanno favorito la svolta repressiva

Bisogna recuperare il filo della riforma, lavorando con gli uomini e
le donne di buona volontà, che sono presenti in tutti i partiti
politici nazionali


di Franco Abruzzo

La pena della reclusione doveva essere sostituita con la sanzione
della multa. Sembrava fatta, ma il 7 maggio l’orologio della storia è
tornato violentemente indietro. Rimane il carcere (fino a 3 anni) per
il reato di diffamazione a mezzo stampa. Il protagonista della svolta è
un deputato di Forza Italia, Ignazio Mormino, ma, come ha osservato
Miriam Mafai su "Repubblica", anche alcuni deputati del centro-sinistra
hanno dato una mano (Bonito, ds, aveva proposto la pena della multa
congiunta a quella della prigione fino a due anni, misura più grave di
quella oggi esistente che prevede la pena della reclusione come
alternativa a quella della multa). La ricostruzione equilibrata dei
fatti dice che i Poli si sono presentati all’appuntamento, in
Commissione Giustizia di Montecitorio, profondamente divisi.
All’interno del centro-destra, è limpida la posizione del relatore
della legge di riforma, Gian Franco Anedda (An), che da anni lavora per
eliminare la galera per i giornalisti in sintonia con alcuni deputati
di sinistra (in particolare Buemi, sdi, e Giulietti, ds). "Pensare di dare tre anni di carcere ad un giornalista è fuori dal mondo" ha dichiarato il premier Silvio Berlusconi il quale ha aggiunto che ciò ''non è mai appartenuto e non appartiene certo alla logica liberale della Casa delle Libertà''.
Aspettiamo i fatti. Frattanto Gaetano Pecorella (Fi), presidente della
Commissione Giustizia, assente al momento del voto sulla "soluzione
Mormino", si è rimesso al lavoro per recuperare il "Progetto Anedda".


Le sanzioni in vigore. Oggi l’articolo 595 del Cp
(diffamazione a mezzo stampa) prevede un via alternativa le sanzioni
della multa (non inferiore a 516 euro) e della reclusione (da sei mesi
a tre anni). L’articolo 13 della legge n. 47/1948 sulla stampa, invece,
stabilisce che, nel caso di diffamazione commessa col mezzo della
stampa, consistente nell'attribuzione di un fatto determinato, si
applica la pena congiunta della reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a lire 500.000.


Cosa prevede il nuovo testo. Reclusione fino a tre anni e
interdizione dalla professione per un periodo da un mese a tre mesi.
Sono queste alcune delle condanne previste dal testo uscito il 7 maggio
dalla Commissione Giustizia della Camera per i giornalisti condannati
per diffamazione. Il provvedimento, composto di 11 articoli, prevede
che il direttore o il vicedirettore responsabile di una testata o di un
sito internet rispondano fuori dalle ipotesi di concorso nel reato,
solo se l'autore dell'articolo è ignoto o non imputabile. Nel caso di
diffamazione a mezzo stampa o via tv o rete telematica la reclusione è
fino a tre anni con la multa fino a 10.000 euro (nel vecchio testo si
parlava di 5.000 euro). A questa condanna dovrà seguire la
pubblicazione del dispositivo della sentenza e se colui che ha offeso è
un giornalista professionista ''alla condanna consegue la pena accessoria dell'interdizione dalla professione per un periodo da un mese a tre mesi''.
Ma non sarà più punibile chi, entro quattro giorni dalla diffusione
della notizia, pubblica spontaneamente e senza commento una smentita od
una rettifica completa. Non incapperà nelle maglie della legge anche il
direttore del giornale che entro tre giorni pubblica smentite o
rettifiche, nel limite di trenta righe, dei soggetti diffamati. Allo
stesso tempo non sarà punibile chi, citando la fonte, riporta le
affermazioni di una persona intervistata o acquisite da due fonti
qualificate e autonome tra di loro. Il delitto è punibile a querela
della persona offesa. Nel provvedimento si prevede poi che il diritto
al risarcimento del danno si prescrive in un anno e che le disposizioni
di questa legge si applicano ai procedimenti in corso al momento della
sua entrata in vigore.


Il "Progetto Anedda". Il "Progetto Anedda" assorbe molte
idee elaborate sull’argomento dall’Ordine dei Giornalisti di Milano.
Secondo questa proposta, chi scrive un articolo non rischierà più di
andare in galera: se colpevole del reato di diffamazione sarà punito
con la multa fino a 5mila euro. Se l'autore dell'offesa è un
giornalista professionista alla condanna "conseguirà" la pena
accessoria dell'interdizione dalla professione per un periodo da un
mese a tre mesi. La richiesta di rettifica sarà condizione di
procedibilità per l'esercizio del diritto di querela (entro tre mesi
dal giorno della notizia del fatto) e per proporre (entro un anno)
l'azione di risarcimento danni causati da diffamazione a mezzo
della stampa, della televisione, delle trasmissioni informatiche o
telematiche o di qualsiasi altro mezzo di comunicazione e diffusione.
Il giornalista, che si pente e ritratta o rettifica, sarà dichiarato
non punibile e risarcirà il danno maturato per la frazione di tempo
compresa tra la pubblicazione dell’articolo e quella della smentita o
della rettifica. Questi sono alcuni punti qualificanti del "testo base"
della nuova legge sulla diffamazione a mezzo stampa definita dal
relatore Gian Franco Anedda (An) con il parere positivo del Governo
espresso dal sottosegretario alla Giustizia, Jole Santelli.

