Mauro De Mauro

MEMORIA
GIORNALISTI NELLA STORIA. I NOSTRI MARTIRI

10. Mauro De Mauro

E’ il primo giornalista fatto sparire dalla
mafia, ma è anche l'icona di un
giornalismo coraggioso e spregiudicato,
di un giornalismo vecchia maniera,
fatto di inchieste precise, accurate e caparbie

saggio di Massimiliano Griner

Della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro si parlò molto, a suo
tempo. Non di rado, da quel 16 settembre del 1970, il suo nome,
richiamato da pentiti di mafia o da solerti indagatori dei misteri
nazionali, è tornato a galla, con l'inevitabile codazzo di polemiche e
di chiacchiere.
Perché De Mauro scomparve? perché fu considerato
talmente pericoloso da diventare il primo giornalista fatto sparire in
Sicilia? La sua sparizione ebbe all'origine una scoperta che De Mauro
aveva fatto, magari sulla morte di Enrico Mattei, avvenuta ben otto
anni prima, oppure il giornalista aveva scoperto qualcosa su un fatto
imminente, il cosiddetto golpe Borghese, tentato la notte di tre mesi
dopo la sua scomparsa? oppure fu una vendetta della mafia, della mafia
dell'edilizia, della mafia del narcotraffico, nei confronti di un
incorreggibile ficcanaso?
Comunque stiano le cose, inglobato dalla
sua misteriosa scomparsa, Mauro De Mauro è diventato l'icona di un
giornalismo coraggioso e spregiudicato, di un giornalismo vecchia
maniera, fatto di inchieste precise, accurate e caparbie. Fino ad oggi
però non è sembrato utile né interessante domandarsi chi fosse
realmente De Mauro, quale la sua vicenda umana e professionale, i suoi
trascorsi, le sue idee e i suoi obiettivi. Il saggio di Massimiliano
Griner, edito per i tipi della Vallecchi, si ripropone di colmare
questa lacuna.

*-*-*-*-*

IL GIORNALISTA

Mauro De Mauro, giornalista, venne prelevato sotto casa a Palermo da
alcuni uomini la sera del 16 settembre del 1970, e non fece mai più
ritorno. Nativo di Foggia, in Puglia, volontario nella Decima MAS, De
Mauro aveva iniziato la sua carriera giornalistica durante la RSI.
Catturato a Milano nei giorni della liberazione, fu imprigionato a
Coltano. Nel 1948 venne processato a Bologna per presunti reati
commessi durante la guerra civile, ma venne assolto per insufficienza
di prove. In seguito la corte di cassazione lo prosciolse
completamente, invalidando la prima assoluzione. Trasferitosi a
Palermo, nel 1959 divenne redattore del celebre quotidiano “L'Ora“, per
il quale condusse, nell'arco di un decennio, numerose inchieste sul
fenomeno mafioso. Poco prima di essere sequestrato, ebbe l'incarico dal
regista Francesco Rosi di compiere alcune ricerche sugli ultimi giorni
di vita del presidente dell'Eni Enrico Mattei, a cui il regista dedicò
poi il film con Gian Maria Volontè. [foto tratta dal libro Mafia, nonni
e nipoti di Rosario Poma e Enzo Perrone]

I PERSONAGGI

Il commissario Cataldo Tandoy (nella foto) venne assassinato ad
Agrigento la sera del 30 marzo 1960. Nell'agguato morì anche lo
studente diciassettenne Ninni Damanti, che passava da quelle parti per
caso. Le indagini della polizia si orientarono verso la tesi
dell'omicidio consumato per motivi passionali. A far uccidere il
commissario sarebbe stato uno stimato professionista della città dei
templi, invaghitosi della bella e giovane moglie di Tandoy, Leila Motta
Tandoy. De Mauro seguì il caso per conto de “L'Ora“, tentando di
fornire ai suoi lettori un'interpretazione meno frivola (e accomodante)
di quella corrente.[foto tratta da Poma e Perrone]
Pochi giorni dopo
la scomparsa di De Mauro, si fece vivo presso i famigliari il cavalier
Nino Buttafuoco, uno dei più noti tributaristi palermitani. L'anziano
galantuomo, già precedentemente in contatto con il giornalista
scomparso, dichiarò ai famigliari che sarebbe stato in grado di far
tornare Mauro a casa sano e salvo. Alla famiglia di De Mauro parve però
che al Buttafuoco più che agevolare il ritorno del rapito premesse
verificare quanto sapessero del sequestro gli inquirenti e se il
giornalista non avesse lasciato carte compromettenti. Arrestato il 19
ottobre del 1970, Buttafuoco venne rilasciato il 6 gennaio dell'anno
seguente, senza che nulla emergesse a suo carico.[foto tratta dal libro
Delitto al potere di Riccardo De Sanctis]
L'allora capitano Giuseppe
Russo e il suo diretto superiore colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa
furono tra i primi a compiere indagini in relazione alla scomparsa di
De Mauro. Anni dopo e in circostanze diverse, vennero entrambi
assassinati. In particolare i carabinieri concentrarono le loro
attenzioni sulla pista del narcotraffico. De Mauro sarebbe rimasto
vittima della lupara bianca per aver scoperto un traffico di droga tra
la Sicilia e gli Stati Uniti. [foto tratta da Poma e Perrone]
Bruno
Contrada nel 1970 era commissario di pubblica sicurezza. Fu lui,
insieme al commissario Boris Giuliano, a condurre le prime indagini
sulla scomparsa del giornalista. Agli inizi degli anni '90 Contrada,
che nel frattempo, dopo una prestigiosa carriera era pervenuto al
SISDE, è stato processato per concorso in associazione mafiosa.
Condannato in primo grado, è stato assolto in secondo.

