Cronaca giudiziaria, quando il diritto di raccontare si scontra con la presunzione di non colpevolezza

di Sabrina Peron, avvocato in Milano

La cronaca giudiziaria è quel particolare settore della cronaca
inerente la narrazione di avvenimenti criminosi e delle vicende
giudiziarie da essi derivate, è pertanto, ovvio che tra le attività
svolte dal giornalista la cronaca giudiziaria rappresenta, quella che
maggiormente si scontra con l’interesse di tutelare la propria
riservatezza cui è portatore la persona coinvolta negli accadimenti
giudiziari oggetto della cronaca. In particolare, la cronaca
giudiziaria si pone in potenziale conflitto con i principi espressi
dall’art. 27 della Costituzione, ai sensi del quale sono vietate
affermazioni anticipatorie della condanna o, comunque, pregiudizievoli
della posizione dell’indagato e dell’imputato, tutelando questi ultimi
contro ogni indicazione che li indichi come colpevoli prima di un
accertamento processuale definitivo che effettivamente li riconosca
come tali.

Tanto premesso, è parimenti ovvio che il diritto di cronaca - il
quale costituisce una particolare espressione della libertà di
manifestazione del pensiero anch’essa sancita dalla nostra Costituzione
- non può venire del tutto sacrificato neppure nei confronti con il
principio di presunzione di innocenza; ciò in considerazione del fatto
che nei confronti dell’imputato o dell’indagato non vi è alcuna ragione
di riconoscere una tutela della reputazione in misura maggiore di
quanto non spetti ad altri soggetti.

Fatte queste precisazioni di ordine generale, vediamo che
l’esercizio della cronaca giudiziaria incontra i medesimi, e ben noti,
limiti degli altri tipi di cronaca: verità della notizia, pubblico
interesse alla conoscenza dei fatti narrati, continenza.

Vediamoli singolarmente.

Quanto al limite della verità, esso viene inteso in senso
restrittivo poiché il sacrificio della presunzione di innocenza non
deve spingersi oltre quanto strettamente necessario ai fini
informativi. Ciò comporta che il giornalista non deve narrare il fatto
in modo da generare un convincimento su di una colpevolezza non ancora
accertata poi rilevatasi inesistente. In questo contesto si è ritenuta
diffamatoria la pubblicazione di una formula di proscioglimento
inesatta perché meno favorevole e tale da far ritenere che l’indagine
giudiziaria abbia consentito di accertare l’oggettiva perpetrazione
dell’illecito da parte dell’imputato (ad esempio, è stato reputato
diffamatorio e lesivo dell’altrui reputazione divulgare la notizia di
un’inesistente proscioglimento per amnistia invece che per
insussistenza del reato. Del pari si è ritenuto diffamatorio affermare
che un soggetto è stato condannato alla pena della reclusione senza la
sospensione condizionale della pena quando, invece, era stata
pronunciata una condanna, condizionalmente sospesa, alla sola pena
dell’ammenda: in questo caso da un lato, si è ritenuto che la maggior
gravità della pena contiene un maggior giudizio di disvalore della
condotta rispetto a quello contenuto nella pena realmente inflitta;
dall’altro si è ritenuto che la (pretesa) mancata concessione della
sospensione condizionale in realtà contenga una prognosi sfavorevole
sulla futura condotta e sulla persona del condannato).

Nel procedere a verificare il rispetto del limite della verità, le
nostre corti, in genere, effettuano un valutazione sulla base di ciò
che risulta al momento in cui la notizia viene diffusa e non già
secondo quanto viene successivamente accertato, con la conseguenza che
l’eventuale discrepanza tra i fatti narrati e quelli realmente accaduti
non esclude che possa essere invocato l’esercizio del diritto di
cronaca. Al riguardo, si noti che a questa impostazione si conforma
anche la sentenza della Cassazione in commento (Cass., 22.3.1999, n.
2842), che capovolge le precedenti decisioni rese dal Tribunale di Roma
e dalla Corte d’Appello statuendo che la verità della notizia va
valutata operando una verifica sull’esattezza, o meno, delle
informazioni pubblicate in relazione ai provvedimenti adottati dagli
inquirenti, senza dover invece far riferimento al successivo esito
delle indagini. In effetti il resoconto giornalistico delle attività di
indagine del P.M. non potrà reputarsi carente di obiettività,
esaurendosi l’informazione proprio nell’attività investigativa
considerata.

