Ilaria Alpi

MEMORIA
GIORNALISTI NELLA STORIA. I NOSTRI MARTIRI

 

Uccisa a Mogadiscio.
Questa é una
delle poche certezze

 


ALPI e HROVATIN - Misteri italiani con esecutori somali

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi a Mogadiscio il 20
marzo del 1994. Questa é una delle poche certezze da cui sono partite
le indagini che, per otto anni, hanno dovuto affrontare un susseguirsi
di testimonianze ritrattate, incongruenze, depistaggi e innumerevoli
episodi tutti finalizzati al tenere lontano dalla verità la serie
d'inchieste sulla duplice esecuzione. Cercare di ricostruire questa
vicenda in modo chiaro e, soprattutto, obiettivo non é semplice. Le
dichiarazioni dei testimoni, il più delle volte erano e sono pilotate,
cambiano i punti di vista e gli interessi di coloro che, più o meno
spontaneamente, negli anni si sono fatti avanti. Tante incertezze
avvolgono la vicenda della giornalista e dell'operatore, che ai più, al
di là dei fatti manipolati o meno sembra siano stati vittime di una
vera e propria esecuzione avente evidentemente dei mandanti. Proviamo e
tentiamo di capire questa fosca vicenda.

Chi erano Ilaria Alpi e Miran Hrovatin?

Ilaria Alpi era una giornalista televisiva del TG3, aveva studiato
l'arabo ed era particolarmente indipendente nel suo lavoro, era entrata
in RAI arrivando prima al concorso di ammissione. Era in Somalia, a
Mogadiscio il 20 marzo del 1994, insieme all'operatore Miran Hrovatin.
Era arrivata a Mogadiscio il 12 Marzo per seguire le vicende del
contingente italiano Ibis, che faceva parte dell'operazione
internazionale Unisom, che in quei giorni stava lasciando Mogadiscio.
Ritornava da Bosaso, città portuale del Nord per seguire che cosa stava
succedendo in quelle province. Per caso a Bosaso, seppe che era stata
sequestrata la Faarax Oomar (Farah Omar), una nave regalata dalla
Cooperazione Italiana alla Somalia, e s'interessò a tre persone
italiane dell'equipaggio: il capitano, il capo macchine e il marinaio.
Facendo interviste all'equipaggio venne a sapere alcune cose su questa
nave. C'è un'evidenza dalle casette registrate, anche se con
interruzioni importanti, che Ilaria aveva fatto delle domande su cosa
trasportava questa nave. Ufficialmente quelle navi si occupavano di
pesca e di trasporto del pesce. Diversi marinai che avevano lavorato su
questa nave e sulle altre imbarcazioni donate dalla cooperazione
italiana hanno parlato del fatto che le navi spesso trasportavano armi.
Musa Boqor un ras locale (laureato in Legge a Padova), detto King Kong
intervistato da Ilaria, disse che dai marinai si era saputo che quelle
navi servivano per traffici illeciti da ricondurre alla sabaudia. Miran
era l'operatore televisivo che seguiva Ilaria, era un cameraman
triestino freelance.

L'esecuzione.

Ilaria e Miran, lasciano l'albergo e viaggiano in compagnia
dell'autista della Toyata Land Cruiser e di un uomo armato che funge da
guardia del corpo. Alla fine della strada del Hotel Amana è
parcheggiata una Land Rover di color verde con alcuni uomini che aprono
il fuoco verso la Toyota. Ilaria e Miran vengono colpiti mortalmente.
L'autista e la guardia del corpo non hanno neppure un graffio. Sembra
che, immediatamente accorrano dei soccorritori tra cui un noto italiano
di Mogadiscio: Giancarlo Marocchino, un italiano che vive in Somalia da
molti anni e che fu tra i primi a recarsi sul luogo dove avvenne
l'esecuzione dei due giornalisti, altri giornalisti, operatori tv e
alla fine anche qualche elemento delle truppe italiane dell'operazione
Ibis che stanno partendo dal porto vecchio.
La vettura attaccata ha un solo foro nel parabrezza, Ilaria e Miran sono le vittime.

Prime stridenti incongruenze!

