Inchiesta dell’Ordine della Lombardia sulle 157 sentenze emesse dal Tribunale civile di Milano negli anni 2001 e 2002.

Diffamazione - Tribunale civile di Milano

Troppe le notizie inventate
e i giudici ci condannano
al risarcimento dei danni!

Dalla disamina del campione di 89 sentenze di accoglimento della domanda di risarcimento, sono emersi i seguenti risultati: il difetto di verità della notizia pubblicata (da solo o insieme al difetto degli altri criteri) è stato riscontrato in almeno 65 casi; analogamente il difetto della verità putativa è stato riscontrato in almeno 7 casi, la violazione del criterio di continenza in almeno 28 casi e la carenza dell’interesse pubblico in almeno 8 casi.


Milano, 24 novembre 2003. Su incarico del Consiglio Regionale
dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, gli avvocati Sabrina Peron
ed Emilio Galbiati hanno esaminato tutte le sentenze, 157, emesse dal
Tribunale Civile di Milano, in materia di diffamazione a mezzo stampa
o, più in generale, per il tramite dei mass-media, nel biennio
2001-2002. Con le stesse percentuali dell’inchiesta sulle sentenze
penali (vedi Tabloid n. 7/8 del 2003), i giornalisti vengono condannati
per aver pubblicate notizie non vere. Si tratta di sentenze di
condanna, quindi, ovvie e giuste. E’ noto l’insegnamento della Corte di
Cassazione: possiamo pubblicare notizie diffamatorie a patto che le
stesse siano vere, di interesse pubblico, scritte civilmente e nella
loro essenzialità.
Sono state esaminate complessivamente 157 sentenze, per ciascuna delle quali sono stati estrapolati i seguenti dati:

  •  
    • data in cui è apparso l’articolo e/o la pubblicazione diffamatoria;
    • data in cui è stato notificato l’atto di citazione introduttivo del giudizio;
    • data in cui è stata emessa la sentenza e data del relativo deposito;
    • testate coinvolte;
    • professione della parte attrice;
    • tipologie delle richieste della parte attrice;
    • tipologia dell’articolo diffamatorio (cronaca, critica, intervista);
    • criteri scriminanti (verità, continenza, interesse pubblico);
    • esito: accoglimento o meno delle richieste ed in quale misura;
    • spese legali liquidate.


In via anticipata si possono sin d’ora illustrare alcuni dei dati
più significativi emersi con riferimento ai procedimenti civili di
primo grado.

1. durata del procedimento
la durata media del processo
civile di primo grado, dalla data di notificazione dell’atto di
citazione al deposito della sentenza è di circa tre anni e mezzo.


1bis. tipologia di testata
le cause civili di diffamazione a mezzo stampa hanno interessato varie tipologie di testata nella seguente misura percentuale:

  • quotidiani nazionali 60%
  • quotidiani locali 3%
  • settimanali 29%
  • periodici 7%
  • reti televisive 1%

le testate che hanno subito il maggior numero di cause di diffamazione sono

  • Corriere della Sera: 21%
  • Il Giornale 17%;
  • Panorama: 10%.


2. professione della parte attrice
Tra le parti attrici spiccano le seguenti categorie professionali:

  • 25% privati, vale a dire soggetti in cui la fattispecie diffamatoria non ha investito o interessato l’attività professionale
  • 18% magistrati;
  • 14% persone giuridiche
  • 12% politici;
  • 8% imprenditori / amministratori di società;
  • 6% artisti;
  • 4% giornalisti;
  • 13% altre categorie professionali.


3. tipologia articoli diffamatori
Nel 53% dei casi la causa di diffamazione riguarda articoli di cronaca, nel 31% dei casi espressioni di critica e nel 16% dei casi interviste.


4. percentuali accoglimento / rigetto
Si è potuta rilevare una lieve prevalenza delle pronunzie di accoglimento della domanda (56%) rispetto a quelle di rigetto (44%).


5. scriminanti assenti in caso di accoglimento della domanda risarcitoria
Dalla disamina del campione di 89 sentenze di accoglimento della domanda di risarcimento, sono emersi i seguenti risultati: il difetto di verità della notizia pubblicata (da solo o insieme al difetto degli altri criteri) è stato riscontrato in almeno 65 casi; analogamente il difetto della verità putativa è stato riscontrato in almeno 7 casi, la violazione del criterio di continenza in almeno 28 casi e la carenza dell’interesse pubblico in almeno 8 casi.


6. media degli importi liquidati dal Tribunale in caso di accoglimento
è stato calcolato il dato relativo all’entità media delle diverse tipologie di condanna:

  • media delle condanne di risarcimento danni (morali e patrimoniali) della parte civile (campione 83 sentenze): € 14.816,94;
  • media delle condanne al pagamento della sanzione civile a favore della parte civile (campione 38 sentenze): € 4.131,49;


6bis. spese legali
la media delle spese legali
liquidate dal Giudice civile a favore della parte vittoriosa (sia essa
attrice o convenuta) ammonta a € 6.117,87.

Per svolgere questa ricerca è stata gentilmente concessa la
preventiva autorizzazione da parte del Presidente del Tribunale di
Milano, dott. Vittorio Cardaci, e le sentenze sono state reperite
grazie all’Ufficio Statistiche del Tribunale di Milano all’uopo
incaricato e con l’ausilio della Cancelleria centrale civile del
Tribunale di Milano. A tale proposito si ringraziano per la preziosa
collaborazione la dott.ssa Piccione dell’Ufficio Statistiche nonchè il
dott. Minori, il dott. Primavera ed il dott. Garofalo della Cancelleria
civile. Si precisa che le copie delle sentenze - per rispetto delle
normative vigenti in materia di privacy - sono state rilasciate dalla
Cancelleria competente senza indicazione dei nomi delle parti e che per
ogni copia sono stati versati i relativi diritti.


7.- Considerazioni conclusive in diritto
Al
fine di una migliore comprensione dei dati statistici esposti abbiamo
ritenuto opportuno compiere un approfondimento in ordine alle
motivazioni in diritto rese nelle sentenze che abbiamo potuto esaminare.


7.a) Questioni preliminari
Vengono anzitutto in
rilievo alcune questioni tecnico-processuali inerenti o connesse
all’esercizio della tutela risarcitoria in sede civile, per i casi di
lesione del diritto all’onore ed alla reputazione a seguito di
diffamazione a mezzo mass-media. In proposito le questioni maggiormente
dibattute sono inerenti la competenza territoriale, la legittimazione
attiva e passiva e la prescrizione del diritto.


a.1) Competenza territoriale
In linea generale, la competenza per territorio si determina avuto riguardo ai seguenti criteri:

  • sede, residenza e/o domicilio della parte convenuta (ex artt. 18 e 19 c.p.c.);
  • luogo in cui è sorta o luogo in cui deve essere eseguita
    l’obbligazione dedotta in giudizio (art. 20 c.p.c.), che per i casi di
    diffamazione a mezzo stampa corrispondono, rispettivamente, al luogo in
    cui si è verificata la lesione del diritto all’onore (c.d. locus commissi delicti), ed al luogo in cui deve essere adempiuto l’obbligo risarcitorio (c.d. forum destinatae solutionis).

A ciò si aggiunga che ai sensi dell’art. 33 c.p.c. le cause contro
una pluralità di convenuti, se connesse per titolo o per oggetto
possono essere proposte davanti al giudice del luogo di residenza o
domicilio di una di esse per essere decise nello stesso processo.

Il Tribunale di Milano, a tale proposito, ha ribadito il consolidato
orientamento secondo cui, nelle fattispecie di diffamazione a mezzo
stampa, il locus commissi delicti coincide con il luogo di produzione del giornale, vale a dire quello in cui ha sede la redazione oppure in cui il periodico viene stampato, mentre il forum destinatae solutionis, coincide con il domicilio del debitore,in
quanto l'obbligazione risarcitoria non costituisce obbligazione
pecuniaria in senso stretto, ai sensi dell'art. 1182, 3° comma, c.c.,
avente cioè fin dall'origine per oggetto contenuto monetario (Trib.
Milano, 12 luglio 2001, n. 7993).

Inoltre, con particolare riferimento ai criteri di applicazione dell’art. 33 c.p.c., secondo il Tribunale:

  • in caso di diffamazione attraverso una vera e propria "campagna di
    stampa", può considerarsi sussistente un unico evento danno, benché
    riferibile a più condotte lesive: ne discende l'applicabilità dell'art.
    2055 c.c. sulla responsabilità solidale, e sotto il profilo della
    competenza, dell'art. 33 c.p.c., in quanto l'unicità del fatto dannoso
    va valutata con riferimento esclusivo alla posizione soggettiva del
    danneggiato, non dovendo essere intesa come identità delle azioni,
    degli autori o delle norme giuridiche violate, risultando del tutto
    irrilevante che le condotte lesive si manifestino come autonome (Trib.
    Milano, 29 aprile 2002, n. 4954)
  • qualora diverse testate giornalistiche diffondano, in un ristretto
    ambito cronologico, la medesima notizia, appresa da un'agenzia di
    stampa, trova applicazione l'art. 33 c.p.c. (Trib. Milano, 7 ottobre
    2002, n. 11851)
  • la connessione oggettiva, o per titolo, di più domande proposte
    contro più persone, è idonea a determinare lo spostamento della
    competenza territoriale in base alla residenza e/o al domicilio reali e
    non in relazione alla sede, alla residenza o al domicilio altrimenti
    determinato, pattuito o eletto. (Trib. Milano, 12 luglio 2001, n. 7993);

Va infine ricordato che il Tribunale, con sentenza resa in data 8
novembre 2001, n. 12128, ha rigettato l’eccezione di illegittimità
costituzionale degli artt. 18, 19 e 20 c.p.c. laddove non prevedono,
nel caso in cui un magistrato assuma la qualità di parte processuale,
lo spostamento della competenza territoriale avanti un giudice con un
distretto di corte d’appello diverso da quello in cui il magistrato
esercita le sue funzioni o le esercitava al momento del fatto:
richiamando quanto deciso dalla Corte Costituzionale con sentenza n.
51/1998, è stato ribadito che l'applicazione o meno del criterio di cui
all'art. 11 c.p.p. rientra nei poteri discrezionali del legislatore con
la conseguenza che non se ne può fare applicazione nei procedimenti di
natura civile diversi da quelli di cui alla L. 117/1988 con riferimento
al periodo anteriore all'entrata in vigore dell'art. 9, L. 420/1998
(Trib. Milano, 8 novembre 2001, n. 12128)


a.2) Legittimazione attiva
Con riguardo alla
legittimazione a promuovere un giudizio di diffamazione (c.d.
legittimazione attiva), anzitutto, il Tribunale di Milano conferma
l’orientamento – oramai consolidato – secondo cui anche la persona giuridica
può qualificarsi come persona offesa dal reato di diffamazione, ben
potendo configurarsi in capo a quest’ultima l’esistenza di un diritto
all'immagine, alla credibilità, alla reputazione ed all'identità
personale. (Trib. Milano, 29 aprile 2002, n. 4954; Trib. Milano, 27
giugno 2002, n. 8564). Si precisa peraltro che la società non è
legittimata a far valere i danni economici sofferti dai propri soci per
l’eventuale deprezzamento delle azioni sociali, potendo invece far
valere solo il pregiudizio alla propria credibilità
economico-patrimoniale, soggetto a rigoroso onere probatorio. (Trib.
Milano, 17 giugno 2002, n. 7860).

