Riflessioni per un manuale deontologico di CARLO DE MARTINO

 Presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia 1965 - 1989

Per chiunque si riprometta di esercitare il giornalismo come
professione è indispensabile conoscere e rispettare norme di
comportamento imposte dall'etica e dalla deontologia professionali. Che
cosa significa? L'etica ha soprattutto per oggetto la determinazione
della condotta umana nell'osservanza dei grandi principi del costume,
della vita civile e dei rapporti sociali: agire onestamente, respingere
qualsiasi tentativo di corruzione. Sotto questo aspetto talune norme
convivono tanto nel giornalista quanto nel medico o nell'ingegnere,
nell'artigiano o nel commerciante. La deontologia invece, come spiegano
i dizionari, è la trattazione dei doveri inerenti particolari categorie
di persone. La categoria dei giornalisti deve dunque rispondere di una
deontologia con specifiche norme di comportamento. Fino alla
costituzione dell'Ordine dei giornalisti (legge n.69/1963) non si poté
fare riferimento a norme codificate sul modo di agire del giornalista
nell'esercizio delle sue funzioni. Già agli albori del secolo se ne
sentiva la mancanza nelle più disparate circostanze, specialmente
quando il giornalista addetto ai servizi parlamentari era portato ad
agire in prima persona, a vincolarsi sul piano privato o personale a
questo o a quel personaggio politico, con reciprocità di rapporti
spesso anomali. Si ipotizzarono allora e si proposero formule varie per
un codice d'onore che un'infinità di motivi (primo fra tutti quello di
una pratica applicabilità) rese irrealizzabile.

La legge istitutiva dell'Ordine ha finalmente sancito i primi,
inderogabili capisaldi di una deontologia che assume valore e
significato di «codice» rivolto a tutti indistintamente i giornalisti,
dal cronista allo sportivo, dall'economista all'inviato speciale, fino
agli informatori via etere ossia a coloro che sono addetti alla
compilazione e alla diffusione di notiziari attraverso la radio e la
televisione. L'articolo 2 (legge sopracitata) prescrive: «È diritto
insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica,
limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della
personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della
verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla
lealtà e dalla buona fede». La norma legislativa tiene conto
dell'interesse pubblico connesso con l'attività del giornalista e
traccia la linea di condotta per ciascuno di essi indicando i punti di
correttezza da rispettare nello svolgimento delle sue funzioni. Coloro
che vengono meno al rispetto di questi principi o che comunque si
comportano in contrasto con quanto enunciato, vengono sottoposti a
procedimento disciplinare. Quando? La norma in questo caso è quanto mai
ampia, va al di là della deontologia e investe l'ampia area dell'etica
professionale. Infatti l'art.48 (leg. cit.) prevede un procedimento
disciplinare per coloro «che si rendono colpevoli di fatti non conformi
al decoro e alla dignità professionale o di fatti che compromettano la
propria reputazione o la dignità dell'Ordine». Per «dignità
dell'Ordine» deve intendersi il buon nome, il prestigio della
categoria; il Consiglio dell'Ordine è quindi l'organo giudicante. Se ne
deduce che il potere d'intervento disciplinare sugli iscritti mira a
«reprimere e sanzionare comportamenti contrari al modello di
riferimento e a vigilare sull'esercizio della professione nell'ambito
di competenza» (Carlo Gessa: Atti del Convegno Ucsi - Unione Stampa
Italiana - su «Etica e professionalità del giornalista», Fiuggi Terme
pp. 179-181, ottobre 1982). È superfluo avvertire che l'analisi
deontologica non potrà mai prescindere dalla funzione informativa del
giornalista e dei diritti che ne derivano, diritto di cronaca, libertà
d'informare e di valutare, libero esercizio di critica e di
manifestazione del pensiero. Nella pratica dei diritti e dei doveri, la
legge - affermati i principi guida - responsabilizza il giornalista
facendo leva sull'autodisciplina dei singoli e della categoria
istituzionalmente organizzata (op. cit.).