Un colpo a bruciapelo, sostiene la perizia medica depositata.
Nel
marzo del '95 il colonnello Fulvio Vezzalini dichiarò che Ilaria e
Miran sarebbero stati uccisi da colpi di AK47 (Kalashnikov) esplosi da
lontano.
Delle due quale la verità? Sicuramente la perizia è
attendibile e compatibile con le scene viste sulla vettura e il luogo
dell'attentato.

Condannato

L'unico condannato della vicenda è il somalo Omar Hashi Hassan,
gabbato dai servizi segreti che l'hanno fatto venire in Italia per
testimoniare sulle torture inflitte dai militari italiani contro
cittadini somali, era stato invece arrestato come complice
nell’omicidio dei due italiani e, successivamente, accusato di stupro
da una donna somala, oggi residente in Italia. Probabilmente avrà anche
partecipato all'omicidio come sicario ma è alquanto improbabile che
abbia agito di sua iniziativa.

Bugie e verità

Certezze e verità non ci sono, ci sono le bugie, i depistaggi e le
omertà. Sicuramente, i servizi segreti sanno più di quanto negano, in
contrasto con le tante evidenze scaturite dalle indagini che si sono
avute in questi otto anni, allora perché Miran e Ilaria sono morti?:
Effettivamente
perché le navi donate dalla cooperazione alla Shifco, trasportavano
armi? Si lo facevano il traffico d'armi, questa è una certezza. Però,
nel mondo ci sono tante navi che trasportano armi in qualsiasi punto
ove ci sia guerra o no. Allora, quanti sono i giornalisti che sono
stati assassinati per aver scoperto questi trasporti o traffici? A
memoria direi nessuno;
I due hanno scoperto il famoso traffico di
scorie radioattive o rifiuti tossici? I trafficanti di queste scorie
sono noti alle varie procure che indagano sul filone. Sono note anche
le loro triangolazioni monetarie, dei movimenti di denaro creati da
questi traffici, c'è la lunga lista dei paesi pattumiera scelti per i
loro traffici, le holding etc. Non credo sia il caso per questi
personaggi di ritrovarsi imputati con una doppia accusa d'omicidio.
Recentemente a Mogadiscio un giornale locale ha realizzato un'inchiesta
speciale in cui si conferma che ancora oggi in Somalia arrivano rifiuti
tossici provenienti dall'Italia;
Se, qualcuno ha agito
immediatamente a Mogadiscio, quel qualcuno che ha ordinato di liquidare
fisicamente Ilaria e Miran era sul luogo ed era al corrente che erano
avvenuti dei fatti per cui i due dovevano essere subito eliminati.
Hanno messo al corrente chi di dovere e hanno ricevuto l'ordine di
eseguire. Detto e fatto l'unica cosa che non manca a Mogadiscio è la
manodopera per un assassinio;
I misteri degli appunti scomparsi,
degli oggetti non ritrovati (macchina fotografica), dell'elicottero
italiano che era in volo al momento della fuga della Land Rover verde e
di innumerevoli atti di depistaggio sono elementi che non depongono per
la verità;
Generali e servitù militari hanno omesso, mentito e
celato particolari importanti, perché? L'esercito cos'ha da nascondere
di così scabroso? Perché tutte queste bugie?
La lista dei nomi dei
sei mandanti dell'omicidio, che la Digos di Udine e il capo gabinetto
Antonietta Motta ha formulato: Ali Mahdi ex Presidente ad Interim, Ali
Mussa Boqor un capo famiglia di Bosaso, Omar Mugne il titolare della
Shifco, Mohamed Sheck ex Ministro delle finanze, Iliow il responsabile
dei servizi segreti(?) e Giancarlo Marocchino più l'individuazione di
altri due esecutori materiali Abdi Ossoble Ahmed 31 anni, e Hassan
Ibrahim Addow di 33, entrambi oggi nelle file della polizia somala sono
riduttivi e sembrano semplicemente la quadratura del cerchio. Troppo
facile. Ma il grande capo, il regista di questa macabra e vile
uccisione chi è? dove sta?;
Gli investigatori della Digos e i
servizi segreti continuano a celare i nomi delle fonti confidenziali
che hanno rivelato gli esecutori e mandanti, loro dicono per non farli
bruciare in quanto fonti ancora attive. E' una bugia a respiro corto,
tutti sono perfettamente sostituibili nel caos anarchico della Somalia
salvo che non siano personaggi di rilievo della vita politica somala
che dovrebbe essere piazzata nella stanza dei bottoni o sono soggetti
legati a doppia catena dai servizi;
Giancarlo Marocchino, la nota di
colore più ambigua che sia comparsa nel panorama somalo degli ultimi
anni: vittima di congiure/tradimenti o perfetto mafioso (genovese) che
sa il fatto suo? Di certo ha saputo navigare nelle fangose acque e
nelle più svariate situazioni che si sono venute a creare in Somalia:
Siad Barre, cooperazione, Ibis, armi, rifiuti tossici etc. Ottimo
nocchiero, è sopravvissuto a tutto;
C'è un'analogia identica e
fortunatamente senza un epilogo tragico dell'episodio d'Alpi e
Hrovatin. E' stata tralasciata dalle procure che hanno indagato: è la
vicenda d'Oliva. Il tecnico contabile inviato in Somalia per mettere
ordine ai conti e ai costi dell'operazione Ibis, è stato bersaglio di
un identico attentato (nel suo caso furono due le macchine utilizzate
per tendere l'agguato) in cui fu gravemente ferito alla arteria
femorale e se oggi è vivo fu grazie all'immediato intervento
dell'equipe medica rumena specialista in ferite di guerra, che operava
vicino al luogo dell'attentato. Oliva ha presentato numerose denunce
(per fortuna sua) sulle incongruenze delle indagini del suo attentato e
nessuno giudice italiano gli ha reso giustizia quasi tutte le sue
denunce sono state archiviate.
La vicenda, comunque, appare
preordinata e finalizzata a portare al nulla e al mantenimento degli
obiettivi prefissati dai servizi e dai reali mandanti. Perché tutto
questo comporta connivenze, che vanno di là delle semplici congetture,
fin qui formulate o ipotizzate. La verità sarà negata perché siamo in
Italia: pensate al caso Itavia, Aldo Moro, Antelope Kobler , Calabresi,
Piazza Fontana, la stazione di Bologna e cosi via. Dirò anche una
banalità, ma sicuramente l'omicidio d'Ilaria ha i suoi mandanti qui nel
Belpaese. Nonostante il caparbio, amorevole e lodevole impegno dei
genitori d'Ilaria, temo che si sta facendo di tutto per insabbiare
l'omicidio di Hrovatin e Ilaria.

