Carlo Casalegno

MEMORIA
GIORNALISTI NELLA STORIA – I NOSTRI MARTIRI

 

Era uno di noi
di Marcello Sorgi

Farsi uccidere per la Democrazia
di Arrigo Levi

Br, un omicidio che segna il «salto di qualità»
Sei mesi più tardi ci sarà il rapimento di Aldo Moro
di Vincenzo Tessandori

Il ricordo dell’amico Galante Garrone: difensore dello Stato, senza chiusure
Quattro volte mite
di Alberto Papuzzi

Casalegno, il giorno della nostalgia
Oggi l'omaggio della città e del giornale
di Alberto Sinigaglia

Casalegno l'orgoglio di essere torinesi
di Arrigo Levi

Giornalista di gran stile e vero liberal
di  Riccardo  Chiaberge

Il giorno della memoria
Vittime da non dimenticare
di Luciano Borghesan

Carlo  Casalegno, un dramma italiano
di Nello Ajello

La Stampa - Editoriali e opinioni - 16 novembre 2002


Era uno di noi

di Marcello Sorgi

VENTICINQUE anni fa, il 16 novembre 1977, Carlo Casalegno,
vicedirettore della «Stampa» cadde in un agguato delle «Brigate rosse».
L’avevano atteso, solo, disarmato e senza scorta, nell’androne di casa,
all’ora di pranzo. Gli avevano sparato quattro colpi di pistola dritti
al volto, per ucciderlo. «Abbiamo giustiziato il servo dello Stato
Carlo Casalegno», telefonarono infatti all’agenzia Ansa dopo
l’attentato. Invece sopravvisse.

Lottò contro la morte, tra sofferenze atroci ma cosciente, per
tredici giorni, fino al 29 novembre. Era il primo giornalista
assassinato da un commando brigatista. Il primo a pagare il prezzo più
alto per il suo pensiero democratico e libero, per il suo coraggio
professionale e personale. «La Stampa» era la sua vita.

Se quel 16 novembre aveva rifiutato l’invito del direttore Arrigo
Levi, che come ogni giorno voleva accompagnarlo a casa, era per ragioni
di servizio. Perché al giornale o per il giornale amava fare tutto, con
scrupolo, con semplicità, con umiltà, sebbene fosse tra i commentatori
politici più conosciuti e più autorevoli.

Alla «Stampa» era, fin dai tempi di Giulio De Benedetti, «il
professore». Non soltanto perché professore di scuola era stato, ma
anche perché nel giornalismo aveva portato - e continuava - i suoi
studi severi, come prima di lui, sempre alla «Stampa», avevano fatto
Filippo Burzio e Luigi Salvatorelli. Ascoltato consigliere di De
Benedetti, che spesso gli chiedeva di scrivergli i famosi corsivi
siglati g.d.b., dalle direzioni di Alberto Ronchey e di Arrigo Levi
aveva avuto lo spazio adeguato alla sua capacità di analisi e
all’eleganza, alla lucidità, alla forza della sua scrittura.

La rubrica settimanale «Il nostro Stato» rivelava, già
nell’essenzialità del titolo, il suo impegno civile sostenuto da
un’intensa formazione intellettuale e morale: l’antifascismo, la
Resistenza, gli ideali del partito d’azione intrecciati con il pensiero
gobettiano del «Risorgimento senza eroi» e dell’Italia postunitaria.

Avversario irriducibile d’ogni eccesso ideologico, d’ogni
integralismo, d’ogni fanatismo, Casalegno era instancabile nel
dibattere, spiegare e difendere lo spirito democratico. Pronto a pagare
di persona, nella cultura come nella politica, osò avventurarsi
pericolosamente a scandagliare fino in fondo il verminaio
dell’estremismo, delle formazioni eversive, del terrorismo: per sapere,
per capire e far capire.

Sebbene assediato da avvertimenti e da minacce, era voluto andare di
persona, a fine settembre 1977, nella Bologna tappezzata di manifesti
inquietanti - «Tiriamo fuori i compagni dalle galere!» - inviato
speciale alla «tre giorni del dissenso», dove si radunavano gli
Autonomi e i «pi-trentottisti» del «partito armato».

Ma a condannare Carlo Casalegno fu un articolo pubblicato sulla
prima pagina della Stampa l’11 novembre - «Terrorismo e chiusura dei
"covi"» - in cui denunciava: «Al terrorismo, rosso e nero, si aggiunge
un duplice squadrismo, d’estrema destra e d’estrema sinistra, che nel
nostro Paese ha assunto proporzioni sconosciute nel resto
dell’Occidente». E tuttavia si opponeva alle proposte di leggi
speciali: «Le leggi già in vigore offrono tutti i mezzi necessari per
combattere l’eversione, purché siano applicate con risolutezza
imparziale contro tutti i violenti e i loro complici, e per tutti i
reati».

Fino all’ultimo le riforme civili, il diritto, la democrazia furono
nei pensieri di quest’uomo pacato, senza eccessi e senza odio, che per
odio fu ucciso. Era stato per trent’anni un’anima forte di questo
giornale, che oggi lo ricorda con nostalgia, con riconoscenza, con
orgoglio.


Casalegno, farsi uccidere per la Democrazia

di Arrigo Levi

RITORNARE con la mente a quelle giornate significa riaprire ferite
che non si sono mai chiuse; che, anzi, si riaprono, anche quando le
credevamo per sempre rimarginate. Diceva Pietro Nenni, in un momento di
sconforto: «L’esperienza non si trasmette».

Questo è il dubbio che ci assilla. È servito a qualcosa, farsi
ammazzare per la democrazia? O ad ogni svolta generazionale riaffiorano
inevitabilmente le stesse confuse utopie e le stesse pulsioni di
violenza, torna a ribollire lo stesso «magma protestatario e
ribellistico» - per citare una frase di Casalegno -, un «movimento» che
non ha programmi all’infuori di quello di sfogare la sua rabbia
confusa, preferendo i miti ai fatti, incapace di mettersi al lavoro per
costruire con pazienza e tenacia, nella libertà, un mondo più giusto?
Ci rifugiamo nel ricordo di Carlo, della sua pacata ragionevolezza,
della sua lucida passione di analista politico.

Carlo non avrebbe dubbi, non ebbe mai dubbi. Voleva, e lo cito di
nuovo, «avere le idee più chiare, per capire e per dialogare, o per
scontrarsi». Con quell’animo - era il settembre del 1977 - venne un
giorno nel mio studio per dirmi: mi piacerebbe andare a Bologna per
«coprire» la tre giorni degli extraparlamentari.

