Antonio Russo

Memoria
GIORNALISTI NELLA STORIA - I NOSTRI MARTIRI


(giornalista di Radio Radicale trovato morto in Georgia il 16 ottobre 2000).

Da "La Repubblica" del 17 ottobre 2000

Morto Russo, reporter radicale. Il suo corpo
trovato in Georgia: "Lo hanno ucciso".
Il giornalista doveva tornare a Roma con filmati sulla guerra in Cecenia

Il giornalista doveva tornare a Roma con filmati sulla guerra in Cecenia

 

di STEFANO CITATI

IL CADAVERE di Antonio Russo è stato trovato lungo il ciglio di una
strada a 25 chilometri da Tblisi. Era ancora mattina; un paio di ore
prima gli amici georgiani del reporter di Radio Radicale erano andati a
trovarlo nella sua casa: la porta era aperta, sfondata, l'appartamento
in disordine, lui non c' era. Il giorno prima il 40enne giornalista era
andato in gita con gli amici nella regione occidentale della Georgia,
verso il Mar Nero. Ieri si era messo d'accordo per un nuovo giro.
Invece scompare. Gli amici avvertono la polizia, che a sua volta
riferisce all'ambasciatore italiano a Tblisi. Due ore dopo l'inizio
delle ricerche il corpo di Russo viene trovato su una strada poco oltre
la periferia della capitale georgiana. In Italia l'annuncio della sua
morte avviene in diretta; Radio Radicale interrompe le sue trasmissioni
quando l'Unità di Crisi della Farnesina telefona all'emittente per dare
la notizia. Il giornalista domanda al diplomatico conferme e cerca di
ricostruire la vicenda. A Tblisi i radicali spediscono anche un e-mail
con la foto di Russo, mentre un membro del Partito radicale
transnazionale, Mamouka Tsagareli identifica il corpo e offre un
movente: "Stava raccogliendo materiale concernente la richiesta russa
di espulsione del Partito radicale dall'Onu (per ingerenza del
movimento, che ha per le Nazioni Unite lo status di organizzazione non
governativa, negli affari interni della repubblica cecena)".
L'ambasciatore non sapeva nemmeno che il reporter fosse in Georgia fin
da luglio, utilizzando Tblisi come base per entrare - "lo ha fatto
almeno due volte", dicono i suoi amici a Roma - in Cecenia e filmare e
i crimini della guerra civile tra le truppe russe e i guerriglieri
islamici. "L'ultima telefonata era stata di venerdì, Antonio ci aveva
annunciato che sarebbe tornato - addirittura, avevamo preso
appuntamento per oggi - perché aveva raccolto una gran quantità di
materiale interessante sulla guerra cecena e voleva mostrarlo il prima
possibile", ricordava ieri pomeriggio il suo direttore, Massimo Bordin
"Era in ottima salute, probabilmente è stato vittima di
un'aggressione". Il leader dei radicali Marco Pannella sottolinea la
coincidenza: "Antonio aveva molto materiale "scottante", stava per
tornare". La mancanza di informazioni sulla sua morte (i risultati
dell'autopsia arriveranno oggi) mantiene cauti i commenti dei radicali
che ricordano come Russo fosse abituato al pericolo: "In 10 anni di
collaborazione con Radio Radicale ha mandato reportage dalla Siberia
(il suo primo servizio) l'Algeria nei tempi più bui del terrorismo
islamico, Sarajevo e Kosovo". "L'ultima notizia di Antonio Russo è la
sua morte", dice Pannella ricordando polemicamente l'accendersi
dell'interesse della stampa nazionale per Russo quando si seppe che era
l'unico giornalista occidentale ancora a Pristina dopo l'inzio della
guerra in Kosovo, da dove era uscito ai primi di aprile in treno
confondendosi con i profughi albanesi. "Esiste solo quando scompare",
sostiene con voce roca il fondatore dei radicali, per poi rendere
omaggio a "un radicale giornalista, perché lui era prima di tutto un
militante dell'informazione". Nell'appartamento in disordine dove Russo
viveva pare siano scomparsi il materiale da lui raccolto, il computer e
il telefono satellitare; nulla si sa della piccola telecamera digitale
con la quale ha filmato la guerra cecena; i suoi filmati
dell'autunno-inverno '99- 2000 sono visibili nel sito della radio
radicale. "Codino, anello, braccialetto: Antonio non passava di certo
inosservato", ricorda Bordin. "Era una persona limpida e aveva
soprattutto la capacità di di girare il mondo senza essere legato né
alla sinistra, né ai preti". "Ultimamente aveva seguito in Georgia un
convegno sui danni ambientali prodotti dalla guerra dei russi in
Cecenia", spiega il direttore. "Rischiava la vita contro la morte, per
raccontare le vittime delle guerre", è l'ultimo ricordo di Pannella.

*-*-*-*-*

Trascriscrizione degli atti dell'incontro commemorativo su Antonio Russo:

"Quando di libertà d'informazione si muore.
Giornalismo come vocazione per la dignità professionale"

(Roma, 31 gennaio 2001)

 

a cura di Stefania Pavone, Giorgio Cusino e Antonio Borrelli

Viene proiettato un filmato

Voce. La Giuria ha assegnato il Premio Andrea Barbato per il
Giornalismo al dottor Antonio Russo, inviato dal Kosovo per Radio
Radicale con le seguenti motivazioni: "quale esempio di una
professionalità qualificata e appassionata, esercitata in condizioni
eccezionali, a rischio anche della propria incolumità". Eccolo.

Antonio Russo: Colgo intanto l'occasione per ringraziare tutte le
Istituzioni, compreso il Presidente Scalfaro, di cui mi onoro di
condividere una esperienza quale questa, per il discolo giornalista che
ha messo a repentaglio la sua vita e ha mandato in fibrillazione le
massime Istituzioni dello Stato alla ricerca di questo discolo del
giornalismo. Volevo fare una puntualizzazione su l'etica delle
obiettività: forse per un giornalismo quale quello che io amo di più,
cioè il giornalismo di guerra, dove a livello di evento della storia si
verifica l'epokè di qualsiasi istituzione politica, sociale, giuridica
e di rispetto dei diritti anche universali dell'uomo. In quel momento
il silenzio è totale in termini anche proprio del silenzio assordante
in cui non c'è più parola che possa esprimere quello che è il gioco
anarchico delle assenze appunto. E in quel momento si inserisce il
corrispondente di guerra. L'impegno è cercare di difendere soprattutto
i valori dell'umanità perché poi i fondamenti dei diritti dell'uomo
sono sulla difesa dell'umanità, quindi il rispetto della dignità il
rispetto dei diritti umani.

Questo è forse uno dei compiti più ardui e più difficili e
soprattutto anche come corrispondenza di guerra perché spesso, per
quella che è la mia esperienza personale, di rischiare di essere preso
dai giochi delle parti all'interno di queste anarchie, anche
involontariamente, perché è un grande gioco, è un gioco agli scacchi in
cui le regole si inventano di volta in volta.

Quindi questo è il tentativo che io nel Kosovo ho fatto. E' stata
un'etica della scelta, è stata una scelta difficile, consapevole,
sapevo di trovarmi in pieno isolamento e nel rischio anche della vita e
dovere contare solo su me stesso e comunque poter comunicare con
l'esterno per dire quello che succedeva e condividere con il popolo, il
popolo kosovaro, quella che è stata, alla fine del millennio una
ripetizione di una Shoah e che anche proprio sulla pelle, come mia
esperienza personale dover poi anche fuggire con gli stessi profughi,
provare lo stesso terrore, condividere con loro la deportazione nel
treno, "blase" - che significa "fango" in macedone - il condividere con
loro il fango ,quindi, il nostro era un evento giornalistico ma anche
umano.

E' un'esperienza che rimarrà nell'animo per tutta la vita e anche a livello di crescita umana.

Ringrazio ancora le Istituzioni, il Presidente Scalfaro e il grande giornalista Zavoli.

Voce: cosa ti è rimasto negli occhi?

Antonio Russo: Prova a guardarli.

ANTONIO BORRELLI. Ecco, neanche io avevo veduto ancora questo primo video che abbiamo trasmesso, questo vi da l'idea dei lavori artigianali che sono stati fatti per arrivare a questo incontro.

Grazie anche a voi della presenza.

Antonio Russo pensava la libertà e la ricercava, di lui parleranno in questa giornata in sua memoria in molti.

E' stato torturato e ucciso perché amava la verità e la giustizia, a
Tiblisi, lo scorso 15 ottobre, gettato ad opera di specialisti sul
ciglio di una strada, a decine di chilometri di distanza dove è stato
trovato con il passaporto e la catenina d'oro il 16 ottobre 2000.

Antonio era iscritto al Partito Radicale transnazionale e lo
rappresentava al punto da immolarsi nella piena coscienza del rischio
debordante i rischi stessi già connessi alla guerra cecena per la quale
era inviato di Radio Radicale.

Partì per non tornare da dove non avrebbe mai voluto farvi ritorno,
a causa del monito ricevuto dalle autorità russe durante il fermo
subito nel suo primo viaggio, quando la Russia chiese l'espulsione del
Partito Radicale Transnazionale dall'Onu, con accuse ridicole quanto
tragiche, di complicità con i terroristi ceceni, di collusione al
narcotraffico e di promozione internazione della pedofilia.

Un gruppo di amici più prossimi ad Antonio, si sono collegati sin
dall'ottobre scorso al fine di costituire un'associazione in memoria di
un giornalista e di un uomo speciale, del quale opere e sacrificio
abbiano senso e non ne rimangano prive.

Un'associazione che sapendo nascere, esistere e resistere, si faccia
promotrice di un premio giornalistico in collaborazione o a supporto
degli intendimenti della mamma, dottoressa Beatrice Russo.

E' stato un lavoro fatto al meglio delle possibilità di ognuno, con
amore, sviluppatosi con le tante emergenze organizzative che queste
cose comportano.

Si tratta di un primo incontro che speriamo possa portare, con la
collaborazione di tutti, alle due giornate di commemorazione ad un anno
della scomparsa, del 15 e 16 ottobre prossimo venturo, con
l'istituzione del premio internazionale di giornalismo intitolato ad
Antonio Russo.

Nel gruppo di amici c'è Virgilio Violo al quale sto per cedere la
parola anche in qualità di presidente della Free Lance international
Press che in collaborazione con il Cinema Pasquino, qui rappresentato
dall'amica cara di Antonio Russo, Francesca Spinotti, hanno
organizzato, assieme a Patrizia Sterpetti, che è qui al tavolo, amica
dell'università, che coordinerà una parte dei lavori, hanno organizzato
l'incontro con il contributo di Radio Radicale, contributo in massima
parte usato per avere con noi oggi e li salutiamo, la signora Mubera
Bujari, la mamma kosovara possiamo dire, di Antonio Russo, e l'amico
Fatmir Dedhi da Pristina e Alexandre Kvatashidze, che ha portato del
materiale e una preziosa testimonianza che però purtroppo non può
rendere in quanto non abbiamo la traduzione dal russo.

Il contributo di Radio Radicale poi si completa con la trasmissione di questo nostro incontro.

La parola a Virgilio Violo, presidente della Free Lance International Press.

VIRGILIO VIOLO. Buona sera a tutti, vi ringrazio per essere venuti numerosi all'incontro commemorativo di Antonio.

Io per la verità mi ero preparato anche un discorsetto
sull'informazione, sui problemi dell'informazione in Italia, ma in
questo momento, preferisco ed è giusto che sia così, più dare accento a
quello che era l'amicizia che mi legava ad Antonio e parlando uscirà
qualche argomento, ma sarò brevissimo comunque, lo tirerò fuori.

Antonio: quando l'ho visto è come se lo avessi conosciuto da tanto
tempo, parlavamo normalmente, non c'era assolutamente barriera formale
o ostacoli perché non ci eravamo mai visti.

Lui approdò alla nostra Associazione nel maggio del 98 e parlammo
subito dei problemi dei Free Lance. Lui veniva dalla gavetta e aveva
riconosciuto nella nostra associazione la sua casa. Infatti ogni volta
che tornava dall'estero passava sempre da noi, ci invitava a cena e ci
raccontava le cose e guai a pagare noi, voleva pagare lui. Era come se
fosse tornato a casa.

Ricordo l'ultima volta, l'estate scorsa mi chiamò, erano le 9 di sera e disse: andiamoci a fare una bella mangiata fuori.

E io gli dissi: ma sono le 9. Finimmo in un ristorante a Fiesta, era
estate e a Fiesta c'erano questi ristoranti con le specialità sud
americane e mangiammo a più non posso al ristorante brasiliano.

Questo è l'ultimo ricordo che ho di lui e parlando mi raccontava
delle sue esperienze nel Kosovo, le persone che aveva incontrato,
l'umanità che aveva riscontrato dappertutto. Così alternavamo
informazioni relative all'antropologia umana a quelle giornalistiche.

Ecco, lui aveva aderito alla nostra associazione perché aveva
sposato appieno la nostra causa che era anche la sua causa. Ci aiutava
come poteva, nella nostra sede centrale c'è ancora un computer che lui
ci regalò perché non avevamo molti soldi e tuttora non è che navighiamo
nell'oro.

Volle subito essere socio sostenitore e diciamo anche il suo
contributo economico per noi è stata una forte spinta ad andare avanti.

La nostra battaglia, voi lo sapete, è quella di dare dignità
professionale ed economica ai free lance che qui in Italia, se non sono
considerati res nullius poco ci manca. La realtà è che il 70% dei
quotidiani che voi leggete è fatto da free lance. Il lavoro grosso
giornalistico è fatto da free lance e ahimè devo dirlo, non abbiamo
Ordine dei giornalisti e tanto meno Sindacato che tutelino oltre che la
nostra professionalità la nostra dignità.

Noi abbiamo iscritti che, per poche migliaia di lire, ogni giorno
escono per trovare informazioni e alle volte fanno difficoltà ad unire
il pranzo con la cena. Questa è la realtà dell'informazione in Italia,
al di là delle grandi concentrazioni editoriali eccetera.

Antonio. Preferisco soffermarmi su Antonio.

Io non so se la parola scandalizzi, io lo definirei almeno per
quanto attiene alla mia esperienza, come un prete laico, un figlio
delle stelle mandato in terra a raccontare all'umanità ( lui era
corrispondente di Radio Radicale) delle immani tragedie umane che la
guerra comporta.

Lui aveva il dono delle lingue, sapeva parlare con tutti,
condivideva quello che ha detto lui nel suo discorso al Premio Barbato.
Condivideva con la gente le sofferenze ma aveva questa facoltà di
trascendere e raccontare agli altri. Questa è una qualità non
indifferente per essere un buon giornalista. Io so che un giorno fu
ripreso da un responsabile dell'Ordine dei Giornalisti perché essendo
stato chiamato "giornalista" non aveva detto: "no, non sono ancora
giornalista perché non sono iscritto all'Albo dei Giornalisti". Cose
ridicole perché Antonio aveva il giornalismo, la professionalità
giornalistica nel sangue, giornalisti si nasce, non è un esame che ti
fa diventare giornalista, queste sono sovrastrutture che non hanno
nulla a che vedere con la funzione giornalistica.

Il primo dovere del giornalismo è quello di essere occhio vigile
della società civile, non dei vari potentati industriali, politici e
lobbies affaristiche. Quindi parlavamo anche di questo con Antonio, qui
in Italia il free lance è figlio dell'informazione pura, il free lance
sposa la testata che fa informazione per informazione.

Qui in Italia non si riscontrano, ad onore del vero, molte testate
che fanno informazione per l'informazione a favore della società
civile, senza interessi nascosti.

Le più grandi testate, scusate se mi permetto di dirlo, le
consideravamo appendici di gruppi affaristici, lobbistici, politici e
non fini all'informazione ma forse strumento di lotte di potere e di
altre cose che nulla hanno a che vedere con la giusta informazione,
ovvero sia con il riferire alla società civile degli accadimenti che
effettivamente ci sono nel mondo.

Ci sarebbero tante altre cose da dire su Antonio.

Quello che più mi ha colpito favorevolmente è questa sua umanità.
Lui sapeva parlare benissimo con il povero e con il ricco e trattava
tutti allo stesso modo e non si faceva- e questo va detto a suo onore-
minimamente impressionare dal potere.

Lui è stato un guerriero vero come pochi ce ne sono.

Non ho altro da aggiungere più di me, anche se l'ho conosciuto,
potranno parlare i successivi relatori e le altre persone che lo hanno
conosciuto meglio di me.

Vi ringrazio per essere venuti e passo la parola ad Antonio Borrelli.

ANTONIO BORRELLI. Grazie Virgilio.

Abbiamo ricevuto diversi messaggi, alcuni anche per scusarsi di
qualche defezione che c'è stata. Comunque il programma è molto fitto.

Anzitutto desidero, consentitemi, salutare già in questo momento, la
presenza in sala dell'onorevole Marco Boato e desidero leggere un primo
messaggio che è arrivato da un'amica che ha frequentato molto Antonio
negli ultimi mesi e in questo momento è a New York e, che avendo
organizzato il venticinquennale della morte di Pasolini a New York, una
importante retrospettiva, nella commemorazione del venticinquennale
della morte di Pier Paolo Pasolini questa, in apertura è stata dedicata
ad Antonio Russo.

Non è una cosa da poco. Thara Hadid manda questo messaggio, lo leggo perché è molto bello.

"Non esistono molti uomini che comprendono o conoscono la verità nella sua interezza. Antonio Russo era uno di quei pochi.

La realtà e la verità era compresa e vissuta da lui in modo
completo, la sua vitalità e comprensione del vero lo inondava di una
luce vivente e la sua fame di vita ancora risuona fra quelli che ha
lasciato indietro."

Molto bello il senso.

A questo punto devo dare la parola all'amica Patrizia Sterpetti che
è venuta alla prima notizia della scomparsa di Antonio Russo, davanti a
Palazzo Chigi ad una manifestazione, si è lei stessa manifestata come
una lontana amica dell'università e nonostante non avesse frequentato
Antonio nell'ultimo periodo, si è prestata come pochi di noi, già
pochi, lei ha fatto un lavoro straordinario per l'organizzazione di
questo incontro.

E' una antropologa, membro della Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà. A te la parola.

PATRIZIA STERPETTI. Grazie. Io innanzitutto volevo dirvi che noi,
per questa prima commemorazione, abbiamo pensato di non farlo diventare
un incontro di riflessione e di studio in particolare sull'attività
giornalistica di Antonio perché era un po' prematuro. In ogni caso già
sappiamo che c'è un archivio straordinario - quello di Radio Radicale -
dove già abbiamo riscontrato esistono ben 500 schede per cui si potrà
fare un lavoro interessantissimo.

Invece noi abbiamo scelto di fare una manifestazione che desse la
possibilità di ascoltare più memorie polifoniche, soprattutto sulla
formazione di Antonio e poi anche di vedere i problemi del giornalismo,
della missione di free lance in un paese come l'Italia.

I miei punti di contatto con Antonio Russo sono il Movimento
studentesco della Pantera, nel 1990 e l'incontro nella Conferenza
organizzata dall'Onu per l'istituzione del Tribunale penale
internazionale nel giugno/ luglio 1998.

Se posso definire quale è l'impatto di questa morte su di me,
immediatamente devo pensare a due cose: innanzitutto l'umiliazione
assoluta che lui ha ricevuto con questo omicidio; seconda cosa è la
sensazione interna di appartenere ad un gruppo di destinati a poter
essere distrutti da una manciata di repressori.

Ecco, la sensazione è stata poi di una nostalgia tremenda per due
aspetti che hanno caratterizzato lo stile della cultura giovanile degli
anni precedenti, degli ultimi decenni prima del '90, cioè questa
capacità di sentire la strada, questa confidenza col mondo, di
trasformare il mondo nel corridoio di casa nostra, di avere coraggio e
sapere arrangiarsi e un altro aspetti tipico dello stile giovanile
degli ultimi decenni, che è quello della militanza come dato scontato,
dato spontaneo.

Ecco, aver condiviso un movimento studentesco lascia una sensazione
quasi di difesa corporativistica della memoria della persona che lo ha
condiviso perché, in effetti, sono poche le persone che all'interno di
questi movimenti di massa, hanno la capacità di dare un contributo
qualificato, con stile, di assumersi delle responsabilità delicate,
come scrivere statuti e quindi questa sensazione della rarità poi
lascia i percorsi fra le persone un po' paralleli.

Anche se non ci si vede per anni si resta in qualche modo e si fanno le stesse cose.

Antonio è una persona che ha voluto far parte della storia e
riflettere filosoficamente, antropologicamente, storiograficamente
sulla storia.

Lo possiamo definire come un intellettuale dilettante nell'accezione
di Edward Seilder, cioè una persona che sceglie di non perfezionarsi
mai in funzione di una committenza.

Antonio è stato un autodidatta, un intellettuale autogestito, un
mecenate dell'editoria che ha messo a disposizione questa sua casa
editrice a colleghi universitari, a docenti e ricercatori .

Un'altra caratteristica di Antonio è la sua formazione assolutamente
interdisciplinare. Antonio oscillava dall'antropologia all'etnologia,
filosofia, storia, scienze politiche. Basta vedere la sua biblioteca.

Un altro elemento, forse Antonio viveva a Roma però in qualche modo
era un outsider, frequentava la Toscana e l'Abruzzo e questo è come se
in qualche modo lo lasciasse non omologato, sempre capace di una
ricerca molto rigorosa.

Questa formazione, tra l'altro, è completamente distante dalle
ultime tendenze che si sono andate affermando all'interno
dell'Università che, invece, si muove in direzione dei diplomi, delle
lauree brevi, degli iperspecialismi. Noi vediamo che questa sua
formazione è completamente in controtendenza con queste tendenze.

