Diffamazione a mezzo stampa: giornalisti sotto tiro Appello di Abruzzo a Diliberto

Diffamazione a mezzo stampa:
giornalisti sotto tiro
Appello di Abruzzo a Diliberto

 

Milano, 10 gennaio 2000. Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine
dei Giornalisti della Lombardia, ha indirizzato, sul "flagello" querele
per diffamazione a mezzo stampa, la lettera che qui sotto pubblichiamo
al ministro di Giustizia, on.le prof. Oliviero Diliberto:

"Onorevole ministro, oggigiorno, secondo un dato
raccolto dall’Ordine nazionale di categoria, sui giornalisti e sui
giornali italiani pendono querele con richieste di risarcimenti per
circa 3.500 miliardi di lire. E’ auspicabile una Sua autorevole
iniziativa legislativa affinché venga tradotto in norma l’auspicio
dell’on.le Luciano Violante: ''Il problema più significativo - ha detto Violante
- è risarcire l'onore delle persone lese e stabilire che la rettifica
fatta nei termini previsti dalla legge ha una funzione di risarcimento
e che la stessa evita il risarcimento civile. C'è bisogno di una legge
di questo genere: i giornali potranno poi scegliere se rettificare o
andare al processo civile''.

Da 15 anni, poi, si attende il coordinamento tra l’articolo 124 Cp e
l’articolo 2947 Cc: chi, in caso di diffamazione a mezzo stampa, agisce
in sede penale deve presentare la relativa querela entro tre mesi "dal
giorno della notizia del fatto", mentre chi preferisce la via
civilistica ha tempi incredibilmente più lunghi (anche 12 anni). Su
questo punto un compromesso era stato raggiunto (a Palazzo Madama) in
sede di stesura del "Progetto Passigli" relativo all’ordinamento della
professione giornalistica: il termine era stato ridotto a 180 giorni.

Attende, infine, una regolamentazione il mondo (in forte espansione)
dei giornali on-line ai quali dovrebbe essere esteso l’articolo 5
(registrazione) della legge n. 47/1948 sulla stampa.

Frattanto la situazione (per direttori, articolisti ed editori) è
peggiorata dopo l’approvazione dell’articolo 18 della legge n. 468/1999
che, modificando il terzo comma dell’articolo 593 Cpp, rende
inappellabili le sentenze penali quando le stese comminano soltanto
pene pecuniarie. Poniamo il caso che il giornalista-articolista venga
condannato per diffamazione a mezzo stampa (articolo 595 Cp)
solo alla pena della multa (fino a un milione), avendo il tribunale (in
composizione monocratica) scartato la condanna alla pena della
reclusione da sei mesi a tre anni. Il giornalista, che ha scritto
l’articolo "incriminato", e il direttore responsabile (che ha omesso il
controllo sull’articolo), una volta emessa la sentenza di condanna alla
sola multa, non possono impugnare il provvedimento avanti alla Corte
d’Appello, ma possono ricorrere per Cassazione unicamente per motivi di
legittimità. In sostanza articolista e direttore pagano subito la multa
e poi, con l’editore, sono nelle mani del giudice civile per quanto
riguarda la fissazione dell’entità del risarcimento del danno. La
condanna penale è il presupposto della successiva condanna sul piano
civilistico.

La Corte di Cassazione, poi, ha pochi giorni fa ritoccato
radicalmente la giurisprudenza, stabilendo che si può agire
parallelamente sia in sede penale e sia in sede civile nei casi di
diffamazione a mezzo stampa. Il giudice civile può, infatti, dare il
via libera ai processi di risarcimento del danno indipendentemente
dall’esito o dalla pendenza del giudizio penale nei confronti
dell’autore della diffamazione. Il nuovo Cpp, secondo la Corte suprema,
ha abolito la «pregiudiziale penale» in base alla quale con il vecchio
rito la definizione delle cause risarcitorie non aveva luogo, anzi i
processi venivano sospesi, fino a che non fosse provata la
responsabilità penale dell’imputato per diffamazione.

Le trasmetto un pro-memoria sui temi appena accennati corredata da
proposte di modifiche degli articoli 5, 8, 11, 12 e 13 della legge
sulla stampa; dell’articolo 595 Cp e dell’articolo 2947 del Cc.
Cordiali saluti".