Col garbo che gli era innato, chiedeva il mio consenso. Non toccava
a lui recarsi come inviato in quella bolgia. Lui era il grande
editorialista di politica interna della Stampa, il solo, oltre al
direttore, che scriveva i fondi e i corsivi di commento che indicavano
al lettore «la linea del giornale».

Andare a Bologna non era, in teoria, compito suo; ed era pericoloso,
perché Casalegno era già additato, non solo dagli estremisti, ma anche
dagli intellettuali «radicali» di idee confuse quanto chiassose, come
un nemico del popolo. Giampaolo Pansa mi raccontò poi che, quando lo
vide arrivare al Palasport di Bologna, gli disse: «Carlo, ma sei
impazzito? Ti rendi conto dei rischi che corri?».

Mi par di vedere il suo sorriso pacato (quanto era torinese!), nel
sentirsi rimproverare dal vecchio amico e collega che si preoccupava
per lui. Carlo andò (accompagnando con tutta la sua autorevolezza
l’altro inviato, Francesco Santini), perché voleva capire. Tutti noi
volevamo allora capire i nostri figli, che avevamo educato nel culto
dell’antifascismo e dell’amore per la democrazia, e che inseguivano,
per vie diverse, la loro ricerca della verità; col rischio di ripetere
antichi errori. Col tempo, li ritrovammo uguali a noi.

Capire non voleva dire giustificare. Carlo scrisse da Bologna pezzi
da antologia di giornalismo. Riletti oggi, rivelano scomodi echi di
attualità. Erano precisi e lucidi nel resoconto dei fatti, rigorosi e
misurati nel giudizio, nella distinzione tra gli intellettuali italiani
o francesi che disinvoltamente incitavano alla rivolta (tralasciamo i
nomi famosi per carità di patria), e i giovani plagiati che proferivano
minacce feroci, o che preparavano violenze e omicidi. Casalegno
sostenne la necessità del dialogo «con avversari faziosi e sfuggenti»
(non si faceva illusioni), conciliando «l’apertura alle proteste d’una
massa giovanile emarginata, con la ferma resistenza alle spinte
eversive e anarcoidi».

Non era, non eravamo soli in quella battaglia. Nello stesso
giornale, del 23 settembre, in cui pubblicammo il suo primo pezzo da
inviato, alla vigilia della «tre giorni del dissenso», pubblicammo
anche una lettera a me diretta da Enrico Berlinguer, a chiarimento del
significato di un giudizio sugli «autonomi» che lo stesso Berlinguer
aveva pronunciato pochi giorni prima in un discorso a Modena. Il
segretario del Pci spiegava che non aveva affatto «tacciato di fascisti
tutti i movimenti alla sinistra del Pci». Aveva però detto, e lo
confermava parola per parola: «Di fronte agli "autonomi", a coloro che
concepiscono la lotta politica nelle forme aberranti che ho detto
sopra, abbiamo il dovere di essere netti: si tratta di irrazionali ma
lucidi organizzatori di un nuovo squadrismo, e non sono definibili con
alcun altro termine se non quello di "nuovi fascisti"»; senza cedere
alle «indulgenze e debolezze che molti democratici ebbero (verso lo
squadrismo fascista), che oggi dovrebbero non essere ripetute».

No, non fu inutile la nuova resistenza di uomini come Carlo
Casalegno, che la Resistenza l’avevano già fatta, e che dalle loro idee
di giovani democratici antifascisti traevano la loro forza. Carlo si
era formato alla scuola di quell’antifascismo torinese degli anni
Trenta che il fascismo aveva perseguitato ma non aveva saputo
schiacciare. Sconfiggere i «nuovi fascisti» non sarebbe stato, non
poteva essere più pericoloso e difficile di quanto fosse stato
sconfiggere i fascisti repubblichini. Al comizio di protesta in piazza
San Carlo parlai dopo il sindaco comunista di Torino, Diego Novelli,
amico e collega giornalista, e facemmo fronte comune.

Se penso agli uomini-chiave che non cedettero e che sconfissero i
«nuovi fascisti», non posso non mettere il nome di Casalegno accanto ai
nomi di politici che provenivano tutti dall’antifascismo, come
Berlinguer o Pajetta, come Zaccagnini, Andreotti e Cossiga, o come Papa
Montini, figlio di un deputato popolare antifascista.

Dico anzi che, in quegli anni, i giornalisti italiani, quasi senza
eccezioni, a cominciare dai miei amatissimi cronisti della Stampa -
faccio per tutti il nome di Clemente Granata - che firmavano ogni
giorno cronache precise e pericolose, che non avevano scorta, e le cui
mogli ricevevano a casa telefonate di minaccia, diedero una prova
altissima di coraggio, di spirito democratico, di senso delle
istituzioni, di etica professionale.

Essere giornalista dava maggior garanzia di avere spina dorsale che
essere un «intellettuale»: i tradimenti dei «chierici» non furono
pochi. Carlo, che era un intellettuale e scrittore «prestato al
giornalismo», aveva la forza pacata di un democratico di forti radici
azioniste, che, quando aveva dato inizio a una sua rubrica settimanale,
negli anni della direzione di Alberto Ronchey, l’aveva intitolata «Il
nostro Stato»: lo Stato democratico che era «nostro», lo Stato creato
da quella generazione che si era formata alla scuola dell’antifascismo
e della Resistenza.

Casalegno come ispettore del Comando piemontese di Giustizia e
Libertà, Giovanni Giovannini con i suoi ripetuti tentativi di fuga dal
campo di prigionia, Ronchey facendo giornali clandestini a Roma, e così
di seguito.

Curiosamente, quella rubrica era il solo «pezzo», in tutto il
giornale (non esclusi i fondi del direttore, che facevo sempre
rileggere da uno dei colleghi più autorevoli, Casalegno stesso, o Piero
Martinotti, o Tino Neirotti, o Luca Bernardelli), che l’autore scriveva
e «passava» in tipografia senza che nessun altro lo leggesse: era un
privilegio che nessuno gli contestava. Quando i suoi assassini lo
denunciarono come «un servo dello Stato» gli resero l’omaggio più alto
che meritava. Altro non era, e non voleva essere, che un servitore
dello Stato democratico.

Decisero di sparargli alla testa, anziché alle gambe, come poi
emerse durante il processo, dopo un suo articolo (un corsivo, taglio
basso di prima, intitolato: «Non occorrono leggi nuove, basta applicare
quelle che ci sono - Terrorismo e chiusura dei covi»), di cui ho ben
chiara e sofferta memoria. L’avevo letto e ovviamente approvato,
ennesimo, lucido esempio della «linea del giornale» che in tutto e per
tutto condividevamo. Quando mi portarono come ogni sera a casa la prima
copia della Stampa, a mezzanotte, mezz’ora dopo che avevo «chiuso» la
prima pagina, lo lesse anche mia moglie, e mi aggredì: «Ma insomma,
volete o no riprendere la scorta a Carlo?».