*-*-*-*-*

ESTRATTO | INTRODUZIONE

E col giornalista come finì? Non si sa cosa rispondere. Ora Mauro De
Mauro — l’uomo che fu, il suo corpo, la sua risata, i suoi capelli
neri, il modo di tenere la sigaretta, la sua voce — è scomparso una
seconda volta seppellito dalla matassa d’intrigo con fili robusti
d’acciaio e nessun bandolo, perduto in un polverone che non permette
orientamento, affogato nelle sabbie di una indagine che è stata tanto
frenetica e confusa quanto vana, nascosto dalle cortine fumogene dei
grossi diversivi: ora è davvero irraggiungibile, ora di nuovo addio,
per sempre...[1]
Sono circa le ventuno e trenta di mercoledì 16
settembre 1970. Nel corso della giornata a Palermo la colonnina di
mercurio ha segnato i 30 gradi. Un fastidioso scirocco di fine stagione
ha soffiato fino a 65 chilometri all’ora, portando sulla città riarsa
impalpabili grani di sabbia rossa del deserto africano. È un vento
gonfio di pioggia, che però non si decide a cadere. Siamo nelle Zone
Nuove, in via delle Magnolie.
Una via ancora adesso chiusa da due
ideali parentesi — da una parte la città residenziale pienamente tale —
la città “borghese“ di viale Piemonte, a due passi dal complesso
residenziale “Torre Sperlinga“ e da via Principe di Paternò, dove
dimorano i professionisti, i ministri dell’interno, le carte da visita
di un certo peso, talvolta perfino sormontate da corona patrizia —
dall’altra, le palazzine popolari di largo Zappalà, quasi una minuscola
enclave, con quei suoi cortili e le facciate tinte di un giallo che fa
subito INA-CASA, e poco oltre viale Lazio, una strada insignificante
che però a Palermo vuol dire molto, anzi vuol dire benessere alla luce
del dopoguerra, e da un certo momento in avanti soprattutto strage,
soltanto strage.[2]
Un uomo parcheggia la sua BMW 1600 blu notte
nelle vicinanze del civico 58. Si chiama Mauro De Mauro, ha
quarantanove anni, e fa il giornalista. Nel pomeriggio ha lavorato
duro. Lui che detesta perfino il calcio, ha montato da solo l’intero
supplemento sportivo per il numero dell’indomani. Sulla strada per casa
ha fatto tappa per l’aperitivo al bar “Nobel“ di via Pirandello. Come
ogni giorno ha scambiato due parole con il gestore, Antonino Spatola,
che tra l’altro è anche suo condomino. Prima di andarsene compra
sigarette, caffè, e una bottiglia di un buon rosso francese — lo stesso
che è solito portare in dono quando va a cena a villa Sperlinga da
Franco Restivo —, perché a giorni sua figlia Franca, la maggiore, si
sposa, e stasera c’è ospite il futuro genero.[3]
Ha spento il motore
ma non è ancora smontato, forse sta cercando qualcosa in auto. Lo
intravede proprio Franca, che sta rincasando in compagnia del
fidanzato. Gli fanno un cenno di saluto e raggiungono l’ascensore. Lo
aspettano qualche minuto, ma lui non arriva. Franca torna sui suoi
passi, giusto in tempo per vedere il padre a bordo della sua auto
insieme a degli sconosciuti. “Amuninne“, sente dire da uno di questi.
Quello che è alla guida parte dando qualche strappo, deve essere poco
pratico di quel tipo di vettura.
Se Mauro fosse una persona
qualsiasi, ci sarebbe da preoccuparsi. Ma Mauro non è una persona
qualsiasi. Fa il cronista, è una delle firme di punta de «L’Ora» di
Palermo, e una nota di eccentricità è connaturata al suo mestiere,
anche se lui non ne fa abuso. Così la famiglia attende solo l’indomani
mattina per denunciarne la scomparsa.
La Bmw viene ritrovata
l’indomani, di sera, parcheggiata in via Pietro d’Asaro, qualche
centinaio di metri dall’abitazione di De Mauro. Sul sedile posteriore
ci sono ancora caffè, vino, le sigarette, oltre ad un paio d’occhiali e
un pullover del giornalista. Sulla carrozzeria c’è un sottile strato di
polvere. Al momento viene scambiato per una traccia, ma poi qualcuno
intuisce che è solo la sabbia portata dallo scirocco.
La scomparsa
di Mauro De Mauro si è compiuta. È il primo, grande mistero nazionale,
e lo rimarrà fino a quando, in epoca recente, è diventata convinzione
diffusa che quello in cui il presidente dell’Eni ha perso la vita non è
stato un banale incidente dovuto al cattivo tempo. La sparizione del
giornalista è il segno inequivocabile che la mafia, uscita rafforzata
dal fallimento dei tentativi di contrastarla che hanno punteggiato la
seconda metà degli anni sessanta, ha compiuto un salto di qualità
epocale, e ora opera secondo una strategia criminale unitaria. I
mafiosi che cercavano di «ottenere posti di guardiano presso giardini e
cantieri, incassare il pizzo, fare telefonate e scrivere lettere
minatorie, avvelenare i cani di guardia e dar fuoco a qualche
macchinario, se necessario ammazzare con la vecchia lupara da dietro il
muro di cinta» erano ormai definitivamente figure del passato.[4]
La
novità assoluta dell’evento diventa subito materia di dibattito per gli
opinionisti e i mafiologi. «Se Mauro De Mauro è stato sequestrato dalla
mafia, si tratta di una mafia che esce da tutti gli schemi. Non
riflette le abitudini della vecchia guardia, gangsteristica,
politicante, affarista, né quelle della nuova generazione. Non somiglia
ai La Barbera, ai Greco, ai Torretta, né richiama l’immagine degli
uomini con l’appartamento in via Maqueda e la maschera da piccolo
industriale o da libero professionista. La mafia vera non sequestra gli
estranei, spara a “cannemozze“ o elimina col mitra e soprattutto non si
espone in questo modo, con la commissione antimafia alle calcagna,
l’opinione pubblica scatenata, le defezioni prudenti e scrupolose degli
amici parlamentari di un tempo.»[6]
Di opinione diversa il cronista
de «Il Mondo» di Pannunzio: «Il rapimento del giornalista De Mauro è
stato compiuto nello stile dei giovani killer della nuova mafia
esportata negli Stati Uniti, quelli che non portano più “coppole
storte“ e giacchette sdrucite di velluto, ma indossano abiti attillati
e cravatte di seta.»[7]
De Mauro era in ogni caso «il primo dei
cadaveri eccellenti. Il segno che la mafia ha compiuto ormai
definitivamente il salto di qualità criminale, la sua “cultura“ è
diventata internazionale, il suo bilancio scrive cifre da capogiro, le
sue complicità sono a livello di vertice politico e finanziario. Non
c’è nemico che possa illudersi di suscitare rispetto», annoterà
mestamente Giuseppe Fava.[8]
Questo triste primato non sarebbe di
grande rilievo in sé se non ci indicasse con chiarezza un momento di
snodo nella storia della criminalità organizzata in Sicilia. Nella
prima metà degli anni ‘60 la mafia siciliana non era un’organizzazione
così potente né da trovarsi nelle condizioni di mettere nel suo ordine
del giorno l’assassinio di un giornalista, né da potersi permettere il
lusso di eseguirlo con le dovute coperture. Sopraffatta dalla dura
reazione dello stato alla strage di Ciaculli, che era costata la vita a
sette militari, la mafia era arrivata forse al suo minimo storico dai
tempi della repressione esercitata da Cesare Mori.[9]
La Giulietta
di Ciaculli contro i Greco, nel 1963, fu il danno più grosso —
racconterà un importante collaboratore di giustizia, Nino Calderone. I
capi più importanti furono incarcerati e poi ci fu il processo di
Catanzaro. Il governo mandò la Commissione antimafia. Cosa nostra non è
più esistita nel palermitano dopo il 1963. Era KO. La mafia fu sul
