“IL GIORNALISMO DI GUERRA”

Università degli Studi di Milano BicoccaFacoltà di Sociologia

 Tesina per l’esame di Storia del giornalismo Prof. Francesco Abruzzo

 “IL GIORNALISMO DI GUERRA”

 MANUELA GRECO - Matr.: 027870

 

“In tempo di guerra la verità è così preziosa che sempre bisogna proteggerla con una cortina di bugie”

 Winston Churchill

 

“Quando si dichiara guerra la prima vittima è sempre la verità”

 Arthur Ponsonby, in “Falsehood in Wartime”

 

 “...La nostra era una vera strategia  che, coma la scienza
militare, aveva le sue marce e contromarce, le sue imboscate, e i suoi
stratagemmi, le sue sorprese. Il segreto stava nello scrivere tali cose
a doppio senso che la censura dovesse capirle per un verso, mentre i
lettori le capivano al rovescio”.

 C. Righetti, direttore di “Uomo di pietra”, 1859

 

 “In un campo di battaglia le distinzioni si fanno superflue, la
punta di un fucile non sta molto a ragionare di sofisticherie; spara e
basta. Il lavoro del corrispondente resta sottoposto perciò a una sorta
di obbligato appiattimento ideologico, e questa è la forma di
condizionamento alla quale diventa più difficile resistere”.

 Mimmo Candito, “Reporter di guerra”, 2000

  

Capostipite di tutti i reporter di guerra sembra debba essere
considerato Billy Russell, giornalista del “Times”. Il diritto alla
progenitura, Russell lo ha guadagnato grazie alla sua cronaca della
battaglia della Brigata Leggera inglese contro le truppe russe nella
guerra di Crimea, apparsa sul “Times” del 14  novembre 1854: questa
battaglia segnò anche la fine della guerra dell’epoca romantica, fatta
di sciabole luccicanti e vessilli; ora padroneggiava il rombo dei
cannoni e le parole di Russell ne davano una testimonianza:

“Alle undici e dieci, la nostra brigata di cavalleria leggera
avanzò trionfante nel sole del mattino, fiera in tutto il suo bellico
fulgore. Da una distanza che non era nemmeno un miglio, l’intero
schieramento nemico vomitò da trenta bocche di fuoco un inferno di fumo
e di fiamme. Il punto di arrivo dei colpi fu segnato da vuoti
improvvisi che si aprivano nelle nostre fila. [...] I Cavalleggeri si
lanciarono dentro le nuvole di fumo; ma prima che si perdessero alla
nostra vista, la pianura era punteggiata dei loro corpi. Alle undici e
trentacinque non un solo inglese restava davanti alla bocca dei
sanguinari cannoni moscoviti. Soltanto i morti e i moribondi”.

Russell stava inventando un nuovo mestiere: le cronache di guerra di
quel tempo erano infatti un racconto spesso poco attendibile, che
veniva costruito grazie alle testimonianze riportate dai campi di
battaglia o ricevute da qualche ufficiale che le mandava ai giornali in
forma di diario o di lettera al direttore. Naturalmente gli ufficiali
nutrivano la tendenza a esaltare il proprio operato militare,
presentandosi come gli eroi di ogni battaglia (vinta, perché delle
sconfitte non c’era traccia, nelle corrispondenze). A quell’epoca
l’orgoglio degli Stati-nazione e degli imperi era basato sul ruolo
centrale assegnato all’ideologia militare, per cui era impensabile un
“tradimento” quale sarebbe stato il racconto di una battaglia persa. Di
conseguenza, l’articolo di Russell provocò, molto probabilmente, forti
reazioni di stupore da parte dei lettori del “Times”, impreparati alla
descrizione di una così dura sconfitta dell’esercito britannico.
Russell comunque, nel suo articolo no usò mai il termine “sconfitta” e
descrisse invece l’eroismo e lo spirito di sacrificio delle truppe, ma
il significato dell’articolo era comunque inequivocabile.

La qualità delle cronache di Russell fece raddoppiare la tiratura
del “Times”, che già era l’espressione più autorevole del giornalismo
dell’epoca.

In realtà, questa non fu la prima volta che un giornalista partiva
per il fronte: quasi mezzo secolo prima di Russell, il direttore del
“Times” (allora John Walter) aveva mandato Henry Crabb Robinson al
seguito della campagna napoleonica contro la Prussia. Robinson però
fece un lavoro che si rivelò un fallimento: il suo racconto delle
battaglie si limitava a un semplice resoconto delle testimonianze di
chi al fronte c’era stato veramente, mentre Robinson non se ne era
nemmeno avvicinato.    

Nella guerra di Crimea le denunce di Russell furono molto efficaci:
fecero sostituire un comandante in capo e aprirono una crisi di
governo. Ma le notizie che si leggevano sulle pagine del “Times” erano
solo un estratto di quanto Russell (e poi anche i suoi colleghi dei
giornali di tutta Europa) scriveva: gran parte delle corrispondenze
inviate rimaneva segreta al pubblico e veniva passata ai membri più
influenti del gabinetto inglese, perché la Corona ne venisse informata.
Russell raccontò le miserie della guerra, lo squallore della vita
militare e l’incompetenza di molti uomini dello stato maggiore (che
portavano ad avere un esercito allo sbando, spreco di uomini e risorse,
e corruzione). Russell descrisse tutto e anche se non tutto finì sul
giornale, fu comunque letto dalle alte sfere della società inglese. Le
conseguenze di queste denunce furono la rabbia e l’indignazione sia da
parte della Corona (il principe Albert si augurò la morte di “quello
scribacchino”) sia da parte del corpo militare, che chiuse ogni
rapporto con il giornalista, costretto  a rimpatriare.

In quegli anni la vita dei corrispondenti seguiva quella degli
ufficiali, ma solo dal punto di vista logistico perché i giornalisti si
dovevano arrangiare negli accampamenti dei corpi ausiliari mentre gli
ufficiali potevano viaggiare come in gita di piacere (con servi, vini,
e persino le mogli).

A parte i telefoni e i cavalli, oggi non ci sono poi tante
differenze tra il lavori di Russell e quelli dei reporter di oggi.
Anche Russell raccoglieva le notizie intervistando gli ufficiali e i
soldati cercando di trovare una mediazione tra le varie versioni dei
fatti che raccoglieva. La sola reale differenza sono gli strumenti
utilizzati: oggi c’è il computer, mentre ieri la penna e il calamaio.
Grazie alla trasmissione via satellite, oggi le corrispondenze
viaggiano in tempo reale fino alle redazioni (come Peter Arnett ha
potuto dimostrare durante i suoi collegamenti in diretta da Bagdad per
la CNN durante la Guerra del Golfo). Per i corrispondenti dell’epoca di
Russell però, la stesura dell’articolo era solo la prima parte del
lavoro. Il dispaccio del giornalista veniva infatti consegnato
all’ufficiale di servizio, che a sua volta lo passava al corriere
militare per essere portato al più vicino ufficio postale. I tempi di
consegna erano naturalmente lunghi e dipendevano da alcuni fattori come
la disponibilità di un corriere, la velocità del cavallo, la vicinanza
di un ufficio postale, l’esistenza di un telegrafo. Il famoso articolo
sulla sconfitta inglese, per esempio, fu scritto il 25 ottobre ma
pubblicato il 14 novembre. Il fattore che  realmente incideva più di
tutti sui tempi e i modi di pubblicazione di un articolo era però la
censura.

Quando Russell cominciò il suo lavoro di reporter la censura nemmeno
esisteva, ma cominciò ad essere messa in atto quando la guerra di
Crimea non era ancora finita. Nel febbraio 1856 venne deciso il
“divieto di pubblicazione di ogni notizia utile al nemico” e da allora
i corrispondenti di guerra si sono sempre dovuti impegnare a sottrarre
alle mani dei militari le cronache pronte per essere inviate ai
giornali.

Da quel momento in poi diventa chiaro come le istituzioni militari
hanno sempre tentato di servirsi del potere dei media per organizzare
il consenso e per influenzare le scelte di governo. Applicata alla vita
reale sul campo di battaglia, questa relazione tra militari e media va
a influenzare i rapporti tra i comandanti e singoli reporter, i quali
vengono “schedati” secondo il loro grado di appoggio all’operazione in
corso: quanto più critica si mostra una testata (o il suo
corrispondente), tanto questa si troverà in basso nelle simpatie del
comandante, a scapito della serena permanenza al fronte del
giornalista: i suoi articoli saranno fortemente censurati, farà fatica
a recuperare e informazioni, sarà discriminato (magari in forma
discreta, ma inequivocabile).

In guerra, la vita quotidiana del reporter subisce forti
condizionamenti da parte della disciplina militare (in quanto ne è
completamente immerso per tutta le durata del suo incarico): di
conseguenza è molto facile che prima o poi il reporter si senta egli
stesso parte della cerchia militare, e questo lo porta più facilmente
verso il conformismo (con l’identificazione in una istituzione o in un
gruppo, si abbassa infatti più facilmente la soglia di resistenza
psicologica dell’individuo e aumenta la capacità di pressione su di
esso da parte del gruppo). Notoriamente non c’è istituzione più
totalizzante di quella militare e non c’è soggetto più resistente del
giornalista, ma nello scontro diretto si rivela più forte
l’istituzione. Per spiegare meglio questo rapporto di forze tra
istituzione militare e giornalista, Mimmo Càndito nel suo libro “I Reporter di guerra” cita quattro casi concreti:

1.      Le guerre nazionaliste nella ex Jugoslavia.

Qui la rigidità della relazione tra reporter  potere militare fu
molto bassa perché la fragilità delle istituzioni politiche si ritrovò
anche negli eserciti, che si mostrarono nella loro mancanza di
autorevolezza. La situazione quindi apparve come estremamente
favorevole alla piena autonomia dei giornalisti (quando questi seppero
muoversi in libertà). Più spesso però rimasero stretti nella
macchinazione ideata da quel che rimaneva dell’istituzione politica e
militare, che costruiva informazioni manipolate e si poneva come unica
fonte di verità.