L’avevamo sospesa con l’estate, quando i terroristi andavano al mare
e per qualche mese smettevano di sparare per fare i bagni, e non
l’avevamo ripresa. Ne parlai a Carlo la mattina dopo, mi rispose quasi
schermendosi: forse è una buona idea, non per me, sai, ma Dedi si
preoccupa. La scorta era la mia (da quasi quattro anni avevo la porta
di casa piantonata giorno e notte, e la macchina della polizia al
seguito ovunque andassi), e andando alla Stampa, da quando le Br
avevano preso a sparare alle gambe ai giornalisti, passavo a prendere
ambedue i vicedirettori, Carlo e Neirotti.

Lo proposi anche a Neiro, ma rispose di no, lui allora scriveva di
rado, non si considerava in pericolo. Passarono pochi giorni, in cui,
per un motivo o per l’altro, come poi avemmo modo di ricostruire, non
accadde mai che lo riaccompagnassi a casa per ora di colazione.

Abitava (e ancor oggi la coincidenza mi fa tremare) nello stesso
appartamento di corso Umberto, che ben conoscevo, che era stato
l’alloggio di mia zia Ida Donati, vedova dello zio Pio, deputato
socialista bastonato dagli squadristi e morto in esilio, brava pittrice
della scuola di Casorati.

Così venne quella maledetta giornata in cui non volle essere
accompagnato, perché aveva altri impegni per cui gli occorreva la sua
macchina. Proposi di seguirlo in corteo, ci scherzammo sopra, e poi ce
ne andammo ognuno per la sua strada, io con la mia scorta sicuro a
casa, lui all’incontro davanti all’ascensore con quei disgraziati che
gli spararono alla testa. Sopravvisse per diversi giorni, sembrava un
miracolo, si alternavano speranza e disperazione.

Poi la fine. Lo strazio degli amici, del giornale, della città fu
grande. Intitolai il fondo che gli dedicai: «Un uomo senza odio».
Scrissi, e ripeto quelle parole, perché non ne trovo altre, con l’animo
angosciato di allora: «Carlo Casalegno è morto, questa battaglia è
stata perduta; nel nostro terribile sconforto, sentendoci tanto più
soli, privi di quel forte e sicuro orientamento che veniva dalla
lucidità della sua mente, dalla robustezza dei suoi principi, dalla
sicurezza del suo giudizio critico, l’istinto ci dice di rifugiarci in
una riflessione su quelli che erano i suoi valori. Perché non è stato
soltanto ucciso un uomo, un giornalista; è stato spento un lume di
ragione, e tutto intorno ci sembra molto più oscuro». È passato un
quarto di secolo. Quante volte ci è mancato. Quanto ci manca ancora
oggi.

DAI SEQUESTRI IN FABBRICA AGLI ATTENTATI MORTALI: LA FOLLE STRATEGIA DELLE ORGANIZZAZIONI TERRORISTICHE

Br, un omicidio che segna il «salto di qualità»

Sei mesi più tardi ci sarà il rapimento di Aldo Moro


di Vincenzo Tessandori

Era cambiato. Da lotta armata, con quel vago sapore rivoluzionario,
terzomondista, utopistico era diventato terrorismo: un'arma letale in
mano ai rivoluzionari, ha detto qualcuno. Ma non era con il terrorismo
che le Brigate rosse avrebbero potuto «colpire il cuore dello Stato»,
cancellare regole antiche, fare la rivoluzione.

La parabola cominciata sui banchi universitari e nei comitati di
fabbrica clandestini, fra la fine dei Sessanta e l'alba dei Settanta,
avrebbe spinto una parte non insignificante di una generazione in una
strada senza uscita, scadita a ogni passo da assassinii, ferimenti e
sequestri.

In questa logica aberrante s'inserisce l'omicidio di Carlo
Casalegno, vicedirettore de La Stampa. Quattro mesi più tardi, il
sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, presidente della democrazia
cristiana, avrebbe segnato il punto di non ritorno di quella
«rivoluzione» che non sarebbe mai diventata «guerra di popolo». Era
cominciata quasi come un gioco pericoloso. E perverso.

I modelli erano l'Oriente rosso, il Mao-tse Dong pensiero, la lunga
marcia, la Sierra Madre, il «Che» e Fidel, l'Angola e l'Irlanda del
Nord. Si era cominciato con l'arma della propaganda per finire con la
propaganda delle armi. Carlo Franceschini, un comunista ortodosso,
superstite di Auschvitz, mi raccontò che suo figlio Alberto,
considerato un capo fra le bierre e l'inquisitore del giudice genovese
Mario Sossi, un giorno gli aveva detto: «La nostra guerra durerà magari
500 anni, l'importante è cominciarla».

Contro chi, quella guerra? C'è sempre un nemico da combattere.
L'elenco di quelli «del popolo» si allungava di giorno in giorno: lo
stato borghese, le multinazionali, gli intellettuali, coloro che non si
piegavano alla logica della minaccia e della paura. «Il professore» era
uno di quelli, uno che aveva il coraggio delle proprie idee dunque,
peccatore irrecuperabile, agli occhi dei brigatisti, ormai incapaci di
uscire dal labirinto.

Nessuna indulgenza con chi praticava il terrore, nessuna ambiguità,
aveva più volte ripetuto sulle colonne de La Stampa. Un giorno aveva
scritto: «Esistono, tra il terrorismo e le formazioni eversive
dell'estrema sinistra, rapporti indiretti e un'obiettiva complicità.
Br, Nap, Prima Linea con l'azione armata clandestina, i fanatici
dell'ultrasinistra con i cortei violenti, i sabotaggi, le spedizioni
squadristiche, la pratica organizzata dell'illegalità conducono,
utilizzando mezzi diversi, una stessa guerra alle istituzioni, ai
principi della convivenza civile, a interessi primari, politici ed
economici della collettività.

E le organizzazioni oltranziste non clandestine offrono al
terrorismo una solidarietrà dichiarata, anche se talvolta critica; una
copertura psicologica; una vasta schiera di giovani combattivi da cui
poter trarre nuove reclute».

Ecco smascherati i «cattivi maestri», che ammettevano di provare
euforia al momento di abbassare sul volto il passamontagna, che
ispiravano e incoraggiavano i più ribelli a dare inizio alla
rivoluzione con gli «espropri proletari», che erano rapine per
autofinanziamento, o con i «processi proletari» come quelli a cui erano
stati sottoposti Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit Siemens di
Milano, Ettore Amerio, della Fiat Auto e Sossi.

