Enzo Baldoni

MEMORIA
GIORNALISTI NELLA STORIA – I NOSTRI MARTIRI

Enzo Baldoni, reporter e  operatore umanitario.
Ucciso subito? La catena dei misteri  (di Fiorenza Sarzanini)

Chi era Enzo Baldoni.
Ritratto di Enzo Baldoni: “Io viaggio per la pace“ (di Pietro del Re)

Il silenzio, il video, l'ultimatum l'ultima settimana di Baldoni.

Frattini difende «il giornalista coraggioso» (di Francesco Battistini)

Il pacifista col  kalashnikov (di Vittorio  Feltri).

Generosità e terrore  (di Sergio Romano).

L'innocente e i carnefici (di Ezio Mauro).

Delitti senza castigo (di Igor  Man).

Il martire di Baghdad  (di Barbara Spinelli).

Free lance. Una tribù nomade a caccia di scoop (di Francesco Battistini).

Abruzzo: Baldoni inserito tra i martiri del giornalismo.

Enzo Baldoni, reporter e  operatore umanitario.

Roma, 27 agosto 2004. Enzo Baldoni ha provato a difendersi
dalla morte. Nel video che ha registrato la sua fine si vede una
colluttazione. Un gesto di disperazione e di orgoglio simile a quello
che segnò gli ultimi istanti di vita di Fabrizio Quattrocchi, l'altra
vittima della ferocia dei terroristi che non rispettano nemmeno chi va
in Iraq sognando la pace. Enzo come Fabrizio. I passi trascinati verso
il momento della fine. Il fiato corto di chi sa che non può più
chiedere prestiti al futuro. E infine un colpo d’arma da fuoco e gli
occhi che si chiudono su qualche particolare, immagini confuse riprese
dai registi dell’orrore.
Nel «film» dell’esecuzione del giornalista di Diario, che Al Jazira non ha mandato in onda per «rispettare la sensibilità dei telespettatori»,
i momenti di concitazione arrivano quasi a sorpresa, nel finale. I
fotogrammi che chiudono quel «documento» mortale mostrano le fasi di
una colluttazione. Di Enzo che capisce di essere arrivato alla fine dei
suoi passi e che si gioca il tutto per tutto. Chi ha visto il video
racconta di immagini «agghiaccianti» ma i dettagli
dell’esecuzione restano ancora oscuri. Sulle prime si è parlato di
decapitazione. E il fatto che poi la versione si sia spostata verso il
colpo d’arma da fuoco, comunque, non la esclude. Perché, com’è già
successo per altri ostaggi uccisi, i rapitori potrebbero aver infierito
sul corpo di Baldoni mutilandolo quand’era ormai inerme. O, peggio, se
di peggio si può parlare, potrebbero aver usato il coltello per
sgozzarlo quando non era ancora morto.
«Si vede la testa tagliata ma non del tutto - spiega un investigatore con voce scioccata -. Baldoni è semisepolto nella sabbia, una spalla che spunta insanguinata. Una immagine terrificante». Forse il tentativo di liberarsi del corpo, gettandolo in una buca provvisoria. Come accadde per Quattrocchi. (da www.corriere.it).

La ricostruzione della morteUcciso subito? La catena dei misteri
Baldoni con un taglio alla gola nelle immagini di Al Jazira. E l’ipotesi: assassinato il primo giorno

ROMA - La sabbia lo copre fino al busto, un rivolo
di sangue gli esce dalla bocca. Ha una spalla ferita, un lungo taglio
sulla gola, il volto quasi irriconoscibile. Fermo immagine di una fine
atroce. La fine di Enzo Baldoni. Non è un vero e proprio video quello
che i giornalisti di Al Jazira hanno mostrato all’ambasciatore italiano
in Qatar. Il diplomatico ha visionato una serie di istantanee, che
coprono diciotto secondi, probabilmente tratte da un filmato e
recapitate all’emittente da un emissario dell’Esercito Islamico. E non
ha avuto dubbi sul riconoscimento.
IL MISTERO DELLA SCOMPARSA - Si
parte da lì, da quelle foto, per cercare di ricostruire gli ultimi
giorni di vita del pubblicitario milanese. E per capire come sia stato
ucciso. La fine dovrebbe essere arrivata con un colpo di pistola alla
tempia o forse con la recisione della carotide. Quando? Baldoni è
rimasto davvero ostaggio per sei giorni o invece i suoi rapitori
l’hanno subito giustiziato montando poi la messa in scena
dell’ultimatum all’Italia? Per tentare di chiarire le sue ultime ore
bisogna tornare a venerdì 20 agosto quando Baldoni è ancora aggregato
al convoglio della Croce Rossa. Ma non è semplice perché anche su quei
momenti ci sono versioni contrastanti.
Secondo le informazioni
raccolte prima della scomparsa del giornalista, la colonna di auto e
mezzi era partita da Bagdad il 19, ma aveva interrotto la missione dopo
50 chilometri, all’altezza di Babilonia, dopo l’esplosione di una mina.
Con il trascorrere dei giorni questa ricostruzione è stata via via
modificata. Ed ecco che cosa affermano adesso i vertici della Cri: «Il
convoglio è arrivato alla periferia di Najaf il 19 agosto. Il giorno
dopo ha iniziato il viaggio di ritorno. Baldoni e il suo autista
Ghareeb erano avanti a tutti, a bordo di una Nissan bianca, staccati
dal gruppo un paio di chilometri. All’altezza di Mahmudia sono stati
attaccati. Gli altri hanno visto una colonna di fumo e poco altro. La
procedura di sicurezza prevede che la carovana non debba fermarsi per
il soccorso e così è stato ordinato dal capodelegazione Giuseppe De
Santis. Dopo circa un chilometro hanno avvisato alcuni militari
iracheni che presidiavano un check point».
LA FINE DELL’AUTISTA - Da
quel momento di Baldoni e del suo autista si perdono le tracce. Davvero
la Nissan era avanti o, come sostengono i colleghi del Diario ,
viaggiava insieme agli altri? Il 21 agosto si sparge la voce che
Ghareeb è morto. Il giorno dopo un funzionario della Croce Rossa va
all’obitorio di Al Iskandiriai e riconosce il corpo. Non firma alcun
referto ufficiale, ma scatta alcune foto che proprio ieri sono state
consegnate ai magistrati romani. Torna anche sul luogo dell’agguato e
trova l’auto bruciata di Baldoni. Ma del pubblicitario non c’è ormai
più traccia. Quel cadavere è davvero dell’autista, come sostiene l’uomo
della Cri?
Altro mistero: secondo una volontaria gallese che ha
partecipato alla missione, della colonna faceva parte anche un iracheno
chiamato Alì che all’improvviso è sparito. Potrebbe essere lui l’uomo
che ha tradito Baldoni facendo sapere ai sequestratori che c’era un
italiano all’interno del convoglio? Chi è quest’uomo? E chi ha deciso
di aggregarlo alla missione?
IL RICATTO ALL’ITALIA - Dal momento in
cui Enzo Baldoni scompare, tutte le «fonti» irachene vengono attivate.
Ma non forniscono alcuna indicazione, dicono di non sapere
assolutamente niente sulla sua fine. L’uomo sembra svanito nel nulla.
Il sospetto che possa essere stato rapito prende corpo dopo due giorni
di silenzio e diventa drammatica certezza quando viene mostrato in un
video spedito dall’Esercito Islamico ad Al Jazira.
Al governo
italiano i terroristi chiedono il ritiro delle truppe dall’Iraq.
Concedono 48 ore, ma il loro comunicato non sembra perentorio. Non
minacciano l’uccisione dell’ostaggio, ma si limitano ad affermare di
non poter dare garanzie sulla sua «sicurezza e incolumità». Altri
canali vengono aperti e a tutti viene posta la stessa richiesta: prova
in vita del prigioniero. Ma anche in questo caso non arriva alcuna
risposta. E’ proprio questo silenzio ad alimentare il sospetto che
Baldoni possa essere stato ucciso subito dopo la sua scomparsa. Del
resto sin dall’inizio la visione del video aveva fatto sorgere numerosi
dubbi sulla sua confezione. Il giornalista è rilassato e tranquillo.
Legge le sue generalità poi una voce in arabo copre le sue parole. Lo
sfondo è completamente nero, interrotto soltanto dal logo del gruppo.
L’analisi che i tecnici stanno compiendo in queste ore potrà dire se si
tratti di immagini sovrapposte. I sequestratori potrebbero cioè aver
costruito il filmato utilizzando immagini che Baldoni aveva girato in
precedenza e che portava sempre con sé.
LA COMPOSIZIONE DEL GRUPPO -
In attesa di un contatto reale con i terroristi, lo scambio di
informazioni con i servizi segreti filippini, che a luglio avevano
gestito il sequestro dell’autista Angelo De La Cruz rivendicato proprio
dall’Esercito Islamico, permette di delineare meglio la possibile
composizione del gruppo. L’ipotesi ritenuta maggiormente attendibile è
che gli ostaggi siano gestiti da guerriglieri sciiti, con alcuni
componenti sunniti, che non rispondono ad alcun leader. Formazioni
criminali composte da un doppio livello: uno che si occupa dei
prigionieri, l’altro che cura la parte mediatica girando i video e
scrivendo i comunicati di ricatto ai governi. Mentre si raccolgono le
informazioni attraverso i canali di intelligence, vengono attivate
almeno una decina di «fonti». Ma nessun contatto sembra aprire un vero
spiraglio di trattativa.
LE ULTIME ORE - Il pessimismo degli
analisti rimane anche quando, siamo a giovedì pomeriggio, in Iraq e in
Italia si rincorrono voci che parlano di un imminente liberazione. «Non
abbiamo ancora alcun segnale positivo», fanno sapere dalla Farnesina.
La diplomazia sa che anche l’ultimo tentativo di avere notizie di
Baldoni è andato a vuoto. Sa che nessun negoziato è mai stato avviato.
Alle 22,30 di due giorni fa arriva, dalla redazione di Al Jazira, la
telefonata che chiude ogni speranza: «Baldoni è stato giustiziato.
Abbiamo le foto». L’ambasciatore italiano in Qatar si precipita negli
uffici dell’emittente. Ripercorre la stessa strada fatta dopo
l’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi. Rivive la stessa, terribile
emozione. L’immagine che gli viene mostrata non lascia dubbio. I
sequestratori hanno eseguito la condanna per punire il governo italiano
che non ha subito il ricatto.