 

Tutela dell’identità personale e diritto di cronaca

Proposta di modifiche agli articoli 5, 8, 11, 12 e 13 della legge n. 47/1948 sulla stampa e dell’articolo 595 Cp

PREMESSA

Diffamazione a mezzo stampa, sentenze "inappellabili". La legge 24 novembre 1999 n. 468 modifica il terzo comma dell'articolo 593 del Codice di procedura penale, stabilendo che "sono inappellabili le sentenze di condanna relative a reati per i quali è stata applicata la sola pena pecuniaria".
Le pene pecuniarie sono la multa (per i delitti) e l’ammenda (per le
contravvenzioni). Questa legge dà un colpo durissimo alla libertà di
stampa, alla tranquillità economica e psicologica dei giornalisti e ai
bilanci delle aziende editoriali. Poniamo il caso che il
giornalista-articolista venga condannato per diffamazione a mezzo stampa
(articolo 595 Cp) solo alla pena della multa (fino a un milione),
avendo il tribunale (in composizione monocratica) scartato la condanna
alla pena della reclusione da sei mesi a tre anni. L’articolo 595 Cp,
infatti, prevede multa e reclusione in via alternativa. Il giornalista,
che ha scritto l’articolo "incriminato", e il direttore responsabile
(che ha omesso il controllo sull’articolo), una volta emessa la
sentenza di condanna alla sola multa, non possono impugnare il
provvedimento avanti alla Corte d’Appello, ma possono ricorrere per
Cassazione unicamente per motivi di legittimità. In sostanza
articolista e direttore pagano subito la multa e poi, con l’editore,
sono nelle mani del giudice civile per quanto riguarda la fissazione
dell’entità del risarcimento del danno (2043 Cc). La condanna penale è
il presupposto della successiva condanna sul piano civilistico.
L’incertezza è sul quantum. Ma i tempi sono perigliosi, perché si può
ripetere quello che gli inglesi dicono del giudice dell’equity: la
giustizia è grande quanto il piede del cancelliere, volendo dire che le
sentenze cambiano ogni qual volta cambia il cancelliere. Come dire, con
i romani, tot capita tot sentenziae.

Il caso Travaglio. L’innovazione (sconcertante) della legge
468 va di pari passo con le polemiche seguite al caso di Marco
Travaglio, il giornalista al quale il tribunale civile di Roma ha
pignorato lo stipendio dopo la condanna, per diffamazione, a pagare 80
milioni all’ex ministro Cesare Previti. Questa vicenda, secondo la
Fnsi, ripropone la drammatica situazione di decine e decine di
giornalisti denunciati in sede civile per diffamazione. Secondo un dato
raccolto dall’Ordine nazionale di categoria, sui giornalisti e sui
giornali italiani pendono querele per circa 3.500 miliardi di
risarcimenti. La richiesta più alta è stata formulata da una banca
americana nei confronti di due direttori di telegiornali nazionali e di
un quotidiano regionale: 400 milioni di dollari (pari a circa 700
miliardi di lire). Ma altre liquidazioni di danni per diverse decine di
miliardi sono state sollecitate da imprenditori, avvocati, politici e
anche giornalisti. Tra le condanne massime finora comminate figurano i
450 milioni contro Vittorio Sgarbi e Italia Uno; i 311 milioni ottenuti
da un magistrato contro ''Il Mattino'', che, secondo il monitoraggio
dell’Ordine, è tra i quotidiani più colpiti con "Il Giornale" e
"L'Unita''.


Una nuova legge sulla rettifica. L’abnorme numero di
querele contro giornali e giornalisti rende necessaria, secondo Fieg
(Federazione editori) e Fnsi (sindacato dei giornalisti), una nuova
legge sulla rettifica in caso di diffamazione a mezzo stampa. E’ dello
stesso avviso il presidente della Camera, Luciano Violante, che ha
esposto un suo progetto (condiviso dal ministro di Giustizia Oliviero
Diliberto) nel convegno del 23 giugno 1999 organizzato dall’Ordine
nazionale dei Giornalisti: ''Il problema più significativo - ha detto Violante
- è risarcire l'onore delle persone lese e stabilire che la rettifica
fatta nei termini previsti dalla legge ha una funzione di risarcimento
e che la stessa evita il risarcimento civile. C'è bisogno di una legge
di questo genere: i giornali potranno poi scegliere se rettificare o
andare al processo civile''.