Quando spararono al «professore» le Brigate rosse sprecarono tre
pagine per tentare una spiegazione politica inesistente: «Come agente
della controguerriglia attiva aveva fatto una chiara scelta di campo».
Come dire: o con noi o contro di noi, e chi è «contro» dev'essere
spazzato via. Del resto, non era stato Stalin a dire che «la morte
risolve ogni problema... via l'uomo via il problema»?

Quella ricerca di una motivazione aveva aspetti ossessivi. Altro che
«né con lo Stato né con le brigate rosse». L'agguato, sostennero, era
un capitolo nella «campagna contro i giornalisti»: quando alcuni
militanti della Raf tedesca, fra i quali Ulrike Meinhof, erano morti di
morte dubbia nel carcere di Stammheim, la pubblica posizione presa dal
«professore» aveva spinto i terroristi a deciderne l’omicidio.

Ma la ragione dell'attentato sarebbe ancora più tragicamente
maschina, se si deve credere a Patrizio Peci, il primo grande «pentito»
fra le Bierre che così la racconta nell'autobiografia «Io, l'infame»:
«Tutto nacque, credo, da un'irritazione particolare di Andrea Coi nei
confronti di Casalegno. Coi - che era un intellettuale, e quindi
sensibile a quelle cose - ce l'aveva a morte con i suoi articoli.
Effettivamente erano articoli durissimi: Casalegno si era fatto carico,
sulla Stampa, del problema del terrorismo e lo trattava con estrema
decisione: a mali estremi estremi rimedi.

Ma non era tanto questo che dava fastidio. Casalegno era un maestro
nello sminuire e ridicolizzare l'Organizzazione. L'Organizzazione non
tollera l'ironia né tollera di essere sbeffeggiata». Nessun gruppo, di
destra o di sinistra, ha mai tollerato critiche, tantomeno l'ironia.
Due mesi avanti l'attentato, Azione rivoluzionaria, che seguiva un
credo anarchico riveduto e corretto, aveva compiuto un attentato al
tritolo contro il giornale che soltanto la buona sorte, o la
Provvidenza per chi crede, aveva impedito si risolvesse in una
carneficina.

Quel mercoledì era un giorno normale, lui al giornale, la moglie
Dedi in casa, col cuore in gola perché quelli erano tempi drammatici. I
brigatisti, lo controllavano da tempo e quando furono certi che non
avesse più il piantonamento della polizia sotto casa, decisero di
uccidere. Quell'anno i terroristi delle varie organizzazioni
assassinarono 23 persone e ne ferirono 38: con l'uccisione di Marco
Biagi, 19 marzo scorso, le vittime sono diventate 130, centinaia i
feriti, i più colpiti alle gambe, da cui il termine ganbizzati.

IL RICORDO DELL’AMICO GALANTE GARRONE: DIFENSORE DELLO STATO, SENZA CHIUSURE


Quattro volte mite

di Alberto Papuzzi

TORINO. «UN MITE». Ecco Carlo Casalegno per Alessandro Galante
Garrone, collaboratore della Stampa dal 1955. La loro era una lunga
amicizia, rispecchiata in un rapporto di lavoro di reciproca stima e
fiducia.
Nel 1987 è stato Galante Garrone a ricordare la figura di
Casalegno per i dieci anni dalla morte, mettendo l’accento sulle sue
battaglie civili, contro «l’enfasi, il fanatismo, l’odio, l’estremismo».

Professore, quando vi siete incontrati, per la prima volta, lei e Casalegno?

«Doveva essere il 1942, perché ricordo bene che venne a casa nostra,
ci chiese da quanto fossimo sposati e noi rispondemmo: "Da sette mesi".
Io ero magistrato, lui doveva avere 26 anni, lungo e magro come un
giunco. Era legato al nostro gruppo di Giustizia e Libertà, fu tra i
fondatori, con Bobbio, del Partito d’Azione clandestino».


Dopo la guerra, vi siete incontrati di nuovo alla Stampa.

«Sì, lui era veramente un amico. Molte volte discutevo con lui i miei articoli. C’era, naturalmente, la consonanza politica».

Cosa pensò, alla notizia dell’agguato?

«Mi domandai: "Perché?". Infatti lui era un mite. Perché Carlo, nel
quale c’era uno sforzo generoso per cercare di capire i giovani che
avevano fatto la terribile scelta del terrorismo? Come è stato detto e
scritto più volte, era un vero difensore dello Stato, ma con un senso
profondo di umanità, di sensibilità».

Si è sempre parlato del suo rigore: in che senso era un mite?

«Non era rigido, non era chiuso. I suoi articoli non contenevano
asprezze, bensì chiarezza. A volte la sua disponibilità umana, il suo
sforzo di capire e dialogare persino mi indisponevano. Mi hanno
definito il "mite giacobino", ma se io ero mite, lui lo era 4 volte.
Era di una mitezza al quadrato, assolutamente nemico della violenza. In
giorni bui, era uno che rifiutava gli stereotipi e cercava di capire e
far capire sia le origini del terrore sia le scelte dei fanatici».

Come ricorda la Torino di allora?

«Una città cupa. Dove ti sentivi indifeso e ti muovevi guardingo.
Una città difficile, in giorni bui. Che però si ritrovò il giorno dei
funerali, vivendo una giornata di commozione profonda».

IL VICEDIRETTORE DELLA «STAMPA» COLPITO DALLE BR MORIVA A TORINO IL 29 NOVEMBRE '77 DOPO 13 GIORNI DI AGONIA

Casalegno, il giorno della nostalgia
Oggi l'omaggio della città e del giornale

 

di Alberto Sinigaglia

CARLO Casalegno, il primo giornalista assassinato dalle Brigate
rosse, moriva a Torino venticinque anni fa, il 29 novembre, dopo
tredici giorni di atroce agonia. Aveva sessantun anni. Alle 13,55 del 16 novembre il vicedirettore della Stampa era caduto in un agguato davanti all'ascensore di casa mentre ritornava dal giornale disarmato e senza scorta: un commando gli aveva sparato quattro colpi di «Nagant» al volto per ucciderlo. Ognuno di quei proiettili era mortale. Con sicumera i brigatisti annunciarono: «Abbiano giustiziato il servo dello Stato Carlo Casalegno». Uomo senza odio, pronto al dialogo, era un coraggioso esempio professionale e umano di quell'Italia della ragione che resisteva all'estremismo e alla violenza. Cadeva per il suo pensiero democratico e libero, maturato con la vasta formazione culturale, con la potente passione giornalistica e politica temprata nell'antifascismo, nella lotta partigiana, nel partito d'azione. Lucido e informato commentatore politico dalla scrittura elegante, avvertito regista della terza pagina e dei servizi culturali, guidava anche la redazione che nel '75 aveva fondato il settimanale Tuttolibri. 