Il Tribunale ha altresì, precisato, che un’associazione religiosa
priva, però, di potere "esponenziale" rispetto ad altre comunità
religiose ad essa affini, non può ritenersi soggetto attivo in un
procedimento per diffamazione; è difatti da escludere, che un ente di
diritto privato, possa agire in giudizio per interessi non direttamente
attinenti allo svolgimento dell'attività o dei rapporti giuridici al
medesimo facenti capo: ugualmente non sussiste legittimazione attiva in
capo ad un singolo individuo appartenente ad una certa comunità
religiosa, che non può definirsi soggetto leso per fatti illeciti che
nell’articolo siano stati genericamente riferiti alla categoria
politico, sociale, religiosa cui lo stesso appartiene (Trib. Milano, 4
ottobre 2001, n. 10599).

Secondo il Tribunale, inoltre, il soggetto passivo del reato di
diffamazione deve essere individuato (o almeno individuabile) in quanto
direttamente fatto oggetto della denigrazione e, conseguente, titolare
della lesione dei diritti della personalità. Ne segue che l’illecito è
escluso quando sia diretto contro una generica pluralità di soggetti
non individuabili specificamente, ossia quando la generalità dei
consociati, non è in grado di attribuire induttivamente la lesione
della reputazione (non nominativa) ad una o più specifiche persone
(Trib. Milano, 20 aprile 2001, n. 4579)

Ciò non significa tuttavia che, in difetto di menzione esplicita del nominativo del soggetto, questi non possa adire al Tribunale per la tutela dei suoi diritti, quando il riferimento appaia sufficientemente diretto e determinato così
da rendere il medesimo riconoscibile al pubblico (Trib. Milano, 28
giugno 2001, n. 7327). In applicazione di tale principio, il medesimo
giudicante, in un altro giudizio, ha rigettato le domande attoree,
avendo constatato l'assenza del fondamentale presupposto della
legittimazione dell'attore, costituito, appunto, dall'identificabilità
del medesimo ad opera del pubblico: Trib. Milano, 21 gennaio 2002, n.
718 (conforme anche Trib. Milano, 2 maggio 2002, n. 5159, secondo il
quale non sussiste diffamazione nei confronti di un soggetto, quando
gli episodi ed i rilievi specifici non siano riferibili, anche solo
indirettamente, ma specificamente, al medesimo).

Si noti che la mancata indicazione nominativa non esclude la
ricorrenza della diffamazione se l’identità del diffamato sia
agevolmente desumibile anche solo in una cerchia ristretta di conoscenti (Trib. Milano 25 novembre 2002, n. 14292); oppure se la vittima risulti chiaramente riconoscibile nel contesto dell'articolo (Trib. Milano, 7 ottobre 2002, n. 11866, in una fattispecie in cui l'articolo era corredato da una fotografia di un cartello sul quale era visibile il nome della persona diffamata).

Infine, agli eredi del diffamato è consentita l'azione iure successionis permanendo il diritto risarcitorio nel patrimonio del de cuius al momento del decesso (Trib. Milano, 21 marzo 2001, n. 3610)


a.3) Legittimazione Passiva
Quanto alla legittimazione passiva a stare in giudizio, in caso di pubblicazione di stampa periodica,
l'art. 11 L. 47/1948, sancisce la responsabilità civile dell'editore,
anche a prescindere dalla partecipazione alla causa degli altri autori
del fatto, trattandosi di previsione propriamente improntata al
rafforzamento della tutela del danneggiato ed al superamento della
difficoltà di individuazione degli effettivi responsabili del reato.
(Trib. Milano, 28 febbraio 2002, n. 2701). In termini analoghi anche
Trib. Milano, 24 settembre 2001, n. 10027, che ha rigettato l’eccezione
di difetto di legittimazione passiva dell’editore, perché la
solidarietà posta dall'art. 11 L.S. da luogo nel processo ad un
litisconsorzio facoltativo, "donde l'ammissibilità della cognizione
in via incidentale da parte del Tribunale del reato, senza la presenza
dell'imputabile, con l'effetto limitato alle parti del processo".

Nel caso di stampa non periodica, invece, è stato dichiarato
il difetto di legittimazione passiva in capo all'editore, poiché - ai
sensi art. 57 bis c.p. - l'editore di stampa non periodica è
responsabile solo qualora l'autore sia ignoto o non imputabile, mentre
sul piano civilistico non è configurabile responsabilità per mancanza
di controllo (Trib. Milano, 12 febbraio 2002, n. 1611)

Infine, è stata esclusa la responsabilità in capo al distributore
di un periodico, non avendo quest’ultimo alcun potere di controllo e
verifica sul contenuto del materiale distribuito (Trib. Milano, 19
marzo 2001, n. 3202).


a.4) Prescrizione
In ambito civilistico, il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in cinque anni (art. 2947 c.c.) e la prescrizione decorre dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere (art. 2935 c.c.).

Ciò premesso vediamo che, con riguardo alla decorrenza del termine
prescrizionale, per il Tribunale non vengono in rilievo l'impossibilità
di fatto (ma solo eventuali impossibilità legali) né l'ignoranza
dell'avvenuta lesione, salvo l'occultamento doloso ad opera del
debitore (Trib. Milano, 3 giugno 2002, n. 7127: in questo senso anche
Trib. Milano, 6 dicembre 2002, n. 13583, secondo cui la diffamazione è
un illecito istantaneo esaurendosi la condotta dell'agente con l’avvenuta pubblicazione).

Si noti, tuttavia che, qualora la diffamazione sia stata aggravata
dall’attribuzione di un fatto determinato, il termine per la
prescrizione non è più di cinque anni, ma può essere computato nella
misura superiore prevista dall’art.157 c.p., e ciò in forza del
principio secondo cui, se il fatto costituisce reato e per il reato è
stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche
all’azione civile (art. 2947 c.c.): così Trib. Milano, 7 ottobre 2002,
n. 11867. Si veda sul punto anche Trib. Milano, 25 novembre 2002, n.
14271, secondo cui in caso di diffamazione aggravata ai sensi
dell’art.13 L.47/48, vale il termine di prescrizione di 10 anni
relativo alla maggiorata pena edittale ex art. 157 c.p.

Trib. Milano, 3 giugno 2002, n. 7127, ha puntualizzato che «la
verifica delle prescrizione va fatta tenendo conto della domanda, ma
laddove la causa petendi sia costituita da un fatto di reato è compito
del giudice - anche in sede civile - delineare la configurazione
giuridica dello stesso a prescindere dalle allegazioni dell'istante».


a.5) Altre questioni processuali
Altre questioni
processuali di rilievo per la ricerca che qui ci occupa, risolte dal
Tribunale di Milano nelle sentenze esaminate, riguardano:

  • l’inefficacia di giudicato delle sentenze penali di
    applicazione di amnistia, con la conseguenza che il giudice civile deve
    rivalutare il fatto (Trib. Milano, 21 marzo 2001, n. 3610);
  • l’inefficacia di giudicato delle sentenze penali di condanna
    dell’autore e del direttore responsabile nei confronti dell’editore
    convenuto un sede civile, che non fu parte del precedente giudizio
    (Trib. Milano, 2 aprile 2001, n. 3867)
  • l’inammissibilità della domanda di condanna alla redazione di un articolo di rettifica (perché sostanzialmente estranea al vigente ordinamento: Trib. Milano, 4 ottobre 2001, n. 10599);
  • l’applicazione dell’art. 68 Cost. anche per dichiarazioni
    rese in sede fisicamente diversa da quella parlamentare, quando possa
    considerarsi attività estrinsecata in ambito politico, strettamente
    collegata alla funzione di componente di una camera (Trib. Milano, 28
    febbraio 2002, n. 2698, quale richiama C. Cost. 417/99);


7.b) Aspetti generali della diffamazione
Il Tribunale
di Milano ribadisce il principio, in forza del quale il diritto di
libertà di manifestazione del pensiero, riconosciuto dall'art. 21
Cost., in ambito giornalistico costituisce ed integra una causa di
giustificazione, in grado di scriminare la condotta pregiudizievole
all'altrui onore e reputazione, qualora sussista un interesse pubblico
alla conoscenza dei fatti pubblicati e vi sia corrispondenza tra i
fatti accaduti e quelli narrati (Trib. Milano, 28 maggio 2001, n. 5861).

In questo contesto si è ritenuta destituita di ogni fondamento
l'ipotesi diffamatoria sollevata nei confronti di un periodico sia
perché la verità della notizia era risultata inoppugnabile, sia perché
era addirittura insussistente ogni profilo denigratorio, artatamente
individuato – ad avviso del Giudice - negli scritti defensionali (Trib.
Milano, 2 aprile 2001, n. 3869). A tale proposito si veda Trib. Milano,
14 giugno 2001, n. 6737 secondo cui non sussiste reato quando l'errore
in cui è caduto il giornalista non è prospettabile come potenzialmente
lesivo della reputazione (assenza di dolo) ed il fatto attribuito non è
di per sè lesivo della reputazione (nel caso di specie la attribuzione
di una paternità): "non ogni errore anche se colposo del giornalista
può essere sussunto nella diffamazione, sebbene non possa escludersi la
configurabilità di un illecito meramente civilistico di figura
variabile in relazione all'interesse concretamente leso".

Per contro, invece, l'enfatizzazione di una notizia falsa, al solo
scopo fine di calamitare l'interesse dei lettori, deve considerarsi
lesiva dell’altrui reputazione personale e/o economica (Trib. Milano,
28 febbraio 2002, n. 2701).

Quanto all’accertamento circa la diffamatorietà di un "pezzo"
giornalistico, quest’attività va compiuta valutando il testo
dell'articolo nel suo insieme complessivamente considerato, e
non mediante l’estrapolazione di singole frasi o espressioni (Trib.
Milano, 30 aprile 2001, n. 4793; Trib. Milano, 30 aprile 2001, n.
4794), tenendo inoltre presente che sotto il profilo psicologico,
appare sufficiente la mera consapevolezza di scrivere espressioni
lesive dell'altrui reputazione, cosiddetto "dolo generico" (Trib.
Milano, 25 novembre 2002, n. 14292). Sulla base di questo principio il
Tribunale di Milano, ha accolto le domande risarcitorie richiestegli
tutte le volte in cui, dal testo degli articoli, considerato nel suo
insieme, emergevano una serie di affermazioni ed accostamenti del tutto
gratuiti ed immotivati e tali da fornire una visione distorta e
negativa dell'attore. (Trib. Milano, 5 aprile 2001, n. 4044 e Trib.
Milano, 31 maggio 2001, n. 6006, in una fattispecie in cui l’attore
veniva identificato come persona contigua al mondo della criminalità
organizzata).

Occorre prestare attenzione al fatto che sono passibili di contenuti diffamatori sia le videocassette allegate al giornale, qualora queste non consistano in opere cinematografiche ma contengano delle news
(così, Trib. Milano, 30 settembre 2002, n. 11500, in una fattispecie in
cui si è ritenuto che la videocassetta allegata alla testata, in quanto
avente contenuto informativo, configurava un'opera giornalistica); sia le lettere indirizzate al quotidiano e da questo pubblicate (Trib.
Milano, 21 marzo 2002, n. 3611: secondo il Tribunale, la pubblicazione
di tali lettere, non è in sé esente dalla valutazione di liceità penale
in quanto, il contenuto dello scritto, viene propalato proprio
attraverso la pubblicazione cui concorrono penalmente sia l'autore
della lettera sia il responsabile della rubrica e, comunque, il
direttore). Altresì, si noti che si è in presenza di una vera e propria
campagna stampa denigratoria, qualora vi sia una concentrazione
cronologica di articoli, pubblicati a breve distanza di tempo l’uno
dall’altro (Trib. Milano, 11 febbraio 2002, n. 1938: in una fattispecie
in cui erano stati pubblicati tre articoli, che - ad avviso del
Giudicante - miravano a svalutare la credibilità ed il profilo
professionale della vittima agli occhi di lettori), ricorre un
incremento della potenzialità del pregiudizio. Incremento che parimenti
ricorre nelle ipotesi diffamatorie consistenti nell’attribuzione di un fatto determinato:
in questi casi, difatti, la maggiore verosimiglianza dell'allegazione
denigratoria, comporta un'enfatizzazione dell'effetto suggestivo presso
i terzi, con correlativo aumento di pregiudizialità a danno del
soggetto leso (Trib. Milano, 25 novembre 2002, n. 14271).