punto di sciogliersi e sembrò andare allo sbando. Basta pensare che il
capo della commissione provinciale di Palermo, Totò Greco
“Cicchiteddu“, abbandonò la sua carica ed emigrò in Venezuela.[10]
Sarebbero
state due sentenze di generale assoluzione di oltre centocinquanta
importanti mafiosi, al termine di due processi celebrati a Catanzaro e
a Bari per legittima suspicione, a ridare vitalità alle cosche mafiose.
Capi e gregari rifluirono in Sicilia e ripresero ruolo e soprattutto
prestigio.[11]
Trascurando il caso di Mauro Rostagno — su cui le
indagini sono ancora aperte e che costituisce indubbiamente un caso a
se stante —,[14] altri cinque giornalisti perdono la vita in Sicilia
nel ventennio compreso tra il ’72 e il ’93 per cause connesse alla loro
professione.
L’ibleo Giovanni Spampinato, corrispondente de «L’Ora»
e de «l’Unità», viene assassinato a Ragusa nel ’72. Spampinato però non
è vittima della mafia. Ansioso di smascherare presunti complotti
neofascisti nella sua terra di origine, e di dimostrare che la Sicilia
dei primi anni settanta è una sorta di laboratorio della strategia
della tensione, Spampinato commette l’errore di accanirsi contro il
figlio di un magistrato, Roberto C., sospettandolo coinvolto
nell’uccisione di un losco faccendiere. Il giovane C., fatto segno di
una rude campagna accusatoria orchestrata dalla stampa di sinistra,
dopo aver tentato una difficile ricomposizione con lo Spampinato, lo
ferisce mortalmente dopo avergli dato un abboccamento a cui si reca
armato di due pistole ben oliate. Dopo essersi costituito e
riconosciuto colpevole, C. sconta quindici anni di manicomio
giudiziario.[15]
Il primo a morire inequivocabilmente a causa della
sua attività giornalistica — e della dirompente irrisione di cui fa
segno i mafiosi — è Peppino Impastato, ucciso nella sua Cinisi l’8
maggio 1978, che propriamente parlando giornalista non è. Un anno di
trasmissioni radiofoniche dai microfoni della radio libera da lui
voluta e animata, Radio Aut, gli costano la vita. Decidono di
eliminarlo quando Impastato si candida, con ottime probabilità di
successo, alla carica di consigliere comunale. L’iniziale depistaggio,
unitamente alla negligenza delle primi indagini, fa sì che il caso
rimanga senza colpevoli per oltre venti anni.[16]
Mario Francese —
coetaneo di De Mauro, era nato a Pachino nel 1925 —, viene assassinato
a Palermo il 27 gennaio del ‘79. Il suo percorso professionale non è
molto diverso da quello del cronista de «L’Ora», anche se i suoi
referenti politici sono diversi. Cronista di nera e giudiziaria per «La
Sicilia» negli anni cinquanta, dal ‘57 all’ufficio stampa
dell’assessorato regionale ai Lavori pubblici e infine in pianta
stabile a «Il Giornale di Sicilia». Non c’è da stupirsi se i due si
trovano a seguire gli stessi grandi fatti della cronaca siciliana: il
caso Tandoj, il sacco edilizio di Palermo, il terremoto del Belice, il
processo contro Luciano Liggio e il suo clan, la strage di viale Lazio.
Francese
ha intuito che la nuova guerra di mafia scoppiata verso la fine degli
anni ’70 ha il suo epicentro nei lavori della diga Garcia, un’enorme
invaso da costruire nel Belice per la cui realizzazione sono stati
stanziati diversi miliardi. La diga, contro la cui realizzazione anni
prima si è battuto Danilo Dolci, verrà edificata nei latifondi di
proprietà dei Salvo — i due noti cugini di Salemi che si sono
enormemente arricchiti gestendo la riscossione delle imposte per conto
della regione Sicilia —, accrescendone enormemente il valore.
A
costare la vita a Francese è la pubblicazione di un rapporto dei
carabinieri firmato dal colonnello Giuseppe Russo che svela gli
interessi di Totò Riina nella diga Garcia. Russo, una figura su cui
torneremo diffusamente, era stato ucciso nell’agosto del ’77 su ordine
del cognato di Riina, Leoluca Bagarella.
Giuseppe Fava, nato nel
1925 a Palazzolo Acreide, viene assassinato a Catania il 5 gennaio del
1984. Fondatore e direttore de «I Siciliani», Fava è una bella figura
di intellettuale siciliano, i cui interessi spaziano dal giornalismo al
teatro alla narrativa. Abilissimo e coraggioso decifratore degli
intrecci tra criminalità e politica a Catania, la sua morte conferma la
precisione e la validità delle sue denunce.
Beppe Alfano,
corrispondente de «La Sicilia» da Catania, viene assassinato nella
città in cui è nato e lavora, Barcellona Pozzo di Gotto, nel gennaio
del ‘93. Negli ultimi tempi è stato protagonista di una campagna stampa
contro una sedicente associazione per la tutela dei disabili dietro cui
si nasconde un grosso centro di potere paramafioso. Quando si avviano i
primi provvedimenti giudiziari, Pippo Gullotti, potente capomafia
locale, ordina l’uccisione del pubblicista. Pochi mesi dopo verrà
ucciso anche Antonio Mazza, editore di Telenews, l’emittente da cui
Alfano ha denunciato i misfatti della sua città.
Ma a fronte di
questo quadro così denso e variegato, la scomparsa di De Mauro
rappresenta indiscutibilmente un unicum. Intanto nessuno dei suoi
sfortunati colleghi sarà vittima di “lupara bianca“. Ma soprattutto di
nessuno la fine risulterà tanto a lungo ignota e indecifrabile quanto
quella del cronista de «L’Ora». Anzi, nel caso di Alfano si arriverà
anche ad una rapida soluzione giudiziaria.[17]
È pure vero, come
ricorda a qualche giorno dalla scomparsa un anonimo redattore
dell’«Ora», che nel decennio precedente solo a Palermo sono scomparse
trentina di persone. Ma è un richiamo incauto, o quantomeno sibillino.
Sono infatti tutti o quasi delinquenti di piccola tacca, affiliati di
basso rango di cosche mafiose, “spicciafaccende“: vittime di una guerra
tra bande che ha avuto il suo apice nella prima metà degli anni
sessanta, ma che di fatto non si è mai interrotta del tutto.[18]
D’altronde, parlando dell’ondata di scomparse del 1960 — diciassette
persone in un anno —, De Mauro stesso scriveva che la “lupara bianca“
«non si rivolge contro innocenti ed estranei, colpisce solo entro un
ben determinato giro, ma non per questo è meno perniciosa, barbara o
inaccettabile. È la morte bianca che non lascia traccia, che non dà
lavoro, o almeno non subito, a magistrati, medici legali, periti
settori: la gente scompare così, da un giorno all’altro, non se ne sa
più nulla».[19]
A distanza di oltre trent’anni, è forse tempo di
aggiungere altri quesiti a quelli basilari “chi ha fatto sparire De
Mauro e perché?“. Ad esempio viene naturale chiedersi come accadde che
in una città relativamente piccola come Palermo, un uomo inerme venisse
prelevato sotto casa intorno all’ora di cena e sparisse nel nulla. A
maggior ragione in una città che all’epoca era dominata da un numero
ristretto di famiglie mafiose che si erano divise con la precisione del
cartografo il territorio urbano e lo controllavano con potere pieno e
incontrastato. Non era forse invalsa la regola non scritta che
qualsiasi cosa accadesse nel territorio di una famiglia dovesse essere
decisa dal capofamiglia o godere del suo esplicito beneplacito? E la
violazione, non infrequente, di questa regola non era stata spesso
causa di feroci scontri tra famiglie mafiose? E allora perché né dagli
investigatori né dalla stampa venne mai posta la domanda se don Stefano