Con riguardo, invece al problema delle fonti, si richiede che il
cronista di giudiziaria, attinga le sue informazioni dai dibattimenti
penali, dalle decisioni pubbliche, oppure organi della polizia
giudiziaria o altre fonti certe. In questo campo è stato anche
riconosciuta particolare autorevolezza ad alcune fonti quali gli atti
giudiziari e i rapporti di polizia esimendo in tali casi il giornalista
dall’obbligo di accertare la verità dei fatti.

Per contro, il cronista giudiziario non è però esente da
responsabilità qualora riporti notizie di fatti non vere apprese da
altro giornale o da agenzie stampa o dalla RAI, senza prima averne
verificato la fondatezza, inoltre si noti che non sono considerate
fonti attendibili i funzionari di polizia che vengano meno al loro
dovere di riservatezza. Mentre sono considerate lecite le inesattezze
relative alle semplici modalità del fatto che è stato imputato senza
che ne modifichino la struttura.

Si tenga inoltre presente che al giornalista non è consentito
omettere aspetti idonei a scagionare il soggetto passivo né arricchire
il fatto con particolari non veri; inoltre incorre in condanna il
giornalista che fa uso di termini giuridici impropri e tali a
qualificare il fatto in modo più grave. In questo caso, però, l’uso di
termini giuridici non deve essere valutato in senso restrittivo essendo
evidente che colui il quale deve fornire notizie e commenti al pubblico
deve tenere presente che non si rivolge solo a specialisti, ma al
contrario deve sforzarsi di rendere comprensibile a chiunque
l’informazione che divulga (in questa ipotesi la diligenza del cronista
viene misurata in base alla competenza specifica degli operatori del
settore specializzato della cronaca giudiziaria).

Nel caso in cui la cronaca consista nel resoconto di un processo non
ancora conclusosi, essa deve basarsi sulla lettura degli atti
processuali ed al giornalista è fatto obbligo di chiarire le opposte
tesi dell’accusa e della difesa, senza tacere aspetti salienti di
queste ultime allo scopo di inculcare nel lettore la convinzione di una
inevitabile pronunzia di condanna. Si tenga altresì presente che se una
storia processuale viene ricostruita a distanza di tempo, vi è
l’obbligo di accertare più accuratamente la verità dei fatti, con la
conseguenza che l’errore sul fatto fondamentale della notizia non
scrimina se questo poteva essere facilmente accertato in relazione alle
possibilità del giornalista su quel caso particolare.

Quanto al limite della continenza, innanzitutto esso deve
rispettare il principio di presunzione di innocenza del soggetto al
centro della cronaca: ciò significa che ogni notizia idonea di
attribuire prima della condanna un reato a una persona - per poter
essere legittimamente pubblicata - non solo deve essere vera ma altresì
deve avere un contenuto e una forma tali da rendere avvertiti i lettori
che la colpevolezza del soggetto incolpato non può considerarsi ancora
come un fatto certo. Conseguentemente, devono essere evitati tutte quei
particolari non ancora sicuramente accertati e tutte quelle espressioni
non strettamente indispensabili. In altre parole, nel narrare fatti per
i quali è in corso un accertamento giudiziario, il cronista deve
astenersi dall’enunciare verità certe e deve rappresentare i fatti
medesimi in chiave di problematicità - eventualmente comunicando ai
destinatari della notizia il tipo di percezioni da lui realizzate - con
la conseguenza anche il pubblico deve essere avvertito che la
colpevolezza dell’indagato o dell’imputato non è ancora stata acquisita
come un fatto certo.

Infine, sempre nell’ambito della continenza, vediamo che è vietato
l’uso di tutte quelle espressioni che gettino discredito sulla figura
morale e professionale del protagonista della vicenda. Mentre, nel caso
in cui si pubblichi la notizia di una denuncia, va evidenziato che si
tratta solo di una denuncia e che i fatti non sono ancora stati oggetto
di verifica da parte dell’autorità giudiziaria.

Quanto al limite dell’interesse pubblico si osserva che se in
linea di principio sussiste un generale interesse dalla collettività
alla conoscenza della perpetrazione dei reati e delle relative vicende
giudiziarie - soprattutto se si tratta di fatti di grande rilievo
sociale - non vi è però una presunzione assoluta di un pubblico
interesse per ogni vicenda processuale, con la conseguenza che questo
deve essere accertato caso per caso.

