Lettura critica del volume di Domenico Bellantoni La lesione dei diritti della persona (onore e riservatezza)

Tabloid n. 5/2000

Lettura critica del volume di Domenico Bellantoni
La lesione dei diritti della persona (onore e riservatezza)

di Sabrina Peron, avvocato in Milano

Il volume recentemente uscito del professor Domenico Bellantoni,
avvocato del foro di Milano e docente universitario, la "Lesione dei
diritti della persona", edito da Cedam, è un’opera di lettura agevole,
oltre che essere estremamente utile ed interessante per chi si occupa
della materia. Il volume di compone di tre capitoli: il primo, analizza
il pregiudizio al diritto dell’onore e della riservatezza sotto il
profilo penale; il secondo, si occupa e della lesione dei citati
diritti sotto il profilo civile, ed, infine, il terzo capitolo,
concerne l’aspetto del risarcimento del danno. Ogni capitolo è
suddiviso in ulteriori paragrafi ognuno dei quali è corredato da
referenti legislativi e bibliografici, ai quali segue la disamina
dell’argomento per poi concludersi con l’analisi giurisprudenza più
significativa e/o più recente.

L’opera inizia con la nozione del diritto all’onore da intendersi
sia, come il sentimento che ciascuno ha della propria dignità, intesa
come somma d valori che l’individuo attribuisce se stesso (onore in
senso soggettivo) sia, come quel giudizio di valore che altri esprimono
nei confronti di un soggetto, in altre parole, la reputazione di cui
gode un soggetto nella comunità (onore in senso oggettivo). A questa
definizione segue la constatazione che "il campo in cui si lede più
facilmente il diritto all’onore di un soggetto è quando l’aggressore
esercita il suo diritto alla libertà di espressione e di informazione"
e, quindi, quando viene esercitato il diritto di cronaca e/o di
critica. Ora il diritto di cronaca costituendo un aspetto essenziale
del diritto di libertà di manifestazione del pensiero riconosciuto
dall’art. 21 della Costituzione, può essere esercitato anche quando
comporti una lesione all’altrui onore e reputazione, a condizione che
rispetti gli ormai noti limiti fissati in aderenza alle finalità
sociali che tale diritto persegue, ed individuati:

  • nella necessità che l’esposizione sia obiettiva e serena, non
    potendo risolversi in una mera ed incivile denigrazione dell’altrui
    personalità;

  • nella necessità che esista un pubblico interesse alla conoscenza dei fatti (la c.d. utilità sociale dell’informazione);

  • nella necessità che la notizia pubblica sia vera o, almeno, sia
    stata seriamente accertata attraverso un serio e diligente lavoro di
    ricerca.

Con la conseguenza che il giornalista per poter invocare con
successo l’esercizio del diritto di cronaca, deve essere diligentemente
accorto:

  • nella scelta delle fonti;

  • nel vagliare, caso per caso, l’attendibilità delle fonti utilizzate;

  • nell’esperire ogni altro controllo che la perizia professionale può suggerirgli.

Qualora la condotta del giornalista non si uniformi ai suindicati
parametri egli non agisce più nell’ambito di liceità riconosciutogli
dall’art. 21 della Costituzione e rimane, pertanto, soggetto alla
sanzione indicata nell’art. 595 cod. pen. (che prevede la pena "della
reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a lire un
milione") oltre che all’obbligo di risarcire, in sede civile, il danno
arrecato.

L’Autore, mette altresì giustamente in rilievo che la valutazione
dell’articolo non deve essere effettuata solo con riferimento al
contenuto letterale dell’articolo "ma anche alla modalità complessive
con le quali la notizia viene data", sicché decisivo ai fini
dell’individuazione del contenuto diffamatorio di un pezzo
giornalistico appare l’esame dei titoli e dei sottotitoli, delle
immagini che accompagnano il testo e, più in generale, del modo in cui
la notizia è stata presentata. Tenendo presente, tuttavia, che nel caso
in cui l’articolo pubblicato non abbia di per sé un contenuto
diffamatorio, essendo il complesso dell’informazione, per le modalità
di presentazione e per i titoli che l’accompagnano, a far assumere
all’informazione un contenuto lesivo della lesione dell’altrui onore,
non può essere chiamato a risponderne il giornalista che si sia
limitato a fornire il testo alla redazione del giornale, senza
contribuire al suo successivo confezionamento (quale ad esempio, il
risalto da dare, la determinazione della sua collocazione in una pagina
determinata, la formulazione dei titoli e dei sottotitoli e ogni altro
particolare).