Ultim'ora


Roma 26.06.2002, 14.16 Gmt. Omar Hashi Hassan è stato
condannato a 26 anni di prigione per l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin. Lo hanno deciso i giudici della Corte d'Appello del Tribunale
di Roma. Il giovane somalo era stato condannato all'ergastolo.


 

ILARIA ALPI: DALL'AGGUATO ALLA SENTENZA DEL 26 GIUGNO 2002

ROMA. Ecco una cronologia della vicenda dell' omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin:

20 MARZO 1994 - A Mogadiscio, un commando somalo uccide Ilaria Alpi,
inviata del Tg3 Rai, e l' operatore Miran Hrovatin, in Somalia per
seguire la missione Onu 'Restore Hope'.

22 MARZO 1994 - La Procura di Roma apre un'inchiesta.

4 LUGLIO 1994 - Il padre della giornalista, Giorgio Alpi, parla di
esecuzione, ricordando che la figlia, poco prima di morire, aveva
intervistato il sultano di Bosaso e aveva annotato tutto su un taccuino
poi scomparso.

9 APRILE 1995 - Il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogar, risulta
tra gli indagati quale mandante del delitto. La sua posizione sara'
pero' archiviata.

25 GIUGNO 1996 - per la seconda perizia balistica il colpo contro
Alpi fu sparato a bruciapelo da una certa distanza. Alla stessa
conclusione arriva la terza perizia il 18 novembre 1997. Per i periti
si tratto' di un'esecuzione.

12 GENNAIO 1998 - viene arrestato per concorso nel duplice omicidio
il somalo Hashi Omar Hassan, a Roma da due giorni per testimoniare alla
commissione sulle presunte violenze dei soldati italiani in Somalia.
Hassan e' identificato dall'autista di Alpi.