In genere si ritiene che non può essere apriori esclusa la
legittimità della divulgazione di accadimenti relativi a soggetti
diversi dall’imputato purché si tratti di fatti oggetto dell’indagine o
comunque direttamente collegabili a questi e la loro narrazione sia
funzionale all’esercizio del diritto di cronaca (si tenga, presente che
l’aggredire la reputazione di persone che non hanno acquisito la
condizione di imputati impone un sindacato particolarmente pregante
sull’esistenza del requisito del pubblico interesse alla divulgazione
dei relativi fatti). Lo stesso dicasi per il caso in cui siano
divulgate delle vicende che, pur essendo relative all’imputato, sono
diverse da quelle oggetto dell’accertamento giudiziario: in questa
ipotesi l’attività di cronaca è legittima solo se tali fatti
strettamente collegati con quelli oggetto del procedimento penale, così
da consentire una migliore comprensione o ricostruzione da parte del
pubblico.


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Cronaca giudiziaria: i confini tracciati dai giudici

a cura di Sabrina Peron, avvocato in Milano

In tema di diffamazione a mezzo stampa, quando il comportamento di
una persona, essendo contrassegnato da ambiguità, sia suscettibile di
più interpretazioni, tutte connotate in negativo sotto il profilo
etico-sociale e giuridico, è scriminato dall'esercizio del diritto di
cronaca e di critica il giornalista che, operando la ricostruzione di
una determinata vicenda sulla scorta dei dati in suo possesso e di
quelli contenuti in un provvedimento giudiziario, riconduce il
comportamento ad una causale considerata dalla interessata più
infamante di quella, ugualmente riprovevole e penalmente illecita,
prospettata nello stesso provvedimento giudiziario. (Fattispecie
relativa ad un articolo di stampa, in cui un brigadiere dei carabinieri
era stato definito "in mano alla piovra campana", per aver discreditato
dei testi che collaboravano con l'autorità giudiziaria inquirente in un
omicidio di camorra e per avere consegnato un memoriale contenente
rivelazioni non solo al giudice istruttore, ma anche ai difensori degli
imputati. La suprema Corte ha ritenuto che correttamente la corte
d'appello aveva affermato l'esistenza della scriminante, benché
nell'ordinanza di rinvio a giudizio la condotta del querelante fosse
attribuita non a collusione o a collateralità con le cosche
camorristiche, come implicitamente significato dal giornalista, ma
all'intento di screditare per ritorsione i propri superiori, che lo
avevano denunciato per concussione) (Cass. pen., sez. V, 16 febbraio 1995, n. 4000, Melati, Cass. Pen., 1996, 2386).

Costituisce esercizio del diritto di cronaca e di critica la
pubblicazione di un libro contenente notizie e informazioni, diffuse
negli ambienti interessati, su un imprenditore avente una posizione
pubblica di grandissimo rilievo in campo economico e sociale, acquisite
con una seria ricerca (su articoli di giornali, relazioni e atti di una
commissione parlamentare di inchiesta, rapporti di polizia giudiziaria,
atti societari depositati presso uffici pubblici, sentenze e altri atti
pubblici), esposte in termini formalmente e sostanzialmente corretti
(nella specie, è stato negato carattere diffamatorio a gran parte delle
notizie, informazioni e valutazioni contenute nel libro "Berlusconi -
Inchiesta sul signor Tv" di Giovanni Ruggeri e Mario Domenico Saulle
detto Mario Guarino) (Trib. Roma, 2 maggio 1995, Berlusconi c. Ruggeri e altro, Foro It., 1996, I, 657).

