Giornali e questione femminile: la donna è solo mercato

Giornalismo  al femminile

Convegno di Palermo dal titolo “Prima le donne”  (25 Settembre 2001)

Giornali e questione femminile:
la donna è solo mercato

di Paola Pastacaldi

INTRODUZIONE. LA DONNA NUOVA. 
Il mondo si sta femminilizzando in
senso sociale e culturale. Questo vuol dire - come ha scritto l’Eurisko
nel giugno del 1999, nel corso del suo seminario generale dedicato alle
donne quali nuove protagoniste - che sono le donne ad innescare e
determinare il cambiamento sociale. La ricerca è stata sintetizzata in
un volume dal titolo “La Donna Nuova”. 
In sintesi i risultati. È
tramontata la “casalinghità” come valore da difendere, sono in parte
caduti i profili di brava ragazza e madre generosa, il progetto
famiglia è stato ridefinito. La donna è decisa ad uscire dai vecchi
schemi e lo sta già facendo. 
Nei media, a dispetto di questa
entusiastica ricerca su una identità femminile più forte, resiste per
contrasto un immaginario stereotipato delle donne. Lo stesso accade in
forma anche più estrema nella comunicazione, cioè dentro la pubblicità,
dentro quel macromondo che viene partorito ogni giorno dal grande e
invasivo potere del marketing.
È necessaria una piccola premessa. Il
quotidiano continua ad essere un prodotto prevalentemente maschile.
Solo 7 milioni e 700 mila donne su 25 milioni e 700 mila, pari al 29,8
per cento, leggono regolarmente i quotidiani. Mentre gli uomini lettori
nel giorno medio sono 12 milioni su poco meno di 24, pari al 50,2 per
cento della popolazione totale. E in redazione? Su cento giornalisti,
le donne rappresentano solo il 23 per cento (toccano la punta del 39
per cento in Lombardia).
E poi c'è il primo mezzo d'informazione, la
tv. Un fenomeno che riguarda tutto il mondo. Come scrive Ignacio
Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique, autore di numerosi testi
sulla comunicazione: “È la tv a determinare l'importanza delle notizie,
a fissare i temi. La tv detta le regole”. Quanti televisori “vivono”
nelle nostre case e determinano i nostri modelli di comportamento in
modo più o meno consapevole? Nel 47,61 per cento delle case degli
italiani ci sono due televisori. Tre nel 24 per cento. Quattro nell’8
(dati Censis).
In questo panorama che ruolo hanno le donne? Cosa e
come leggono? È vero che leggono poco lo sport? E che si concentrano
sulle notizie culturali? Non lo sappiamo. Ancora nei progetti
editoriali, nelle ricerche si parla di un lettore medio e neutro.
Dunque “maschio”.
A questo punto abbiamo pensato che era utile
cominciare con un primo passo: capire quale immagine i media hanno
costruito intorno alla donna vera, quale identità stanno contribuendo a
creare o a distruggere o a distorcere? Il primo passo sono stati i
quotidiani.
Ho per questo studiato le prime pagine dei quotidiani
del mese di marzo, mese nel quale cade la festa delle donne, mese
dunque di più facile accesso per l’informazione di genere femminile.
Ho
valutato in modo qualitativo sia i contenuti che la presenza delle
firme delle giornaliste riguardanti il mondo femminile. Ho anche dato
uno sguardo ai lanci dell'Ansa e delle agenzie internazionali. Ho
lavorato su quotidiani schedati su microfilm e non su carta. In alcuni
casi ho cercato anche di dare uno sguardo allo stile dei pezzi per
rilevare le modalità in cui le notizie erano trattate.