18 GENNAIO 1999 - comincia il processo ad Hassan.

9 LUGLIO 1999 - Hassan e' assolto. Il pm aveva chiesto lacondanna all'ergastolo.

24 NOVEMBRE 2000 - La corte d'Assise d'Appello di Roma condanna
all'ergastolo Hashi Omar Hassan. Il somalo viene riconosciuto come uno
dei sette componenti del commando che ha ucciso Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin.

10 OTTOBRE 2001 - La prima sezione penale della Cassazione annulla
la sentenza impugnata ''limitatamente all'aggravante della
premeditazione e al diniego delle circostanze attenuanti generiche''.

10 MAGGIO 2002 - si apre il processo di appello bis davanti alla corte d'Assise d'Appello di Roma presieduta da Enzo Rivellese.

24 GIUGNO 2002 - il sostituto procuratore generale Salvatore Cantaro
chiede la conferma dell'ergastolo per Hassan. ''E' provato - afferma -
che Hassan era uno dei sette componenti del commando che attese Ilaria
e Miran per due ore''.

26.GIUGNO 2002 - Gmt. Omar Hashi Hassan è stato condannato a 26 anni
di prigione per l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Lo hanno
deciso i giudici della Corte d’Assise d'Appello di Roma. Il giovane
somalo in precedenza era stato condannato all'ergastolo.

Ilaria Alpi. Caso chiuso?

di Roberto di Nunzio

Esce in questi giorni in libreria "Ilaria Alpi, un omicidio al
crocevia dei traffici" scritto da Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e
Luciano Scalettari per la "Baldini & Castoldi". I tre giornalisti
di "Famiglia Cristiana" hanno seguito il caso dell'uccisione di Ilaria
Alpi e Miran Hrovatin fin dall'inizio, con scrupolo e passione
investigativa, cercando il bandolo di una matassa che giorno dopo
giorno si è fatta inestricabile, viscida, piena di menzogne ed evidenti
depistaggi.

Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin furono uccisi a sangue
freddo il 20 marzo 1994 nel centro di Mogadiscio, in Somalia, dove per
conto del Tg3 seguivano la guerra tra fazioni che insanguinava il paese
e le operazioni militari lanciate dagli Usa con il nome di "Restor
Hope", con l'appoggio di numerose nazioni alleate, compresa l'Italia,
per porre fine alla guerra e ristabilire un minimo di legalità nel
disastroso scenario somalo.

Gli autori del libro sposano con convinzione e ricchezza di
ricostruzioni la pista del traffico di rifiuti radioattivi che,
intrecciandosi con il traffico d'armi proveniente da paesi dell'ex
Patto di Varsavia, con la complicità di una nazione della Nato qual'è
l'Italia, rendeva tutta la vicenda, coperta da complicità ad altissimo
livello, segreta, impenetrabile, incoffessabile. E quindi causa della
morte per quanti l'avessero scoperta, appunto Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin. "Scaricare nei paesi poveri i rifiuti ed i veleni prodotti
dai paesi industrializzati è già una cosa incoffessabile: Ma farlo
barattando pezzi di territorio in cambio di tangenti e di armi è un
segreto da proteggere ad ogni costo".

Fin qui la tesi espressa dai giornalisti di "Famiglia Cristiana".
Assolutamente realistica e plausibile, confortata da verifiche e
riscontri lunghi anni. Ma in tutta la vicenda del caso Alpi, fin da
quel tragico 20 marzo del '94, non vi è mai stata una scrittura
lineare, una lettura priva di omissioni, una convincente ricostruzione
dei fatti. Basti pensare che sulla cosiddetta "scena del delitto" erano
presenti due troupes televisive: quella della svizzera italiana (Rtsi)
ed una americana (Abc).

Le immagini che ci sono giunte, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
colpiti ed accasciati nell'abitacolo del loro fuoristrada, sono state
girate dall'operatore dell'Abc, di origine greca, trovato ucciso
qualche mese dopo a Kabul in una stanza d'albergo. Vittorio Lenzi,
operatore della troupe svizzera-italiana è rimasto vittima di un
incidente stradale sul lungolago di Lugano(mai chiarito del tutto nella
dinamica). Mai nessuno si è posto la domanda di cosa ci fosse in tutto
il girato delle telecamere.