La valenza diffamatoria di una espressione ha carattere relativo,
essendo l'onore e la reputazione stessi valori relativi, influenzabili
dall'appartenenza del soggetto passivo ad un determinato gruppo
sociale, culturale o professionale. Un attentato alla sfera della
reputazione soggettiva, effettuato con uno scritto giornalistico, per
essere scriminato dalla ricorrenza del diritto di cronaca o critica
deve presentare i caratteri dell'interesse sociale alla conoscenza
della notizia, della verità dei fatti e della continenza formale in
sede espositiva, intesa alla stregua di correttezza del linguaggio.
Travalica i limiti della continenza formale, con la conseguente
inapplicabilità della scriminante in oggetto, l'attribuzione, in un
articolo giornalistico, della patente di pavidità alla persona di un
magistrato impegnato in processi di lotta alla mafia, tramite
l'accostamento alla figura manzoniana di Don Abbondio, avendo un
significato offensivo, lesivo della considerazione che un giudice deve
avere nell'ambiente professionale e nel corpo sociale, che va oltre il
diritto di critica, particolarmente esercitabile nell'ambito
giudiziario con la manifestazione di fisiologico dissenso rispetto a
determinazioni discrezionali dei magistrati, senza degenerare nel mero
insulto di cui possa cogliersi solo l'aspetto dispregiativo. E'
peraltro configurabile l'applicabilità delle attenuanti dei motivi di
particolare valore sociale o morale nel caso in cui l'espressione
anzidetta sia stata dettata da ribellione morale di fronte alle
disfunzioni giudiziarie ed alla volontà di fornire un contributo alla
lotta alla criminalità organizzata attraverso la sensibilizzazione
dell'opinione pubblica e degli stessi organi giudiziari competenti (Trib. Milano, 17 dicembre 1995, Cavallaro, Riv. Pen., 1996, 350).

Non è lesiva del diritto alla riservatezza una trasmissione
televisiva che si propone di dibattere su un grave fatto di cronaca
nera, qualora in ordine allo stesso sussista l'interesse pubblico alla
più approfondita conoscenza da parte della collettività; la
ricostruzione degli eventi sia fedele e rigorosa; la forma non sia
eccedente rispetto allo scopo di riesaminare in modo critico e sereno i
fatti accertati dall'autorità giudiziaria (Pret. Roma, 23 novembre 1992, Baldini c. Rai-Tv, Dir. Inf., 1993, 689).

In tema di diffamazione a mezzo stampa non è invocabile il diritto
di cronaca quando la notizia è stata data attraverso uno scritto
anonimo, come tale insuscettibile di controlli circa l'attendibilità
della fonte e la veridicità della notizia stessa, né tale notizia può
ritenersi controllata per il solo fatto che sia stata eventualmente
aperta un'inchiesta giudiziaria sui fatti pubblicati (Cass. pen., sez. V, 5 marzo 1992, Mastroianni, Giur. It., 1992, II, 618).

Nella inchiesta di fatti intorno a cui sia ancora in corso un
procedimento penale, il giornalista deve riportare i fatti in chiave di
assoluta problematicità senza enunciare una verità certa ed assoluta,
ma esponendo tutti gli elementi certi (sulla base degli accertamenti e
dei riscontri del giornalista) che vengono a connotare la complessità
della realtà (Trib. Roma, 5 novembre 1991, Remondino, Dir. inf., 1992, 478).

Nella cronaca giudiziaria il giornalista deve rendere omaggio alla
oggettività delle notizie più che al rigore giuridico delle proprie
opinioni. Si ha una inesattezza giuridica di opinione e non una falsità
di confezione di una notizia quando si dà per certa la meccanica
apertura di un procedimento penale per calunnia a carico del soggetto
(nel caso di specie si trattava di un avvocato) la cui tesi accusatoria
è già stata sconfessata dai giudici competenti essendo l’azione penale
del reato di calunnia meramente eventuale in quanto rimessa alla
valutazione tecnica del P.M che tale azione esercita.

Costituisce reato di diffamazione il riportare la notizia di un
rinvio a giudizio quando l’atto introduttivo (denuncia, querela ecc.)
non sia stato ancora inoltrato, in quanto fa nascere nel lettore il
convincimento erroneo della presenza di una esito processuale scontato
e già in itinere (Trib. Roma, 9 luglio 1991, Vitalone, Dir. inf. 1992, 463).

Il giornalista pur investito dell’altissimo compito di informazione
deve sempre attenersi, fino a che non intervenga una sentenza di
condanna, al principio costituzionale di presunzione di non
colpevolezza dell’imputato e non può tacciare quindi lo stesso di una
colpevolezza non ancora accertata, tanto meno se la notizia di
colpevolezza provenga da altra fonte informativa - giornali agenzie RAI
- nn accuratamente controllata, altrimenti le fonti propalatrici delle
notizie - attribuendosi reciprocamente credito - finirebbero per
rinvenire in se stesse attendibilità (Cass pen., 17 aprile 1991, Bocconetti, Riv. pen., 1991, 912).