DONNE IN PRIMA PAGINA

Dal Corriere della Sera, mese di marzo 2001. “Io Top model a 13
anni, così la moda mi ha salvata”. “Lecco, muore di anoressia a 31
anni”. “Roma, tentano stupro in strada, sette minorenni contro 17nne”.
“Anoressiche anche a 50 anni”. “Manager pubblici. Una donna avvocato la
più ricca di tutti”. “Novant’anni dopo, 24 ragazzine bruciano nella
scuola-prigione in Nigeria”. “Ma la parità è un’altra cosa. Francia, 38
mila elette grazie alla legge sulle candidature”. “I familiari violenti
via da casa. Approvata la legge”. Infine. “Mina torna in video. Canterà
su Internet”. “Corsa agli Oscar, temo Juliette Binoche. La Zeta Jones
mi ha soffiato la parte nel film Traffic”. 
Sono tutti qui i
contenuti al femminile condensati in trentuno giorni di uscite
quotidiane del più grande giornale d’informazione italiano. Se non
fosse per la legge sulla violenza in casa e quella francese sulle
candidature, il panorama delle notizie sulle donne denuncia il
malessere di una condizione sociale non ancora risolta. In tale chiave
leggiamo le notizie sull’anoressia, quella legata allo stupro e
vogliamo includere anche l’incendio in Africa, come indice estremo,
quasi metafora all’ennesima potenza, di quanto ancora oggi la donna
rappresenti l’eterno soggetto debole di ogni struttura sociale. Morire
di anoressia in un paese ricco o morire in massa in un paese povero
sono due facce tragiche dello stesso problema. E di come esista una
questione femminile che meriterebbe di ricevere più attenzione da parte
dei mezzi di informazione.
Oggi la forza intrusiva del marketing
però non ci può far scordare che un simile malessere investe anche
altri soggetti, prima quelli deboli, vecchi e bambini, (e naturalmente
i giovani) infine anche il sesso forte, ma questo meriterebbe una
ricerca a parte. Se in questo mese non fosse caduta la celebrazione
dell’8 marzo e la legge sui familiari violenti, se non ci fossero state
la Francia e la Nigeria, la questione legata alle donne sarebbe
inesistente. Francesco Merlo interviene sulle 38 mila donne elette in
Francia e scrive: “Ma la parità è un’altra cosa... Impossibile far
parlare i morti, dice il giornalista, ma, secondo noi, Simone de
Beauvoir e Virginia Woolf si offenderebbero”. La donna in Francia,
scrive Merlo, sarebbe una specie protetta, capace di evocare la
fantasia al potere.
Discorsi seri e interessanti sulla Francia, ma
in Italia che succede? I richiami delle copertine degli inserti
vanificano ogni analisi critica. È il trionfo delle foto delle
vallette, delle promesse più sexy del cinema e della tv, delle donne a
quarti, come si potrebbe dire in maniera brutale, ma realista. È la
soubrette che determina l’immaginario femminile della comunicazione. Le
foto di questi nuovi personaggi che sono le bellezze nazionali
partorite a ritmo industriale dal mondo della televisione e che abbiamo
pensato di chiamare “donne massa”, compaiono a integrazione di ogni
genere di notizia e come in una catena seriale la loro notorietà
lievita a vista d’occhio, la tv fa da tam tam e la carta stampa
rifinisce la loro popolarità con calendari e pubblicità. 
La
femminilizzazione delle redazioni intanto ha fatto sì che ormai le
donne si occupino di tutti i settori del giornalismo, non siano
relegate solo alla cronaca bianca o agli spettacoli, ma scrivano pezzi
di apertura nei settori portanti del giornalismo, naturalmente in
misura ancora molto ridotta soprattutto per la politica o la finanza.
Per il Corriere tra le firme del mese compaiono quelle di Alessandra
Farkas, Maria Latella, M.G. Cutuli, Federica Cavadin, Giovanna Grassi,
Antonella Baccaro. La task force di la Repubblica delle firme femminili
è molto nutrita e soprattutto spazia e si espande oltre gli argomenti
