La figura del direttore responsabile

PARERE  ex artt. 633-636 Cpc

                a richiesta della giornalista  ………………………

 

La figura del direttore responsabile è fissata negli articoli 3 e 5
della legge n. 47/1948 sulla stampa. Il meccanismo articoli 3/5 della
legge n. 47/1948-articolo 46 della legge n. 69/1963 (ordinamento della
professione giornalistica) è stato dichiarato legittimo dalla Corte
costituzionale con la  sentenza n. 98/1968. Il giornale è opera collettiva dell'ingegno di cui il direttore è autore:
questo principio è affermato dalla legge n. 633/1941 sul diritto
d'autore. Il ruolo del direttore è “spiegato”, però, dal Contratto
nazionale di lavoro giornalistico (Cnlg). Dice l'articolo 6 del Cnlg: "E'
il direttore che propone le assunzioni e, per motivi
tecnico-professionali, i licenziamenti dei giornalisti. Tenute presenti
le norme dell'articolo 34 (Comitato di redazione), è competenza
specifica ed esclusiva del direttore fissare ed impartire le direttive
politiche e tecnico-professionali del lavoro redazionale, stabilire le
mansioni di ogni giornalista, adottare le decisioni necessarie per
garantire l'autonomia della testata, nei contenuti del giornale e di
quanto può essere diffuso con il medesimo, dare le disposizioni
necessarie al regolare andamento del servizio e stabilire gli orari (di
lavoro)".
La legge sulla stampa del 1948 si limita a enunciare che "ogni giornale o altro periodico deve avere un direttore responsabile"
(art 3), che deve essere iscritto all'Albo dei giornalisti (art. 5). La
legge sulla stampa pone due obblighi al direttore: 1) è tenuto a fare
inserire gratuitamente nel giornale le rettifiche contenute entro il
limite di trenta righe (art. 8); 2) è tenuto a far inserire
gratuitamente nel giornale anche le sentenze quando il giudice "pronuncia condanne per reato commesso mediante pubblicazione in un periodico".
In base al Codice penale (articolo 57), il direttore risponde di "omesso controllo" quando non impedisce che "con il mezzo della pubblicazione siano commessi reati"
(e se viene condannato, anche il direttore risponde civilmente con
l'autore dell'articolo incriminato e in solido con il proprietario
della pubblicazione e con l'editore, in base all'articolo 11 della
legge sulla stampa).
Dall'insieme delle norme citate e alla lettura
degli articoli 6  e 44 (ultimo comma) del Contratto emerge l'anomalia
italiana per quanto riguarda il ruolo del direttore: gli organi
societari editoriali non possono mettere il dito nella struttura della
redazione e nella fattura del giornale una volta concordati con il
direttore linea politica, organizzazione e sviluppo del giornale.
L’articolo 21 (II comma) della Costituzione limita le possibilità di
intervento dell’editore: “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.  “ Gli accordi editore-direttore devono essere "tali,
in ogni caso, da non risultare in contrasto con le norme
dell'ordinamento della professione giornalistica e con quanto stabilito
dal contratto". Negli accordi editore-direttore evidentemente non
possono essere contenute clausole in contrasto con tali principi e con
i principi fissati dagli articoli 3 (che vieta le discriminazioni) e 21
della Costituzione secondo il quale "la stampa non può essere soggetta
ad autorizzazioni o censure".
Nell'ambito del contratto, ad esempio,
gli editori hanno assunto l'impegno (articolo 44) a tenere separati
chiaramente informazione e messaggi pubblicitari e ciò "allo scopo di tutelare il diritto del pubblico a ricevere una corretta informazione". I direttori, con la nuova stesura dell'articolo 44 del contratto, "nell'esercizio dei poteri previsti dall'articolo 6 sono garanti della correttezza e della qualità dell'informazione anche per quanto attiene il rapporto tra testo e pubblicità".
Il direttore in conclusione attua la linea politica concordata con
l'editore, garantisce l'autonomia della testata (e dei redattori) e
anche la qualità dell'informazione.  Secondo l’articolo 2 della legge
n. 69/1963 (sull’ordinamento della professione giornalistica) la stessa
libertà di informazione <è limitata dall’osservanza delle norme dettate a tutela della personalità altrui>. Conseguentemente
il direttore non può ignorare, inoltre, le norme sancite dal
legislatore a tutela dei consumatori (e dei lettori) e soprattutto il
principio che (articolo 1, comma 2, del  Decreto legislativo 25 gennaio 1992 n. 74).
Editore
e direttore esprimono posizioni divergenti nell'impresa editoriale.
L'editore (che è quasi sempre il proprietario della testata) rischia i
capitali, gestisce l'azienda mirando naturalmente al profitto, sceglie
il mercato e la linea politica del giornale, nomina il direttore. Il
direttore, invece, si pone come punto di collegamento tra editore e
redattori e come garante della gestione della linea politica fissata
dall'editore. Ciò non toglie, tuttavia, che il diritto dell’editore di
licenziare il direttore rimanga, comunque e sempre, subordinato  alle
condizioni poste dalle norme comuni sul licenziamento individuale.

Tutto ciò premesso, si conclude

osservando che il direttore, titolare di un rapporto di lavoro al pari del redattore o del redattorecapo, non è un dirigente né è equiparabile a un dirigente dell’azienda editoriale in quanto, come creatore dell’opera collettiva dell’ingegno che è il giornale, detiene  alcuni poteri (Tribunale di Venezia, 28 luglio 1974,  in Vittoriana Megna, Il direttore di giornale, Problemi dell’informazione   n. 1, gennaio-marzo 1991).

 Il presidente dell’OgL-estensore
          (dott. Franco Abruzzo)

 Giurisprudenza

Responsabilità  del direttore

La  responsabilità  del  direttore  di  giornale  ex  art.  57  c.
p.  presuppone  la  concreta possibilità di impedire che col mezzo
della stampa  siano  commessi  reati,  e  cioè  che  siano da lui
esigibili particolari  comportamenti realizzativi degli obblighi
strumentali di diligenza  e di vigilanza tali che, attuati, il fatto
sarebbe evitato   o   realizzato  in  guisa  da  essere  penalmente 
indifferente;  ciò   premesso, escluso che il direttore di un grande
quotidiano a tiratura nazionale possa ogni giorno diligentemente
controllare tutte le fonti  dei  numerosi  articoli  che  vi vengono
pubblicati, per il direttore  medesimo  non  può  non costituire
fonte attendibile, con conseguente  esclusione  della responsabilità
per omesso controllo, il giornalista professionalmente  accreditato in virtù della specifica esperienza in una   determinata   materia   (nella   specie,  è  stata  esclusa  la  responsabilità  del  direttore  del quotidiano per la pubblicazione  dell'articolo diffamatorio dal titolo ) (Trib. Roma, 10 marzo 1989; Parti in causa: Scottoni; Riviste: Foro
I
padri costituenti repubblicani del 1946-47, dopo aver scritto la nostra
Carta fondamentale, hanno approvato, come riferito,  la legge sulla
stampa, la n. 47 dell’8 febbraio del  1948, che punisce gli abusi...della stampa (parliamo della diffamazione) in tre articoli:

11. Responsabile civile
- Per i reati commessi col mezzo della stampa sono civilmente
responsabili, in solido con gli autori del reato e fra di loro, il
proprietario della pubblicazione e l’editore.