Ad ogni modo sono state rigettate le domande attoree di condanna:

  • in un caso di cronaca giudiziaria, in cui si era lamentata l’omissione della successiva notizia
    dell’avvenuto proscioglimento (cfr. Trib. Milano, 31 gennaio 2002, n.
    1381, secondo il quale tale lamentela è inconferente dovendo il
    carattere diffamatorio di un articolo individuarsi solo con riferimento
    a fatti obiettivamente emersi all'epoca della pubblicazione);
  • in un caso sempre attinente la cronaca giudiziaria, nel quale l’asserito diffamato si doleva della violazione del segreto istruttorio
    da parte della stampa, con conseguente contenuto diffamatorio degli
    articoli pubblicati in violazione a tale divieto. (ad avviso del
    Tribunale, invece, le norme a salvaguardia del segreto istruttorio sono
    poste unicamente nell'interesse dello Stato per il normale
    funzionamento dell'attività giudiziaria, al fine precipuo di impedire
    l'inquinamento della prova e o la fuga dei compartecipi:
    conseguentemente il soggetto indagato non può dolersi di una eventuale
    violazione del segreto istruttorio da parte della stampa, lamentando la
    diffamatorietà degli articoli - Trib. Milano, 30 luglio 2001, n. 8934)

In conclusione, va ricordata la distinzione tra diffamazione e mero
illecito civile di lesione all'identità personale: in caso di
diffamazione, ove comprovata la portata denigratoria della
pubblicazione, è onere del diffamante dedurre la presenza di una causa
di non punibilità; nel caso di illecito civile, vale il principio
generale di cui all'art. 2697 c.c., è, quindi, onere dell'attore
provare gli elementi costitutivi dell'illecito (Trib. Milano, 11
ottobre 2001, n. 10902)


7.c) Il diritto di cronaca

c.1) La cronaca in generale
La cronaca consiste nella narrazione di fatti di attualità ed è lecita solo quando ricorre la presenza di tutti i seguenti elementi: verità della notizia pubblicata, continenza della forma espositiva utilizzata, interesse sociale alla conoscenza.

Date queste premesse vediamo che la cronaca su avvenimenti privi di attualità (c.d. cronaca differita)
peraltro con toni maliziosamente umoristici, assume valenza
diffamatoria quando non risponda a fini informativi ma miri a
realizzare un disegno denigratorio nei confronti del protagonista del
fatto riferito (v. Trib. Milano, 11 febbraio 2002, n. 1938, nella
fattispecie, peraltro non ricorreva neppure la condizione della
continenza poiché il giornalista si era avvalso dell'utilizzo sapiente
di vezzeggiativi ironici intesi a dissimulare la raffigurazione della
personalità del diffamato come soggetto avido, astuto e mediocre dal
punto di vista etico).

Vediamo di seguito l’interpretazione concreta data dal Tribunale di
Milano alle tre scriminanti della verità, della continenza e
dell’interesse pubblico.


c.2) Quanto alla verità della notizia.
Anzitutto la verità deve valutarsi in relazione a quanto effettivamente risultava al momento della pubblicazione
e non già a quanto venga successivamente accertato (Trib. Milano, 30
luglio 2001, n. 8932; Trib. Milano, 27 giugno 2002, n. 8564; Trib.
Milano, 29 aprile 2002, n. 4954, quest’ultimo in una fattispecie in cui
i diversi articoli pubblicati si limitavano a rispettare rigorosamente
lo sviluppo delle indagini attenendosi completamente a quella che
all'epoca risultava la verità; Trib. Milano, 27 giugno 2002, n. 8556).

Inoltre, non inficia la verità sostanziale della notizia «qualche imprecisione di carattere marginale, compatibile con la complessità effettiva della notizia»
e priva di incidenza in considerazione del disvalore correlativo
all'episodio (Trib. Milano, 25 giugno 2001, n. 7237. In questo senso
anche: Trib. Milano, 12 febbraio 2001, n. 1611; Trib. Milano, 28 marzo
2002, n. 3927, secondo cui l'inesattezza di alcuni particolari riferiti
nell'articolo non intacca la sostanziale verità della notizia
riguardando circostanze marginali insuscettibili di modificare la
portata della stessa ed il conseguente riflesso nell'opinione
pubblica), in altre parole, la falsità della notizia deve riguardare il
nucleo delle affermazioni offensive mentre non rileva se
concerne meri fatti marginali e di contorno (Trib. Milano, 11 ottobre
2001, n. 10906: in questo senso anche Trib. Milano, 13 febbraio 2002,
n. 2239, secondo cui è scriminato un articolo in cui risultano veri i
fatti più rilevanti e di maggiore importanza, mentre le semplici
inesattezze non sono di tale tenore da inficiare il contenuto
sostanziale della notizia).

Parimenti non può essere condannato il giornalista che si limiti a riportare notizie lesive ma vere, riguardanti fatti oggetto di indagini giudiziarie o di sentenze:
in questi casi il giornalista non ha l'onere di particolari controlli
in ordine alla verità sostanziale, purché dagli scritti risulti che
tali fatti sono oggetto di accertamento e dibattito processuale. (Trib.
Milano, 12 febbraio 2001, n. 1611: in questo senso anche Trib. Milano,
30 maggio 2002, n. 6789, in una fattispecie in cui era stato pubblicato
un articolo riproducente un elenco di soggetti coinvolti nelle indagini
della Guardia di Finanza, elenco inserito nella Relazione annuale sulla
Criminalità organizzata diffuso dal medesimo organo dello Stato;
l'elenco non era aggiornato, perché parte attrice in seguito era stata
assolta, ma, ad avviso del Tribunale, l'onere dell'aggiornamento non
può certo gravare sul giornalista che ne pubblica il contenuto).

Devono per contro reputarsi diffamatori quegli articoli che:

  • insinuano delle verità, del tutto indimostrate, attraverso allusioni e sottointesi (Trib. Milano, 7 giugno 2001, n. 6415; Trib. Milano, 29 aprile 2002, n. 4961);
  • procedano alla pubblicazione di un testo (comunicati stampa, dispacci di agenzia,
    ecc.), qualunque ne sia la provenienza senza osservare le tre
    condizioni elaborate dalla giurisprudenza (Trib. Milano, 10 giugno
    2002, n. 5344, secondo cui, diversamente ragionando, si svuoterebbe di
    contenuto il rispetto di tali limiti consentendo al giornalista di
    prescinderne semplicemente allegando l'altrui paternità delle
    affermazioni pubblicate in una fattispecie relativa la pubblicazione di
    un comunicato stampa; analogamente Trib. Milano 4 giugno 2001, n. 6227,
    in una fattispecie relativa la pubblicazione di un "lancio" ANSA);
  • si caratterizzano per una scelta di titoli, occhielli, e
    verità parziali, in un insinuante crescendo scandalistico, teso ad
    orientare il lettore in ordine ad un giudizio di colpevolezza del
    diffamato (Trib. Milano, 28 febbraio 2002, n. 2698);
  • mediante un excursus logico, raccordino tra loro notizie vere per far apparire verosimile un'altra notizia non comprovata (Trib.
    Milano, 6 dicembre 2001, n. 13597, ad avviso del Tribunale il
    giornalista che partendo da informazioni veritiere ma utilizzando in
    modo subdolo dati reali commisti a voci e teorie incontrollate ed
    incontrollabili e comunque non accertate ma maneggiate in maniera tali
    da renderle verosimili, può ledere la reputazione altrui inducendo il
    lettore ad una percezione fuorviata dei fatti);
  • espongono una verità monca e carente proprio di quella parte
    facente giusta luce sulla personalità morale dell'attore (Trib. Milano,
    22 febbraio 2001, n. 2090. In questo senso anche Trib. Milano, 30
    settembre 2002, n. 11500, secondo cui attraverso la rappresentazione parziale può
    realizzarsi un'opera di vera e propria manipolazione che impedisce al
    lettore di effettuare un'autonoma valutazione relativamente ai fatti.
    Inoltre, secondo il Tribunale, l'aver offerto una visione parziale e
    strumentale del diffamato ha certamente alterato l'identità personale
    dello stesso).

La problematica della verità della notizia e del suo accertamento, non può andare disgiunta da quella dell’uso legittimo delle fonti informative. Difatti, il controllo della fonte (che
deve essere sempre legittima e legittimamente usata) vuole assicurare
che la stampa persegua la finalità costituzionale della corretta e
veritiera informazione e non sia usata strumentalmente per diffondere
notizie false o non ancora accertate (Trib. Milano, 27 giugno 2002, n.
8564). Per tali ragioni il Tribunale esclude che «altri articoli giornalistici»
possano costituire un’autonoma fonte informativa perché ciò
significherebbe esonerare il giornalista dal dovere impostogli di
verificare sempre i fatti narrati (Trib. Milano, 7 giugno 2001, n. 6415)

Tra le varie sentenze esaminate in materia di fonti giornalistiche si segnalano in particolare:

  • Trib. Milano, 1 febbraio 2001, n. 1159, in una fattispecie di uso
    delle fonti in modo inveritiero e manipolatorio, avendo l'articolo
    presentato i fatti in termini di certezza, sottacendo la circostanza
    che la fonte si proponeva come una mera ipotesi di lavoro, provvisoria
    e non verificata, e dunque alterandone in tal modo il senso e la
    finalità (ad avviso del giudicante tal modo di procedere esclude sia la
    verità del fatto che la continenza formale dell'esposizione);
  • Trib. Milano, 2 aprile 2001, n. 3869, in un articolo dove veniva
    attribuito al diffamato una confessione spontanea che lo facendo
    apparire come un reo confesso e, quindi, colpevole. In realtà, è emerso
    che tale confessione era stata frutto di un abbaglio dei cronisti
    dovuta a cattiva interpretazione della fonte o arbitraria ricostruzione
    del fatto (secondo il Tribunale, in questo caso la palese la negligenza
    nella verifica ed interpretazione della fonte escludeva la scriminante).

In ogni caso, grava su colui che ha pubblicato la notizia, l’onere di fornire la prova della verità di
quanto divulgato (cfr. Trib. Milano, 2 maggio 2002, n. 5168, che
qualifica la pretesa della difesa convenuta di porre a carico
dell'attore gli oneri documentali, come un mero espediente dialettico,
essendo invece onere del giornalista dimostrare la verità della notizia
almeno a livello putativo, vale a dire comprovando almeno il ricorso ad
una diligente ricerca e verifica delle fonti; Trib. Milano, 10 giugno
2002, n. 5344: la prova della verità dei fatti grava sulla convenuta ex
art. 2697 c.c. che invoca il diritto di cronaca come causa di
giustificazione della propria condotta). Si noti che la prova che si
trattava di una notizia vera alla data della pubblicazione, può essere
fornita anche attraverso emergenze successive che riguardino fatti
precedenti (Trib. Milano, 23 luglio 2001, n. 8612; Trib. Milano, 30
luglio 2001, n. 8934)

Dunque, la carenza della prova della verità dei fatti vale a
sostenere l'affermazione dell'illecito e la declaratoria di
responsabilità dei convenuti (v. Trib. Milano, 27 maggio 2002, n. 6598,
in un caso caratterizzato dell'asprezza dei toni e dei modi che, per il
Giudicante poteva anche giustificarsi per la natura politica del
dibattito e l'ampio interesse pubblico ad esso sotteso).