Come ha scritto il direttore Marcello Sorgi nell'articolo di fondo del 16 novembre, «era stato un'anima forte di questo giornale che oggi lo ricorda con nostalgia, con riconoscenza e con orgoglio». Unita da questi sentimenti, tutta La Stampa accogliera' stamane alle 12,30, sotto la lapide dedicata a Carlo Casalegno, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, il presidente della Regione Piemonte Enzo Ghigo e la presidente della Provincia Mercedes Bresso, che verranno a deporre corone di fiori: omaggio al grande giornalista ucciso e insieme al quotidiano che fu per trent'anni la sua vita. In precedenza, alle 10,30 Chiamparino, Ghigo e Bresso saranno a Palazzo Civico per una cerimonia «In ricordo di Carlo Casalegno e di tutte le vittime del terrorismo», presente la signora Dedi Casalegno. Con loro parleranno il presidente del Consiglio comunale Mauro Marino, il presidente dell'Associazione italiana vittime del terrorismo Maurizio Puddu, il direttore della Stampa Marcello Sorgi e il giornalista Giorgio Calcagno. Un significato speciale avranno le testimonianze di Diego Novelli che nel 1977 era sindaco di Torino e di Arrigo Levi che era il direttore del giornale e oggi e' consigliere del Presidente della Repubblica. Mentre la citta' condannava la violenza e Casalegno lottava contro la morte, nell'indimenticabile sera del 17 novembre, in Piazza San Carlo, Novelli e Levi parlarono davanti ai rappresentanti di tutte le province con il gonfalone, a un centinaio di amministratori comunali del Piemonte e a piu' di diecimila cittadini, che li ascoltarono in un teso silenzio e diedero una ferma risposta.

Storico oltre che giornalista, per tutti era «il professor Casalegno». Lo chiamavano cosi' alla Stampa e fuori, fin dai tempi del leggendario direttore Giulio De Benedetti: forse in omaggio all'uomo colto, che comunque professore di scuola era stato. E illustri insegnanti aveva avuti al liceo classico D'Azeglio, fucina di intellettuali. Nella sua Aula Magna oggi pomeriggio alle 17 si terra' una commemorazione promossa dal Centro Pannunzio.
Accanto a Dedi Casalegno, a Levi, Sorgi e Calcagno saranno Giovanni Conso presidente emerito della Corte Costituzionale, Pier Franco Quaglieni direttore del «Pannunzio», Gian Piero Leo assessore regionale alla Cultura. La manifestazione al «D'Azeglio» avviene sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica come pure il Premio Casalegno istituito dal Rotary Club di Roma Nord-Ovest che ieri, in onore del grande giornalista nel venticinquesimo anniversario della morte, ha annunciato la prossima edizione, che si terra' il 15 maggio 2003: «La cerimonia di consegna del riconoscimento - afferma un comunicato - e' sempre occasione per riportare all'attenzione dei giornalisti e dei lettori quanto Carlo Casalegno andava scrivendo sul suo giornale e i principi di etica che ispiravano la sua attivita' professionale». Principi sottolineati da Paolo Serventi Longhi, segretario generale della Fnsi, in questo messaggio: «La Federazione nazionale della stampa italiana ricorda con commozione e affetto, insieme ai colleghi della Stampa, la figura e l'insegnamento di Carlo Casalegno a venticinque anni dal barbaro omicidio delle Brigate rosse. Oggi come allora bisogna respingere qualunque forma di intimidazione e di violenza nei confronti della libera informazione. Questa e' la prima condizione irrinunciabile per garantire a tutti i cittadini, anche nell'attuale difficile momento, il diritto di essere informati correttamente. E per questo e' quanto mai significativo il ricordo dei colleghi che, come il vicedirettore della Stampa, hanno pagato con la vita il diritto di manifestare liberamente le proprie opinioni». «E' rimasto intatto l'insegnamento del Maestro», scrive nel suo messaggio il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, che ricorda Casalegno come «persona semplice, mite, continuamente alla ricerca della verita', anche se scomoda. Gli unici suoi punti di riferimento: dignita' e onesta' intellettuale. Ricordo come vivemmo quei tredici giorni di Casalegno in lotta con la morte noi cronisti che ci occupavamo di terrorismo: con stupore, incredulita', dolore. Casalegno ci ha lasciato in eredita' la sua forza, le sue lucide analisi, la sua umilta'». Umile, schivo, nemico della retorica, senza retorica Carlo Casalegno oggi sara' ricordato. In silenzio, di buon mattino, prima delle cerimonie, il sindaco accompagnera' Dedi Casalegno alla tomba del marito.

 

LA STAMPA del 29 novembre 2002

A VENTICINQUE ANNI DALLA MORTE IERI L'OMAGGIO AL VICEDIRETTORE DELLA «STAMPA» UCCISO DALLA FOLLIA TERRORISTA DELLE BRIGATE ROSSE

CASALEGNO l'orgoglio di essere torinesi

Pubblichiamo il testo della commemorazione di Carlo Casalegno,
che Arrigo Levi, direttore della Stampa nel 1977, ha fatto ieri in
Consiglio comunale Arrigo Levi.