Per tornare al parallelismo che accompagna chi divide una esperienza
nei movimenti universitari eccetera, chi ha questa necessità costante
di assecondare il proprio impegno civile, ha una serie di prospettive
che sono in qualche modo limitate; cioè o si occupa di politica o si
mette nell'associazionismo o nella cooperazione, nella ricerca sociale
o nel giornalismo.

Antonio Russo sceglie il giornalismo di guerra e noi sappiamo che il
suo percorso è stato alquanto accidentato, che ha subito una serie di
umiliazioni, una serie di rifiuti sia da testate giornalistiche, sia da
Radio. Questo dato è un dato che ho riscontrato fra molti amici free
lance, giornalisti, cioè il fatto che essi portano articoli magari
scritti da persone che appartengono appunto alla ricerca sociale e che
quindi hanno delle competenze, se vogliamo, a volte superiori a quelle
del giornalista che lavora all'interno di una certa testata e questi
pezzi non vengono tenuti in considerazione, c'è discriminazione
retributiva, vengono prese foto e non vengono retribuite. Il leader di
partito fa una missione scappa e fuggi e il suo pezzo viene strapagato,
invece una persona che ha una grossa competenza e ha seguito con grossa
attenzione, lungamente, una certa causa viene pagato male o rifiutato.

Quindi noi sappiamo che per molti anni Antonio Russo ha avuto spazio
solamente nei giornali federalisti europei fino alla sua collaborazione
a partire dal 1993 con Radio Radicale che ha rappresentato per lui una
sponda molto importante, un fatto propizio per la sua vocazione.

In questo momento possiamo dire che Antonio in qualche modo, da
professionista e da intellettuale dilettante, diventa intellettuale
professionista però con tutto un bagaglio straordinario dipendente
dalla sua formazione, per cui il momento in cui Antonio noi sappiamo
che ha vissuto diverse iniziazioni etniche, veramente da fare invidia
ad un etnologo, quando Antonio parlava di ceceni come una popolazione
di montagna, chiusa, diffidente, noi sappiamo che questa è una chiara
consapevolezza di tipo etnografico.

Però, in effetti, non esiste una storia universale, esistono delle
storie locali, per poter documentare dei contesti così disparati è
necessario che la persona sia in grado di conquistare la fiducia delle
persone per potersi collocare in una posizione favorevole a documentare
all'esterno un certo contesto. Forse la condizione migliore è quella di
entrare nella storia degli altri e prendere posizione.

Ci sono diverse metodologie in campo, ci sono persone che si
occupano di mediazione di conflitti, nell'ultimo decennio ci sono state
delle esperienze di donne incentrate sul fatto di frequentare luoghi
difficili e stabilire relazioni con donne, però bisogna dire che spesso
queste esperienze non sono accompagnate con un approfondimento
intellettuale, con un largo respiro intellettuale come per esempio nel
caso di Antonio.

Sicuramente Antonio si è trovato ad agire in situazioni di crisi e
quindi in queste situazioni di crisi lui ha preso la parte dei lesi,
degli offesi. Bisogna ricordare appunto, che l'attività internazionale
di Antonio comincia proprio dalla Conferenza di Vienna nel 1993 e poi
aveva seguito appunto nel 98, la Conferenza per l'istituzione di un
Tribunale penale internazionale. Quindi lui si era specializzato nella
documentazione di crimini per la denuncia nei consessi internazionali.

Credo che la sua partecipazione, la sua entrata nella storia del
Kosovo sia stata più riuscita della sua partecipazione, al suo entrare
nella storia della Cecenia. Lì qualcosa deve essergli sfuggita di mano.

Adesso, quello che dobbiamo fare sicuramente è di continuare il suo
impegno per comprendere e documentare la questione cecena, rilanciare
il mestiere di free lance che necessita proprio dove c'è un decadimento
dal punto di vista delle risorse umane, perché appunto è tramontato
questo modello della partecipazione dell'intervento che invece Antonio
ha incarnato così bene e cercare di dare un impulso forte alla
rappresentazione dei fatti internazionali che in un paese come l'Italia
sono molto coperti e questa è anche una delle ragioni per cui poi non
si capiscono le migrazioni internazionali. Quindi questo è un impegno
forte al quale non possiamo assolutamente sottrarci.

ANTONO BORRELLI. Grazie Patrizia, ottimo intervento.

Io voglio salutare anche la presenza in sala, sin dall'inizio, dalle
prime battute, del maestro onorevole Furio Colombo. Io passerei la
parola, a questo punto, a Rodolfo Calpini, ricercatore di filosofia
teoretica presso l'Università degli studi di Roma La Sapienza.

RODOLFO CALPINI. Io riferirò brevi ricordi ma molto intensi di
collaborazione con Antonio Russo, specialmente dal punto di vista
filosofico.

Diciamo che i miei ricordi risalgono dall'88 al 93, all'incirca. Poi
ci sono stati altri contatti, una telefonata da Pristina per un
incontro tra il Rettore dell'Università La Sapienza e il Rettore
dell'Università di Pristina e poi, dopo, praticamente ci siamo persi di
vista.

C'è stato un suo intervento sul Ruanda ad un mio seminario sul
genocidio in Ruanda. Però il periodo di più intensi incontri risale
appunto all'occupazione, come ha detto anche Patrizia Sterpetti, anche
all'occupazione dell'Università di Roma da parte della Pantera e poi
alla pubblicazione di un libro che lui ha voluto, che io ho scritto e
sul quale abbiamo poi riflettuto assieme, che era: "Lineamenti di una
teoria dell'etnocidio", che è proprio della Casa Editrice Russo.

Diciamo la formazione filosofica. Io non sono d'accordo sul fatto di
dire: quanto era professionale dopo o quanto lo fosse prima, per me era
già un grande professionista prima di incontrarsi con Radio Radicale.

Quale era la sua professionalità nel senso filosofico? Era, diciamo,
di comprendere e di vivere la filosofia come filosofia critica.

Era scandalizzato dal potere Antonio, non ammetteva che si potesse
disporre della vita e delle culture degli altri come di un oggetto, di
qualsiasi tipo di mercificazione era nemico, per cui le nostre
riflessioni erano certamente di attacco alla classe accademica, in
particolare a quella della Sapienza, come dominio esclusivo del sapere
mirato ad interessi che con la cultura non hanno nulla a che fare, per
questo il senso dell'appoggiare le occupazioni dell'Università.

La nostra analisi, perché in quei giorni ne abbiamo discusso
frequentemente insieme, non era solamente critica con l'Università ma
era critica contro la museologia; in particolare ricordo un incontro
bellissimo da un punto di vista della disputa, violentissimo, avuto con
la classe dirigente del Museo Pigorini, del Museo etnologico di Roma,
museo che non a caso si chiama preistorico etnografico in chiave tutta
evoluzionista, in cui insieme con Antonio e con altri circa dieci
studenti, dopo diversi anni che lottavamo in questo Museo per cercare
di fare entrare la storia in quel Museo.

Ecco quello che si diceva e che io ancora dico, è che questi
tristissimi musei etnologici sono la fase finale dell'etnocidio in cui
la popolazione che è stata fatta oggetto di etnocidio( in quel caso
particolare si parlava di Indios) viene messo dentro una vetrina.
L'utente guarda la vetrina e non sa da dove viene questo etnocidio,
vede solamente dei cartelli, delle plumarie, del vasellame degli Indios
e basta.

Allora c'è una cancellazione della storia, c'è un silenzio. Ecco
perché, attraverso la chiave del silenzio si può anche capire bene
perché lui voleva parlare attraverso il suo giornalismo, perché in
quegli anni lì abbiamo approfondito che cosa voleva dire il silenzio
dei musei, sia dei musei dei missionari e sia dei musei dei laici, cioè
quelli fatti dagli antropologi di professione, titolari di cattedre
universitarie.

Noi in fondo cosa dicevamo? Vogliamo portare la storia dentro il
museo. Il museo non ci parli solamente delle plumarie, ci dica perché
queste popolazioni sono scomparse.

Ecco il problema della scomparsa di una popolazione - ecco il problema dell'etnocidio e del genocidio - perché sono scomparse.

La lotta era quella di far parlare i musei di farne dei luoghi di
riflessione, un principio anche per il Movimento studentesco che io ho
posto in tutti gli anni dell'occupazione dell'università.

Allora la sua collaborazione al mio libro: "Lineamenti di una teoria
dell'etnocidio", che sostanza aveva? Io ero riuscito a invitare Robert
Jolen, l'unico antropologo onesto dell'occidente, insieme a Clastr, che
aveva denunciato alla Società degli americanisti, il genocidio degli
indios e aveva fatto di questa denuncia il suo cavallo di battaglia.

Era il '92, si celebrava il quinto centenario della cosiddetta
scoperta dell'America e io come Università per quello che potevo fare
come studioso di museologia, come studioso del fenomeno dell'etnocidio
e del genocidio, volevo che si facesse un seminario su queste cose e
questo seminario che poi fu fatto, fu un seminario che durò 10 giornate
molto intense all'Università di Roma, fu l'unico segno di protesta
contro le celebrazioni che erano le celebrazioni di un genocidio.

Diciamo che è questo che io volevo ricordare di Antonio, la sua formazione filosofica.

Quello che è avvenuto dopo nel Partito Radicale è quasi una logica
conseguenza. La sua morte potrebbe anche essere una logica conseguenza;
però i suoi principi in qualche maniera si sono formati in questi
dibattiti che abbiamo avuto negli anni all'Università.

Vorrei solamente concludere dicendo che forse Antonio ha
rappresentato l'intellettuale, ma un intellettuale che si è formato
nelle lotte contro un potere stabilito dentro l'Università e dentro le
Istituzioni, perché la capacità di fare genocidio che noi abbiamo, non
nasce improvvisamente per una pazzia di un gruppo di persone, è
profondamente dentro le nostre strutture culturali sia religiose che
scientifiche e tecniche.

Allora a questa analisi io vorrei che venisse dato un seguito e
anche magari delle giornate di studio che magari verranno nel futuro.
Grazie.

RICCARDO VILLARI. La prima cosa che mi viene in mente dovendo
parlare di Antonio è che Antonio era una di quelle persone che è
impossibile classificare. Una specie di dimostrazione empirica del
detto che il tutto è molto più della somma delle parti perché
l'attività di Antonio è stata talmente molteplice e per certi versi
contraddittoria in apparenza, perché, come ho detto prima, è
impossibile racchiudere tutto questo in una singola etichetta,
"giornalista professionista."

Quello che è importante è che in tutto quello che ha fatto da filo conduttore è stata indubbiamente la passione.

Antonio era un appassionato di qualunque cosa abbia fatto ed era una
delle poche persone che ho conosciuto, che è riuscito a vivere fino in
fondo tutto quello che ha fatto, pagando di persona questo vivere fino
in fondo le cose.

E' stata una persona in un certo senso, senza un filo di diplomazia,
una di quelle persone che devono fare sempre la cosa giusta anche se
non è il momento, anche se in quel momento fare la cosa giusta è
rischioso, è contro il bon ton, contro la buona educazione, contro
quello che uno si aspetterebbe da un civile individuo occidentale.

In questo senso Antonio era sicuramente una persona molto
particolare, una persona molto difficile, unica, come tutti sicuramente.

Poco fa è stato detto quanto Antonio fosse allergico al potere, non
solo al potere che tutti conosciamo, ma anche alle piccole cose, anche
al potere interpersonale tra le persone. Per quanto una persona fosse
dalla sua o fosse un suo amico doveva comunque essere critico fino in
fondo, ma questa sua critica non ledeva mai la sua umanità.

Riusciva ad essere contemporaneamente una delle persone più umane e
calde che abbia conosciuto e nello stesso tempo, rigido e duro sino in
fondo, dal punto di vista intellettuale.

Questa unione delle due cose è assolutamente difficile anche perché
era assolutamente rigido soprattutto verso se stesso. Io penso sia
difficile rendere a parole la fatica, il dolore che gli deve essere
costato comunque fare quello che riteneva giusto fare…E che me lo
renderà sempre indimenticabile. E' una persona che mi mancherà sempre.

Detto questo penso posso anche interrompere l'intervento.

MARIO COLAFRANCESCHI. Io vorrei leggervi un brevissimo intervento
perché altrimenti l'emozione non garantisce della mia lucidità.

Vorrei parlare di Antonio, della sua grande passione per la società.

Antonio ha portato a questo suo grande amore le sue tante letture
giovanili che gli hanno permesso di acquisire un'erudizione quasi
sterminata. La sua esperienza sociale del Movimento del 77, che doveva
poi, da universitario, rivivere nell'89 con il movimento della Pantera.

La sua libertà da qualsiasi appartenenza politica, la sua
disponibilità al dialogo anche con chi era molto distante da lui. Un
dialogo che per Antonio era un momento di verifica, di scontro e di
prospettiva, un dialogo in cui si doveva mettere in gioco tutto, in un
rapporto carico di tensione comunicativa, un dialogo che era anche una
esperienza emotiva in cui erano ammesse imperfezioni linguistiche,
ellissi, anacoluti per cui occorreva parlare senza reticenze ed
esprimere il proprio punto di vista.

La filosofia, la sua grande passione, ha offerto ad Antonio un
apparato di categorie utili a governare il dialogo. Gli ha portato
l'esempio dei filosofi del 700, quelli intellettuali e lluministi che
attraverso i loro pamplet e l'Enciclopedia, cercarono di far uscire la
Filosofia dal silenzio, dalla riflessione di élite per farla irrompere
nella vita, quella vita che interessava anche ad un altro filosofo che
ad Antonio piaceva molto che aveva molto studiato che era Wittgestein,
un filosofo che apprezzava molto e che in qualche modo gli aveva dato
delle indicazioni che lui ha cercato di seguire nella sua esperienza,
perché l'incontro con la filosofia da parte di Antonio è stata
soprattutto una esperienza praticata. Una esperienza che lo ha portato
a incontrare altri giovani e con loro creare la rivista Philosophema,
una iniziativa spregiudicata per quei tempi con una redazione molto
numerosa composta da una trentina di persone al di fuori degli ambiti
accademici, senza comitati scientifici, senza persone di prestigio.
Studenti che avevano il coraggio di praticare la filosofia e di mettere
per scritto i loro pensieri senza alcun tipo di investitura. E lui con
generosità assunse per conto comune tutti gli oneri che derivavano
dalla proprietà. Poi sulla base di questa esperienza con l'esperienza
di tante altre iniziative editoriali, altre riviste offerse la sua
capacità, il suo nome per coordinare e garantire che queste iniziative
crescessero.

Contava anche sul fatto che l'Università potesse fare da committente
per altre iniziative che il mondo universitario stimolasse e
permettesse la crescita di questa iniziativa editoriale.

Scommise anche su questo al punto anche da investire dei suoi
denari, della sua famiglia, per comprare un computer dal costo allora
proibitivo di una ventina di milioni, un computer comprato in leasing,
con rate che poi non riuscì a pagare completamente al punto che il
computer gli fu pignorato.

Ebbe una enorme delusione che lo portò a ripiegare su lavori di
altro genere, su lavori nel campo dell'edilizia, lavori poco
remunerativi, il lavoro in nero, ad avere anche altri problemi, anche
di salute, sofferse una gravissima malattia.

Poi miracolosamente si riprese e cominciò questo percorso
intellettuale cominciando da Radio di paese, di quartiere, fino ad
approdare a Italia Radio e poi a Radio Radicale.

Avviò poi rapporti parallelamente a questa attività giornalistica in
cui faceva esperienza sul campo e cercava analiticamente di ritrovare
delle verità, di comprendere cosa avvenisse dietro i fatti, proseguì
con questa attività intellettuale filosofica, prendendo contatti con
Università straniere, creò anche un supplemento di Philosophema con
studiosi di storia tedeschi, di cui io non ho documentazione ma
insomma, so per certo che lui ha realizzato.

In ultimo volevo concludere ricordando ed evocando un episodio che
ho condiviso con Antonio: andai, grazie ad un'amicizia che lui aveva
con delle persone vicine all'Istituto Filosofico di Napoli a presentare
la rivista.

Fummo ricevuto dal professor Antonio Gargano che apprezzò molto il
nostro lavoro, erano solo tre anni che ci lavoravamo, lui lo considerò
un lavoro pregevole.

Poi vista la singolarità della cosa, prese contatti con l'avvocato
Marotta che era impegnato altrove, ci fece attendere qualche ora.
Arrivò l'avvocato Marotta e ci presentò.

L'avvocato Marotta pensò di trovarsi di fronte a dei ricercatori,
dei valenti studiosi e noi dicemmo: guardi, siamo degli studenti
peraltro anche abbastanza irregolari.

Al che da buon napoletano, superata la sorpresa ci disse: guardate
che sono gli irregolari che fanno tutto perché i regolari non fanno
niente.

ERASMO CATAVOLA. Io personalmente ho conosciuto Antonio nel periodo
che va dal 94 al 97, nel periodo in cui siamo stati più a contatto
perché da quello che ricordo, era appena passata da poco la stagione
referendaria In Italia e all'Università ci siamo trovati con un gruppo
di studenti appartenenti a varie organizzazioni giovanili dell'area
laica, tra i Radicali e la Sinistra, senza stare a specificare.

Ci siamo ritrovati con la voglia di provare a fare delle attività
all'interno dell'Università, un'attività politica che avesse una grossa
base culturale e in cui cercare di rendere l'Università meno
esamificio. Questa era una delle cose che sentivamo fortemente. A un
certo punto posso dire che è apparso Antonio, nel senso che mi sono, io
ed un gruppo di persone ci siamo trovati a contatto con Antonio in una
dialettica che è stata molto forte nell'ispirazione ma anche nel
contrasto che c'è stato in questa iniziativa che noi volevamo portare
avanti in questo senso. Spesso c'è stata una difficoltà di
comunicazione tra quello che può essere stato il modo molto profondo,
radicale di Antonio, che diceva di andare a fondo alle questioni e
quello che, in un certo senso era probabilmente il nostro modo più
ingenuo anche più sprovveduto di tentare di fare dell'iniziativa
all'interno dell'Università. Questa è stata una costante nell'attività
che abbiamo portato avanti e che non ci ha portato a fare
un'associazione politica ma ci ha portato ad organizzare una rivista
che abbiamo pubblicato per due anni.

In questa iniziativa ci siamo conosciuti e lui ha portato la sua
esperienza e la sua profondità, la sua voglia di andare a fondo alle
questioni come elemento critico all'interno di quella che poteva essere
la nostra iniziativa.

Questo è un elemento che ci ha portato avanti per una parte
dell'iniziativa perché, ad un certo punto il conflitto ha portato
Antonio ad allontanarsi dal gruppo.

Io personalmente ripensando a quel periodo ho avuto l'impressione
che in un certo senso, cercando di leggere le varie esperienze che ha
fatto Antonio e come l'ho conosciuto, mi ha dato spesso l'impressione
di essere una persona che in un certo punto diventava consapevole che
il suo modo di andare a fondo alle cose poteva portarlo avanti soltanto
in solitudine. Questa è una cosa che mi ha colpito molto in Antonio; ho
percepito spesso da parte sua una coscienza del non poter resistere al
cercare di servire in un certo modo la verità, ma essendo pienamente
consapev0ole e soffrendo di dover essere solo a farlo e in qualche modo
a doverlo fare in solitudine.

Questa è una cosa che mi è rimasta molto impressa di Antonio e che
mi ha colpito e mi ha fornito spunti di riflessione su come poi
affrontare un'attività intellettuale. A parte questa esperienza posso
dire che in quel periodo ero anche nel Movimento Federalista Europeo e
c'è stata occasione di far conoscere Antonio nel Movimento e questo poi
gli ha dato in qualche modo la possibilità di mettersi in contatto con
una dimensione nazionale che poi in solitudine ha cercato di portare
avanti.

Questo per quanto riguarda il nostro contatto. A livello di ricordi
quello che volevo dire è che un'altra delle cose che mi ha colpito di
Antonio è stata la sua forte disponibilità a mettersi in gioco nelle
cose, a livello materiale, quotidiano. Per dire, ci è capitato qui a
Trastevere di dover organizzare una manifestazione con il Movimento
federalista e una delle cose che mi ha colpito è stato che dovevamo
montare il palco, cercare di costruire materialmente il luogo in cui
poi svolgere l'iniziativa e Antonio ha chiamato un suo amico barbone
che si chiama Elvio e insieme hanno costruito il palco con il poco
aiuto che potevamo dare noi, come gruppo di giovani.

Questo fatto mi ha colpito, mi è rimasto impresso così come mi è
rimasta impressa un'altra situazione in cui eravamo a Novi Sad in
Vojvodina e una persona era stesa per terra, sembrava stesse male e
Antonio, senza pensarci si avvicinò per cercare di capire cosa avesse e
in che modo potesse essere disponibile.

Questo per me è un ricordo che rappresenta un insegnamento, qualcosa da tenere presente.

Un piccolo ricordo che forse è qualcosa di particolare rispetto alle
esperienze di Antonio è un viaggio di ritorno da una riunione che
abbiamo avuto a Verona come Movimento federalista: all'interno del
treno ci siamo trovati a inscenare una specie di Candid Camera in cui
abbiamo finto di essere un gruppo di non conoscenti che all'attesa
delle due persone che avevano prenotato ci siamo dati dei ruoli.

Per un'ora e mezza sino a quando siamo arrivati, abbiamo fatto
questa messa in scena in cui Antonio si era dato il ruolo
dell'intellettuale un po' trombone, un po' chiacchierone che assieme ad
un altro dei nostri amici che aveva questa propensione a chiacchierare,
avevano il ruolo di far finta di chiacchierare dei massimi sistemi, con
molta ironia.

Questa è un'altra delle cose che mi è rimasta impressa, la voglia
sempre di scherzare, di ironizzare, di sdrammatizzare comunque le cose
e il piacere di stare assieme al margine di qualsiasi attività o
iniziativa che si facesse assieme.