Bontade, sotto il cui controllo cadeva allora il quartiere in cui
abitava De Mauro, fosse o meno responsabile della scomparsa del
cronista? Stante alla regola della divisione territoriale, codificata
da Buscetta nel corso delle sue rivelazioni, ma già allora ampiamente
nota, non era forse assiomatico che la scomparsa fosse o farina del
sacco di Bontade, oppure un delitto commesso da altri nella sua
“giurisdizione“ per fargli uno sgarbo? O ancora, immaginando che la
scomparsa di De Mauro fosse decisa non solo da un capomafia, ma dai
vertici di diverse famiglie mafiose cointeressante — all’epoca non era
ancora nota l’esistenza di una Commissione rappresentativa delle varie
famiglie siciliane —, perché non emersero mai i nomi dei capimafia più
in vista quali autori “necessari“ della fine di De Mauro?[20]
Si
risponderà che i sospetti c’erano, ma non potevano trasformarsi in
solide imputazioni per la mancanza di prove concrete e di riscontri.
Che in assenza di qualcuno che avesse assistito al rapimento (se non
all’assassinio e all’occultamento del cadavere, pratiche che
diversamente dal prelevamento non erano certo accadute in pubblico), o
di almeno un membro del commando che ammettesse le proprie e le altrui
responsabilità, magistrati e inquirenti avevano le mani legate.
Per
poter dare una risposta esauriente a questa domanda si dovrebbe poter
accedere senza restrizioni non solo agli atti del procedimento penale
aperto alla scomparsa del giornalista, ma anche ai documenti della
questura di Palermo, della legione siciliana dei Carabinieri, e infine
degli uffici delegati agli affari riservati del ministero degli interni
che hanno senza alcun dubbio collocato un loro osservatore sulla scena
delle indagini. Non è da escludere che anche gli archivi dei servizi
informativi di allora potrebbero rivelare interessanti sorprese sulle
indagini e la modalità con cui vennero condotte. Nell’impossibilità,
lamentata anche da studiosi del settore come Palidda, di accedere alla
totalità di queste fonti privilegiate, che saranno consultate soltanto
dagli studiosi della prossima generazione, non possiamo che muoverci
sulla scorta di deduzioni e ipotesi.[21]
Anche partendo dalla
particolarissima situazione siciliana dell’epoca, i motivi per cui un
caso di questo genere non sia stato risolto nell’arco di pochi giorni o
settimane non sono molti: una generalizzata inattitudine degli organi
inquirenti, un’eventuale complicità parziale o totale degli stessi con
gli autori del sequestro, cioè con Cosa nostra, o ancora l’intervento
di una fattiva e calibrata attività di depistaggio. Né è da escludere,
almeno a priori, una miscela di questi ingredienti in proporzioni
variabili.
Che le totalità di coloro che indagarono sulla scomparsa
del giornalista fossero incapaci ed inefficienti, lo si può escludere
con certezza. Protagonisti di quei giorni furono gli uomini più
coraggiosi e competenti che si siano mai distinti nella lotta contro la
mafia.
Peraltro, che neanche in seguito il caso De Mauro sia stato
affrontato dagli ambienti giudiziari palermitani con la dovuta energia,
è ammissione di uno dei suoi protagonisti, Giuseppe Ayala.[23]
Apparentemente
neanche la questura sembra svettare per efficienza: «“Facciamo un
passo, poi stiamo fermi, poi ancora un passo, poi ancora mezzo passo“.
Non è un maestro di danza che parla — scrisse con amarezza Giuliana
Saladino —, è il capo della mobile Mendolia che fa il punto sulle
indagini De Mauro.»[24] Quanto al vicecapo della polizia, giunto
appositamente a Palermo su ordine del ministro degli interni, esclude
solo il ricatto a scopo di lucro perché, spiega, De Mauro non è ricco.
Non riesce però a trattenersi dal rendere partecipi i giornalisti di
una sua ipotesi: forse a rapirlo è stato un pretendente della figlia
Franca, per impedirne l’ormai prossimo matrimonio.
In realtà, come
avremo modo di vedere, la débacle delle indagini non ha avuto niente a
che vedere con i meriti o demeriti degli inquirenti. Anzi, alcuni di
essi andarono molto vicini alla soluzione del caso e forse anche
all’individuazione dei responsabili. Gravi, insormontabili
interferenze, ostacoli, contrordini furono infatti frapposti tra gli
investigatori e la verità. Il delicato meccanismo investigativo fu
deliberatamente interrotto e non riprese mai più.
A rendere ancora
più complesso il quadro, e in ultima analisi meno incisiva la denuncia
dei responsabili del sequestro, è stata poi la figura stessa dello
scomparso. Ufficialmente De Mauro è fin dai primi momenti successivi
alla sparizione una vittima della mafia. Un giornalista coraggioso che
ha pagato con la vita il suo impegno decennale di denuncia dello
strapotere criminale. Negli anni l’immagine di abile professionista,
tenace inseguitore della verità, cronista di fiuto, si consoliderà, in
uno sperpero di aggettivi elogiativi che noi italiani siamo soliti non
lesinare ai defunti. Ma questo non è che l’aspetto superficiale, il
palcoscenico esteriore su cui vengono abitualmente rappresentati i
drammi veri.
Il peso del passato personale di De Mauro,
quell’adesione alla repubblica sociale (quasi fosse una colpa di per
sé) di cui non ha mai fatto ufficialmente abiura e da cui non si è
emendato; la sensazione in molti, vicini e meno vicini, che non si sia
mai distaccato effettivamente da quell’ambiente e da quei valori, e che
la sua adesione alla sinistra sia rimasta opportunistica, o peggio, che
fosse privo di valori e abile ricattatore; e ancora, una certa fama di
ambiguità che circondano la persona e il suo modus operandi, fanno del
giornalista scomparso un individuo enigmatico e sfuggente. Tutti
ovviamente ne chiedono a viva voce il ritorno alla famiglia e al
giornale, ma sono pochi, oltre i famigliari, a farlo per intima
convinzione. Non mancano quelli che pensano che De Mauro se la sia
cercata, data l’abile spregiudicatezza con cui si è mosso in una sorta
di zona grigia, a cavallo tra la legalità e la cinica connivenza con
poteri occulti (siano centri istituzionali del potere, la mafia, la
destra eversiva, o i servizi). Fu frutto di questo clima la sciocca
leggenda di un De Mauro che artatamente simula il proprio sequestro e
trova rifugio in America Latina per sottrarsi a qualche situazione
pericolosa in cui è andato a ficcarsi. D’altronde qualcosa di simile
non l’avrebbe fatta alcuni anni dopo un intimo amico di De Mauro, quel
Graziano Verzotto importante esponente della DC siciliana coinvolto
molto da vicino, come vedremo, nella scomparsa del cronista e fuggito a
Beirut?
All’enigma della tragica fine, si aggiunge così, con il
passare degli anni, il dubbio sulla vera natura della scomparso. Un
dubbio che ha ben condensato lo scrittore Fulvio Abbate domandandosi se
il monumento palermitano dello scultore Mario Pecoraino in omaggio alle
vittime della mafia contempli anche il caso De Mauro o se «per il
giornalista de «L’Ora» [manchi] ancora il nullaosta definitivo.»[25]
L’origine
di questa storia, che ha fine ed inizio in una lontana serata di
settembre a Palermo, ci riporta a tempi ancora più distanti e in luoghi
diversi. È una storia iniziata quasi trent’anni prima, nella Roma
occupata dai nazisti, dove un giovane foggiano comincia a fare i primi
passi nella vita adulta.