Ovviamente il problema
deontologico del giornalista non esclude dal coinvolgere nei diritti e
nei doveri il giornalista operante nell'informazione per immagini,
nonché nell'uso e nell'impiego dei nuovi mezzi imposti dall'evoluzione
tecnologica. La misura è identica anche nel considerare la legittimità
dei comportamenti che potranno verificarsi nell'esercizio specifico del
giornalismo visivo considerato integrativo o senz'altro sostitutivo dei
testi tradizionali, dove la scelta e la presentazione di immagini, al
di là delle voci, può avvenire in dispregio dell'obiettività, in
alterazione della stessa realtà riprodotta, o addirittura in concorso
con un interesse personale reso possibile dall'autonomia
decisionale-operativa connessa con questo tipo di prestazione
informativa.
A tutt'oggi non esiste un manuale della deontologia del
giornalista (tuttora - 1987 - in corso di compilazione presso un
editore specializzato di Milano) soprattutto perché l'Ordine dei
giornalisti è il più giovane fra gli ordini professionali e in poco più
di vent'anni non ha avuto frequenti occasioni di pronunciare norme
codificabili di comportamento, anche se il tema della deontologia ha
offerto un'infinità di motivi per discussioni, dibattiti, tavole
rotonde. La fonte naturale dell'emanazione di regole di comportamento
sono i Consigli regionali e interregionali, le cui decisioni vengono
rese definitive, sia in linea di principio sia riguardo all'entità
della sanzione, dal Consiglio nazionale quale organo di giudizio di
secondo grado, sempreché l'interessato vi abbia fatto ricorso in
opposizione al primo parere, che in caso contrario acquista definitiva
efficacia giudiziale.
La prima pronuncia in materia di deontologia
del giornalista nell'esercizio delle sue funzioni - pronunzia che destò
ampia risonanza per i principi in essa affermati e codificati - fu
emanata agli inizi del 1969 a conclusione di un procedimento
disciplinare che impegnò il Consiglio dell'Ordine della Lombardia per
un periodo di oltre dieci mesi. Nella motivazione si contestava
all'incolpato di essere venuto meno ai suoi doveri di giornalista
professionista in tre accertate circostanze: 1) per aver fornito - in
seguito a richiesta e nella sua veste di capocronista di un quotidiano
a diffusione nazionale - all'Ufficio Politico della Questura di una
grande città, una serie di fotografie inerenti a manifestazioni che
avevano turbato l'ordine pubblico, favorendo o comunque rendendo
teoricamente possibile, attraverso le immagini, l'identificazione dei
dimostranti, con la conseguente eventualità di svilire l'esercizio
della libertà di stampa; 2) per essersi reso responsabile di grave
leggerezza non valutando le conseguenze dell'atto che commetteva
coinvolgendo anche indirettamente altri colleghi professionisti e
persone estranee alla professione, mancando così a quell'azione di
miglioramento nell'esercizio professionale che deve sempre ispirare,
verso i propri subordinati, chiunque ricopra posti di responsabilità in
un giornale; 3) per aver trasgredito al precetto sancito dall'articolo
2, III capoverso, della Legge sull'Ordine, riguardante il rispetto del
segreto professionale, dovendosi intendere la documentazione
fotografica fornita, in questo specifico caso, come fonte
inequivocabile di notizie.
Esula da questa sede qualsiasi
riferimento diretto agli attori e alle vicende procedurali dell'azione
disciplinare. Gioverà soltanto sottolineare che all'incolpato fu
preventivamente riconosciuto il diritto dell'assistenza legale
attraverso la nomina di un proprio avvocato di fiducia: e ciò per
consentire ai diritti della difesa la più ampia e precisa
puntualizzazione delle proprie tesi. Erano trascorsi appena tre anni
dalla costituzione dei Consigli dell'Ordine dei giornalisti e, in
carenza di esplicite indicazioni legislative, nulla venne trascurato
per garantire la legittimità e il corretto funzionamento di questa
neonata magistratura di categoria e affermarne la credibilità. Nel caso
in esame l'organo inquirente si impegnò nel responsabilizzare
l'esercizio di un'ampia libertà di stampa e affermare sotto ogni
aspetto il vincolo del segreto professionale.