La materia è complessa, perché si tratta di trovare un punto di
equilibrio tra l’esigenza giuridica di tutelare l’identità della
persona offesa e il diritto di giornali e giornalisti di riferire quel
che accade ai cittadini, titolari a loro volta del diritto
costituzionale all’informazione (corretta e completa) elaborato dalla
Consulta.


Il reato di diffamazione a mezzo stampa. E’ previsto e
punito, come detto, dall’articolo 595 Cp (prevede la reclusione da sei
mesi a tre anni oppure la multa fino a un milione di lire). Ma
l’articolo 13 della legge n. 47/1948 sulla stampa aggiunge una seconda
fattispecie: "Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa,
consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica, la
pena della reclusione da uno a sei anni e quella della multa non
inferiore a lire cinquecentomila". In entrambi i casi si procede su
querela di parte entro tre mesi dal giorno della notizia del fatto. La
punizione del colpevole è lasciata alla volontà della persona offesa.
La proposta del presidente della Camera prevede di inserire - negli
articoli 595 Cp; 11 (responsabilità civile), 12 (riparazione
pecuniaria) e 13 (pene per la diffamazione) della legge sulla stampa -
un inciso che preveda la punibilità (penale e civile) del direttore,
dell’articolista e dell’editore "in caso di rifiuto di
pubblicazione di rettifiche o smentite secondo le modalità di cui
all’articolo 8 della legge sulla stampa, o qualora la parte offesa non
intenda chiedere rettifiche o smentite". La libertà delle
parti va salvaguardata, perché altrimenti si rischierebbe di introdurre
una correzione in violazione dei precetti costituzionali.


Il "progetto Passigli". In queste ore sono tornate alla
ribalte alcune norme inserite nel "progetto Passigli" (poi abortito)
relativo all’ordinamento della professione giornalistica. L’obiettivo
peseguito è quello di garantire alle persone offese la rettifica sui
giornali (a costo zero); rettifica prevista dall’articolo 8 della legge
sulla stampa. In caso di rifiuto della pubblicazione della rettifica o
della smentita, il cittadino leso nei suoi diritti potrebbe rivolgersi
al "Presidente dei Consigli regionali o interregionali
dell’Ordine dei Giornalisti, il quale dispone in via d'urgenza, con
decreto, che i direttori responsabili delle testate (scritte,
televisive, radiofoniche e telematiche) edite nell'area di propria
competenza territoriale pubblichino la rettifica, nei termini temporali
e secondo le modalità previsti dall’articolo 8. In caso di marcato
intervento da parte del Presidente dei Consigli regionali o
interregionali dell’Ordine dei Giornalisti e qualora, trascorso il
termine di cui al secondo e terzo comma, la rettifica o dichiarazione
non sia stata pubblicata, l'autore della richiesta di rettifica, (se
non intende procedere a norma del decimo comma dell'art. 21) può
chiedere al pretore, ai sensi dell'art. 700 del codice di procedura
civile, che sia ordinata la pubblicazione". Questa proposta conferisce
al presidente dei Consigli dell’Ordine dei Giornalisti un potete tipico
(paragiudiziario) delle autorità amministrative indipendenti.


La "trappola" dell’articolo 2947 del Cc. Con la sentenza
n. 5259/1984, la Corte di Cassazione ha stabilito che ogni cittadino
può tutelare il proprio onore e la propria dignità in sede civile senza
avviare l’azione penale. Ogni cittadino può agire in sede penale entro
tre mesi dalla pubblicazione della notizia diffamatoria (art. 124 Cp).
Il Parlamento non ha provveduto, dopo la sentenza, a coordinare il
tempo per l’azione civile con quello previsto per l’azione penale. Così
è rimasto in vigore l’articolo 2947 del Cc, in base al quale "il
diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si
prescrive in 5 anni dal giorno in cui il fatto si è verificato...In
ogni caso, se il fatto è considerato dalla legge come reato e per il
reato è stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche
all’azione civile". Questa norma espone giornalisti ed aziende al
rischio di vedersi citare in giudizio, anche a distanza di 7-10 anni,
per fatti remoti e sui quali il giornalista non ha conservato alcuna
documentazione. Molto opportunamente il "progetto Passigli" riduceva
l’azione di risarcimento a 180 giorni: "In deroga a quanto previsto
dall’articolo 2947 del Codice civile, l’azione civile del risarcimento
del danno conseguente ad eventuale diffamazione perpetrata su mezzi di
comunicazione si prescrive nel termine di 180 giorni dalla diffusione
della notizia ritenuta diffamatoria>.