*-*-*-*-*

[1] G. Saladino, De Mauro, una cronaca palermitana, Feltrinelli, Milano 1972, p. 107.
[2]
F. Abbate, Il rosa e il nero. Palermo trent’anni dopo Mauro De Mauro,
Editrice Zona, Genova 2001, p. 18. Il riferimento è alla strage detta
appunto di viale Lazio, del 10 dicembre 1969, su cui avremo modo di
soffermarci più avanti.
[3] C. Mariotti, Storia di un cronista, in
«L’Espresso», 29 settembre 1970, p. 10. Il siciliano Franco Restivo,
già professore di diritto, buon amico di De Mauro, era allora ministro
degli interni.
[4] S. Lupo, Storia della mafia, Donzelli, Roma 1996, p. 218.
[5]
N. Tranfaglia, Mafia, politica e affari 1943-1991, Laterza, Roma-Bari
1992, p. 49. Candido Ciuni, albergatore e mafioso, già vittima di un
accoltellamento, era stato finito in ospedale da un commando di finti
medici.
[6] L. Jannuzzi, Ma cadrà sul caso De Mauro, in «L’Espresso», 15 novembre 1970.
[7] M. Pendinelli, L’Angeleddu ora tace, in «Il Mondo», 3 ottobre 1970.
[8] G. Fava, Mafia. Da Giuliano a dalla Chiesa, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 92.
[9]
Di avviso diverso è Luciano Mirone che pone il nome di Cosimo Cristina,
trovato cadavere in una galleria ferroviaria il 5 maggio ’60, in testa
all’elenco di giornalisti assassinati dalla mafia. Cfr. L. Mirone, Gli
insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla Mafia e sepolti
dall’Indifferenza, Castelvecchi, Roma, 1999. Cosimo Cristina (Termini
Imerese, 1935) si era conquistata una collaborazione con «L’Ora», e non
era giornalista professionista. Poco prima di morire Cristina pubblicò
in proprio, su un periodico autoprodotto dal titolo un po’ pomposo di
«Prospettive Siciliane», la sua ipotetica ricostruzione di un delitto
della mafia termitana. Non fece nomi, ma le persone chiamate in causa
si identificarono facilmente. Fu questo a spingere il vicequestore
Angelo Mangano, che diventerà celebre per l’arresto di Luciano Liggio,
ad includere il “suicidio“ del giovane cronista, tra i misteri delle
Madonie, su cui fu chiamato ad indagare nella seconda metà degli anni
sessanta. La convinzione di Mangano che non di suicidio, ma di omicidio
si doveva parlare, portò nel ‘66 all’esumazione del corpo per un nuovo
esame autoptico. Le conclusioni peritali confermarono però le
conclusioni del medico legale che aveva esaminato sei anni prima il
cadavere del Cristina. De Mauro stesso si era convinto che Cristina,
posto di fronte a cose più grandi di lui e punito con un’ammenda
giudiziaria troppo pesante per le sue risorse economiche, si fosse
suicidato. Nel termitano, avrebbe scritto «la buona fede e l’entusiasmo
erano pari alla giovinezza e all’inesperienza.» Cfr. M. De Mauro,
Troppi interrogativi senza risposta, in «L’Ora», 10-11 marzo 1962, p. 3.
[10] P. Arlacchi, Gli uomini del disonore, Mondadori, Milano 1992, p. 72.
[11]
Salvo alcune eccezioni, il 22 dicembre 1968 la corte di assise di
Catanzaro assolse per insufficienza di prove la maggior parte dei 113
mafiosi rinviati a giudizio, o comminò miti condanne per associazione a
delinquere (il delitto di associazione di stampo mafioso non era stato
ancora introdotto). Non diversamente andarono le cose a Bari, dove era
stata messa sotto processo, con Luciano Liggio, la mafia di Corleone.
L’11 giugno del ‘69 la maggior parte degli imputati venne assolta per
non aver commesso il fatto. In entrambe i casi anche gli imputati
condannati riguadagnarono la libertà per decorrenza dei termini della
custodia cautelare, e poterono così darsi agevolmente alla latitanza.
[12] Lupo, op. cit., p. 104.
[13] R. De Sanctis, Delitto al potere, Samonà e Savelli, Roma 1972, p. 136.
[14]
Sulla morte di Rostagno cfr. A. Bolzoni, Rostagno: un delitto tra
amici, Mondadori, Milano 1997 e per una rassegna stampa estremamente
ampia, L'omicidio Rostagno e i misteri di Lotta continua, Biblioteca e
Centro documentazione Mafia connection, Gropello Cairoli 1996.
[15] Sulle inchieste di Spampinato cfr. M. Genco, C’è una trama nera nel delitto di Siracusa, in «L’Ora», 3 novembre 1972.
[16]
Cfr. Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio. La relazione della
Commissione parlamentare antimafia, Editori Riuniti, Roma 2001. Sulla
vita e l’opera di Peppino Impastato si veda S. Vitale, Nel cuore dei
coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino,
Soveria Mannelli 1995.
[17] Il caso forse più simile è quello di
Ilaria Alpi, uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme all’operatore
di ripresa Miran Hrovatin. Pesanti interessamenti a che la verità non
emerga rendono a tutt’oggi ignoti i reali mandanti. Cfr. L’esecuzione:
inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi, Kaos, Milano 1999.
[18] G. Sottile, Sparire a Palermo, in «L’Ora», 29 settembre 1970, p. 9.
[19] M. De Mauro, I mafiosi hanno le ali, in «L’Ora», 13-14 maggio 1961.
[20]
Un mandato di cattura contro Stefano Bontade, indicato in epoca recente
da numerosi pentiti quale principale mandante del sequestro di De
Mauro, venne effettivamente spiccato dall’allora sostituto procuratore
di Milano Aldo Rizzo nel luglio del 1971, ed eseguito a Giugliano, nel
napoletano, dove il giovane boss si trovava per accudire il padre, il
celebre capomafia don Paolino “Bontà“. Bontade era però imputato di
altri reati. De Mauro si era occupato dei Bontade e di Rimi già nel
’62: cfr. Paolino Bontade, Vincenzo Rimi e altri 32 boss ricercati, in
«L’Ora», 17-18 dicembre 1962.
[21] Sull’inaccessibilità delle fonti
relative ai corpi preposti alla pubblica sicurezza e i problemi che ne
conseguono per la ricerca storica, cfr. S. Palidda, Polizia
postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli,
Milano 2000.
[22] O. Barrese, I complici. Gli anni dell’antimafia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1988, p. 253.
[23]
Cfr. G. Ayala (con F. Cavallaro), La guerra dei giusti: i giudici, la
mafia, la politica, Mondadori, Milano 1993, pp. 217-218.
[24] Saladino, op. cit., p. 49.
[25] Abbate, op. cit., p. 37
*-*-*-*-*