Le garanzie e i
benefici derivanti dalla libertà di stampa e dal segreto professionale
impongono una precisa analisi del comportamento di ogni giornalista ed
esigono l'impegno attivo e concreto di tutti i giornalisti affinché sia
chiaro il concetto che qualsiasi tentativo di utilizzare l'opera
giornalistica per fini di polizia o indirettamente a favore di tali
indagini, non è neppure concepibile e deve essere sempre respinto. La
libertà di stampa consente al giornalista di pubblicare quello che
meglio ritiene utile per il proprio giornale e i suoi lettori, al fine
di una informazione ampia e veritiera. Ha l'obbligo di accertare
preventivamente la verità di ciò che pubblica; deve esercitare nella
maniera più ampia, senza remore, senza esitazioni, senza
condizionamenti, il diritto, che gli è riconosciuto, della libertà di
stampa, inteso con senso di responsabilità e con il preciso impegno di
assolvere a un dovere e di rispondere alla propria coscienza. Egli è
portato per le ragioni della sua professione, per il conseguente libero
accesso alle fonti di informazione, per i contatti che lo
contraddistinguono in ogni atto della sua giornata e per le notizie che
riceve conformemente al suo esercizio professionale, a venire a
conoscenza di fatti che altri ignorano e di cui egli stesso si fa
giudice nell'interpretarli e nel decidere se renderli o meno di dominio
pubblico.
Come cittadino e per eventi estranei al suo esercizio
professionale, non può neppure ignorare il contenuto dell'art.7 del
Codice penale che consente ad ogni persona, che abbia notizie di un
reato perseguibile d'ufficio, di renderne edotti il Magistrato e la
Polizia Giudiziaria; come giornalista deve sentire l'inderogabile
impegno morale di tutelare il segreto di tutte quelle notizie apprese
attraverso la sua particolare qualifica di giornalista e non a titolo
occasionale o in veste di cittadino; ciò vale, soprattutto, ogni
qualvolta siano in gioco il comportamento di persone mosse da principi
politici e ideologie di qualsiasi orientamento, che il giornalista
segue come testimone e che è libero di commentare per i lettori del suo
giornale e non per altro. Ciò gli è imposto dal dettato deontologico
della professione giornalistica, che non può consentire a titolo
personale la strumentalizzazione della libertà di stampa specie se a
fini repressivi al di là dell'ambito del giornale. Meno che mai, di
fronte all'agitarsi di tendenze contrastanti, si può ammettere la
collusione fra il giornalista e il potere esecutivo, non essendo
ammissibile pensare che il giornalista utilizzi notizie di sua
conoscenza al di fuori della professione e del servizio per il suo
giornale, allo scopo di favorire determinati intenti politici o -
peggio - per perseguire persone e scopi contrari alla sua personale
ideologia.
È questo il caso in cui per la deontologia del
giornalista deve ritenersi censurabile un comportamento che per la
legge è legittimo.
Il giornalista svolge una funzione preziosissima
quale depositario e mediatore di molte istanze relative alla evoluzione
sociale, politica e di costume. Proprio per la sua funzione, egli si
trova in una situazione privilegiata, grazie alla quale gli è permesso
di raccogliere notizie, confidenze, sollecitazioni, lamentele, che
altrimenti non sarebbero comunicate dal cittadino con la stessa
franchezza e con lo stesso spirito di convinta sincerità. È tipico il
caso di notizie comunicate a un giornalista piuttosto che a un organo
della pubblica autorità, proprio perché il cittadino è convinto, a
ragione o a torto, che il giornalista è immune da eventuali ritorsioni
dei pubblici poteri. Ecco perché il giornalista deve fare di questa
posizione di privilegio una trincea entro la quale nessun pubblico
potere possa mai avere diritto di indagare, a meno che il supremo
interesse della collettività, cosa da stabilire di volta in volta, non
legittimi tale intervento dall'alto. In ogni modo il giornalista dovrà
decidere secondo la propria coscienza in una società nella quale non
sempre i diritti del cittadino sono sufficientemente tutelati
nonostante il dettato della Costituzione del Paese.
Per quanto
riguarda la scelta e la pubblicazione di immagini fotografiche deve
essere accertato se non si tratti di immagini fotografiche o
teleriprese derivanti da un servizio illustrativo per il quale non
fosse preventivamente prevista la piena utilizzazione da parte del
giornale e tanto meno eseguito, o fatto eseguire apposta, nell'intento
di fornire riservatamente informazioni al potere esecutivo. Neppure si
può ignorare che nel quadro dei criteri di compilazione di un giornale,
in qualsiasi settore dei suoi servizi, ben compresi quelli della
cronaca, non esistono criteri che inducano ad escludere dalla
pubblicazione immagini che possano venire strumentalizzate da terzi per
uso lecito o illecito, compresi gli organi di Polizia o altra
organizzazione o ente, servizio o persona. Qualsiasi immagine
risultante dai servizi fotografici o di cinepresa, deve essere scelta
senza preclusioni di sorta, senza altro intento che quello di informare
il lettore nel modo ritenuto più efficace dalla sensibilità
professionale del giornalista.