La scriminante della verità opera anche qualora invece sussistano
circostanze e fatti tali che abbiano indotto il cronista in errore. In
questo caso, egli può andare esente da responsabilità qualora sia in
grado di fornire la prova: dei fatti e delle circostanze che rendono
attendibile l’errore; della cura e della cautela dallo stesso poste per
vincere ogni dubbio o incertezza in ordine alla verità sostanziale dei
fatti (c.d. verità putativa).

Tanto premesso, vediamo che secondo il Tribunale di Milano non può operare la scriminante della verità putativa nel caso di:

  • errore agevolmente evitabile, ad esempio tramite una verifica
    presso la competente autorità giudiziaria (Trib. Milano, 19 febbraio
    2001, n. 1943; Trib. Milano, 19 febbraio 2001, n. 1944; Trib. Milano,
    19 febbraio 2001, n. 1945);
  • articoli redatti riportando sostanzialmente dispacci di agenzia,
    senza una verifica di accuratezza e approfondimento adeguati (Trib.
    Milano 4 giugno 2001, n. 6227; Trib. Milano, 17 giugno 2002, n. 7862;
    Trib. Milano, 7 ottobre 2002, n. 11851 secondo cui anche qualora la
    notizia sia stata fornita da un'agenzia di stampa, permane e prevale, a
    carico del giornalista l'obbligo di verificarne l'esattezza della
    notizia).

Inoltre, l’obbligo di accertare la verità della notizia,
controllando l'attendibilità della fonte, non può essere omesso in
virtù di un convincimento personale sulla base di un mero ragionamento
sillogistico, ragion per cui, in questo caso, non può utilmente
invocarsi l’esimente della verità putativa (Trib. Milano 23 novembre
2001, n. 8624). Ugualmente, la verità putativa non sussiste laddove
l'articolo si ponga quale meditata ricostruzione di una complessiva
vicenda giudiziaria di ampia risonanza e non già quale mera cronaca
(Trib. Milano, 28 febbraio 2002, n. 2701).


c.3) Quanto alla continenza nella forma espositiva.
Occorre
premettere che, nella redazione di un articolo non sono ammesse frasi
offensive, toni insinuanti o critiche sconfinanti in contumelia (Trib.
Milano, 29 aprile 2002, n. 4954).

Ugualmente la strumentalizzazione di alcuni fatti fondati
su elementi inconsistenti o notori e che si risolve in un mero attacco
denigratorio è un comportamento assai grave e preclude in radice il
ricorso all'esimente della cronaca (Trib. Milano, 12 febbraio 2001, n.
1617). In ogni caso, nella valutazione circa la sussistenza della
continenza espressiva, le singole frasi non devono essere estrapolate
dal contesto dell'articolo, ma vanno inquadrate nello stesso (Trib.
Milano, 28 ottobre 2002, n. 12671).

Ad avviso del Tribunale sono ipotesi tipiche di incontinenza e di
scorrettezza, l’utilizzo di allusioni, sottointesi, toni sarcastici e
malevoli, di domande retoriche ed allusive (Trib. Milano, 23 aprile
2001, n. 4575; Trib. Milano, 12 febbraio 2001, n. 1617. Al riguardo si
veda anche: Trib. Milano, 2 maggio 2002, n. 5168, secondo cui
l'incontinenza espressiva è sicura laddove si usa il condizionale o si
prospettano dubbi sulle ipotesi accusatorie dei magistrati per poi
accreditare la pendenza di indagini).

E’ ugualmente indice di scorrettezza centrare l'articolo su
argomenti di poco conto e di scarso interesse per il pubblico, ma
enfatizzati da un particolare incedere espositivo in uno con modalità
grafiche "strillate" (Trib. Milano, 12 febbraio 2001, n. 1617, il quale
osserva come tale comportamento sia del tutto estraneo all'ordinario
atteggiarsi della prassi e della deontologia giornalistica,
accreditando la tesi attorea di una strumentalizzazione politica del
pezzo); oppure il procedere a descrivere un soggetto utilizzando toni,
modi, stile ed indicazione di dettagli che non possono ricondursi ad
una esposizione leale, corretta, veritiera e rispettosa, ma – per
contro - che appaiono funzionali ad un effetto ingiustificatamente
amplificativo della valenza negativa della vicenda (Trib. Milano, 2
aprile 2001, n. 3867, il quale ha sottolineato altresì come
l'accentuazione di particolari disonorevoli di un arresto,
gratuitamente volti all'irrisione, trasmodano nella mera sarcastica
denigrazione e nell'ingiustificata aggressione all'onore. Al riguardo
si veda anche Trib. Milano, 29 aprile 2004, n. 4953, il quale ha
ritenuto diffamatorio riferire una circostanza vera con intento suggestivo
e travisamento della portata di tale circostanza). Si è altresì
giudicato diffamatorio un articolo che utilizzava toni e stile
indugianti su dettagli di colore, frutto di ricostruzione arbitraria e funzionali ad un gratuito sensazionalismo
e ad una ingiustificata anticipazione di un giudizio in termini di
colpevolezza (Trib. Milano, 17 dicembre 2001, n. 14059); o che si
avvaleva dell'utilizzo sapiente di vezzeggiativi ironici intesi
a dissimulare la raffigurazione della personalità del diffamato come
soggetto avido, astuto e mediocre dal punto di vista etico. (Trib.
Milano, 11 febbraio 2002, n. 1938). In altre parole, non è rispettoso
del canone della continenza il giornalista che grazie ad un sapiente
intreccio di informazioni, commenti ironici uniti ad un'adeguata
competenza narrativa, fornisce al lettore, in chiave di
verosimiglianza, informazioni non corrispondenti a verità (Trib.
Milano, 2 maggio 2002, n. 5159).

Per contro, la gravità del fatto (un episodio di cronaca nera) ed il
riconosciuto coinvolgimento dell'attore, comportano la sussistenza di
un prevalente interesse pubblico alla relativa informazione che
peraltro giustifica i toni ed i modi dell'esposizione, non valutabili
in assoluto ed in astratto, ma in concreto, in relazione alla gravità,
all'assurdità e all'efferatezza del crimine compiuto. (Trib. Milano, 28
maggio 2001, n. 5857). Inoltre, se i fatti riportati corrispondono a
verità, l'indulgere scandalistico di qualche tono degli articoli e dei
titoli è concessione giornalistica che non intacca la sostanza del
messaggio correttamente riferito (Trib. Milano, 11 marzo 2002, 3193. In
questo senso anche Trib. Milano, 13 febbraio 2002, n. 2239, che ha
rigettato la domanda in una fattispecie in cui malgrado i toni ironici
ed a volte allusivi non risultava superato il limite della continenza).

Infine, sono svuotati di carattere diffamatorio tutti quegli
articoli nei quali la narrazione di fatti contenenti addebiti lesivi, è
stata bilanciata dalla contestuale pubblicazione della versione della
stessa parte lesa (Trib. Milano, 27 giugno 2002, n. 8556 che giudica
questo tipo di articoli come «equilibrati dal punto di vista informativo»).


c.4) Quanto all’interesse del pubblico.
il
Tribunale di Milano ha ritenuto sussistere l’interesse pubblico alla
conoscenza dei fatti posti a base della narrazione cronachistica con
riguardo:

  • alla gravità del fatto ed alla posizione sociale del
    soggetto coinvolto. (Trib. Milano, 2 aprile 2001, n. 3867; Trib.
    Milano, 28 maggio 2001, n. 5857). In senso conforme anche Trib. Milano,
    27 giugno 2002, n. 8556 secondo cui l’interesse pubblico è rinvenibile
    nella rilevanza dell'argomento per il ruolo rivestito dall'attore, dall’oggettiva gravità
    dei comportamenti addebitatigli e del discredito derivante, nonché del
    clamore assunto dalla vicenda (indagine commissione parlamentare
    antimafia su una Procura); nonché Trib. Milano, 13 febbraio 2002, n.
    2239, che ha ritenuto sussistere l’interesse pubblico a causa della
    stretta parentela della parte attrice con un importante uomo politico;
  • ad argomenti di sicura attualità per le vicende politiche e giudiziarie e
    per la rilevante personalità del protagonista. (Trib. Milano, 6
    dicembre 2001, n. 13597. Conforme anche Trib. Milano 4 giugno 2001, n.
    6227, secondo il quale sussiste l’interesse pubblico a conoscere le
    vicende giudiziarie interessanti un imprenditore ed un impresa nota a
    livello mondiale; nonché Trib. Milano, 30 maggio 2002, n. 6789, in una
    fattispecie in cui ha ritenuto sussistere tale condizione con riguardo
    a notizie relative ad indagine della Guardia di Finanza di sicuro
    impatto sociale, considerato anche l’interesse del pubblico ad essere
    aggiornato sull'andamento di tali operazioni);
  • a dichiarazioni provenienti da un soggetto noto e rese in un sede istituzionale (Trib. Milano, 7 ottobre 2002, n. 11867) e con riguardo alle opinioni espresse da diverse correnti politiche (Trib. Milano, 23 aprile 2001, n. 4575)

Difetta, invece l’interesse del pubblico a conoscere una notizia relativa a circostanze del tutto marginali
e riportate evidentemente per il loro sapore vagamente intrigante ed
indiscreto, al solo fine di suscitare la curiosità del lettore (Trib.
Milano, 10 giugno 2002, n. 7488).

Infine, l'interesse pubblico che giustifica la pubblicazione di fotografie,
senza consenso dell’interessato, non sussiste nel caso di immagini che
attengono la sfera intima della vita privata o che l'interessato ha
realizzato per scopi propri (Trib. Milano, 8 novembre 2001, n. 12127).

c.5) La cronaca giudiziaria.
Per questa forma di
cronaca è indispensabile che venga chiarita al lettore la circostanza
che la vicenda narrata si riferisce a delle indagini in corso, ragion
per cui rilevano sia, le modalità di esposizione degli elementi a carico dell'attrice conformi alle istanze istruttorie, sia il riferimento diretto ad una ipotesi investigativa
(Trib. Milano, 30 aprile 2001, n. 4793 e Trib. Milano, 30 aprile 2001,
n. 4794). Occorre inoltre che il cronista riporti i fatti oggetto delle
indagini in modo conforme all'effettivo contenuto degli elementi delle
indagini svolte (Trib. Milano, 8 luglio 2002, n. 9187, che ha rigettato
la richiesta di condanna avendo accertato che l’articolo riportava
chiaramente la fonte delle accuse mosse al preteso diffamato negli atti
di indagine degli organi di polizia e che l’esposizione di tali fatti non induceva nel pubblico la convinzione del definitivo accertamento di tali accuse nei confronti dell'attore).