2.      Le guerre tra Israele e Paesi arabi (soprattutto quella del
1973, quando le istituzioni palestinesi avevano una forte
caratterizzazione ideologica).

Qui fu la divisione tra i due campi a decidere la struttura degli
articoli, al di là di qualsiasi volontà degli inviati di entrambi i
fronti. A innestare il processo di condizionamento, più che gli
apparati militari fu il marchio ideologico associato alle due fazioni
in campo: era facile sentirsi trasportati nel giudicare chi erano i
“buoni “ e chi i “cattivi”.

3.      Guerra del Vietnam.

Questo fu un caso molto particolare, dove la relazione tra
corrispondenti di guerra e istituzioni fu molto fluida, con ampissimi
spazi di libertà per i media. I reportage risultarono spesso molto
severi, con larga autonomia di giudizio, anche da parte dei
corrispondenti americani.

4.      Guerra del Golfo.

In Arabia Saudita (sede del comando delle operazioni militari) i
media furono posti sotto una struttura formalmente neutra, il Jib
(Joint Information Bureau). In realtà attraverso questo “ufficio”
avveniva un controllo rigoroso e sistematico delle notizie. Il
condizionamento del giornalista ci fu ma non fu mai palese o diretto e
consistette nell’inglobamento dei media in un sistema chiuso della
comunicazione. I corrispondenti dall’Arabia Saudita non ebbero infatti
alternativa alle informazioni che venivano dal Jib attraverso i
bollettini quotidiani.

Il forte incremento che le cronache di Russell dalla Crimea
portarono alla tiratura del “Times” aprì una gara di emulazione da
parte delle altre testate, gara che sembra durare ancora adesso. E
quando si tratta di battere gli altri fogli, la concorrenza diventa
spietata ed era così già ai tempi di Russell: allora infatti, non
essendoci né telefono né telegrafo, tutto era utile per guadagnare
tempo sugli altri giornalisti e far pubblicare per primi la notizia. Lo
scoop (pubblicazione di una notizia in esclusiva) è sempre stato
l’obiettivo più ambizioso alla base della gara dei giornali. Oggi le
possibilità di un vero scoop sono estremamente ridotte rispetto ad un
tempo a causa della presenza di corrispondenti praticamente in ogni
parte del pianeta ma anche a causa dei progressi delle tecnologie della
comunicazione che hanno aperto la possibilità di setacciare ogni
momento la vita pubblica (sia in pace che in guerra).

Una delle invenzioni che cambiò il modo di lavorare del reporter fu
il telegrafo: grazie a questo strumento il mondo cominciò ad apparire
come rimpicciolito: una notizia poteva essere pubblicata entro le 24
ore, da qualsiasi parte del mondo provenisse.

La conseguenza fu la necessità per il reporter di cambiare
mentalità, ritmi di lavoro, modi di ricercare le fonti, modo di
scrivere. La necessità principale divenne quella di stringere i tempi,
non c’era nemmeno più la possibilità di ragionare troppo sulla notizia,
di cercare belle frasi, di adottare lo stile da narratore: il telegrafo
imponeva fatti raccontati con stile diretto, aggressivo, senza fronzoli.

 Corrispondenti italiani

Il più importante dei corrispondenti italiani è stato sicuramente Luigi Barzini.

In quegli anni i giornali italiani erano ancora agli albori. Le
redazioni erano composte per gran parte da ufficiali del Regio Esercito
e tra mondo giornalistico e mondo militare c’era una forte
compenetrazione di stili di vita. La redazione esteri era quasi una
dipendenza di quella militare.

Con la fame di notizie che c’era allora (soprattutto di notizie
drammatiche), lo scoppio di una guerra diventava un evento
irresistibile, fatto di battaglie, di eroi, di onore. I giornali che
presentavano articoli di guerra andavano a ruba e venivano letti e
riletti, magari ad alta voce (quasi due terzi della popolazione
italiana era infatti analfabeta). Il  primo editore italiano a mandare
sul fronte un inviato fu Enrico Politti che tra il 1870 e il 1871
decise di seguire la guerra franco-prussiana e la liberazione di Roma.
Il racconto della breccia di Porta Pia fu epico, l’orrore della guerra
rimase solo sullo sfondo.

Con l’arrivo del telegrafo ma soprattutto del telefono, mondi
creduti lontani poterono essere raccontati nelle pagine di cronaca dei
giornali. In Italia i maggiori giornali del periodo erano il “Corriere
della Sera” di Luigi Albertini, “La Stampa” di Alfredo Frassati, “Il
Giornale d’Italia” di Alberto Bergamini. Fu in questo periodo che
divenne protagonista Barzini.

Il giornalista venne mandato da Albertini in Cina dove fu testimone
della rivolta dei Boxer. Questo fu il primo di moltissimi viaggi (tra
cui quelli per le cronache di sette guerre). Da subito le sue cronache
mostrarono uno stile che prima di allora non si era mai letto su un
giornale italiano: faceva parlare i fatti, descriveva le cose,
raccontava gli uomini, restava fedele all’azione che gli si svolgeva
davanti. In Italia il giornale con i suoi articoli andava a ruba, il
suo nome cominciava ad essere conosciuto (anche da colleghi stranieri)
e per raggiungere questa notorietà non aveva usato la retorica e
l’eroismo ma aveva racconta le miserie e le sofferenze della guerra
così come le aveva percepite sul campo e dalle parole dei protagonisti.
Le sue descrizioni erano quasi una fotografia, al punto che Achille
Beltrame riuscì senza fatica a riprodurre, sulla base dei suoi articoli
da Pechino, delle bellissime illustrazioni per “La Domenica del
Corriere”.

Uno dei migliori reportage di Barzini fu quello dal Giappone, per la
battaglia di Mukden. Barzini arrivò in Giappone all’inizio del 1904,
primo fra tutti i giornalisti stranieri e unico a rimanere dopo gli
assaggi della spietata censura giapponese. Per trenta giorni Barzini
viaggiò lungo i settanta chilometri del fronte in condizioni estreme
(anche 30 gradi sotto zero) e annotò tutto. Raccontò il freddo, la
fame, la sofferenza dei soldati nelle sue settecento pagine di appunti
che poi diventarono un libro che rappresenta molto più di una raccolta
di articoli: è anche un’analisi critica delle strategie militari
adottate dai due eserciti, supportata da un repertorio di dati che
fanno sì che questo libro sia stato utilizzato a lungo nelle accademie
militari nipponiche e studiato da Lenin e da Stalin.

Nei giornali di oggi quest’arte del reportage approfondito è
praticamente scomparsa, soffocata dalla logica televisiva. Sopravive
ancora in America e in parte in Inghilterra sui quotidiani. Oggi, se un
inviato proponesse al suo direttore un progetto di reportage serio
rischierebbe di essere preso per pazzo: la cultura di internet
suggerisce piuttosto notizie più rapide e fluide.

 La guerra di Libia

Quando Giolitti decise di intraprendere la conquista della Libia
(1911), molti giornali influenti contribuirono a creare fra gli
italiani il mito della “terra promessa” e a scaldare l’opinione
pubblica sull’argomento. La Libia venne descritta come una terra piena
di risorse economiche ma facile da conquistare. L’inviato del
“corriere” fu naturalmente Barzini, l’uomo dal reportage agile e
immediato, che conservava però un’impronta letteraria. Gli altri
inviati si dedicarono di più al colore e ai sentimentalismi, facendo sì
che nel complesso  la propaganda sovrastasse l’informazione. Per quanto
riguarda in modo particolare il “Corriere”, il suo punto distintivo più
evidente fu la terza pagina, dove padroneggiava Gabriele D’annunzio,
con la sua carica di nazionalismo e di retorica. Gli unici fogli che
cercarono di contrastare questa specie di imbonimento delle masse
furono quelli socialisti: l’inviato dell’ “Avanti!”, Eugenio Guarino,
fu l’unico a segnalare i lati negativi della condotta della guerra e
per questo fu fatto rimpatriare dalle autorità militari.

 

La prima guerra mondiale

Lo scoppio della prima guerra mondiale chiuse l’età d’oro dei
corrispondenti: la libertà di cui avevano goduto tra i campi di
battaglia finì, perchè i comandanti generali cominciarono a riprendersi
il pieno controllo del territorio delle operazioni e i corrispondenti
dovettero sottomettersi a una disciplina simile a quella militare
(alcuni eserciti imposero ai giornalisti anche un’uniforme).

Durante la fase di neutralità dell’Italia (tra il 1914 e il 1915) la
stampa svolse un ruolo rilevante: lo scontro tra neutralisti e
interventisti si svolse infatti, prima sulla stampa che nelle piazze.

Fin dal marzo 1915 il governo approntò le misure per il controllo
della stampa: un Decreto reale del 23 marzo autorizzava il governo a
vietare, ogni qual volta fosse stato necessario, la pubblicazione di
notizie di argomento militare. Il blocco totale di queste notizie venne
deciso a partire dal 31 marzo. Il 23 maggio, quando l’entrata in guerra
era ormai imminente, un altro decreto vietava ai giornali di dare
notizie (all’infuori di quelle che arrivano con i comunicati ufficiali)
sul numero dei feriti, dei morti, dei prigionieri, sui mutamenti degli
alti comandi, su eventuali previsioni riguardo alle operazioni
militari. Con lo stesso decreto veniva data ai prefetti la facoltà di
procedere ai sequestri. Per evitare l’applicazione di queste misure i
giornali avrebbero dovuto cercare di autocensurarsi preventivamente.