Deve considerarsi illecito sia sotto il profilo civile che quello
penale (reato di diffamazione a mezzo stampa) il comportamento del
giornalista che divulghi notizie attinenti alla commissione di reati ed
alla attribuzione di essi ad una persona, raccogliendo le voci negli
ambienti giudiziari senza un più approfondito controllo delle fonti
d'informazione, senza attendere l'effettivo e reale svolgimento
dell'iter processuale, e riferendo per di più dei fatti specifici che
non hanno trovato alcuna rispondenza neppure in sede istruttoria, con
la conseguenza che il diritto di cronaca non appare rettamente
esercitato neppure sotto il profilo della <putatività> (Trib. Roma, 5 febbraio 1991, Vitalone c. Soc. Rcs editoriale quotidiani, Dir. Inf., 1992, 459).


Nella cronaca giudiziaria relativa a fatti oggetto di un
processo penale anche se non ancora concluso, e a maggior ragione nel
resoconto del processo stesso, il giornalista adempie l’obbligo di
controllo delle fonti quando fonda la notizia sulla lettura degli atti
processuali, fonte più attendibile e certa nel momento della redazione
dell’articolo (Trib. Milano 11 gennaio 1991, Postiglione, Dir. inf., 1991, 606).

L’errore del giornalista non è scriminante quando tocca la verità
dei fatti fondamentali della notizia, nel caso di una ricostruzione
della storia processuale a distanza dei fatti medesimi, la cui falsità
poteva essere facilmente accertata: l’obbligo di puntuale ricerca e
riscontro delle fonti è tanto più possibile quando si tratti di
ricostruzione a distanza di un fatto e non di resoconto immediato dello
stesso (Trib. Roma, 10 marzo 1989, Scottoni, Foro It., 1990, II, 137).

Il pieno diritto alla difesa della propria onorabilità, come
previsto dagli art. 2 e 27 Cost., spetta a ogni cittadino e quindi
anche a colui che, pur sottoposto a procedimento penale, non deve
peraltro essere danneggiato dalla pubblicazione di notizie, né dalla
formulazione di giudizi preventivi, in senso negativo, precedenti
l'accertamento giudiziario definitivo; da detto principio deriva che in
materia di cronaca giudiziaria è idonea a ledere l'interesse protetto
dall'art. 595 c. p. la pubblicazione di notizia relativa a un rinvio a
giudizio, non ancora formulato, trattandosi di notizia non vera in quel
momento e sicuramente lesiva dell'onorabilità della parte offesa (App. Roma, 20 gennaio 1989, Scalfari, Giust. Pen., 1991, II, 519, n. Mantovani).

Non costituisce diffamazione col mezzo della stampa riferire, nel
corso di più telegiornali della Rai, di un'inchiesta giudiziaria circa
una associazione mafiosa attribuendo ad una delle persone coinvolte
imputazioni più gravi di quelle per le quali è effettivamente
inquisita, ove il giornalista abbia desunto le informazioni da fonti
normalmente attendibili (nella specie, le agenzie di stampa Ansa e
Italia), poiché, senza pretendere nel vaglio della notizia un astratto
rigorismo, il diritto di cronaca deve ritenersi in simili ipotesi
correttamente esercitato (Pret. Roma, 24 febbraio 1989, Longhi, Foro It., 1989, II, 488).

Obbligo inderogabile del giornalista è il rispetto della verità
sostanziale dei fatti, non rilevando le inesattezze che incidono su
semplici modalità del narrato, senza modificarne la struttura o (se si
tratta di cronaca giudiziaria) se consistono nella errata indicazione
del titolo del reato (consumato anziché tentato) (Trib. Messina, 13 dicembre 1988, Pollichieni, Riv. it. dir. proc. pen., 1990, 1210).

L'interesse pubblico alla conoscenza immediata di fatti di grande
rilievo sociale quali la perpetrazione di gravi reati deve essere
conciliato con il principio costituzionale di non colpevolezza;
pertanto ogni notizia idonea ad indurre l'opinione pubblica ad
attribuire, prima della condanna, un reato ad una persona deve, per
essere lecitamente pubblicata, rispondere ai requisiti oltre
all'utilità sociale dell'informazione, della veridicità e della forma
civile dell'esposizione dei fatti e della loro valutazione, cioè non
esorbitante rispetto allo scopo informativo da conseguire ed improntata
a serena obiettività (Trib. Roma, 6 aprile 1988, Cosci, Dir. Inf., 1988, 837).