12. Riparazione pecuniaria
-  Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, la persona
offesa può richiedere oltre il risarcimento dei danni ai sensi
dell’art. 185 del Cp, una somma a titolo di riparazione. La somma è
determinata in relazione alla gravità dell'offesa ed alla diffusione
dello stampato  (In tema di diffamazione commessa con il mezzo
della stampa, la persona offesa, oltre il risarcimento dei danni ai
sensi dell'articolo 185 del c.p.. può richiedere una somma a titolo di
riparazione ai sensi dell'articolo 12 della legge 8 febbraio 1948, n.
47. Trattandosi, peraltro, di una sanzione di natura civilistica, la
riparazione può essere chiesta anche dinanzi al giudice civile,
derivandone altresì che il giudice penale, eventualmente richiesto
della sua applicazione, può comunque rimettere la relativa statuizione
al giudice civile, allorquando provveda alla condanna generica
dell'imputato al risarcimento del danno. - Cass. pen. Sez.V 09-10-2002, n. 38829; Evangelisti e altri; FONTI Guida al Diritto, 2003, 13, 86).

13. Pene per la diffamazione
- Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente
nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della
reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a lire
cinquecentomila.
(Nota: in base
all’articolo 595 (diffamazione) del  Cp, “se l'offesa è recata col
mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in
atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o
della multa non inferiore a lire un milione”).

Assenza temporanea del direttore
Nella
valutazione sulla responsabilità del direttore di un periodico ai sensi
dell'art. 57 cod. pen., l'esigenza, cui tale disposizione si ispira, di
evitare che con il mezzo della stampa vengano commessi reati, deve
essere contemperata con il diritto al godimento delle ferie da parte
del direttore medesimo, nonché con i principi posti dagli artt. 42 e 43
cod. pen., secondo i quali nessuno può essere punito se non ha commesso
il fatto con coscienza e volontà; pertanto, ad escludere la
responsabilità ex art. 57 cod. pen. del direttore di un periodico nel
tempo in cui egli gode delle ferie spettantigli è sufficiente, senza
che sia necessario il ricorso alla procedura prevista per i mutamenti
radicali nell'organico del giornale dagli artt. 5 e 6 della legge 8
febbraio 1948 n. 47, la preventiva individuazione ed indicazione nello
stesso periodico della persona che lo sostituisce, in modo che sia
ricostituita, sia pur in via provvisoria, la struttura della compagine
del giornale e sia così assicurato il controllo sulla pubblicazione,
con la possibilità di individuare la persona che risponda
dell'eventuale omissione. (In applicazione di tale principio la Corte,
in una fattispecie concernente il delitto di diffamazione con il mezzo
della stampa, ha annullato la sentenza di merito che, nonostante
l'espressa richiesta dell'imputato, non aveva accertato chi avesse
ufficialmente sostituito il direttore responsabile nel periodo in cui
questi si trovava in ferie, limitandosi a prendere atto che l'assenza
non era dovuta ad un motivo di forza maggiore). (Cassazione penale, Sez. V, sent. n. 10496 del 20 novembre 1997, Scalfari)

Il direttore punto di riferimento professionale e anche morale
Il
direttore, punto di riferimento professionale e anche morale per i
giornalisti della sua casa editrice, non può ignorare l'effetto di
certe parole (“ naso adunco a voler seguire la morfologia etnica ”) sulla
coscienza pub­blica. Parlando, sia pure dei successi di tre finanzieri,
il direttore era in grado, per la sua preparazione culturale di
valutare l'effetto del riferimento all'etnia, che si presta ampiamente
a rievocazioni atroci di nefasti anni pas­sati.
Anche la caricatura
del finanziere menzionato nell'articolo, presentato con un gran naso
adunco, merita censura in quanto inserita in un contesto che denota
caduta di professionalità e dimenticanza totale dei principi
deontologici fissati dall'art. 2 della legge 3 febbraio 1963, n. 69. Il
direttore non può non sapere che solo la propaganda nazista era solita
mostrare le “ tipiche facce ebraiche ”: gli stereotipi, in quel tragico
periodo della storia tedesca ed europea, prendevano il posto degli
uomini reali (Consiglio Lombardia, 4.2.1988, estensore Franco Abruzzo).
Il
direttore di un giornale che impone ai propri redattori di scrivere
messaggi pubblicitari sotto forma di servizi giornalistici,
reclamizzando peraltro la bontà di un solo prodotto, si rende
colpevole, non solo di un comportamento contrario al decoro e alla
dignità professionale, ma anche di un fatto che compromette la sua
reputazione e la dignità dell'Ordine.
Le indicazioni etiche di cui
all'art. 2 della legge professionale, l'art. 44 del CCNL giornalistico,
il protocollo 14 aprile 1988 tra Ordine, FNSI e Pubblicitari, l'art. 8
della legge 223/1990, la giurisprudenza del Consiglio dell'Ordine della
Lombardia formano un complesso di riferimento che rafforza l'autonomia
e la dignità del giornalista e che sbarra pertanto la strada
all'infiltrazione della pubblicità nell'informazione (Consiglio Lombardia, 15.10.1991, estensore Franco Abruzzo).

Direttore, vicedirettore e dirigente
·
Quando  la verifica non è stata attribuita formalmente in modo chiaro
ed  univoco,  l'appartenenza  alla categoria dei dirigenti può essere
accertata in fatto ex art. 2095 c.c. tenendo conto delle disposizioni
del   c.c.n.l.   nonchè   del   comportamento   tenuto   dalle  parti
nell'esecuzione  del contratto. L'art. 6 c.c.n.l. giornalisti prevede
solo   per   la   qualifica   del   direttore   mansioni  tipicamente
dirigenziali,  che  si  distinguono  per  la  completa  autonomia, la
discrezionalità   delle  decisioni,  l'ampiezza  delle  funzioni,  la
capacità  di influire sulla gestione dell'intera azienda o di un ramo
autonomo.  Non  sono,  al  contrario, indici di un rapporto di natura
dirigenziale  nè  l'assenza di un orario di lavoro (v. art. 7 comma 1
ed  elencazione  dei giornalisti espressamente svincolati dall'orario
di  lavoro),  nè  l'autonomia  di  cui gode tutta la categoria per la
natura  e  la particolarità del lavoro, nè ovviamente la misura della
retribuzione che dipende da vari fattori che spesso prescindono dalla
categoria (Trib. Milano, 26 novembre 1994; Parti in causa: Soc.
Sogedit c. Gambacorta; Riviste: Orient. Giur. Lav., 1994, 755; Rif. ai
codici: CC art. 2095).