Il 24 maggio, con l’entrata nel conflitto, entrò in vigore la
censura militare coordinata dall’Ufficio stampa del Comando supremo ma
decentrata in tutte le città in cui uscivano i quotidiani.

Il comandante in capo Luigi Cadorna non aveva nessuna simpatia per i
giornalisti, eccetto per quelli che aveva deciso di accettare
nell’Ufficio stampa o nel servizio propaganda fra le truppe (il
cosiddetto “servizio P”): molti di loro erano corrispondenti del
“Corriere” e il più influente era sicuramente Ugo Ojetti. Nei primi
mesi di guerra agli inviati fu vietato entrare nella zona delle
operazioni, pena l’espulsione. Sensibili erano anche le
discriminazioni, nonostante le promesse di lealtà fatte ai fogli
neutralisti. L’”Avanti!” e tutti gli altri fogli socialisti vennero
messi al bando in tutte le province dichiarate territorio militare.
Anche il governo intervenne più volte contro l”Avanti!”, e le
ingiustizie furono tali che persino Albertini decise di intervenire
presso Salandra (capo del governo) perchè queste pratiche smettessero
(ma tutto fu vano). Per gli editori, la guerra fu comunque un grande
affare: qualsiasi quotidiano bastava che strillasse un titolo che
raccontava di una battaglia che le vendite aumentavano notevolmente. A
quel tempo infatti, non essendoci fonti alternative di informazione, la
voglia di sapere veniva soddisfatta con la lettura dei giornali. Questi
si erano organizzati in modo efficiente: le redazioni vennero collegate
con le autorità militari e governative e furono mobilitati decine di
inviati. Nelle redazioni di Albertini e Frassati venne anche creato un
cifrario segreto grazie al quale i giornali potessero ricevere notizie
in modo clandestino ingannando il censore. Si montò una rete
clandestina di informatori e di indirizzi segreti per poter sostituire
la sede ufficiale dei corrispondenti.

All’inizio del conflitto i privilegiati furono i corrispondenti dei
Pesi neutrali (gli scandinavi, gli americani, gli italiani): la loro
posizione di estraneità rispetto a fronti di combattimento permetteva
loro di riuscire a compiere rapide visite in prima linea. Barzini
scrisse però che quelli erano “viaggi” di poca utilità e che quando lo
scontro divenne logorante guerra di posizione, molti corrispondenti
preferirono abbandonare il campo piuttosto che dover sottostare agli
ordini dei militari.

Cadorna, nella prima fase della guerra, permise solo la parafrasi
dei bollettini e non concesse ai giornalisti neppure la descrizione di
impressioni generiche. Vista la scarsità di notizie sui giornali, il
Paese cominciò ad intuire la nuova realtà della guerra grazie alle
lettere dei combattenti e ai racconti dei feriti ricoverati nelle
retrovie. Naturalmente esisteva una censura postale militare sulla
corrispondenza che i soldati mandavano alle famiglie e, durante i primi
mesi di guerra, era in vigore anche una censura postale civile (abolita
poi in luglio per gli intralci che poteva recare alla speditezza del
servizio postale). La mancanza di certe informazioni sui giornali
dipese naturalmente dalla censura, ma anche dai suggerimenti delle
autorità, ansiose di presentare al pubblico un quadro ottimistico, e in
parte dallo stesso pubblico desideroso di leggere notizie buone e non
cattive. Sembrava che i lettori pur essendo vagamente consapevoli di
essere “ingannati”, cercassero conferme alle loro speranze e illusioni.
Pochi giorni dopo Caporetto il colonnelli Gatti ebbe una conversazione
con alcuni corrispondenti di guerra e disse: “Si è parlato
dell’errore del seguito di errori, anzi, per cui tutta questa guerra è
stata un cumulo di menzogne. Si è sempre detto, per essa, cose che
erano diverse dalla verità. Tutto era piantato sullo stesso sistema:
tutto, a cominciare dalle dichiarazioni dei ministri, per finire agli
sproloqui di D’Annunzio.” [1]   

In effetti la stampa usò un linguaggio encomiastico verso Cadorna,
denigrò il nemico, fornì un’immagine della forza militare italiana
piuttosto lontana dalla realtà. Se in tal modo essa riuscì ad ottenere
un certo successo tra il pubblico, attirò invece forti critiche dagli
ambienti militari, infastiditi soprattutto dalla descrizione della loro
psicologia, presentati come fossero gente che in trincea si divertisse.
Barzini era, a quell’epoca, il giornalista più famoso e una frase che
ricorreva spesso fra i soldati era  “se trovo Barzino gli sparo”.

Un esempio efficace delle tecniche di “news management” fu la
costruzione dell’immagine del tedesco-cattivo: prima in Inghilterra,
poi anche in Francia e in Italia cominciarono a diffondersi notizie di
efferate stragi compiute dai soldati tedeschi allo scopo di ottenere
l’appoggio popolare alle campagne militari. I tedeschi allora, erano
quelli che torturavano, violentavano, saccheggiavano, maltrattavano i
bambini. Si diceva anche che il sottomarino tedesco che avesse
affondato una nave con donne e bambini avrebbe ricevuto un premio
speciale. Alcuni giornali francesi avevano addirittura una rubrica
fissa dal titolo “Atrocités allemandes” (”atrocità tedesche”). [2]

Molti avvenimenti furono fatti passare in secondo piano o
addirittura nascosti ai lettori: si cercò di smorzare le parole di
Benedetto XV che aveva definito la guerra una “inutile strage”, si
nascosero i moti torinesi per la mancanza del pane (che si
trasformarono poi in manifestazioni contro la guerra) e la loro
sanguinosa repressione. Il 23 agosto tutta una pagina dell’ ”Avanti!”
dedicata alla rivolta di Torino fu imbiancata dalla censura.

Tra l’agosto e il settembre 1915 trentasei inviati ricevettero
l’autorizzazione a compiere una breve visita al fronte e più tardi
Cadorna dovette anche accettare la presenza presso il Comando a Udine
di dodici inviati (tre dei Paesi alleati e nove italiani), ma concesse
loro una limitatissima libertà di cronaca.

Dopo Caporetto, con la sostituzione di Cadorna con Diaz, ai
corrispondenti fu messo il bavaglio: furono cacciati dalle prime linee
e confinati prima a Udine e poi a Padova e dovette passare un mese
prima che Diaz restituisse ai giornalisti qualche possibilità di
svolgere il proprio lavoro. Il primo ordine fu comunque quello di
scrivere dispacci non più lunghi di cinquecento parole. La conseguenza
fu che le corrispondenze divennero estremamente stringate e asciutte di
toni, cosa che diede però più forza espressiva ai dispacci. Poi la
retorica tornò con la vittoria sul Piave ma la necessità di sintesi dei
tempi precedenti fece notare che il reporter poteva essere in grado di
costruire il suo articolo anche mantenendo una forte aderenza ai fatti
e che anzi ne guadagnava in drammaticità e vigore.   

Solo quando la guerra cominciò a rivelarsi più lunga e sanguinosa
del previsto, i comandi si resero conto dell’importanza della stampa
sia per il fronte interno, sia nelle trincee: solo tra la fine di
febbraio e i primi di marzo 1918, quasi d’improvviso il governo e il
Comando supremo cominciarono a capire la grande importanza di
un’operazione attiva di propaganda fra le truppe. Uno dei più evidenti
sintomi della svolta fu la nascita di un grandissimo numero di giornali
per i soldati o “giornali di trincea” . Prima di Caporetto si
pubblicava a Roma un quindicinale, “Il soldato” e a Milano un
settimanale, “Il giornali del soldato”, ma erano fogli diffusi
soprattutto nelle caserme e nei depositi, nulla che somigliasse al
“Bulletin des armées”, distribuito gratuitamente ai soldati francesi.
Poi d’improvviso furono fondati numerosi periodici organi di armate, di
corpi d’armata o di singoli reparti. Alcuni esempi sono “La trincea”,
settimanale dei soldati del Grappa e “L’Astico”, giornale delle truppe
schierate l’ungo la Val D’Astico. Alla metà di giugno venivano stampati
circa cinquanta periodici. Dopo Caporetto anche i giornali quotidiani
pubblicati nel Paese vennero distribuiti in zona di guerra in quantità
superiore che nel passato, ma per questo fu necessario che i comandanti
superassero alcune esitazioni: c’era il timore che la distribuzione dei
quotidiani, pieni di informazioni sul “disfattismo”, potesse deprimere
lo spirito combattivo delle truppe. Ci si rese però conto che le misure
per impedire la diffusione della stampa erano inefficaci. Di
conseguenza non solo ci fu il via libera alla diffusione dei quotidiani
ma le autorità strinsero con essi accordi per far sì che venissero
pubblicati articoli adatti alla propaganda fra le truppe in cambio
dell’acquisto di migliaia di copie al prezzo dei rivenditori (sette
centesimi e mezzo). Le copie venivano poi rivendute ai soldati (perchè
regalandogliele li avrebbero indotti ad essere diffidenti sul contenuto
degli articoli).

Quasi nessuno in Italia possedeva molta esperienza in materia di
propaganda di massa, ma all’improvviso nella primavera del 1918,
quest’arma cominciò ad essere usata ampiamente (anche se a volta con
ingenuità): cartoline, opuscoli, libri, volantini furono diffusi in
numerosissime copie.

La grande guerra lasciò un forte segno nella stampa e incise sui
mutamenti degli assetti proprietari, nell’intonazione dei quotidiani
condizionati dalla censura (che durò fino al giugno 1919), dal
patriottismo e poi dalla crisi politica ed economica. Nel periodo della
neutralità le tirature dei maggiori quotidiani crebbero notevolmente
con il conseguente aumento degli investimenti pubblicitari. La
diffusione continuò a salire anche durante la prima fase della guerra,
fino a quando le restrizioni belliche e l’aumento dei costi
(soprattutto per la carta) bloccarono lo sviluppo del mercato
editoriale.