“femminili” della tradizione più consolidata. Natalia Aspesi, Miriam
Mafai, Maria Novella De Luca, Maria Pia Fusco, Silvia Bizio, Irene
Bignardi, Barbara Jerkov, Liana Milella e altre. Bei nomi, fiori
all’occhiello del giornalismo. Ma vediamo gli argomenti.
Al di là
della specificità dei due quotidiani e dei rispettivi lettori, nella
competizione con il Corriere quali firme hanno più popolarità presso le
lettrici, quali giornaliste toccano i diversi temi con più risonanza al
femminile, cioè quali giornaliste riescono a dare maggiore attenzione,
divulgazione e comprensione ai temi a cui sono più sensibili ”le
donne”? Sarebbe certamente interessante un’ampliamento dell’indagine su
questo versante.
Le donne firmano ampiamente anche in economia e in
politica, certo non nella stessa misura dei colleghi uomini. Viene
spontanea una riflessione, un quesito. Ma le professioniste della
comunicazione sono in parte non coinvolte in questo genere di tematiche
oppure non sono forti da proporsi professionalmente in quei settori che
sono stati e sono ancora roccaforti del sapere maschile? O, forse, sono
già disilluse. E scelgono altre situazioni dove esprimersi.
Tra i
temi minori, quelli cioè più legati al giornalismo spettacolo, - quelli
che oggi sono prerogativa del nuovo corso dell’informazione
settimanalizzata o spennellata di rosa - troviamo: Monica Lewinsky e la
sua vita passata al setaccio in un eccesso di informazione sul privato
(in questo caso aborto e tentato suicidio), la solita Naomi e le sue
lacrime sui Versace, Albano e Romina che si separano impaginati tra
lettere e letterine e foto ricordo stile settimanale popolare. Le altre
donne in cronaca sono una fidanzata uccisa, un ricordo di Marilyn
Monroe e la velista Isabelle Autissier. Quest’ultima perché è stata
salvata da un italiano durante una regata in solitario. Notiamo dunque
che più che lo sport interessa il lato rosa della storia, con Soldini
trasformato per l’occasione in un “principe azzurro”. Siamo di nuovo
all’informazione spettacolo.
All’interno la pubblicità di una wagon
giapponese a fianco di una modella, la cui headline, il titolo insomma,
grida ai quattro venti una battuta : “Innovatrice sempre (provocatrice
mai)”. Serpeggia sempre nei temi della comunicazione di mercato un vago
senso di moralismo che ha come contraltare in altre situazioni o
prodotti una volgarità senza remore. In questo caso alla donna è
affidato il compito ideale di cambiare il mondo e di essere in qualche
modo depositaria della morale.
Ma vedremo se poi a questo compito
così alto, proposto dal mondo del marketing (infatti si tratta poi di
vendere una automobile), corrisponde una adeguata immagine
dell’identità femminile o non venga invece declassata per diventare
appunto la donna di tutti, la donna per ogni tempo e ogni occasione.
Dunque la donna massa figlia prediletta del mondo del marketing.
La
modifica costituzionale per riequilibrare la rappresentanza tra i sessi
si merita titoli a quattro colonne. “Emma for President”, la candidata
antipalazzo, viene presentata senza cadute di tono. Al suo fianco,
sempre in prima, troviamo dei richiami su brevi notizie femminile
riguardanti gli schiavisti delle prostitute e Naomi in lacrime. Da
segnalare come uno degli articoli più succosi sulla questione femminile
il pezzo di Paul Ginsborg intitolato “Democrazia Misogina” a proposito
della modifica costituzionale per riequilibrare la rappresentanza tra i
sessi. Leggiamo: "Attualmente le istituzioni dello stato italiano
assomigliano a null'altro che ad un estesissimo men's club. Nella
storia della Repubblica italiana ci sono stati appena ventisei ministri
donna con 1425 ministri uomini". E prosegue: "Il contesto italiano non