Fiorenza Sarzanini
(dal Corriere della Sera del 28 agosto 2004)

Chi era Enzo Baldoni
«Supera il quintale, è alto 1 metro
e 86 e le sue cinture vanno dal 110 in su: Enzo Baldoni è certamente
uno dei creativi più grossi d'Italia (forse d'Europa)». Era questo
l'ironico autoritratto con cui si descriveva Enzo Baldoni (giornalista pubblicista dal 16 settembre 1985, accreditato da Linus, iscritto all’Ordine di Milano, ndr) sulla pagine di Diario, il settimanale per il quale collaborava.
Nato
a Città di Castello (Perugia) nel 1948, sposato e padre di due figli di
21 e 24 anni (la famiglia vive in Sicilia), Baldoni lavorava da tempo a
Milano. All'attività di pubblicitario era arrivato dopo aver fatto, si
legge ancora nel sito, «il muratore in Belgio, lo scaricatore alle
Halles, il fotografo di nera a Sesto San Giovanni, il professore di
ginnastica, l'interprete e il tecnico di laboratorio chimico».
È stato poi un incontro con Emanuele Pirella a fargli capire che «fare il copy è meglio che lavorare».
Tra le sue campagne televisive più note, quella del rasoio per uomini
sensibili, in grado anche di «fare la barba» a un palloncino senza
farlo scoppiare.
Traduttore di fumetti, appassionato di Zen,
Baldoni era poi diventato anche freelance per vocazione, pronto a
raccontare su Linus, Specchio della Stampa, Venerdì di Repubblica le
sue esperienze in giro per il mondo.
Aveva iniziato nel 1996 in
Chiapas, Messico, dove incontrò il subcomandante Marcos. Poi era stato
in Birmania, Timor Est, Colombia. «Qualcuno pensa che io sia un
mezzo Rambo che ama provare emozioni forti, vedere la gente morire e
respirare l'odore della guerra come Benjamin Willard l'odore del napalm
la mattina in «Apocalypse now» - ha detto una volta -, invece sono
lontano mille miglia da questa mentalità, molto semplicemente sono
curioso. Voglio capire cosa spinge persone normalissime a imbracciare
un mitra per difendersi».
In Iraq Baldoni era arrivato per la prima volta quest'anno, un paio di settimane fa, con un accredito di Diario. «Non ho una particolare paura della morte», ha detto qualche tempo fa in un'intervista. «L'ho
conosciuta abbastanza bene. Alla mia sono andato vicino un paio di
volte. Poi mi sono morte diverse persone tra le braccia. Ormai è una
vecchia compagna di viaggio».
Era nato nel 1948 a Città di Castello; mille lavori, poi il grande successo nel mondo degli spot

Ritratto di Enzo Baldoni: “Io viaggio per la pace“
Pubblicitario e giornalista: vita di un italiano giramondo

di Pietro Del  Re
Un uomo di pace. Questo era Baldoni,
come hanno cercato di spiegare i figli Guido e Gabriella, nell'appello
lanciato un paio di giorni fa ai suoi sequestratori. Ma era anche un
uomo che la voglia di raccontare aveva spinto nei punti più caldi del
pianeta, senza biglietti di prima classe né alberghi prenotati, senza
scorte armate né giubbotti antiproiettile. Per capire chi fosse Baldoni
basta leggere il suo autoritratto: “Non c'è niente da fare: quando uno
è ficcanaso, è ficcanaso. È insopprimibilmente curioso, gli interessano
i lebbrosi, quelli che vivono nelle fogne, i guerriglieri. E poi non
gli basta fare il pubblicitario, deve occuparsi anche di critica di
fumetti, di traduzioni, di temi civili e perfino di cose un sacco zen“.
Nella
sua vita precedente, prima che la passione del reportage lo
inghiottisse, era uno dei più creativi pubblicitari d'Italia, fondatore
dell'agenzia “LeBalene colpiscono ancora“. Era alto (1,86 metri) e
robusto (un quintale di peso), Baldoni. E aveva il dono della simpatia.
Chi l'ha conosciuto lo descrive come un idealista, un sognatore. Una
persona generosa, cordiale e altruista: carica d'umanità.
Era nato
nel 1948 a Città di Castello. Sposato e padre di due figli di 21 e 24
anni (la famiglia vive in Sicilia), Baldoni lavorava da tempo a Milano.
All'attività di pubblicitario è arrivato però dopo aver fatto, si legge
nel suo sito, “il muratore in Belgio, lo scaricatore alle Halles, il
fotografo di nera a Sesto San Giovanni, il professore di ginnastica,
l'interprete e il tecnico di laboratorio chimico“.
Fu Emanuele
Pirella a fargli capire che “fare il copy è meglio che lavorare“. Tra
le sue campagne televisive più note, quella del rasoio per uomini
sensibili, in grado anche di “fare la barba“ a un palloncino senza
farlo scoppiare. Tra le sue trovate più famose c'è la rondine
dell'acqua minerale San Benedetto.
Traduttore di fumetti,
appassionato di Zen, amante delle vacanze ad alto rischio, Baldoni è
diventato anche freelance per vocazione, pronto a raccontare su Linus,
Specchio della Stampa, Venerdì di Repubblica le sue esperienze in giro
per il mondo. Una vocazione nata per caso, nel 1996 in Chiapas,
Messico. Baldoni conobbe il subcomandante Marcos, e da quel sodalizio
nacque l'amore per il reportage. Un amore che lo portò nelle fogne di
Bucarest e in Birmania a testimoniare lo sterminio dei Karen. Andò poi
vedere i massacri di Timor Est, e le sofferenza nel lebbrosario di
Kalaupapa. Baldoni mangiò riso e ranocchi con la portavoce dei ribelli
Aye Aye Khing, si perse nella giungla tailandese alla ricerca dei
Fratelli Htoo, i gemellini di 12 anni che guidano l'Esercito di Dio
vantando poteri miracolosi. In Colombia finì in un campo di
guerriglieri delle Farc, conobbe una comandante sul cui capo pendeva
una taglia di un milione di dollari, intervistò la cupola del movimento
guerrigliero. Due anni più tardi, sempre in Colombia, venne sequestrato
da un paio di ragazzini col mitra e riuscì a farsi liberare diventando
amico del comandante che aveva ordinato la sua cattura. Per
giustificare questa sua passione tardiva, una volta disse: “Qualcuno
pensa che io sia un mezzo Rambo che ama provare emozioni forti, vedere
la gente morire e respirare l'odore della guerra come Benjamin Willard
l'odore del napalm la mattina in “Apocalypse now“, invece sono lontano
mille miglia da questa mentalità, molto semplicemente sono curioso.
Voglio capire cosa spinge persone normalissime a imbracciare un mitra
per difendersi“.
Già , Baldoni era anzitutto un uomo curioso. Eppure
si descrive come un gran pigro, che viaggia per caso, quando proprio
non può farne a meno, sull'onda delle coincidenze.
In Iraq Baldoni
era arrivato per la prima volta un paio di settimane fa, con un
accredito di Diario. “Non ho una particolare paura della morte, l'ho
conosciuta abbastanza bene. Alla mia sono andato vicino un paio di
volte“. Fino a quando la sua passione non l'ha spinto tra le braccia
dei suoi assassini.