· Il licenziamento del
direttore di un giornale, che – ai sensi dell’art. 6 del Ccnl
giornalisti 16/11/95 – deve qualificarsi come dirigente, è sottratto
dall’ambito di applicabilità delle L. 604/66 e 300/70, trovando la sua
disciplina legale negli artt. 2118 e 2119 c.c. ed eventuali limiti
nelle espressioni dell’autonomia privata, collettiva e individuale (Pret.
Milano 2/7/97, est. Negri della Torre, in D&L 1998, 166, n.
CHIUSOLO, I direttori di giornali sono gli unici lavoratori subordinati
non tutelati contro i licenziamenti ingiustificati?)

· Nel caso di
licenziamento asseritamente ingiustificato del direttore di un
giornale, al lavoratore non spetta alcuna forma di tutela, dal momento
che il Ccnl giornalisti 16/11/95, applicabile al rapporto di lavoro,
non la prevede, mentre l’indennità supplementare ex art. 19 Ccnl per i
dirigenti dell’industria non è applicabile al rapporto di lavoro in
questione (Pret. Milano 2/7/97, est. Negri della Torre, in D&L
1998, 166, n. CHIUSOLO, I direttori di giornali sono gli unici
lavoratori subordinati non tutelati contro i licenziamenti
ingiustificati?)

· La qualifica di
vicedirettore di giornale non comporta l’attribuzione della qualifica
dirigenziale, dovendosi ritenere la natura dirigenziale di tale figura
professionale incompatibile con i poteri che l’art. 6 Ccnl giornalisti
16/11/95 attribuisce al direttore di giornale (Pret. Milano 30/4/98,
est. Marasco, in D&L 1998, 751, n. CAPURRO, Profili problematici in tema di qualifica del vice direttore di giornale)

· Stante  il rinvio
alla contrattazione collettiva di cui all'art. 2095 c.c.,  la 
dirigenza  può essere riconosciuta solo in presenza di una formale  e 
sostanziale  attribuzione di detta qualifica da parte del contratto 
collettivo  di  lavoro;  conseguentemente, il direttore di giornale 
non  può essere considerato dirigente, in mancanza di detta
attribuzione da parte del c.c.n.l. giornalisti 1995 (Pret. Milano,
2 febbraio 1999; Parti in causa Colombo c. Soc. Europa Tv; Riviste:
Riv. Critica Dir. Lav., 1999, 393; Orient. Giur. Lav., 1999, I, 50;
Rif. ai codici: CC art. 2095).

· Stante il rinvio
alla contrattazione collettiva di cui all’art. 2095 c.c., la dirigenza
può essere riconosciuta solo in presenza di una formale e sostanziale
attribuzione di detta qualifica da parte del contratto collettivo di
lavoro; conseguentemente, il direttore di giornale non può essere
considerato dirigente, in mancanza di detta attribuzione da parte del
Ccnl giornalisti 1995 (Pret. Milano 2/2/99, est. Mascarello, in D&L 1999, 393, n. Bernini).

· E’ illegittimo il licenziamento ad nutum intimato nei confronti di un direttore di giornale (Pret. Milano 2/2/99, est. Mascarello, in D&L 1999, 393, n. Bernini)  

La nomina a
direttore responsabile di un periodico non dà luogo a un rapporto di
lavoro subordinato, se non è accompagnata dall’inserimento
nell’organizzazione aziendale – La firma del giornale non è
sufficiente - La legge sulla stampa (8 febbraio 1948 n. 47) prevede che
ogni periodico deve avere un direttore responsabile, il cui nome deve
essere indicato nella richiesta di registrazione della testata e
pubblicato sul giornale. Tuttavia il mero conferimento dell’incarico di
direttore responsabile di un periodico non comporta di per sé
l’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato, che si verifica
quando il direttore, oltre ad assolvere alla funzione di carattere
pubblicistico prevista dalla legge, sia inserito nell’impresa
editoriale con il compito di organizzare e dirigere l’attività giornalistica (Cassazione Sezione Lavoro n. 11596 del 4 settembre 2000, Pres. Greco, Rel. Dell’Anno).

I  rapporti tra direttore e Cdr
Costituisce 
illecito  disciplinare, in quanto contrario al dovere di lealtà  e 
buona  fede,  il comportamento di un direttore di giornale che,  nel 
proporre al comitato di redazione un comunicato congiunto, comportante 
un implicito attestato di solidarietà nei suoi confronti in relazione a
voci di suo coinvolgimento in situazioni sconvenienti, ometta  di 
riferire  circostanze, che doveva rappresentarsi almeno a livello  di 
dubbio,  idonee  ad  influire  sulle  determinazioni dei componenti il
comitato medesimo (Cass. civ., sez. I, 23 dicembre 1997, n. 13009; Riviste: Foro It., 1998, I, 427).


Contratto di lavoro - POTERI DEL DIRETTORE

Art. 6
La
nomina del direttore di un quotidiano, periodico o agenzia di
informazioni per la stampa è comunicata dall'editore al comitato o
fiduciario di redazione con priorità rispetto a qualunque comunicazione
a terzi, almeno 48 ore prima che il nuovo direttore assuma la carica.
Le
facoltà del direttore sono determinate da accordi da stipularsi tra
editore e direttore, tali, in ogni caso, da non risultare in contrasto
con le norme sull'ordinamento della professione giornalistica e con
quanto stabilito dal presente contratto. Questi accordi, con
particolare riguardo alla linea politica, all'organizzazione ed allo
sviluppo del giornale, del periodico o dell'agenzia di informazioni per
la stampa sono integralmente comunicati dall'editore al corpo
redazionale tramite il comitato o fiduciario di redazione,
contemporaneamente alla comunicazione della nomina del direttore.
Quale
primo atto dal suo insediamento il direttore illustra all'assemblea dei
redattori gli accordi di cui al comma precedente ed il programma
politico-editoriale concordato con l'editore.
È il direttore che propone le assunzioni e, per motivi tecnico-professionali, i licenziamenti dei giornalisti.
Tenute
presenti le norme dell'art. 34, è competenza specifica ed esclusiva del
direttore fissare ed impartire le direttive politiche e
tecnico-professionali del lavoro redazionale, stabilire le mansioni di
ogni giornalista, adottare le decisioni necessarie per garantire
l'autonomia della testata, nei contenuti del giornale e di quanto può
essere diffuso con il medesimo, dare le disposizioni necessarie al
regolare andamento del servizio e stabilire gli orari secondo quanto
disposto dal successivo art. 7.