Bibliografia

Cronologia | L'appello di Elda De Mauro per la liberazione del
marito | l'iter giudiziario di Nino Buttafuoco | la morte di Candido
Ciuni | De Mauro e la destra palermitana secondo la figlia Junia | le
indagini secondo Boris Giuliano | l'intervista al fratello Tullio De
Mauro (L'Ora, 22 ottobre 1970) | morte della madre di De Mauro | Nando
Dalla Chiesa sull'inchiesta condotta dal padre Carlo Alberto | la pista
delle esattorie dei Salvo | le rivelazioni di Junia De Mauro |

De Mauro e la RSI
Vezzalini a Novara [un saggio di Roberto Leggero sul capo della provincia di Novara durante la RSI]

De Mauro e Graziano Verzotto
| intervista a Graziano Verzotto
apparsa su “La Stampa“ nel gennaio del 2001 | il petrolchimico di Gela
| Graziano Verzotto e il Monte de'Paschi di Siena (da “Il Diario“) |

De Mauro e la misteriosa morte di Ezio Calaciura
Calaciura [da Misterid'Italia]

De Mauro e la mafia
Deposizione di Antonino Calderone alla
commissione antimafia | cronologia della mafia (a cura di S.
Provvisionato) | bibliografia sulla mafia |

La misteriosa scomparsa di Mauro De Mauro
Un giornalista che indagava

Nel 1970, otto anni dopo la scomparsa del presidente dell'ENI, il
“caso Mattei“ torna alla ribalta, grazie ad un libro molto discusso
scritto da Bellini e Previdi. Il primo è un curioso
personaggio, un ex comunista passato nelle fila del gruppo di destra
“Pace libertà“, consulente di piccoli azionisti della Montedison.
Pubblicato a spese dei due autori, che non erano riusciti a trovare
alcun editore, il libro, nel sostenere la tesi del sabotaggio
dell'aereo da parte degli estremisti anti-algerini dell'OAS e della
CIA, contiene alcune notizie inedite.
La più importante racconta che
il pilota Irnerio Bertuzzi, in attesa di partire da Catania con a bordo
Mattei e il giornalista americano, non si era mai mosso dalla zona in
cui era parcheggiato il velivolo, in contrasto con quanto affermato
dalla commissione d'inchiesta, secondo la quale invece il pilota aveva
pranzato nel ristorante dell'aeroporto.
I due autori affermano che
il pilota venne allontanato dall'aereo con una telefonata. In questo
frangente al “Morane Saulnier“ si erano avvicinati tre individui, due
in tuta da meccanico e il terzo in divisa da ufficiale dei carabinieri.
Più tardi una persona che aveva assistito alla scena aveva avvisato la
polizia che, nel fermare i tre uomini, aveva identificato l'ufficiale
come il capitano Grillo. I tre avevano così potuto allontanarsi
indisturbati.
Il bello - lo confermeranno i dirigenti della squadra
mobile di Palermo - è che un ufficiale dei carabinieri di nome Glauco
Grillo esisteva davvero: era un tenente di stanza a Monopoli, in
provincia di Bari, in procinto di essere promosso capitano, che però
non aveva mai messo piede in Sicilia.


IL FILM DI FRANCESCO ROSI

Chi, in quel lontano giorno dei 27 ottobre 1962, l'ultima giornata
di vita di Mattei, aveva usato quel nome conosceva questi particolari.
Il
libro di Bellini e Previdi ebbe comunque un merito: quello di attirare
l'attenzione di un famoso regista come Francesco Rosi, che decise di
fare un film politico sulla scomparsa di Mattei.
Per avere l'esatta
e minuziosa ricostruzione degli ultimi due giorni di vita di Mattei in
Sicilia, Rosi alla fine di luglio dei 1970 dette l'incarico a Mauro De
Mauro, un giornalista dei quotidiano di Palermo “L'Ora“, che aveva già
collaborato alla realizzazione del film, dello stesso Rosi, “Salvatore
Giuliano“.
Quello delle ultime ore di Mattei era (e resta) infatti
un buco nero nella approssimativa inchiesta che fino a quel momento era
stata condotta dalla magistratura sulla sua scomparsa.
De Mauro,
ricevuto l'incarico da Rosi, si mette al lavoro di buona lena;
d'altronde otto anni prima, appena appresa la notizia della morte di
Mattei, il giornalista si era precipitato a Gagliano, il piccolo paese
in provincia di Enna, dove il presidente dell'ENI aveva trascorso la
sua ultima mattinata.
Per Rosi e De Mauro il primo punto da chiarire
è perché Mattei era tornato in Sicilia, dopo esserci stato appena una
settimana prima?
Il motivo ufficiale era dipeso dal fatto che vicino
a Gagliano, tempo prima, era stata scoperta una vena di metano. Mattei
vi era tornato per tranquillizzare la popolazione. Si era infatti
sparsa la voce che quella insperata ricchezza, trovata nel sottosuolo
di una delle zone più povere d'Italia, non sarebbe stata sfruttata a
vantaggio anche degli abitanti di Gagliano.
Nel suo discorso alla
gente del paese, invece, Mattei aveva dato assicurazione che proprio lì
l'ENI avrebbe costruito una raffineria capace di dar lavoro a oltre 400
persone.
Il giorno successivo alla morte di Mattei, quindi, De Mauro
era già stato a Gagliano. Visto che il servizio per “L'Ora“ doveva
scriverlo un collega, De Mauro aveva raccolto notizie per due testate a
cui collaborava da tempo, guarda caso due testate di proprietà
dell'ENI, il quotidiano “Il Giorno“ e l'“Agi“, un’agenzia di stampa.