(www.repubblica.it-27 agosto 2004)

Il silenzio, il video, l'ultimatum
l'ultima settimana di Baldoni

Quattro giorni senza notizie sulla sua sorte, poi
il giornalista Enzo Baldoni appare - vivo e apparentemente in buona
salute - in un video trasmesso martedì scorso da Al Jazeera. Un
ultimatum di 48 ore: l'Italia lasci l'Iraq o morirà. Poco dopo le 23 di
giovedì a ultimatum scaduto, l'esecuzione. Ecco le tappe della vicenda
che tiene in ansia l'Italia.
Venerdì 20 agosto. Il primo
allarme è di venerdì sera: l'inviato di Repubblica, Luca Fazzo, informa
che Baldoni, collaboratore del “Diario“, è scomparso da 24 ore. Anche
l'ambasciata italiana a Bagdad - che quotidianamene svolge controlli
per avere notizie sui connazionali presenti nel Paese - ha perso il
contatto con il giornalista. Non c'è ancora, però, eccessiva
preoccupazione: il giornalista non ha un telefono satellitare e quindi
potrebbe trattarsi di semplici difficoltà di comunicazione.
Sabato 21. Il
giorno dopo cominciano a circolare voci di un rapimento; nel
pomeriggio, la notizia che nei pressi di Najaf è stato trovato il
cadavere dell'interprete che accompagnava Baldoni (anche se manca un
riconoscimento ufficiale) accresce la tensione sulla sorte del
giornalista.
Domenica 22. Domenica è il terzo giorno
di silenzio e di preoccupazione, appena stemperata da una buona notizia
sul fronte - sempre più affollato - dei sequestri: la liberazione del
giornalista americano Micah Garen.
Lunedì 23. Nessuna
novità. Cresce l'ansia dei familiari che a Preci, in Umbria, sono in
continuo contatto con la Farnesina e con la Croce Rossa. Il direttore
della Tv araba Al Jazeera, l'emittente che ha spesso trasmesso video
con ostaggi ricevuti dai sequestratori, in una intervista al TG5 dice
di non avere informazioni sulla scomparsa di Baldoni, auspica una
soluzione positiva della vicenda e difende la linea editoriale della
sua emittente a proposito dei video dei sequestrati.
Martedì 24.
E proprio Al Jazeera permette di sapere che il giornalista è vivo e,
apparentemente, sta bene. E', come in altre occasioni, un video a
rivelarlo. L'“esercito islamico“ rivendica il rapimento e Baldoni,
pronuncia il suo nome e aggiunge poche parole. Il video è preceduto da
una comunicato nel quale viene intimato all'Italia di ritirare le sue
truppe dall'Iraq entro 48 ore, altrimenti non sarà garantita “la sicurezza dell'italiano o la sua vita“.
Poco
dopo Palazzo Chigi diffonde una nota: il governo è impegnato per far
tornare in libertà Enzo Baldoni, ma ribadisce che la presenza italiana,
“militare e civile“ in Iraq continuerà. Per i familiari del
giornalista, per gli italiani che hanno seguito con ansia il silenzio
dei giorni scorsi, il video di Al Jazeera è anzitutto un momento
di sollievo: l'italiano è vivo e sembra star bene. Si può ricominciare
a sperare.
Mercoledì 25. Appello del direttore di “Diario“, Enrico Deaglio, su Al Jazeera: «Vorremmo
far sapere agli uomini che lo hanno in custodia chi è Enzo Baldoni. È
una persona animata di sentimenti d'umanità per le persone che soffrono
nel mondo.È un giornalista indipendente e assolutamente autonomo.È un
collaboratore del nostro giornale, “Diario“, settimanale libero nei
confronti del governo italiano. Nel suo breve soggiorno in Iraq, Enzo
Baldoni è stato determinante nell'organizzazione di due convogli di
aiuti umanitari della Croce Rossa Italiana e della Mezzaluna Rossa,
arrivati a Najaf il 15 e il 19 agosto. In entrambi i casi, è riuscito a
entrare nella città, a consegnare viveri e medicinali e trarre in salvo
donne e bambini, mettendo a rischio la propria vita. Pochi giorni
prima, aveva preso contatti con Teresa Sarti, presidente di Emergency,
chiedendole aiuto per operare Mohammed, un iracheno che, mentre
accompagnava la moglie a partorire in autoambulanza, era stato colpito
da un carrarmato americano. La moglie e il bambino erano morti. Enzo è
stato rapito mentre stava tornando a Baghdad per accompagnare Mohammed
all'ospedale di Emergency a Sulaymania. Come testimoniano le foto e i
messaggi e-mail che abbiamo inviato all¹emittente Al Jazeera e che
“Diario“ pubblicherà sul prossimo numero».
In serata i figli di Enzo, Guido e Gabriella lanciano un altro appello ai rapitori: “Noi
ci rivolgiamo al popolo iracheno martoriato dalla guerra e agli uomini
che hanno in mano nostro padre Enzo con un appello, per dire che Enzo
Baldoni è in Iraq come uomo di pace, oltre che come giornalista, e che
tentava di salvare vite umane a Najaf, nello spirito di solidarietà che
ha sempre contraddistinto le sue azioni. In nome di questo spirito vi
chiediamo di poterlo riabbracciare. Un bacio forte“.
Anche
il ministro degli Esteri Franco Frattini lancia un appello da Al
Jazeera “a tutte le comunità e le organizzazioni che possano avere
elementi utili“ per liberare un “giornalista coraggioso“ andato in Iraq
“per aiutare“.
Giovedì 26. Poco dopo le 23 Al Jazeera annuncia l'assassinio di Baldoni. «L'esecuzione dell'ostaggio risponde al rifiuto del Governo italiano di ritirare i suoi soldati dall' Iraq entro 48 ore»,
si legge nel comunicato dell’Esercito islamico. Una richiesta che era
stata immediatamente rifiutata dall'Esecutivo e che gli stessi
sequestratori, dicono gli investigatori che si sono occupati del caso, «sapevano che non sarebbe mai stata accolta».