L’art. 6 CNLG
Le parti collettive hanno attribuito al direttore (la cui presenza in una testata è imposta dall’art. 2 L. 47/48[1])
il ruolo, insieme importante e peculiare, di tramite tra l’editore e i
giornalisti. L’esigenza che questo ruolo tende a soddisfare deriva
dalla posizione, pure peculiare, che ogni giornalista riveste
all’interno della redazione di un giornale: infatti, da un lato egli è
dotato di un’ampia autonomia, che deriva dal fatto di essere iscritto
ad un Ordine professionale, nonché di esercitare – attraverso la sua
professione – rilevanti diritti, anche di rango costituzionale, quale
la libertà di cronaca e di pensiero. Al contempo, peraltro, il
giornalista è parte di un rapporto di lavoro subordinato e, in quanto
tale, è gerarchicamente subordinato, appunto, all’editore. Il contrasto
è tanto più accentuato se si pensa che gli interessi delle due parti
del rapporto non sempre possono essere coincidenti: l’editore ha anche
interessi di tipo economico, che potrebbero contrastare con l’attività
di libera e veritiera informazione svolta dal giornalista.
Per
cercare di sanare contrasti come quelli appena descritti, le parti
collettive hanno dunque attribuito al direttore il ruolo di garante
della libertà e dell’autonomia del giornalista, o comunque di tramite
tra questo e l’editore. In questa chiave deve essere letta la parte
dell’art. 6 che disciplina i poteri del direttore: non è un caso che
quest’ultimo abbia il potere di proporre le assunzioni dei giornalisti
e il loro licenziamento per motivi tecnico – professionali; neppure è
un caso che egli abbia la competenza – definita dalla norma specifica ed esclusiva
– di impartire le direttive politiche e tecnico – professionali del
lavoro redazionale, di stabilire le mansioni di ogni giornalista, di
adottare le decisioni necessarie per garantire l’autonomia della
testata, di fornire le disposizione necessarie al regolare andamento
del servizio e di stabilire gli orari.
Il contratto collettivo
attribuisce altri poteri al direttore, individuati in altre norme del
contratto. Tuttavia, prima di indicare gli altri poteri sanciti da
norme diverse da quella di cui si parla, conviene subito sottolineare
che quanto disposto dall’art. 6 è già sufficiente a fare del direttore
– come si anticipava – il garante della autonomia del giornalista: per
esempio, il fatto che quest’ultimo non possa essere né assunto né
licenziato se non su proposta del direttore; il fatto che il
giornalista soggiaccia alle direttive politiche e tecnico –
professionali del direttore fanno capire che ogni componente della
redazione ha in realtà un ruolo di inferiorità gerarchica nei confronti
di un altro componente dello stesso Ordine professionale, come tale
obbligato al rispetto dei medesimi obblighi di verità e correttezza
dell’informazione; al contrario, il giornalista non potrà essere
sottoposto al giudizio di personale – per così dire – amministrativo,
le cui decisioni sono ovviamente finalizzate a perseguire gli interessi
d’impresa dell’editore. Per questo motivo, al direttore è garantito il
potere di sovrintendere all’autonomia della testata, proprio per
evitare che ingerenze di tipo non giornalistico inquinino il libero
svolgimento dell’attività da parte dei componenti la redazione. Tutto
questo, naturalmente, non vuol dire che il giornalista sia del tutto
indifferente al potere amministrativo dell’editore; ciò però
significa – e non è poco – che ogni decisione dell’editore nei
confronti dei membri della redazione deve passare attraverso il
direttore e, per sortire effetti, deve trovare il suo avallo: ogni
decisione di tipo imprenditoriale può essere realizzata solo a
condizione che sia contemporaneamente conforme agli interessi insiti
nel libero svolgimento dell’informazione, e a garantire che ciò avvenga
sovrintende il direttore.
Come si diceva, i poteri del direttore nei
confronti dei membri della redazione (che costituiscono al contempo la
garanzia della loro indipendenza) sono indicati anche da norme diverse.
Per esempio, l’art. 8 attribuisce al direttore il potere di
autorizzare, d’accordo con l’editore, le deroghe al patto di esclusiva;
l’art. 9 prevede che il direttore esprima il suo parere per l’eventuale
cessione di articoli non pubblicati; il parere del direttore è pure
richiesto dall’Allegato N in tema di trasformazione del rapporto a
tempo pieno in rapporto a tempo parziale; l’art. 42 prevede la
partecipazione del direttore alle trattative per la definizione dei
piani relativi ai sistemi elettronici editoriali; infine l’art. 43
attribuisce al direttore il potere di decisione in merito
all’utilizzazione del materiale reso disponibile dalle sinergie
editoriali.
I poteri garantiti dall’art. 6 e dalle altre norme sopra
citate trovano naturalmente alcune compensazioni. Non ci si riferisce
solo alle circostanze che il direttore, e non l’editore, è il
responsabile penale – ai sensi dell’art. 57 c.p. – per l’omesso
controllo sul contenuto del periodico[2]
e che egli – ai sensi dell’art. 8 L. 47/48 – è il soggetto obbligato
alla pubblicazione delle rettifiche. Queste attribuzioni non sono altro
che le responsabilità conseguenti al ruolo di garante svolto dal
direttore. Piuttosto, le compensazioni più importanti al potere del
direttore sono disciplinate dall’art. 6 e consistono in una sorta di
consenso preventivo formulato dal corpo redazionale e dal suo organismo
rappresentativo.
Infatti, la norma dispone che il CdR o il
fiduciario di testata deve essere informato della nomina del direttore;
anzi, l’informazione deve essere preventiva di almeno 48 ore e deve
essere resa con priorità rispetto a qualsiasi altra comunicazione a
terzi. Inoltre, il CdR o il fiduciario hanno il diritto di conoscere,
nella loro interezza, gli accordi raggiunti tra editore e direttore in
ordine alle facoltà di cui quest’ultimo potrà avvalersi. Queste
informazioni preventive hanno un evidente carattere preparatorio
dell’assemblea dei redattori, nel corso della quale il direttore, quale
primo atto del suo insediamento, illustra gli accordi di cui si è
appena detto, nonché il programma politico – editoriale concordato con
l’editore. L’insieme di questa articolata procedura informativa è
evidentemente finalizzata a consentire alla redazione di esprimere il
proprio parere in ordine alla scelta del nuovo direttore. Naturalmente,
il parere della redazione non è vincolante: da questo punto di vista,
l’editore assolve ai propri obblighi semplicemente rendendo le
informazioni previste dalla norma, pena – evidentemente – la
configurabilità di un comportamento antisindacale sanzionabile ex art.
28 S.L.. Tuttavia, per quanto non vincolante, il parere della redazione
ha pur sempre un peso, giacché l’editore deve sapere che se il