 

Negli anni successivi al primo conflitto mondiale, i giornali si
occuparono più che altro dei problemi nazionali (lotte sociali, nascita
del fascismo, risentimenti nazionali) e i corrispondenti vennero messi
un po’ da parte: il giornalismo diventò “pantofolaio”. In diverse parti
del mondo ci furono scontri e colpi di Stato (Cina, Turchia, Spagna,
Giappone, Germania, e altri) ma la copertura data dai giornali italiani
a questi eventi fu minima. Dopo i massacri della Grande Guerra, tutto
apparve insignificante, di scarso interesse. Qualcosa di simile è
accaduto recentemente, dopo la Guerra del Golfo del 1991: in confronto
alla gigantesca mobilitazione di uomini e mezzi impiegati nel deserto
saudita l’inizio del conflitto nella ex-Jugoslavia sembrò un a notizia
di poco conto. L’attenzione dei media verso questi fatti, almeno per i
primi due anni, fu molto bassa  eppure questo conflitto era ben più
vicino di quello nel Golfo. Per raccontare questo conflitto furono
impiegati pochi reporter, spesso giovani e inesperti, perchè in fondo
questo era considerato solo un episodio di lotta fra connazionali
mentre in Kuwait si era rischiata la catastrofe nucleare. L’attenzione
verso questa zona di mondo cominciò a salire solo quando si scoprì che
dietro le guerre etniche stavano grandi agenzie pubblicitarie che
manovravano i media per influenzare l’opinione pubblica mondiale.

 Gli anni del fascismo

Gli avvenimenti che interessarono la stampa durante regime fascista
devono essere analizzati alla luce della legislazione in vigore in quel
periodo, restrittiva per i giornali sia in tempo di pace che di guerra.
Appena preso il potere infatti, Mussolini si pose subito il problema
del controllo della stampa e fece varare alle Camere una serie di leggi
(dette “leggi fascistissime”) che cancellarono le libertà concesse
dallo Statuto Albertino.[3]

Le libertà dei giornalisti furono quindi cancellate con mezzi formalmente legali.

Un decreto del 12 luglio 1923 (entrato però in vigore solo il 10
luglio 1924 dopo il delitto Matteotti) assegnò ai prefetti il potere di
diffidare con decreto motivato il responsabile di un giornale quando
questo avesse recato intralcio all’ “azione diplomatica del governo”,
danneggiato il “credito nazionale”, istigato a commettere reati,
disobbedienze, vilipendio verso la Patria, il Re, la famiglia reale, il
Sommo Pontefice, la religione dello Stato, le istituzioni, le potenze
amiche. Dopo due diffide in un anno il prefetto poteva annullare il 
riconoscimento al gerente responsabile e non concedere l’autorizzazione
al successore. Il prefetto aveva dunque potere di vita e di morte sui
giornali.  

Nel 1925, la legge 2307 fissò questi principi:

 ·        Ogni giornale o periodico era obbligato ad avere un
direttore responsabile e se questi era un parlamentare, la
responsabilità doveva essere assunta da uno dei principali redattori;

·        Il direttore (o redattore responsabile) doveva iscriversi all’Albo professionale dei giornalisti;

·        Il direttore responsabile doveva avere l’autorizzazione del
procuratore generale presso la Corte d’Appello e del prefetto. Il
giornalista praticante per potersi iscrivere all’Albo doveva invece
avere un certificato di buona condotta rilasciato dal prefetto che
attestava che non avesse mai espletato “una pubblica attività in
contraddizione con gli interessi della Nazione (cioè contro gli
interessi del Regime fascista).

 Questa legge prevedeva anche l’istituzione di un Ordine dei
giornalisti per la custodia degli albi ma il regolamento che doveva
istituirlo non fu mai emanato; nel 1926 la rappresentanza delle
categorie fu allora trasferita dagli ordini ai sindacati fascisti.

Un ulteriore ampliamento della legislazione sulla stampa venne dal
Codice penale Rocco del 1930: si prevedeva il sequestro in via
amministrativa delle pubblicazioni contrarie all’assetto politico,
sociale, economico della Nazione, al sentimento nazionale, al pudore e
alla pubblica decenza.

Il decreto del 1923 la cui applicazione fu tenuta in sospeso, ebbe
la funzione di una spada di Damocle sulla testa dei giornalisti e
favorì l’allineamento delle testate al volere del fascismo (in maniera
lenta ma progressiva).

All’interno di questo quadro normativo le azioni dei fascisti per
ottenere l’allineamento dei giornali si basarono sui sequestri, sui
boicottaggi, sugli assalti alle redazioni da parte delle squadre
fasciste, sugli interventi di salvataggio delle aziende giornalistiche
in crisi, sulla sostituzione dei direttori delle testate, sui discorsi
ai direttori per dare loro indicazioni sull’indirizzo da tenere,
sull’uso delle “veline” che partivano dal Minculpop.

In uno dei suoi discorsi ai direttori, Mussolini affermò: “Il
giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un
regime; è libero perché, nell’ambito delle leggi del regime, può
esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica e di
propulsione”.

 Nel 1935, quando in fascismo stava raggiungendo le punte massime di
consenso, Mussolini decise di intraprendere la conquista dell’Etiopia.
In occasione di questa campagna il Minculpop, nel suo ordine ai
giornali fu chiaro: bisognava seguire la spedizione con il più alto
numero di corrispondenti. I reporter che seguirono l’impresa ebbero
molte difficoltà a scrivere reportage vivi e diretti e molti di loro
poi confessarono di essersi inventati un sacco di storie. Anche
l’Asmara, la censura militare, era tanto rigida che alla fine passavano
solo le banalità. Comunque le disposizioni di Mussolini per l’Asmara
erano di accreditare 100 reporter italiani e 40 stranieri, ma alla fine
finì per dominare la confusione più totale. La censura finì per
trasferire sul terreno militare lo stesso rigido controllo che il
Regime aveva imposto alla società civile: imperversavano le “veline” e
veniva eliminata ogni informazione che potesse nuocere all’immagine
dell’esercito vittorioso. Il fatto più grave che fu nascosto fu l’uso
dei gas per bombardare la popolazione africana: Roma smentì sempre di
avere usato l’iprite, ma da parte inglese e americana arrivarono
documenti che lo provavano. Di quella guerra non restano grandi
reportage, anche se molti dei corrispondenti furono decorati dal
Regime. Per molti però l’Etiopia fu sinonimo di grandi fatiche,
soprattutto perché tra il fronte e l’ufficio di censura c’erano 250
chilometri di distanza, da percorrere su un terreno impervio.

 Il primo dopoguerra e la guerra di Spagna:

Le “prove generali” del secondo conflitto mondiale avvennero in
Spagna nel 1936. Lì, per i giornalisti, la scelta del fronte dal quale
raccontare la guerra finì per essere fatta sulla base dell’adesione
agli ideali che ciascuno dei due campi rappresentava: inglesi e
americani si fecero voce del fronte repubblicano, italiani e tedeschi
di quello del regime di Franco. Questa divisione vide poi aggiustamenti
e compromessi causati dalle scelte politiche dei governi e dal mercato.
Il “New York Times” scelse una linea di equidistanza dal conflitto:
mandò in Spagna due corrispondenti per seguire entrambi i fronti e i
due articoli vennero pubblicati con la stessa collocazione in prima
pagina.[4]

La guerra di Spagna, con quella divisione netta dei campi, aprì
anche una spaccatura nelle coscienze degli inviati: prima o poi tutti
si scontrarono sicuramente con una notizia sulla cui pubblicazione il
dovere del giornalista dovette misurarsi con la scelta ideologica.
Questo problema superava quello della censura per porsi ad un livello
superiore, quello dell’autocensura. Matthews, per esempio, un reporter
schierato con la parte repubblicana, disse che a parer suo le notizie
avrebbero dovuto sempre essere date perchè il lettore ha diritto a
conoscerle tutte; il corrispondente però ha l’uguale diritto di non
nascondere le proprie idee.

Un celebre corrispondente che partecipò alla guerra di Spagna fu
Hemingway. Arrivò in Spagna con un contratto della North American
Newspaper  Alliance e non si lasciò andare in aperte scelte di campo ma
fece vincere il dovere di pubblicare tutte le informazioni. Le sue
cronache, lette oggi, sono ancora, a giudizio di Mimmo Càndito, di
taglio moderno, con grande spirito narrativo, ma confrontandole con il
suo prestigio letterario diventano un po’ deludenti. Càndito ci trova
infatti un “manierismo uggioso, troppo sangue, troppi effettacci,
troppi personalismi, troppi dialoghi costruiti artificiosamente”.[5]

C’è un altro famoso giornalista di rilievo che partecipò come
cronista alla guerra di Spagna: Indro Montanelli, che arrivò al fronte
nel 1937, per il “Messaggero” (ma collaborava anche per
l’”Illustrazione Italiana” e “Omnibus”). Montanelli pareva fatto
apposta per mettere in crisi gli ordini delle “veline”: non era un
antifascista ma aveva un personale rigetto per ogni forma di retorica e
adesione conformistica. Dalla Spagna scrisse corrispondenze che certo
non esaltavano l’eroismo delle nostre truppe. Venne anche accusato di
disfattismo, che era la peggiore minaccia che potesse essere fatta a un
intellettuale. Alla fine fu fatto rientrare in Italia, radiato
dall’albo e gli fu ritirata la tessera del partito fascista. Montanelli
si trasferì allora a Tallin, in Estonia, dove lavorò come insegnante
all’Istituto italiano di cultura come insegnante. Da lì cominciò una
collaborazione prima con “La Stampa” e poi con il “Corriere”. Nel 1939
si trovo nel mezzo della guerra russo-finnica da dove mandò
corrispondenze che entusiasmarono i lettori grazie al fatto che non
doveva cedere ai doveri che il regime fascista pretendeva.