Il Tribunale ha altresì rigettato la domanda di condanna nel caso in cui il giornalista abbia esattamente riferito le dichiarazioni riportate nei verbali di interrogatorio, che- peraltro - possono considerarsi fonti sicure ed attendibili
(Trib. Milano, 7 ottobre 2002, n. 11857, il quale ha precisato che in
questo caso viene in considerazione non l'effettivo accadimento di
fatti attribuiti ad un soggetto, ma piuttosto l'effettiva dichiarazione
resa da altri soggetti su tali fatti. Conforme anche Trib. Milano, 7
ottobre 2002, n. 11867, per cui ha mandato esente da condanna un
articolo di cronaca giudiziaria in cui giornalisti avevano esattamente
riportano le dichiarazioni rese da un soggetto nel corso di un
interrogatorio avanti al P.M., anche in questa ipotesi la verità del
fatto narrato deve essere riferita al fatto storico delle dichiarazioni
e non al contenuto delle medesime).


7.d) Il diritto di critica
Nell’ambito della libertà
di manifestazione del pensiero, rientra anche l'espressione di
opinioni, giudizi e valutazioni. Questi devono necessariamente deve
essere ricondotti alla matrice politica, ideologica, morale cui il
criticante aderisce ed il criticato non può pretendere che la stessa
coincida con o tenga conto della sua diversa percezione soggettiva: il
giudice deve astenersi da ogni giudizio di condivisibilità sia pure
sotto il profilo del comune sentire (Trib. Milano 25 novembre 2002,
n.14292).


d.1) Specifiche connotazioni del criterio di verità nella critica
Il diritto di critica consiste in una interpretazione di fatti e comportamenti frutto di una visione soggettiva difficilmente riconducibile al criterio della verità,
difatti, la critica comporta una valutazione da parte del lettore che
può esprimersi in termini di condivisibilità o meno delle tesi
affermate non già sotto il profilo della verità delle medesime (Trib.
Milano, 5 aprile 2001, n. 4047). Ciò posto, la critica non può, tuttavia, prescindere dal riferimento ai fatti quali effettivamente accaduti e storicamente reali (Trib.
Milano, 5 aprile 2001, n. 4047; Trib. Milano, 28 maggio 2001, n. 5861;
Trib. Milano, 28 febbraio 2002, n. 2701; Trib. Milano, 11 marzo 2002,
n. 3189; Trib. Milano, 6 luglio 2002, n. 7387), infatti è scriminata
solo la critica che rispetti la verità dei fatti e non quella
che si basi su fatti non veri (cfr. Trib. Milano, 18 febbraio 2002, n.
2235, in una fattispecie in cui delle voci non verificate erano state
rappresentate come un dato di fatto. In questo senso anche Trib.
Milano, 28 febbraio 2002, n. 2705, secondo cui l'opinione dissenziente
- ove difettasse tale condizione - risulterebbe obbiettivamente non
motivata e priva dell'effettiva riferibilità ad un legittimo esercizio
critico; Trib. Milano, 25 novembre 2002, n. 14292: la critica in merito
a determinati fatti non può prescindere dal riferimento ai medesimi
quali effettivamente accaduti e storicamente reali, soprattutto ove
alla critica si intenda accompagnare una finalità informativa: in caso
contrario l'opinione dissenziente risulterebbe obiettivamente non
motivata e priva dell'effettiva riferibilità ad un legittimo esercizio
critico) e, ovviamente, non sussiste la verità in presenza di un’esposizione parziale ed incompleta dei
fatti assunti dalla critica (Trib. Milano, 28 febbraio 2002, n. 2701;
Trib. Milano, 28 febbraio 2002, n. 2705). In altre parole, la critica
deve essere presentata al lettore come giudizio valutativo dell’autore
senza alcun surrettizio tentativo di somministrare quali veri
informazioni concernenti fatti indimostrati (Trib. Milano, 27 maggio
2002, n. 2710).

Il giudice non è inoltre tenuto a valutare la fondatezza o
meno della critica espressa (in sé non sindacabile stante il principio
dell'art. 21 Cost.) ma solo del rapporto tra verità dei fatti ed i
commenti agli stessi (Trib. Milano, 8 novembre 2001, n. 12125).

Tanto premesso, la critica si considera lecita quando non si risolve in un attacco personale e denigratorio,
anche se può assumere toni fortemente polemici mediante l'uso di
espressioni ironiche e sarcastiche (Trib. Milano, 11 marzo 2002, n.
3189, che non ha giudicato diffamatorie espressioni quali "Stile ruspante" e "Sora Cecioni").
In questo senso si veda anche quanto stabilito dal Tribunale di Milano,
con riguardo ad un articolo che, malgrado gli accenti satirici
utilizzati, non offriva profili di mera e gratuita denigrazione
dell'immagine e della reputazione del preteso diffamato. anzi, secondo
il Tribunal,e poiché in tale articolo non vi erano riferimenti a fatti
privi di fondamento o mai accaduti, le considerazioni critiche originate anche da tali riferimenti non potevano ritenersi del tutto gratuite e ingiustificate,
tali cioè da nascondere il solo intento di rivolgere alla persona un
mero attacco personale di carattere essenzialmente ingiurioso. (Trib.
Milano, 8 luglio 2002, n. 9192).

In tale contesto, una critica impietosa, e fortemente polemica, nonché velata da toni sarcastici,
non è inammissibile se trae spunto da elementi di fatto che possano
indurre nel loro complesso anche ad una non pretestuosa interpretazione
connotata da un severo giudizio critico su fatti e comportamenti
altrui. In tale prospettiva la continenza deve tener conto dell'uso iperbolico e paradossale delle espressioni, del tono sarcastico ed ironico delle argomentazioni, per recuperare il senso complessivo del ragionamento critico, al di là della mera lettera delle espressioni usate.
(Trib. Milano, 5 aprile 2001, n. 4047; Trib. Milano 28 maggio 2001, n.
5764, secondo cui non è diffamatorio un articolo che, pur in un
contesto di vivace polemica e di netta contrapposizione, non sfocia
nella contumelia, ancorché evidentemente schierato a sostegno di una
tesi determinata; nonché Trib. Milano, 20 aprile 2001, n. 4579, in una
fattispecie relativa ad un articolo di critica generale, non
indirizzata personalmente al magistrato preteso diffamato, ma ad un
certo tipo di giustizia in sé considerata. Tale articolo è stato
definito dal Giudicante come un'ammiccante dialogo con il lettore
ipersensibile al tema dell'uso persecutorio dell'azione penale nei
confronti di - veri o supposti - autori di reati ritenuti non
particolarmente allarmanti per la convivenza sociale). Al riguardo si
veda anche Trib. Milano, 6 luglio 2002, n. 7387, che non ha giudicato
diffamatorio un articolo che riferiva con toni pungenti e sarcastici,
ma mai gratuitamente offensivi, un libello satirico in passato dato
alle stampe dal preteso diffamato. Ad avviso del Tribunale, prevaleva
inoltre la volontà di informare i lettori sull'esistenza del panphlet al fine di illuminarli su fatti attinenti la sfera pubblico-politica del soggetto.

Dati questi presupposti un articolo si considera diffamatorio quando
è diretto a rappresentare negativamente la personalità di un soggetto,
peraltro esprimendo dei giudizi privi di alcun concreto riferimento a
fatti o situazioni dai quali fosse possibile far scaturire detto
giudizio negativo (Trib. Milano 28 maggio 2001, n. 5764, in un caso in
cui il diffamato era stato dipinto come interessato ad occupare a
qualsiasi costo di posizioni di prestigio o di potere, affermazioni
aggravate dal fatto che il riferimento all'attore nel complesso
dell'articolo era priva di effettivo legame con il suo contenuto e
finalizzata unicamente ad attaccarlo gratuitamente).

Merita una particolare segnalazione la pronunzia di Trib. Milano, 1
febbraio 2001, n. 1163, secondo cui l’utilizzo della forma espositiva
della "sintesi di elementi di fatto provenienti da fonti autorevoli ed attendibili, corroborate largamente da atti ufficiali", pur avendo finalità critica, si distingue dalla "analisi
critica dichiaratamente soggettiva, di cui il giornalista si assuma nei
confronti del lettore, la responsabilità quanto meno ideologica" e
pertanto rende necessaria l’applicazione dei (più rigorosi) criteri
valutativi propri della verifica dell'intervento cronachistico: nella
fattispecie era palese e gratuito l’intento diffamatorio individuabile
nell'articolo in esame, in quanto l'analisi critica doveva ritenersi
simulata.


d.2) Specifiche connotazioni dei criteri di continenza ed interesse pubblico nella critica
Premesse
queste considerazioni generali sul diritto di critica, vediamo ora come
è stata valutata per questa forma giornalistica, la scriminante della
continenza espositiva.

In linea generale, secondo Trib. Milano, 30 maggio 2002, n. 6791,
nella valutazione della continenza deve tenersi conto che il
significato da dare alle parole usate va ricavato dal testo complessivo
e deve essere valutato nell'ambito del contesto del pezzo e non secondo
un'ottica asseritamente oggettiva ma lontana dal senso attribuito
dall'autore alle espressioni usate (nella fattispecie "mestierante cinico divenuto mediocre col tempo").

Ciò premesso, nell'ambito del diritto di critica sono consentite espressioni negative
purché, per il loro inserimento funzionale nell'articolazione del
ragionamento proposto, non si esauriscono in un mero insulto o dileggio
personale (Trib. Milano, 26 giugno 2001, n. 7244): infatti, posto che
la critica è un’interpretazione di fatti e comportamenti frutto di
visione soggettiva, in campo artistico, l’espressione di una
valutazione soggettiva, non è suscettibile di censura in sede
giudiziaria, soprattutto se questa non risulta slegata dal contesto
dell'articolo in questione (Trib. Milano, 28 giugno 2001, n. 7327).

Possono dunque ammettersi toni ironici ed a volte allusivi (Trib.
Milano, 13 febbraio 2002, n. 2239) e toni anche spiccatamente polemici
(Trib. Milano, 19 giugno 2002, n. 7492): in questo senso di veda anche
Trib. Milano, 28 marzo 2002, n. 3939 secondo cui il limite di
continenza non è violato quando malgrado il tono spigliato e a volte
insinuante ed ironico della critica, questa non trascende nella
contumelia.

Ne consegue che, secondo Trib. Milano, 17 giugno 2002, n. 7854, non
è consentito l'uso di termini già in assoluto offensivi, tanto più
quando non trovino alcuna giustificazione o possano servire a
qualificare fatti o comportamenti particolari dell'attore così da
prospettarsi come critica del personaggio (descritto nel caso di specie
come un "tipo viscido", "con carattere da pistolero"):
infatti l’articolo non è scriminato quando i toni ed i contenuti non
sono strumentali ad una critica anche severa e corrosiva dell'operato
di un soggetto, ma appare evidente la mera intenzione di offenderlo,
nel caso negandone anche l'onestà intellettuale (Trib. Milano, 14
giugno 2001, n. 6733).

Il difetto di continenza può altresì configurarsi attraverso l’uso di modalità espositive scorrette.

E’ stato ritenuto diffamatorio un pezzo costruito come una summa di
accostamenti suggestionanti e di espedienti logico dialettici intesi ad
accreditare come verosimili circostanze riferite, solo apparentemente,
con beneficio d'inventario, nonché a simulare l’oggettività
dell’informazione solo simulate (Trib. Milano, 28 marzo 2002, n. 3931):
si vedano anche Trib. Milano, 15 marzo 2001, n. 3077, secondo cui il
testo di un libro complessivamente considerato configurava una serie di
affermazioni ed accostamenti del tutto gratuiti ed immotivati, tali da
fornire una visione distorta e negativa del diffamato; Trib. Milano, 2
maggio 2002, n. 5146 che ha stigmatizzato il tono sarcastico e
canzonatorio tendente in maniera insinuante ad orientare il lettore
attraverso l’espediente dell’ironia malevola.