Per "girato" si intende tutte le cassette utilizzate da un operatore
in una determinata circostanza, e dalle quali vengono montati da uno a
tre minuti per i tg. Che fine hanno fatto quelle cassette? Il primo a
soccorrere Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, come risulta dai filmati
"montati" è Giancarlo Marocchino, un italiano che vive da più di un
decennio a Mogadiscio, e che molti indicano tra quanti sono a
conoscenza di molti particolari fondamentali per la ricostruzione
dell'intera vicenda. Come mai Giancarlo Marocchino si trovava proprio
in quella strada, in quel momento? Fin dal novembre 1996 la Procura
della Repubblica di Asti, "specializzata" in reati come il traffico
internazionale di rifiuti tossici e radioattivi in partenza ed in
transito dall'Italia, aveva a disposizione una copiosa documentazione
molto "sensibile" che ricostruiva con nomi, fatti e circostanze questi
traffici, i nomi dei faccendieri che li dirigevano nell'ombra, gli
intrecci con i mercanti d'armi e persino una mappatura completa di come
tutto convergeva sulla Somalia, oltre che sui territori di altri paesi
dell'Africa costiera.

Che fine ha fatto questa documentazione? La Commissione Parlamentare
sul traffico dei rifiuti, ne è a conoscenza? Il Sostituto Procuratore
Luciano Tarditi ed il Procuratore Capo Sebastiano Sorbello, hanno
concluso le loro indagini? Ilaria Alpi era già stata precedentemente in
Somalia, conosceva bene i luoghi, l'ambiente nel quale si muoveva e si
sarebbe mossa nel successivo marzo del 1994. Nel '93, ad esempio,
Ilaria era a Mogadiscio, dove gli italiani si potevano contare sulle
dita di una mano, e tra questi, spiccava la presenza del maresciallo
del Sismi Li Causi, antenna del "servizio" in Somalia. Ora, è accertato
che Giancarlo Marocchino conosceva il maresciallo Li Causi,e che Ilaria
conosceva Marocchino. Perché non si è mai indagato sui rapporti tra
Ilaria Alpi e l'esponente del servizio segreto militare?

Il maresciallo Li Causi verrà ucciso, in circostanze assolutamente
misteriose, pochi mesi prima dell'agguato nel quale perderanno la vita
i due giornalisti del Tg3. Che fine ha fatto questa (ovvia) pista
investigativa? Ilaria alpi era giornalista seria, curiosa ed attenta
alle realtà che andava ad esplorare con le sue corrispondenze, è mai
possibile che nessuno, nessuna autorità giudiziaria, investigativa e di
polizia abbia mai pensato di cercare "dentro" i computer di Ilaria,
tanto quello che aveva in casa, quanto quello a sua disposizione nella
redazione del Tg3? E' forse pensabile recarsi in un paese come la
Somalia degli anni '93 e '94 (praticamente un inferno) senza "prima"
organizzarsi contatti e relazioni indispensabili ad un buon svolgimento
del lavoro? Non si conosce neppure il motivo per il quale Ilaria Alpi,
in compagnia dell'operatore Miran Hrovatin decise di recarsi a Bosaso,
poco più di un punto sulla carta geografica, all'estremo nord del
paese, lontanissimo da quelle zone di guerra che avrebbero dovuto
rappresentare il centro dell'attenzione di Ilaria. L'ultima domanda:
chi era a conoscenza del viaggio Mogadiscio-Bosaso? Ilaria aveva forse
comunicato a qualcuno di cui si fidava il motivo del viaggio ed il
giorno di ritorno a Mogadiscio? A dispetto delle sentenze ambigue
pronunciate nei due processi celebratisi in questi anni, il caso Alpi è
davvero chiuso?


12 settembre 2002


IL GOVERNO INVIA DOCUMENTI SISMI ALLA PROCURA DI ROMA
(ANSA)
- ROMA, 23 settembre 2002 - Il Ministro per la funzione pubblica e per
il coordinamento dei servizi di informazione e sicurezza Franco
Frattini ha disposto oggi la trasmissione al Procuratore della
Repubblica di Roma di tutti i documenti esistenti presso il Sismi - il
servizio segreto militare - relativi agli omicidi di Ilaria Alpi e
Miran Hrovatin, ''a conferma dell' impegno del governo di contribuire fortemente all' attivita' di indagine'' sul duplice delitto.