direttore è stato sfiduciato dalla redazione, egli non potrà
svolgere il proprio compito con il pieno e incondizionato consenso del
corpo redazionale. Si vede dunque che il parere espresso dall’assemblea
dei redattori ha quanto meno un rilievo – per così dire – politico, cui
l’editore non deve necessariamente uniformarsi, ma che comunque ha una
sua importanza.
A questo punto, è chiaro il complessivo disegno
dell’art. 6: il direttore deve in primo luogo cercare il consenso della
redazione; tuttavia, una volta ottenuto questo consenso, egli diventa a
pieno titolo il suo garante e,  tal fine, titolare dei poteri sopra
illustrati. Nello svolgimento di questi poteri, il direttore ha un
obbligo di informazione nei confronti del CdR, previsto dall’art. 34,
in ordine ai provvedimenti organizzativi, sia di carattere generale che
relativi ai singoli giornalisti: come si vede, anche dopo aver
conquistato la fiducia della redazione all’atto del suo insediamento,
il direttore non può esercitare i suoi poteri in modo assoluto, ma è
quanto meno tenuto ad una preventiva informazione al corpo redazionale
attraverso il suo organismo rappresentativo, pena – ancora una volta –
la configurabilità di un comportamento antisindacale.
Vanamente si
cercherà nell’art. 6, così prodigo in ordine ai poteri del direttore,
una qualche regolamentazione del suo rapporto sotto il profilo
retributivo. La questione, piuttosto, è demandata – peraltro in maniera
del tutto incompleta – ad altre norme del contratto: l’art. 7, per
esempio, riconosce al direttore un’indennità del 15%, per compensarlo
dalla esclusione dall’osservanza dell’orario di lavoro[3];
l’art. 13 dispone che, per computare gli aumenti di anzianità del
direttore, si deve far riferimento alla retribuzione del caporedattore,
aumentata del 20%; l’art. 16 riconosce il diritto del direttore
all’indennità redazionale e ne stabilisce la misura; l’art. 27
determina in tredici mensilità l’indennità sostitutiva del preavviso
dovuta al direttore.
Nulla invece dispone il contratto in merito
alla retribuzione minima dovuta al direttore: evidentemente, le parti
hanno voluto lasciare la questione alla libera volontà dei contraenti
e, pertanto, la retribuzione deve costituire oggetto di apposito
accordo tra direttore ed editore. Ciò non toglie che l’accordo sia
completamente svincolato da ogni limite e del tutto lasciato alla
libera determinazione delle parti. Anche per il direttore, infatti,
vige il principio della retribuzione equa e sufficiente ai sensi
dell’art. 36 Cost. che, secondo la giurisprudenza pacifica, deve essere
determinata tenendo conto dei minimi retributivi previsti dalla
contrattazione collettiva[4].
Sebbene
nel caso specifico la quantificazione della contrattazione collettiva
manchi, si dovrà quanto meno riconoscere che il direttore non può
percepire una retribuzione inferiore a quella del caporedattore, ovvero
del componente della redazione di qualifica più elevata per il quale il
contratto preveda un minimo di stipendio: poiché il direttore è un
superiore del caporedattore, e poiché l’art. 36 Cost. dispone che la
retribuzione deve essere proporzionata, tra l’altro, alla qualità del
lavoro svolto, ne consegue che lo stipendio del direttore in tanto può
soddisfare il requisito prescritto dalla norma costituzionale, in
quanto sia superiore a quello del caporedattore. Il problema, se mai, è
quantificare la quota aggiuntiva di retribuzione dovuta al direttore:
l’unico parametro utilizzabile, nell’ambito di una quantificazione che
non può che essere equitativa, è quella indicata dal già citato art. 13
in materia di scatti di anzianità. Sebbene la norma esplicitamente
disponga che la maggiorazione del 20% è valida solo al fine di
quantificare gli scatti, è evidente che, in mancanza di un accordo tra
le parti, il giudice non potrà trascurare questa maggiorazione nella
fase di accertamento della retribuzione minima dovuta al direttore.
Regole
come quelle sopra indicate, per quanto approssimative, valgono non solo
quando vi sia un accordo giudicato insoddisfacente, ma anche quando
l’accordo manchi del tutto: si pensi per esempio al direttore che abbia
formalmente stipulato un contratto di lavoro autonomo[5],
di fatto percependo una retribuzione inadeguata, che voglia ottenere il
riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro, con il
conseguente adeguamento della retribuzione. Anche in questo caso,
dunque, al giudice spetterà il compito di individuare la retribuzione
dovuta al direttore, sulla scorta del principio sancito dall’art. 36
Cost. e, a tal fine, dovrà procedere in un modo simile a quello prima
descritto.
Con riguardo ad altri istituti del rapporto di lavoro, il
contratto equipara il direttore agli altri componenti la redazione: per
esempio, in tema di tredicesima mensilità, di malattia e di ferie. Con
riguardo a quest’ultimo aspetto, si configura un problema particolare,
in quanto il direttore, di regola, è il soggetto che deve firmare il
giornale, assumendone la responsabilità sotto il profilo penale.
Ebbene, questa incombenza del direttore potrebbe confliggere con
l’astensione dal lavoro per fruizione delle ferie: in teoria, se il
direttore è in ferie non può controllare il giornale e ciò nonostante
firmarlo, a meno che l’editore nomini un suo sostituto temporaneo.
Bisogna sottolineare che ove ciò non avvenisse, il direttore non
sarebbe esente dalla responsabilità penale per il semplice fatto di
essere in ferie e che quindi, per non incorrere in sgradite sorprese,
egli deve comunque controllare il contenuto del giornale.
Quanto si
è appena detto comporta un altro problema: se, cioè, si possa dire che
il direttore fruisca delle ferie nel caso in cui, pur non fisicamente
presente in redazione, eserciti il suo compito di controllare il
giornale. Per risolvere la questione può aiutare una sentenza[6],
che ha riconosciuto al direttore il diritto al compenso per lavoro
festivo e l’indennità per mancato riposo domenicale, avendo egli, in
quelle giornate, e pur senza essere fisicamente presente in redazione,
prestato la sua attività per assicurare la preparazione e la puntuale
pubblicazione del giornale. Analogamente, dunque, si deve ritenere che
la frazione delle ferie dedicata dal direttore ai compiti necessari per
la puntuale uscita dal giornale non può essere computata nelle ferie
effettivamente fruite. Questa conclusione è confermata dalla
considerazione che le ferie del direttore non lo esonerano dalla
responsabilità penale, ai sensi dell’art. 57 c.p., per l’omesso
controllo sul contenuto del giornale[7];
conseguentemente, è ragionevole ritenere che almeno quella frazione del
periodo feriale di fatto dedicata al controllo del giornale non sia
considerata nell’ambito delle ferie concretamente fruite.