A questo punto penso di aver finito. Forse, per quello che mi
ricordo, Antonio probabilmente avrebbe…Ricordo che quando prendevo la
parola ero sempre quasi pronto a sapere che Antonio avrebbe preso la
parola e avrebbe modificato di sana pianta quello che dicevo.

ANTONIO BORRELLI. Proseguiamo con degli interventi brevi.

GIANNA SCARSI. Io con la vita quotidiana ho da fare perché faccio la
maestra, anzi facevo la maestra. Adesso ho chiesto i lavori sedentari
che consistono nello spostare una biblioteca da una parte all'altra,
comunque ancora sono sul campo.

Quando ho conosciuto Antonio è stato perché Riccardo Villari un
giorno me lo ha portato a casa. Sarà stato nell'89 e Antonio mi disse,
io dovevo andare alla stazione e nessuno mi accompagnava, ti porto io.
Allora cosa fa? Mi da le chiavi della macchina.

Antonio mi disse non so guidare. E allora come pensavate di portarmi alla stazione se non hai la patente.

Dopo di che è cominciata questa amicizia per cui io ero l'autista di
Antonio. Era una cosa molto bizzarra, noi andavamo in giro per Roma
facendo un po' i matti, chiacchierando dei massimi sistemi o di altre
cose, a volte anche di vino, perché Antonio ne capiva molto bene anche
di vino e sapeva distinguere un buon vino da un cattivo vino, anch'io,
essendo di origini piemontesi mi sono dimenticato di dire liguri-
piemontesi ed è venuta questa amicizia molto profonda.

Non ero la sua segretaria, era una battuta perché lui aveva inciso
sulla segreteria telefonica una cosa demenziale che diceva che la sua
segretaria era super bona, al che io dicevo: sono io.

Dicevamo delle sciocchezze insieme. Dicevamo delle sciocchezze ma anche delle cose molto importanti.

E allora io adesso specifico delle cose che ha detto Riccardo.

Tu hai detto che è molto difficile etichettare Antonio, io specifico: è contro dio, se dio c'è, etichettare Antonio.

Siccome Antonio per me ha avuto moltissimo rispetto e altrettanto io
ne ho avuto per lui, vorrei che questo rispetto fosse da parte di
tutti. Questa mania superficiale che ha la gente di etichettare
chiunque sia.

ANTONIO BORRELLI. Intanto leggiamo un messaggio pervenuto da parte
di Emma Bonino che cita: "non posso essere fisicamente tra di voi, ma
grazie di questa occorrenza".

Saluto la signora Beatrice Russo (che sappiamo è in arrivo, è in
viaggio dalla Toscana e con grande sacrificio), alla sua età sta
arrivando, nonostante non fosse nelle migliori condizioni di salute.

"Saluto la signora Russo e tutti i partecipanti a questa prima commemorazione di Antonio Russo.

Antonio ha portato fino all'estremo la volontà di liberare l'accesso
ai media e all'intervento umanitario internazionale nelle zone
coinvolte in conflitti devastanti per ogni coscienza umana e civile.

Antonio Russo è il simbolo di questa battaglia che mi ha visto, mi vede e mi vedrà costantemente coinvolta.

Ai suoi assassini, esecutori e mandanti dico con tutti voi che non
dimenticheremo affinché vi sia la giustizia, la libertà e la pace in un
mondo senza fame e impunite crudeltà."

FRANCESCA CIPOLLONI. Io volevo dire due cose a Beatrice ma adesso
Beatrice non c'è. Se qualcuno pensa di aver fatto torto ad Antonio
gettandolo in mezzo alla strada sbaglia di grosso. Antonio amava la
strada più di qualsiasi altra cosa, in mezzo alla strada diventava il
centro del mondo ed entrava in contatto con tutti e risolveva tutti i
problemi. Da vivo, certo, da vivo.

Ma da lì, dalla strada continua a parlarci come prima e anche di più.

Antonio un cuore e una strada.

CARLO GHIRARDATO. La mia quotidianità come quella di tutti ha
piacere quando viene alleviata da una presenza a cui riconosci diversi
topos o più semplicemente parlando il fatto di essere più o meno della
stessa generazione, di essere alimentati da una inquietudine che non
trova pace e soprattutto quello che a chiacchiere tutti si riempiono la
bocca, per me è un po' più difficile perché sono un anarchico militante
da sempre, ma per Antonio comunque un dato oggettivo legato al proprio
modo di essere e poi, alle proprie scelte, sempre faticose sempre
sofferte, sempre in conflitto comunque con il fatto che una qualche
gerarchia ci deve essere, un qualcuno che comanda un qualcosa che deve
soprassedere.

Beh, questa quotidianità ovviamente da quando manca Antonio è più
faticosa perché era una costante che ad ogni ritorno da un suo viaggio,
col fatto che comunque io invece mi sono legato sentimentalmente, ho
una piccola bambina, ho un cane, ho una vita che cerco in qualche modo
di conciliare con la mia militanza, con il mio lavoro e il tutto e
allora c'era questo piacere di incontrarsi, due che si annusano, si
sanno essere lupi, scegliere il lato comunque globale del discorso, le
due facce della medaglia, il night and day e puoi stravolgerlo.

Ovviamente io, nello stravolgere, oggi come oggi vado molto più
cauto ma per questo non appena lo conobbi, riconobbi in lui, al pari di
me questo lupo, questo anelito alla libertà. Un anelito, adesso io sto
benissimo, non mi manca quasi niente, ma adesso che mi manca Antonio
capisco e comprendo anche a me le ragioni di quanto a volte uno possa
portare il tutto troppo in là eppur saperlo, perché ogni volta che
partiva dicevo: attento Antonio, mi raccomando. Comunque sentivo da
parte mia che era utile ricordarglielo perché io intanto immaginavo,
non perché sia fatalista ma perché lo conoscevo.

Posso solo fare un esempio: al suo ultimo viaggio lui è partito con
una sorta di commissione diciamo, nel senso che ci tenevo e lo
caldeggiai che sarebbe dovuto uscire su questo numero della Rivista, ma
purtroppo non c'è come non c'è neppure Antonio, un pezzo che fosse sul
leasing delle armi, degli uomini, di questa pace, definiamola pace, che
è pace, tutto sommato il mondo forte comunque è in pace e poi bene o
male i conflitti e la guerra fredda sono superati è tutto un altro
contesto geopolitico, quello che vi pare. Però nel singolo nel soggetto
in Antonio questa ricerca di libertà e di verità che poi si accompagna
a un'epoca che ancora di bello aveva maestri.

Ecco perché ritorna il dato generazionale, noi che non siamo più giovani ma non siamo nemmeno così maturi che comunque…

A me verrebbe in mente Albert Camus, ma ce ne sono tanti, perché da
Antonio questo tasto è stato suonato prima della sua formazione
filosofica e che porta con se, proprio nel senso della ricerca della
verità, in questo senso si. Ma poi riesce ad affinare una professione e
qui rimane il dolore perché era sicuramente a pochi passi da quella che
era, però serve, serve proprio per una questione di autostima,
sicuramente era quasi arrivato finalmente ad una sorta di consacrazione
almeno come giornalista.

Ci aveva lavorato, ci continuava a lavorare, ci metteva il massimo
dell'impegno e della serietà. Sicuramente oggi io non ho parole
sufficientemente alte per gridare allo scandalo, perché oggi questa
sala è bella piena, nei giornali c'era solo un trafiletto minimo, un
tamburino, "morte di un reporter" che rientra un po' nello stile, tutto
quanto, quando vita, quello che fai amicizie, dure lotte, testimonianze
e tutto continua in qualche modo, anche se non c'è più il pezzo di
Antonio che mi chiedeva tempo perché lo voleva fare bene.

Sicuramente rispondeva ad una esigenza che oggi credo che sia ancor
maggiormente sentita questa verità, questa libertà di informazione dove
come, quando, perché può morire un uomo come Antonio- e in che modo- ma
quello è già altro.

Comunque grazie per avermi ascoltato e spero che questo sia il primo
di altri incontri nei quali le intelligenze, affinandosi sempre di più
e magari con l'unione dei singoli che in qualche modo, ognuno portando
la sua competenza, anche le sue aree, cioè rendere la cosa sempre più
possibilmente vitale che è il modo migliore per ricordare Antonio
perché sulla vitalità di Antonio, per quanto disperata comunque mi è
sempre stata ben presente, ne sono completamente consapevole, tanto è
vero che nell'ultimissimo incontro io gli ho regalato una sciocchezza,
che era un dramma teatrale che mi era stato dedicato, ma siccome
trattava liberamente della vicenda di Giordano Bruno e del suo Rogo,
lui mi disse: già oggi - ed è una cosa che mi è rimasta perché quando
un amico, qualcuno, qui si dice intellettuale, per me Antonio rimane
amico, comunque ti da la descrizione dello spirito del tempo. E allora
ti dice con due parole che però implicano la solitudine, tutti temi che
sono stati accennati da tutte le persone che hanno parlato oggi. Si
capisce che lo hanno conosciuto e in qualche modo hanno catturato un
aspetto di questo personaggio così poliedrico.

Mi diceva: si bisogna farsi leggenda, in qualche modo giocarsela
tutta per come la credi, per come la vedi e andiamo avanti pure così.
Grazie.

ANTONIO BORRELLI. Adesso ci sarà un breve intervento di Mohsen
Melliti, scrittore e regista che Antonio ha avuto modo di incontrare in
Algeria durante un lavoro. Dopo di che pregherei di preparare il
secondo video, "una voce nel silenzio", di Emilio Casalini.

MOHSEN MELLITI. Di Antonio mi interessava il lato umano, l'amico di
sbronza come si dice. L'ho visto due giorni prima che partisse, è stata
una bevuta lunghissima.

Il giorno che è morto ho cercato di immaginare il suo stato d'animo.

"Ho febbre, mi sveglio con rabbia, odora di sesso e nostalgia e voglia terribile di follia.

Ho bevuto tutte le lacrime di dio, camminando a piedi nudi verso il
paradiso o inferno mio. Non ho la verità, tranne il vapore della parola
e il non detto e la vita come poesia". Grazie.

ANTONIO BORRELLI. A proposito di compagni di sbronza ci tengo a dare
un particolare: Marino Busdachin che doveva intervenire, della
Segreteria dei Radicali, che sta seguendo le indagini, anche in seguito
all'apertura di un incartamento per un processo da parte della Procura
di Roma, una nota particolare perché poi è la cosa che addolora,
aggiunge dolore al dolore, Antonio è stato ritrovato con un tasso
alcolico scarsissimo.

Per chi lo conosceva questo significa che Antonio, che io ho sentito
alla una, ora locale della Georgia, alle dieci di sera mentre stavo a
Chianciano in una assemblea del Comitato dei Radicali, con la linea
disturbata, dove lui già aveva i suoi carnefici in casa, mi chiedeva
delle informazioni e voleva parlare con il Segretario del Partito
Radicale Transnazionale e che cercava probabilmente forza da quella
telefonata.

Ecco, questo vuol dire che Antonio è sparito nelle prime ore della
notte e che è stato torturato per tutto un giorno, per poi morire
probabilmente, nella sera del 15 ottobre scorso.

Questo è un dato veramente singolare.

Se è possibile far partire il video e vi ricordo che per questo
video c'è l'inibizione alla registrazione da parte di Radio Radicale -
Internet.

…………. una secca denuncia della cosiddetta pulizia etnica messa in
atto dai Serbi nei confronti della comunità albanese del Kosovo, è
giunta da Antonio Russo, il giornalista di Radio Radicale che per 7
giorni a Pristina è stato testimone dell'esodo della popolazione civile.

Ascoltiamolo.

Antonio Russo: Stiamo cercando di investigare sul fatto che ci hanno
detto che poco distante da qui c'è una fossa comune di circa 60 persone
che sono state uccise.

Nonostante i vari ultimatum, le varie firme che sono state apposte
da Belgrado e dalle autorità militari serbe, di lasciare il Kosovo che
si possa assistere a immagini come durante il periodo della guerra,
delle case bruciate e della popolazione indifesa e non protetta dalle
forze della Nato.

Scusate un momento perché questa è una diretta proprio al momento come si dice, sul campo.

Stiamo cercando ulteriori informazioni di quella che è stata l'azione portata avanti dall'abbandono dei serbi.

Anche a Kosovo Mitroviza c'è stato appunto un grosso esodo da parte sia della ….

Come far conciliare o come fare scordare queste crudeltà fatte nei
confronti delle etnie albanesi, del silenzio anche giornalistico, per
tanti versi nei vari giochi giornalistici informativi sono stati
portati avanti…

Tra l'altro noi abbiamo anche visto un cadavere vicino allo stadio
di Kosovo Mitroviza, in una zona lacustre e paludosa, che era monca
tanto delle gambe quanto delle braccia.

Questo solo per far capire quello che noi dobbiamo dare di cronaca e per noi è un fatto di cronaca, un fatto di giornalismo.

Vi lascio immaginare quale possa essere lo stato di un popolo albanese kosovaro che sta soffrendo queste ferite.

Questa è la stanza dove ho fatto per 10 giorni i reportage, questa qua.

Questo è il telefono, alla faccia di tutte le tecnologie, un fottuto
telefono anni 50, ho fregato anche la CNN così, niente satellitare.

Nel frattempo leggevo Fedor Dostoijevski, in inglese, Delitto e
Castigo che è una lettura come dire consolante, vista la situazione che
capitava, questa era la mia illuminazione, eccola qua.

I moccoli delle candele con cui io, stando seduto per terra perché
qui sparavano come i matti facevo i miei reportage per mezzo mondo.

Mi ricordo sempre Luca Giurato: sappiamo che c'è un giornalista
italiano, era il suo modo simpaticissimo di dire non possiamo però, per
motivi di sicurezza dire il nome, chi è chi non è, che è ancora a
Pristina. Gli facciamo tanti auguri.

Questo era il modo simpaticissimo di Luca Giurato e ogni giorno mi
ricordo che diceva questo. Mi faceva compagnia alle 7,30, era una cosa
che faceva piacere comunque sentire questo fatto.

Questa era la mia camera dove ho fatto per dieci giorni il mio
lavoro per mezzo mondo, a dire quello che succedeva qui a Pristina. Poi
dopo si è dovuto scappare.

Avete cinque minuti di tempo per andare via.

Quindi hanno cominciato a raccogliere tutte le persone nelle varie
case e li hanno raccolti in un punto all'hotel Parca e da lì hanno
cominciato a indirizzarci verso la stazione.

Sono stati momenti di panico.

Io stavo qui in mezzo.

Ah si? Tutti quanti fanno libri sul Kosovo, escluso io.

Questo è un proiettile da 90 millimetri della zona di montagna che
sto facendo vedere a un mio amico. Adesso lo usiamo per i fiori. Un
tocco di arte anche durante la guerra.

Allora io faccio un libro e dico: Kosovo io non c'ero, per dire, scusate se avrei qualcosa da dire. Kosovo io non c'ero.

Una casa alla fin fine ce l'ho, un tetto ce l'ho, la luce riesco
ancora a pagarla rompendo al limite anche i coglioni a mia madre,
quando non ho i soldi e dire: mi paghi la bolletta della luce fino a
che le regge la pompa e si tira avanti così. Quale è il problema?

Ero l'unico giornalista, credimi, l'unico giornalista che andava lassù.

Persino in dicembre sai in dicembre nevica, prova a immaginare che
una … va ad arrivare fino a Pale, però dalla strada di montagna, non
dalla strada principale.

Ci sono arrivato. Tu sai che io non vedevo l'ora adesso di ritornare a Pale per visitare il vecchio.

Dico sempre non sono un buon giornalista. Perché essere giornalista
vuol dire fregarsene e dire: "ah, cazzo, mi sono rotto i coglioni", non
avere rapporti di cuore, sentimentali con la gente per le cose, le
situazioni.

Bella fregatura.

Comunque lui adesso ha una terra che nessuno gli può prendere.

ANTONIO BORRELLI. Sono già le 18. La mamma di Antonio, la signora
Beatrice Russo non è ancora arrivata, speriamo sia andato tutto bene
nel viaggio. Roma è difficilissima da penetrare.

La parola a Ugo Ferruta, membro dell'Esecutivo del Movimento europeo internazionale.

Poi ricordo che al termine del nostro incontro verranno riproposti i due filmati.

UGO FERRUTA. Antonio me lo presentò Erasmo, uno di quelli che sono intervenuti nella prima parte. del convegno.

Era qui a Trastevere, io venivo dalla Germania, ero all'epoca,
qualche anno fa, vice presidente europeo dei giovani federalisti.
Tornavo a casa e andavo a una riunione, quella che pensavo una riunione
tra amici, dirigenti a cui volevo bene con cui condividevo delle idee.
Una riunione alla quale andavo un po' alla leggera, con la superbia di
quello che ha raggiunto qualcosa sul piano politico, che viene a
parlare con gli amici del luogo da dove è partito.

Pensavo quindi ad una riunione tranquilla e a una cena ancora più tranquilla.

Invece mi imbattei in Antonio Russo e in quella serata mangiammo bene e cominciammo a discutere.

Antonio cominciò a contestare, a confutare tutto quello che dicevo,
anche quello che dicevano gli altri ma comunque, su tutto, su tutti gli
argomenti, non solo le affermazioni delle mie convinzioni sul piano
politico ma anche dal punto di vista di formazione anche quando si
parlava di legge, quando si parlava di diritto, quando si parlava di
diritto romano.

E più mangiavamo bene più lo stomaco mi si bloccava e più dicevo: ma
questo chi è, ma questo chi ce lo ha portato. Come cazzo fa a sapere
tutte queste cose?

Mi costrinse a tirare fuori a dire tutto quello che sapevo, a
rispondere. Così terminai quella serata con un notevole mal di stomaco
e con un nuovo amico.

Il nuovo amico era Antonio Russo.

Da allora facemmo parecchie cose insieme e ci divertimmo molto
perché stare con Antonio significava senz'altro provare emozioni ma
significava anche molto divertirsi, anche molto sdrammatizzare. Io ho
visto alcuni dei personaggi che sono stati con lui premiati, alcuni dei
personaggi anche molto importanti, istituzionali e non, con cui ha
condiviso delle esperienze.

Chi lo conosce può immaginare, chi non lo conosce non potrebbe
immaginare le battute dissacratorie, le fotografie, il modo in cui
fotografava il modo comico, a volte anche se con stima apprezzamento di
tutti questi personaggi.

Per tagliare corto Antonio Russo, Antonio Russo chi? Il giornalista?

Io non vorrei parlare solo di Antonio Russo il giornalista, anche
perché quello che abbiamo visto nel video, nel primo video, quello del
premio, non era un giornalista, non era solo un giornalista, era un
extra terreste se vediamo le cose che ha detto era una persona che
aveva una formazione, uno spessore culturale umano, che andava ben al
di là delle dignità e dell'amore, della passione con cui faceva la
professione di giornalista.

Era un extra terreste ripeto, piovuto da qualche galassia in un
contesto di autorità politiche istituzionali invece molto terrestri.

Io vorrei parlare di Antonio Russo non il giornalista, non l'uomo di
cultura il ricercatore che è stato presentato da altri, per aiutare un
po' a definire la complessità di questo personaggio; vorrei parlare di
Antonio Russo militante politico.

Antonio era un militante politico, amava la politica, credeva in quello che faceva.

Era un militante nel senso che una figura importante tra i padri del
movimento federalista europeo appunto definiva il militante come colui
che fa della contraddizione tra fatti e valori una questione personale.

Questo era Antonio in politica. Antonio era un difensore, io sono
d'accordo con Antonio Borrelli quando ha detto che era un difensore
della verità e della giustizia. Nel video lo abbiamo sentito parlare di
umanità.

Io direi che era un difensore della dignità, della dignità delle persone e della dignità dei popoli.

In questo senso lui ha abbracciato, tra le diverse cause che ha abbracciato, ha abbracciato quella degli Stati Uniti d'Europa.

ANTONIO BORRELLI. E' entrata in questo momento la signora Beatrice Russo(applausi). Buonasera.

Prego Ugo, puoi continuare.

UGO FERRUTA. Grazie. Dunque lui ha abbracciato la causa degli Stati
Uniti d'Europa perché aveva capito che dietro la demagogia
nazionalista, la demagogia degli stati nazionali si nascondeva a volte,
la miccia dell'estremismo, la giustificazione dell'oppressione.In
questo senso lui ha abbracciato la causa.

Mi convinse, ne discutemmo insieme a lanciare una iniziativa che è
la più significativa di altre iniziative, parlerà Luca D'Ascia
successivamente e sono iniziative più universitarie, accademiche.

Io vorrei qui solo sottolineare la straordinarietà del fatto che
storici tedeschi di livello nazionale se vogliamo, alcune delle massime
autorità della storia moderna tedesca, abbiano pubblicato- e in
Germania pubblicano solo per milioni di marchi e per libri che vendono
centinaia di migliaia di copie -, abbiano accettato di scrivere un
saggio in un libro pubblicato in Italia da Antonio Russo Editore che,
era chiaro fin dall'inizio, avrebbe venduto qualche decina di copie se
non qualche centinaio al massimo.

Ecco, questo spiega ancora una volta la straordinaria complessità,
lo spessore umano, culturale del personaggio, che la persona può
diventare personaggio, altrimenti io non penso che queste persone
avrebbero accettato di imbarcarsi in questa impresa.

E allora, come altri io ho accettato di imbarcarmi con lui
nell'iniziativa "Caffè Europa", che ci portò e qui voglio
sottolinearlo, ci tengo a dirlo, grazie in gran parte ai contatti, ai
rapporti privilegiati che Antonio aveva già da prima attraverso la sua
militanza radicale, attraverso le persone che aveva conosciuto nel
Partito Radicale da militante, non da giornalista, da militante
politico che aveva conosciuto in precedenza a Zagabria, in altri posti.