 La seconda guerra mondiale:

In sei anni la seconda guerra mondiale mise in campo ogni angolo del pianeta.

In situazioni come questa, i principi e gli ideali che animano le
fazioni in campo portano i giornalisti a “superare senza pudori, e
senza crisi di coscienza, il limite lungo il quale anche il racconto
della quotidianità si trasforma in un’operazione di propaganda”. 6

Charles Lynch, un corrispondente dell’agenzia Reuter, dichiarò: ”Si
prova un senso di umiliazione, ripensando a ciò che si è scritto
durante la guerra. Erano autentiche porcherie. E noi eravamo soltanto
un organi di propaganda dei nostri governi.” 7

L’amarezza dimostrata da Lynch nemmeno sfiorava i giornalisti del
campo opposto (fascismo, nazismo, nazionalismo giapponese). Qui la
stampa era ufficialmente considerata funzionale al potere, uno
strumento per la costruzione del consenso. In Italia erano le “veline”
del Minculpop a decidere che cosa fosse una notizia, come raccontarla,
quale rilievo le si dovesse dare; in Germania questa funzione era
svolta dallo Zeitschriften Dienst di Goebbels, un’organizzazione per la
costruzione della verità del regime. I giornalisti venivano arruolati
come reclute e il loro dovere era quello di ubbidire agli ordini per
influenzare l’andamento della guerra attraverso il controllo dello
stato d’animo della popolazione.

Anche nell’Unione Sovietica di Stalin la stampa fu completamente
controllata del regime. Qui vennero anche sequestrati tutti gli
apparecchi radio e le notizie sulla guerra passavano nelle strade
attraverso gli altoparlanti che trasmettevano Radio Mosca.

In Giappone venne creata una struttura omologa per inglobare agenzie stampa, radio e tutti i giornali.

Ma anche inglesi e americani si organizzarono per gestire in modo
accentrato il ruolo dei mass media: a Londra entrò in servizio il
ministero delle Informazioni che inquadrava i corrispondenti come
ufficiali superiori ma con l’obbligo di portare sull’uniforme una “C”
(Corrispondent); il governo statunitense organizzo l’Office of War
Information, al quale vennero dati compiti di propaganda politica e
militare. Per le notizie dai fronti era invece operativa la censura
militare, il cui intervento era garantito dall’impegno preso dai
corrispondenti (tramite la firma di un documento) di presentare presso
di essa ogni informazione da inviare alla redazione. Se il giornalista
sbagliava, l’espulsione dal fronte era immediata. L’impegno di firmare
è diventata una pratica costante in tutte le guerre in cui sono
coinvolte le forze armate americane. Per avere il tesserino di
accredito e, dunque poter parlare con le fonti di informazione, i
giornalisti devono sottoscrivere un documento che li informa di tutte
le restrizioni poste alla pubblicazione delle notizie (non si possono
citare i modelli delle armi pesanti usate né la loro posizione sul
terreno, la quantità di truppe impiegate, la localizzazione delle
caserme, degli attendamenti, degli aeroporti, le parole degli ufficiali
senza l’esplicita autorizzazione). Questo documento non è poi tanto
diverso da quello che erano tenuti a firmare i reporter della seconda
guerra mondale, ed è anzi diventato una sorta di modello uniforme
adottato da tutti gli eserciti per regolamentare i loro rapporti con i
giornalisti. Nella realtà della guerra poi, le situazioni e le
decisioni finiscono per plasmarsi sugli avvenimenti quotidiani. Ciò che
fa la differenza è la rigidità del comandante delle operazioni e dei
singoli comandanti di reparto. Comunque è risaputo che, mentre per i
giornalisti americani il controllo era ed è sempre stato più rigido, i
reporter degli altri Paesi riescono maggiormente a imbattersi in
distrazioni dell’ufficio di censura. Questa diversità di trattamento è
l’elemento alla base dell’internazionale riconoscimento ai media
americani di un ruolo egemonico.

 All’inizio della seconda guerra mondiale il governo fascista volle
che la non belligeranza dell’Italia fosse accompagnata nei giornali da
una copertura delle operazioni militari molto vaga e distratta,
comunque costruita dalle agenzie: bisognava far credere che il
conflitto che era iniziato non riguardava l’Italia, almeno in quella
fase. Il Minculpop fece partire pochissimi inviati ed esortò,
attraverso le “veline” a non pubblicare notizie provenienti dai
notiziari d’oltreoceano. La non belligeranza comunque, non alterò il
rapporto privilegiato che l’Italia aveva con la Germania nazista e i
giornalisti avrebbero dovuto capire che non era bene accendere
polemiche sull’operato degli “alleati”, anche quando ci fossero stati
chiari fatti che contraddicevano le versioni ufficiali. In fondo
Mussolini fu chiaro e dichiarò apertamente che i giornalisti erano
sempre stati e sempre sarebbero stato agli ordini del Partito Nazionale
Fascista. I cronisti onesti finirono per perdere il lavoro.

Nell’estate successiva, con l’entrata in guerra dell’Italia il
cronista cominciò a ritrovare parte dei suoi spazi: già da marzo il
Minculpop cominciò a chiedere ai giornali di preparare la popolazione
alla guerra facendo passare in modo sempre più deciso l’ipotesi di una
nostra entrata nel conflitto, per i nostri interessi. L’agenzia Stefani
cominciò a inondare le redazioni con notizie riguardanti le prodezze
dei soldati del Reich.

Partendo per le diverse zone di guerra i corrispondenti, che lo
volessero o no, diventarono o strumento attivo della propaganda di
regime e della politica militare di Mussolini. Ma l’andamento della
guerra si rivelò diverso dalle previsioni del governo e in quel clima
anche il lavoro degli inviati ebbe più difficoltà del normale,
soprattutto da quando venne emanata una disposizione che obbligava a
redigere articoli che, ancora una volta potevano essere solo un modesto
ampliamento dei bollettini ufficiali, pena il rimpatrio del giornalista
e la condanna del direttore del giornale. Conseguenza: da quel giorno
tutte le corrispondenze cominciarono a trascurare i fatti militari e
dirottarono sul patetico l’attenzione dei lettori.

Se per i nazisti, all’inizio del conflitto la funzione delle
“veline” fu soprattutto di “news management” (influenzare il
corrispondente per orientare il racconto e il giudizio dei fatti), per
gli italiani servirono più per organizzare la censura. Fu una censura
rigida, ottusa, piuttosto efficiente.

Nell’aprile del 1942, in una fase del conflitto favorevole all’Asse,
Mussolini convocò i direttori de giornali di provincia (raggruppati
nell’Ente stampa) per incitarli a occuparsi di tutto, a dire la
verità,  ridurre gli aggettivi; nel 1943, il compito della stampa
diventò quello di galvanizzare gli italiani ormai rassegnati o avversi
al Regime. Lo stesso Mussolini, pur non scrivendo più sul “Popolo
d’Italia”, curava una rubrica pubblicata su tutti i quotidiani,
“Stupidario nemico”, dove cercava di denigrare la imprese degli
avversari. Le veline cominciarono ad avere toni guerreschi e ai
direttori venne imposto di firmare gli articoli politici.

Con lo sbarco degli Alleati in Sicilia si avvicinò la fine del
regime fascista, ma non la fine della censura: per i giornalisti
italiani diventò anzi più difficile poter scrivere articoli che non
fossero la parafrasi dei bollettini ufficiali. Farinacci e Amicucci
diventarono i nuovi autori dell’indirizzo ideologico e del controllo
politico sulla stampa. L’unica fonte di informazione era ormai la
Stefani ora diretta da Barzini, che accettò l’incarico con la speranza,
che poi si rivelò vana, di riuscire in qualche modo a salvare suo
figlio caduto in mano ai nazisti.

Nella parte della Penisola occupata dagli americani, il PWB
(Psychological Warfare Branch, creato sia per la propaganda sia per
pilotare il ritorno alla libertà di stampa dei territori strappati ai
tedeschi.) consentì una progressiva ripresa delle pubblicazioni.
All’inizio i PWB concesse una sorta di libertà vigilata, con forti
limitazioni all’attività politica. Era a lui che bisognava rivolgersi
per ottenere le autorizzazioni per stampare i giornali, era lui che
provvedeva al funzionamento delle stazioni radio. Dagli angloamericani
dipendeva anche il flusso delle informazioni, selezionate da quelle
diffuse dalle grandi agenzie (Reuter, Associated Press, United Press).
I primi fogli promossi dal PWB e compilati da giornalisti italiani
uscirono in Sicilia e Calabria subito dopo la ritirata dei tedeschi:
erano di piccolo formato e venivano stampati con mezzi di fortuna ma
andarono ugualmente a ruba perchè l’attesa della gente era grandissima.
Quasi tutta la prima pagina era occupata da un resoconto sulla guerra
che raggruppava notizie e commenti sull’andamento dei combattimenti in
Italia e sugli altri fronti. Col passare dei mesi però, molti di questi
fogli andarono scomparendo. Con il governo Badoglio venne
temporaneamente ripristinata la censura preventiva (misura di cui il
fascismo non ebbe bisogno in quanto i giornali erano costretti ad
allinearsi con altri metodi) e riprese la pratica delle “veline”. 

Nell’Italia del nord ancora in mano ai tedeschi, erano questi ultimi
a gestire la stampa: le informazioni arrivavano solamente dalle agenzia
tedesche e dai notiziari del nuovo regime fascista trasmessi da Monaco.