Ma il libro del professor Bellantoni, appare interessante anche per
la disamina operata sotto il profilo civilistico, nell’ambito del quale
particolare attenzione è prestata alla tutela:

  • del diritto all’immagine (in relazione alla quale si evidenzia come
    la tutela dell’onore e della reputazione viene indirettamente attuata
    mediante la tutela del diritto all’immagine, da intendersi come
    quell’attributo della persona maggiormente suscettibile di impiego
    economico, la quale, avendo un’efficacia comunicativa superiore alla
    parola, ha anche una maggiore capacità offensiva), disciplinata
    dall’art. 10 del codice civile e dagli articoli 96 e 97 della legge del
    diritto d’autore;

  • del diritto al nome, da intendersi come il "simbolo dell’intera
    complessa personalità morale, intellettuale e sociale di chi lo porta,
    che serve a distinguere un individuo da tutti gli altri consociati";

  • del diritto all’identità personale, consistente nella pretesa di
    veder rispettato il proprio patrimonio culturale e le proprie opinioni
    politiche, religiose, sindacali, filosofiche, le quali, se distorte,
    darebbero della persona un’immagine distante da quella che le è propria
    attribuendole idee ed opinioni che questa non professa e nelle quali
    non si riconosce. In altre parole il diritto all’identità personale si
    configura come il diritto di ciascuno di non vedere travisata nella
    pubblica considerazione, l’immagine della propria personalità, a
    prescindere dalla circostanza che tale travisamento integri o meno
    un’offesa all’onore, anche perché tale diritto può essere violato anche
    qualora le attribuzioni non veritiere siano migliorative della
    personalità del soggetto preso di mira;

  • del diritto alla riservatezza, il quale consiste nella tutela di
    situazioni e vicende strettamente personali e familiari, ancorché
    verificatesi fuori del domicilio domestico, da ingerenze che, sia pure
    compiute con mezzi leciti e senza arrecare danno all’onore, al decoro o
    alla reputazione, non siano tuttavia giustificate da un interesse
    pubblico preminente. In relazione a quest’ultimo diritto l’Autore
    effettua un interessante excursus del diritto alla riservatezza nella
    Costituzione, nel codice penale, nelle fonti internazionali e nelle
    leggi speciali con particolare riguardo alla legge sulla privacy (L.
    675/1996), le cui linee principali di seguito riportiamo brevemente.

Tale ultima legge si propone di garantire il rispetto dei diritti,
delle libertà fondamentali, e della dignità delle persone quando vi sia
un trattamento dei dati personali. Dove per trattamento si intende
qualsiasi operazione concernente la raccolta, la registrazione,
l’organizzazione, la conservazione, la modificazione, la selezione,
l’utilizzo, la comunicazione, la diffusione, la cancellazione e la
distruzione di dati personali, ossia di quei dati suscettibili di
identificare, direttamente o anche solo indirettamente, un individuo.
La più importante deroga al trattamento dei dati personali è quella
riguardante i giornalisti. Tuttavia per poter godere di tale deroga per
il giornalista non è sufficiente essere iscritto nell’apposito albo
professionale, dovendo altresì occorrere che il trattamento dei dati
personali abbia come scopo effettivo l’esclusivo perseguimento di
quelle finalità informative che caratterizzano il giornalismo. In
particolare in quest’ambito grazie alle modifiche apportate alla legge
sulla privacy dal D.Lgs 171/1998 il cronista gode di piena libertà:

  • quando si occupa dei dati contenuti nel casellario giudiziario;

  • quando si tratta di dati personali idonei a rivelare l’origine
    razziale ed etnica oppure, le convinzione religiose, filosofiche,
    politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni ecc.

Tuttavia tale libertà è controbilanciata da precisi obblighi
gravanti sul cornista quali il rispetto dei limiti del diritto di
cronaca e l’essenzialità dell’informazione. A quest’ultimo riguardo il
libro sottolinea come il codice deontologico adottato dall’Ordine dei
Giornalisti stabilisce che la divulgazione di notizie di rilevante
interesse pubblico e sociale non contrasta con il rispetto della sfera
privata quando l’informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in
ragione all’originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi
particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei
protagonisti. In particolare il codice deontologico fissa alcune regole
in relazione ai temi della malattia e della vita privata, queste sono:

  • il giornalista nel riferire sulla stato di salute di una persona ne
    deve rispettare la dignità, la riservatezza, il decoro personale e deve
    astenersi dal pubblicare dati di interesse strettamente clinico;

  • la pubblicazione è ammessa nell’ambito del perseguimento
    dell’essenzialità dell’informazione e nel rispetto della dignità della
    persona, se questa ha una posizione pubblica;

  • il giornalista deve astenersi dal descrivere le abitudini sessuali riferite ad una persona identificata o identificabile.