Infine viene in rilievo il profilo della continenza connesso a quello dell’interesse pubblico
della critica: è stata esclusa la diffamatorietà di frasi aventi natura
palesemente critica e satirica ed improntate alla lieve ironia ed al
sorriso, "rivolte ad un uomo politico che per definizione ha scelto di esporsi in modo particolare al giudizio del pubblico" (Trib. Milano, 17 giugno 2002, n. 7852).


d.3) Particolari forme di critica.
Passando ora a considerare particolari forme di critica.

Vediamo anzitutto che in quella saggistica, il saggista trae
induzioni argomentative e giudizi da circostanze spesso proposte come
non effettivamente acclarate ma probabilmente reali. In questo caso è
fondamentale che dette circostanze non vengano proposte al lettore
surrettiziamente come pacifiche, perché in tal modo si realizzerebbe
una distorsione delle premesse della valutazione critica, riservata, in
ultima analisi, al lettore medesimo (Trib. Milano, 21 marzo 2002, n.
3610).

Invece, l’ambito della critica politica, ricomprende anche l'argomento "ad hominem"
diretto a delineare la figura di un uomo politico, concorrendo a
definirne l'ideologia e le tendenze. In tale contesto la scriminante
può estendersi anche nei confronti di altri soggetti indirettamente
lesi dall'argomentazione in quanto strumentale all'attacco politico e
logicamente inscindibile dal medesimo. (Trib. Milano, 15 novembre 2001,
n. 12499). Tuttavia, si noti che la pubblicazione giornalistica, non
beneficia delle scriminanti proprie dell'agone politico, rappresenta,
pertanto una grave distorsione della professione giornalistica, mutuare
le tecniche espositivo argomentative dalla polemica politica (Trib.
Milano, 28 marzo 2002, n. 3931).

Nell’ambito di un "pezzo" di critica cinematografica, si è
ritenuto che senza una dimostrata ragione reale o accadimento che lo
giustifichi e, per di più, in un contesto anomalo, deve giudicarsi non
scriminato il giornalista che, usando espressioni offensive e
ricorrendo a collegamenti ed associazioni logico-deduttive, abbia
rappresentato un'immagine scarsamente decorosa del diffamato (Trib.
Milano, 29 aprile 2002, n. 4856).

Infine con riguardo alla critica grafica, è stato mandato assolto il disegnatore che
abbia evidenziato plasticamente in modo garbatamente ironico alcune
caratteristiche dei soggetti interessati (Trib. Milano, 25 novembre
2002, n. 14271); mentre si è ritenuto che nella fotografia a corredo
dell'articolo, il segno X apposto sul viso del diffamato, sintetizzasse
graficamente il giudizio critico espresso nell'articolo, risultando la
sua effettiva motivazione immediatamente percepibile dal lettore dalla
lettura del testo dell'articolo stesso (Trib. Milano, 11 marzo 2002, n.
3189).

Si definisce critica finanziaria quella svolta attraverso
valutazioni di contenuto eminentemente tecnico-economico, costituenti
portato delle elaborazioni del giornalista senza pretesa di fornire
notizie o informazioni oggettive (Trib. Milano, 17 giugno 2002, n.
7860).


7.e) Intervista
In materia di intervista sussiste
l'obbligo del giornalista di rispettare i limiti di verità, continenza
e interesse sociale e tale obbligo non è rispettato per il solo fatto
che il testo dell'intervista sia pubblicato fedelmente e sia evidente
la riferibilità all'intervistato delle dichiarazioni pubblicate (Trib.
Milano, 7 ottobre 2002, n. 11870).

Con riguardo alla delicata e dibattuta materia dell’intervista, il
Tribunale di Milano ha avuto modo di affrontare questioni relative
all’applicazione del criterio di verità, alle modalità espositive,
nonché alla pubblicazione delle lettere inviate al giornale.


e.1) Il criterio di verità nell’intervista
Come
premesso, la mera circostanza di aver riportato fedelmente le
dichiarazioni dell'intervistato non integra di per sé la scriminante
(nel caso di specie di trattava di dichiarazioni che direttamente
attribuivano al diffamato fatti delittuosi ed illeciti specifici in
relazione ai quali deve affermarsi la piena operatività del principio
della verità sia pure in forma putativa - Trib. Milano, 5 aprile 2001,
n. 4044). In particolare, riportare dichiarazioni relative a fatti
precisi, impone all'autore dell'intervista l'onere di verificarli
chiedendone ragione all'intervistato, in questo caso non è sufficiente
aver dato analogo spazio alle dichiarazioni del diffamato. (Trib.
Milano, 30 maggio 2002, n. 6783).

Sul punto si veda anche Trib. Milano, 17 giugno 2002, n. 7846,
secondo cui non è sufficiente la fedele riproduzione delle
dichiarazioni dell’intervistato quando l’oggetto delle medesime non
consista in affermazioni o giudizi critici e personali, rispetto ai
quali l'intervistatore avrebbe ben potuto affermare il diritto alla
pubblicazione qualora ad esse fosse stato connaturato un interesse
pubblico e una particolare autorevolezza della fonte, ma concernevano
al contrario fatti specifici e determinati attribuiti in forma diretta
alla responsabilità dell'attore (nella fattispecie l'intervistato non
era un personaggio noto e autorevole tanto da poter identificare la
notizia nella diffusione della sua opinione inoltre il giornalista fa
proprie le tesi anticipate nel titolo e nel sottotitolo).

In questo contesto, la menzione dei giudizi espressi da soggetti di
rilievo istituzionale non possono involgere la responsabilità del
giornalista che abbia fedelmente riportato tra virgolette il contenuto
di tali valutazioni ed il soggetto cui esse si riferivano in quanto
comportano oggettivamente un qualificato interesse pubblico alla loro
conoscenza tanto che l'omessa pubblicazione potrebbe tradursi in un
pregiudizio alla stessa completezza ed obiettività dell'informazione
(Trib. Milano, 27 giugno 2002, n. 8556, Trib. Milano, 8 luglio 2002, n.
9191, Trib. Milano, 20 settembre 2002, n. 10962, nonché Trib. 25
settembre 2002, n. 11241, secondo cui incombe sempre al giornalista il
dovere di controllare la veridicità delle circostanze e la continenza
delle espressioni riferite anche quando riporti alla lettera le
dichiarazioni del soggetto intervistato ed i suddetti criteri possono
subire affievolimenti solo quando il fatto in sé dell'intervista in
relazione alla qualità dei soggetti coinvolti, alla materia in
discussione e al generale contesto in cui le dichiarazioni sono rese
presenti profili di interesse pubblico all'informazione di tale rilievo
da prevalere sulla posizione soggettiva del singolo.

In tal caso, vanno assolti giornalista, direttore e editore, in
quanto l'intervista era rilasciata da personaggio autorevole, l'oggetto
della stessa era la sua opinione circa un fatto di grande rilievo
pubblico su cui l'intervistato aveva conoscenza diretta dei personaggi
coinvolti, mentre può essere condannato l'intervistato per mancanza di
verità (Trib. Milano, 7 ottobre 2002, n. 11870).

Per completezza, sempre con riguardo alla figura dell'intervistato,
qualora lo stesso sia stato accusato di gravi fatti, gli è consentito
di sottoporre alla collettività una pubblica contestazione delle accuse
e se nel far ciò possa discendere discredito nei confronti
dell'accusatore ciò non costituisce diffamazione purché "gli argomenti usati siano rispondenti a verità e collegati alle accuse ricevute oltre che espressi in maniera urbana" (Trib. Milano, 23 ottobre 2002, n. 12671).


e.2) Le modalità espositive dell’intervista
Nella
fattispecie dell’intervista, assumono particolare rilievo anche le
modalità espositive delle dichiarazioni rese dagli intervistati.

In generale, l’intervista risponde al criterio di continenza quando
il giornalista rimane neutrale senza far proprie le tesi presentate
(Trib. Milano, 7 ottobre 2002, n. 11867). Non può difatti, ritenersi
diffamatoria una notizia avente ad oggetto dichiarazioni rese da terzi
e riferite dal giornalista senza note o commenti che possano far
ritenere che questi le condivida (vedi Trib. Milano, 11 giugno 2001, n.
6619, in una fattispecie in cui il giornalista aveva preso le dovute
distanze dalle dichiarazioni dei terzi ed aveva riportato tra
virgolette frasi di smentita degli interessati).

Conseguentemente, rispondono della diffamazione gli autori
dell'intervista che omettono di restare neutrali rispetto al testo
dell'intervista che, anzi, dagli stessi viene enfatizzato (Trib.
Milano, 5 aprile 2001, n. 4044).

E’ stato rilevato il colpevole difetto di neutralità nelle seguenti fattispecie:

  • in un’intervista in cui nella parte introduttiva del pezzo il
    giornalista preparava le successive affermazioni della persona
    intervistata e nell'ultima domanda che si sostanziava come una
    un'affermazione cosicché il contenuto dell'intervista finiva per essere
    proposto come chiave di lettura dell'intera vicenda (Trib. Milano, 21
    novembre 2002, n. 14180);
  • in un’intervista in cui era stata messa in scena un'analisi critica
    di fatti non a fini sinteticamente valutativi ma di informazione
    denigratoria, considerando come veri fatti indimostrati e (già)
    ampiamente contestati dai soggetti interessati, così da distorcere
    completamente la percezione valutativa del pubblico di fronte
    all'opinione del giornalista medesimo. (Trib. Milano, 25 novembre 2002,
    n. 14288);
  • in un’intervista concernente un fatto non di attualità ed un
    personaggio non di primo piano in quel momento storico, che si rivelava
    priva di funzione cronachistica ed scoperto espediente espositivo per
    addebitare condotte infamanti alla vittima, con un'apparenza di
    attendibilità artificiosamente ricostruita. (Trib. Milano, 11 febbraio
    2002, n. 1938).

Meritano di essere segnalate anche alcune pronunzie che hanno
evidenziato la necessità di una particolare esigenza di neutralità da
parte dell’intervistatore proprio in considerazione della nota qualità
dell'intervistato, personalmente interessato alla vicenda (così Trib.
Milano, 25 novembre 2002, n. 14288 in un caso in cui l'intervistatore
ha stimolato dichiarazioni diffamatorie superando la ritrosia e la
prudenza dell'intervistato; Trib. Milano, 7 ottobre 2002, n. 11870 in
un caso in cui il giornalista facendo proprie le tesi dell'intervistato
ricostruiva sinteticamente la vicenda in maniera tale da ingenerare nel
lettore la convinzione dell'effettiva fondatezza delle medesime).

Lo strumento dell’intervista svolge una funzione importante nell’ambito della critica politica.

A tale proposito vengono in rilievo l’articolata pronunzia resa da
Trib. Milano, 15 novembre 2001, n. 12499 secondo cui in caso di
intervista, la scriminante della critica politica valevole per
l'intervistato non si estende automaticamente al giornalista il quale
deve verificare l'attendibilità delle dichiarazioni riportate, se non
altro in relazione all'autorevolezza della fonte nonché la continenza;
l’analitica sentenza Trib. Milano, 7 ottobre 2002 n. 11873 secondo cui
l’intervistatore che riferisce valutazioni parziali e arbitrarie
spacciandole come riflessioni oggettive di un esperto, realizza "una
sorta di interversione odiosa della dell'aspra critica di
politica-economica, utilizzata come espediente espressivo per
diffondere notizie false": nella fattispecie 1) le dichiarazioni
riportate non potevano costituire notizia in sé, non preesistendo
all'articolo ma essendo state stimolate dall'intervistatore per la
realizzazione di un intervento giornalistico di analisi della
situazione; 2) l'intervistato non rivestiva cariche pubbliche o di
interesse pubblico tale da giustificare l'integrale propalazione delle
sue dichiarazioni (quale momento di informazione di incomprimibile
interesse generale); 3) l'incontinenza espositiva dell'intervistato
appariva agevolmente scindibile dall'eventuale contenuto informativo.


e.3) Lettere al giornale.
Sul punto si deve dare conto
di una parziale difformità di giudizio tra due sentenze rese dal
Tribunale di Milano in fattispecie analoghe.