di Arrigo Levi

RICORDANDO Carlo Casalegno, in questa sala del Consiglio comunale di
Torino, il pensiero corre soprattutto al rapporto fra Casalegno, La
Stampa e Torino. Io non sono torinese, ma sono stato torinese, fortissimamente torinese nei cinque anni della direzione della Stampa; e nel rievocare quelle tremende giornate credo di ricordarle con lo spirito di un torinese.
Essendo stato torinese, rimarrò sempre un poco torinese. E ne ho orgoglio. Torino ha un'anima complessa. Torino città operaia. Torino città della Fiat. Torino con la tradizione di città capitale. Torino città italiana, anzi romana, ma anche città alpina, che guarda alla Francia e all'Europa. Torino di Gobetti, di Einaudi, di Bobbio, di Gramsci e dell'«Ordine nuovo», Torino comunista e Torino liberale. Torino col suo carattere, la sua sobrietà, la sua serietà, che non si apre e non si dà tanto facilmente, ma che ti accetta quando si convince che impersoni i suoi stessi valori: l'impegno nel lavoro, una forte cultura civica, un senso del dovere che ti compete, per la parte che hai nella vita della città. Si può anche appartenere a diversi partiti, a diverse classi sociali, ma sentendo sempre un legame fortissimo, riconoscendosi uniti dall'essere torinesi, e dai valori che i torinesi riconoscono, magari con una eccessiva punta d'orgoglio, come propri. Coloro che spararono a Carlo Casalegno ebbero contro la città, perché attaccando Casalegno e La Stampa avevano attaccato Torino. Avevano attaccato un uomo che rappresentava le migliori virtù della cultura torinese, della coscienza civile torinese. Vi leggo due frasi. Una dell'Avvocato Agnelli, in occasione dei vent'anni della morte: «Del torinese, Casalegno aveva il rigore, la serietà, la coscienza del dovere, la capacità di pensare attraverso i fatti, per giudicare solo dopo averli esaminati».
Vorrei, vorremmo poter dire, credo di poter dire, che queste sono anche tipiche virtù del buon giornalismo; e che in Casalegno c'era l'orgoglio di essere giornalista, insieme con l'orgoglio di essere torinese. Esprimeva meglio di ogni altro quello che noi tutti della Stampa sentivamo allora come l'anima profonda, l'identità del nostro giornale, e della grande città di cui era l'espressione. Ed ecco l'altra frase, il commento del senatore Pecchioli subito dopo l'attentato, in quelle prime ore, in cui ancora speravamo che Carlo ce la facesse. E cito: «Casalegno
hasempre detto quanto doveva essere detto, aiutando anche i giovani a
non smarrirsi, a non essere travolti dalla violenza. E' stato aggredito
e non c'è nessuna differenza fra i proiettili che l'hanno colpito e le
bombe fasciste di piazza Fontana. Non a caso questo attentato e'
avvenuto a due ore dal dibattito e dalla votazione in Parlamento d'un documento unitario: dobbiamo esigere assistenza piena dagli organismi dello Stato e, contemporaneamente, fare ''sbarramento'' mobilitandoci sullo stesso terreno che giù ci fece vincere durante la Resistenza».
Pecchioli riecheggiava un giudizio di qualche tempo prima di Enrico
Berlinguer, quando, in una lettera alla Stampa condannava i terroristi
come «irrazionali ma lucidi organizzatori di un nuovo squadrismo
non definibili con alcun altro termine se non quello di ''nuovi
fascisti''». Rendendo qui oggi omaggio a Casalegno, alla sua passione civile, alla sua fortezza d'animo, al suo coraggio, alla sua coscienza del dovere, voglio rendere omaggio a Torino. Consentite a un non torinese di dire, in un momento in cui Torino rischia di dubitare di se stessa: non dubitate, Torino ce la farà a superare questa come ogni altra crisi della sua storia. In anni molto difficili credo di essere stato la persona più vicina a Casalegno, certo ho avuto in lui la persona a me più vicina, in momenti in cui da giornalisti, da testimoni dei fatti, ci eravamo trovati ad essere, senza volerlo, dei protagonisti. E penso che se ci fosse Carlo, questo che ho appena detto - non dubitate di voi - lo direbbe e lo scriverebbe, con serena fiducia nella sua città e nei suoi valori. Mi manca, ci manca, la parola di Agnelli, che sarebbe di fiducia, una parola che forse verrà. Ripensando a quegli anni difficili, posso dire che non avemmo mai alcun dubbio sull'esito di quello scontro fra il nostro Stato democratico e quei giovani dissennati e sanguinari che sognando chissà cosa speravano di abbatterlo a colpi di P38. E non avemmo mai dubbi sul fatto che di fronte a questa minaccia si sarebbe formato uno «sbarramento», per usare le parole di Pecchioli, in cui si sarebbero trovate fianco a fianco tutte le maggiori forze politiche. Quando la sera del 18 novembre mi trovai a parlare a piazza San Carlo accanto al mio amico sindaco Novelli, non ebbi alcun dubbio nell'affermare, e perdonate l'autocitazione, ma certi sentimenti non si possono esprimere se non con le parole pronunciate in quel particolare momento, in cui si commentava un fatto con tutta la piena di sentimenti che aveva suscitato in noi: «Questa città, pur tormentata da una crescita difficile, è viva. E' formata da gente venuta da tutta Italia per costruire e per farsi costruire. Siamo qui anche per esprimere solidarietà  gli uni agli altri, per contarci e dire: noi qui siamo e non lasceremo passare la congiura per distruggere questa civile convivenza».
Quando Carlo Casalegno scriveva gli articoli che gli costarono la vita, quello che aveva in mente era una certa idea dell'Italia democratica, insieme con una certa idea di Torino. Con tutta la lucida forza della sua mente difendeva quell'idea dell'Italia, quell'idea della sua Torino. E, lasciatemelo dire, anche una certa idea di quello che era, voleva e doveva essere il nostro giornale, la nostra Stampa. E' vero, eravamo orgogliosi della Stampa; in qualche modo, La Stampa era non dico la nostra bandiera, forse qualcosa di più, era la nostra casa, forse anche la nostra patria. Possono sembrare parole grosse, ma quelli erano momenti in cui ci agitavano forti passioni. Mi chiedo quanti momenti ci siano stati nella nostra vita in cui non si agitassero attorno a noi i venti della storia, venti di tempesta, che ci tempravano e ci preparavano a dure prove. Forse le Br non avevano capito, non potevano capire, che avevano di fronte a loro una schiera di uomini sopravvissuti a ben altre battaglie, e che questi sopravvissuti non potevano essere piegati col terrore, perche' la paura l'avevano lasciata alle spalle, perché battendosi per le loro idee avevano già messo in conto tutto quello che gli poteva succedere. Questo era l'animo del giornalista Carlo Casalegno quando scriveva le sue rubriche in difesa del «nostro Stato». Che strano: ci sembrava allora, e parlo della schiera di colleghi della Stampa, di fare soltanto il nostro mestiere quotidiano, il nostro lavoro di giornalisti. Quando spararono a Casalegno ci rendemmo
conto che Carlo, che era un modello per tutti noi, era stato anche un
eroe silenzioso, tranquillo, forse inconsapevole, ma un eroe. Così lo
ricordiamo oggi, così lo sentiamo sempre vicino. E ricordandolo così,
non so dirvi quanto ci sia mancato e ci manchi.