(da www.repubblica.it del 27 agosto 2004)

Appello della Farnesina per la liberazione di Baldoni
Frattini difende «il giornalista coraggioso»

Il ministro parla ad Al Jazira. E ribadisce: “Restiamo a Nassiriya su richiesta del governo iracheno”
BAGDAD - Baldoni
«giornalista coraggioso». Trenta ore dopo l'ostaggio, diciotto prima
dell'ultimatum, va in onda il ministro. Edizione di mezzanotte, su Al
Jazira . Franco Frattini non si fa sorprendere nello studio di Bruno
Vespa, stavolta: si collega con lo studio centrale del Qatar,
s'affaccia in diretta sulle platee arabe, per dire che Enzo era andato
in Iraq «per raccontare le storie di sofferenza» e che «s'è adoperato negli aiuti a quelli che soffrono».
La speaker gli ricorda la richiesta dei sequestratori, lasciare l'Iraq? «Noi
siamo pronti ad andare via dall'Iraq anche domani, se è quello che il
governo Allawi ci chiede», perché l'attuale premier di Bagdad è l'unico
interlocutore riconosciuto, «un governo autorevole che è rispettoso
della libera volontà del popolo iracheno». Ma l'Italia, dice il
ministro, resterà e continuerà ad «aiutare i bambini, le donne, i
malati», «a ricostruire le strade», se il governo iracheno continuerà a
chiederci di farlo. E Berlusconi nemico dell'Islam? «Credo sia il
giudizio di chi non conosce quello che l'Italia fa per i nostri amici
arabi e musulmani», risponde Frattini: «Noi aiutiamo in termini
economici e politici molti Paesi arabi e del Mediterraneo», ai quali
siamo legati da «amicizie profonde», senza dimenticare che sotto la
presidenza italiana della Ue è stato rafforzato «il principio
dell'incontro e del dialogo religioso e culturale», perché «Islam e
cristianesimo, queste grandi religioni, devono parlare. E anche grazie
a quello che voi tv arabe potete fare, è possibile conoscersi meglio».
E'
il momento degli appelli in tv, dei contatti segreti, della ricerca
d'agganci. Oggi alle 16 (le 18 qui) dovrebbe scoccare l'ora fissata
dall'Esercito islamico dell'Iraq. Dovrebbe: al ministero dell'Interno
un funzionario è ottimista e dice che finora «a tutti i giornalisti sequestrati è sempre stata data una proroga». C'è
stato uno scambio d'informazioni fra gl'investigatori italiani e la
polizia irachena. Tutti concordi su una cosa: il sequestro di Baldoni è
«anomalo». Perché non s'è ancora riusciti a capire dove sia
avvenuto, perché l'auto non è mai stata recuperata, perché sul
riconoscimento dell'autista Ghareeb ci sono pochi dubbi, ma nessuna
conferma. E poi, è il punto più controverso, perché il video di
rivendicazione è una novità assoluta, con quel fondo nero. Molto
diverso, ad esempio, da quello diffuso ieri con due tecnici turchi:
seduti a terra, passaporti in mano, soliti armati e incappucciati ai lati, una bandiera bianca e nera alle spalle.
L'anomalia del sequestro complica le cose: i
sequestratori, gruppo di cui non si sa molto, nelle prossime ore
potrebbero comportarsi in modo anche imprevisto. Si lavora con gli 007
francesi che stanno cercando i due giornalisti del Figaro e di Radio
France rapiti poche ore dopo Baldoni, sulla stessa strada: il governo
di Parigi è sicuro che siano vivi, non esclude siano stati presi «per
errore». E' ormai certo, però, che adesso ci sono i giornalisti nel
mirino: su un sito Internet, l'Armata di Ansar al Sunna offre 5 foto
della decapitazione di Jamal Tewefic Salman, cittadino americano
accreditato come inviato d'un giornale che avrebbe confessato, secondo
gli sgozzatori, d'essere «un uomo della Cia».
Esercito islamico dell'Iraq, Armata di Ansar, ieri sono spuntate pure le Brigate della Collera Divina: c'è
una mano sola, dietro questi rapimenti? La domanda va fatta ad Ali Al
Yasary, che fra i tanti portavoce di Moqtada Al Sadr è quello con la
voce più forte degli altri: direttore del giornale Al Hawza Al Natiqa ,
temuto dagli americani quasi quanto l'imam assediato a Najaf, la sua
rivista fu chiusa sotto Bremer e riaperta un mese e mezzo fa,
nell'illusione di placare gli sciiti ribelli. E' stato Yasary a
diffondere gli appelli di Moqtada per la liberazione di Garen e
Brandon, i giornalisti rilasciati nei giorni scorsi: «Sono molto dispiaciuto per quel che è successo a Baldoni - ci dice
-, spero che torni vivo alla sua famiglia». Ma i sadristi, ripete, con
queste storie di reporter scomparsi non c'entrano: «L'ufficio di Al
Sadr non ha alcuna responsabilità di quello che è successo ai
giornalisti: abbiamo avvertito molte volte le formazioni a noi vicine
di rispettare il loro lavoro e di proteggere le loro vite. Qualcuno non
ha obbedito».
Chiaro. Ma allora chi sono, questi sequestratori di Baldoni? «Molti
gruppi giocano coi nomi. Ci sono una ventina di movimenti che stanno
infangando l'immagine dell'Islam. Ma non hanno nulla a che fare con
l'Islam e con la nostra lotta agli americani. Tante volte si tratta
solo di delinquenti comuni». E' possibile un appello di Al Sadr per
Baldoni? «Dipende dal tipo di movimento che tiene l'ostaggio. Quando
abbiamo potuto, siamo intervenuti per la liberazione: se si tratta di
buoni combattenti, sono certo che Baldoni sarà rilasciato. Ci sarebbe
un solo modo per evitare questi atti, però: la fine dell'occupazione
americana». Il governo italiano dice che non lascerà l'Iraq... «Il
dovere del signor Berlusconi è di comportarsi secondo il diritto
internazionale e il rispetto dei diritti umani. Se vuole proteggere la
sua gente, deve riportarla in Italia. Sostenere il governo iracheno,
fantoccio degli americani, è solo un altro modo per peggiorare la
situazione».

Francesco Battistini
(26 agosto 2004 – www.corriere.it)