Lanciammo questa iniziativa che ci portò con un gruppo di giovani di
diversi paesi europei a testimoniare solidarietà in Bosnia, a Sarajevo,
a Mostar, contro l'oppressione e il virus del nazionalismo.

Così cominciarono le prime esplorazioni che poi continuarono dove solo lui riusciva, poteva, sapeva andare.

Io ho assistito alle prime difficoltà, le difficoltà per farsi
accreditare, alla lotta contro la burocrazia, al momento in cui non era
facile salire il primo livello.

Su questo vorrei anche narrare le difficoltà che Antonio ha
incontrato nel nostro Movimento, scusatemi se ne parlo, ne parlo anche
perché sono contento che qui emergano realtà spesso sommerse, realtà
politiche, realtà culturali, spesso sommerse ma di grande valore come
gli anarchici, come le riviste di filosofia, come altre che abbiamo
viste qui testimoniate, come la Free Lance, a cui Antonio aveva teso
una mano.

E' importante che emergano da questa iniziativa, è importante usare
il biglietto come una figura storica del Partito Radicale disse, il
biglietto di Radio Radicale per far conoscere anche queste realtà.

Io penso che lui ne sarebbe stato contento.

Vado e taglio e volevo dire questo: Antonio nel Movimento non fu
capito da tutti, fu molto apprezzato, moltissimi lo hanno stimato, si
sono battuti con lui. Altri sono rimasti indifferenti o scettici perché
non tutti lo hanno capito e credo che questa sia una costante nel
percorso di Antonio attraverso le realtà che ha attraversato.

Non tutti hanno capito e mi permetto di dire una cosa, c'è stato nel
video che abbiamo visto e ascoltato prima la musica, la colonna sonora
della prima parte era dei Queen - che hanno scritto una canzone per
ricordare il loro capo carismatico - che si chiamava "To Much Love will
killing", troppo amore ti ucciderà.

Se volgiamo, sul piano logico, volevo dire che Antonio era una
persona che appunto spesso non ha capitalizzato perché si è molto
preoccupato di dare, ha amato nel senso di dare. Ha dato moltissimo a
molti è rimasto qualcosa di quello che ha dato; molti invece non hanno
capito tutto questo e lo hanno osteggiato, non lo hanno riconosciuto,
non hanno sfruttato l'opportunità che il rapporto con Antonio poteva
dare.

Questo è successo nel Movimento, io credo sia successo anche altrove
e ci tengo a dirlo perché se ne discuta e ci tengo a dire anche un
altro fatto prima di arrivare alla conclusione. Antonio negli anni,
come era, si è fatto molti estimatori e anche molti nemici ed è per
questo che, secondo me, sarà molto difficile, non per questo si deve
rinunciare, ma al contrario capire da dove è venuta la mano che lo ha
ucciso, perché i nemici erano tanti, come gli estimatori.

Era un personaggio che divideva, un personaggio che si amava e spesso si odiava.

Dunque lui credo considerasse limitata, benché ripeto, ne avesse
abbracciato la causa di lotta del Movimento federalista europeo, non
gli bastava confutare l'estremismo nazionalista sul piano della logica
intellettuale, convincere gli altri con argomentazioni razionali che
non era giusta la costruzione dell'Europa divisa in stati nazionali.

Lui voleva anche capire, scoprire denunciare i motivi e gli
interessi che muovevano in modo più o meno discreto e occulto, lo
scatenarsi di quelle passioni che quando si scatenano giustificano,
agli occhi di chi le compie, discriminazioni e atrocità.

Ecco perché è andato in prima linea, ecco perché a un certo punto è
partito, ha compiuto il suo percorso, qualcuno lo ha detto bene, la sua
corsa senza perdere di vista mai, quelli che con lui avevano fatto
assieme un pezzo di strada e ne avrebbero potuto, un domani forse,
compierne un altro.

Del metodo Antonio Russo abbiamo parlato e vorrei dire che la figura
di Antonio secondo me, ma questo dipenderà anche da noi, ma comunque la
figura di Antonio, secondo me, la figura di un altro grande, molto
grande e in modo molto diverso da lui, Altiero Spinelli una figura che
verrà scoperta poco a poco.

Spinelli è uno dei due autori del Manifesto di Ventotene, è stato
per decenni apprezzatissimo da elite intellettuali e anche politiche ma
è rimasto la conoscenza, il patrimonio di pochi.

Antonio, proprio per il suo modo di essere, è rimasto per lunghissimo tempo, il patrimonio grande di pochi e di pochissimi.

A un certo punto, per mille motivi, per la necessità di trovare una
mestiere perché nella vita è necessario avere un mestiere, lui ne aveva
dieci, quindici dentro di se di mestieri potenziali.

Qualcosa lo ha fatto ridiventare giornalista, era già stato
giornalista, aveva lavorato per una delle tante radio che poi non lo
avevano dichiarato e lo avevano messo ancora una volta di più in
difficoltà, non concedendogli di prendere quello che si chiamava il
patentino.

E' ridiventato giornalista e di fare il giornalismo appunto come lo
sapeva fare lui, con cultura, con profondità, con umanità e con
passione senz'altro.

Voglio chiudere ripetendo una sua frase che ho letto in un suo
articolo che ha scritto in seguito ad una esperienza in Tibet, una
volta che mi venne a trovare in Germania.

Poche parole: parte di verità e parte di menzogna hanno da sempre costituito l'anima della politica.

Anche in questo onestissimo e dico che Antonio, come nel caso della
ex Jugoslavia, come nel caso del nostro primo viaggio insieme, a
Sarajevo, ha voluto immergersi nel centro della geopolitica, nel
labirinto delle umane contraddizioni e verificare se quelle che
potevano per altri restare ipotesi generiche, avessero invece un
riscontro fattuale.

Questa, per chi lo conosceva è semplicemente la conferma che anche
il progetto dell'ultima indagine era prima di tutto suo, che era lui
che lo aveva fatto, che lo aveva concepito e aveva trovato poi,
successivamente, la struttura che gli dava i mezzi per farlo e portarlo
avanti. Come era stato per noi federalisti, così è stato in altre
occasioni.

E che questo progetto veniva da lontano, che c'erano voluti anni per
realizzarlo da vero uomo libero, da autentico free lance
dell'informazione e della politica che ha cercato e trovato con fatica
e a caro prezzo, non padroni e committenti ma sinergie e compagni di un
pezzo di strada. Grazie.

ANTONIO BORRELLI. A questo punto ho il piacere di dare la parola
all'onorevole Furio Colombo che per primo ha citato Antonio in un suo
libro come esempio di giornalismo e che per primo, anche pubblicamente,
ha suggerito di istituire un premio giornalistico a lui intitolato.
Grazie.

FURIO COLOMBO. Grazie per avermi invitato qui e di darmi questa
occasione di essere con voi in una situazione nella quale la parte viva
e la parte di contemporaneità della figura di Antonio Russo è di gran
lunga superiore, nonostante il dolore dei tanti di voi che gli sono
stati amici cari e penso alla mamma che adesso è qui, qualcosa che
appartiene alla realtà e appartiene al presente, è un fatto della vita
dei nostri giorni.

Devo dire l'impegno che a me sembra ragionevole e ci pensavo mentre
guardavo quel video che è molto bello, è quello di collocare Antonio
Russo nella storia del giornalismo contemporaneo.

Perché ci penso? Perché mentre quando è stato ucciso, in quei giorni
stavo insegnando ad un corso di giornalismo internazionale alla Luiss e
mi trovavo di fronte 40 ragazzi, 40 giovani con cui ogni settimana si
parlava, si rifletteva sullo stato del giornalismo contemporaneo e
quando l'evento è accaduto era impossibile non discutere con loro di
cosa sapete di Antonio Russo e che cosa avete letto o ascoltato sulle
radio e le televisioni o sui giornali, di Antonio Russo?

Ho chiesto a quelli di loro che lo avessero voluto - nelle scuole di
giornalismo italiano non si fanno prove scritte, si fa quasi sempre
conversazione - io ho detto: vorrei delle prove scritte, vorrei che
scriveste, oppure fate della radio e della televisione quello che
volete, ma vorrei il documento giornalistico.

Mi sono accorto che, accidenti, se non era passata invano questa
presenza nel giornalismo contemporaneo. Non posso neanche dire nel
giornalismo italiano perché è stato molto di più che il giornalismo
italiano. E' giusto dire giornalismo contemporaneo.

Ho avuto un ritorno di lavori che mi dicevano quanto era stato
importante per questi giovani che pensavano di fare i giornalisti
essere stati intercettati da una voce, essere stati intercettati da una
linea di comunicazione, essere stati intercettati da un modo di
comunicare. E aveva lasciato un segno, aveva lasciato un segno che era
ben distinguibile, era molto diverso il modo con cui loro mi parlavano
di cose che conoscevano perché le avevano apprese dalle forme
tradizionali di informazione e di giornalismo e le cose che sapevano
per averle apprese dal giornalismo, dal modo di fare giornalismo di
Antonio Russo.

E' stata quella l'occasione nella quale mi è venuta l'idea, ho
pensato che si dovesse avere l'idea di avere un premio di giornalismo
di Antonio Russo, un premio di giornalismo internazionale di Antonio
Russo.

Io immagino, avendo ascoltato alcuni di voi qui e avendo, per quello
che poso capire, non avendolo conosciuto, o avendolo conosciuto
soltanto come voce e non è poco, ma avendolo conosciuto soltanto come
voce, mi domando se alcuni di voi non temano che questa sia una forma
di istituzionalizzazione.

Ho capito e sentito benissimo che per capire Antonio Russo e la sua
vita debbo rifarmi a certe mie esperienze di vita americana negli anni
60, quando l'umanità si distingueva agli occhi dei giovani in Hip e
Square. Io sarei Square, lui certamente Hip. E' tra HIp e Square che si
è giocato quel decennio nella cultura americana.

E' tra Hip e Square che si è giocata la grande tensione, la grande
spaccatura americana sulla questione della guerra del Vietnam.

E' tra Hip e Square che si è giocata la letteratura americana di
quel periodo e anche la musica e anche le cose che hanno lasciato un
segno di quel periodo.

La definizione di Hip era uno che non puoi mettere a posto in
nessuno modo perché non c'è un contenitore che lo possa ospitare, per
quanto grande e comodo sia il contenitore, anzi più lo accomodi e meno
lo ospiti, più lo faciliti e meno ti arriva.

Hip è qualcosa di più di libertario, è qualcosa di diverso dalla
pura e semplice professione di anarchia. E' un fatto esistenziale molto
forte che reclama la propria impronta, che reclama la propria unicità,
reclama una identità che non si presta ad essere sopraffatta anche
benevolmente da identità protettive, non si presta ad essere protetta,
che è l'estremo non prestarsi.

E' facile per molti di noi indignarsi degli antagonismi, è molto più
facile irritarsi e sottrarsi alle benevolenze, alle protezioni e agli
accomodamenti. Di qui si identifica questo genere di persona e questa
persona.

Io ascoltavo e pensavo, ho seguito istintivamente due filoni di
ricordi per analogia: uno è il ricordo per analogia del lavoro del
corrispondente di guerra. I corrispondenti di guerra, tipicamente -
anche i bravi i seri, anche gli onesti - hanno alcune regole che prima
o poi finiscono per seguire in qualche modo.

Un corrispondente di guerra è sempre a cavallo in un punto
indefinibile, per usare il linguaggio di Primo Levi, tra i sommersi e i
salvati, tipicamente il giornalista di guerra si sposta sui salvati.
Si, li vede i sommersi, li racconta i sommersi e si, se è bravo e
serio, usa gli accenti giusti, il linguaggio giusto, ma sta con i
salvati. E' un fatto della vita.

Il giornalista di guerra prima o poi torna nel grande albergo, torna
a trovare elementi di compensazione e consolazione. Il giornalista di
guerra sta nel club di coloro che sanno, di coloro che sono in grado di
dare le informazioni ufficiali, di coloro che sono in grado di dare dei
materiali, dei documenti, delle indicazioni e qualche anticipazione e
imparano che è bene frequentare in modo che le cose giuste arrivino al
momento giusto perché si insegue lo scoop, perché è bene stare vicino a
dove le buone informazioni ti possono venire.

Il corrispondente di guerra impara che devi dosare estremamente la
partecipazione e il distacco, ma che il vero segreto è il distacco.

Ricordo una cosa che mi raccontava mia figlia mentre faceva scuola
di Medicina a New York, mi diceva: sai cosa ti dicono quando entri
nella parte più grave e drammatica della chirurgia, la chirurgia
oncologica, quella più difficile da tollerare per i giovani, i ragazzi
che mettono per la prima volta le mani in questa materia, ti dicono "si
ma non sta capitando a te". Ricordati bene mentre stai facendo ciò che
stai facendo, che non sta capitando a te.

Io vedevo mia figlia scandalizzarsi di questa cosa, perché diceva:
no, io faccio il medico esattamente perché vorrei identificarmi con le
persone che stanno soffrendo.

Ma la scuola era un'altra, la scuola era. Attenzione, tranquilli
tutti, nessuno si impressioni per quello che vedrà tra poco sul tavolo
operatorio, non sta capitando a te.

Quando lei me lo ha raccontato mi ha fatto venire in mente quanto
questo sentimento è istintivamente, silenziosamente diffuso quando si
fa il corrispondente di guerra, quando si fa il corrispondente di
dolore di orrore e di repressione, non sta capitando a me e ti tocchi
in tasca i documenti, il tuo passaporto, la tua identificazione, il tuo
tesserino perché dici: terribile quello che vedo e buone le parole che
posso trovare per descriverlo, ma ho il mio documento, il mio
lasciapassare. Io me ne vado.

Ecco, quello che ho visto, quello che sapevo dai giorni di Pristina,
quello che ho visto da questi video, quello che ho sentito nelle vostre
voci, mi descrive, mi racconta, mi riporta, mi attribuisce dimensioni
in più da quelle di un giornalista che ascoltava con infinita
ammirazione un altro giornalista, mi restituisce una immagine che certo
non si presta ad essere catturata in una struttura istituzionale di
nessun tipo.

Eppure io insisterò in questa idea di un premio che porti il suo
nome, perché cosa possiamo sapere dei tanti che vengono avanti,
specialmente fra le persone giovani, specialmente fra quelli che ancora
non hanno potuto respirare in pieno la loro vita professionale. Che
cosa possiamo sapere del modo in cui lo faranno e perché non dovremmo
dargli un punto di riferimento, perché non dovremmo dargli un modello.

Un modello come Antonio Russo non è una cosa che si prende e si dice: faccio come. No, però è un riferimento.

Badate che molto nella vita dipende dai simboli alti, buoni e nobili.

Quante volte abbiamo notato che simboli ignobili producono, prima o
poi comportamenti ignobili e che brutte espressioni e avvilenti
descrizioni e modi terribili di raccontare le cose producono azioni
maledette. Quante volte lo abbiamo visto?

Non è vero che c'è una grande differenza, una grande vallata tra le
parole e i fatti. C'è un flusso continuo di influenze e se si può fare
qualcosa, dico io dal mio versante Square, se si può fare qualcosa
perché non il nome, non la vita, non il lavoro, non una parte almeno di
ciò che ha fatto come reporter, come giornalista, come testimone possa
diventare simbolo e modello per le persone più giovani, che si
orientano a fare il mestiere del narrare vita, avventure, disavventure,
tristezza e morte degli altri. Non sarebbe poco e potrebbe avere molta
importanza.

Un segno che vale meno della sua vita e di ciò che ha detto e fatto
e rischiato, ma che vale di più dell'omologazione nel silenzio che è
quello in cui siamo molto ma molto bravi, tutti quanti, non voi ma in
generale, nella vita che ci circonda e che è fatta di quel tessuto
ormai che si vede in certi film di fantascienza, in cui la ferita si
rimargina subito mentre guardate. Viene ferito il robot che sta per
assalirvi, che rappresenta il pericolo e la sua ferita, per quanto
grave, immediatamente si rimargina e il tessuto ritorna intatto come se
non fosse passato il segno che avrebbe dovuto fermarlo.

Qui ci troviamo di fronte ad una doppia situazione che non dobbiamo
lasciar cadere e che non dobbiamo permettere che venga ignorata. Una è
quella del valore e del simbolo alto della persona, della sua vita, del
suo modo di lavorare, della testimonianza, del suo modo di fare il
testimone di quel suo stare dalla parte di.

Fuori dai club, fuori dagli alberghi, fuori dai circoli
privilegiati, fuori dalla protezioni e accanto a coloro, popoli,
persone o individui su cui cade il buco nero, la cappa nera e
terrificante della sofferenza.

Il contrario esatto di quella scuola di Medicina di cui stavamo parlando, di quella rassicurazione: tranquilli, non siete voi.

Lui ha preso l'altra posizione. No, io sono qui perché sono voi e
non è né facile né comune né tradizionale. E' il contrario per la
maggior parte dei modi con cui si esercita la professione.

L'altro aspetto per cui vorrei persuadere che questa è la cosa che
va fatta, è il tipo di inchiesta che è in corso, è il tipo di delitto
che rimane aperto e potrebbe rischiare di rimanere impunito, il tipo di
morte che Antonio Russo ha dovuto affrontare perché faceva il
giornalista in quel modo.

E' per questa ragione che vorrei la costrizione del dover
riascoltare il suo nome, riascoltare le ragioni per le quali è bene che
altre persone, tante altre persone sappiano di lui e stiano attente a
quello che è accaduto.

Io credo che sarà una storia lunga, io credo che sarà un'inchiesta
incerta, io credo che ci saranno delle soluzioni e delle risposte che
non saranno soluzioni e non saranno risposte, perché troppe altre
storie, comprese tante di cui Antonio Russo si è occupato, sono state
di questo tipo e che il tipo di delitto della storia di Antonio ci
costringe a rivedere è di quegli orrendi delitti di stato che si fanno
ignobilmente e che si coprono facilmente.

E allora questa è l'altra ragione, la stessa per cui ad esempio
esiste negli Stati Uniti un Committee for protection journalist, un
gruppo che non ha altro scopo che di proteggere i giornalisti quando
sono in situazioni di pericolo e persino quando si autoproteggono nel
modo che vi dicevo un momento fa.

Vedete, nell'ultima storia del giornalismo contemporaneo si
dipartono due filoni come alla foce di un fiume, o meglio il delta. Da
una parte c'è una serie di percorsi che vanno sempre più persino
profittando della estrema agilità delle nuove tecnologie vanno sempre
più omologandosi e diventando una sorta di giornalismo compatibile con
quasi tutto. Un giornalismo di normalità, un giornalismo che non
spacca, che non rompe, non provoca, non altera, non denuncia, non
sussulta e non provoca sussulti.

Dall'altra parte esistono rare, ma ci sono, focolai, centri di
giornalismo partecipativo che vuol dire: io ci sono e la cosa mi
riguarda, la cosa che ho capito mi riguarda e non tacerò. Non tacerò e
continuerò a parlarne, continuerò a parlarne e continuerò a
identificarmi.

Il giorno che conta non è quello in cui partirò ma è il giorno in
cui sono arrivato perché da quel giorno si è creato un legame che sono
deciso a mantenere.

Esiste questo tipo di giornalismo, affiora meno, è più raro ma c'è.

Non dirò che Antonio Russo sta da questa parte o dall'altra e che
abbiamo descritto, state descrivendo, state amando l'immagine, la
figura, non il ricordo, ma la vita di qualcuno che non si presta ad
essere messo in uno scaffale per quanto lo scaffale sia bene illuminato
e sia messo nel punto buono della casa.

Però vorrei che aveste fiducia nel fatto che da tanta energia vitale
e da tanto contributo appassionato e incessante di quella qualità e di
quel rischio, restassero alcuni segni che è bene che restino. Da una
parte perché avranno una grande importanza educativa e questa è una
professione sociale, è la parte educativa, la parte di mobilitazione di
qualità professionali ma anche di sentimenti e di modi di farlo ha
importanza.

Dall'altra, per impedire, anche con l'espediente della ripetizione
organizzata del nome, del senso della storia, dell'evento, per impedire
che cadano silenzi tranquilli e quelle giornate dell'oblio che sono la
gran parte delle nostre giornate.

Per cui anche se l'idea di un premio internazionale Antonio Russo vi
può sembrare per un momento un'idea Square, io vi prego di pensarla, io
vi prego di sostenerla perché credo che si debba trasformare in un
progetto.

Vi ringrazio di avermi permesso di dirvelo qui.

ANTONIO BORRELLI. Abbiamo un programma in netto ritardo.

Pregherei Luca di essere breve o posposto perché c'è Piera degli
Esposti che ci ha fatto questo grande regalo di leggere un pezzo di
Antonio, quindi sarà un momento emozionante e abbiamo molti interventi.

Decidi Luca. A questo punto io inviterei al tavolo Beatrice Russo e
Mubera Busgiari La mamma di Antonio, Beatrice Russo e la mamma kosovara
di Antonio che l'ospitò per due anni a Pristina.

Si stanno incontrando in questo momento, non si erano ancora viste ed erano una seduta dietro l'altra.

Mubera Bujari: Faccio le mie condoglianze alla famiglia da parte mia
personalmente e da tutta la mia famiglia e da tutto il Kosovo.

Lui ha fatto tanto per noi e ha meritato tutto quello che noi abbiamo dato a lui.

Lui mi ha raccontato tanto di sua madre e mi faceva tanto piacere sentirmi chiamare mamma anche a me.

ANTONIO BORRELLI. E' l'incontro che abbiamo fortemente voluto perché
Antonio era un uomo che appassionava, amava la gente e quindi era anche
amato.

Non so se Piera degli Esposti è pronta adesso o tra un poco.

Prego allora Oliviero Beha di intervenire con la preghiera, in questa circostanza, di usare pochi minuti perché siamo emergenza.

OLIVIERO BEHA. La sintesi per me, ringraziando iddio, non è un problema.

Invece di partire da Antonio Russo parto da Furio Colombo.