Rimane da considerare, per inciso, il
principio del segreto professionale che è uno dei cardini della nuova
strutturazione del giornalismo, strettamente connesso con la più ampia
libertà di stampa. L'azione del giornalista apparirebbe svilita se non
fossero difese le fonti di informazione. Pertanto egli è tenuto
rigorosamente al rispetto del terzo capoverso dell'art. 2 della legge
sull'Ordine (già cit.) che lo impegna a non rivelare la fonte delle
notizie, anche se ciò contrasta con la norma del Codice di procedura
penale (art. 351) che fino a questo momento non contempla il
giornalista fra le categorie alle quali viene riconosciuto tale diritto
(il medico, il sacerdote, ecc.).
Più ancora, in assoluto, va intesa
l’inammissibilità di collusione concordata fra giornalisti e servizi
segreti del potere esecutivo, quale emerse sul finire degli anni
settanta. Pagina rimasta oscura, genericamente nota come «scandalo dei
giornalisti-spia». La magistratura di fronte alla mancanza di prove,
ritenne infondata l'accusa e condannò il diffamatore, il quale aveva
sostenuto, nominandoli, che alcuni giornalisti facevano da portavoce
dei servizi segreti (Sid, Servizio Informazioni Difesa), coi quali
intrattenevano rapporti venendo compensati e in alcuni casi,
addirittura stipendiati. Una sentenza così liberatoria non mancò di
essere contestata, ma non si poté ignorare la sconcertante assenza
dalle fasi dibattimentali delle autorità competenti e responsabili.
L'Ordine dei giornalisti della Lombardia interessò direttamente
l'allora Ministro della Difesa il quale a conclusione di una
particolare udienza, diramò un comunicato ufficiale - datato Roma, 28
settembre 1978 - in cui, fra l'altro, si dichiarava:
«Nell'impossibilità materiale di ricostruire gli archivi dei disciolti
Sid e Sifar (Servizio Informazioni Forze Armate), tenuto anche conto
della difficoltà di violare il segreto militare e di Stato, il ministro
Ruffini ha raccolto l'appello rivoltogli a nome dei giornalisti
milanesi affinché sia rigorosamente garantito d'ora in avanti il
rispetto dell'art. 7 della legge 303 che detta la nuova
regolamentazione dei servizi per le informazioni e la sicurezza, in
base al quale è categoricamente e esplicitamente escluso l'impiego,
anche saltuario, di giornalisti professionisti, ciò allo scopo di
salvaguardare la deontologia del giornalista che condanna qualsiasi
strumentalizzazione rivolta a inquinare l'opera informativa
responsabilmente esercitata nel più ampio diritto della libertà di
stampa».
Fece scalpore, verso la metà degli anni Settanta (periodo
definito non senza ragione uno dei più inquieti dell'Italia
repubblicana) un altro episodio di illecita collusione fra un esperto
giornalista, redattore di un grande quotidiano, e determinati uffici e
servizi segreti facenti parte di organi dello Stato. Fondati motivi
indussero l'ordine (Consiglio regionale Lombardia) ad avviare un
procedimento disciplinare con il quale il giornalista incolpato «veniva
chiamato a rispondere di aver strumentalizzato la professione
giornalistica, ponendosi al servizio di organi dei pubblici poteri, e
di essere venuto meno al segreto professionale di cui all'ultimo cpv.
dell'art. 2 della legge professionale, svilendo l'esercizio della
libertà di stampa in tal modo deviato a fini estranei al diritto
dell'informazione».
Procedimento complicato, nel corso del quale
vennero raccolte deposizioni testimoniali di autorevoli giornalisti, ed
irto di difficoltà per la mancata collaborazione di organi e persone
estranee all'area di influenza dell'Ordine, trinceratisi dietro il
vincolo di tre segreti riconosciuti: istruttorio, militare e
professionale (lettera del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri
in data 5 dicembre 1974). Per contro fu comprovato che il giornalista
si fosse posto al servizio pre organizzato e vincolante degli
inquirenti dello Stato, al punto da impegnarsi all'acquisizione di
informazioni da consegnare all'autorità inquirente, senza riserva di
alcuna propria autonoma valutazione, in tal modo ponendosi al servizio
di detta autorità. Il che esula incontestabilmente dalla funzione
giornalistica, e anzi con essa si trova in rapporto di inammissibile
conflitto e di sicura incompatibilità. Pertanto si affermava la
responsabilità disciplinare dell'interessato per aver strumentalizzato
la professione col trasmettere le informazioni da lui raccolte - per di
più con priorità - ad organi del potere esecutivo e, tenendo conto di
circostanze attenuanti, gli veniva inflitta la sanzione di due mesi di
sospensione dall'esercizio professionale e la contemporanea assoluzione
dall'imputazione di aver violato il segreto professionale di cui
all'ultimo capoverso dell'art. 2 della legge sull'Ordine.