Qualora uno sceneggiato fondi la ricostruzione di un fatto di
cronaca sulla fedele osservanza delle risultanze e degli atti di un
procedimento giudiziario conclusosi definitivamente con il passaggio in
giudicato della sentenza, non può ravvisarsi pregiudizio all'onore
dell'interessato; in tal caso, tuttavia, le esigenze
artistico-rappresentative devono essere raccordate al dato storico,
senza che aggiunte o soppressioni operate dal regista, possano
alterare, anche in minima parte, la figura psicologica dell'interessato
e l'equilibrio della trama (Pret. Roma, 7 novembre 1986, Maresca c. Rai-Tv, Giur. It., 1989, I, 2, 428).

Il limite della verità della notizia è travalicato dal giornalista
non soltanto qualora la narrazione dei fatti venga arricchita di
particolari e descrizioni contrarie al vero ma anche nella ipotesi in
cui siano tenui sotto silenzio aspetti che, ove venissero conosciuti,
sarebbero idonei a mutare il significato di ciò che è stato narrato
(nel caso di specie il giornalista nel riferire un fatto di cronaca
giudiziaria aveva taciuto avvenimeni idonei a scagionare colui il quale
veniva indicato come omicida).
Non può essere esonerato da
responsabilità il giornalista che usa un termine giuridico improprio
non solo in relazione alla sostanziale differenza tra i due istituti
(archiviazione e proscioglimento con formula piena) ma soprattutto in
relazione alla competenza professionale media da riconoscere al
giornalista che affronti temi specifici come la cronaca giudiziaria nel
corso della quale la verità del narrato non può andare disgiunta dalla
utilizzazione della terminologia più appropriata soprattutto quando a
termini diversi corrispondano concetti e conclusioni diverse (Cass. pen., 26 giugno 1987, Scialoja, Riv. pen., 1988, 865).

Non si può ritenere cronaca rispettosa della verità dei fatti quella
di chi, nel riferire notizie la cui fonte si rappresentata da
dichiarazioni o provvedimenti di organi dello Stato (nella specie
autorità giudiziaria) non tenga conto dei limiti processuali delle
accuse di un organo inquirente, in spregio al disposto dell’art. 27, II
comma, Cost., presentando come certa e definitiva una situazione che è
suscettibile in una fase successiva di modifiche o addirittura di
ribaltamenti (Trib. Genova, 24 ottobre 1986, Boiso, Dir. inf., 1987, 239).

Non costituisce esercizio del diritto di cronaca giudiziaria
riferire la deposizione, in un procedimento civile, di un testimone
lesiva dell'altrui reputazione e di cui non sia stata provata la verità
(Trib. Roma, 26 novembre 1985, Ravelli, Dir. Inf., 1986, 894).

Non costituisce diffamazione col mezzo delle stampa aggravata
dall’attribuzione di un fatto determinato, riferire durante una cronaca
giornalistica radiofonica, dell’affiliazione di due soggetti ad una
loggia massonica organizzata e controllata dal capo della P2 Licio
Gelli, ove il fatto dia vero, e definire un soggetto <latitante>
se la circostanza sia sostanzialmente vera secondo il senso comune,
anche quando giuridicamente non ne ricorrono gli estremi. L’uso dei
termini da parte del giornalista non deve essere valutato in senso
restrittivo o addirittura tecnico. E’ evidente che colui il quale deve
fornire notizie e commenti al pubblico deve tenere ben presente che non
si rivolge solo a specialisti o a raffinati cultori della lingua
italiana ma, al contrario, deve sforzarsi di rendere comprensibile a
chiunque l’informazione che divulga (Pret. Firenze, 2 maggio 1985, Di Giovanni, Foro It., 1985, II, 399).

I soggetti sospettati come colpevoli di un reato non possono dolersi
che si dia notizia di un fatto già accaduto nei loro confronti - e cioè
che essi sono sospettati di appartenere ad un’associazione mafiosa, o
comunque di avere commesso dei reati - ma possono legittimamente
invocare la tutela penale qualora il giornale, anticipando la
(eventuale) conclusione dell’inchiesta, li abbia presentati quali
sicuri responsabili del reato per il quale invece sono in corso
soltanto indagini. Il giudizio di colpevolezza non può essere
anticipato dall’organo di stampa, perché si tratterebbe, né più né
meno, della pubblicazione di una notizia notoriamente falsa, in quanto
la valutazione della responsabilità degli inquisiti non è ancora stata
effettuata dagli organi competenti.
Trib. Genova, 15 aprile 1985, Corrado, Giust. pen., 1986, II, 722