autorizza molta fiducia in proposito. ...Nei luoghi classici del
patriarcato - nel mondo del lavoro, nella famiglia, nelle istituzioni -
la parità è ancora lontana. Il potere maschile rimane vischioso e
diffuso, difficilmente permeabile da tentativi "riformisti". Ci vuole
una presa di coscienza collettiva, basta sul riconoscimento che una
democrazia fondata sulla disparità sessuale è una democrazia non solo
misogina, ma misera”.
La Stampa si dichiara disillusa proprio nella
settimana dell’8 marzo per voce di una artista come Mina. Il titolo è
interessante per le riflessioni che pone: “Macché festa delle donne”.
L’articolo parla di retorica femminista e di sinistra afasica e
denuncia un velo di silenzio sulla questione femminile. È
particolarmente interessante un commento ripreso da Pier Paolo
Pasolini: “Le conquiste femministe non saranno nient’altro che la
conseguenza speculare dell’immaginario del maschio”.
Nel mese in
analisi è naturalmente la giovane Erika di Novi Ligure a dominare
l’informazione. Eccetto la festa dell’8, niente altro. Spiccano in
compenso un paio di firme eccellenti come quella di Barbara Spinelli
con un pezzo socio-culturale sulle famiglie e i drammi legati agli
adolescenti e alla solitudine e una di Lietta Tornabuoni sul tema del
dolore, nel film di Nanni Moretti.
Il mese è salvato come contenuti
dalla legge “Misure contro la violenza nelle relazioni familiari” che
si merita due pagine intere. Qui finalmente il quotidiano sfodera la
forza delle inchieste. Il Giornale vive una dicotomia schizofrenica. Se
tutto sommato le firme femminili in prima pagina abbondano, mancano
invece in modo pesante i contenuti. Tra le firme femminili che si
occupano di tutto e anche di politica e di inchieste giudiziarie,
quelle di Anna Maria Greco, Maddalena Camera, Tiziana Paolacci, Elena
Porcelli, Marisa De Moliner. Ma particolare interessante, Diana Alfieri
non esiste. È uno pseudonimo collettivo che viene utilizzato per
argomenti delicati. Curioso che sia stato scelto proprio il nome di una
donna a coprire la difficoltà di esporsi. E non è nemmeno un caso visto
che anche il secondo pseudonimo è al femminile: ci spiace svelarlo ma è
Vera Pace.
A fianco delle firme appena citate troviamo anche una Ida
Magli con un intervento che è una zampata interessante e al femminile
sui talebani (titolo: “La nostra tolleranza che può diventare
integralismo”). Per il resto domina la nera con la notizia di una
ragazzina che accoltella la madre, sempre Erika in primo piano, una
trentenne che uccide la madre nel comasco. Tra i personaggi compaiono
Ornella Vanoni, una manager di Stato, Paola Severino, intervistata
perché ha il reddito più elevato. 
Occhio critico sulla pubblicità
che compare più volte in prima pagina: una crema antirughe e una
“miracolosa” pillola che aiuta a dimagrire. Le rughe e il fisico in
generale drammaticamente pongono il mondo femminile al centro di
operazioni di marketing e per di più in prima pagina. Nel solco della
tradizione con sbavature in basso dal sapore molto forte si muove Il
Giorno. Domina tra le notizie al femminile la nera con una studentessa
bruciata viva nel comasco, il diario di un baby killer che ha ucciso
una compagna a Sesto, sempre Erika in primo piano e una rissa di
adolescenti per apprezzamenti non piaciuti ad una ragazza, donna in fin
di vita per un piercing a Catania. L’otto marzo prende colori da
spettacolo di cabaret perché affidato in prima pagina ad una soubrette,
Simona Ventura, che elabora una filosofia da piccolo schermo sull’
identità femminile: “Siate meno iene, il colore delle mimose sta bene
con tutti i vestiti, c’è una generazione di donne capaci di cattiveria
e... mi vengono in mente le nigeriane e le donne infibulate”. Tutto in