I COMMENTI

Il pacifista col  kalashnikov

di Vittorio Feltri
Se esaminata cinicamente,
cioè con lucidità, la disavventura di Enzo Baldoni sconfina nella
commedia all'Italiana. Già ieri abbiamo scritto: un uomo della sua età,
moglie e due figli a carico, avrebbe fatto meglio a farsi consigliare
da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze
sia pure estreme (si dice così?). Evidentemente, da buon giornalista
della domenica egli ha preferito cedere all'impulso delle proprie
passioni insane per l'Iraq piuttosto che adattarsi al senso comune.
Ciascuno fa come gli garba. E se a lui garbava di mettere a repentaglio
la ghirba allo scopo di essere la caricatura dell'inviato speciale,
forse sognando di diventare un Oriano Fallaci o un Ettore Mo, c'è poco
da obiettare. Molto da obiettare invece c'è sul fatto che adesso tocchi
allo Stato italiano di toglierlo dalle pettole (dal milanese: peste).
Vabbè. Non facciamoci guardar dietro spendiamo quanto c'è da spendere
per riportarlo a casa, questo bauscia simile a certi tizi i quali,
durante il week end, indossano la tuta mimetica e giocano ai soldatini
nelle brughiere del Varesotto. D'altronde, come documenta la nostra
inchiesta Stipendiopoli, gli enti pubblici sprecano molto denaro e non
saranno alcuni miliardi in più, investiti al fine di liberare il
semigiornalista, a mandarci in rovina. Chiudiamo un occhio sull'aspetto
finanziario e apriamo l'altro sul paradosso cui assistiamo.
Lui,
Baldoni, è qui ritratto in prima pagina con in mano un mitra o una
mitraglietta (non essendo pacifisti c'intendiamo poco di armi) fra due
beduini o similari. Sorride felice perché è corso in aiuto dei più
deboli in lotta contro i cattivi americani. Ecco, ai “poveri“ iracheni
sono rivolti gli appelli in favore del pubblicitario- pubblicista
lanciati dai suoi famigliari. I quali implorano i sequestratori:
«Lasciate libero nostro padre, è un pacifista». E ancora: «Noi ci
rivolgiamo al popolo iracheno martoriato dalla guerra e agli uomini che
detengono Enzo; lui è in Iraq come uomo di pace oltre che come
giornalista. Egli cercava di salvare vite umane a Najaf quale
volontario della Croce rossa. Lo spirito di solidarietà ha sempre
caratterizzato le sue azioni». Penso a un grosso equivoco. Si servizi
alle pagine 2, 3 e 4 considerano deboli e martoriati dalla guerra
terroristi talmente deboli da prendersela con un loro amico, Baldoni
appunto, tenerlo in ostaggio per ricattare l'Italia e minacciare di
decapitarlo; insomma talmente deboli e bisognosi di carezze
consolatorie da poter decidere della sua vita e della sua morte.
Ammazza che debolezza. (...) E che gentiluomini, quanta solidarietà
manifestano nei confronti di chi gliene ha data in buona o cattiva
fede. Siamo al delir io. Baldoni stesso è inebetito dalle ideologie
nate dalle ceneri delle ideologie: legge davanti alla telecamera il
comunicato dei suoi aguzzini, in cui si dà del criminale a Berlusconi,
e ne gode, glielo leggi in faccia che gode; e il video non inganna. Ma
come si fa a schierarsi con i tagliatori di teste, come si fa a
schierarsi con chi è stato con Saddam, come si fa ad affiancare banditi
islamici che per tutto ringraziamento ti rapiscono e magari spezzano
l'osso del collo? Fuori da ogni logica. Il paradosso ingigantisce se si
tiene conto che il filoiracheno Baldoni candidato alla decapitazione è
un pubblicitario (mestiere più capitalistico non esiste) il quale ha
sempre lavorato per aziende americane: Mc Donald's, Coca-Cola, Ibm,
Shell, solo per citare alcuni nomi. Scusate cari lettori, più pirla di
così è inimmaginabile. Ti guadagni la pagnotta (e non solo quella)
ideando e realizzando spottini consumistici per le multinazionali
odiate a sangue; le odii al punto da farti fotografare armato con un
paio di beduini; poi arriva agosto, le schifosemultinazionali (che ti
strapagano) ti garantiscono (contrattualmente) lunghe ferie e tu,
pistola, vai a trascorrerle in Iraq nei panni del samaritano islamico e
complice di chi vuole decollarti. Enzo, hai qualche filo staccato. E
come te ce l'hanno staccato i tuoi amici, gente sicuramente perbene che
però non capisce un'acca, neanche dell'evidenza. Non fraintendete,
spero che il detestato governo Berlusconi sia in grado di rimpatriare
questo sbronzo di idiozie pacifiste e antiamericane. Il quale,
rientrato nel nostro Paese di minchioni tolleranti, se proprio vorrà
sfogare le sue pulsioni giornalistiche venga pure a Libero, qui al
massimo sarà costretto a battersi contro Franco Abruzzo e Maurizio
Belpietro che parlerà male di suo figlio, ma non dovrà sfidare a collo
nudo la lama dei decapitatori. Dai Berlusconi, datti una mossa,
restituisci alla famiglia e alla Coca-Cola questo spottaro strappato a
via Montenapo e a Piazza San Babila.

(da Libero del 26 agosto 2004)

*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*

Generosità e terrore

di Sergio Romano
Non è facile parlare della
morte di un uomo che si è rivolto con grande compostezza ai suoi
connazionali di fronte a una telecamera due giorni fa, e a cui i figli
hanno inviato un coraggioso saluto nelle scorse ore. Fra i tanti orrori
della guerra irachena, il massacro di Enzo Baldoni è per noi un
tragico, incomprensibile lutto italiano. Baldoni non era né un soldato
né il dipendente di una ditta straniera. Era un testimone
compassionevole, in parte reporter, in parte operatore umanitario. Se
non fosse stata troppo usata, soprattutto fra i musulmani, la parola
martire è forse quella che potrebbe meglio figurare sulla sua tomba. A
noi resta il compito di comprendere, per quanto possibile, la logica
della sua uccisione. Sappiamo che nel campo della rivolta esiste,
accanto ad alcuni gruppi meglio conosciuti, una galassia di formazioni
minori di cui è difficile analizzare composizione e ideologia. È
probabile che alcune di esse siano politiche, decise a dimostrare la
loro destrezza per meglio conquistare autorità. Ed è probabile che
altre siano più semplicemente bande criminali, attratte soltanto dal
prezzo del ricatto.
Politici o predoni, tuttavia, i rapitori di
ostaggi hanno obbedito sinora a una logica relativamente comprensibile.
Hanno catturato personale delle società di sicurezza, come nel caso di
Quattrocchi e dei suoi amici, perché potevano sostenere che i
prigionieri erano complici degli americani. E si sono impadroniti di
impiegati di società straniere per costringere i datori di lavoro a
lasciare il Paese o pagare in denaro la loro libertà.
Nel caso di
Baldoni questa logica sembra completamente assente. Dopo le
dichiarazioni del suo settimanale era evidente che egli non era
«negoziabile». Il governo non avrebbe mai potuto cedere e il
settimanale avrebbe potuto semplicemente promettere ciò che Baldoni
faceva da tempo con una straordinaria carica di ingenuità e di
entusiasmo: un appassionato lavoro giornalistico e umanitario.
Non
basta. La morte è giunta mentre i due maggiori esponenti della comunità
sciita sembrano avere concluso a Najaf una sorta di armistizio e aperto
qualche tenue prospettiva di pace. A qualcuno sembrerà forse che
Baldoni sia morto per nulla. A noi sembra che sia morto per restare
fedele al proprio personaggio in un mondo in cui la generosità e la
fantasia vengono ogni giorno disprezzate e calpestate.

(dal “Corriere della Sera” del 27 agosto 2004)