Costituisce diffamazione col mezzo della stampa riferire
inesattamente su giornale quotidiano, della condanna penale riportata
nel primo grado del giudizio da amministratore pubblico, definendolo
nella cronaca giudiziaria come <speculatore>. Trib. Roma, 14 aprile 1984, Scalfari, Foro It., 1985, II, 124

Costituisce esercizio del diritto di critica e di cronaca
giornalistica, e pertanto esula dall’ipotesi di diffamazione col mezzo
stampa, aggravata dall’attribuzione di fatto determinato, definire il
soggetto <speculatore> e <usuraio>, ricavando tali
qualifiche dal resoconto di fatti veri, documentalmente provati e
accertati con sentenza penale passata in giudicato (Trib. Roma, 25 febbraio 1984, Agnese, Foro It., 1985, II, 124).

Il diritto di cronaca giornalistica, sia questa giudiziaria o di
altra natura, rientra nella più vasta categoria dei diritti pubblici
soggettivi, relativi alla libertà di pensiero e di stampa riconosciuti
dall'art. 21 Cost.; e consiste nel potere-dovere conferito al
giornalista di portare a conoscenza dell'opinione pubblica fatti,
notizie e vicende interessanti la vita associata (Cass. pen., 12 gennaio 1982, Lo Greco, Giust. Pen., 1982, II, 656).

In materia di cronaca giudiziaria per stabilire se il relativo
diritto sia stato esercitato con rispetto del limite della verità
oggettiva non deve aversi riguardo a quelle inesattezze che incidono su
semplici modalità del fatto narrato senza modificarne la struttura. Non
integra gli estremi del reato di diffamazione la pubblicazione di un
articolo in cui il giornalista, nel divulgare la notizia dell’arresto
di una persona, usa espressioni e toni che consentono al lettore di
intendere che i fatti che hanno determinato l’arresto non sono stati
ancora definitivamente accertati. L'indagine del giudice di merito
volta a stabilire se nei casi concreti il giornalista abbia rispettato
il limite della continenza e della verità deve essere particolarmente
frequente in tema di cronaca giudiziaria, poiché il sacrificio del
diritto alla presunzione di innocenza non deve spingersi al di là di
quanto è strettamente necessario ai fini informativi (Cass. pen., 18 dicembre 1980, Faustini, Giust. Pen., 1982, II, 139).

Un decreto penale opposto non costituisce fonte di prova ai fini
dell'applicazione della esimente dell'esercizio del diritto di cronaca,
poiché non può ritenersi attendibile una notizia che è ancora oggetto
di indagine giudiziaria (Cass. pen., 9 luglio 1979, Vecchiato, Cass. Pen. Mass., 1981, 191).

Il giornalista nell’esercizio del diritto di cronaca deve pubblicare
la notizia di un arresto e dei motivi che lo hanno determinato, anche
se successivamente tali motivi risulteranno infondati: l’interesse
pubblico alla conoscenza dei fatti di grande rilievo sociale, quali la
perpetrazione di reati e l’attività di polizia giudiziaria è preminente
rispetto al principio della presunzione di innocenza. Ogni notizia
idonea ad indurre l’opinione pubblica ad attribuire, prima della
condanna, un reato ad un persona in quanto relativa a fatti che la
espongono ad un giudizio penale (denunce, querele, rapporti, arresti,
ecc.) deve essere vera, ed avere un contenuto ad una forma tali da
rendere avvertito il pubblico, quanto più è possibile in relazione alle
circostanze del caso concreto, che la colpevolezza della persona
accusata non può considerarsi ancora acquisita come un fatto certo e,
quindi, evitare tutti quei particolari non ancora sicuramente accertati
e tutte quelle espressioni, non strettamente indispensabili che tale
certezza possono creare nel pubblico (Cass. pen., 7 marzo 1975, Vola, Giust. civ., 1975, I, 972).

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Una sentenza della Cassazione penale

Non c’è diffamazione quando l’articolo
riporta i provvedimenti del magistrato

Nel periodo fra ottobre 1992 e giugno 1993 i quotidiani La
Repubblica, Il Messaggero e Il Tempo hanno pubblicato notizia su
perquisizioni eseguite presso lo studio e l’abitazione dell’avvocato M.
nell’ambito di un’inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di
Palmi al fine di accertare eventuali rapporti illeciti fra logge
massoniche <deviate> e associazioni mafiose.