UN INTERO BLOC NOTES DI APPUNTI

Il giornalista, in quell'occasione, aveva riempito un intero
bloc-notes di appunti, in pratica la trascrizione sintetica di un
nastro che un cittadino di Gagliano aveva registrato quella mattinata.
Un nastro che De Mauro si era fatto consegnare e che conteneva il
discorso dei presidente dell'ENI e quelli degli oratori che lo avevano
preceduto. Nel suo blocco per appunti il giornalista aveva aggiunto un
particolare, lì per lì del tutto insignificante: “Primo tempo arrivo
ore 15, poi ultimo momento anticipato ore 10 perché notizia Tremelloni“.
Tremelloni
è il ministro dei Tesoro in carica che Mattei avrebbe dovuto incontrare
il 28 ottobre, il giorno seguente alla sua morte.
La manifestazione
di Gagliano è stata invece anticipata dalle 15 alle 10, perché durante
la notte, mentre dormiva in una stanza dei Motel AGIP di Gela, Mattei
era stato raggiunto da una misteriosa telefonata che lo invitava a far
rientro a Milano con urgenza, entro le 20. Dovendo decollare da Catania
verso le 17, per essere a Milano in tempo, il presidente non aveva
avuto altra possibilità che anticipare di qualche ora l'incontro con la
gente di Gagliano.
E’ molto probabile che, proprio riascoltando quel
nastro otto anni dopo, Mauro De Mauro dia più importanza a questo
particolare. Che è un particolare decisivo.
Mattei aveva infatti
l'abitudine, per motivi di sicurezza, di non comunicare mai a nessuno
gli orari dei suoi spostamenti, se non al suo pilota.
Quella strana
telefonata notturna, che non si è mai saputo da chi fosse partita,
aveva per forze di cose svelato l’ora della partenza di Mattei
dall'aeroporto di Catania. Nessuno avrebbe potuto organizzare un
sabotaggio senza sapere con certezza quando l'aereo dell'ENI sarebbe
decollato.
Nell'indagare per conto di Rosi su gli ultimi giorni di
Mattei, De Mauro riempie un altro blocco di appunti. Sono i resoconti,
stringati ed essenziali, degli incontri che ha con alcuni personaggi
all’epoca molto influenti in Sicilia, tra cui Graziano Verzotto, al
momento della morte di Mattei segretario della DC siciliana e stretto
collaboratore dell'ENI, che diverrà in seguito presidente dell’EMS,
L’Ente minerario siciliano, e Vito Guarrasi, un avvocato, tra gli
uomini più potenti dell'intera regione.
De Mauro raccoglie anche le
testimonianze di due deputati: il comunista Pompeo Colajanni e lo
psiuppino Michele Russo. Rientrato a Palermo per preparare la
documentazione per il film, il giornalista basa quindi il suo lavoro su
tre tipi di materiale: il nastro registrato, gli appunti tratti
dall'ascolto di quel nastro, che riguardano entrambi l'ultimo giorno di
vita di Mattei, e un blocco di altre annotazioni in cui ha riportato i
colloqui avuti con i personaggi sopra menzionati durante il mese di
agosto del 1970.

DE MAURO SCOMPARE NEL NULLA

Ai primi di settembre De Mauro trascorre molte ore in casa e,
secondo la moglie Elda, non fa che riascoltare ossessivamente quel
nastro, bloccando e facendo ripartire il registratore su alcune frasi
precise.
In quel nastro, a distanza di otto anni, il giornalista ha
forse scoperto un particolare che getta nuova luce sulla fine di Mattei?
Mercoledi 16 settembre 1970 sono appena passate le 21, quando Mauro De Mauro scompare nel nulla.
Sta
per rientrare nella sua abitazione di via delle Magnolie a Palermo,
quando viene visto da una delle figlie: tre uomini salgono sulla sua
Bmw che si allontana.
Del giornalista non si avrà mai più alcuna notizia.
Le ricerche di polizia e carabinieri partono, come sempre, in tutte le direzioni.
In
uno scomparto interno della vettura di De Mauro, ritrovata a poche
centinaia di metri da casa sua, viene recuperato un bigliettino di
appunti scritto di suo pugno su una speculazione edilizia. Sono
naturalmente le inchieste e i servizi di cui potrebbe essersi occupato
che attraggono l'attenzione degli investigatori.
Intanto, nel
tentativo di trovare la pista giusta che porti al suoi rapitori, si
ricostruisce, a tratti in modo impietoso, la personalità e la vita di
Mauro De Mauro.

CHI E’ MAURO DE MAURO?

49 anni, originario di Foggia, trasferitosi a Palermo nel,
dopoguerra, De Mauro comincia a collaborare prima al “Tempo di Sicilia“
e poi al “Mattino di Sicilia“.
Per lui, che è stato nella Decima Mas
di Junio Valerio Borghese e che dopo l'armistizio ha aderito alla
Repubblica di Salò, lavorando anche all'ufficio stampa e propaganda del
piccolo Stato di Mussolini, non è facile ricostruirsi una vita a
Palermo.
Di certo De Mauro ha rotto con il suo passato , anche se
gli rimane qualche nostalgia che gli fa chiamare le figlie Junia e
Valeria, come il suo vecchio comandante Borghese.
Cronista di ottimo
livello, dopo aver fatto la gavetta per anni senza un contratto, sul
finire degli anni Cinquanta De Mauro viene assunto dal quotidiano di
sinistra “L'Ora“, dove si specializza nelle inchieste più scottanti sui
fatti di mafia.
Ma prima di scomparire il giornalista sta
attraversando un momento professionalmente difficile. Da un paio d'anni
non si occupa più di mafia. Ha cercato di trasferirsi a Roma, a “Paese
Sera“, ma senza riuscirci.
Da poco ha anche perduto la
collaborazione con “Il Giorno“. Inoltre “L'Ora“ aveva deciso di
mandarlo prima a Messina, per organizzare la redazione locale dei
giornale, e poi lo aveva trasferito come capo-servizio alle pagine
sportive, argomento che De Mauro detestava apertamente.
Forse è
anche per questo che nei giorni precedenti la sua fine il giornalista a
più di una persona dice di aver per le mani “qualcosa di grosso“ che lo
rilancerà.