La qualifica del direttore
Uno dei problemi più dibattuti in ordine alla figura del direttore riguarda la qualifica da attribuirgli.
L’art.
2095 c.c. dispone che i lavoratori si distinguono in operai, impiegati,
quadri e dirigenti. In mancanza di un’esplicita indicazione da parte
della contrattazione collettiva, si è posto il problema di quale tra
queste categorie debba essere riconosciuta al direttore. Si tratta di
un problema non meramente accademico, ma che presenta importanti
applicazioni pratiche: infatti, a seconda che si riconosca o disconosca
al direttore la qualifica di dirigente, consegue oppure no
l’applicabilità dell’art. 18 S.L., e quindi il suo diritto alla
reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento sfornito di
valida giustificazione.
Prima di affrontare questo complesso
problema, conviene chiarire che la giurisprudenza è pacificamente
orientata nel senso di escludere la configurabilità della qualifica
dirigenziale in capo al vicedirettore[8].
A tale riguardo, è stato ritenuto che, nell’ambito dell’impresa
giornalistica, la presenza di figure dirigenziali è incompatibile con
il ruolo del direttore e con i poteri che a questo sono riconosciuti
dall’art. 6 CNLG: tale norma, infatti, attribuisce esclusivamente al
direttore il ruolo di intermediazione tra l’editore e il corpo
redazionale, nonché il potere di fissare e impartire le direttive
politiche e tecnico – professionali del lavoro, stabilire le mansioni
di ogni giornalista, impartire le disposizioni necessarie al regolare
andamento del servizio e stabilire gli orari di lavoro. Queste
competenze, che comportano una responsabilità personale del direttore
nei confronti dell’editore, impediscono di fatto la possibilità che un
ruolo dirigenziale sia riconosciuto a chi, come il vice direttore,
svolga un ruolo di collaborazione, che necessariamente si esplica
secondo la discrezionalità e le disposizioni impartite dal direttore:
infatti, il contratto non fornisce alcuna definizione dei compiti del
vice – direttore, che dunque è destinato a svolgere un ruolo vicario e
subordinato – come si diceva – alle direttive impartite dal direttore.
Non
altrettanto pacifico è il dibattito giurisprudenziale in ordine alla
qualifica da riconoscere al direttore. Per la verità, la giurisprudenza
sembra per lo più orientata a riconoscere la qualifica di dirigente,
dal momento che l’art. 6 CNLG conferirebbe poteri che presuppongono
tale qualifica[9]. Tuttavia, questo orientamento non tiene in debita considerazione alcune argomentazioni contrarie.
In
primo luogo, bisogna riflettere sulla circostanza che se realmente il
direttore fosse un dirigente, questa categoria di lavoratori sarebbe
l’unica, nel nostro ordinamento giuridico, priva di una qualunque
tutela contro i licenziamenti ingiustificati. Infatti, le altre
categorie previste dal citato art. 2095 (operai, impiegati e quadri)
sono tutelate dall’art. 18 S.L., che riconosce il diritto alla
reintegrazione per il caso di licenziamento privo di giusta causa o di
giustificato motivo. Questa norma è inapplicabile ai dirigenti, che
dunque possono essere licenziati anche in assenza di una valida causa
giustificatrice. Tuttavia, la lacuna legislativa è di regola colmata
dalla contrattazione collettiva che, normalmente, dispone che il
licenziamento del dirigente debba essere giustificato; in
assenza di giustificazione, il dirigente ha diritto alla indennità
supplementare e dunque a un consistente risarcimento del danno.
Pertanto, e poiché il Contratto di Lavoro Giornalistico non prevede
nulla di simile, il direttore, se realmente fosse dirigente, sarebbe
del tutto privo di qualsiasi tutela contro i licenziamenti
ingiustificati.
Tuttavia, quanto si è appena detto non è sufficiente
ad esaurire la questione. Infatti, quand’anche l’art. 6 CNLG
astrattamente configurasse poteri coerenti con la qualifica
dirigenziale, bisognerebbe pur sempre verificare se questi poteri siano
stati effettivamente attribuiti al direttore. Opinando diversamente si
finirebbe per confondere il concetto di mansione con quello di
qualifica: il direttore di testata non è una categoria, ma una mansione
e, conseguentemente e quanto meno, è necessario, di volta in volta,
verificare se i poteri concretamente attribuiti al direttore nello
svolgimento della sua mansione integrino gli estremi della categoria
dirigenziale, o di un'altra categoria. In altre parole, il direttore di
testata non appartiene, di per sé, a nessuna delle categorie indicate
dall'art. 2095 c.c. e, in particolare, non è possibile assimilare
astrattamente il direttore al dirigente; piuttosto, sono i poteri
attribuiti al direttore nel caso concreto che consentono di accertare,
volta per volta, la categoria di appartenenza del lavoratore.
Quanto
si è appena detto è coerente con la giurisprudenza che, pacificamente,
estende la disciplina limitativa dei licenzia­menti, come si è detto
normalmente inapplicabile al dirigente, al lavora­tore che, pur avendo
la qualifica di dirigente, sia in concreto privo dei tratti distintivi
della qualifica in questione[10], ed è stata infine recepita dalla giurisprudenza con specifico riferimento al direttore di giornale[11].
In questa prospettiva, bisogna ricordare che la giurisprudenza ha
elaborato una serie di indici, ricor­rendo i quali è necessario
riconoscere al lavoratore la qualifica di cui si parla: in particolare,
la qualifica di dirigente è stata riconosciuta a chi partecipi al
governo effettivo dell'attività aziendale, con facoltà di im­partire
direttive generali e con l'assunzione di poteri che influenzino
l'intero complesso dell'azienda, o un suo importante ramo; inoltre, è
necessario che vi sia assenza di dipendenza gerarchica, nel senso che
il dirigente dipende diret­tamente dal titolare dell'impresa, o datore
di lavoro, di cui costituisce l'alter ego, ed è responsabile direttamente verso lo stesso[12].
Tuttavia, un’altra e più attenta sentenza[13]
ha sottoposto a dura critica l’opinione tradizionale che riconosce ai
poteri disposti dall’art. 6 le caratteristiche tipiche della dirigenza,
salva la verifica caso per caso, concludendo che la norma contrattuale
esclude anche astrattamente la possibilità di riconoscere al direttore
la qualifica di dirigente. Infatti, i contraenti collettivi non
hanno voluto attribuire al direttore la qualifica di dirigente, come
ben si evince dalla circostanza che il direttore, lungi dall'essere un alter ego dell’editore, svolge una peculiare funzione di intermediario tra quest’ultimo ed il corpo redazionale.
Questa
convinzione è rafforzata dalla osservazione che nel CNL Giornalistico
sono ridotte al minimo indispensabile le distinzioni (normative ed
economiche) poste tra i giornalisti in generale, né sussiste una
specifica regolamentazione (se si esclude l'art. 6) dettata per il
direttore. Pertanto, non è condivisibile la tesi, pure sostenuta, che
ciò che manca nel CNL Giornalistico sia solo una definizione formale
di dirigente, che non impedirebbe al giudice di intervenire per colmare
la lacuna. Infatti, ciò che manca nel CCNL giornalistico non è tanto o
solo una definizione formale, bensì una definizione sostanziale del dirigente.
A
tale riguardo, la sentenza di cui si parla ha richiamato l’attenzione
sul fatto che l’art. 2095 c.c. non fornisce la benché minima
indicazione dei criteri cui ancorare la distinzione tra le categorie
ivi contemplate; anzi, la norma espressamente prevede che
l'appartenenza alle categorie sia determinata dalle leggi speciali e
dalle norme contrattuali, in relazione a ciascun ramo di produzione.
Ora, mentre nessuna legge ha mai stabilito tali requisiti di
appartenenza, la contrattazione collettiva ha di regola risposto a tale
mandato, delineando i caratteri distintivi delle varie categorie,
eccezion fatta per il settore giornalistico, dove nulla si dice in
ordine all'appartenenza alle tradizionali categorie di impiegato,
quadro e dirigente. La chiarezza e la reiterazione del totale
disinteresse ed estraneità rispetto ai canoni di classificazione del
personale di cui all’art. 2095 c.c. escludono che un provvedimento del
giudice, diretto a trasferire all’interno del CNL Giornalistico la
suddivisione e le qualifiche previste da detta norma, possa ritenersi
frutto di un’interpretazione secondo la volontà delle parti, anziché
contro la volontà delle parti. Si capisce allora che, in questo
contesto normativo, l’unica conseguenza di una coincidenza stabilita in
via interpretativa tra le due figure sarebbe la sottrazione del
direttore alla tutela data agli altri giornalisti dalla disciplina
legale (peraltro, neppur per essi direttamente recepita dal CNL
Giornalistico) limitativa dei licenziamenti.
La sentenza ha anche
escluso che contro tale soluzione possano assumere valore determinante
considerazioni alimentate dalla particolare intensità del rapporto
fiduciario tra editore e direttore e dalla difficoltà di conciliare con
tale tipo di rapporto l’ordine di reintegrazione garantito dalle
previsioni dell’art. 18 S.L.. Infatti, le parti collettive ben
avrebbero avuto la possibilità di concordare soluzioni alternative,
posto che l’attuale scissione tra direttore e dirigente non dipende
dalla concettuale impossibilità di una loro eventuale equiparazione sul
piano giuridico, ma solo dal fatto che tale equiparazione sul piano
giuridico non è stata stabilita da chi avrebbe avuto il potere di
provvedere in tal senso. Del resto, proprio l’esempio dato dalla
contrattazione collettiva dei dirigenti dimostra - come è noto - che
esistono strade intermedie tra il licenziamento ad nutum ed il
licenziamento per giustificato motivo di cui all’ordinaria tutela dei
lavoratori dipendenti, compatibili con un rapporto fiduciario di
intensità analoga a quello che lega editore e direttore.
In ogni
caso, anche a pensare diversamente, non si potrebbe disconoscere quanto
meno il diritto del direttore licenziato senza alcuna giustificazione
al risarcimento del danno prevista dal contratto collettivo dei
dirigenti applicato dal suo editore. Infatti, o il direttore non è
dirigente (nel qual caso si applicherà l'art. 18 S.L.), o possiede tale
qualifica, e allora l’editore dovrà applicare anche nei suoi confronti
il CCNL applicato agli altri suoi dipendenti aventi la qualifica
dirigenziale.
In contrario, non si potrebbe invocare la circostanza
che il rapporto di lavoro del direttore sia già disciplinato dal CNLG.
Infatti, a ben vedere, tale contratto disciplina il rapporto di lavoro
dei giornalisti in generale, mentre - nei riguardi del direttore - pone
solamente alcune norme, per di più destinate a garantire al direttore
lo svolgimento di quel ruolo di autonomia del lavoro giornalistico di
cui si è già parlato. Infatti, lo stesso art. 6 neppure definisce la
mansione del direttore, mentre i poteri che gli vengono attribuiti sono
riconosciuti – appunto – per il precipuo fine di garantirgli quel ruolo
di garante.
Si vede allora che il CNLG ha, per il direttore, una
vigenza residuale, limitata agli istituti esplicitamente disciplinati,
che prevarranno in forza del loro carattere speciale rispetto alla più
generale normativa del  contratto collettivo applicabile ai dirigenti.
Ciò però non toglie che questo contratto si applica a tutti i dirigenti
che lavorino alle dipendenze dell’editore e quindi, in quanto sia
dirigente, anche al direttore della testata.