un calderone che assomiglia ad un varietà. Altre notizie al femminile?
Due richiami della testatina “L’intervista”, comprensivi di vistose
foto dai pettorali alti e ben scontornati, riguardano Manuela Arcuri,
che sfida il pubblico e si lancia in una affermazione di tipo
egalitario, dicendo che con la divisa da carabiniere sarà alla pari
degli uomini, e la Estrada, che si definisce presentatrice operaia. Due
le notizie diciamo serie isolate che compaiono come richiami,
l’intervista alla solita manager pubblica che si distingue per lo
stipendio e una alla regina Noor di Giordania, che interviene contro
l’uso delle mine nei paesi in guerra.
Il Messaggero. Anche qui se
non fosse per l’8 marzo e per altri due argomenti forti a livello
popolare, cioé il Festival di Sanremo e il massacro di Novi Ligure, le
donne non avrebbero diritto di esistere nel grande villaggio della
comunicazione pensata. 
La notizia di Novi Ligure viene ahimé
“abusata” per essere rivenduta con un titolo che rasenta la frivolezza:
“Erika ti amo” sui fans della giovane che le scrivono via Internet. Ma
il pezzo è “armato” di spirito critico e si meriterebbe altro titolo.
Le notizie minori sulle donne riguardano: Michelle Pfeiffer, perfetta
come bellezza secondo un chirurgo, Asia Argento che tampona un’auto, la
madre di Jacques Villeneuve che parla dopo l’incidente. Ritorna una
idea della identità femminile che fa rima con spettacolo oppure con
l’abuso del sentimentalismo materno.
Uno dei titolini sull’8 marzo
recita “Sfide in Rosa” ed è sulle donne arruolate nei parà della
Folgore. È tutto qui l’8 marzo? Uno sguardo alle pagine interne aiuta a
capire fin dove arrivano certe scelte.
Primo, solo durante l’8 marzo
c’è la più alta concentrazione di firme rosa. Nel marasma generale
della nera, dello spettacolo, della tv, compare straordinariamente un
pezzo di qualità a dimostrazione che sempre il giornale è una
astrazione giornaliera. Con l’intervento di Nicole Fontaine, Presidente
del Parlamento europeo, dal titolo ben azzeccato e finalmente critico
“L’uguaglianza più difficile”, l’informazione prende un taglio più
culturale e approfondito. La Fontaine realisticamente sottolinea la
permanenza del problema, sottolineando che le differenze tra uomo e
donna restano considerevoli e che bisogna sviluppare una strategia
indirizzata all’identità di genere, cioè allo specifico femminile.
Fiamme
nel collegio in Nigeria, Isolde Kostner, una italiana regina dello sci,
storie di imprenditrici spartite tra mondo del lavoro e richiamo della
famiglia, un cardinale Ruini che inneggia al genio delle donne, ma già
altre volte è intervenuto sull'argomento, per l'Unicef nascere in rosa
è un'avventura, analfabetismo, aborti, spose bambine, dove le donne non
hanno diritti, e la morte di Luce D'Eramo. Notizie inevitabili,
soprattutto intorno all'8 marzo, nulla di più nulla di meno. Così
Avvenire presenta il genere femminile. Eppure non mancano le firme di
donne anche in politica: Gabriella Sartori, Alessandra Turrisi,
Elisabetta Del Soldato, Marina Corradi, Stefania Saracino, Paola Coppo,
Roberta D'Angelo.
Eccetto il periodo dell’8 marzo che sfoggia una
buona presenza di articoli di denuncia tutti femminili contro gli
infaticabili donatori di mimose, sulla legge sulla rappresentanza dei
sessi in Parlamento, e un linguaggio spiritoso (vedi il mimoso) anche
su il Manifesto le tematiche femminili sono scarse. Presenti invece tre
firme forti e prestigiose, Rossana Rossanda sulla politica estera con a
fianco due rubrichiste da prima, Yves Pages la domenica e il mercoledì
Clara Sereni. Una manchettina pubblicitaria di un libro di Luisa
Muraro, filosofa del femminismo dal titolo speriamo ironico “Maglia o
uncinetto”.