Io sono uno dei molti credo, affascinati dall'eloquio e dalla musica
delle parole di Furio Colombo, che è una specie di Pifferaio di
Hammelin.

Il problema è di capire chi sono i topi.

Si parla adesso di Antonio Russo per una serie di motivi, è ovvio, per la fine che ha fatto, che è una fine tragica.

Il secondo è che ha fatto questa fine tragica perché stava facendo
un certo tipo di mestiere e lo stava facendo in un certo tipo di modo.

La prima domanda credo per voi, non so appunto se voi o noi si sia i
topi o semplicemente i cittadini che venivano liberati dei topi grazie
al Pifferaio di Hammelin, questo è tutto da discutere.

Io credo che ci dovremmo domandare come mai ci sia un Antonio Russo
che fa quelle cose e ci lascia la pelle e poi tutti gli altri. Dove
stanno tutti gli altri?

Compresi coloro che lo commemorano, dove stanno abitualmente, cosa fanno?

La prima cosa che penserei sentendomi dire queste cose, nei vostri panni dire: ma perché Beha dice questo, a quale titolo?

Il titolo è quello personale e professionale per quello che faccio
tutti i giorni, per il fatto che non appena mi è stato possibile
Antonio Russo l'ho commemorato in un certo modo, per ricordare che cosa
succede, che cosa è successo e che cosa invece non succede e dovrebbe
succedere, per il fatto che questo è un Paese e il discorso lo potremmo
fare su scala internazionale e sarebbe prezioso ogni riferimento
international, come ha fatto Furio Colombo ai Comittee americani.

Ma io mi attengo al disagio di Tor Bella Monaca, sapete ognuno ha la
visione delle cose che gli pertiene, dico che rimanendo in questo Paese
la categoria dei giornalisti di cui nominalmente faccio parte io,
nominalmente fa parte Furio Colombo che è parlamentare, perché
contemporaneamente fa il giornalista, era il rappresentante americano
della Fiat, tutto straordinariamente legittimo ma, per capirci,
semplicemente per chiamare le cose con il loro nome, altrimenti non si
capisce più nulla, altrimenti si manca di rispetto, sia pure
retoricamente inteso nei confronti di chi stiamo commemorando.

E allora il problema è che questa categoria alla quale, sul piano
sostanziale Antonio Russo apparteneva, la categoria in Italia si è
dissolta, è stata letteralmente comprata dalla politica, come sappiamo
tutti, in senso stretto e in senso lato, dalla pubblicità e dalla
promozione pubblicitaria per cui sembra che quasi tutti facciano quasi
sempre gli uffici stampa di loro stessi o di coloro che rappresentano.

Non c'è più curiosità, nessuno ha voglia di andare a capire,
ricostruire storie. Non mi meraviglierebbe se, dietro la vicenda di
Antonio Russo ci fosse qualche altra cosa, cioè qualche rimando alle
armi come sembra, all'uranio impoverito.

Insomma nella realtà mondiale il difficile non è scoprire la singola
tessera del mosaico, è mettere a fuoco tutto il mosaico. Manchiamo di
bravi mosaicisti, non di bravi figurinisti tesseristi, quindi di solito
si riesce a fare in qualche modo avere il segreto e tenere in penombra
e non riuscire a vedere bene la figura intiera. Si vede la tesserina e
quella tesserina spesso non riesce in qualche modo, faticosamente, dopo
qualche tempo a venire alla luce.

Solo che a quel punto, quando viene alla luce non è più in grado di
essere messa giustapposta, di essere associata alle altre tessere.

E allora non si capisce più, allora sembra che Antonio Russo - sia o
sia stato, sia perché nel caso di persone così il presente storico è
molto più adatto e rispettoso- uno stravagante.

Allora noi ci possiamo permettere il lusso di Antonio e della sua
morte perché è diverso da noi. Attenzione, ognuno allora si prenda la
responsabilità di quello che dice. Non lo dico a voi in questo caso a
chi materialmente non fa quello, lo dico a chi fa parte della categoria
alla quale apparteneva e dalla quale si staccava Antonio Russo e vive
un altro tipo di vita.

Guardate, proprio alle corte, sempre in omaggio alla sintesi,
rispetto tantissimo, l'ho fatto prima lo faccio in mortem, Antonio
Russo, ma quello che mi riesce intollerabile è che la categoria e le
persone rappresentative della categoria facciano i saprofiti sulla sua
memoria.

Questo per me è troppo, ma forse sono io che sono di stomaco debole. Grazie.

ANTONIO BORRELLI. Grazie Oliviero.

Non lo avevo presentato adeguatamente. E' un giornalista Rai che per
primo ha avuto modo di fare una trasmissione radiofonica dedicata ad
Antonio Russo. Grazie.

Se nel frattempo si prepara la postazione di Piera degli Esposti che
ci sta per fare questo grande regalo: la lettura di un testo di
Antonio, "La congiura del silenzio".

E' pronta adesso e quindi la salutiamo, è presente con noi, una
delle maggiori attrici italiane per me. Quindi lo dico in senso
assoluto. Grazie.

PIERA DEGLI ESPOSTI. Il secco, inconfondibile e sussurrato tac
dell'orologio avverte. Alzo gli occhi anche se non ce ne sarebbe
bisogno.

Lancio una veloce occhiata, le 18,30. Ho capito, ricomincia il balletto.

E' il marzo del 99 a Pristina.

L'operazione Nato è in atto da giorni e la televisione tra poco
ululerà il suo clac mortale e il silenzio sarà l'unica compagnia di
un'attesa.

Mi affaccio alla finestra per registrare rumori, sussulti di una città condannata a morte.

Le strade sono deserte. Quella principale che conduce a Vellania è sgombra dal solito ceck point della polizia.

Quanti ricordi in quei ceck point maledetti.

La strada che conduce a Villania parte dalla grande moschea di Ali
Pascia per poi arrampicarsi a sinistra zigzagando verso la collina.

Su questo tragitto nei mesi passati si svolgeva il gioco dei
controlli della Milizia su chiunque passasse. Era un gioco tragicomico,
una sorta di gatto e topo, dove un ironico croupier si divertiva a
tenere banco. L'ora era sempre la stessa, le 7,30.

All'imbrunire la Polizia militare soprannominata gli uomini blu,
come uno stormo di nottole usciva disponendosi nei punti principali
d'ingresso ai vari quartieri albanesi di Pristina. I più rabbiosi si
situavano all'ingresso del quartiere per Brasniesvki.

Un caldo caffè che bevo mi riporta ad un presente dai tragici presagi.

Ritornano immagini di Sarajevo durante la guerra bosniaca, una città
anch'essa in agonia, torturata dalle mille astuzie di carnefici,
umiliata nella sua dignità passiva, nell'attesa di una dichiarazione di
morte.

A Pristina la differenza è l'abbandono, l'accettazione di una spugna
gettata sul ring da parte del mondo nel denunciare l'efferatezza di una
sentenza, la soluzione finale sola, blindata, incompresa, usata nel suo
forzato isolamento.

La pulizia etnica appartiene al paradosso di una privacy non dichiarata ma accettata dalle politiche di sovranità.

Nel trascolare delle memoria il suono del campanello mi richiama.
Corro senza sapere chi possa essere. Apro e sono i vicini, mi chiedono
di poter telefonare a Premiza, per avere notizie dei loro parenti.

Sono due ragazze di circa 22, 23 anni, semplici nel loro imbarazzo,
cercano il contatto, la pazienza della ripetizione dei gesti per un
numero telefonico nasconde il nervosismo angosciato di una risposta.

Attendono, riprovano, incrociano i loro sguardi assorti dal dubbio. Mi guardano chiedendomi: si, perché?

Balbetto loro che la guerra è qui, divertirsi delle congiure del silenzio.

Finalmente, dopo l'ennesimo tentativo prendono la linea, parlano
concitatamente. Il loro sguardo per un momento si rasserena, le tristi
paure si allontanano al solo sentire le voci dei propri cari.

Stanno bene. La città la stanno svuotando con i rastrellamenti, saccheggi, distruzioni sono la quotidianità.

Il cibo scarseggia e la paura non da loro modo di fuggire. Dopo tutto viviamo Inshallah, per volontà di dio.

Curiosamente ritrovo a vivere la concitata esistenza degli assediati, di prigionieri non dichiarati.

Ci scambiamo sorrisi e sguardi di consolazione, ci domandiamo quale
possa essere il nostro destino e, al contempo, l'istinto femminile
osserva il disordine della camera dove vivo lavoro, passo le notti.

All'unisono si apprestano a pulirmi la stanza riordinandola e anche
la cucina. Mi imbarazza, cerco di dire loro che non importa, che lo
posso fare anch'io. Bugiardo dico a me stesso. Non c'è cosa più
meravigliosa di una donna che nei momenti più tristi si affaccia… solo
per dichiararti una solidarietà, una presenza quasi protettiva,
rassicurante, silenziosa, dove il domestico rumoreggiare di richiami mi
riporta ai tempi felici.

Mi chiedono quanti anni abbia e perché non sia ancora sposato, non è un bene per un uomo essere senza famiglia e senza figli.

Gli imbarazzi di domande e risposte scompaiono di fronte all'emergenza. Si solidarizza pur nella solidarietà.

Ci salutiamo e ritornano nella casa prossima alla mia dove il resto della famiglia vive.

Profughi da Sdremiza vivono ormai da quattro mesi in questa casa
messa a disposizione da un conoscente. I loro sei bambini sono, ai miei
occhi, la cosa più cara, le loro voci mattiniere hanno rallegrato quasi
a miracolo, i giorni trascorsi.

Gli spari le granate unico rumore che rompeva il silenzio tombale
della città, scomparivano di fronte all'incosciente gioco dei fanciulli.

Un giorno li vidi giocare dietro casa, in un campo aperto dove la
visuale per i cecchini era delle migliori. Nessun riparo, nessuna
possibilità di mettersi in salvo. Poco distante dal muro di facciata
della casa c'era la carcassa di un cane, ucciso da una delle tante
gragnuole dell'offensiva serba alla periferia della città, forse da
qualche cecchino posizionato sulle alture antistanti il nostro
quartiere.

Con la massima disinvoltura i pupi trotterellavano avanti e indietro
in un gioco la cui fantasia mi era sconosciuta, incuranti di quella
carcassa, di quel terrore che non risparmiava neanche gli animali.

Gli spaventati richiami dei genitori per farli rientrare a casa non
sortivano alcun effetto; la loro gioia comunque prevaricava qualunque
logica.

Li guardavano divertiti, ironici sfrontati nella loro dichiarazione
di vita. Presi la macchina fotografica e scattai alcune foto con il
pensiero di una cara memoria da portare con me.

Squilla ancora il telefono, rispondo. E' una delle tante
corrispondenze con il mondo che comunque cercavo di fare, resoconto di
una esecuzione in atto, denuncia di come l'intelligenza propagandistica
serba approfittasse dei bombardamenti Nato per lavorare più alacremente
nella pulizia etnica e nello svuotamento della città. Gli attacchi ai
quartieri in perfetta coincidenza con gli attacchi Nato.

Le case bruciate come enormi falò dipingevano le notti di oscuramento.

Mi appresto a passare l'ennesima notte, preparo la candela.

La notte scende nella sua inesorabile complicità.

La case si serrano, le serrande si chiudono come occhi per la buonanotte.

I cani si preparano a spadroneggiare per le strade, spavaldi netturbini dell'abbandono.

Non si dormirà. La notte sarà lunga.

L'unico momento di quiete sarà verso le 3 di mattina.

Accendo la candela solo quando non riesco a trovare qualcosa. Per il resto mi orizzonto al buio quasi come un cieco.

Aspetto l'inizio degli attacchi e raccolgo le idee sugli appunti
presi durante il giorno e le mie perlustrazione per la città per i
prossimi reportage che durante la notte dovrò fare.

Nelle pause tra una chiamata e l'altra, non posso fare a meno di
rimemorare la simpatica vitalità di Bellania, il quartiere di Rugosa il
futuribile Presidente di una futuribile Repubblica del Kosovo.

Quale febbrile vivacità durante il giorno. Decine di studenti dai 18
anni in poi la mattina, verso le 7,30, si ritrovavano in un allegro
consesso nell'attesa di entrare nelle strette, anguste aule ricavate da
case private.

Educazione, cultura, futuro. Tutti i giorni, da mesi ormai scendendo
in centro li incontravo, chiassosi quanto mai, irriverenti come tutte
le generazioni studentesche.

Dalla finestra li vedevo dedicarsi scherzosamente all'ora sportiva
per poi riconcentrarsi nelle aule, chini sui banchi anni 60, dalla
fòrmica verde e li scorgevo dalle grandi finestre di aule quattro metri
per cinque, pigiati in 20 o più stancamente assorti nelle lezioni.

Al mio passaggio ci incontravamo con gli sguardi fra il curioso e il
gentilmente indispettito testimone della loro quotidianità,
scambiandoci un implico buon giorno.

Nonostante l'apparente normalità la guerra era lì.

Non c'è cosa più terribile delle guerre non dichiarate, dove solo la forza dei nervi aiuta a sopravvivere.

Un sussulto, inizia il carosello.

Sono circa le 8,30. La notte avvolge come in un piumone la città,
quasi a voler attutire o nascondere quello che qui stava succedendo.

Un'offensiva feroce era da poco iniziata da parte serba nella parte
sud della città a circa 5 chilometri nel quartiere di Matucian, situato
alle spalle di Villania dove mi trovavo.

Si percepisce senza difficoltà l'avvicinarsi degli spari. E' chiaro
che è in atto una serrata offensiva per sbaragliare le posizioni sulle
colline presidiate da soldati della HLK e dalla difesa civile e nel
contempo, per finire di circondare, stringendoli in una morsa di ferro
i restanti quartieri a sud di Pristina, eliminando così l'ultima
possibilità di una via di fuga in direzione di Skopie.

La trappola si sta sempre più chiudendo nell'inesauribile piano di soluzione finale.

E' chiaro a tutti noi che è una questione di ore prima che il destino si compia.

E da questo, impietriti, ci anestetizziamo in un'attesa infernale.

Ecco, da lì a poco, le 10,30 circa, da lì a poco iniziare i
bombardamenti Nato. Un amaro sorriso ci disegna i volti, un irrisorio
scoppio di speranza dipinge un cuore stanco delle tante attese e
infingimenti sulle nostre aspettative.

Che dire a me stesso? Cauto ottimismo, ferma diplomaticità nel
nascondermi la premonizione di quello che là fuori, fuori dalla
finestra come in un film.

"Natenenia", buona notte Pristina. E con le dita spegnevo la luce di una candela che quasi a faro illuminava il gioco dei…

Inshallah.

ANTONIO BORRELLI. Piera grazie, la lettura di un testo giornalistico solo tu potevi farlo in un contesto del genere.

La caratteristica di Antonio, quando scriveva e anche quando parlava
era di mettere in successione anche solamente due parole e in mezzo a
un racconto di cronaca generare poesia, letteralmente.

Aveva questo tipo di caratteristica Antonio.

Io invito Luca D'Ascia a intervenire in questo momento

Mentre Luca D'Ascia arriva inviterei al tavolo un grandissimo amico
di Antonio, in modo che così saluta la mamma Beatrice Russo, Francesco
Marzio, che veramente era un grande amico di Antonio e che spero un
giorno, dal momento che è mio figlio possa magari vincere il premio
giornalistico intitolato ad Antonio Russo.

La parola a Luca D'Ascia, ricercatore di Storia all'Università di Pisa e membro del Comitato editoriale di Contravia.

LUCA D'ASCIA. Immagino che tutti siano rimasti molto colpiti dalle
immagini di Antonio che abbiamo potuto vedere dal servizio da Pristina.

Qualcuno ha parlato molto bene di disperata vitalità ricordando
Pasolini, un autore che era molto caro ad Antonio, io direi che forse
l'impressione della vitalità ha prevalso sulla disperazione di fronte
ai drammi umani che Antonio ne aveva visti tanti nelle sue
corrispondenze da tutto il mondo.

Però in questo video abbiamo visto soprattutto un uomo felice di
essere nell'azione. Non sappiamo cosa avrebbero potuto dare ancora 50
anni ad Antonio. Sicuramente se fosse arrivato a 90 anni sarebbe stato
un novantenne interessante, ma comunque, visto che questo è stato il
destino, possiamo vedere in questi suoi 40 anni di vita che Antonio,
con i suoi alti e bassi, passando le sue crisi come tutti e forse con
maggiore intensità di tanti altri, però stava comunque affermandosi,
stava conquistando una propria identità, come giornalista e anche come
persona.

Man mano che passava il tempo lo vedevamo sempre più sicuro di se
stesso, sempre più convinto della validità del suo lavoro e quindi
anche più felice, perché per essere felice per Antonio significava
essere lì presente, informando, facendo lavoro politico e giornalistico.

Sicuramente Antonio era un personaggio molto diverso da tanti altri,
lo ricordava benissimo Ugo prima, l'impressione sua quando conobbe
Antonio deve essere stata un po' l'impressione di tutti quelli che lo
abbiamo conosciuto. La cosa forse più straordinaria di Antonio è che
non faceva nessun mistero di essere diverso, io non ho conosciuto
nessuno a cui importasse tanto poco quello che gli altri penseranno di
lui.

Veramente Antonio era assolutamente indifferente alle convenzioni,
non gli importava assolutamente di rappresentare nessun gruppo, nessuna
istituzione. Era veramente un personaggio che veniva da lontano, perché
Antonio era un alternativo vero.

Alternativa è stata tanta gente negli anni '60 e '70, poi sempre
meno negli anni '80 e '90, moda prima esserlo, moda poi non esserlo,
prendere le distanze da una cultura che sembrava vecchia, superata, il
sessantottino con l'eskimo diventava un personaggio ridicolo, da film
comico.

Per Antonio questo problema non esisteva perché essere un
alternativo per lui non era un fatto di moda era veramente una realtà
esistenziale. Antonio non si poneva il problema di essere diverso, di
aderire a una moda alternativa, di essere hippie o essere square e mai
si sarebbe posto il problema in questi termini. Semplicemente era
diverso.

Era diverso direi e veniva da lontano. Dietro Antonio intanto c'è
un'Italia antica, ci sono questi Abruzzi, questa cultura montanare,
questo sentirsi in un certo senso ancora legato al campo e questo gli
ha permesso di capire molto bene culture così diverse dalla nostra
cultura urbana, cultura di Paese sviluppato, come la cultura jugoslava,
la cultura algerina, l'Africa, l'America latina e la Cecenia.

Di fronte a queste culture pastorali, queste culture arcaiche, non
uso ovviamente la parola primitive perché Rodolfo Carpini molto bene ci
ha indicato quanta violenza culturale c'è anche in queste categorie di
culture primitive, di popolazioni vicine alla natura.

Antonio aveva un enorme rispetto per quello che possiamo chiamare le
culture arcaiche, le sentiva vicine perché probabilmente anche lui, in
qualche modo, sentiva che lì erano le sue radici, che lui era un forza
del passato sempre per citare Pasolini, di fronte alle varie
popolazioni del terzo mondo che incontrava Antonio si metteva
assolutamente sullo stesso piano e qui non era veramente un fatto di
moda o che lui cercasse un certo atteggiamento culturale quando diceva
che Congolu, il figlio di Mobutu, questo Congolu è solo un imbecille,
lo diceva con la stessa inflessione con cui avrebbe potuto dirlo un
congolese, partigiano di Cabila.

Quando descriveva un discorso di Loren Desiree Cabila sarà il tipico
africano, promette grandi cose, avanti compagni recuperiamo le nostre
risorse, nazionalizziamo l'oro, i diamanti e non so che cosa, veramente
ci metteva davanti agli occhi questa figura che mai avremmo pensato che
potesse avere un ruolo nelle nostre vite.

Antonio veramente avvicinava a tutti noi il terzo mondo per questa capacità di empatia di vivere le sensazioni dall'interno.

Non era un distaccato, non era un analista, era un etnologo pratico come ha detto molto bene Patrizia prima.

Però questa sua capacità era una capacità assolutamente acquisita
nel corso dell'azione, era la capacità anzitutto di identificarsi con
persone concrete, con i destini umani che si trovava di fronte.

Questo gli ha permesso di superare la barriera culturale di fronte a
gente di altre razze, di altre religioni, di altre culture, con una
facilità che credo che nessuno di noi avrebbe avuto nelle sue posizioni.

Antonio era molto sensibile alle realtà primarie della vita, del
ciclo della natura, dei lavori agricoli, dei sentimenti di fedeltà
all'interno del gruppo familiare, all'interno dei clan. Era una
necessità avere amici nei paesi dove andava; però avere amici era anche
la difficile conquista di uno che capiva quali erano le regole del
gioco in quel tipo di società.

Avere amici significava avere la protezione per poter svolgere il
proprio lavoro ma implicava anche integrarsi nella mentalità, nel tipo
dei rapporti sociali di fronte a cui Antonio si trovava.

Io penso che questo grande talento che aveva Antonio, come etnologo
pratico, abbia inciso molto su questo aspetto vitale, ottimistico, di
cui parlavo prima a proposito della vita, perché Antonio sicuramente
era, come dicevo prima, un alternativo vero, istintivo e deve aver
sofferto moltissimo nel vedere che da un lato la cultura alternativa
diventava una moda, dall'altro che varie ondate di riflusso ci si
sovrapponevano, perché per Antonio il fatto di non avere un ruolo
professionale, di rifiutare i ruoli culturali istituzionali, di essere
coltissimo ma di non avere una laurea, di poter mettere in difficoltà
qualsiasi accademico con i suoi accostamenti impensati e provocatori di
cose che il buon accademico non metterebbe mai in relazione. Tutto
questo significava un senso molto forte di non appartenenza.

Antonio sapeva di essere un matto, sapeva di essere una bestia rara nell'Italia di oggi.