Secondo Trib. Milano, 23 luglio 2001, n. 8611, nel caso di pubblicazione di lettere al direttore, sarebbe applicabile per analogia, con riferimento al criterio di verità principio applicato per le interviste, vale a dire "l'intervista
sia realmente operata e concetti e parole riportate siano perfettamente
rispondenti al proferito della persona intervistata" (nel caso si trattava di lettera inviata da parlamentare).

Secondo Trib. Milano, 21 marzo 2002, n. 3611, la pubblicazione di una lettera al giornale non sarebbe di per sé equiparabile all'intervista poiché "non
v’è alcun obbligo giuridico alla pubblicazione delle missive inoltrate
ai periodici e neppure applicabile a tale fattispecie l’argomento per
il quale la notizia sarebbe l’intervista o la dichiarazione dell’uomo
politico in sé così da implicare la scriminante del diritto di cronaca
a favore dell’intervistatore" (nel caso di trattava di lettera inviata da rappresentante di una associazione onlus).


7.f) Titoli
Possono costituire notizia diffamatoria
anche il solo titolo e/o sottotitolo dell’articolo, posto che gli
effetti di carattere diffamatorio non sono soltanto quelli conseguenti
ad una lettura attenta e ponderata di tutto l'articolo. (Trib. Milano,
28 ottobre 2002, n. 12671)

Il titolo e l'occhiello possono avere una perfetta autonomia
informativa, soprattutto in considerazione della normale attenzione
esclusiva del lettore medio per tali evidenze tipografiche, almeno per
alcuni articoli ed alcune pagine dei quotidiani. (Trib. Milano, 28
febbraio 2002, n. 2701).

Ciò posto, l'autore dell'articolo non è responsabile del contenuto
del titolo e dell’occhiello se si è limitato a fornire il testo alla
redazione. In questo caso può venire condannato il direttore ex art. 57 c.p. e l’editore ex art. 11 L. 47/1948 (Trib. Milano 23 novembre 2001, n. 8624, che segnala in senso contrario Cass., n. 8611/2001).

In senso analogo si veda anche Trib. Milano, 12 luglio 2001, n. 7983
secondo cui non risponde di diffamazione a mezzo stampa l'autore
dell'articolo quando lo stesso "non abbia di per sé un contenuto
diffamatorio, ma sia il complesso della informazione, per le modalità
di presentazione e soprattutto per i titoli che l'accompagnano, ad
attribuire alla informazione un contenuto offensivo dell'altrui
reputazione" (in questo caso l'autore si era limitato a fornire il
testo alla redazione la quale ha provveduto alla pubblicazione
stabilendo "la collocazione in una determinata pagina, il risalto da
dare alla notizia, la formulazione di titoli e sottotitoli ed ogni
altro particolare").


7.g) Rettifica
In relazione alla sussistenza del reato di diffamazione ex art.
595 c.p. è irrilevante la successiva pubblicazione della rettifica
(Trib. Milano, 7 giugno 2001, n. 6414) che vale unicamente a contenere
il pregiudizio connesso alla notizia inveritiera ma non a eliminarlo
(Trib. Milano, 24 settembre 2001, n. 10033).

La mancata risposta alla richiesta di rettifica è un'ulteriore
dimostrazione dell'interesse della testata a dare spazio alla notizia
di richiamo anche a scapito della verità della stessa. (Trib. Milano,
25 settembre 2002, n. 11241).


7.h) Diritto di satira
Per il Tribunale di Milano, la
satira si configura come una particolare espressione del diritto di
critica, esercitato in forma sarcastica e ironica (Trib. Milano, 30
maggio 2002, n. 6787). La finalità della satira, difatti, non è la
verità del fatto illustrato bensì il paradosso, la dissacrazione o la caricatura (Trib. Milano, 26 giugno 2002, n. 8563).

Secondo Trib. Milano 19 febbraio 2001, n. 1948, i "capisaldi interpretativi della satira" possono individuarsi come segue: "effetto comico e dissacratorio del potente, animus iocandi, continenza espressiva".

Ciò premesso, la satira non può spingersi fino al limite di
giustificare anche l'ingiuria gratuita svincolata cioè da qualsiasi
concreto riferimento ad un giudizio critico sia pure aspro nei toni,
che trovi, comunque, fondamento attendibile nel quadro degli elementi
dialettici e di fatto che hanno dato origine al tema trattato (Trib.
Milano, 30 maggio 2002, n. 6787).

Il Tribunale di Milano, ha ritenuto sussistente la scriminante del
diritto di satira in una fattispecie in cui sono state utilizzate
espressioni colorite e suggestive, riconducibili all'incisiva asprezza
della satira politica e funzionali alla critica sociale e di costume e
comunque utilizzate per rappresentare un'idea e commentare l'evento e
non per denigrare le singole persone nella loro dignità (Trib. Milano,
11 gennaio 2001, n. 166).

Al contrario il limite del diritto di satira appare superato quando:

  • in considerazione della natura e della funzione storico-critica
    dell'articolo, nonché dell'accentuazione di particolari disonorevoli
    gratuitamente volti all'irrisione, il pezzo finisce per trasmodare
    nella denigrazione e nell'ingiustificata aggressione all'onore della persona (Trib. Milano, 1 febbraio 2001, n. 1157);
  • in una vignetta satirica con il modello iconografico utilizzato, si
    esprime un'accusa non limitata ad uno specifico fatto di cronaca, ma
    estesa ad una più generale comportamento squalificante dell'attore ("… nella
    fattispecie l'esagerazione del reale, l'iperbole, l'estensione massima
    della connessione tra significante e significato sino ad aree vicine
    all'associazione d'idee, all'intuizione ecc., non possono in alcun modo
    confondersi con l'espressione figurativa caricaturale di una tesi
    precostituita e come tale fornita al lettore più attento gratuitamente
    e gravemente diffamatoria perché in nessuna connessione con la realtà
    che intende ritrarre simbolicamente", così, Trib. Milano 19 febbraio 2001, n. 1948).

Merita una particolare menzione segnalazione Trib. Milano, 26 giugno
2002, n. 8563, secondo cui, sul presupposto che nella satira la realtà
è solo argomento di avvio per il paradosso, laddove articoli con
impostazione pungente e particolarmente sarcastica contengano comunque
informazioni (e più precisamente forniscono notizie dettagliate e del
tutto aderenti alla realtà ed idonee a riferire vicende concernenti il
personaggio), si esula dal diritto di satira, ma al più ricorre la
fattispecie dell'informazione satirica: in questo caso
l'osservanza del principio di continenza può essere valutata con
maggior ampiezza ma, tuttavia non si può prescindere dalla verità dei
fatti (proprio perché la difformità rispetto al reale non è chiaramente
riconoscibile dal percettore della notizia).


7.i) Il Direttore responsabile
In linea generale la
responsabilità del direttore risulta integrata in considerazione
dell'omissione del dovuto controllo volto ad impedire la consumazione
di fatti penalmente rilevanti mediante l'esercizio dei poteri ad esso
spettanti nell'esercizio delle sue attribuzioni (Trib. Milano, 28
febbraio 2002, n. 2701; Trib. Milano, 28 febbraio 2002, n. 2701; Trib.
Milano, 28 febbraio 2002, n. 2705; Trib. Milano 5 aprile 2001, n. 4047).

Con particolare riferimento alla fattispecie della diffamazione
attraverso inserti ed allegati alla testata, è stato affermato il
difetto di legittimazione passiva del direttore responsabile, in quanto
tali inserti possono ritenersi estranei all'opera collettiva ex art. 7 L.A., rispondendo ad una "scelta strettamente editoriale e sottratta al controllo del direttore responsabile" (Trib. Milano, 11 ottobre 2001, n. 10902).


7.l) Danni, sanzione pecuniaria e pubblicazione della sentenza

l.1) Danni
Per quanto riguarda i profili risarcitori, il
Tribunale di Milano conferma il consolidato orientamento secondo cui il
danno patrimoniale deve essere oggetto di specifica prova (Trib.
Milano, 12 febbraio 2001, n. 1617).

Quanto alla liquidazione del danno morale, la sussistenza del medesimo è ritenuta in re ipsa,
anche per enti o altre persone giuridiche (v. Trib. Milano, 2 maggio
2002, n. 5168): in particolare si ritiene configurabile un pregiudizio
nei confronti della reputazione della persona giuridica sotto il
profilo del danno all'immagine ed alla credibilità commerciale della
medesima (Trib. Milano, 7 ottobre 2002, n. 11866).

Quando ricorra una fattispecie concretamente diffamatoria, il
Tribunale di Milano ha enucleato una serie di criteri valutativi del
danno morale, al fine di orientare la quantificazione necessariamente
equitativa dello stesso.

In via generale i criteri maggiormente utilizzati sono i seguenti:
gravità ed estensione dell'offesa, personalità ed età della vittima,
qualità e grado di diffusione del mezzo, capacità patrimoniale degli
autori della diffamazione. (Trib. Milano, 18 febbraio 2002, n. 2235;
Trib. Milano, 8 novembre 2001, n. 12128; Trib. Milano, 25 novembre
2002, n. 14271; Trib. Milano, 1 febbraio 2001, n. 1157; Trib. Milano, 5
aprile 2001, n. 4047; Trib. Milano, 15 marzo 2001, n. 3077).

Alcune pronunzie hanno particolarmente sottolineato la diretta connessione tra l’entità del danno e

  • la collocazione spaziale (esempio pubblicazione in prima pagina o
    in rubriche fisse) in uno con la rilevanza grafica (esempio utilizzo di
    titolo e sottotitoli) dell’articolo diffamatorio nell’ambito della
    pubblicazione(Trib. Milano, 1 febbraio 2001, n. 1162; Trib. Milano, 25
    giugno 2001, n. 7240; con particolare riferimento alla pubblicazione di
    una vignetta, si veda Trib. Milano, 19 febbraio 2001, n. 1948);
  • la natura settoriale della pubblicazione (Trib. Milano, 12 febbraio 2001, n. 1617);
  • l’indicazione nominale (Trib. Milano, 25 settembre 2002, n. 11236);
  • diffusività del mezzo televisivo e numero effettivo degli ascoltatori (Trib. Milano, 25 novembre 2002, n. 14288).

Va ricordata inoltre Trib. Milano, 14 giugno 2001, n. 6733, che in
una fattispecie di intervista diffamatoria ha enucleato i criteri della
natura e qualità del soggetto leso, notorietà dell'intervistato,
rilascio ripetuto di interviste.

Infine, l’avvenuta rettifica vale a contenere il pregiudizio connesso alla notizia inveritiera ma non a eliminarlo. Secondo Trib. Milano, 24 settembre 2001, n. 10033, nella liquidazione dei danni morali si deve tener conto dell'avvenuta
rettifica nonché della circostanza che l'attore non si sia prontamente
attivato per l'eliminazione del pregiudizio.


l.2) Sanzione pecuniaria.
A seguito dell'accertamento
incidentale della sussistenza degli elementi costitutivi del reato di
cui all'art. 595 c.p., il Tribunale di Milano applica la sanzione ex art. 12
L. 47/1948, cui viene riconosciuta la natura civilistica (Trib. Milano,
25 settembre 2002, n. 11236; Trib. Milano, 29 aprile 2002, n. 4961).