Dopo oltre
tre anni il Consiglio Nazionale, al quale il giornalista aveva
inoltrato ricorso, come suo diritto, si esprimeva con una decisione che
suscitò perplessità e discussioni, prosciogliendolo nella maniera più
ampia e liberatoria, tanto che il suo comportamento veniva legittimato
nel supremo interesse della collettività.
Le presenti riflessioni di
deontologia, raccolte alla luce della casistica più rilevante emersa
nel corso di questi ultimi quattro lustri - tanti ne conta l'attività
dell'Ordine professionale dal 1966 - impongono di menzionare altri
esempi di comportamento censurabile, connessi con il principio
dell'incorruttibilità, condizione fondamentale e irrinunciabile per
chiunque svolga attività giornalistica.
Sono sostanzialmente due le
questioni, entrambe di notevole spessore. La prima riguarda ipotizzati
arricchimenti dei giornalisti economici, attraverso, per esempio,
l'insider trading, cioè giocare in Borsa approfittando di informazioni
privilegiate, riservate, note a ristrettissimi ambienti di «addetti ai
lavori». Va anche detto che l'insider trading in Italia, contrariamente
agli Stati Uniti, non è penalmente perseguibile. Non cosi avverrebbe in
sede deontologica qualora emergessero casi individuabili e determinati.
Le
pagine dei giornali dedicate all'economia e alla finanza si sono andate
moltiplicando via via che questi problemi hanno coinvolto sempre più
direttamente l'opinione pubblica: un vero e proprio boom con tutta una
serie di fenomeni complessi, non sempre prevedibili e non da tutti, più
spesso intuibili a sorpresa da pochi esperti. È sufficiente una riga di
giornale inserita al punto giusto, bastano dodici ore di anticipo
nell'apprendere una certa notizia per deviare correnti d'opinione,
influenzare ben precise categorie, lasciando margini di tempo per
imbastire operazioni a proprio vantaggio. Un boom inevitabilmente
seguito, sorvegliato, talvolta abilmente pilotato, condizionato o
perfino manipolato in ambienti lontani dai giornalisti, ai vertici di
quella editoria impura sempre dilagante.
È innegabile l'esistenza di
rapporti inizialmente stabiliti con piena legittimità (ricerca della
notizia, caccia all'indiscrezione e magari allo scoop) e poi degenerati
fra giornalisti economico-finanziari e potentati economici, aziende o
gruppi, società finanziarie, segreterie particolari, istituti bancari,
associazioni, mediante invio di omaggi apparentemente senza
contropartita: dalla classica sciocchezzuola all'orologio di marca e
magari al viaggio «per servizio» che s'identifica in una vacanza
pagata, oppure soldi fatti guadagnare in operazioni all'apparenza
lecite ma attraverso le quali si può arrivare a somme direttamente
accreditate su conti correnti personali.
Tutto ciò deve ritenersi in
grave contrasto con la deontologia del giornalista, e coloro che
fossero perseguibili verrebbero colpiti da sanzioni esemplari. La legge
sull'Ordine impone precisi compiti e determinati interventi, ma non
offre purtroppo né mezzi né poteri per estendere o approfondire
indagini, escludendo per ovvi motivi gli organi e le persone estranee
al mondo degli iscritti. Vanificata l'azione tempestiva e volenterosa
dell'Ordine circa le «voci» che insidiano la credibilità e
l'affidabilità della stampa economica, è sorta spontanea la linea
dell'autoregolamentazione, l'unica percorribile allo stato attuale. A
tale scopo è stato concordato il codice di autodisciplina dei
giornalisti del quotidiano economico «Il Sole-24 Ore», sull'esempio del
codice morale già in uso presso i giornalisti che si occupano di borsa
e di finanza negli Stati Uniti e in Gran Bretagna: un atto di buona
volontà meritevole di apprezzamento.