In generale comunque, l’assottigliamento dei giornali costretti
spesso ad uscire ad una pagina per motivi di maggior facilità di
controllo da parte della censura e a causa della penuria provocata
dalla guerra, lasciò spazio alla radio. Questa cominciò ad essere, per
molti, l’unica fonte di informazione sulla guerra in quel periodo:
venivano seguiti i notiziari ufficiali dell’Eiar ma anche la
controinformazione fornita per esempio dalla famosa Radio Londra
attraverso la voce del colonnello Stevens. La censura naturalmente
controllava anche la radio e Radio Londra veniva ascoltata a volume
bassissimo con un orecchio attaccato alla radio e l’altro attento ai
rumori che provenivano da fuori la porta. I collegamenti erano
introdotti da un “ta-ta-tatàn” che rimase parte integrante del costume
nazionale fino agli anni sessanta.

Al di là dei notiziari, la radio si rivelò uno strumento di
comunicazione straordinario soprattutto grazie ai collegamenti dai
campi di battaglia durante i quali la voce del cronista veniva spesso
coperta dai rumori di fondo della guerra (cingoli, scoppi di bombe,
grida) facendo acquistare alla cronaca una capacità di presa e un
fascino che nessun giornalista della carta stampata sarebbe mai
riuscito ad ottenere. Come le notizie, anche i rumori di fondo molte
volte venivano inventati o pre-registrati.

Già dall’inizio della guerra la radio era stata capace di dare
grandi emozioni: il racconto delle battaglie aeree in Inghilterra creò
una tecnica narrativa che, per efficacia e immediatezza, costituì un
vero modello stilistico al punto che ancora oggi viene studiata nei
corsi di radiocronista. L’inventore fu Charles Gardner reporter della
Bbc, per l’occasione corrispondente di guerra. Divenne famoso per la
sua descrizione del duello aereo nel cielo sopra Dover, tra gli Junker
della Luftwaffe e i caccia dalla Raf che difendevano Londra. Il testo
della cronaca è diventò un classico della seconda guerra mondiale:

“Ecco, ora qualcuno ha colpito un tedesco... Guarda: precipita, viene giù... Si vede una lunga scia di fumo...
Lunga scia di fumo... Ma, ecco, qualcuno si è lanciato con il
paracadute... E’ uno Junker 87, andrà a infilarsi nel mare... Sì,
eccolo che sparisce... Un colpo fantastico... Ragazzi, davvero non ho
visto mai nulla di più bello... I caccia della Raf gliele stanno
davvero suonando a quelli là”. 8

La televisione non c’era ancora ma era quasi come se la immagini si fossero potute vedere.

Il completo trionfo però, la radio lo ebbe durante lo sbarco in
Normandia, il 6 giugno1944: la radio nazionale americana e la Cbs
cominciarono a trasmettere da una nave nelle acque della Manica. La Bbc
mobilitò circa cinquanta reporter e li trasformò in un’unica voce
narrante. I radiocronisti inglesi furono mandati in ogni angolo della
costa francese a formare una rete di copertura estremamente estesa e
pervasiva.

La guerra del Vietnam:

Il Vietnam cambiò il modo di raccontare la guerra. Marshall McLuhan
la chiamò “la prima guerra televisiva”: la cronaca di un conflitto
venne trasferita dall’immaginario collettivo all’esperienza individuale
e la presenza massiccia della televisione diede ad ogni spettatore la
sensazione di essere diretto testimone della guerra momento per
momento. Lo spettacolo della morte, dalla paura, della distruzione
vennne offerto come uno show di intrattenimento in diretta: ogni
spettatore, affascinato o inorridito fu “costretto” a diventare un
“voyeur della storia”. 9
Tutto questo non era mai accaduto prima e nelle analisi di alcuni
opinionisti venne considerata una delle cause principali della
sconfitta americana in Indocina.

Gli Usa erano in guerra nel Vietnam senza mai averlo dichiarato
ufficialmente. Inizialmente, quando l’impegno militare non era ancora
massimo, la vita per i corrispondenti fu dura: la presidenza Kennedy
ordinò che ai reporter non fosse data alcuna assistenza logistica,
mezzi di trasporto o accrediti per partecipare alle operazioni. Meno si
sarebbe saputo, meglio sarebbe stato.

Quando però la crisi cominciò ad impennarsi, si volle avviare una
politica di larga costruzione del consenso e si lasciò via libera a
tutti i media: il Vietnam divenne il paradiso ei reporter. Non c’era
censura, l’unica formalità che il governo americano chiese ai
giornalisti fu di firmare la solita dichiarazione d’impegno alla
sicurezza militare. In Indocina cominciarono a sbarcare flotte di
aspiranti corrispondenti, molti anche completamente spesati dal governo
americano. Una cosa però era arrivare sul posto, fare un giro e
tornarsene a casa con un servizio; ben altra cosa era fare per davvero
il corrispondente perchè c’era sia il faticoso lavoro sul campo, sia
l’angoscia di trovare una risposta ad una  problematica di fondo:
capire se quella guerra fosse giusta, dovuta, e dunque da sostenere
nell’interesse dell’occidente oppure no. Il dibattito
politico-ideologico che imperversava in tutto il mondo non poteva
infatti non riversarsi sui giornalisti, soprattutto quando la denuncia
delle atrocità e dei massacri degli americani (come per esempio il
massacro di My Lai dove 109 civili vietnamiti furono fatti uccidere da
un sottotenente americano, il 16 marzo 1968) ridusse ogni riflessione
alla dicotomia imperialismo/terzomondismo.

Peter Arnett fu il giornalista che lavorò più a lungo in Vietnam,
rischiando la vita in più di un’occasione. Quando partì era un reporter
alle prime armi ma con questa esperienza arrivò a vincere il premio
Pulizer. Arnett aveva una concezione calvinista del proprio lavoro: “Io
sono un testimone. Il mio dovere è osservare i fatti con tutto il
distacco possibile, non di esprimere giudizi”. 10

La politica di “news management” saltò in aria definitivamente
all’arrivo di quella massa di giornalisti, impossibile da controllare,
che girava per ogni angolo del Paese. Un ex-soldato dirà poi in un
reportage di ”Time”: “Erano insopportabili, viziati. Noi rischiavamo la vita e loro giocavano alla guerra”.

Molti reporter si resero conto sul campo che l’amministrazione aveva
mentito: l’impegno militare si traduceva nella copertura di un regime
corrotto, criticato persino da molte componenti della società
sudvietnamita. La società americana, grazie alla copertura mediatica,
venne trascinata nel dibattito su quella guerra e dovette confrontarsi
con il dovere di un giudizio. Il Vietnam insegnò che andare a guardare
ed essere presenti non  bastava più: la complessità della guerra, le
forti relazioni tra potere politico e strategia militare, le nuove
tecnologie, andavano imponendo un nuovo ruolo del corrispondente il
quale doveva avere l’agilità mentale necessaria a cogliere anche i più
piccoli mutamenti degli avvenimenti in corso ed essere il più possibile
in grado di sottrarsi ai condizionamenti che arrivavano dal potere
politico. La tv non era certo il mezzo adatto a soddisfare queste
esigenze me la sua presenza interagiva e cambiava la natura della
guerra: le telecamere sul campo di battaglia ne stavano accelerando i
tempi.

La mutazione cominciò quando i morti e i feriti sbattuti sugli
schermi televisivi di tutto il mondo avevano cominciato a creare
problemi di digestione ai milioni di americani che pranzavano e
cenavano guardando il tg. “La digestione difficile di un popolo fece
cambiare la politica militare”.11

La libertà lasciata ai corrispondenti di guerra di andare in
qualsiasi posto, di guardare qualsiasi cosa, e di scrivere tutto ciò
che essi volevano, non sarebbe stata concessa mai più. Ma siccome in
una società democratica non è possibile montare un macchina di
controllo censorio o di intimidazione autoritaria, bisognava trovare un
modulo operativo che facesse ottenere gli stessi risultati di controllo
con metodi più morbidi, più sofisticati più accettabili dalle garanzie
che il sistema politico ha imposto a difesa della libertà.

L’obiettivo da raggiungere era la compattezza dell’opinione pubblica
al momento del lancio delle operazioni e nella fase delicata che segue
l’apertura del fronte. Il resto lo avrebbe fatto un’opera di
compromesso da tentare con i reporter modulando le pressioni
psicologiche perchè il loro lavoro potesse essere usato per confermare
l’appoggio della società civile alle operazioni militari. Questa
metodologia, analizzata e rielaborata in tutti i Centri militari che
studiano le strategie d’intervento, venne sancita in un documento
ufficiale che il comando generale dell’Alleanza Atlantica fece avere a
ai Paesi della Nato nel settembre 1986, perché le loro forze armate lo
adottassero come modello comportamentale verso i mass-media, in caso di
guerra. La guerra del Golfo e quella del Kosovo ne saranno le prime
applicazioni.       

Riflettendo più in generale, ci si è resi conto del cambiamento
profondo che la comunicazione per immagini ha imposto all’informazione,
quasi travolgendo la sua natura e l’identità stessa dei fatti reali:
oggi la realtà sono i media e la fanno i media. 

La guerra del Golfo:

Fu nella guerra del Golfo del 1991 che il mondo (e soprattutto il
mondo giornalistico) si rese realmente conto del grande cambiamento che
era avvenuto: le vecchie regole del mestiere di reporter di guerra non
servivano più. L’informazione e il racconto della storia si stavano
piegando allo spettacolo, risucchiando il giornalista in un processo di
simulazione indistinguibile dalla lettura del reale.12
Quando nella notte tra il 16 e il 17 gennaio ’91 la guerra stava
cominciando, per i giornalisti cominciava una grande truffa. Il
presidente americano Bush fu piuttosto chiaro riguardo ai giornalisti: “Questa è una guerra che non dobbiamo combattere con una mano legata dietro la schiena”,
e ciò che avrebbe legato la mano erano i giornalisti. Per essere certo
di poter essere libero ordinò di montare una “gabbia“ dove i 1600
inviati presenti potessero stare buoni. Tutto questo, naturalmente
dando l’impressione ai diretti interessati di essere liberi.