Da un lato Antonio aveva molta ironia quindi ci scherzava pure su
questo suo essere un provocatore, essere un personaggio scandaloso nei
vari ambienti in cui aveva a che fare, sicuramente ci soffriva anche.

Gli accademici si sa, per loro pensare significa non pensare troppo,
coltivare il proprio orticello, guardarsi l'ombelico e siccome è tondo,
pensare che è il microcosmo in rapporto con il macrocosmo, conosciamo
anche troppo questa brutta razza.

Dei giornalisti altri parleranno con maggiore competenza di me,
ognuno si guarda intorno. Sicuramente Antonio poteva stabilire un
rapporto con tutti, poteva provocare molta gente, però non aveva un suo
ruolo.

Il terzo mondo, il periodismo free lance è stata la risposta
positiva, la risposta vitale di Antonio a questa crisi di
disadattamento. Non voleva diventare come avrebbe detto lui epigono di
se stesso, non voleva fare l'alternativa alla moda, ma non voleva
neanche far finta di essere uguale a tanti altri perché tanto la sua
diversità veniva fuori in maniera prorompente e incontenibile in tutte
le occasioni formali in cui aveva occasione di partecipare. Aveva
quindi bisogno di un'altra dimensione e l'ha trovata nel giornalismo,
ma il giornalismo visto come testimonianza militante nel terzo mondo,
anzitutto visto come un confronto con società arcaiche e con i
conflitti che si potevano sviluppare dentro le società arcaiche, i
cosiddetti conflitti etnici.

Naturalmente qui è un punto molto importante che ha sottolineato
prima Ugo nel suo intervento, nessuno più di Antonio ci ha insegnato a
diffidare della categoria di "conflitto etnico" perché Antonio aveva
molto chiare le radici economiche, le radici storiche dei conflitti che
sono stati presentati come incompatibilità tra certe etnie, i serbi e i
croati, i ceceni e i russi, i curdi e i turchi.

Dietro queste categorie Antonio, proprio per il suo buon senso di
etnologo pratico, vedeva la strumentalizzazione di traffico di armi, di
traffico di droga, di volontà di intervento spesso ammantate dal
pretesto di difesa dei diritti umani. Era molto diffidente verso la
categoria dell'etnico come spiegazione di conflitti. Voleva vederci
chiaro, voleva trovare anche conflitti di interesse.

Precisamente per questo Antonio ci ha insegnato molto sulla questione jugoslava.

Anche io come Ugo ho conosciuto Antonio soprattutto in occasione
della crisi jugoslava. Ci siamo conosciuti nel 94, a un seminario a
Trieste sul problema iugoslavo, in cui intervenne anche il Sindaco di
Sarajevo .

Poi dopo Ugo e Antonio andarono insieme a Novi Sad, nel 95, in una
iniziativa del Movimento federalista europeo e, ancora più tardi, nel
96, ho incontrato di nuovo Antonio a Novi Sad in Serbia.

Non ho avuto occasione di osservare tanto in dettaglio, le
corrispondenze cecene di Antonio quindi preferisco concludere parlando
di Antonio come testimone della crisi jugoslava, anche perché qui si
vede una cosa molto importante: Antonio sentiva il dovere di prendere
posizione, un aspetto che ha sottolineato molto bene Ugo nel suo
intervento, per Antonio non era possibile limitarsi a una condanna
generica del nazionalismo, a una condanna generica dell'odio etnico,
nemmeno ad una predica moralistica contro il traffico d'armi e di
droga, contro la volontà neocolonialista delle potenze occidentali.
Tutti questi discorsi andavano bene, pero era anche necessario prendere
posizione in concreto.

Tutti sappiamo quanto Antonio abbia preso posizione sulla questione
del Kosovo, le immagini che abbiamo visto, la lettura del testo, "La
congiura del silenzio" mostra la partecipazione con cui lui ha vissuto
la tragedia degli albanesi e dei kosovari.

Su questo non vale la pena di insistere perché è chiaro. Quello che
vorrei sottolineare è che Antonio aveva avuto una esperienza molto
diretta e molto intensa dell'altra parte del conflitto.

Antonio conosceva molto bene la Serbia, la conosceva con quella sua
grande capacità di integrazione di cui si parlava prima; gli amici
serbi erano la sua fonte fondamentale di informazione, lui era stato
varie volte in Serbia e, in particolare in Vojvodina, a Novi Sad, per
cui la sua presa di posizione sul Kosovo non deve essergli risultata
sicuramente facile, perché schierarsi con gli albanesi significava
rompere con gli amici serbi, significava una lacerazione anche
personale.

Ci può essere della gente che ha pensato, nel 98, quando è scoppiata
la guerra in Iugoslavia, ma che succede a questo Antonio Russo, come fa
un uomo di sinistra a mettersi in ginocchio di fronte a santa Nato e a
recitare le preghiere a santo missile.

Ovviamente il caso di Antonio non era questo. Antonio aveva preso
posizione molto seriamente, molto coerentemente in favore del Peace and
forosing, in favore di un'azione anche militare in difesa dei diritti
umani degli albanesi minacciati di etnocidio. Però questa sua posizione
non era stata una reazione emotiva in cui si fosse dimenticato della
sua tradizione di uomo della sinistra, della sua posizione critica nei
confronti degli interventi occidentali. Al contrario, erano passati
prima due anni in cui Antonio aveva visto aggravarsi la situazione in
Serbia, aveva visto prepararsi questo etnocidio, soprattutto aveva
seguito molto la opposizione cosiddetta democratica serba a Milosevic,
si era posto il problema se questa gente rappresentava una vera
alternativa politica a Milosevic nella costruzione di una federazione
iugoslava veramente plurietnica, rispettosa delle diverse comunità e
religioni ed era giunto ad una conclusione negativa.

Ci ricordiamo tutti come nel 95, dopo gli accordi di Dayton, quasi
tutti ci dimenticammo della Jugoslavia, tornammo a ricordarcene alla
fine del 96, quando si mobilitarono i sostenitori di Gingic eletto
sindaco di Belgrado, con Milosevic che gli aveva rubato il posto
falsificando le elezioni e come dopo ce ne siamo ridimenticati, nel 97,
quando si raggiunse una specie di accordo tra Gingic e Milosevic.

Antonio era lì. Antonio a Novi Sad discuteva tutti i giorni con gli
amici serbi, studiava la loro mentalità e gli poneva il problema: quale
sarà l'atteggiamento del partito di Gingic dei democratici serbi, se
riescono realmente a togliere il potere a Milosevic di fronte agli
albanesi e vedeva che degli albanesi questi amici non volevano proprio
sentir parlare.

Con la sua straordinaria capacità di discutere a braccio di fronte a
qualsiasi interlocutore, Antonio sulle rive del Danubio a Novi Sad,
litigava con professori di scienze politiche dell'Università di Novi
Sad, dicendogli: cosa significa per voi questa identità serba se non
siete capaci di concepire in termini interetnici questa relazione con
gli albanesi.

Antonio frequentava molti amici serbi, si era fatto una mentalità
precisa della mentalità serba e vedeva in questa gente una grande
fragilità, un grande bisogno di potere carismatico. Per questo non
pensava che potesse venire fuori una vera alternativa a Milosevic,
pensava che ci fossero certe strutture di potere….

Vengo subito alla conclusione.

Proprio la conoscenza della mentalità serba in quegli anni è stata
la ragione della posizione assunta da Antonio sul conflitto jugoslavo.

Ho citato questo esempio per mostrare come Antonio facesse, in ogni
caso, seriamente i suoi conti con le sue amicizie prima di assumere le
sue posizioni politiche, come le sue erano scelte sofferte.

Aveva sempre un alto grado di partecipazione personale ai problemi e
sapeva che per essere sempre fedeli a se stessi non bisogna aver paura
di perdere l'amicizia, bisogna contare il rischio della polemica,
bisogna affrontare lo scontro e che senza lo scontro non c'è neanche
lealtà nei rapporti umani.

Probabilmente per questo Antonio è stato sempre un isolato perché,
per poter affermare la sua identità politica doveva porsi in contrasto,
doveva scontrarsi.

Non è stato un personaggio facile.

E qui concludo. Adesso che lo stiamo ricordando tutti in qualche odo
stiamo cercando di trarre una lezione umana dalla vita di Antonio.
Direi che una delle cose belle di Antonio è stato il coraggio della
polemica, il coraggio di assumere posizioni controverse, senza mai
trasportarla su un piano personale, sempre col massimo rispetto della
persona, dell'altro, però sapeva che essere amico e che scontrarsi la
politica non è mai una utopia, ma è sempre anche durezza della realtà,
confronto con la rugosa realtà.

ANTONIO BORRELLI. Grazie Luca.

Invito Maria Carmen Colitti, vice rappresentante del Partito
Radicale transnazionale all'ONU e anche per "Non c'è Pace senza
Giustizia", di cui ha peraltro un messaggio che porta qui.

MARIA CARMEN COLITTI. Innanzitutto vorrei introdurre Non c'è Pace
senza Giustizia, che è una organizzazione non governativa nata nel 94,
da una campagna del Partito Radicale transnazionale, in supporto alle
attività dei due Tribunali ad hoc per i crimini commessi in Iugoslavia
e in Ruanda e anche alla costituzione di una Corte Penale
internazionale permanente.

Noi di "Non c'è Pace senza Giustizia", a nome del Presidente Sergio
Stanzani, vogliamo ricordare Antonio come professionista, non quindi
come un amatore incosciente ma come persona …..

.. fino in fondo. Tenace ricercatore, attento nella conferma incrociata dei suoi reportage.

Antonio capace di raccontarci la storia, di costruire per noi, sulla
base di racconti, le mille storie, tutte le storie singole delle
persone con cui lui aveva a che fare tutti i giorni, non sulla base di
qualche gran piano o strategia, ma sulla base della sua capacità di
raccontare le storie quotidiane.

Antonio era una persona capace di vivere in prima persona le storie
che ci raccontava, coinvolgendosi personalmente, in modo che le sue
fonti non erano mai semplicemente mere fonti di informazione ma amici,
persone con cui alla fine condivideva tutto.

Soprattutto era capace di tradurre per noi ascoltatori, di farci
veramente vivere e capire con lui la situazione, la storia e le storie
di ogni posto da cui mandava i reportage.

La prima volta che noi di Non c'è Pace senza Giustizia abbiamo
cominciato a lavorare con Antonio è stato alla fine del 98 a Pristina,
città che Antonio aveva adottato come seconda patria, sia come
cittadino che come giornalista.

Noi ci trovavamo in Kosovo, in realtà non io personalmente, ma c'era
una nostra equipe guidata dal nostro capo progetto Nicolò Figa
Talamanca.

Eravamo lì per un progetto di documentazione delle gravi violazioni
del diritto della guerra, proprio in sostegno alle attività del
Tribunale per l'ex Iugoslavia e Antonio era lì a fare il suo mestiere,
portare avanti la sua passione, la sua professione.

Antonio era lì già dall'estate del 98, quando ancora in Italia del
conflitto in Kosovo non si parlava, e attraverso i microfoni di Radio
Radicale tutti i giorni ci raccontava gli orrori di quello che stava
accadendo in Kosovo.

La storia raccontata da Antonio era una storia di orrori, orrori
dell'Europa di fine secolo, dai massacri in Kosovo, che comunque è
stato sottoposto alla cattiveria del regime di Milosevic, sino poi
quelle che sono state le ultime cronache dalla Cecenia in cui ci
raccontava gli stermini di Putin.

"Non c'è Pace senza giustizia" si trovava in Kosovo e lavorava
insieme con i funzionari del Tribunale per l'ex Jugoslavia e la nostra
equipe girava lì appunto per raccogliere le prove delle violazioni del
diritto della guerra. Si cercava di ricostruire l'ordine di battaglia
dell'esercito iugoslavo e delle forze di sicurezza serbe che comportava
sistematiche violazioni del diritto della guerra conseguenti alle
decisioni politiche prese da Milosevic.

Tutto ciò era molto complicato finché l'equipe di Non c'è Pace senza
Giustizia non ha incontrato Antonio all'Hotel Dea di Pristina e con
tutta semplicità ha fatto gli onori di casa, ha presentato lo staff ad
un suo amico che ora è ancora in carcere in Serbia, assieme ad altri
700 civili kosovari.

Così Antonio ha aperto un po' la strada ai nostri "investigatori",
creando rapporti di fiducia, interagendo direttamente con le persone,
con persone che poi erano suoi amici.

Vorrei ricordare perché poi questa cosa non si sa molto in giro, che
Antonio ha dato un grosso supporto agli investigatori del Tribunale
dell'ex Iugoslavia, in quanto lui stesso ha consegnato un grosso
fascicolo di testimonianza nel posto.

Quindi diciamo che il nostro ricordo va ad Antonio come un nostro
collega. E' ancora vivo il ricordo di Antonio che, con gli occhi
lucidi, raccontava delle sue ultime cose che stava facendo in Cecenia.

Vorrei concludere con una piccola nota personale perché Antonio era
anche un mio carissimo amico. La notizia della sua morte è arrivata
mentre io mi trovavo con un piccolo gruppo di testardi compagni
radicali, negli ultimi giorni di una grossa battaglia che abbiamo
combattuto, però non con le armi ma in maniera più diplomatica all'ONU
contro la menzogna della Federazione Russa che chiedeva l'espulsione
del Partito Radicale Transnazionale, ONG di prima categoria al Comitato
economico e sociale delle Nazioni Unite perché accusava appunto il
Partito Radicale Transnazionale per una sua campagna proprio condotta
in Cecenia di essere un'organizzazione terroristica, finanziata -
pensate un po' - dal narcotraffico.

Ebbene, proprio tre giorni dopo la morte di Antonio, questa
battaglia è stata vinta e all'unisono, questo mi preme proprio dirlo,
questa battaglia e questa vittoria che è la vittoria della verità gli è
stata dedicata dai microfoni di Radio Radicale, da quella che è stata
definita una cronaca pirata effettuata con un cellulare nascosto
proprio dietro i banchi dell'aula in cui si svolgeva la seduta. Questa
vittoria è stata dedicata dal mio collega e compagno Marco Perduca ad
Antonio Russo, appunto eroe della verità.

ANTONIO BORRELLI. Grazie a te Carmen.

Do la parola all'onorevole Marco Boato con molto piacere.

MARCO BOATO. Lascia stare l'onorevole. Vi ringrazio molto di questa
iniziativa .Purtroppo, come avete visto io ho potuto venire nella prima
parte, avevo promesso che sarei tornato, forse tu non ci avevi creduto,
l'ho visto nei tuoi occhi. Tu pensavi che fosse la solita scusa quando
si dice: tornerò ma poi nessuno torna. Io per una volta ho saltato
anche le votazioni alla Camera, non lo faccio mai però in questo caso,
per ricordare assieme a voi Antonio Russo , ho pensato che fosse
doveroso farlo.

Io mi auguro che ci sia qualche momento magari notturno, vedo
Massimo Bordin in sala, in cui Radio Radicale ritrasmetta questa
giornata.

Io sono prevalentemente un ascoltatore serale e notturno di Radio
Radicale, per cui mi dispiace di aver perso i ¾ di questo incontro.

C'è un incontro in cui è meno importante ciò che uno come me può
dire ed è molto più importante ciò che può ascoltare, per esempio, nei
primi interventi che ho ascoltato ho ascoltato anche una ricostruzione,
una testimonianza della vita di Antonio Russo, nella fase in cui non lo
conoscevamo, attraverso i microfoni di Radio Radicale, perché non è
nato soltanto lì e ci permette di capire perché è arrivato a
quell'ultimo percorso degli ultimi anni che mi ha interessato molto,
che ho trovato di straordinaria importanza.

Antonio Russo non so se l'ho conosciuto personalmente, sinceramente
non lo so perché in tante occasioni radicali, spesso mi capita, da
amico dei Radicali da sempre di frequentare, può darsi che ci siamo
anche incrociati.

Però io l'ho conosciuto sistematicamente attraverso Radio Radicale,
sono un ascoltatore sistematico ovviamente nei limiti di cui posso
farlo.

Mi hanno sempre colpito le cose che sono state dette nell'ultimo
intervento e nel penultimo intervento le trovo molto vere. Questo
coraggio della verità della coerenza, starei per dire che l'ultimo
intervento ci spiegava "amicus Plato magis amica Veritas", rapporto di
amicizia con tutti ma l'amicizia che non faceva mai velo alla necessità
di affermare anche verità scomode e impopolari.

Fra l'altro questo lo dico incidentalmente, perché vedo riportato in
questa bellissima rivista, la piccola posta di Adriano Sofri, una
sinergia, una sintonia per alcuni aspetti per quanto riguarda la
Cecenia ma per quanto riguarda la Bosnia, per quanto riguarda il
Kosovo, rispetto alle cose che ha detto e scritto in questi anni
Adriano Sofri, in particolare per quanto riguarda la Cecenia.

Penso, per altri aspetti, perché sono due figure una molto diversa
dall'altra, ma che hanno una somiglianza di testimoni e profeti del
nostro tempo, in quello che ha detto e scritto per esempio Alexander
Langer. Alexander ha deciso di chiudere volontariamente la sua vita nel
luglio del 95, ma se voi guardate gli scritti di Alex Langer raccolti
per esempio nel "Viaggiatore leggero", vedete le cose scritte sulla
Bosnia e ancora sul Kosovo quando la maggior parte di noi non sapeva
quasi cosa fosse il Kosovo. Parlo dell'inizio degli anni 90 quando
c'era la Iugoslavia e non l'ex Jugoslavia.

Sul Kosovo come possibile realtà esplosiva e poi ripetuta, dopo la
Bosnia come tappa successiva quando ancora nessuno riteneva o pensava a
queste cose.

Trovo delle sintonie, delle analogie fra persone che poi,
umanamente, personalmente sono molto diverse, uno si è suicidato,
Antonio è stato assassinato, Adriano Sofri si trova sepolto in carcere,
sostanzialmente con la prospettiva di carcere a vita, questo è un paese
dove può succedere questo. Possiamo leggere Adriano sul Foglio, su
Panorama, su Repubblica, come leggessimo un opinionista qualunque. E'
un paese che ingoia tutto.

Per tornare ad Antonio a me ha colpito quando la notizia
dell'assassinio perché io l'ho chiamato così sin dall'inizio, quando
ancora nelle prime ore si faceva un discorsi molto fumosi, mi ha
colpito come la notizia di Antonio Russo è stata data dal principale
telegiornale del nostro paese con un flash di agenzia di pochi secondi,
quasi con il fastidio di dover dare la notizia.

Io sono rimasto inorridito. E sono rimasto inorridito perché sapevo
cosa Antonio Russo andava facendo in Georgia, rispetto alla Cecenia e
che cosa aveva fatto nel Kosovo, cosa aveva fatto in Bosnia, cosa aveva
fatto nella regione dei Grandi Laghi in Africa e così via, come avesse
passato le più terribili tragedie del nostro tempo recente, rischiando
ogni volta la vita e testimoniando una verità che pochissimi altri, o a
volte nessun altro, aveva il coraggio di testimoniare e in Kosovo, come
tutti sappiamo è stato l'ultimo a lasciare.

Mi ha colpito come non ci fosse in immediato riconoscimento di cosa stava facendo.

L'ultimo intervento che mi ha emozionato perché ho vissuto quelle
ore anch'io, sempre attraverso i microfoni di Radio Radicale, me la
ricordo quella cronaca clandestina, quella sera tornai a casa dalla
Camera, sapevo che quel giorno si doveva decidere, c'era uno sfasamento
di sei ore come sappiamo per il fuso orario, sapevo che si doveva
decidere a New York e accesi immediatamente Radio Radicale e poco dopo
cominciò quella straordinaria diretta clandestina dall'Ecosoc e provai
una profondissima emozione.

Questa connessione che è stata fatta nell'ultimo intervento è
verissima ma secondo me non c'è solo la connessione soggettiva ed è
stato molto bello che quella vittoria che nessuno si aspettava per la
quale anch'io mi ero battuto e voi sapete che per fortuna avevo
raccolto alla Camera le firme di tutti i Capigruppo, eccetto un Gruppo,
sulla mozione a favore del Partito Radicale Transnazionale rispetto al
tentativo prima di espellerlo, poi di espellerlo per tre anni che era
lo stesso l'espulsione dal Consiglio, dallo status di organizzazione
non governativa presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni
Unite.

C'era a mio parere una connessione tra quei due fatti, non c'era
solo il dedicare alla memoria di Antonio Russo tre giorni dopo il suo
assassinio quella vittoria straordinaria che quasi nessuno si aspettava.

Se debbo essere sincero nel giudizio pesantissimamente critico che
do sul ruolo che i mass media italiani hanno avuto in questa vicenda,
in questo fascicolo è riportato oltre all'articolo di Massimo Bordin
sul Messaggero, oltre alla piccola posta di Adriano, mi pare un
articolo che trovo a rileggerlo oggi è scritto abbastanza a caldo, è
molto bello, uscito sull'Observer se non ricordo male il 12 novembre.

Ma magari i giornali italiani avessero scritto qualcosa del genere. Sull'Observer lo leggiamo.

Bene, in questo panorama quasi totalmente, non dico totalmente ma
quasi totalmente nefando e nefasto, debbo dire che la voce di Giuliano
Amato è suonata come una eccezione straordinaria, essendo il Presidente
del Consiglio, ha immediatamente reagito alla notizia dell'assassinio
di Antonio Russo, non solo riconoscendolo per quello che era, ma anche
mettendo in connessione le due vicende.

Connessione che, secondo me, è più un fatto di contestualità di
avvenimenti. Starei quasi per dire che l'una rappresenta la firma
dell'altra. L'una vicenda fa emergere la firma della tragedia,
dell'omicidio che è stato perpetrato.