I GENITORI DI ILARIA: SIAMO GRATI A FRATTINI
(ANSA) -
ROMA, 23 SETTEMBRE 2002 - ''Siamo particolarmente grati al ministro
Franco Frattini per una decisione che riteniamo molto importante. Con
l'arrivo di questi documenti speriamo che la procura di Roma svolga
finalmente un' inchiesta seria''.

 

Il caso Alpi: «E ora i mandanti»

Nuove piste dalle motivazioni della sentenza depositata a Roma in
luglio. Per l’avvocato Domenico d’Amati ci sono informazioni
sufficienti, ma ancora non processualmente utilizzabili. Un libro dei
nostri cronisti sulla giornalista assassinata di Barbara Carazzolo,
Alberto Chiara e Luciano Scalettari da Famiglia Cristiana

 

Non è la parola "fine" che molti pensavano (o speravano) per
chiudere definitivamente il caso. La sentenza con cui, il 26 giugno
scorso, la seconda Corte d’Assise d’Appello di Roma ha ridotto a 26
anni di reclusione la pena per Hashi Omar Hassan, il somalo ritenuto
uno dei killer di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, lascia aperte tutte le
strade. In particolare, non affossa la tesi dell’omicidio premeditato.

Ne è convinto l’avvocato Domenico d’Amati, legale dei coniugi Alpi.
«Ho letto la motivazione», dice d’Amati. «Ci sono indicazioni che
devono essere tenute ben presenti. La prima: le prove sull’esistenza
dei mandanti ci sono già, ma al momento non sono processualmente
utilizzabili, poiché si tratta di informazioni fornite da fonti che la
Digos di Udine e il Sisde non vogliono svelare. Sono due persone
diverse, entrambe giudicate attendibili, che – come mandanti – indicano
concordemente i membri di un gruppo affaristico composto da italiani e
da somali, individuati con nomi e cognomi».

«Se, ora, queste notizie non possono essere utilizzate come prove a
carico di qualcuno», continua d’Amati, «possono, anzi devono,
costituire degli stimoli a indagare con rinnovato slancio. Infine,
trasmettendo al pm romano Franco Ionta i verbali delle deposizioni di
Gianpiero Sebri e dell’ex dirigente del Sismi Luca Rajola Pescarini (il
primo ha confermato in aula di aver incontrato l’ex generale, che gli
avrebbe detto: "È stata sistemata la giornalista comunista"; il secondo
ha negato con decisione di conoscere Sebri; la Procura indagherà per
falsa testimonianza), la Corte offre un’ulteriore opportunità di far
luce sulla tragedia. Io continuo a pensare che il 20 marzo 1994, Ilaria
e Miran siano stati uccisi a Mogadiscio per bloccare i servizi
realizzati nelle ore precedenti a Bosaso, nel Nordest della Somalia».

L’avvocato d’Amati promette battaglia. «Sto sentendo testimoni
preziosi, sto raccogliendo riscontri. E mi chiedo: la Digos di Udine e
il Sisde non hanno voluto svelare le loro fonti per garantirne
l’incolumità; perché non sono state ancora inserite in un programma di
protezione? L’omicidio di due giornalisti, poi, è di per sé stesso un
attacco alla libertà di stampa, una minaccia al sistema democratico:
come mai polizia, servizi segreti e Procura di Roma sembrano seguire
l’evoluzione di questo caso con un sentimento a metà tra il fastidio e
la rassegnazione? Confido che, proprio a partire dagli spunti forniti
dall’ultima sentenza, sia il pm Ionta che la Digos di Roma, chiamata a
svolgere le indagini, intensifichino i loro sforzi per arrivare
finalmente alla verità».

Che la Somalia, in quegli anni, fosse un esplosivo crocevia di
traffici d’armi, di rifiuti tossici e scorie radioattive lo hanno
dichiarato d’altronde numerosi personaggi sentiti da diverse Procure.
Dal 1998 Famiglia Cristiana tenta di mettere insieme i tanti tasselli
del puzzle. Ora, questo lavoro giornalistico è diventato libro. Alcuni
degli elementi raccolti, finora inediti, rimandano ad altri omicidi
irrisolti.