Vendere la guerra sul mercato del consenso non fu molto difficile
perchè erano presenti molti elementi favorevoli a questo scopo: c’era
la vittima (il Kuwait), c’era il cattivo (Saddam Hussein), c’era
l’intervento a favore dei deboli (da parte del “Desert Shield”), c’era
la bandiera del governo mondiale (Onu). Anche il contesto geografico
dava forti elementi favorevoli: il deserto, la cultura orientale,
l’esibizione di muscolatura senza spargimento di sangue (importante
perchè c’era la televisione). La tv ora non era più lo strumento
d’informazione come in Vietnam, ma era la forma stessa della
comunicazione, per la presenza  massiccia e pervasiva di network da
tutto il mondo e per l’uso organico del collegamento “live”.

Il comando operativo per i giornalisti era a Dhahran, in un albergo
dentro l’aeroporto, il “Dhahran International”. Al primo piano c’era
l’organizzazione che doveva tenere sotto controllo tutti i giornalisti:
il Joint Information Bureau. I corrispondenti dovevano presentarsi con
tutte le foto, le lettere d’accompagnamento, il passaporto, la tessera
professionale, il visto d’entrata, il recapito d’albergo e in mezz’ora
ricevevano il “badge“ d’accredito. Prima però dovevano firmare il
documento che li portava a conoscenza delle “ground rules” (cioè le
regole base):

 

“Dovete essere accompagnati sempre da una scorta militare;

non sono permesse visite alle unità al fronte senza la scorta militare;

è proibito fotografare o filmare soldati feriti o morti;

è proibito pubblicare informazioni sul tipo di armi, equipaggiamento, spostamenti, consistenza numerica delle unità;

è proibito descrivere con particolari e dettagli lo svolgimento
delle operazioni militari, pubblicare notizie sugli obiettivi e sui
risultati conseguiti dalle stesse operazioni;

è proibito dare un’identità precisa alle località e alle basi dalle quali partono specifiche missioni di combattimento;

i servizi si possono identificare con frasi come “Golfo
Persico”, “Mar Rosso”, “Arabia Saudita Orientale”, “Zona di confine con
il Kuwait”;

è proibito pubblicare informazioni sulla consistenza numerica e sull’armamento delle forze nemiche;

è proibito dare particolari sulle perdite subite dalle forze
della coalizione: possono essere usate definizioni come “scarse”,
“moderate”, “gravi”;

sono vietate le interviste non concordate.”

Quelle regole erano molto ferree e nessun giornalista era intenzionato a seguirle alla lettera.

La guerre del Golfo si rivelò però, una guerra che i giornalisti si
ritrovarono a “dover guardare in tv”: poteva andare al fronte solo il
“pool di combattimento”, cioè 192 giornalisti che divisi in squadre
avrebbero seguito le fasi della guerra per conto di tutti. Le cronache
avrebbero dovuto essere costruite a partire dal contenuto dei reportage
che il “pool” inviava a Dhahran. Naturalmente tutti i 192 giornalisti
scelti furono americani (tranne uno inglese). Dopo alcuni giorni ai
giornalisti rimasti a Dhahran venne anche tagliato il collegamento con
la Cnn. I reportage del “pool” erano materiale scadente, quasi
inutilizzabile e la colpa era dei comandati di unità che censuravano
ogni parola che potesse apparire anche solo vagamente una violazione
delle “ground rules”. Molti giornalisti decisero allora di muoversi
clandestinamente per cercare informazioni, rischiando così
l’espulsione.

Ad alcune settimane dall’inizio della guerra, gli unici
corrispondenti che rimasero a Bagdad furono Peter Arnett per la Cnn e
Alfonso Rojo per il “Mundo”, tutti gli altri erano partiti o mandati
via dal governo.

Rojo, l’unico europeo rimasto, si arrangiò in qualche modo per
riuscire a trasmettere i suoi articolo alla redazione, mentre Arnett
divenne l’unica voce di Bagdad, parlando quotidianamente in diretta con
una scritta che scorreva in “sottopancia” per ricordare che le immagini
venivano trasmesse con i controllo del governo iracheno. 

La convinzione che quella del Golfo fu una “guerra televisiva”
veniva dalle immagini di Arnett a Bagdad: prima di allora non c’era mai
stato un giornalista che quotidianamente inviava corrispondenze dal
campo del nemico. Mai, prima, tutto ciò che veniva conosciuto di una
guerra era passato solamente dalla tv, o comunque aveva trovato nella
tv la principale fonte d’informazione (l’82 % degli americani aveva
appreso le notizie sulla guerra dalla tv). “Ma questo dominio totale,
assoluto, non ere soltanto nel peso che le corrispondenze live
di Arnett facevano cadere sull’andamento della guerra, o comunque sulla
conoscenza che così se ne aveva. La tv esaltava se stessa diventando la
bis- televisione, poiché le uniche immagini del conflitto che intanto si stava combattendo erano le riprese televisive che le bombe intelligenti
inviavano mentre volavano verso il bersaglio [...] e che poi il
pentagono passava alle televisioni perché le ri-trasmettessero. La tv
al quadrato, la tv della tv era l’incoronazione divina del supermedium”.13

La rottura che l’esperienza di Arnett portò nel campo dei reportage
di guerra riaprì l’antico problema del ruolo del corrispondente. 

Uno degli ordini del JIB fu che non una foto di morti o di feriti
dovesse uscire da Dhahran, e infatti non ne uscì una: la guerra in
Vietnam aveva insegnato, e la liberazione del Kuwait venne mostrata
come una passeggiata elettronica, una sorta di videogioco. I morti
iracheni non ci furono perché nessun reporter ne aveva dato notizia. E
se la tv non c’è, ormai non c’è la realtà. Questo nuovo rapporto tra tv
e realtà fa nascere una nuova dimensione della storia, nel senso che
ormai è la televisione a creare in modo quasi esclusivo la storia,
dettando anche i modi e i tempi del suo farsi. 

La mediatizzazione della guerra ha mutato anche il modo di
conoscerla: il profilo spettacolare della guerra che ci viene mostrato
(lato molto poco verosimile della guerra), ci è sufficiente, ci
soddisfa, è omogeneo con la cultura dell’”infotainment”, e trova anche
un rilevante sostegno politico nelle leadership che governano il mondo.
L’esperienza della guerra delle generazioni attuali è dunque legata
alle forme mediatiche che l’hanno riprodotta, specialmente alla
rappresentazione televisiva.

A un anno dalla guerra del Golfo la teatralizzazione
dell’informazione era diventata il linguaggio specifico della
comunicazione. Cadeva ogni limite tra vero e verosimile: tutto è vero
perché tutto si vede e quello che non si vede non esiste. Oggi la tv
pilota le scelte di politica, decide i fatti, crea gli eroi. La
funzionalità nella rappresentazione del reale va sostituendo la qualità
oggettiva della realtà. Il “reality show” diventa così il modello
omogeneizzante dell’informazione. Il vecchio corrispondente di guerra
viene messo fuori scena dalle tecnologie e dalle nuove leggi del
mercato dell’informazione. Questo è un modello di comunicazione nel
quale il giornalismo si riduce a un flusso di messaggi funzionale agli
interessi commerciali del medium, il quale deve sottostare alle regole
dell’audience. Questo tipo di giornalismo non ha bisogno di giornalisti
“alla vecchia maniera”.

 

La guerra del Kosovo:

La situazione in Kosovo presentava ampie similitudini con il Golfo:
c’era un territorio off limits (là il Kuwait, qui lo stesso Kosovo),
c’erano attacchi aerei sulla cui effettività non c’era possibilità di
controllo, c’era un flusso di informazioni da tenere sotto controllo.
Qui però non c’era solo Arnett, ma uno stuolo di reporter.

L’obiettivo primario era quello di tenere unito il fronte interno
all’Alleanza Atlantica e per raggiungerlo si consigliava vaghezza,
moderazione, approssimazione, qualche filmato di tanto in tanto per
soddisfare le voglie del pubblico.

Anche nella guerra del Kosovo la frontiera tra informazione e
propaganda rimase molto incerta. Il linguaggio però ha avuto meno
trionfalismo, meno esaltazione, meno retorica, rispetto al 1991: per
ragioni di copertura politica la Nato non ha mai usato la parola
“guerra”, preferendo “operazioni” o “campagna”; anche nei testi dei
giornali si leggeva di “profughi” ma mai di “coraggio”, di “patria”, di
“confitta”, di “trionfo”. E’ stato detto che quella del Kosovo fu la
prima “infowar”, una guerra di informazione, almeno nel senso che
entrambi i fronti hanno tentato, molto più che in passato, di
guadagnarsi il consenso di tutti i media. Fu questa la vera novità: in
passato i messaggi di un quartier generale erano indirizzati quasi
esclusivamente al fronte interno, invece nel Kosovo, i messaggi avevano
una doppia destinazione (il fronte interno ma anche l’opinione pubblica
dell’avversario). Questa dinamica era già presente nel lavoro di Arnett
a Bagdad ma in Kosovo divenne una forma organica di strategia di
entrambe le fazioni. Fu una strategia spregiudicata per la bassa
presenza di immagini e il passaggio dei messaggi propagandistici
attraverso segnali simbolici. In Kosovo volava in cielo la più alta
tecnologia militare, e sulla terra c’erano colonne di profughi in fuga,
ma la guerra non c’era, era invisibile, era ormai sconfinata nel
virtuale.