Ovviamente lo dico come lo avrebbe voluto dire scusate, non è che mi
paragono a Pasolini ma come Pasolini poteva fare l'accusa sulla stragi
nel modo con cui lo faceva lui, non è che lo faceva sul piano
giudiziario, né io lo faccio sul piano giudiziario. Ma qua lo sto
dicendo perché bisogna essere ciechi per non vedere cosa è stato quel
rapporto.

Ecco, io credo che una iniziativa come quella di oggi, ho detto che
avrei parlato per due minuti e invece sto esagerando, chiudo subito.
Una iniziativa come quella di oggi, se non ho capito male è annunciata
nel primo anniversario il 15-16 ottobre è una iniziativa anche con
documentazione e credo che qui ci sia un patrimonio straordinario da
mettere assieme.

Io credo che sia molto importante tutto questo. Io mi auguro che a
un certo punto si riesca, io non so se questa iniziativa, a parte Radio
Radicale, ma abbia poi una eco giornalistica che vada al di là di
questo. Non ho idea di chi ci sia stato in sala in questo pomeriggio.

Mi auguro che si arrivi a sfondare questo muro di silenzio e di
omertà che, a parte pochi altri, il Presidente del Consiglio ha
sfondato, Pannella lo ricorda spesso, in questi casi si censura anche
il Presidente del Consiglio. In questi casi si censura anche il
Presidente del Consiglio, perché una frase come quella pronunciata da
Giuliano Amato era un frase di una forza tale, una dirompenza tale che
avrebbe dovuto essere fra i titoli del telegiornale, perché il
Presidente del Consiglio che dice quello che ha detto Giuliano Amato
avrebbe dovuto inserire almeno lui nei titoli del telegiornale.

Questo non è avvenuto e si è in qualche modo rimosso e censurato persino quell'intervento.

ANTONIO BORRELLI. Perché era Radicale.

MARCO BOATO. Si, certo.

Io sono andato ai funerali di Antonio Russo, anche lì non c'era
molto del mondo politico. Mi pare che ho visto Ottaviano del Turco, ho
visto pochi altri.

C'era il mondo Radicale, il mondo degli amici di Antonio Russo, anche al di là dei confini Radicali.

Mi ha molto emozionato quell'incontro signora Russo, quell'estremo
congedo, quell'addio ad Antonio, perché non era poi solo un addio, era
un addio certo sul piano umano ma era un dire: resti con noi, non ti
dimentichiamo e voi lo state dimostrando oggi che è esattamente così e
continueremo a farlo.

Però una giornata come quella di oggi è come se dicessimo al nostro
Paese: tu Italia hai un patrimonio straordinario nella esperienza,
senza santificarlo senza beatificarlo. Io Antonio non l'ho conosciuto
sul piano umano e personale ma come tutti noi avrà avuto i suoi limiti,
i suoi difetti, le sue debolezze, li abbiamo tutti, non è che ne
dobbiamo fare un santino, un beato.

Ha avuto un patrimonio straordinario in questa vita e in questa
morte che è quasi un martirio e forse il quasi lo possiamo togliere, è
stato un martirio, e tu Italia sei un Paese inconsapevole di questo.

E' questa la tragedia nella tragedia.

Ecco io credo che comunque questo incontro di oggi possa aiutare
questo Paese disgraziato, che molte volte non si rende conto dei
patrimoni straordinari che ha al suo interno in una proiezione europea
e mondiale, possa aiutare l'Italia a riconquistare la vita e la morte
di Antonio Russo. Grazie.

ANTONIO BORRELLI. Grazie, grazie molte veramente.

Tu hai citato Radio Radicale, hai citato Massimo Bordin e lo invito a parlare in questo momento.

In 25 minuti abbiamo da esaurire parecchi adempimenti.

Anch'io avevo parecchie note anche a proposito da rendere. Purtoppo il tempo

MASSIMO BORDIN. Io me la caverò in cinque minuti perché credo che tutto sia stato detto.

L'intervento di Boato, l'intervento di Carmen, l'intervento di Furio
Colombo e poi, soprattutto l'intervento di persone che invece al
contrario di queste, non conoscevo e che mi hanno fatto non conoscere
ma, oserei dire, riconoscere l'attività di Antonio Russo.

Non conoscevo francamente i suoi amici però conoscevo la sua rivista
perché me la portava, sapevo dei suoi interessi, del suo modo di vita.

Quindi credo sia stato utile davvero questo incontro.

Credo anche che sia giusta la proposta che faceva Furio Colombo,
proprio per le motivazioni che proprio Colombo addiceva e che mi pare
adesso Boato riprendesse.

Non si tratta tanto non arriveremo- temo- ragionevolmente a trovare
il killer che ha ucciso e ci ha tolto Antonio, però io credo che la
responsabilità politica, la firma di quell'omicidio sia assolutamente
intellegibile e credo che non sia giusto che qualche prezzo politico
costoro non paghino. Voglio dire in fondo l'informazione non asservita,
l'informazione militante, oserei dire, ci sta apposta.

Ecco, io credo quindi che… bisognerà vedere. Radio Radicale naturalmente farà la sua parte, i Radicali faranno la loro parte.

Naturalmente noi ci collegheremo e ci colleghiamo con la famiglia di
Antonio, in primo luogo, naturalmente con i suoi amici e vedremo
senz'altro di fare di queste due giornate un qualcosa di valido.

Io concludo su una cosa che è quella che più ci deve stare a cuore,
ha ragione Boato anche in questo, questa giornata è stata senz'altro
assai importante e in alcuni momenti toccante.

E' evidente che è una giornata che abbiamo vissuto noi, qua, e gli ascoltatori di Radio Radicale.

Bisognerà che questa due giorni di cui parlava Borrelli prima,
diciamo riesca a rompere il muro del silenzio che, come sapete, per
quel che riguarda i Radicali è molto spesso , è una coltre che chiude
tutto praticamente.

Su questo dovremo davvero riuscire a preparare qualcosa non di
adeguato ad Antonio perché in partenza sappiamo che purtroppo non ci
riusciremmo; però insomma, di qualcosa che approssimativamente possa
adeguarsi alla perdita che abbiamo avuto, al rimpianto che lascia e
però al problema politico che senza dubbio, quello si, dobbiamo in
qualche modo tenere aperto e, per altri versi, risolvere.

Radio Radicale e i Radicali su questo faranno senza dubbio la loro parte. Questo ve lo assicuro.

GIORGIO FABRETTI. Grazie alla Free Lance noi eravamo nella stessa
associazione con Antonio, io seguivo il settore esteri e mi intervistò
al ritorno da alcune mie missioni all'estero e diventammo amici.

Mi sembra come ieri, nel 1997, era una serata piovosa, vicino alla
stazione Termini dove lavorava lui, mi ricordo le parole: devi scrivere
la tua vita di free lance, 200 missioni, 150 paesi, 50 guerre in
trincea. Noi siamo diversi.

Io risposi, "tiramm innanze" Antonio, i vecchi sanno e devono
morire, i giovani nascono e non sanno niente. E' la natura. Il mondo
non vuole sapere troppo.

Lui, con il suo spirito mi disse: il tuo scetticismo è solo per dare un senso alla morte che ti aspetta come reporter.

In realtà anche tu credi in quello che fai, mi disse riferendosi
all'argomento che avevamo toccato nella trasmissione radiofonica, credi
che Pol Pot debba essere salvato per finire di fronte ad un tribunale -
si riferiva alle minacce che avevo ricevuto io per questa iniziativa di
salvare la vita di Pol Pot per portarlo davanti al tribunale.

Non ti capiscono però tu devi insistere.

Non aveva la macchina e quella notte piovosa restammo parecchio tempo in questo portone, mentre cadeva l'acqua.

Poi prendemmo la metropolitana, andammo a casa e volle che gli
raccontassi questo che poi si sarebbe rivelato un incredibile presagio
e cioè la vicenda del mio ferimento grave nel 1990. Nell'agosto del 90
io partii per conto dell'Espresso per una missione nei Paesi dell'est e
a Pristina fui arrestato dai serbi perché accusato di spionaggio e
messo in prigione.

Mi interrogarono e mi accusarono di essere una spia per conto dei
croati, qualcosa del genere, mi assolsero perché, secondo loro, avevano
trovato nella perquisizione della mia auto, delle copie dell'Espresso
con la mia firma per cui mi dissero: lei è il giornalista di un
giornale di sinistra, una stupidaggine del genere. Quindi sappiamo che
non è un fascista e non è quindi filo croato.

Con questa stupidaggine mi liberarono e io potei intervistare Rugova che si nascondeva, era clandestino.

Continuai, arrivai a Odessa dove il caporedattore dell'Espresso mi
aveva chiesto di intervistare il vice sindaco sulle navi che sparivano
dal porto, intere navi. La connessione mafia - politica poi sarebbe
diventata così diffusa in Unione Sovietica.

Io chiesi l'intervista a questo vice sindaco e fui avvicinato da una
specie di mediatore, uno strano studente armeno, russo, che mi propose
di voler vendere all'Espresso dei segreti e io immediatamente
identificai come un personaggio ambiguo e poi venne la sera con due
soldati, quelli che sembravano soldati in borghese e fui pestato.

Svenni e mi furono riscontrate 137 fratture.

Antonio mi commentò questa storia che gli raccontai nei dettagli dicendo: con i russi non si scherza. Sue parole.

Era uno strano presagio che io ho voluto raccontare per dire come
Antonio era perfettamente cosciente, era una persona che era stata
avvisata in tutti i modi dalla vita.

Questo è importante capirlo perché il suo è stato un sacrificio, un sacrificio volontario.

I segnali che lui ha ricevuto e io adesso ho testimoniato questo
mio, ma sono stati tantissimi e lui si è sacrificato proprio per la
verità. Grazie.

PATRIZIA STERPETTI: La parola ad Aurelio Grimaldi che aveva scritto
una sceneggiatura e quindi vediamo come Antonio stava interessando
anche il mondo del cinema.

Tutte persone giovani questo per dire, a proposito del discorso dell'esempio, dell'ispirazione, dell'azione educativa.

AURELIO GRIMALDI. Tutto è cominciato nove mesi fa quando Leonardo
Giuliano che con il socio Pasquino è coorganizzatore di questo nostro
incontro, mi chiese se avevo voglia di scrivere una sceneggiatura sulla
storia di Antonio Russo, su Antonio Russo, perché a Leo era venuto in
mente, aveva conosciuto Antonio e gli era venuto in mente di fare un
film sulla Cecenia.

Non so chi aveva convinto l'uno l'altro. Penso che, essendo
vulcanici tutti e due si fossero convinti immediatamente l'uno con
l'altro.

E così Antonio mi venne a trovare in Sicilia dove abito e passò una
giornata nella nostra casa, mia , di mia moglie e dei miei tre figli.

Non lo avevo mai incontrato prima di allora e i miei figli lo
attendevano con un po' di imbarazzo e rispetto perché io avevo
raccontato loro: guardate, è un giornalista importante, specializzato
nel raccontare le guerre più difficili e più pericolose e ci trovammo
questa persona un po' alternativa, non che i miei figli non siano tanto
abituati all'alternatività, però ce lo aspettavamo diverso, ma
nonostante questo riuscimmo subito a familiarizzare.

Adesso sentendo le altre persone, trovo un filo comune, perché ci
chiese subito se c'era qualcosa di forte da bere. Da noi non c'era
niente, c'era soltanto una bottiglia di Vodka che ci avevano regalato
in chissà quale festival cinematografico ed era rimasta lì, sempre
intoccata e lui apprezzò molto. Infatti gli dicevo poi di portarsela
perché tanto a noi non serviva. Invece se la dimenticò per cui a noi è
rimasta di lui questa bottiglia di Vodka e il suo bigliettino con tutti
i suoi numeri di telefono.

Così Antonio cominciò a raccontare un sacco di cose. Io gli facevo
le domande, altre volte non c'era bisogno di fare domande. Quindi
venivano fuori questi due binari, da una parte quindi il suo
convincimento che immediatamente divenne anche il nostro, che fosse in
atto un genocidio contro il quale bisognava fare comunque qualcosa, se
di cinematografico, di televisivo o di giornalistico, di umano, di
personale eccetera; dall'altro punto di vista l'essere umano. L'idea di
Leonardo era di raccontare sia la Cecenia che l'essere umano, quindi il
reporter perché aveva questa particolare motivazione a raccontare certe
cose che gli altri giornalisti normalmente non facevano. Antonio mi
confermò che gli altri giornalisti non ci andavano, senza per questo si
direbbe, sentirsi un eroe ma sentendosi orgoglioso di appartenere a
quella categoria, che lo faceva volentieri.

Quindi cominciò questo lavoro di scrittura, di altri incontri e venne fuori una prima versione.

In verità prima di quella prima versione lui partì per la Cecenia,
non ci incontrammo e Leonardo mi aveva chiesto e io ho accettato e
anche Antonio, che anch'io andassi in Georgia, quindi di vedere quei
posti.

E poi per vari motivi, il principale fu anche quello che in quel
momento eravamo in difficoltà finanziarie, sia Leonardo che io avevamo
difficoltà a comprare anche dei biglietti aerei e cose del genere, ma
sta di fatto che avremmo dovuto completare la sceneggiatura dopo questo
viaggio.

Invece il viaggio saltò, saltò d'estate quindi pensammo poi di farlo a settembre e nel frattempo saltò fuori questa versione.

Naturalmente il personaggio di Antonio, che per Antonio e per
Leonardo poi doveva essere recitato dallo stesso Antonio, cosa non
facile ma che era un tentativo folle che andava fatto, io ero d'accordo
con loro, non era il personaggio di un santino, assolutamente.

C'era in questa sceneggiatura l'inquietudine e la solitudine che
immediatamente a me Antonio, mi sembra confermato dalle persone che lo
hanno conosciuto meglio di me, sicuramente trapelava.

C'era anche, in questo personaggio, il rigore, la rigidità sia dei
propri ideali che delle proprie ideologie che, secondo me, facevano
parte di questa motivazione molto, molto forte. E poi naturalmente
c'era la Cecenia, tutti i personaggi che lo aiutavano, che lo hanno
aiutato e che lo avrebbero aiutato ancora, i suoi punti di riferimento,
il suo essere un giornalista che adesso riconosco in altri interventi,
adesso è più facile collegare tante cose dopo aver soltanto parlato con
Antonio e adesso aver sentito persone che lo hanno conosciuto bene.

Per esempio il non volere andare negli hotel ma voler andare in case private, stare più a contatto con le persone da raccontare.

Tutto questo era diventata una sceneggiatura insolitamente lunga, io
scrivo sempre sceneggiature per film da un'ora e venti e invece questa
venne fuori di due ore. Questa sceneggiatura che avrebbe dovuto essere
perfezionata prima di partire, Antonio la lesse, trovò che il suo
ritratto in certi momenti era poco santinesco, ma Leonardo lo convinse
facilmente che questo doveva essere assolutamente doveroso.

Fece anche il complimento che anche se non ero mai stato in Cecenia,
ma era un complimento da fare a lui stesso, l'aveva descritta così bene
che anche senza esserci stato erano credibili le scenografie che erano
state inserite.

Però ci eravamo riproposti comunque di mettere anch'io il piede in
quel posto e di finire la sceneggiatura, anche se narrativamente era
finita, di congedarla in quel momento.

Poi accadde quello che accadde e adesso la sceneggiatura c'è. La
sceneggiatura è stata presentata al Dipartimento dello Spettacolo e
sarà esaminata il mese prossimo per forse avere, ma le percentuali di
partenza sono l'8%, statistiche puramente statistiche, la patente di
film di interesse nazionale e culturale l'unica possibilità di avere
finanziamenti governativi.

Non lo so se passerà. Se passerà ci auguriamo che non sia per
retorica, perché sia doveroso farlo, se non passerà, speriamo che
questo non accada, perché la sceneggiatura non è politicamente corretta.

Su questo Antonio non aveva bisogno di convertirci di più,
certamente noi non crediamo che nel mondo esistano solo i buoni o solo
i cattivi, noi pensiamo che nella guerra tutti diano il peggio di se
stessi, ma certamente i russi, in questa circostanza hanno fatto molto,
molto peggio di quanto hanno fatto i ceceni.

Questa è la sua testimonianza ad avercelo comunicato senza il minimo dubbio.

In più questa sceneggiatura è stata offerta a Rai fiction dove, dopo
vari tentativi di riuscire a contattarlo, Stefano Munafò il potente
responsabile di Rai fiction ha detto a voce che secondo lui questa è
una storia che deve essere raccontata.

Questo purtroppo non significa ancora nulla, assolutamente nulla.
Sarà molto più concreta la risposta si o no, dei fondi governativi
perché la Commissione esamina e risponde e non c'è scampo, si o no, i
tempi sono quelli mentre la Rai, io non ho mai fatto proposte alla Rai
per i miei film, mi spiacerebbe molto fare proposte alla Rai ma è un
tale meccanismo così paludoso, altro che speriamo, Stefano Munafò l'ha
detto, però non sono frasi che hanno valore vincolante. Speriamo ce lo
auguriamo tutti.

Certamente credo sia una storia da raccontare, lo era già da prima,
non c'era bisogno che Antonio morisse perché questa storia fosse da
raccontare.

Chiudo riflettendo che a me questa storia, questa morte, questo
omicidio fa pensare al delitto Impastato, io sono palermitano. Ebbene
Peppino Impastato fu ucciso. Fu subito chiaro chi fossero gli assassini
anche se sul "Corriere della Sera" si diceva, fu scritto, che era morto
dilaniato da estremista di sinistra con la propria stessa bomba.

Però era la stessa cosa, per noi siciliani era evidente chi fosse
stato l'assassino, ma nonostante tutto, quello fu una morte, un
omicidio sempre paludoso dove comunque, anche se la verità era
evidente, non necessitava di prove, però non c'era verso di venir fuori
a poter additare dei responsabili.

Infatti, a 23 anni di distanza, la madre di Peppino Impastato ancora
ha da fare la testimone al processo, perché ancora non esiste una
condanna per lo Stato italiano.

Ora io ho l'impressione che quell'omicidio come questo omicidio
siano due omicidi così scomodi, così fastidiosi, così irritanti che la
verità farà una grande fatica a venir fuori, anche se è evidente una
idea chiara e distinta di che cosa sia accaduto.

E' terribile per me immaginare, grazie ai racconti di Antonio,
figurarmi la sua morte. Ed è meglio non pensarci, perché se mi aveva
dato e ci aveva dato un'idea così chiara di quello che succedeva
laggiù, purtroppo anche questa evoluzione è terribilmente chiara.

Però grazie al cinema adesso Peppino Impastato prima lo conoscevamo
soltanto noi siciliani palermitani e pochi altri, adesso Peppino
Impastato è conosciuto non solo in Italia ma anche, piano piano, sarà
conosciuto anche altrove. Questo non sarà più un omicidio paludoso, poi
lo potrà anche essere giudiziariamente, ma moralmente, storicamente,
non sarà più un omicidio paludoso.

Noi dobbiamo assolutamente riuscire a fare questo film, ma
conoscendo Leonardo Giuliano e la sua testardaggine sono sicuro che
questo film si farà con o senza i finanziamenti governativi o quelli
della Rai, comunque si faranno delle cose, bisogna raccontare questa
storia e in questa prima giornata di commemorazione - a me questo
termine commemorazione non piace molto, avrei preferito di ricordo
eccetera - però credo che sarà la prima di tante altre e ci terremo
anche aggiornati su questo progetto, speranza, obiettivo eccetera.

Speriamo che al quinto giorno, sesto giorno di ricordo potremo dire:
benissimo, si sta cominciando e poi, un giorno, vedercelo qui tutti
assieme, perché il cinema ha tanti difetti, però ha questa grande forza
di riuscire a far si che non si può più dimenticare. Se un film è stato
su Peppino Impastato non c'è verso che Pino Impastato sia dimenticato
mai e noi tutti vogliamo, siamo qui per questo, che Antonio, dopo
quello che è successo ma non sia mai più dimenticato. Grazie.

PATRIZIA STERPETTI: Se Antonio Grimaldi non è riuscito a raggiungere
Antonio in Georgia però qui abbiamo un invitato che è un carissimo
amico di Antonio, come sempre un ragazzo giovane che parlerà in inglese
e tradurrà Francesca Spinotti che è stata una delle persone che si è
impegnata nell'organizzazione di questa giornata e che ha creato tutti
i contatti più artistici, più cinematografici e teatrali.

ANTONIO BORRELLI. Alexandre ha passato parecchi giorni nella casa di Antonio a Tblisi, è giovanissimo ma è molto interessante.

Ha portato parecchio materiale, purtroppo la nostra organizzazione
qui è stata assolutamente fallosa, non siamo riusciti a trovare, a
contattare, tra le mille cose da fare, un interprete di lingua russa.

ALEXANDRE KVATASHIDZE. Mi scuso per non poter parlare in italiano,
che è una lingua bellissima, e anche il mio inglese purtroppo non è
molto buono.

Ho conosciuto Antonio un mese prima che venisse ucciso, questo mese
è diventato abbastanza lungo per poter diventare buoni amici.

Ho avuto modo di imparare moltissimo da Antonio in questo mese.

Antonio stava combattendo per la verità, la verità è la cosa migliore per cui gli esseri umani possano combattere.

Vengo dal Caucaso e ci sono parecchie cose che possono essere fatte in quella zona per la verità.

Cercherò di fare il mio meglio per continuare, per proseguire nella
direzione che Antonio è riuscito a passarmi in questo mese. Grazie
Antonio.

ANTONIO BORRELLI. Francesca, tu sei una delle maggiori
organizzatrici di questo splendido convegno e in rappresentanza del
Cinema Pasquino si, ma soprattutto come grande, cara amica di Antonio e
quindi vieni qui al tavolo.

Io vorrei sapere, prima di mandare ancora una volta il video, se c'è
in sala l'addetto stampa dell'Onu a Pristina che aveva annunciato la
sua presenza in sostituzione di Laura Boldrini.

Pochi minuti. Abbiamo Dino Frisullo che avevamo tra gli interventi previsti.