In quest’ambito nella giurisprudenza riportata nell’opera di
Bellantoni si può leggere che "le informazioni devono essere fornite in
modo da consentire agli interessati di rendersi effettivamente conto
delle finalità ed utilizzazioni dei dati personali richiesti. In
particolare la richiesta di <dati sensibili> (sulla salute, vita
sessuale, razza, opinioni politiche, sindacali e religiose) è legittima
solo in casi specifici, strettamente collegati alla natura dei singoli
contratti" (Garante per la privacy, 28 maggio 1997). Ancora si può
leggere che "costituisce lesione al riserbo, all’onore e alla
reputazione, la rivelazione ad un vasto pubblico di vicende personali
di ex coniugi esposte ai soli fini processuali in atti giudiziari",
mentre "la trasmissione televisiva delle immagini della deposizione di
un teste in un processo penale per un reato di sfruttamento della
prostituzione malgrado l’opposizione dello stesso configura una
violazione del diritto alla riservatezza della persona".

Infine, di particolare interesse è il lungo e corposo capitolo
interamente dedicato al risarcimento del danno, argomento questo di
grande e scottante attualità nel mondo dei mass-media, in relazione al
quale da più parti si invoca l’emanazione di una legge ad hoc. E,
difatti, nell’ambito del risarcimento del danno si ritiene che la
lesione dell’onore e della reputazione commessa a mezzo della stampa
comporti sia un danno patrimoniale che un danno non patrimoniale. In
relazione alla prima tipologia di danno i giudici, in genere, hanno una
certa difficoltà a riconoscerlo, difficoltà dovuta al fatto che "il
soggetto leso è tenuto a fornire la prova del danno patrimoniale (…),
con necessaria dimostrazione del nesso eziologico tra quel nocumento e
la propalazione della notizia lesiva". In relazione, invece, alla
sussistenza di un danno non patrimoniale risarcibile - ravvisato nella
sofferenza e nel disagio derivante dalla ingiusta lesione del proprio
onore - basta la sola colpa, essendo questo danno in re ipsa con la
divulgazione della notizia lesiva. In aggiunta a queste due tipologie
di danno, ai sensi dell’art. 12 della legge sulla stampa (L. 47/1948),
è possibile richiedere una somma a titolo di riparazione pecuniaria, la
cui entità viene determinata in relazione alla gravità dell’offesa ed
alla diffusione dello stampato, oltre che la pubblicazione della
sentenza di condanna sia essa civile e/o penale.

In relazione invece al concreto ammontare dei danni liquidati, per
chi fosse interessato a saperne di più, si rinvia all’interessante
ricerca effettuata da A. Scarselli e V. Zeno-Zencovich (pubblicata
sulla rivista "Diritto dell’informazione e dell’informatica", 1998, pp.
823 e ss.) su 208 sentenze emesse dal Tribunale di Roma negli anni che
vanno dal 1994 al 1997. Da questa ricerca emerge che gli importi
liquidati variano da un minimo di 6 milioni di lire (Trib. Roma
20.03.1991, Gamberini c. L’Unità) ad un massimo di 600 milioni di lire
(Trib. Roma 15.07.1995, Scalfari c. Sgarbi. Tale importo record,
tuttavia, è stato successivamente ridotto in sede di appello a 190
milioni) e si aggirano su una media risarcitoria di circa 45 milioni,
per raggiungere la cifra complessiva dei risarcimenti accordati pari a
4.692 milioni, circa. Più modeste, infine, sono le somme liquidate a
titolo di riparazione pecuniaria ex art. 12 L. 47/1948, che si aggirano
tra i 5 ed i 10 milioni, mentre pressoché nulla risulta la liquidazione
del danno patrimoniale.