 

L’IDENTITA' FEMMINILE
NEI LANCI D'AGENZIA

È complesso definire quali sono gli elementi che determinano o
condizionano le notizie, ma lo é ancora di più definire quali sono i
fattori che alimentano l’informazione sullo specifico delle donne.
Abbiamo selezionato tutti i lanci nazionali e internazionali contenenti
la parola donne. Di questi ne abbiamo analizzati un centinaio, cioè
quelli che sembravano contenere le notizie più interessanti
sull’identità femminile.
Premesso che le notizie di nera dominano
sempre a fianco della televisione e/o dello spettacolo - la tv ormai è
essa stessa notizia -, intorno alla data dell’8 marzo, oltre alle
numerose celebrazioni ufficiali, i temi emersi sullo specifico
femminile sono stati: mobbing, anoressia, bulimia, denunce per molestie
sessuali, il 74 per cento delle violenze sessuali avviene per opera del
marito o del compagno ancora dentro le mura domestiche, così come il
64,5 per cento degli incidenti di casa riguarda le donne. Nel mondo il
40 per cento delle donne lavora, ma i vertici restano tabù: solo il 3
fa la top manager, in Italia la percentuale sale al 10. Amnesty
denuncia stupri su detenute. Per la cronaca di costume le notizie una
impennata verso temi frivoli. La moda sfila sulla passerella con una
linea dedicata alle casalinghe in abitino sottoveste avvolto da scialle
a rete color confetto. Anoressia e bulimia si giocano con i volti delle
vip, da Marylin, cicciottella e in sovrappeso per questa società, a
Twiggy, sino alle modelle scandalosamente magre delle passerelle del
2001.
Intanto per essere concrete, rileviamo che la busta paga è
sempre sottopeso se confrontata con quella maschile, 27 per cento in
meno. Il cardinale Ruini interviene sulla mercificazione della donna ne
calendari griffati, negli spot. Il nostro Paese affida l'analisi
critica alla Chiesa. Forse sarebbe opportuno distinguere idee religiose
e questioni di etica legate alla società.
A livello internazionale
l’Onu lancia uno dei suoi appelli per rivedere le leggi nei paesi più
poveri, in quanto le donne sono ancora vittime di schiavitù, di tipo
sessuale, come l’ infibulazione, sono spose bambine, soggette a tratte
in tutto il mondo. L’analfabetismo purtroppo riguarda ancora due terzi
delle donne.
L’Association Femmes journalistes, che si batte da
vent'anni perché le donne abbiano più spazio nei media, fa un appello.
Attenzione che le donne nei media occupano solo un quinto dello spazio
monopolizzato dagli uomini. La voce donne nelle notizie rappresenta un
risicato 18 per cento. Eppure sono le donne nella misura del 56 a
presentare le news in tv e il trend è in salita. Secondo l'Afj le donne
giornaliste avrebbero il pregio di occuparsi di più di problemi
concreti come l'ambiente, l'educazione, la salute. Vengono invece messe
da parte quando si parla di grandi crisi internazionali, guerre ed
eventi politici. Ancora di basso livello invece le tematiche trattate
in tv come emerge dai lanci di agenzia. Per l’8 marzo domina lo stile
“sex and city” come idea di emancipazionismo, al Bagaglino le quattro
star hanno fatto uno streap tease, la trasmissione " Bello delle donne"
propone come novità la donna trasgressiva.
Un confronto con un
lancio di agenzie internazionali comprendenti la Reuter e la Associated
Presse (più un’agenzia canadese). Su 18 mila notizie contenenti la
parola donna sono stati selezionati i duecento titoli - con tre righe
di testo - considerati più interessanti per i contenuti. Tolto un
ulteriore 70 per cento dei testi, lo scenario delle tematiche femminile
“pensate” è poverissimo.
È nella cronaca nera che eternamente le
donne sono protagoniste e vittime di delitti a sfondo familiare-amoroso
(per mano di figli o fidanzati o mariti): spicca tra le altre quella di
un uomo arrestato perché è passato sopra il corpo della fidanzata con
un camioncino con rimorchio.
La novità è che le donne muoiono oggi
anche a causa della bellezza: fanno una prima timida comparsa le
inchieste per morti sospette dovute interventi di chirurgia estetica.
Il resto dell’informazione finisce sullo sport (campionesse di scacchi
e la Sylvia Cook che ha attraversato tutti gli oceani) e gli
spettacoli. La politica ci vede ancora accodate agli uomini (forse per
loro interesse personale?); si parla del successo di Cuomo perché più
attento alle questioni femminili. Si parla di sport e ci si chiede se
le donne non posseggano in minor misura degli uomini il senso della
competizione. Le donne vip o trasformate in personaggio per
qualsivoglia ragione che entrano nelle news sono fortunatamente meno di
quelle che trovano spazio nei giornali italiani. In tutto sono solo
quattro: Donna Summer, la sorella di Jackie Onassis, la Miss di
Philadelphia e una donna che si è resa benemerita per il recupero dei
disabili.

 

CONCLUSIONE. CHI E’ LA DONNA MASSA?