Il direttore editoriale
Un altro problema
riguarda la figura del direttore editoriale. Più precisamente, alcune
aziende editoriali affiancano il direttore responsabile con un
cosiddetto – appunto – direttore editoriale, che talvolta svolge questa
mansione per una pluralità di testate edite dalla medesima società.
Costui, di fatto, esercita il ruolo tipicamente spettante al direttore,
nel senso che stabilisce e gestisce la linea politico – editoriale
della rivista e si pone come il supremo livello del corpo redazionale.
In questa situazione, al direttore responsabile resta solamente lo
sgradito compito – appunto – del responsabile, senza peraltro avere
voce in capitolo rispetto a decisioni che – per quanto si è detto – non
competono a lui.
Come si vede, la figura del direttore editoriale è
veramente anomala; non solo, si tratta di una posizione professionale
che addirittura pone dubbi di legittimità, in quanto contrastante con
l’art. 6 CNLG. Infatti, e come si è detto, la norma contrattuale è
fondata sul principio che il direttore è, da un lato, il responsabile
della testata e, dunque, deve essere dotato di una serie di poteri
adeguati, che hanno come contrappeso solo un controllo preventivo da
parte del corpo redazionale; dall’altro lato, il direttore è il tramite
tra redazione e editore e, al contempo, garante dell’autonomia dei
giornalisti. Si vede allora che, affiancando al direttore responsabile
un direttore editoriale, si perviene ad una sovrapposizione di ruoli e
si vanifica l’impianto dell’art. 6 CNLG: il direttore è dotato di
poteri perché è responsabile, ma il direttore editoriale ha i poteri
senza la responsabilità, e viceversa; inoltre, la presenza di due
posizioni al vertice rende problematica l’individuazione della figura
giornalistica che costituisca realmente il tramite tra redazione ed
editore e che al contempo garantisca l’autonomia del giornalista.
Se
quanto si è detto non bastasse, si consideri ancora che l’art. 6
pretende che, all’insediamento del direttore, si svolga la procedura
sopra descritta nei confronti del CdR e del corpo redazionale, che ha
ad oggetto in particolare la linea politico – editoriale concordata con
l’editore. Pertanto, a rigore, la procedura dovrebbe essere effettuata
all’atto della nomina di entrambi i direttori, sia quello editoriale
che quello responsabile; tuttavia, è molto probabile che l’editore
concordi la linea politico – editoriale solo con il direttore
editoriale, e non anche con quello responsabile, con la conseguenza che
in alcuni casi la procedura di informazione resterebbe svuotata, in
quanto non c’è nulla da comunicare.
Come si vede, il direttore
editoriale non è solo una figura non contemplata dall’art. 6 CNLG e
introdotta da alcuni editori solo in via di mero fatto; di più, si
tratta di un’ipotesi che configge con la lettera e con lo spirito della
norma, che preclude al giornalista di essere pienamente tutelato (nella
sua autonomia in generale e – in particolare – nei rapporti con
l’editore), che ingenera confusione in ordine al soggetto che abbia
effettivamente concordato con l’editore la linea politico – editoriale
e che potrebbe addirittura creare questioni di condotta antisindacale
per la sostanziale violazione della procedura disciplinata dall’art. 6
CNLG.