*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*

L'innocente e i carnefici

di Ezio Mauro
HANNO ammazzato Enzo Baldoni,
prigionieri del ricatto ideologico che avevano lanciato al nostro
governo e al nostro Paese, un ricatto internazionale con le condizioni,
l'ultimatum, la minaccia di morte. Ieri, scaduto l'ultimatum,
l'Esercito Islamico in Iraq ha eseguito la sua condanna, incurante
delle ultime parole pronunciate a testa alta da Baldoni davanti alle
telecamere dei suoi carcerieri: “Vengo dall'Italia, ho 56 anni, sono un
giornalista e faccio volontariato per la Croce rossa“.
Dopo
Fabrizio Quattrocchi, un altro italiano muore in Iraq ai margini della
guerra, e la sua identità, le sue idee, il suo ruolo non contano perché
il suo passaporto lo condanna, in quanto l'Italia per l'Esercito Islamico
“è in testa alla lista di coloro che si devono combattere e uccidere“.
Si parla di immagini “agghiaccianti“ nel video in cui gli assassini
avrebbero filmato la loro esecuzione. Una crudeltà anch'essa
ideologica, di cui i rapitori hanno già dato prova quando hanno
assassinato nei mesi scorsi due ostaggi pachistani, e persino Al
Jazeera si è rifiutata di trasmettere quelle immagini.
Davanti
alla brutalità di questa tragedia (consumata con una rapidità tecnica
da atto politico, che punta fin dall'inizio soltanto al suo esito
scontato, senza lasciare spazio a qualsiasi soluzione diversa)
contrasta ancor più l'inermità “innocente“ di Enzo Baldoni, che davanti
alle armi spianate dei suoi rapitori e carnefici sembrava ancora
sentirsi in qualche modo al riparo della sua identità di giornalista
free lance, volontario della Croce rossa, “uomo di pace“, come ha detto con forte dignità sua figlia nell'ultimo inutile appello.
Di
quello spirito di pace, i rapitori assassini non hanno saputo che
farsene, non hanno voluto servirsene. Nel loro disegno - ripeto:
ideologico - l'uomo che tenevano in mano, con la sua storia e i suoi
ideali, non aveva alcuna importanza. Contava solo poterlo trasformare
in fretta e fino in fondo in uno strumento politico per poter ricattare
un governo occidentale, la sua opinione pubblica di riferimento, lo
Stato e la democrazia, cercando di condizionarli con il terrore per
imporre il ritiro dei nostri soldati.
Il terrorismo è ancora
e sempre questo: il tentativo di negare autonomia alla democrazia,
libertà alle sue scelte. Il tormento di giorni per la sorte di un
ostaggio, il dolore per l'assassinio barbaro di un uomo inerme si deve
accompagnare in ogni momento - dunque soprattutto oggi - al rifiuto di
questo condizionamento.
La scelta italiana di andare in Iraq è nel nostro Paese controversa, e a nostro giudizio sbagliata, anch'essa ideologica.
Ma
la politica del legittimo governo di uno Stato democratico non è
disponibile per i ricatti e i voleri violenti di un gruppo terroristico
che pretende di determinare tempi, modi e risultati delle sue scelte.
La libera democrazia ha in sé gli strumenti e le garanzie per giudicare
se stessa, confermare i suoi valori e correggere i suoi errori. Non ci
può essere spazio, né ambiguità, per interferenze esterne, nemmeno
davanti ad una tragedia annunciata.
Naturalmente tutti dobbiamo
riflettere, se vogliamo che la morte “innocente“ di Baldoni non sia
priva di un senso. Il governo deve capire che il suo coinvolgimento
ideologico, più ancora che militare, espone l'Italia in modo
particolare, e priva la nostra politica estera di un ruolo attivo ed
efficace in Europa e in Medio Oriente, e cioè là dove si possono
innescare le uniche novità politico-diplomatiche capaci di aiutare gli
Usa ad uscire da questa crisi senza distruggere il concetto di
Occidente. La sinistra deve capire un'altra lezione, parallela ma
obbligatoria, dalla tragedia di Baldoni: nella crisi mondiale che si
gioca in Iraq nessuno è salvo, nessuna identità è privilegiata, nessuna
cultura è di riparo. Perché siamo occidentali, come ben sanno i
rapitori di Baldoni e i suoi assassini. Dovremmo ricordarlo anche noi.
Quanto
a quel pezzo di opinione che ha irriso gli ideali di Baldoni e deriso
le sue scelte, perché questa volta l'ostaggio veniva da un mondo di
sinistra, c'è poco da capire: questa è la destra di casa nostra, capace
di distinguere tra ostaggio e ostaggio, tra morto e morto, perché le
persone non contano, sull'altare dell'ultima feroce ideologia e della
meschina barbarie intellettuale che si agitano nel bicchier d'acqua
italiano, incosciente del contesto.

(dalla Repubblica del 27 agosto 2004)

*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*

Delitti senza castigo

di Igor  Man
L’ASSASSINIO di Enzo
Baldoni, raro Don Chisciotte italico travolto dai feroci mulini mossi
dal vento del fanatismo, trasforma in certezza un sospetto: sì, siamo
pericolosamente prossimi al buco nero d’un medioevo postmoderno. Si
annunciò in Vietnam sparigliando le regole antiche della guerra: non
più duello di due nemici certi e visibili ma oscena partouse di delitto
(senza castigo) e di ideologia bugiarda. Spaccò la partitura del
concerto bellico in Somalia, per quindi invadere con una gigantesca
flebo di orrori himmleriani la regione balcanica, nel contempo
travasandosi nell’Algeria della galassia islamista, per infine
tracimare l’Afghanistan pista di lancio degli stupratori delle Torri
Gemelle. «E’ la Pearl Harbor del Tremila»: così classificammo
l’incredibile attentato nella presunzione che, come gli Stati Uniti di
Roosevelt, gli attuali, dopo essersi leccate le umilianti ferite,
sarebbero passati al contrattacco, consegnando all’Occidente gli
apprendisti stregoni plagiatori dei piloti suicidi, nel segno della
vittoria del Bene sul Male. Allora, l’America di Roosevelt sapeva
esattamente chi fosse (e come fosse) lo sfidante e fu subito duello
destinato a infinitamente durare se uno square di Kansas City non
avesse avuto il barbaro coraggio di tirare lo zip atomico. Il fungo di
Hiroshima voluto da Truman venne assolto da vinti e vincitori e ciò
permise quell’equilibrio del terrore alla cui ombra cominciò la
ricostruzione del mondo. Il vuoto aperto dal declino delle potenze
colonialiste (Francia, Gran Bretagna) venne colmato, per la forza
d’inerzia della Storia, dal potente Impero Nuovo: gli Stati Uniti. Ma
nel Dna della Superpotenza c’è la lotta contro l’Impero britannico,
contro il colonialismo sicché riesce difficile agli Usa esercitare il
cinismo ineludibile che fu degli Inglesi, per esempio nei Trenta quando
la Mesopotamia era un inferno. Trasformato in purgatorio dagli inglesi
dopo un lunghissimo tempo intriso di studiata repressione e di alta
politica. L’incapacità genetica degli Usa, coniugata con la presunzione
del primo della classe, sono all’origine della attuale crisi del
Superimpero in Iraq. Nel caos attuale che tuttavia non vieta il
«successo finale», volano fatalmente gli stracci. Quelli sporchi,
quelli puliti: entrambi condannati alla rovina. Stracci: uomini mossi
dall’odio e dall’ignoranza ovvero dalla volontà di dar testimonianza
d’amore verso chi soffre. Come il nostro collega Baldoni, Don
Chisciotte italico che non era un crapone né un esibizionista. Bensì un
idealista. La sua estrema testimonianza non merita, dunque, sarcasmi né
retromarce ipocrite. Pretende pietà, rispetto.

(da La Stampa del 28 agosto 2004)