“Ciò che vi è di più terribile nella comunicazione è il suo lato incosciente”. P. Bourdieu

Chi è la donna massa? La donna massa siamo noi. 
Nel livellamento
generale dei media l’identità femminile è stata allineata ad una
immagine che fosse funzionale al mercato, cioè al mondo dei prodotti.
L’operazione è stata facilitata dalla televisione e dalla pubblicità.
Il mercato ha bisogno di testimonial. La donna con il suo sex appeal si
trasforma nel testimonial perfetto. Dopo l’emancipazionismo, dopo le
conquiste sul lavoro, ecco che la donna viene brutalmente ricacciata
alla sua immagine più deteriore. Quella di oggetto, con il pretesto di
farne invece la donna soggetto.
Se da un lato i contenuti
riguardanti l’identità femminile scarseggiano brutalmente, dall’altro
abbondano le immaginette delle donne, le icone delle “soubrette”,
ritratte a quarti scoperti. Ma la soubrette non è solo l'attrice, è un
simbolo, una metafora che i media hanno incollato alle donne vere,
quelle di cui ci parlava con entusiasmo la ricerca Eurisko. E che una
volta tanto vogliamo credere abbia centrato il problema.
Nelle
redazioni l’irruzione delle nuove tecnologie ha sconvolto i sistemi di
lavoro, la qualità è in pauroso regresso, tutto diventa intrattenimento
a cominciare dalle pagine della cultura, per finire alla cronaca
illustrata con le foto dei film. Ogni notizia deve passare attraverso i
personaggi, dunque anche attraverso le donne famose, rese popolari dai
media stessi. E l’immagine stessa della donna è abusata. Ogni
inchiesta, ogni copertina, ogni minima notizia - non ultima la
pubblicità, dentro i giornali e fuori nelle città fitte di
megamanifesti - viene illustrata con foto di modelle. Ma le modelle,
come abbiamo sottolineato per le soubrette, non sono solo le modelle,
ma uno stereotipo delle donne che il mercato vuole trasformare in
testimonial e in consumatrici di tutto.
Per sedurre il potenziale
acquirente a cui anche i media si rivolgono - più che a un lettore -
modelle e soubrette si sono trasformate, in senso fenomenologico, in
superwomen.
Una pubblicità per tutte, quella di Megan Gale sui
cellulari. Scalare un grattacielo, perfette nella forma e nella
bellezza. Ma la donna proposta dai media deve essere tutto, purezza e
sesso estremo, moglie fedele e amante infedele. È lei l'ideale
protettrice del focolare domestico e dei suoi centinaia di prodotti.
Come optional ogni tanto dichiara di essere intelligente.
È
attraverso le immagini che questo modello femminile viene proposto e
massificato. Susan Sontag nel suo saggio “Sulla Fotografia” degli anni
... aveva anticipato questa la logica perversa del tutto immagine. L'
immagine è regina perché vale mille parole. Oggi questa idea è un tam
tam planetario.
Vorrei ricordare per tutti il caso di Diana e Madre
Teresa di Calcutta, morte a distanza di pochi giorni. Due donne
mediatizzate. La principessa e la santa. Questo è l’immaginario
mediatico del femminile. Nella rincorsa a chi ha avuto più righe di
piombo, Diana vince, Diana l’eterna favola. Per questo non ci stupiamo
se il mercato si permette di proporci la donna prefemminista, quella
che con una parola abusata si chiamava donna oggetto.
La donna massa accompagna qualunque inchiesta, dalla borsa al maltempo.
Qualunque
pubblicità, dall’auto, alla crema. In una mano regge il detersivo e con
l’altra firma assegni e si sfila le mutandine di pizzo per conquistare
l’amante di turno. Tutto questo accade dentro le pagine dei giornali,
ma ha una sua ripetitività dentro le case, dentro il  piccolo schermo
che vive con noi nel salotto, dorme con noi in camera e collabora ai
nostri impegni di lavoro nello studio.
La donna massa è sorella di
quell’uomo massa di cui ci parlò Umberto Eco in un saggio apparso nel
volume Diario Minimo (nel 1961). Parafrasando Pierre Bourdieu,
appassionato studioso francese dei media: “Ciò che vi è di più terribile nella comunicazione è il suo lato incosciente”. Rileggiamo
dunque i giornali per togliere questo primo velo di inconsapevolezza,
aiutiamo i lettori ad approdare ad una lettura sapiente.

Paola Pastacaldi