La seconda questione
altrettanto importante riguarda l'inquinamento dell'informazione
provocato da interessi pubblicitari più o meno occulti o mascherati. Il
malessere è stato avvertito nei quotidiani ma soprattutto in periodici
dove ha raggiunto, in talune testate definite «di servizio», aspetti
che eliminano di fatto qualsiasi margine di demarcazione fra notizia e
messaggio pubblicitario. L'Ordine professionale ha perciò richiamato
tutti i giornalisti, direttori compresi, al dovere di esercitare la
professione al di fuori di possibili condizionamenti, in piena libertà
di giudizio e di scelta, nel solo intento di informare onestamente il
lettore, secondo coscienza.
Di fronte all'affiorare di un asserito
nuovo sistema in base al quale si vorrebbe contrabbandare per
informazione giornalistica il messaggio pubblicitario, giustificandolo
con un'esigenza della società dei consumi e del sistema economico,
occorre saper restringere i tentativi di snaturare il giornalismo con
cortine fumogene entro le quali si annidano propaganda di prodotti e
interessi aziendali.
Il potere soverchiante della pubblicità ha
raggiunto in taluni casi livelli aberranti influenzando la politica
editoriale al punto da deprezzare la tiratura a favore del messaggio
pubblicitario, pur di sollecitare ingenti investimenti dall'utente
inserzionista. Ciò significa disattendere l'interesse del lettore e
svalorizzare determinate testate fino a renderle dei deteriori veicoli
di propaganda commerciale, fonte di lucrosi interventi finanziari in
termini pubblicitari.
Pertanto, la pubblicità deve essere chiara,
palese, esplicita e riconoscibile: deve esserlo soprattutto la
pubblicità chiamata - con impropria espressione - «redazionale». Il
giornalista incaricato di redigere i servizi cosiddetti redazionali può
legittimamente opporre il suo rifiuto: qualora aderisca a tale incarico
deve esigere che il testo risulti presentato con caratteristiche grafiche che
lo distinguano dai normali servizi e notiziari, salvaguardando così la
dignità dell'intero corpo redazionale. Da parte sua il direttore deve
astenersi dall'esigere che il giornalista rediga testi destinati a
finalità pubblicitarie o, peggio ancora, mascheranti l'intento
mercantile, perché si verrebbe in tal modo a istituzionalizzare un
rapporto inquinato fra messaggio e notizia. Deve essere osteggiato e
vanificato ogni degenerato uso dei canali informativi. Il giornalista
ha diritto di difendere la propria identità professionale esposta a
insidie equivoche e ad ambigue forme di pressione. La lealtà verso il
lettore impone che il lavoro giornalistico e quello pubblicitario
rimangano separati e inconfondibili. I tentativi di travestimenti, di
mistificazioni, di mescolanze diventano un inganno per il lettore;
qualsiasi forma di pubblicità mascherata va perciò combattuta e
respinta perché è degenerativa della qualità dell'informazione. Bisogna
fare in modo che i criteri qualitativi del lavoro giornalistico non
possano essere sopraffatti dalla logica commerciale, non solo per il
prestigio della funzione della stampa ma anche per evitare di
frastornare il consumatore con l'eccesso selvaggio del messaggio
pubblicitario.
Quanto è stato sopra indicato sembra destinato a
rimanere per ora un semplice atto di denuncia, perché nel cosiddetto
mondo della comunicazione, le tre categorie più interessate -
giornalisti, pubblicitari e addetti alle pubbliche relazioni -
posseggono matrici culturali troppo diverse per confluire docilmente in
un accordo chiarificatore.
Sono molte e sottili le tesi in
contrasto, sulle quali però prevale quella del primo destinatario
dell'informazione, il lettore. Rileggiamo a questo proposito quanto ha
scritto - interpretando il ruolo del lettore - il prof. Francesco
Candura, docente di medicina del lavoro: «Testate impropriamente
dette "di servizio" sono appunto non al servizio del lettore bensì
asservite a interessi mercantili. "Istituzionalmente" esse propinano
per "notizia" ciò che è "promotion" ovverosia "pubblicità". Come
lettori esprimiamo tutto il nostro dissenso da coloro che spingono la
propria disinvoltura sino al punto di dichiarare che nel nostro sistema
economico "consumistico" il messaggio pubblicitario è informazione
giornalistica e viceversa e che quella che a noi sembra una
commendevole confusione risponde a una ben precisa funzione
sociale...Avvertiamo il rischio di un graduale passaggio dall’anima del
commercio al commercio delle anime». (Italia Oggi, 2 luglio 1987).