 

IL SOLE 24 ORE del 29 novembre 2002

CARLO CASALEGNO
Giornalista di gran stile e vero liberal

Il messaggio del presidente Ciampi per i 25 anni dell'assassinio  

TORINO. <La sua volontá di comprensione ispirò il suo impegno
quotidiano in difesa della legalitá e della democrazia. É stato
avversario irriducibile e temuto del terrorismo, che scelse di colpirlo
come simbolo di un giornalismo alto, rigoroso e coerente>: così il
presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha ricordato Carlo
Casalegno, in occasione della commemorazione dell'ex direttore della
Stampa, morto 25 anni fa a Torino in seguito all'attentato delle
Brigate Rosse. Un messaggio ai familiari è stato fatto pervenire anche
dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

 

di Riccardo Chiaberge

Servo dello Stato>: così lo avevano bollato i suoi assassini,
nella rivendicazione fatta all'Ansa quel 16 novembre del 1977. Lui
l'avrebbe preso come un complimento. Perché <servo dello Stato>
Carlo Casalegno era davvero, nel senso più vero e nobile del termine.
<Servo> come Vittorio Bachelet, come Guido Rossa. O, per venire a
giorni più vicini a noi, come Massimo D'Antona e Marco Biagi. Nel 1977
Torino era stata l'epicentro dell'attacco terroristico. Oltre sessanta
attentati in dodici mesi, gambizzazioni quasi quotidiane, cinque
omicidi. Tutto in nome di un'ideologia cupa e sanguinaria, che voleva
trasformare l'Italia nella Cambogia di Pol Pot. Contro questo nemico
senza volto Casalegno aveva ingaggiato, dalle colonne della
<Stampa>, una battaglia ostinata, quasi una crociata personale.
Senza mai invocare la pena di morte o la legge marziale, ma difendendo
con pacatezza le ragioni della legalità democratica. I suoi editoriali
erano scritti in uno stile sobrio, antiretorico, com'era nella sua
indole di torinese schivo. Ma andavano dritti al bersaglio, facendo di
chi li firmava un bersaglio predestinato e cosciente.

Casalegno era un liberale autentico, quando ancora definirsi tale
non andava di moda. Oggi le sue idee sono diventate, almeno a parole,
patrimonio comune: non c'è quasi più nessuno, a destra e a sinistra,
che non si proclami liberale. É il suo stile, purtroppo, a trovare
pochi imitatori. Nei media come in politica la nota dominante è
l'eccesso. Si direbbe che il coraggio, che in Casalegno era tutt'uno
con il riserbo e la moderazione, oggi si misuri in decibel e indici di
ascolto. Che soltanto chi urla più forte, chi insulta e inveisce, sia
da additare a modello di impegno civile.

Forse è proprio lo stile di Casalegno, il suo modo di essere
giornalista, che hanno in mente Enzo Biagi e Giorgio Bocca quando
rimpiangono una perduta età d'oro della professione, in
contrapposizione all'attuale degrado.

 

LA STAMPA del 27 novembre 2002

Il giorno della memoria
vittime da non dimenticare

di Luciano Borghesan

Scaricavano la pistola sulla testa di un uomo e dicevano «Uno in
meno». In deliranti comunicati di rivendicazione le vittime diventavano
ruoli, divise, servi dello Stato. «Colpirne uno per educarne cento». In nome delle sigle piu' disparate, i terroristi hanno stroncato vite, rovinato famiglie, hanno seminato la morte in un paese che aveva appena cominciato ad asciugarsi le lacrime per i caduti di due guerre mondiali.
Complessivamente dal 1969 al 1989 «i giustiziati» sono stati 429 (199 in stragi), i feriti circa 2000. Un massacro. E quando sembrava tutto finito (in coincidenza con il crollo del muro Est-Ovest), i terroristi sono tornati a uccidere. Massimo D'Antona, Marco Biagi. Storie simili, assassinii senza colpevoli, moventi da decifrare. Torino, domani, a Palazzo Civico, ricorda le sue vittime. A partire da Carlo Casalegno, il vicedirettore de La Stampa, ferito a morte dalle Br nel novembre 1977, il consiglio comunale commemorerà venti concittadini, lo farà volta per volta a venticinque anni dal tragico fatto. L'elenco s'inizia con l'agente di ps Giuseppe Ciotta (12/3/77), il presidente dell'Ordine degli Avvocati Fulvio Croce (1/10/77), lo studente Roberto Crescenzio (1/10/77). Ciotta fu ucciso da Prima Linea per rappresaglia nei confronti della polizia, ritenuta responsabile dalle Br della morte di un giovane durante una manifestazione.
Croce fu «condannato» perché il governo dell'Ordine forense assunse la difesa d'ufficio dei brigatisti rossi che avevano revocato il mandato ai loro avvocati di fiducia. L'Associazione italiana Vittime del terrorismo si batte da sempre per tenere desta la memoria. Il presidente stesso, Maurizio Puddu (ex consigliere comunale e provinciale dc), colpito alle gambe, e' rimasto menomato; il vicepresidente Giovanni Berardi ebbe il papa' Rosario (10 marzo '78), maresciallo di ps, ucciso sotto casa in occasione della riapertura del processone. Era guerra civile? «Quella - dice Berardi - e' solo gente che ha sparato a persone inermi: c'era di tutto, pazzi, ideologicizzati, ma anche prezzolati, pagati. Da anni predichiamo nel deserto per sapere la verita', per avere giustizia. Ringraziamo chi si attiva, il Comune che ha organizzato questa commemorazione, ma chiediamo allo Stato di insistere, di non mandare tutti a casa, di non dare la grazia anche a chi non la chiede. Gli omicidi di Biagi e D'Antona dimostrano che non si e' risolto nulla». In una lettera all'allora direttore de La Stampa, Arrigo Levi, il giornalista Casalegno scriveva: «Non ho mai creduto che i movimenti giovanili dell'autunno-inverno (1977) fossero genuinamente spontanei, anche se fondati su genuino e spontaneo malessere... Gli ultimi fatti (Roma e Bologna) confermano il sospetto... Ci vuole qualche esperto e qualche colonnello, se non generale, per condurre operazioni cosi' brillanti». Nel frattempo, in tutt'Italia, le procure hanno svolto miliardi di indagini, i tribunali hanno tenuto decenni di processi, le carceri si sono riempite di migliaia di «detenuti politici». Quasi seimila gli inquisiti per fatti di «lotta armata»; 4.200 sono stati incarcerati a seguito dell'accusa di «banda armata» o «associazione sovversiva».
Trecento hanno avuto pene con meno di 10 anni, oltre 3.100 piu' di 10 anni, quasi 600 più di 15 anni. Un totale di 500 secoli di galera fino ad oggi scontati. Dei 4.200, circa 210 sono ancora detenuti (tra cui 40 donne), parzialmente o totalmente. Tra loro 77 ergastolani. Duecento gli esuli in territorio straniero. Ci sono organizzazioni
che chiedono di «Liberare tutti», lo slogan è «Sprigionare gli Anni
Settanta per sprigionare la società».L'Associazione Vittime del
Terrorismo e' contraria. Puddu e Berardi chiedono allo Stato e agli enti locali di dare sede istituzionale a chi e' morto per la democrazia, per la liberta', per la giustizia: «Ci serve una banca dati, un punto di riferimento che sappia archiviare i fatti, aggiornare le indagini, i processi, le condanne, i livelli i detenzione. Dobbiamo sapere e poter essere punto di riferimento dei familiari delle vittime e dei cittadini che vogliono conoscere la verità storica e processuale». Gli stanziamenti pubblici, sinora, sono irrisori. Domani, ore 10,30, in Sala
Rossa, oltre alle autorità - il presidente del Consiglio comunale,
Mauro Marino, il sindaco Chiamparino, i presidenti di Regione e
Provincia, Ghigo e Bresso - interverranno anche Arrigo Levi, l'allora sindaco Diego Novelli e il direttore de La Stampa, Marcello Sorgi.