In seguito a una querela sporta dall’avvocato M., il Tribunale di
Roma ha condannato per diffamazione gli autori degli articoli e per
omesso controllo i direttori dei giornali.

La Corte d’Appello di Roma ha confermato la condanna osservando che
l’indagine svolta nei confronti dell’avvocato M. non aveva conseguito
alcun risultato, in quanto non era stata provata l’esistenza di alcun
suo legame con ambienti criminali né lo svolgimento di attività
illecite da parte della loggia massonica cui egli apparteneva.

Escludendo la veridicità delle notizie pubblicate, la Corte
d’Appello ha negato ai giornalisti l’esimente del diritto di cronaca.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei giornalisti affermando
che la Corte d’Appello di Roma, al fine di stabilire se gli stessi
avessero esercitato correttamente il diritto di cronaca, non avrebbe
dovuto far riferimento all’esito delle indagini, bensì all’esattezza o
meno delle informazioni pubblicate sui provvedimenti adottati dagli
inquirenti.


Nell’ambito della cronaca giudiziaria - ha affermato la Corte - la
verità della notizia mutuata da un provvedimento giudiziario sussiste
ogni qualvolta essa sia fedele al contenuto del provvedimento stesso,
senza alterazioni o travisamenti; pertanto per il riconoscimento
dell’esimente del diritto di cronaca è sufficiente che l’articolo
pubblicato corrisponda al contenuto di atti dell’autorità giudiziaria,
senza che sia richiesto al giornalista di dimostrare la fondatezza
delle decisioni e dei provvedimenti da essa adottati.


Deve pertanto escludersi - ha precisato la Corte - che
il cronista possa fondare la propria attività su mere voci e illazioni
raccolte, anticipare il contenuto di provvedimenti del giudice o del
pubblico ministero ed attribuire ad essi una valenza maggiore di quella
reale.

Nel caso in esame - ha rilevato la Corte - l’indagine della Procura
di Palmi tentava di svelare i legami occulti tra logge deviate della
massoneria ed ambienti affaristico-criminali, non alieni talvolta dal
coltivare progetti di eversione dell’ordine costituzionale; il giudice
di merito avrebbe dovuto accertare se l’accostamento, operato dai
giornalisti, dell’avvocato M. a tali ambienti fosse il coerente portato
dell’indagine della Procura di Palmi ovvero costituisse un’illazione,
un’esorbitanza, un’avventata od anche arbitraria elaborazione, nel
quale caso sarebbe spettato al giornalista dimostrare la corrispondenza
tra quanto narrato e la realtà storica (Cassazione, sezione V penale, sentenza n. 2842 del 2 marzo 1999, Presidente Marvulli, Relatore Amato).

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 Sulla cronaca giudiziaria si segnalano anche i seguenti contributi:

CALABRESE A., Cronaca giudiziaria e danno da lesione della
reputazione e della credibilità economica dell'imprenditore (nota a
sent. Trib. Genova 24 novembre 1993, Casella c. Rognoni), Nuova Giur.
Civ., 1995, I, 395

CERESA GASTALDO M., Processo penale e cronaca giudiziaria:
costituzionalmente illegittimo il divieto di pubblicazione degli atti
del fascicolo per il dibattimento (rif. a osservaz. C. Cost. 24
febbraio 1995 n. 59, Maiorca), Giur. Costit., 1995, 2122

RICCIUTO V., Sui limiti alla cronaca giudiziaria (Nota a T. Roma, 9
luglio 1991, Vitalone c. Soc. ed. La Repubblica), Dir. Inf., 1992, 466

MANTOVANI M., Cronaca giudiziaria e limiti alla tutela penale
dell'onore del cittadino processato (Nota a App. Roma, 20 gennaio 1989,
Scalfari), Giust. Pen., 1991, II, 519

GIOSTRA G., I limiti alla cronaca giudiziaria nel nuovo codice di procedura penale, Dir. Inf., 1990, 361

FERRANTE U., Cronaca giudiziaria e cosiddetta presunzione di
innocenza (Nota a T. Roma, 14 aprile 1984, Scalfari e T. Roma, 25
febbraio 1984, Agnese), Giur. di Merito, 1986, 137

PARDOLESI R., Rettifica, diffamazione e cronaca giudiziaria (Nota a
P. Roma, 1 agosto 1985, Tortora c. Longhi), Foro It., 1985, I, 2781