Ritornando
al tema deontologico vero e proprio, prima di concludere, meritano di
essere conosciuti alcuni casi di incompatibilità sanciti nel 1984 dal
Consiglio dell'Ordine del Piemonte: «Non sono compatibili con la
deontologia professionale quelle situazioni in cui il giornalista
assume il duplice e contraddittorio ruolo di chi, essendo retribuito
per dare corretta informazione, trae nel contempo un utile diretto o
indiretto da attività contrastanti con questo suo dovere. In
particolare, a questo ambito di violazioni della deontologia
professionale vanno riferiti i seguenti casi:

a) del giornalista dipendente di testata che presta nel contempo la
sua opera, a qualsiasi titolo, in società di promozioni o di pubbliche
relazioni;
b) del giornalista dipendente di testata che ricopre
incarichi retribuiti in uffici stampa di enti pubblici o privati
(organizzazioni sportive, ecc.);
c) del giornalista che trae utilità
personale da articoli chiaramanete pubblicitari senza essere cautelato
in modo che la sua figura professionale rimanga distinta da quella del
pubblicitario».

Il modo di esercitare l'attività giornalistica deve coincidere per
istinto con la coscienza del giornalista stesso, con la sua sensibilità
umana, con la sua maturità civile, con il concetto di onestà, di rigore
morale, di indipendenza derivati dalla sua educazione, con i principi
di decoro, di rettitudine di probità che lo hanno ispirato e lo
ispirano nella vita di ogni giorno, in famiglia, fra la gente, al
giornale, quando è in servizio e quando è solo con sé stesso e i suoi
problemi di lavoro. Dipenderà anche - la sua formazione deontologica -
dalla cultura, dalla conoscenza e dalla maturazione avvenuta in lui
attraverso esperienze storiche, filosofiche, artistiche, letterarie,
scientifiche tali da confortarlo nel valutare e interpretare, per gli
altri (i lettori) la realtà dei fatti specie se travalicanti la
fantasia. Ecco perché non è più concepibile la figura del giornalista
improvvisato, del giornalista per semplice vocazione, a modo suo
romantico e spregiudicato, genialoide e, perché no, anche simpatico.
Questa figura, oltretutto, non si concilia col videoterminale. Occorre
un giornalista senza preoccupazioni economiche, preparato, autorevole,
sicuro; un giornalista che non concepisce il regalino messo a
disposizione al termine della conferenza stampa, un giornalista al
quale si è in dubbio se inviare o meno il consueto cartone di bottiglie
omaggio a Natale o nel giorno del suo onomastico, un giornalista che
«si dimentica» metodicamente di passare questa o quella notizia che gli
era stata «calorosamente raccomandata» da un personaggio autorevole o
anche da un amico, un giornalista «sordo» alle cortesi telefonate delle
«Pierre».
Secondo una concezione esasperata della deontologia
giornalistica, neppure la tradizionale e incontestata concessione
gratuita del posto in poltrona al critico teatrale la sera delle
«prime» potrebbe considerarsi esente da motivi sia pure indiretti ma
intuibili di condizionamento. Si tratta ovviamente di un caso limite
che viene rilevato a titolo semplicemente indicativo e sul quale non
occorre soffermarsi in dettaglio. Tuttavia basta considerare quale
esempio di probità e di indipendenza offrirebbe la testata di quel
giornale che pagasse tanto di biglietto al proprio critico, per
rendersi conto quanto il problema non sia privo di fondamento.
I
giornalisti rispondono ai requisiti indicati? Gian Paolo Pansa, autore
delle famose «Carte false» (Rizzoli ed.l986) è pessimista. Quando
ancora di deontologia non si parlava i giornalisti dalla spina dorsale
inflessibile erano molti. Adesso la situazione non è mutata. Bando
dunque a quei pochi che non hanno le carte in regola. L'avvento di una
deontologia codificata e la rigorosa ristrutturazione delle forme di
accesso alla professione offrono plausibili motivi per dichiararsi
ottimisti.


Carlo De Martino
(dal volume "Il dover essere del giornalista oggi", curato dal Cnog, Roma 1989)