Altre morti sospette

È il caso, ad esempio, di un messaggio inviato il 9 novembre 1989
dal Sios (Servizio informazioni) Carabinieri Alto Tirreno-La Spezia al
Centro Scorpione di Trapani, la sede siciliana di Gladio comandata dal
maresciallo Vincenzo Li Causi, anche lui morto in Somalia in
circostanze mai del tutto chiarite, pochi mesi prima di Ilaria Alpi, il
12 novembre 1993. Secondo il diario del maresciallo dei carabinieri
Francesco Aloi, i due si conoscevano, si scambiavano informazioni ed
erano preoccupati per la loro vita.

Il documento è classificato come riservato: «Nostro operatore
Ercole», vi si legge, «est accreditato presso ufficio sped. Oto Melara
La Spezia. Est confermato invio materiale vostro Centro come da n.
101/0. Confermata data spedizione. Disporsi adeguate ed efficienti
misure copertura visiva in area per detto periodo. Per particolare
riservatezza operazione richiedesi presenza Capo Centro Vicari.
Eventuali difficoltà mi siano immediatamente esposte avvalendosi mezzi
più solleciti. Ulteriori comunicazioni in cifra. Trasferimento da farsi
con mezzi di superficie M.M. (Marina militare, ndr) per vostro deposito
Favignana. Vostro specifico materiale est trasferito adiacenze
ospedaliere Lenzi-Napola. Est necessario attivazione temporanea campo
Milo. Immediata risposta in cifra».

"Ercole" sulla via della Somalia

Tradotto in un italiano non militare, il dispaccio afferma che
"Ercole" sta per effettuare il trasporto di materiale proveniente
dall’Oto Melara, un’industria bellica spezzina, destinato al Centro
Scorpione. Data la delicatezza dell’operazione, viene richiesta la
presenza del capo Centro, Vicari, che da fonti ufficiali risulta essere
il nome di copertura di Vincenzo Li Causi. Il campo Milo, invece,
dovrebbe essere il vecchio aeroporto militare di Trapani, ormai in
disuso ma riattivabile all’occorrenza in poche ore.

E proprio su una pista militare vicina a Trapani, ufficialmente
abbandonata, il giornalista Mauro Rostagno, fondatore della comunità
terapeutica Saman e anche lui vittima di un omicidio mai chiarito,
avvenuto il 26 settembre 1988, avrebbe girato clandestinamente un
filmato con immagini di aerei militari italiani intenti a scaricare
aiuti umanitari e a imbarcare casse di armi. Lo stesso Rostagno, poco
prima di morire, ne aveva parlato con alcune persone, tra cui l’amico
Sergio Di Cori e, sembra, il giudice Giovanni Falcone. Quelle casse,
secondo Rostagno, erano destinate proprio alla Somalia.

Chi è veramente Ercole?

C’è dell’altro. «L’operatore Ercole», secondo quanto riferito a
Famiglia Cristiana da una fonte riservata, «sarebbe il maresciallo
Marco Mandolini». Mandolini era un paracadutista-incursore della
Folgore, addestratore dei corpi speciali alla base Nato di Weingarten,
in Germania, e nel ’92 caposcorta del generale Bruno Loi in Somalia.
Mandolini è stato ucciso il 13 giugno 1995 su una scogliera di Livorno,
con 40 coltellate e la testa fracassata da una pietra di 25 chili.
Omicidio irrisolto, anche se la Procura, nonostante lo scetticismo di
familiari e commilitoni, aveva collegato la sua morte a un giro di
omosessuali. Ma proprio il maresciallo Aloi, nel suo diario, aveva
scritto: «È morto anche il maresciallo Mandolini, non c’è male come
sceneggiata. Solo un incursore può uccidere un altro incursore».

Secondo il fratello Francesco, Marco Mandolini era molto amico di
Vincenzo Li Causi fin da quando avevano frequentato insieme un corso a
Capo Marrargiu, dove si addestravano gli uomini di Gladio, e, come Li
Causi, aveva collaborato con il Servizio segreto militare.

È un’altra pista investigativa da approfondire. Tra le tante.

Famiglia Cristiana n. 36 del 8-9-2002