 

La Repubblica del 28-11-2002, pagina 38, sezione CULTURA

Il giornalista fu ucciso dalle br venticinque anni fa
Carlo  Casalegno, un dramma italiano
“Lotta continua” intervistò il figlio  Andrea

 

di Nello Ajello

Torino, 29 novembre 1977, venticinque anni fa. Carlo Casalegno,
sessantun anni, vice-direttore della Stampa, muore assassinato dalle
Brigate Rosse, dopo tredici giorni di agonia. Il 16 dello stesso mese,
due giovani mascherati lo avevano aspettato al portone di casa, in
corso Re Umberto, colpendolo con quattro proiettili di pistola alla
testa, al volto, al collo. Dieci minuti più tardi, era arrivata una
telefonata all'Ansa: «Qui Brigate Rosse. Abbiamo giustiziato il servo dello Stato Carlo Casalegno». L' indomani, il 17, un volantino viene trovato in una cabina telefonica. Sotto la stella a cinque punte, la dizione: "Brigate per il comunismo, colonna Mara Cagol". Nel testo, una rudimentale motivazione dell' attentato: Casalegno, «pennivendolo di Stato», è «un uomo della Dc» che si distingue per la parte attiva svolta «nella difesa e nella costruzione dello Stato di polizia». Intanto una voce anonima rivolge per telefono all' Ansa (di Milano, stavolta) fredde minacce: «Vivo
o morto che sia, Casalegno è liquidato. Meditino i giudici, i giurati,
gli avvocati e i loro familiari. Il processo alle Brigate Rosse non si
farà né domani né mai. Sappia il ministro di polizia» (la minaccia è rivolta a Cossiga, responsabile degli Interni) «che abbiamo alzato la mira».
Le intimidazioni per bloccare il processo alle Br, in preparazione a
Torino, si sono già concretate in aprile nell' assassinio di Fulvio
Croce, presidente dell' Ordine degli avvocati e incaricato, in questa
sua veste, di difendere i terroristi. La promessa di passare dalle «gambizzazioni» agli assassinii mirati, è stata annunciata la settimana precedente col solito linciaggio rituale: «I giornalisti sappiano che d'ora in poi sapremo alzare il tiro».
In estate erano stati colpiti alle gambe Indro Montanelli, Vittorio
Bruno, Emilio Rossi, Antonio Garzotto, Leone Ferrero dell'Unità.
Casalegno è il primo sul quale venga sperimentata la variante omicida.
La scelta della testata da "punire" non è casuale. La Stampa è il
quotidiano di una città-fabbrica: un bersaglio già raggiunto dalle
violenze (sia pure non di pari gravità) dell' ultrasinistra armata. Il
vice-direttore del quotidiano è finito nel mirino per un articolo
uscito in data 9 novembre. Titolo: «Chiusura dei covi, basta applicare la legge». Casalegno vi ha sostenuto che le norme in vigore offrono «tutti i mezzi necessari per combattere l'eversione», purché «applicate con risolutezza». E comunque la chiusura dei covi non è «liberticida». Lo scritto somigliava ad altre decine di articoli che Casalegno andava pubblicando nella sua rubrica «Il nostro Stato»,
riconoscibile per una franca difesa della legalità e della convivenza
democratica. Sul fatto che lui fosse un democratico non potevano
esserci dubbi. Durante la Resistenza, era stato nelle file di Giustizia
e Libertà. Da trent'anni lavorava alla Stampa, da nove come
vice-direttore. La vittima dell' attentato è tra la vita e la morte
quando, sabato 19, Lotta continua pubblica un' intervista con suo
figlio Andrea. Nel presentarla, Gad Lerner e Andrea Marcenaro scrivono
che «Le Brigate rosse non hanno più niente a che fare con la nostra concezione del comunismo». La testimonianza di Andrea è mesta e lucida. Egli parla della «assoluta disumanizzazione»
cui è giunta l' eversione armata. Dice di non riconoscere suo padre
nell'epiteto di «codino» che gli rivolgono i suoi giustizieri. Ne
rivendica l'indipendenza e l'onestà. Ciò che Carlo Casalegno ha sempre
temuto, racconta Andrea, «è molto più una menomazione definitiva che non la morte». E ora suo padre è lì, in un reparto delle Molinette, con «dei frammenti di denti e di piombo conficcati in gola. Deve essere molto doloroso».
In ogni angolo del Pci fino a Democrazia proletaria, il chiamare
«compagni» gli uomini delle Br comincia a sollevare scandalo. In Lotta
continua l'escalation terroristica fa discutere, con un ventaglio di
opinioni: dalla verifica del «baratro che ci separa dalla Brigate
rosse» all'aperto rifiuto della solidarietà per Casalegno. In generale,
i lettori che intervengono appaiono assai più oltranzisti dei redattori
del quotidiano. La Stampa è al centro del dramma. A una manifestazione
in piazza san Carlo prende la parola il direttore Arrigo Levi, nei cui
editoriali è già emersa una «chiamata di correo» rivolta ai fiancheggiatori, dichiarati o "passivi",
del terrorismo. Nel valutare il grado di solidarietà che Torino offre
al suo giornale non tutti sono concordi. Rapubblica manda Giampaolo
Pansa, insospettabile di simpatie terroristiche, a parlare con gli
operai, fuori del cancelli di Mirafiori. Ne risulta una certa freddezza
che confina con la "disumanizzazione", quasi che il sacrificio
di Casalegno non abbia scalfito la scorza classista degli intervistati.
La reazione della Stampa è impetuosa, come il momento richiede. A
sopire le polemiche (di aggressioni «fra amici» ha parlato
Furio Colombo) interviene appunto la morte di Casalegno, quel 29
novembre. Non ce l' ha fatta. Il cuore ha ceduto. «Chi spara», scrive
Rossana Rossanda sul Manifesto, «mette la morte in conto anche se
mira alle gambe. Pretende di dosarla, la morte, distribuendola a rate.
Quella di Casalegno la si voleva intera». Nel luglio del 1983, l'
epilogo giudiziario. La Corte d' assise di Torino emette la sua
sentenza a carico della colonna torinese delle Brigate rosse. Fra i
suoi delitti si cita l'assassinio del vice-direttore della Stampa.
L'episodio Casalegno si stempera così, negli anni di piombo al loro
tramonto. E' stata una storia italiana, drammatica e desolata, come
tante altre di quell' epoca buia.