Giornalisti, giudice unico e appello impossibile

da "Il Messaggero" del 19 gennaio 2000


Giornalisti, giudice unico
e appello impossibile

di Roberto Martinelli

MENTRE politici, magistrati e giuristi discutono se è un bene o un
male eliminare l’appello per rendere più rapido il corso della
giustizia, il Parlamento sta attuando una serie di misure per
alleggerire il carico di lavoro dei giudici di secondo grado. Ed ha già
escluso la possibilità per l’imputato di ricorrere contro le sentenze
di condanna alla sola pena pecuniaria. Lo spirito della nuova norma è
quello di scoraggiare ricorsi fatti al solo scopo di allungare i tempi
del processo per far scattare la prescrizione. Non ci si è accorti però
che il divieto di fare appello si applica anche ai giornalisti nelle
cause di diffamazione a mezzo stampa.

Colpevole spesso di dissacrare con le sue cronache i palazzi del
potere, di denunciare scandali, di raccontare piccoli e grandi segreti
destinati a restare coperti dai silenzi di Stato, qualche volta il
giornalista assolve anche a una funzione di pubblico interesse. Può
capitare che cronache e commenti vadano sopra le righe, che contengano
informazioni inesatte, e non è raro il caso in cui il giornalista
prenda lucciole per lanterne. E in questo caso è giusto che paghi per
il suo errore al pari di qualunque cittadino chiamato a risponderne in
un’aula di tribunale. Ma perché privarlo di un grado di giurisdizione?

Un recente convegno sul come viene amministrata da alcuni tribunali
la giustizia contro i mass-media ha dimostrato quanto essa abbia usato
la mano pesante, sia nel settore penale che in quello civile dove
fioccano citazioni plurimiliardarie e dove le condanne sono sempre più
frequenti. La novità rischia ora di incoraggiare i maniaci della
querela e far aumentare il già abbondante contenzioso delle
diffamazioni a mezzo stampa da parte di chi si ritenga leso nel suo
onore. D’ora in avanti, per costoro sarà tutto più facile per
costringere editori e giornalisti ad onerose transazioni per evitare
sequestri, pignoramenti o altre piacevolezze di questo tipo. E non solo
a causa dell’abolizione dell’appello, ma anche perché d’ora in avanti a
decidere se c’è o non c’è stata diffamazione non sarà più il Tribunale
composto da tre persone, ma il cosiddetto ’’giudice unico’’.

Se la tutela dell’onore e della reputazione del cittadino è un bene
inviolabile protetto dalla Carta Costituzionale, altrettanto deve dirsi
per la libertà di stampa. Soprattutto se è vero che il diritto del
cittadino all’informazione è espressione della sovranità popolare e
strumento indispensabile per il suo esercizio. Nessun dubbio, fino a
prova contraria, che un singolo magistrato possa essere davvero super
partes e capace di garantire il giusto equilibrio tra i due diritti in
contrapposizione tra loro.

Tuttavia l’eccessiva politicizzazione di alcuni giudici e la loro
ormai codificata divisione in correnti ideologiche alimentano qualche
perplessità. Soprattutto se il querelante appartiene alla sua stessa
corrente di pensiero o a quella contraria o se, per avventura, è un
magistrato anche lui, magari collega ed amico. Qualche segnale è già
venuto da recenti sentenze emesse da ’’giudici unici’’ nel settore
civile che sono in funzione dal giugno scorso. Ecco perché, in processi
come questi, sarebbe opportuno ripristinare la garanzia della
collegialità sia in sede civile che in sede penale.

E forse non è troppo tardi per sperare in un ripensamento del potere
legislativo. Sarebbe sufficiente prevedere una deroga tra le tante già
codificate nelle riforme appena entrate in vigore, ma destinate a
subire abbondanti aggiustamenti. Quanto al divieto di fare appello, se
il Parlamento non si accorgerà della svista e non predisporrà un nuovo
testo, il novanta per cento delle cause di diffamazione a mezzo stampa
vivranno di un solo grado di giudizio e contro le condanne sarà
possibile ricorrere solo per Cassazione per violazione di legge.

La nuova norma ha escluso il ricorso ai giudici di secondo grado per
tutte le condanne a pene pecuniarie. E lo ha fatto cambiando tre parole
di un articolo del codice di procedura penale già esistente che
limitava il divieto alle sole contravvenzioni punite con la semplice
ammenda. Con un colpo di bacchetta magica, prima la Camera e poi il
Senato hanno sostituito la parola ’’contravvenzioni’’ con quella di
’’reati’’ e la parola ’’ammenda’’ con quella di ’’pena pecuniaria’’.
Quasi un anagramma da settimana enigmistica con il quale si è allargata
a dismisura la gamma delle ipotesi per le quali l’appello non è più
possibile. Il ’’reato’’ è, infatti, un concetto assai più ampio e
comprende sia i delitti sia le contravvenzioni e la pena pecuniaria
riguarda sia le ammende che le multe.

La diffamazione a mezzo stampa è un delitto che il codice penale
punisce con entrambe le sanzioni (reclusione o multa) a seconda della
gravità delle imputazioni. Nella stragrande maggioranza delle condanne,
i giudici infliggono però solo la seconda. Sono rarissimi i casi in cui
viene irrogata la pena detentiva. E quindi quasi tutti i processi per
diffamazione saranno privati del secondo grado di giurisdizione se la
legge non verrà modificata. Con la conseguenza che si arriverà in tempi
più brevi alla definitività della condanna e quindi al pagamento della
cosiddetta provvisionale, l’acconto che poi va integrato in un momento
successivo. Inoltre l’azione civile sarà assai più rapida perché
troverà nella sanzione penale il presupposto per ottenere in tempi
brevissimi il saldo del risarcimento della presunta e qualche volta
inesistente lesa maestà del querelante. Con buona pace del diritto
all’informazione e della libertà di stampa.