Per concludere e per maggiore completezza sull’argomento, di seguito
si riportano alcune delle più recenti sentenze emesse in tema di
diffamazione a mezzo stampa, che – per ovvi motivi di tempistica
editoriale – non sono state indicate nell’opera commentata:

Nella diffamazione commessa con il mezzo della stampa, il diritto di
cronaca può essere esercitato, quando ne possa derivare lesione
all’altrui reputazione, prestigio o decoro, soltanto qualora vengano
dal giornalista rispettate le seguenti condizioni: a) verità del fatto
narrato; b) la pertinenza all’interesse che esso assume per l’opinione
pubblica; c) la correttezza delle modalità con cui il fatto viene
riferito. Nel caso di pubblicazione di un’intervista, i suddetti
criteri vanno rapportati alle espressioni verbali provenienti dalla
persona intervistata, costituente il <fatto> in sé: il limite
della <verità> si atteggia, pertanto in maniera del tutto
peculiare, siccome riferito non al contenuto dell’intervista, cioè alla
rispondenza del fatto riferito dall’intervistato alla realtà fenomenica
ma al fatto che l’intervista sia stata realmente resa e i concetti o le
parole riportati dal giornalista siano perfettamente rispondenti a
quanto proferito dalla persona intervistata. Quando poi il
<fatto-intervista> pubblicato consista in valutazioni o giudizi
<critica> esternati dall’intervistato in favore di altri, il
giornalista è tenuto solo al rigoroso rispetto delle opinioni,
manifestate dall’intervistato anche in termini critici: è quindi tenuto
non solo a riportare il testo dell’intervista nella sua integralità, ma
anche a rimanere "neutrale" dinanzi alla pur libera esternazione
dell’intervento del soggetto interrogato. In tal evenienza, la condotta
del giornalista è scriminata dall’applicazione del diritto di cronaca,
rimane impregiudicata la responsabilità dell’intervistato in ordine
alle espressioni utilizzate e ai giudizi espressi, ove in ipotesi
diffamatorie nei confronti di terzi, e salva, comunque, la ricorrenza
nei confronti dell’intervistato stesso dei presupposti per
l’applicabilità della scriminante del diritto di critica.
Cass., 23 febbraio 2000, Scalfari e altro

La satira comunque esercitata (in forma scritta, orale, gestuale,
figurata) costituisce una critica corrosiva e talvolta impietosa,
basata su una rappresentazione che, per muovere al riso, si basa
sull’enfatizzazione e sulla deformazione della realtà; di essa è
espressione anche la caricatura, ossia la consapevole e accentuata
alterazione dei tratti somatici, morali e comportamentali di una
persona, per suscitare ilarità o anche derisione nel pubblico,
realizzata con lo scritto, il disegno, la narrazione, la
rappresentazione scenica. il diritto di satira, peraltro, non può
costituire una franchigia per condurre virulenti attacchi alla
personalità dei soggetti esposti a critica. Esso, invece, come ogni
altra critica, non sfugge al limite della continenza e/o della
correttezza, cosicché non può essere legittimamente invocata la
scriminante di cui all’articolo 51 Cp, in relazione al reato di
diffamazione, per le attribuzioni di condotte illecite o moralmente
disonorevoli, gli accostamenti volgari o ripugnanti, la deformazione
dell’immagine in modo da suscitare disprezzo e dileggio. In altri
termini, pur non potendosi applicare il metro consueto della
correttezza dell’espressione – dal momento che il linguaggio
essenzialmente simbolico e spesso paradossale della satira è svincolato
da forme convenzionali – la satira al pari di qualsiasi altra
manifestazione del pensiero, non può infrangere il rispetto dei valori
fondamentali, esponendo la persona al disprezzo e al ludibrio della sua
immagine pubblica (nella specie, è stato ritenuto il reato di
diffamazione in relazione ad alcune vignette che mostravano la persona
offesa come avida, capace di azioni moralmente o penalmente riprovevoli
e propensa a strumentalizzare la funzione pubblica svolta a fine di
privata e personale locupletazione: trattavasi di vignette –
fotomontaggio – nelle quali la persona offesa – un parlamentare – era
rappresentata nell’atto di stringere un fascio di banconote e semi
sommersa da banconote, accompagnate dalle scritte <mazzette per>
e <tangenti o contributi elettorali>).
Cass., 23 febbraio 2000, Vespa e altro

In tema di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, nel caso
di provata verità della notizia pubblicata, pure avente carattere
diffamatorio, deve ritenersi sussistente l’esimente del diritto di
cronaca ex articolo 51 del Cp. Quando, invece, il fatto narrato risulti
obiettivamente inveritiero, non è esclusa l’applicazione della
scriminante de qua – sotto il profilo della putatività ex articolo 59,
comma 1, del Cp – purché però il cronista abbia assolto l’onere di
controllare accuratamente la notizia risalendo alla fonte originaria,
senza che l’errore circa la verità sia frutto di negligenza, imperizia
o comunque colpa non scusabile.
Cass., 21 febbraio 2000, Latella e altro