[1]
La norma infatti stabilisce che “I giornali, le pubblicazioni delle
agenzie d'informazioni e i periodici di qualsiasi altro genere” devono
tra l’altro indicare il nome del direttore.
[2]
A tale riguardo, è stato peraltro ritenuto che con riferimento alle
edizioni telematiche di giornali cartacei, non costituendo uno stampato
e non essendo assoggettati a registrazione, non sono estensibili le
responsabilita' previste dalla legge penale per il direttore
responsabile dell'edizione a stampa (Corte Appello Roma 11/1/01, in Dir. informazione e informatica 2001, 31).
[3]
Il fatto che il direttore sia escluso dall’osservanza dell’orario di
lavoro così come disciplinato dal contratto, non comporta che egli sia
al contempo escluso dalla disciplina dell’orario di lavoro imposta
dalla legge: v. al riguardo Cass. 12/4/74 n. 1028, cit. in D’AMATI, Il lavoro del giornalista, Padova 1989, p. 102.
[4] Sulla questione si rinvia al commento dell’art. 10.
[5]
La giurisprudenza ammette che il direttore di una testata possa
svolgere un rapporto di lavoro autonomo (Cass. 4/9/00 n. 11596, in Foro it., Rep. 2000, v. Lavoro (rapporto), n. 467; Cass. 13/11/85 n. 5571, in Foro it., Rep. 1985, v. cit., 583; Cass. 7/7/81 n. 4466, in Giust. civ. 1982, I, 163, con nota di TOSI; Cass. 2/4/81 n. 1882, in Lav. e prev. oggi 1981, 2284; Pret. Milano 8/7/86, in Orientamenti
1986, 671); tuttavia, può anche configurarsi il caso in cui il
contratto di lavoro autonomo simuli in realtà un rapporto di lavoro
che, per originaria intenzione dei contraenti o per le modalità di
svolgimento che il rapporto ha assunto successivamente, presenta i
requisiti della subordinazione. Spetta naturalmente al giudice, di
volta in volta, stabilire se il rapporto di lavoro del direttore, al
pari di ogni altro componente la redazione, presenti le caratteristiche
del rapporto autonomo o subordinato. Sul punto, v. il commento all’art.
1.
[6] Cass. 12/4/74 n. 1028, cit. in D’AMATI, Il lavoro del giornalista, Padova 1989, p. 101.
[7] Cass., Sez. V, 24/4/87, ud. 11/2/87, Pres. Moffa, est. Sabeone, P.M. Ranieri (conf.), inedita.
[8] Pret. Milano 30/4/98, in D&L 1998, 751, con nota di CAPURRO; Trib. Milano 26/11/94, in Orientamenti 1994, 755; Pret. Milano 8/4/92, in D&L 1993, 658.
[9] Trib. Milano 4/10/97, in Orientamenti 1997, I, 685; Pret. Milano 2/7/97, in D&L 1998, 166, con nota di CHIUSOLO, I direttori di giornali sono gli unici lavoratori subordinati non tutelati contro i licenziamenti ingiustificati?; Trib. Milano 26/11/94, in Orientamenti 1994, 755; Pret. Como 1/10/85, ivi 1985, 1106; Pret. Lecce 28/12/81, in Foro it.
1982, I, 1018. L’ultima sentenza citata ha peraltro riconosciuto al
direttore di giornale il diritto alla reintegrazione ex art. 18 S.L.
nel caso di licenziamento senza giusta causa, intimato prima della
scadenza del termine nell’ambito di un rapporto di lavoro a tempo
determinato.
[10] Cass. 15/2/92 n. 1836, in Riv. giur. lav. 1992, II, 457.
[11]
Trib. Milano 29/9/99 n. 8728, pres. ed est. Ruiz, nella causa Colombo
c. Europa TV Spa ha ritenuto quanto segue: “Orbene, lo svolgimento di
poteri e di funzioni da direttore di testata non comporta l’automatico
inquadramento del lavoratore nella categoria dei dirigenti, se di tale
categoria non si rinvengono in concreto le caratteristiche tipiche
elaborate nel tempo dalla giurisprudenza; la quale le ha desunte per
differenza da quelle indicate rispettivamente per l’impiegato e il
quadro dal comma 1 dell’art. 1 RDL 1825/24 e dalla L. 190/85, nonché
dalle definizioni dei CCNL che le prevedono in taluni settori […].
Nella specie, discutendosi dell’applicabilità della disciplina di legge
limitativa del potere di recesso datoriali, si deve necessariamente
procedere all’inquadramento del lavoratore in una delle categorie
previste dalla legge, valutando il contenuto delle mansioni nell’ambito
dell’organizzazione della società”. In senso conforme, v. Trib. Milano
28/12/99 n. 10473, pres. Ruiz, est. De Angelis, nella causa Fioretti
Sabelli c. Rusconi Editore Spa.
[12] Cass. 14/10/76 n. 3454, in Foro it. 1977, I, 1269; in senso conforme, v.: Cass. 16/12/78 n. 6033, ivi, Rep. 1978, v. Lavoro (rapporto), n. 341; Cass. 21/3/80 n. 1922, in Riv. giur. lav. 1981, II, 154; Cass. 10/9/81 n. 5069, in Orientamenti 1982, 25; Cass. 19/2/82 n. 1064, ivi 1982, 1101;  Cass. 8/2/86 n. 810, in Giust. civ., Mass. 1986, 245; Cass. 3/6/86 n. 3717, ibidem, 1063; Cass. 14/2/87 n. 1652; Trib. Milano 20/11/81, in Orientamenti 1982, 110; Pret. Milano 6/6/81, in Lavoro 80 1981, 712; Trib. Milano 30/5/84, ivi
1984, 815. In particolare, le S.U. hanno ritenuto quanto segue: "Le
mansioni di dirigente, anche al fine del riconoscimento della
corrispondente qualifica, sono ravvisabili solo quando il lavoratore
subordinato, tanto all'interno dell'impresa, quanto nei rapporti con i
terzi, abbia ampi poteri decisionali, senza ne­cessità di chiedere di
volta in volta al datore di lavoro istruzioni o consensi, e sia quindi
in grado di influenzare la vita dell'azienda, con le sue discrezionali
determinazioni e con sua diretta responsabilità, ponendosi quale alter
ego dell'imprendi­tore" (Cass. S.U. 23/4/86 n. 2856, in Giust. civ., Mass. 1986, 802).
[13] Pret. Milano 2/2/99, in D&L 1999, 393, in Foro it. 1999, I, 1364, in Orientamenti 1999, I, 50.  

(Documento inserito il 18 aprile 2005)