La registrazione delle testate on-line o telematiche.
L’articolo 5 della legge sulla stampa n. 47/1948 sulla registrazione
delle testate scritte, già esteso (con l’articolo 10 della legge n.
223/1990) ai telegiornali e ai radiogiornali, dovrebbe ricomprendere
anche i giornali che utilizzano la rete per la diffusione. Si calcola
che i quotidiani on-line siano oggi 60 e che saranno 300 tra due anni.
La registrazione obbligatoria (che oggi è accettata, sul piano della
interpretazione estensiva, da alcuni tribunali come Milano, Roma e
Napoli) è la condizione giuridica per l’applicazione del contratto
giornalistico a quanti fanno informazione nelle testate web.

----------------------------------------


Il Sole 24 Ore, sabato 8 gennaio 2000 - libere professioni

Cassazione: "Il risarcimento del danno
non attende la conclusione del rito penale"

ROMA - Sprint dalla Cassazione per i risarcimenti patrimoniali nelle
cause intentate da persone che sono state diffamate attraverso la
stampa o la Tv. I procedimenti civili e penali viaggiano, per la
Suprema Corte, su binari paralleli.

Il giudice civile può, infatti, dare il via libera ai processi di
risarcimento del danno indipendentemente dall’esito o dalla pendenza
del giudizio penale nei confronti dell’autore della diffamazione.

In contrasto con il giudice istruttore di Roma, la Cassazione
(massima n.13) ha accolto la richiesta del procuratore di Napoli,
Agostino Cordova, nella causa che lo oppone al gruppo Reti televisive
Spa per un programma condotto da Vittorio Sgarbi.

Il nuovo Codice, secondo i giudici, ha abolito la «pregiudiziale
penale» in base alla quale con il vecchio rito la definizione delle
cause risarcitorie non aveva luogo, anzi i processi venivano sospesi,
fino a che non fosse provata la responsabilità penale dell’imputato per
diffamazione.

Inoltre il giudice civile — spiega la suprema Corte — può accogliere
la richiesta di risarcimento anche se avanzata nei confronti del solo
responsabile civile e non anche di quello penale.

-------------------------------------------


Le modifiche


Legge n. 47/1948 sulla stampa


5. Registrazione.


Nessun giornale, periodico, telegiornale, radiogiornale oppure giornale telematico
può essere pubblicato o trasmesso se non sia stato registrato presso la
cancelleria del Tribunale, nella cui circoscrizione la pubblicazione
deve effettuarsi.
Per la registrazione occorre che siano depositati nella cancelleria:

1. una dichiarazione, con le firme autenticate del proprietario e
del direttore o vice direttore responsabile, dalla quale risultino il
nome e il domicilio di essi e della persona che esercita l'impresa
giornalistica, se questa è diversa dal proprietario nonché il titolo e
la natura della pubblicazione;

2. i documenti comprovanti il possesso dei requisiti indicati negli artt. 3 e 4;

3. un documento da cui risulti l’iscrizione nell'Albo dei
giornalisti, nei casi in cui questa sia richiesta dalle leggi
sull'ordinamento professionale;

4. copia dell'atto di costituzione o dello statuto, se proprietario è una persona giuridica.

Il presidente del tribunale o un giudice da lui delegato, verifica
la regolarità dei documenti presentati, ordina, entro quindici giorni,
l’iscrizione del giornale o periodico in apposito registro tenuto dalla
cancelleria.

Il registro è pubblico.


8. Risposte e rettifiche

Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire
gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell'agenzia di stampa
le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state
pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri
o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a
verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto
suscettibile di incriminazione penale.

Per i quotidiani, le dichiarazioni o le rettifiche di cui al comma
precedente sono pubblicate, non oltre due giorni da quello in cui è
avvenuta la richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa
pagina del giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono.