In tema di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, per
l’applicabilità dell’esimente del diritto di cronaca la verità della
notizia pubblicata deve essere valutata rispetto al suo nucleo
essenziale, rimanendo irrilevanti eventuali imprecisioni su fatti
secondari e non determinanti; tale verità, inoltre, deve essere
verificata avendo riguardo al momento in cui la notizia viene diffusa.
Cass., 11 febbraio 2000, Cusmai e altro

Il giornalista in tanto può invocare l’esimente del diritto di
cronaca, qualora riporti in un articolo un fatto obiettivamente
offensivo della reputazione altrui, in quanto dimostri che il fato
raccontato sia vero e che vi sia un interesse pubblico a conoscerlo
oppure che l’errore sulla verità del fatto non derivi da negligenza, ma
sia scusabile. In tale ultima prospettiva, a fronte di un errore,
perché questo sia scusabile perché questo sia scusabile, il giornalista
deve dimostrare di avere adottato i più elementari doveri di diligenza
e accortezza nella scelta delle fonti informative e nel controllo della
rispondenza al vero della notizia pubblicata.
Cass., 31 gennaio 2000, Simenone e altro

La cronaca giudiziaria è tale se riferisce sull’attività degli
organi investigativi o giurisdizionali, non quando tenda ad affiancare,
se non a sostituire, tali organi nella formulazione di ipotesi d’accusa
o nella ricostruzione di vicende penalmente rilevanti, prendendo i
provvedimenti giudiziari solo a pretesto per pettegolezzi o per
speculazioni partigiane. In questa ottica, anche l’accostamento di
notizie vere, desunte da atti giudiziari, è da ritenere illecito quando
produce un ulteriore significato, che, anziché costituire un mero dato
logico o un corretto corollario, per quanto insinuante, conduce a
introdurre una nuova notizia o una specificazione di quelle già date,
che risulti non veritiera.
Cass., 31 gennaio 2000, Montanelli e altri

In tema di diffamazione a mezzo stampa, nel caso di pubblicazione di
una notizia vera, il giornalista può legittimamente invocare
l’esercizio putativo del diritto di cronaca solo se dimostri non solo
di aver posto ogni più oculata diligenza e accortezza nella scelta
delle fonti informative e di aver esplicato ogni più attento vaglio in
ordine allo loro attendibilità, ma anche di aver operato ogni più
penetrante esame e controllo sulla rispondenza al vero della notizia
pubblicata. In altri termini, per la configurabilità dell’esimente
putativa è necessario che l’agente abbia esaminato, controllato e
verificato in termini di adeguata serietà professionale la notizia,
rimanendo vittima di un errore involontario (nella specie, l’esimente è
stata esclusa nella condotta del giornalista che aveva pubblicato la
notizia non vera sul coinvolgimento di un amministratore pubblico in
un’inchiesta giudiziaria, riferendo che questi era indagato per il
grave reato di corruzione, mentre in realtà ne era già stato
prosciolto; la Suprema Corte ha evidenziato come il giornalista avrebbe
potuto e dovuto accertare la veridicità della notizia con un modesto
livello di diligenza, e cioè con la semplice lettura del decreto di
citazione a giudizio dinanzi al giudice per le indagini preliminari e
con il semplice controllo del dispositivo della decisione adottata
ovvero anche contattando telefonicamente l’interessato.
Cass., 10 dicembre 1999, Giovannelli e altro

Nella diffamazione a mezzo stampa, il diritto di cronaca può essere
esercitato, quando ne possa derivare lesione all’altrui reputazione,
prestigio o decoro, soltanto qualora vengano dal cronista rispettate le
seguenti condizioni: a) che la notizia pubblicata sia vera; b) che
esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti riferiti; c) che
la notizia venga mantenuta nei giusti limiti della più serena
obiettività.
Cass., 17 novembre 1999, De Gregorio e altro

Qualora il reato di diffamazione, commesso con la pubblicazione di
un articolo da parte di un giornalista rimasto ignoto, sia stato
addebitato al direttore responsabile non ai sensi dell’articolo 57 del
Cp, ovvero per aver omesso di esercitare il dovuto controllo sul
contenuto del giornale da lui diretto, al fine di evitare la
commissione del reato, bensì a titolo di concorso con il giornalista,
al giudizio di colpevolezza può pervenirsi solo previo accertamento del
dolo della diffamazione, nella forma della consapevolezza di offendere
l’onore o la reputazione di altro soggetto: a tal fine, è
indispensabile un’indagine sull’adesione alla condotta ritenuta
diffamatoria del giornalista e, in ogni modo, sulla colorazione
psicologica della condotta del direttore nei termini suesposti.
Cass., 10 novembre 1999, Scalfari