Cambierà radicalmente l’articolo 57 del Codice penale, che punisce i reati "commessi con il mezzo della stampa, della diffusione radiotelevisiva e altri mezzi di diffusione". L’articolo dice: "Fuori
dalle ipotesi di concorso nel reato, il direttore o il vice direttore
responsabile del giornale, del periodico o della testata giornalistica
radiofonica o televisiva, rispondono dei delitti commessi con il mezzo
della stampa, della diffusione radiotelevisiva o con altri mezzi di
diffusione soltanto se l'autore della pubblicazione o della diffusione
è ignoto o non imputabile al momento del fatto". In sostanza
il direttore responsabile non risponderà più per colpa (in sintesi per
aver omesso di vigilare sugli articoli scritti dai redattori e dai
collaboratori). Il direttore responsabile o è complice dell’articolista
e allora ne seguirà la sorte (per concorso nel reato), oppure, se non è così, rimane fuori dal processo a meno che "l'autore della pubblicazione o della diffusione non sia ignoto o non imputabile al momento del fatto". Il giornale stampato è parificato ai giornali radiotelevisivi e telematici ("gli altri mezzi di diffusione del pensiero").

Viene riscritto l’articolo 596-bis del Codice penale, che sanziona espressamente la "diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione". Il rinnovato articolo prevede che "chiunque
con il mezzo della stampa, della televisione, delle trasmissioni
informatiche o telematiche o con qualsiasi altro mezzo di comunicazione
o di diffusione offende la reputazione di una persona, di un ente, di
una società o di una associazione, è punito con la multa fino a
cinquemila euro. Alla condanna consegue la pubblicazione del
dispositivo della sentenza e una delle pene accessorie di cui ai commi
primo e secondo dell'articolo 19 del Cp. Se l'autore dell'offesa è un
giornalista professionista alla condanna consegue la pena accessoria
dell'interdizione dalla professione per un periodo da un mese a tre mesi". Il riferimento al primo comma dell’articolo 19 del Cp riguarda "l’interdizione dai pubblici uffici"
evidentemente a carico di quanti, pubblici ufficiali (magistrati,
agenti e ufficiali di polizia giudiziaria, funzionari dei tribunali),
spifferano " notizie del diavolo" e rispondono con i giornalisti della
diffusione di fatti ritenuti diffamatori.

Il nuovo articolo 596-bis del Cp, nel rispetto della deontologia
professionale dei giornalisti, dà molto spazio e valore al dovere di
rettifica e di smentita: "L'autore dell'offesa non è punibile: 1)
se entro quattro giorni dalla diffusione della notizia spontaneamente
pubblica e diffonde con la stessa evidenza e con la stessa
collocazione, senza commento, una smentita della notizia diffusa o una
completa rettifica del giudizio o commento offensivo; 2) se il
direttore del giornale o del periodico o, comunque, il responsabile,
entro tre giorni dal ricevimento, o, per i periodici nel primo numero
successivo al ricevimento, pubblica e diffonde integralmente, con la
stessa evidenza e collocazione tipografica e diffusione, senza
commenti, le dichiarazioni o le rettifiche, contenute nel limite di
trenta righe, dei soggetti cui siano state rese pubbliche immagini od
ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni o
comportamenti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le
dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di
incriminazione penale; 3) se, citando la fonte, ha riportato le
affermazioni di una persona intervistata o acquisite da due fonti
qualificate e autonome tra loro; 4) se la persona offesa e l'offensore,
d'accordo, deferiscono a un giurì d'onore il giudizio sulla verità del
fatto".

Il giornalista, che rettificherà o smentirà, non punibile sul piano penale, pagherà danni molto contenuti in sede civile. Dice l’ultimo comma dell’articolo 596-bis:
"Il verificarsi di una causa di non punibilità esclude il diritto al
risarcimento del danno, fatto salvo quello cagionato prima del
verificarsi della causa di non punibilità. Il giudice nel liquidare il
danno tiene conto dell'effetto riparatorio della rettifica o della
smentita". In sostanza verrà risarcito il danno maturato tra la
data di pubblicazione dell’articolo e la data di pubblicazione della
rettifica o della smentita. Il giudice, comunque, nel liquidare il
danno dovrò tener conto dell’effetto collegato alla pubblicazione della
rettifica o dello smentita "con la stessa evidenza e con la stessa collocazione, senza commento".

Il direttore o il vice direttore responsabile del giornale o del
periodico, il responsabile della trasmissione televisiva o delle
trasmissioni informatiche o telematiche, l'editore della stampa non
periodica, i quali non pubblicano la smentita o la rettifica, "sono solidalmente responsabili con l'autore per il risarcimento del danno causato dalla diffamazione". Questa
norma tutela la libertà del giornale e dei giornalisti. Un direttore
responsabile può anche decidere che sia meglio pagare che perdere
pubblicamente la faccia, soprattutto quando ritiene (ma non dimostrato
nelle aule dei tribunali) di avere ospitato notizie diffamatorie sì, ma
vere e di interesse pubblico.

Concludendo, rimane per ora la reclusione, ma la battaglia non è
persa. Bisogna recuperare il filo della riforma, lavorando con gli
uomini e le donne di buona volontà, che sono a sinistra, a destra e nel
centro degli schieramenti politici nazionali.