 *-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*  

Il martire di Baghdad 

di Barbara Spinelli
Fa bene Sergio Romano a
osare la parola martire, a proposito dell'assassinio di Enzo Baldoni.
Ogni martire è testimone, e questa era l'idea che Baldoni si faceva del
proprio mestiere: non opinionista e neppure corrispondente, ma semplice
reporter che coglie l'attimo e lo narra nella sua nudità. Nei suoi
blog, su Internet, si definiva un turista di guerra e faceva perfino
l'elogio dell'ignoranza: «A volte l'ignoranza è un vantaggio. O hai
approfondito per anni un Paese, o ci vai tabula rasa. Arrivi senza
preconcetti e, per sbaglio, ti capita di vedere quello che altri non
vedono. Lo sguardo di Candide...».
Il Candide di
Voltaire scopre nel suo girovagare che il mondo non si dirige nella
migliore delle direzioni possibili, che è fatto di rumore e di sangue,
che l'irrazionale ha un suo granitico potere di seduzione, che non è
vero quel che dicono i falsi ottimisti, per cui le prove del male non
contano: che il razionale coincide ineluttabilmente con il reale, che
il mondo e la politica o sono razionali, o non sono reali. «Mi piace
l'idea di viaggiare per sbaglio», scriveva Baldoni su Bloghdad
(http://bloghdad.splinder.com) e cercava di imparare divertendosi:
«Adesso sta a me far vedere che non sono un quaquaraquà europeo». Il 7
agosto raccontava i tre modi di recarsi a Baghdad: il modo dei
«giornalisti stagionati e annoiati»; degli «iracheni di ritorno, mesti
e preoccupati»; e infine dei «ragazzoni muscolosi, di poche parole ma
di molto fisico». Quanto a lui, tutto sembrava essere tranne un
ideologo. Era pacifista probabilmente, ma un'opinione netta si
rifiutava di esprimerla. Come esergo del blog aveva messo un brano
dell’Americano Tranquillo di Graham Greene: «Ho scritto quel che
vedevo, non ho scelto l'azione - perfino un’opinione è un genere di
azione».
Della guerra irachena lui ha descritto l'assurdo, l'assurdo
era il suo elemento più che il pacifismo, e nell'assurdo è capitato
nell'ora della morte, poco importa l'esatto momento in cui è avvenuta.
L'assurdo può far germogliare in noi quel particolare e sempre lieve e
sapiente ottimismo, cui ha fatto accenno venerdì alla televisione la
sposa del reporter, Giusy Bonsignore: singolare figura lucente,
reincarnazione di Andromaca gettata in una tragedia che di certo non è
più grande di lei. Prima ancora di essere ucciso, Baldoni sembrava
conscio della verità frastornante cui giunge Macbeth: che la vita non è
che un'ombra che cammina, un povero attore, che s'agita e si pavoneggia
per un’ora sul palcoscenico e poi scompare nel silenzio. Nell'ora della
strage è proprio questo che il reporter ha incontrato: un sequestratore
che ce l'aveva a morte con l'Occidente, ma col quale era del tutto
inutile comunicare, esercitarsi in dialettica.
Quel che ha ottenuto
è uno scontro fra due racconti eguali ma inconciliabili, giacché per
ambedue - sequestrato e sequestratore - il discorso fatto dall'altro
dev'essere apparso, come in Shakespeare, «un racconto narrato da un
idiota, pieno di furia e rumore, senza alcun significato».
Difficile
accaparrarselo, Baldoni: costruirci sopra una filosofia. Non è la prova
che i pacifisti hanno torto, nel denunciare la guerra e nel ricordare
che comunque esiste, accanto agli assassini, una resistenza
all'occupazione. Non è la prova che il tipo di guerra antiterrorista,
fatta oggi a Baghdad, sia razionale per il solo fatto di esser reale, e
reale per il solo fatto di pretendersi razionale. In uno dei rari
accenni alla politica Usa (è il 12 agosto, i marines assaltano Najaf)
Baldoni-Candide tocca con mano quel che tanti non vogliono vedere né
toccare: «Non so se questa bella impresa porterà molta fortuna agli
americani. Si sono guadagnati per sempre l'odio degli iracheni, sunniti
e sciiti». Ma non è solo Bush, a guadagnarsi un odio che colpisce
indiscriminatamente gli occidentali. Anche chi si è tenuto fuori dalla
guerra, come la Francia di Chirac, è ormai preso di mira: ieri sera,
gli stessi terroristi che hanno ucciso Baldoni hanno mostrato i due
giornalisti francesi sequestrati nei giorni scorsi, chiedendo
l’abbandono, entro 48 ore, della legge che vieta il velo musulmano
nelle scuole pubbliche.
Per gli strateghi della deterrenza nucleare,
questo è stato, da sempre, l'anello debole della strategia militare
dell'Occidente: l'eventuale apparizione di un avversario con il quale
non sarebbe stato possibile parlare razionalmente, e nei confronti del
quale la logica della deterrenza (tu mi puoi uccidere, ma al tempo
stesso ucciderai te stesso) non avrebbe funzionato. L'irruzione sul
palcoscenico politico e bellico dell'irrazionale, della follia,
dell'odio che non sa dar ordine a se stesso e sfocia in caos.
L'impotenza del lògos, della parola detta per argomentare, per
convincere, infine per dissuadere. Il lògos ha funzionato con il
comunismo sovietico, nella Guerra fredda, ma ha funzionato anche in
seguito, contrariamente a quel che dissero nel 2002-2003 Bush, Blair,
Aznar, Berlusconi: ha funzionato anche con Saddam, visto che il suo
regime era stato messo nelle condizioni di non possedere più armi di
distruzione di massa, minacciose per Medio Oriente e Occidente.
La
totale impotenza del lògos e il susseguente fallimento della
dissuasione s'instaurano in Iraq dopo l'intervento occidentale, e su
questo vale la pena meditare, con lo stesso sguardo candido, non
ideologico, che ebbe Baldoni: non necessariamente per ritirare le
truppe dall'Iraq, ma per sapere almeno la guerra che si combatte, per
cercare maniere meno inefficaci di parlare all'avversario. Quel che
Bush temeva, quando nella sua dottrina sulle guerre preventive
descriveva la forza assunta dal terrorismo nei failed states - negli
stati mancati -, è adesso che diventa realtà. È adesso e non ai tempi
di Saddam che l'Iraq s'è trasformato in failed state: quindi in base,
temibile per tutti, del terrorismo nazional-islamista e/o globale.
Herman
Kahn, che negli Anni Sessanta si soffermò per primo sulla possibile
apparizione dell'irrazionale negli equilibri della Guerra fredda,
invitò a Pensare l'impensabile, in un libro dallo stesso titolo. Un
libro che Kubrick lesse attentamente, quando descrisse la guerra
scoppiata per folle inavvertenza, nel Dottor Stranamore: c'è un punto,
quando ormai la macchina atomica è scattata, in cui gli avversari si
rivolgono la parola, senza ormai più costrutto. Non fanno discorsi
nichilisti complessi: balbettano come infanti. Così il terrorista che
prende ostaggi in Iraq, e che al momento pare non dissuadibile con
discorsi: non è un nichilista, non si presenta con un discorso
complesso anche se contraddittorio sulla vita, la morte, il superuomo,
la morte o l'esistenza di Dio. Chiamarlo nichilista è, in fondo,
imbellirlo. Il terrorista che uccide il pacifista Baldoni non esalta la
violenza ma adopera un linguaggio balbettante, inane. Il linguaggio
della prima infanzia, quando il lògos non ha ancora radici. Il
linguaggio della pre-politica, della pre-guerra, della pre-dialettica,
della pre-religione. Il linguaggio di chi trasforma ormai in farsa la
terribile frase necrofila che il generale franchista Millan Astray
sbatté in faccia a Miguel de Unamuno, all'Università di Salamanca nella
guerra civile spagnola: «Viva la muerte! Abajo la intelectualidad!».
Oggi come allora non abbiamo, per difenderci, altro che la razionalità
ironica di Unamuno: «Vincerete forse ma non convincerete - così replicò
- perché convincere vuol dire persuadere, e per persuadere occorrono la
ragione e il diritto nella lotta».
Separare le eventuali ragioni dei
resistenti iracheni dalla politica dell'irrazionalità che caratterizza
il terrorismo, scommettere tutto sulla difficoltà che quest'ultimo
incontrerà nel persuadere le masse arabe: questo il compito che hanno
davanti gli occidentali in Iraq. Ingaggiare invece contro
l'irrazionalità un’interminabile guerra guerreggiata, vedere nel
terrorismo islamico una riedizione dei totalitarismi novecenteschi e
dei nichilismi ottocenteschi, scambiare i resistenti per terroristi e i
terroristi per resistenti, significa dare una straordinaria forza ai
racconti pieni di biascicante furore e rumore che i sequestratori fanno
a se stessi. Significa vedere nel loro agire una capacità non solo di
vincere brutalmente, ma di convincere. Significa nobilitare il crimine
comune, con parole prestate dalla religione o dalla filosofia o dalla
scienza politica, e regalare al criminale lo statuto cui anela di più:
lo statuto di combattente, di belligerante, di razionale nemico
dell'Occidente, degno di grandi eserciti spiegati e non di volgari
polizie anti-crimine o anti-mafia.