A tutti l'invito: dieci minuti di testimonianza perché dobbiamo tassativamente lasciare poi la sala.

DINO FRISULLO. Anzitutto mi scuso, sono venuto in ritardo a questo
incontro perché ero impegnato in una di quelle cose che, secondo me,
per il poco che ho conosciuto e poi lo dirò, avrebbero interessato
anche Antonio.

Un non evento qui in una sala carina, rimediata all'ultimo momento,
400 emigrati dall'Asia fra cui alcuni che non sanno più nulla delle
loro famiglie sotto le macerie del terremoto, in assemblea
ordinatissima. Sembrava un'assemblea classica degli anni 70, come
lavoratori per il permesso di soggiorno e anche in solidarietà fra
loro, Paesi che si fanno la guerra nel momento del bisogno e del
pericolo.

Una bella assemblea che metterà capo a una bella manifestazione
sabato prossimo, che è una non notizia, perché dovremo fare i salti
mortali, come sempre, per bucare nei prossimi giorni la stampa normale
che è in tutt'altre cose affaccendata.

Scusate questa digressione, non era solo per scusarmi del ritardo ma
devo dire, una cosa che io ho conosciuto in comune fra me e Antonio,
noi ci siamo conosciuti e ci siamo litigati immediatamente, come credo
sia successo a molti che hanno conosciuto Antonio, perché abbiamo, ce
l'ho anch'io caratteri spigolosi. Chi lavora e vive in modo, come si
usa dire border line, in una non so più quale assemblea di giornalisti
in una città toscana dove eravamo invitati tutti e due, io per via
della mia esperienza in carcere turco e lui per la sua esperienza
recente in Kosovo, ovviamente litigammo sulla guerra in Kosovo,
ovviamente non sulla Nato o sulla guerra, sulle sue responsabilità, le
colpe, la loro statuizione eccetera. Litigammo furiosamente e io almeno
lo lasciai ma credo di averlo letto in lui, con la precisa sensazione
come dire, di una affinità nel modo di essere nel mondo e nel modo
anche di fare la professione.

Io non sono professionista e neanche lui credo che lo fosse. Diciamo
che il mestiere che facciamo sia più di testimoni che di giornalisti,
essere da una parte.

Essere da una parte significa il partito preso, i preconcetti, le
bende eccetera, ma aderire alla realtà umana che è di fronte in carne
ed ossa, di esseri umani, alla loro verità e poi metterla continuamente
in discussione.

Questo tipo di approccio non è il benvenuto nella stampa. Io non
conosco bene, non ho avuto il tempo poi di conoscerci ancora e
ovviamente la sua morte mi ha colpito profondamente, anche per una
ragione se volete un po' egoistica perché penso che altre volte, in
altri luoghi del mondo, dalla Bosnia alla Palestina, alla Turchia, al
Turkestan sarebbe potuto e potrebbe succedere anche a me a ognuno di
noi di quelli che non passano il tempo solo dietro un computer o una
telescrivente, cose rispettabilissime, questo modo di testimoniare ha
un destino strano nelle redazioni dei giornali. Se volete aggiungo
questo piccolo spicchio di esperienza.

Io da 20 anni scrivo, fra l'altro quando andai a finire in Turchia e
nel carcere, io dissi: sono giornalista e mi risposero, fai vedere il
tesserino. Mai avuto tesserino, mai iscritto a Ordini, no ne ho avuto
mai il tempo.

Dopo di che gli arrivarono 6 o 7 redazioni che dicevano: si, collabora e allora è giornalista.

Fui un po' più tutelato, mica tanto.

Però quel modo di essere, tornato in Italia, dopo un attimo di
celebrità transeunte, è fastidioso, è fastidioso anche per i giornali
della Sinistra, anche io milito a sinistra ora non voglio perdere i
giornali più vicini a te o a come la pensi; è fastidioso perché si è
affermato ormai negli ultimi anni, una logica che non era né nella mia
formazione, io credo di essere un po' più vecchio di Antonio, ma credo
neanche nella sua, la logica del professionismo.

La logica per cui appunto, i giornalisti stanno dietro quelle
telescriventi o quelle scrivanie lo fanno solo gli addetti ai lavori, i
giornali, l'informazione, la comunicazione e coloro che sanno la
realtà, perché io quella assemblea mi sono sforzato di trasformarla
realtà mezz'ora fa e in Turchia mi sono sforzato di trasformarla oltre
a testimoniarla. Essere testimoni è già un modo di cambiare realtà.

Sono avvertiti come scomodi perché di parte, comunque non di parte
ripeto non nel senso di partigianeria ma nel senso di prendere parte,
in ogni caso anche se non per questo comunque quelli che fanno le cose
non le raccontano, chi le sa non le deve raccontare.

Non è vero secondo me, chi le fa le cose come le faceva Antonio,
come mi sforzo di farle io come altri, ha il dovere morale di
raccontarle e il dovere del mondo della comunicazione sarebbe
amplificarle, dare canali a questi racconti che sono racconti di essere
umani.

Tutto qui come testimonianza.

ANTONIO BORRELLI. Grazie della tua testimonianza.

Invito per due minuti l'addetto stampa dell'Onu a Pristina, Andrea
Angeli, in sostituzione di Laura Boldrini che ci teneva a partecipare,
l'ho sentita più volte al telefono questa mattina, era disastrata da
una influenza.

ANDREA ANGELI. Buona sera, buona sera signora Russo.

Io sono dal 93 tuttora all'Ufficio stampa dell'Onu nelle varie zone dei Balcani.

Non eravamo amici intimi con Antonio, ma le nostre vite si sono sempre incrociate, dove era lui ero io e viceversa.

Il primo incontro fu - Ugo qui me lo ricorda - o fine 94 o primi 95.
Ricordo come uno zelante funzionario finlandese venne da me a dirmi:
c'è un italiano con i capelli lunghi. Dice di essere giornalista ma non
ha la tessera dell'Ordine, per cui non possiamo…

Dovetti convincere questo collega per un paio d'ore a spiegargli che
i Radicali erano contro l'Ordine dei giornalisti pertanto lui poteva
emettere benissimo il tesserino perché già lo conoscevamo.

Dopo di che ci siamo visti in tantissime altre occasioni. Io ho
sempre interpretato il mio lavoro in maniera molto ecumenica. L'ufficio
mio è stato sempre aperto a tutti, alle grandi testate, alle piccole
testate, ai conservatori, ai progressisti, bianchi, neri, triestini o
siciliani.

Antonio veniva, passava, non era uno che aveva bisogno di niente.
Lui suola e tacchi andava, passava per dare un'occhiata ai giornali,
quello che era uscito. Era lui a venire a dire cose a noi, quello che
ci serviva.

Ricordo che ci contattarono a Tirana, dopo l'euforia dei primi
collegamenti di Antonio da Pristina se potevamo fare qualcosa noi per
tirarlo fuori.

Io francamente dissi: qui non possiamo fare niente, possiamo solo
peggiorare la situazione di Antonio, ma dentro di me, non lo volli dire
agli interlocutori che mi chiamavano da Bruxelles, ma dentro di me
pensai veramente solo un miracolo può tirar fuori Antonio. Ero molto,
molto preoccupato.

E poi invece se n'è uscito alla sua maniera, rocambolescamente come ha sempre vissuto.

Concludo solo dicendo che la vita è bella perché è varia e perché
c'è di tutto. Antonio era uno di quelli talmente particolare, talmente
unico che ci mancherà. Un mondo molto più triste. Anche il nostro mondo
dell'informazione senza di lui.

Ci mancherà veramente tanto.

ANTONIO BORRELLI. Adesso Patrizia Sterpetti leggerà un breve messaggio.

Dopo di che partiranno in successione i due video che abbiamo
trasmesso in questo convegno e poi chi vuole resta a vederli, chi li ha
perduti può vederli, altrimenti cominceremo ad uscire.

PATRIZIA STERPETTI. Io volevo un attimo rispondere a Oliviero Bea
che è intervenuto ormai un'ora fa e volevo garantirgli che in questa
sala ci sono persone che rischiano la pelle e che hanno la posta
controllata.

Pertanto lui può stare tranquillo, che ci sono molti simili ad Antonio e non sono dei semplici spettatori.

Questa è la prima cosa. Per esempio Luca D'Ascia non ha visto le
corrispondenze dalla Cecenia perché sta in Colombia che non è un paese
poi tanto tranquillo.

Io ringrazio sentitamente Luca D'Ascia perché ha spiegato bene nel
suo intervento come Antonio non fosse un guerrafondaio. Noi abbiamo
sofferto molto per certi fraintendimenti di Antonio e proprio
riascoltando alcune sue corrispondenze dalla Serbia lui, spiegava che
l'azione preventiva consiste nel non far andare al potere delle elite
che siano nefaste.

Lui aveva chiara l'idea di come si possano prevenire i conflitti.

"A nome della Lega internazionale delle donne, mi unisco a tutte le
persone che celebrano la vita di Antonio Russo e il suo impegno a
esporre e condannare l'ingiustizia.

Fin dal suo inizio 86 anni fa, la lega lavora affinché la violenza
in ogni forma sia abbandonata e perché i conflitti possano essere
risolti con negoziazioni e in spirito di mutuo progresso.

L'ingiustizia è la radice della violenza in Cecenia, violenza che ha
fatalmente coinvolto Antonio Russo, saranno eliminate solamente quando
il concetto di sicurezza e supremazia nazionale, sarà costituito dal
concetto di sicurezza umana in cui la priorità è data non dal trionfo
egoistico ma la qualità e integrità della vita, vita sana di ogni
componente dell'ambiente naturale e vita degna di ogni essere umano.

Esorto ognuno di noi ad onorare la memoria di Antonio lavorando
affinché prenda radice una completa cultura di pace. Con pena e
speranza. Bruna Nota."

ANTONIO BORRELLI. Grazie a Patrizia Sterpetti.

Francesca?

FRANCESCA. Io volevo semplicemente dire una cosa che è un pensiero che mi è venuto in mente riguardo al silenzio.

E' vero, questo è un primo tentativo che è venuto fuori, prima da
incontri tra amici, per cui rimettendo in piedi una rete e man mano
costruendo e riuscendo ad arrivare fino a questo punto.

E' ovvio che da qui si partirà per andare oltre. L'intento è
ovviamente (ma difficilmente potrà essere) quello di andare a scoprire
delle cose, però l'intento è quello di non far calare il silenzio su un
metodo o su un messaggio di una persona quale è stata Antonio per tutti
quelli che lo hanno incontrato e per tutti gli altri. Grazie.

ANTONIO BORRELLI. Viva Antonio Russo. Possono partire le immagini.
Grazie a tutti per la partecipazione e a presto rivedervi tutti.

*-*-*-*-*

 

ANTONIO RUSSO: SCOMPARSA VIDEOCASSETTA COMPROMETTENTE

Da un lancio della agenzia Ansa delle 18,37

Roma, 21 ottobre 2000. Il mistero della morte di Antonio Russo si
arricchisce di un nuovo particolare inquietante: la scomparsa di una
videocassetta in cui si mostravano gli effetti sulla popolazione cecena
dell'utilizzo da parte delle truppe russe di armi vietate dalle
convenzioni internazionali.

L'episodio e' stato riferito nel corso di un incontro con i
giornalisti nella sede del Partito Radicale dalla madre dell'inviato di
Radio Radicale - che da alcuni mesi seguiva da vicino la guerra in
Cecenia - trovato morto il 16 ottobre nei pressi del villaggio
georgiano di Udzharma.

''Antonio mi aveva parlato della cassetta in una drammatica
telefonata un paio di settimane prima di morire'', ricorda Beatrice
Russo, 75 anni, originaria di Francavilla (Chieti) e titolare di una
farmacia a Semproniano (Grosseto).'Mio figlio non era un tipo da
perdere il controllo facilmente, aveva una lunga esperienza di guerra,
ma in quella occasione era sconvolto, piangeva come un bambino''.

La signora Beatrice racconta che Antonio le telefono' due volte
nella stessa giornata, ''un fatto eccezionale'', e che era sconvolto
dalle immagini contenute nel video amatoriale consegnatogli ''forse da
guerriglieri ceceni''. ''Parlava di bambini con orrende mutilazioni e
ferite su tutto il corpo, cadaveri sfigurati. Antonio diceva che
avrebbe denunciato l'operato dei russi alle Nazioni Unite''. Qualche
giorno prima della sua morte, Antonio aveva telefonato alla madre per
annunciarle il suo imminente rientro in Italia. ''Mi ha chiamato
sabato, il giorno prima di morire, per dirmi che sarebbe rientrato a
Roma il martedì successivo. era sereno, mi disse che aveva consegnato
la cassetta ad una traduttrice. l'abbiamo cercata a lungo a Tblisi,
anche con l'aiuto degli amici georgiani di Antonio, ma non siamo
riusciti a rintracciarla''. Nella compostezza del dolore per la perdita
del suo unico figlio, Beatrice russo non accusa apertamente nessuno per
la morte del figlio ma si limita a dire ''che ognuno può trarre le
conclusioni che vuole'' sulla vicenda. ''aspettiamo solo l'esito
dell'autopsia ordinata dalla procura di Roma per sapere esattamente
come e' morto Antonio, anche perché forse non sapremo mai chi l'ha
ucciso'', ha detto la signora Russo.

A questo proposito, Marco Pannella ha ricordato che nei giorni
dell'omicidio di Antonio Russo alle Nazioni Unite Mosca perdeva la
battaglia per estromettere il Partito Radicale transnazionale dal
palazzo di vetro per le sue denunce dei massacri nel Caucaso. Un unico
momento di emozione traspare sul volto della signora Russo quando
ricorda che ''il cadavere di Antonio presentava i segni della tortura,
aveva le mani legate e la bocca chiusa con un pezzo di nastro adesivo''.

*-*-*-*-*

Eroi dimenticati. In una bella intervista a cura di Patrizia
Notarnicola a Laura Boldrini, portavoce dell’ACNUR, viene ricordato
Antonio Russo, il coraggioso reporter di guerra, dimenticato dai media,
ucciso due anni fa in Georgia. "Laura, ho girato del materiale
terribile sui bambini. E’ un materiale scioccante". Questo mi disse.
Non ci siamo mai più visti

. In una bella intervista a cura di Patrizia Notarnicola a Laura
Boldrini, portavoce dell’ACNUR, viene ricordato Antonio Russo, il
coraggioso reporter di guerra, dimenticato dai media, ucciso due anni
fa in Georgia. "Laura, ho girato del materiale terribile sui bambini.
E’ un materiale scioccante". Questo mi disse. Non ci siamo mai più visti

Antonio Russo, il free lance che lavorava col cuore

intervista a cura di Patrizia Notarnicola

Laura Boldrini è dal 1998 portavoce italiana dell’Alto
Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite. Il suo lavoro
consiste nell’aiutare i rifugiati, coloro che fuggono da un paese in
conflitto, da una persecuzione o da una violenza estesa. Si adopera per
le persone costrette da politiche irresponsabili a lasciare la propria
casa, la propria famiglia, la propria attività, il più delle volte
dissidenti politici e militanti per i diritti umani che vengono a
scontrarsi con forti interessi economici. Proprio il tentativo di dare
dignità a questa gente ha determinato l’incontro tra Laura Boldrini e
il reporter Antonio Russo, il cui cadavere fu stato ritrovato a
Tbilisi, al confine tra la Georgia e la Cecenia, il 16 ottobre 2000.
Gli autori dell’assassinio ufficialmente sono ancora sconosciuti ma le
circostanze in cui questo è avvenuto lasciano supporre che Antonio sia
morto per mano di militari russi. Sembra infatti che il giornalista
abruzzese, inviato di Radio radicale e vicepresidente della Free Lance
International Press, avesse realizzato pochi giorni prima della sua
morte alcuni filmati che avrebbero potuto provare violenze indicibili
commesse a danno dei bambini ceceni. Nell’intervista che segue Laura
Boldrini parla della sua collaborazione con Antonio Russo, della loro
amicizia e dell’ultima telefonata avvenuta il 14 ottobre 2000.

Come è avvenuto l’incontro con Antonio Russo?


Ci siamo conosciuti nel 1998 in occasione delle prime
avvisaglie di crisi in Kosovo. Ero partita a maggio per andare nel Nord
dell’Albania, a Bairam Suri, dove arrivavano i primi rifugiati che
scappavano dalle azioni mirate della polizia serba. Antonio mi contattò
telefonicamente e cominciammo a collaborare per le sue trasmissioni.
Entrai in Kosovo qualche mese dopo, in ottobre, in occasione
dell’accordo Holbrook- Milosevic, e lì lo incontrai personalmente.
Cominciammo insieme a fare le dirette per Radio Radicale. Antonio
parlava della situazione politica ed io illustravo quella umanitaria.
Ci sono state occasioni in cui Antonio ci segnalava le situazioni dei
villaggi che visitava, andando così al di là della cronaca. Il suo non
era un semplice riportare i fatti. Era totalmente coinvolto dal dolore
e dalla sofferenza di quella gente.

Antonio l’aveva contatta perché credeva nell’operato dell’ agenzia
dell’ONU di cui lei è portavoce o per una stima personale nei suoi
confronti?


Mi aveva chiesto un’ intervista perché noi dell’Alto
Commissariato inizialmente eravamo gli unici ad essere giunti in
Kosovo. Io ero andata prima dei grandi flussi di giornalisti, quando in
Italia non si parlava assolutamente di Kosovo e tentavo di fare
informazione su quella crisi. In un secondo momento tra me e Antonio è
nata un’amicizia. L’anno seguente, nel ’99, abbiamo collaborato durante
la guerra in Cecenia. Io non andai in Cecenia ma ricevevo in
continuazione informazioni dai nostri uffici che sono dislocati in quel
paese e verso il quale cercavo di suscitare un interesse dal punto di
vista umanitario. Anche in questo caso con Antonio facemmo
approfondimenti con la radio Radicale. In seguito, durante la guerra
Etiopia- Eritrea, andai in Sudan, dove stavano giungendo i profughi
eritrei e dove non c’erano giornalisti stranieri dato che i sudanesi
sono restii a dare visti alla stampa. Ero perciò io a fare i
collegamenti da Kassala con la stampa e con i giornali. Antonio,
puntuale, chiamava sempre.

Lei lo ha anche aiutato a far andare in onda sulle reti Rai alcuni suoi filmati?


Si, Antonio girava spesso materiale interessante ma non aveva
accesso ai canali di distribuzione e quindi durante la guerra in Kosovo
mi chiese di dargli una mano per diffondere le sue immagini. Riuscimmo
a mandarle in uno dei telegiornali Rai. Memore di questo mi chiamò
dalla Georgia due giorni prima che morisse. "Laura, ho girato del
materiale terribile sui bambini. Non ti posso dire di più. E’ un
materiale scioccante… Cerca di darmi una mano per trovare spazi in tv
Ci vediamo la prossima settimana a Roma". Questo mi disse. Non ci siamo
mai più visti.

Antonio Russo aveva avvertito il pericolo che correva?


Questo non lo so. Era abbastanza concitato ma non mi sembrava
temesse per la sua vita. Ho avuto la sensazione, questo si, che volesse
prendere cautele nel parlare di certi argomenti al telefono.

Che ricordo ne ha?


Antonio non era il giornalista allineato. Lavorava a modo
suo, col cuore. Per questo era accusato di non essere obiettivo. Si
schierava apertamente ma lo faceva mettendosi dalla parte dei deboli e
delle vittime. In Kosovo ho visto tanti altri giornalisti che facevano
un lavoro non obiettivo ma stando dalla parte del carnefice.

Esistono altri Antonio Russo nel giornalismo italiano oggi?


Antonio aveva la curiosità per le piccole cose ed un
approccio umile nei confronti di ogni situazione. Tanti inviati invece
pensano di sapere tutto già prima di partire, di conoscere la storia
perché l’ hanno già vista mille volte. Questa presunzione è frutto di
ignoranza: non si può pensare che, una volta che si è visto quello che
succede in un singolo contesto di guerra, si sia capito tutto anche
degli altri! E poi è sempre più lontana l’idea di un mestiere fatto sul
campo, fatto dalla persona che va, che si rende conto di persona, che
verifica. Infatti con la globalizzazione i giornalisti sono più
propensi ad utilizzare materiali immessi in rete dalle grandi agenzie
internazionali.

Che ruolo ha la stampa nelle emergenze sanitarie?


Importantissimo. Non si può prescindere dalla informazione.
Chi fa informazione decide se una crisi verrà conclamata o se verrà
lasciata nel dimenticatoio. E’ perciò determinante lavorare con i
giornalisti e lavorarci bene. Noi operatori umanitari abbiamo bisogno
di interlocutori che capiscano le nostre difficoltà e i nostri rischi.
Per questo sono contenta quando i giornalisti vengono con noi. Nessuno
di loro, prima della partenza, avrebbe mai immaginato a quale
situazione sarebbe andato incontro e in cosa consiste la nostra azione.
Far arrivare gli aiuti non è come fare un ordinativo: significa fare
una gara d’appalto; trovare l’azienda che produce quello di cui c’è
bisogno al minor costo e alla migliore qualità; trovare un mezzo di
trasporto; portare questi beni in luoghi remoti in cui non ci sono
strade, collegamenti; trovare le scorte a protezione dei depositi; fare
un lavoro di distribuzione degli aiuti, una registrazione ed un
censimento delle persone. E’ tutto molto complicato e nell’emergenza,
quando il primo nemico è il tempo, ci possono anche essere delle
disfunzioni e si possono fare degli errori. Il giornalista che ha
esperienza ed è onesto questo lo sa, lo capisce, non si accanisce. Chi
arriva lì per la prima volta e si dà un gran da fare perché vuole fare
lo scoop della sua vita allora vuole solo trovare un capro espiatorio.
Ma questo non aiuta nessuno.

29 novembre 02