Ciò premesso la materia è oggetto di dibattito in dottrina e giurisprudenza.

Infatti, tale sanzione di regola può essere comminata oltre che
all’autore della pubblicazione illecita, anche al direttore
responsabile (ex art. 57 e/o 110 c.p.) ed all’editore (ex
art. 57 bis c.p. ed art. 11 L. 47/1948). In alcune pronunzie, peraltro,
il Tribunale di Milano, ha rigettato la richiesta di condanna al
pagamento della sanzione pecuniaria nei confronti del direttore
responsabile (ex art. 57 c.p.) o dell’editore (ex art. 11 L. 47/1948), in quanto "essendo
indefettibilmente collegata al reato di diffamazione, può essere
richiesta soltanto nei confronti del responsabile di questo da
intendersi in senso rigorosamente soggettivo" (Trib. Milano, 12
luglio 2001, n. 7983, che si richiama a Cass., n. 9762/1997; nonché
Trib. Milano, 7 ottobre 2002, n. 11851; Trib. Milano, 18 febbraio 2002,
n. 2235, contra, ex multis, Trib. Milano 23 luglio 2001, n. 8617, Trib. Milano, 17 luglio 2002, n. 7862).

Sull’argomento si segnala una sentenza che ha posto la riparazione pecuniaria a carico dell'intervistato in solido con l'intervistatore (Trib. Milano, 21 novembre 2002, n. 14180).

Anche con riferimento alla riparazione pecuniaria sono stati
enucleati criteri di quantificazione: apprezzabile gravità dell'offesa,
modesto rilievo tipografico, non elevatissima diffusione del quotidiano
(peraltro tutt'altro che trascurabile nel milanese) Trib. Milano, 28
febbraio 2002, n. 2701; conforme anche Trib. Milano, 12 febbraio 2001,
n. 1617, che ha ritenuto che il contenuto delle affermazioni pubblicate
e la strumentalizzazione dei pezzi, dovessero indurre ad un
liquidazione percentualmente elevata in risposta all'elevata intensità
del dolo).

In caso di pubblicazione non lesiva ma senza consenso, dell’immagine
altrui, non essendovi una lesione alla reputazione o all’onore, non
sussiste il reato, conseguentemente: non possono liquidarsi i danni patrimoniali, difettando la prova; non possono liquidarsi i danni morali, poiché questi sussistono in re ipsa colo con la diffamazione; si può pronunciare l’inibitoria all’utilizzo dell’immagine e la pubblicazione della sentenza di condanna (Trib. Milano, 23 luglio 2001, n. 8624).


l.3) Pubblicazione della sentenza.
La
pubblicazione della sentenza costituisce un mezzo di risarcimento in
forma specifica in quanto deputata ad una soddisfazione integrativa
(anche se non direttamente economica) di un preciso danno patrimoniale
nonché a prevenire eventi pregiudizievoli futuri di tale tipo. (Trib.
Milano, 12 febbraio 2001, n. 1617). Per tale motivo non può disporsi
quando non risponda all'interesse attuale dell'attore ma a
un'inammissibile scopo meramente sanzionatorio (Trib. Milano, 7 ottobre
2002, n. 11873; Trib. Milano, 29 aprile 2002, n. 4992).


7.m) Diritto all’immagine e diritto alla riservatezza (privacy)
In
ambito civilistico accanto alla tutela dell’onore e della reputazione,
vengono garantiti i diritti all’immagine ed alla riservatezza, di cui è
riconosciuta specifica tutela.

Tra le sentenze esaminate ve ne sono alcune che trattano di
problematiche diffamatorie anche in connessione alla violazione dei
suddetti autonomi diritti all’immagine e/o alla riservatezza.


m.1) Diritto all’immagine
Ai sensi del combinato
disposto degli artt. 10 c.c. e 96, 97, 98 L. 633/1941 (Legge sul
diritto d’autore), l’immagine di un soggetto può essere pubblicata solo
con il consenso del medesimo, salvo che la riproduzione non sia
giustificata dalla notorietà o da altri motivi di interesse pubblico e
purché non vi sia pregiudizio all’onore, alla reputazione o al decoro
della persona ritratta.

Premesso che il consenso alla pubblicazione di un’immagine va provato da chi lo invoca,
non vi è lesione del diritto all'immagine quando la fotografia è stata
resa disponibile dal soggetto che ne era legittimamente in possesso ed
inoltre essa era relativa ad un fatto di interesse pubblico e di per sé
inidonea a offendere le persone ritratte (Trib. Milano, 6 dicembre
2001, n. 13589).

L'interesse pubblico che giustifica la pubblicazione di fotografie,
senza consenso dell’interessato, non sussiste nel caso di foto che
attengono la sfera intima della vita privata o che l'interessato ha
realizzato per scopi propri (Trib. Milano, 8 novembre 2001, n. 12127).
In particolare, la scriminante dell’art. 97 L.A., non è applicabile
quando la notorietà del ritrattato non può considerarsi ragione della
pubblicazione e non risulta apprezzabile alcun collegamento tra la
notorietà del personaggio e la pubblicazione, difettando, dunque,
finalità di informazione o culturali collegati alla sua notorietà
(Trib. Milano, 23 luglio 2001, n. 8624).

In una specifica fattispecie il Tribunale di Milano ha sottolineato
anche la non attualità delle immagini e l’assenza di un interesse
informativo alla loro divulgazione, ritenendo che la pubblicazione
fosse diretta solamente a suscitare interessi meno nobili e morbosa
curiosità del pubblico su aspetti privati di un personaggio dello
spettacolo (Trib. Milano, 29 marzo 2002, n. 4935).

Si segnala una pronunzia che ha particolarmente evidenziato la
problematica relativa alle diverse valutazioni da compiersi con
riferimento all’immagine di un personaggio pubblico rispetto a quella
dei suoi congiunti che avevano invece scelto di mantenere una
dimensione strettamente privata: per il primo si sono ritenuti
sussistenti i requisiti della notorietà e del fine informativo, ed
inesistente l'offesa dell'onore, della reputazione e del decoro; mentre
per i secondi, che non vengono automaticamente attratti entro la sfera
di notorietà del congiunto homo publicus, mancando la notorietà
ed il consenso la pubblicazione dell'immagine è illecita (Trib. Milano,
21 marzo 2002, n. 3609, il quale ha peraltro evidenziato che nella
fattispecie è stata pubblicata la foto di un minore senza schermature
del viso, in violazione dell’art. 7 del codice deontologico, che
riconosce ai minori la prevalenza del diritto alla riservatezza
rispetto al diritto di critica e di cronaca salvo motivi di rilevante
interesse pubblico da apprezzarsi con riguardo l’interesse oggettivo
del minore alla pubblicazione).

Da ultimo è stato ritenuto che la pubblicazione di foto ritraesti
scene erotiche, nell'ambito di un numero di una rivista dedicato a nudi
femminili, integra certamente pregiudizio alla reputazione ed al decoro
in relazione al limite invalicabile di cui all'art. 97, comma 2 L.A.
(Trib. Milano, 19/03/2001, n. 3202).

In caso di illegittima pubblicazione di un’immagine, senza che ciò
comporti lesione alla reputazione o all’onore, non configura in
astratto una fattispecie di reato e, conseguentemente, non possono
liquidarsi i danni morali, poiché questi sussistono in re ipsa solo con la diffamazione: possono invece essere liquidati i danni patrimoniali, purché rigorosamente provati e si può disporre l’inibitoria all’utilizzo dell’immagine e la pubblicazione della sentenza di condanna (Trib. Milano, 23 luglio 2001, n. 8624).

In ordine ai criteri di liquidazione equitativa del danno, per
lesione del diritto all'immagine, il Tribunale di Milano ha enucleato
quale parametri il prezzo della pubblicazione dell’immagine (Trib.
Milano, 8 novembre 2001, n. 12127), nonché la capacità diffusiva del
periodico e sui riflessi negativi della medesima in relazione al
ridursi del valore commerciale dell'immagine (Trib. Milano, 19 marzo
2001, n. 3202).

Per completezza di esposizione si segnalano due pronunzie relative a particolari fattispecie:

  • Trib. Milano, 8 luglio 2002, n. 9179, secondo cui l'immagine alterata a seguito di fotomontaggio appare
    distante dall'uso per cui era stata autorizzata la pubblicazione
    dell'immagine originaria e da ogni altro uso prevedibile;
  • Trib. Milano, 29 aprile 2002, n. 4944, secondo cui quando
    attraverso la pubblicazione di un'immagine si rivelino vicende
    riguardanti soltanto la vita privata dell'individuo, si potrà avere il cumulo delle tutele previste in tema di immagine e riservatezza.


m.2) Diritto alla riservatezza
Il diritto alla
riservatezza dopo le prime aperture ad opera della giurisprudenza, ha
trovato riconoscimento ed espressione attraverso specifiche
disposizioni normative.

Attualmente, nel nostro sistema oltre al diritto al decoro,
all'onore ed alla reputazione, si è riconosciuto il diritto alla
riservatezza, destinato a garantire tutela a quelle vicende attinenti
alla sfera individuale più intima e familiare, anche se verificatesi al
di fuori delle mura domestiche che non presentando alcun risvolto di
interesse sociale, sembra necessario mantenere riservate e protette
dalle ingerenze esterne (Trib. Milano, 29 aprile 2002, n. 4944).

Una delle sentenze esaminate ha riconosciuto una fattispecie di
contestualità di lesione alla riservatezza (615- bis c.p.) ed alla
reputazione (595 c.p.): le contingenze e le pose in cui i protagonisti
erano stati ripresi ed il commento scritto, evidenziavano che
l'interesse cui rispondeva il servizio era diretto al mero
soddisfacimento di banali curiosità di una certa categoria di lettori e
attraverso questa, alla maggior possibile diffusione del periodico,
anche come vincolo di pubblicità, che di per sé non giustifica, in
mancanza del consenso dei personaggi medesimi, la riproduzione e la
pubblicazione delle loro immagini in un contesto del tutto privato e
riservato come quello in oggetto (yatch), tanto meno con commento lesivo del loro onore e della loro reputazione. (Trib. Milano, 6 maggio 2002, n. 5349).

Per il Tribunale di Milano:

  • sussiste lesione al diritto alla riservatezza quando vengano pubblicati dati personali, travalicando il limite dell'essenzialità della notizia a
    nulla rilevando ai fini dell'informazione e dell'esercizio del diritto
    di cronaca e di critica l'indicazione dei dati personali in questione
    (ossia età, titolo di studio, professione, luogo nella fattispecie
    ospedale e reparto) idonei a identificare i soggetti la cui identità,
    tra l'altro nella fattispecie era coperta per legge da un specifico
    diritto alla riservatezza (art. 70 L. 1238/39) (Trib. Milano, 19 giugno
    2002, n. 7492);
  • la diffusione dei dati relativi ad un minore deceduto ed alle
    modalità e ricostruzione del decesso e dei momenti che lo hanno
    preceduto, può costituire trattamento illecito dei dati personali, in
    violazione dell’art. 35 L. 675/1996: il legittimo esercizio del diritto
    di cronaca (richiamato dall'art. 20, lett. d, L.675/1996) non è
    riscontrato quando pur ricorrendo i presupposti di verità, continenza,
    pertinenza è travalicato il limite della essenzialità della notizia che
    avrebbe mantenuto la sua pregnanza anche se i dati in questione fossero
    stati omessi (Trib. Milano, 20 settembre 2002, n. 10963).