Per i periodici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate
non oltre il secondo numero successivo alla settimana in cui è
pervenuta la richiesta, nella stessa pagina che ha riportato la notizia
cui si riferisce.

Le rettifiche o dichiarazioni devono fare riferimento allo scritto
che le ha determinate e devono essere pubblicate nella loro interezza,
purché contenute entro il limite di trenta righe, con le medesime
caratteristiche tipografiche, per la parte che si riferisce
direttamente alle affermazioni contestate.


Il Presidente dei Consigli regionali o interregionali
dell’Ordine dei Giornaoisti dispone in via d'urgenza, con decreto, che
i direttori responsabili delle testate (scritte, televisive,
radiofoniche e telematiche) edite nell'area di propria competenza
territoriale, su richiesta della parte offesa, pubblichino la
rettifica di cui al comma 1 di questo articolo, nei termini temporali e
secondo le modalità previsti dai commi 2 e 3 di questo stesso articolo.
In caso di marcato intervento da parte del Presidente dei Consigli
regionali o interregionali dell’Ordine dei Giornalisti e qualora,
trascorso il termine di cui al secondo e terzo comma, la rettifica o
dichiarazione non sia stata pubblicata o lo sia stata in violazione di
quanto disposto dal secondo, terzo e quarto comma, l'autore della
richiesta di rettifica, (se non intende procedere a norma del decimo
comma dell'art. 21) può chiedere al pretore, ai sensi dell'art. 700 del
codice di procedura civile, che sia ordinata la pubblicazione.

La mancata o incompleta ottemperanza all'obbligo di cui al presente
articolo è soggetta alla sanzione amministrativa del pagamento di una
somma da tre milioni a cinque milioni di lire. (La sentenza di condanna
deve essere pubblicata per estratto nel quotidiano o nel periodico o
nell'agenzia. Essa, ove ne sia il caso, ordina che la pubblicazione
omessa sia effettuata).


Ove il direttore responsabile, senza giustificato
motivo, ometta o ritardi l’adempimento del decreto del presidente del
Consiglio regionale o interregionale, il Consiglio regionale o
interregionale competente, informato tempestivamente, avvia l’azione
disciplinare prevista dall’articolo 48 in relazione all’articolo 2
della legge 3 ferbbraio 1963 n. 69.


11. Responsabilità civile


1. Per i reati commessi col mezzo della stampa, in
caso di rifiuto di pubblicazione di rettifiche o smentite secondo le
modalità di cui all’articolo 8 o qualora la parte offesa non intenda
chiedere rettifiche o smentite, sono civilmente responsabili,
in solido con gli autori del reato e fra di loro, il proprietario della
pubblicazione e l’editore.


2. In deroga a quanto previsto dall’articolo 2947 del
Codice civile, l’azione civile del risarcimento del danno conseguente
ad eventuale diffamazione perpetrata su mezzi di comunicazione si
prescrive nel termine di 180 giorni dalla diffusione della notizia
ritenuta diffamatoria.


12. Riparazione pecuniaria

Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, la persona offesa può richiedere, in
caso di rifiuto di pubblicazione di rettifiche o smentite secondo le
modalità di cui all’articolo 8, o qualora la parte offesa non intenda
richiedere rettifiche o smentite, oltre il risarcimento dei
danni ai sensi dell'art.185 del Cp., una somma a titolo di riparazione.
La somma è determinata in relazione alla gravità dell'offesa ed alla
diffusione dello stampato.


13. Pene per la diffamazione

Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica, in
caso di rifiuto di pubblicazione di rettifiche o smentite secondo le
modalità di cui all’articolo 8, o qualora la parte offesa non intenda
chiedere rettifiche o smentite, la pena della reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a lire cinquecentomila.


Codice penale

595 Cp. Diffamazione.

Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente,
comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione, è punito
[c.p. 598] con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire
due milioni.

Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la
pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a lire
quattro milioni (1).

Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico [c.c. 2699], in
caso di rifiuto di pubblicazione di rettifiche o smentite secondo le
modalità di cui all’articolo 8 l. n. 47/1948, o qualora la parte offesa
non intenda chiedere rettifiche o smentite, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a lire un milione.

Se l'offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o
giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita
in collegio, le pene sono aumentate [c.p. 29, 64].

Il presidente dell’OgL
dott. Franco Abruzzo