(da La Stampa del 29 Agosto 2004)

*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*

Free lance. Una tribù nomade a caccia di scoop
La fatica di piazzare notizie che gli altri non hanno, da posti in cui magari gli altri non vanno

Da uno dei nostri inviati
BAGDAD - I voli
Milano-Londra a 10 euro sono roba da dilettanti. Nelle zone di guerra,
esiste una tribù nomade che s'arrangia con meno: s'infila sugli aerei
del World Food Programme , dorme in case d'amici per caso, mangia
quando capita e si gioca la pelle per un pezzo, uno scatto, una
ripresa. Antonio Russo, il reporter di Radio Radicale ucciso in
Georgia, era uno capace d'alloggiare due settimane in un campo profughi
kosovari, sotto le tende, o di partecipare alle imboscate militari
dell'Uck o di stare nascosto, unico, nelle case albanesi di Pristina
durante la pulizia etnica serba. Raffaele Ciriello, il fotoreporter
ammazzato a Ramallah, spariva coi pastori sulle montagne
dell'Afghanistan e correva dietro ai tanzim dell'intifada ed è morto
per aver voluto guardare con l'obbiettivo nella bocca di fuoco d'un
tank israeliano. Li ha dimenticati in fretta chi non li conosceva,
perché Russo e Ciriello non erano della casta eletta che si premia a
ogni trasferta: una conferenza stampa dei radicali per chiedersi chi
abbia voluto la fine di Antonio, una lapide palestinese dove il nome di
Raffaele è perfino scritto sbagliato. Pace e amen.
Vita da freelance. Quelli
pagati ad articolo o a collegamento, più ne fai più guadagni, le spese
di solito escluse, la fatica di piazzare merce che gli altri non hanno
da posti in cui gli altri magari non vanno. Da quando hanno decapitato
Daniel Pearl, firma del Wall Street Journal, gli inviati
mettono piede in Pakistan se proprio si deve: inglesi e americani, la
stessa Cnn usano i locali, così come facevano i francesi nell'Algeria
degli sgozzamenti o com'è nell'impossibile Mogadiscio. Tutti freelance,
coi contatti giusti e la rapidità che serve, a volte one man band che
in un giorno riscrivono lo stesso pezzo per quattro o cinque testate.
Rischiano parecchio, i freelance. E
vanno anche al di là del troppo. Ce n'è che cominciano a metà del
cammino, vedi Enzo Baldoni che fino a 50 anni faceva solo il
pubblicitario o Franco Pagetti, allievo del grande Natchwey, passato
dai clic patinati alle morgue irachene. E ce n'è di più giovani,
Barbara Schiavulli, una collega che da Gerusalemme a Haiti, da Kabul a
Bagdad non si perde una crisi e riesce a «coprire» sul posto anche per
un innegabile vantaggio: è di pelle creola e tratti orientaleggianti,
l'ideale per passare inosservati nella caccia all'occidentale di Najaf
o di Falluja. I freelance per eccellenza sono i fotografi, Mauro Sioli
o Livio Senigallesi, obbligati alla corsa a ostacoli d'una tecnologia
che fa arrivare in tempo reale le immagini di tutto: «Entrare in
concorrenza con le grandi agenzie non ha senso - dice Pigi Cipelli,
base a Milano e anni di reportage dai Balcani all'Iraq -. Più che
puntare su immagini che mostrano l'avvenimento, meglio andare su quelle
che lo spiegano». Come girare in pattuglia di notte, per le vie di
Bagdad: gli occhi atterriti d'un arrestato, lo sguardo spaventato
uguale d'un marine.
Avere qualcosa di più. Per questo si
può morire: capitò ad Almerigo Grilzz, 1987, Mozambico. O ci si può
andare vicini, come Fausto Biloslavo e Gian Micalessin, «storici»
freelance che sono stati colpiti (Fausto in Afghanistan) o hanno
rischiato: partito in macchina da Bagdad per Nassiriya, poche settimane
fa, Gian è incappato in un posto di blocco di sadristi e solo la
prontezza del suo autista («sdraiati, fingi di dormire, dirò io che sei
un giordano!») gli ha salvato la pelle. Qualche volta, con la tribù
nomade, sbarcano anche i turisti della guerra: signore annoiate,
esaltati, autentici psicopatici. A Sarajevo, ci fu un tale che
s'inventò d'essere stato rapito. Tornò a casa, si prese due ceffoni
dalla mamma e capì la lezione. Non s'è più visto.

Francesco Battistini
(22 agosto 2004 – www.corriere.it)

*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*

Abruzzo: Baldoni inserito tra i martiri del giornalismo

Milano, 27 ago. - (Adnkronos) - ''L'Ordine piange un ottimo
collega, simbolo di abnegazione e impegno. E' un peccato averlo
perso... è come se l'albo dei giornalisti fosse molto più leggero''.
Con queste parole Franco Abruzzo, presidente dell'Ordine dei
giornalisti della Lombardia, commenta all'ADNKRONOS l'assassinio del
pubblicista Enzo Baldoni, iscritto all'albo dal 16 settembre del 1985.
''L'Ordine lombardo - continua - ha mandato un telegramma di
condoglianze alla sua famiglia e lo ha inserito fra i 14 martiri del
giornalismo, ammazzati dallo squadrismo fascista, dal terrorismo rosso,
dal terrorismo internazionale, dalla mafia e dalla camorra''.
''Ritirare
le truppe? L'Italia e' da 150 anni fra i grandi paesi del mondo, e un
grande paese si comporta da grande paese... non dobbiamo tirarci
indietro. E, d'altra parte, il governo non deve rispondere di  scelte
individuali autonome. La nostra, in alcuni casi - conclude Abruzzo - è
una professione rischiosa... e una persona che decide di fare il libero
professionista, partendo di propria iniziativa per posti pericolosi, si
deve assumere tutti i rischi del caso''.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Il nome di Baldoni aggiunto
al Journalist Memorial:
78 i giornalisti uccisi nel 2004

Washington, 3 maggio 2005.  I nomi di 78 giornalisti uccisi nel 2004
mentre facevano il proprio mestiere – compreso l'italiano Enzo Baldoni
- sono stati aggiunti oggi al Journalist Memorial, il monumento situato
nel giardino del Museo della Stampa ad Arlington (Virginia). Sul
monumento, dedicato ai reporter caduti sul lavoro, sono ora incisi i
nomi di 1.606 giornalisti d'ogni tipo (stampa scritta e audiovisiva,
fotografi, operatori) morti nel mondo a partire dal 1812.
Il 2004 è
stato per i giornalisti il terzo anno più letale da allora. Nel 1994
(guerra civile in Algeria, guerra in Bosnia e genocidio in Ruanda) ci
furono 94 morti; nel 1991 (conflitto  nei Balcani e violenze in
Colombia) ce ne furono 93.
Tra i 78 giornalisti caduti l'anno
scorso, 25 sono morti coprendo la guerra in Iraq, portando a 45 il
totale in due anni in quel paese. Nella lista dei giornalisti uccisi
nel 2004 c'è anche l'italiano Enzo Baldoni, assassinato il 26 agosto
dopo essere stato rapito in Iraq da un gruppo di militanti che chiedeva
il ritiro delle truppe italiane dal paese.
Intanto a Washington, per
l'occasione, è stato organizzato un incontro dalla Reporter Without
Borders dove si è parlato del gran numero di giornalisti in tutto il
mondo che non possono scrivere liberamente e di quanto sia pericoloso
recarsi in Iraq(la guerra piu' letale per i media dal Vietnam).
Pascal
Riche, collega della giornalista francese Florence Aubenas, rapita il 5
gennaio assieme al suo interprete e ancora oggi ostaggio in Iraq, ha
rocordato l'amica: ''Florence è una persona unica, sempre con il
sorriso in faccia anche in caso di brutte notizie''. La giornalista
cinese He Qinglian ha sottolineato la difficoltà di potere scrivere
liberamente:  ''La Cina è il Paese con più giornalisti in galera.
Finiamo in carcere per aver detto la verita'''.
(ANSA).