“FARO’ TREMARE L’ITALIA“

Quel “qualcosa“ riguarda le sue indagini sugli ultimi due di vita di
Enrico Mattei. Lo riferisce all'editore e libraio Fausto Fiaccovio, lo
confida a un'amica architetto, ne accenna alla figlia Junia, ne parla
con il collega dell'ANSA Lucio Galluzzo a cui dice che si sta occupando
“di un soggetto per un film di Rosi“. E poi aggiunge: “E’ una cosa
grossa, molto grossa. Roba da far tremare l'Italia“.
Le piste sulla scomparsa di De Mauro che carabinieri e polizia seguono sono assolutamente divergenti.
E’
singolare che delle indagini si interessino tre investigatori di primo
piano che verranno tutti uccisi tra il 1979 e il 1982: il capitano dei
carabinieri Giuseppe Russo, il commissario della mobile Boris Giuliano
e il comandante della legione dell'Arma Carlo Alberto dalla Chiesa.
Secondo
i carabinieri, il giornalista nel suo lavoro sarebbe incappato in un
grosso traffico di droga e per questo sarebbe stato eliminato dalla
mafia. Ed è questa l'ipotesi sostenuta di recente anche dal pentito
Gaspare Mutolo, il quale ha riferito ai magistrati che De Mauro venne
strangolato da killer di Stefano Bontate, il capo della “mafia
perdente“, ucciso dai Corleonesi di Totò Riina nel corso della “guerra
di mafia“ esplosa agli inizi degli anni Ottanta.
La polizia punta invece, anche se con molta prudenza, sulla “pista Mattei“.
Ci
sono infatti tre sparizioni tra il materiale che il giornalista
conservava per il suo lavoro che appaiono allarmanti: nel cassetto
della sua scrivania in redazione, che appare forzato, non si trovano
più il nastro magnetico con la registrazione della manifestazione di
Gagliano cui Mattei partecipò, mentre dal bloc-notes con gli appunti
sono state strappate due pagine e mancano anche altri fogli di appunti
più recenti, quelli che riguardano gli incontri avuti nella
preparazione dei lavoro per Rosi.
C'è un sospetto forte, un'ipotesi
che non sarà mai approfondita. In quel nastro e in quei fogli di
appunti spariti potrebbe esserci la soluzione di due gialli: la morte
di Mattei e la stessa scomparsa di De Mauro.
E’ probabile che nella
sua inchiesta sulle ultime ore del presidente dell'ENI, De Mauro abbia
colto una sfumatura, un quid sfuggito a tutti, qualcosa che poteva dare
sostanza all'idea dei sabotaggio subito dal “Morane Saulnier“, qualcosa
che poteva far capire chi aveva interesse a che De Mauro non parlasse o
scrivesse mai più.

UNO STRANO PERSONAGGIO

Nelle ore immediatamente successive alla sua scomparsa c'è uno
strano personaggio che si interessa della sorte dei giornalista e che
finirà anche in manette, prima di essere scagionato. E’ il cavalier
Nino Buttafuoco, un commercialista molto conosciuto a Palermo.
Buttafuoco
fa visita alla moglie e alle figlie del giornalista, che sono in
compagnia di Tullio De Mauro, noto filologo, fratello di Mauro. Il
comportamento del cavaliere è circospetto, fa credere di avere notizie
sulla scomparsa dei loro congiunto, ma in realtà è come se si volesse
accertare che il giornalista non abbia lasciato documenti delicati,
compromettenti.
Qualche giorno dopo lo stesso Buttafuoco dirà ai
familiari di De Mauro: “Mauro ritorna al 98 per cento. C’è solo un due
per cento di incertezza: ENI“.
Chi ha fatto sparire Mauro De Mauro ?
La mafia per le inchieste che ormai da due anni il giornalista non seguiva più?
Oppure
agenti di poteri occulti internazionali, magari grazie alla manodopera
della mafia, l'interessamento dimostrato dal giornalista sulla morte di
Enrico Mattei?
Forse non lo sapremo mai.
Ma c'è un particolare su
cui nessuno ha mai indagato e che costituisce una delle tante
coincidenze di cui è infarcita la storia dei misteri d'Italia: i
responsabili del servizio d'ordine nei giorni della visita di Mattei in
Sicilia erano il questore di Enna Ferdinando Li Donni e il vicequestore
Antonio Savoia, commissario capo di Gela. Stranamente li ritroviamo
entrambi a Palermo, entrambi ad occuparsi della scomparsa del
giornalista dell'“Ora“.

UN CASO ANCORA APERTO

Il caso De Mauro, almeno formalmente, non è ancora chiuso.
Dopo
che il pubblico ministero di Palermo Giusto Sciacchitano aveva proposto
l'archiviazione dell'inchiesta, il giudice istruttore dello stesso
tribunale, Giacomo Conte, l'8 aprile 1991, ha chiesto alla Procura
della Repubblica un supplemento di indagine allo scopo di appurare “il
ruolo della mafia e i suoi collegamenti con i poteri occulti,
l'estremismo di destra, i servizi segreti e la massoneria“.
Cosa c'entra la massoneria nella scomparsa di De Mauro?
Secondo
il giudice palermitano, “ci sono elementi di prova che portano a
Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone quali autori del sequestro De
Mauro nell'ipotesi che il sequestro sia stato fatto da qualcuno per
bloccare l'inchiesta dei giornalista sulla fine di Mattei“.
Di
Cristina e Calderone, entrambi boss mafiosi di spicco, entrambi morti
ammazzati, avevano stretti rapporti con ambienti della massoneria
siciliana. E massone era pure il cavaliere Nino Buttafuoco.
Del
“caso De Mauro“ ha anche parlato il superpentito Tommaso Buscetta, che
al giudice Giovanni Falcone ha detto: “Della morte dei giornalista
Mauro De Mauro non so nulla. Non è faccenda di mafia. Quando ne parlavo
con i miei interlocutori, questi sembravano stupiti. Ho sentito dire in
giro che la sua scomparsa è legata alla morte di un noto politico
italiano, credo che si chiamasse Enrico Mattei“.
Il giudice Conte ha
anche stabilito un parallelo inquietante, proponendo di verificare
l'ipotesi di coinvolgimento della struttura clandestina Gladio - creata
dai servizi segreti italiani, in accordo con quelli americani,
all'inizio degli anni Cinquanta - nell'omicidio De Mauro.
E proprio
sulla presenza di Gladio in Sicilia - è bene ricordarlo - voleva
indagare proprio il giudice Giovanni Falcone. Ma, lo afferma lui stesso
nei suoi appunti, gli fu impedito.
Sul finire del 1995 spunta di
nuovo il nome del boss Giuseppe Calderone. A farlo è un “pentito“ della
mafia catanese, Domenico Farina, che si autoaccusa dell’omicidio di De
Mauro, ma si rifuta di fornire particolari sulla dinamica del delitto,
cosa che lo rende poco credibile agli occhi dei magistrati.
Accusato
di aver partecipato all’eccidio delle Fosse Ardeatine, Mauro De Mauro
nel 1948 viene assolto dalla Corte di Assise di Bologna. La motivazione
della sentenza (“per insufficienza di prove“) venne trasformata l’anno
dopo dalla Cassazione in quella “per non aver commesso il fatto“.

2 L’episodio è ricordato in R. De Sanctis, Delitto al Potere, Savelli, Roma 1972, p. 102.
(tratto, con aggiornamenti, da “Misteri d’Italia“, Laterza, 1993).
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(Documento inserito il 9 maggio 2005)