I veri eroi della guerra del Kosovo sono stati molti navigatori di
Internet (come Radovan, Goran, Mirja), eroi sconosciuti che hanno
tenuto un contatto costante fra il Kosovo e il resto del mondo. Fin dal
primo giorno di guerra hanno raccontato le loro sensazioni e emozioni
dall’inferno che era diventato l loro Paese. La gran parte degli
internauti però non era come Radovan Goran e Mirja ma si era mobilitata
soltanto per produrre propaganda, facendo pubblicità alle ragioni di
Milosevic. La disinformazione infatti è una delle più classiche
tecniche della guerra psicologica e anche i Kosovari ne fecero uso.
Mentre però gli aerei della Nato ricorrevano alle vecchie pratiche dei
volantini lanciati sulle città e sulle trincee nemiche, i serbi
rispondevano con Internet e con i messaggi on-line.

Radovan, Goran, Mirja sono stati i protagonisti della guerra perché
ne sono diventati i reporter, sostituendosi ai corrispondenti tenuti in
catene dalla censura del ministero dell’informazione, dal divieto di
lasciare Belgrado, dal rifiuto di un visto d’entrata. I racconti di
questi reporter improvvisati erano densi di emozioni e mancavano di
distacco  ma erano comunque la cronaca di un tempo e di una realtà che
nessun altro era in grado di raccontare da così vicino.

 

“Il giornalismo di guerra è espressione diretta de proprio
tempo, perchè allo stesso modo della guerra è trascinato senza
mediazioni nei territori che l’evoluzione tecnologica apre agli
arsenali militari.”1

 

La lezione del Kosovo fu dunque che i media non sono più un fattore
esterno al campo di battaglia: ormai vanno considerati come un elemento
essenziale della strategia militare e politica. Anzi hanno anche un
ruolo preciso nell’assegnazione delle parti: sono lo strumento di
legittimazione delle guerre.

L’etichetta di “infowar” è stata assegnata alla guerra in Kosovo per
l’irrompere dell’”information technology” in un territorio solitamente
esclusivo del giornalismo. Internet non offre nessuna garanzia al suo
fruitore. La sua verità è senza prove, senza controllo. E’ agli
antipodi della verità del giornalismo (quello vero), che si basa invece
sulla verifica delle informazioni e sul controllo delle fonti. Internet
ha aperto la strada al fatto che ogni cittadino può diventare un
reporter.

Gianluca Nicoletti, nel programma “Golem” di Radio Rai, ha smontato
i programmi di radio e televisione analizzandone le componenti
semantiche e i vizi e le virtù mediatiche. In una di queste
trasmissioni ha affermato, riguardo alla guerra in Kosovo: “Poiché
la tv non riesce a rappresentare la guerra, allora la gente si è
attrezzata. Chi vuol saperne di più scandaglia Internet”. Ma tra
la tv e internet c’è una sostanziale differenza: gran parte delle
persone che cercano notizie sul “www” tenta di recuperare da casa
propria una dimensione concreta della guerra e non va solo a leggere i
comunicati o i messaggi delle organizzazioni e delle istituzioni.
Internet viene usato come spazio per la costruzione di un metauniverso
dove è possibile la ricostruzione quasi fisica della realtà attraverso
suoni, voci, immagini, rumori. Diventa una specie di “voyeurismo”:
collegandosi per esempio con www.pejla.nu o con uno dei tanti
siti che offrivano un ricevitore a one corte, il pc si sintonizzava
sulle trasmissioni non sempre criptate delle truppe Nato o ascoltava la
voce febbrile dei piloti che si preparavano all’attacco. L’internauta
cancellava la mediazione del giornalista nella conoscenza dei fatti.  

 

Il racconto della guerra richiede ormai una dotazione di strumenti e
di conoscenza che si avvicinano sempre più a quelli militari, ma che
vanno anche accompagnati da una conoscenza delle relazioni
internazionali che è invece simile a quella dei diplomatici: una
carenza nel primo campo mette sempre più il corrispondente di guerra
nelle mani dell’ufficio stampa dello stato maggiore; le carenza nel
secondo settore producono interpretazioni parziali dei fatti e
reportage di corto respiro.

 

Nella guerre moderne (lo si è visto nel Golfo e in Kosovo) si
afferma il rovesciamento di ogni logica: nel confronto tra realtà e
virtualità è quest’ultima a vincere, e la realtà, quando non riesce ad
essere confermata dalla virtualità viene espulsa dalla dimensione della
conoscenza ( o comunque ha un ruolo marginale); il “mito” diventa
esperienza comune del quotidiano. Nell’ultima guerra jugoslava la
virtualità è stata determinata dalla presenza (assenza) del Kosovo
nelle corrispondenze di giornalisti stranieri: tutti raccontavano il
Kosovo me in realtà lì non c’era nessuno.

Queste due guerre hanno dunque aperto un’era in cui si dà un forte
ruolo all’opinione pubblica, chiamata ad essere essa stessa un’arma. E
mentre si riconosce alla comunicazione e all’informazione questa
capacità di incidere sull’orientamento della società civile,
contemporaneamente si applica con ogni rigore il principio di chiudere
alle notizie la guerra stessa. Gli stati maggiori sono diventati
pienamente consapevoli dell’importanza che l’informazione ha sulla
condotta di un conflitto.

“L’informazione è potenza, ed è un fattore che sta modificando
la politica, la strategia, l’economia.[...] E’ inutile sperare che
possa essere disattivato con regolamentazioni restrittive. I media sono
divenuti attori della crisi”15.

 Questa consapevolezza non ha effetti solo sui piani
operativi (facendo preferire le forme d’intervento che mettano meno a
rischio l’obiettivo dell’”opzione zero”, cioè zero morti tra i propri
soldati), ma causa anche l’inevitabile allontanamento dei giornalisti
dal campo di battaglia per impedire che possa esservi una parte
dell’informazione che sfugga al controllo.

Oggi i reporter sono parte attiva del conflitto mentre una volta ne
erano solo testimoni, ma paradossalmente riuscivano ad avere migliori
informazioni e una più corretta visuale del conflitto. Oggi il reporter
è più facilmente incastrabile nelle forma di manipolazione e il suo
ruolo viene dunque svuotato.

Con la massiccia diffusione di internet anche sui campi di battaglia
però, pur con tutti i limiti che questo mezzo può avere, sarà forse più
difficile ingabbiare il reporter.     

Il ruolo delle immagini:

Solo le parole non bastano mai a raccontare una guerra. La storia di
una guerra resta fissata nella mente solitamente grazie a un’immagine.

·        La guerra del Golfo viene ricordata da tutti inquadrata
nello schermo della Cnn dove comparivano i traccianti verdi nel cielo
notturno di Bagdad.

·        Il nazismo durante la seconda guerra mondiale è richiamato
alla mente dalla foto del piccolo giudeo spaurito che viene via dal
ghetto di Varsavia con le mani alzate, e dai corpi inscheletriti nei
lager ebrei.

·        La vittoria americana nel Pacifico durante la seconda
guerra mondiale viene esemplificata nella foto di un piccolo gruppo di
marines a Iwo Jima che sofferenti e coperti di fango stanno levando al
cielo la bandiera a stelle e strisce.  Qualche anno fa si è venuto a
sapere che quella fotografia era in realtà un’abile montatura, ma
l’impatto dell’immagine è tanto forte e pervasivo che nemmeno questa
notizia è riuscita a toglierle il ruolo di simbolo di quella
vittoria.   

·        In Vietnam, la guerra è riassunta dall’urlo della piccola
vietnamita nuda che scappa via dalle fiamme o dalla foto i un vietcong
immortalato nell’attimo in cui riceve un colpo di pistola alla tempia.

·        La Guerra di Spagna si ritrova nella famosa foto di Robert
Capa, che ritrae un miliziano repubblicano fulminato dalla morta mentre
salta una trincea

 

Il giornalista che scrive gli articoli ha sempre la possibilità di
recuperare una storia anche se già avvenuta, le parole possono anche
reinventare un fatto, ridargli vita come fosse appena accaduto; per il
fotoreporter invece è diverso, egli deve essere lì dove e quando la
cronaca si sviluppa. Anche se la tecnologia sta facendo passi da
gigante, per la documentazione dell’immagine non ci sono ancora
succedanei.

La rivoluzione dell’immagine cominciò con la guerra di Spagna  con
la quasi contemporanea nascita di “Life”, il magazine illustrato che
divenne la bibbia dell’immagine.

La fotografia viene considerata uno strumento obiettivo di
documentazione perché questa è stata fin dall’inizio la consuetudine
sociale. I governi e i comandanti in capo perfettamente consci di ciò,
chiesero anche alla fotografia (come alla parola) di piegarsi a una
funzione propagandistica ma per fortuna non tutti accettarono.        

 

BIBLIOGRAFIA:

 

·        Franco Abruzzo, “Codice dell’informazione” (quarta edizione), Centro di Documentazione giornalistica, 2003

·        Mimmo Càndito, “I reporter di guerra. Storia di un
giornalismo difficile da Hemingway a Internet”, Baldini & Castoldi,
2000

·        Piero Melograni, “Storia politica della grande guerra”, Mondadori, 1998

·        Paolo Murialdi, “Storia del giornalismo italiano”, il Mulino, 2000

 

 

 

     

            



[1] A Gatti, “Caporetto”, cit., pp. 413-14 (alla data del 29 novembre 1917)

 

[2]
In tempi più recenti, nei giorni che precedettero l’inizio dell’
operazione “desert storm” in Iraq, Saddam Hussein tentò un’operazione
simile ma al rovescio: lui, che per tutti era “il cattivo”, doveva
ripulire la sua immagine infangata, fra le altre cose, dalle notizie di
tecnici europei tenuti in ostaggio e usati come schermo per i possibili
bersagli militari. Saddam chiamò la tv a riprendere il suo incontro con
una famiglia inglese in ostaggio a Bagdad per mostrare al mondo la
cortesia e la gentilezza con cui trattava gli ospiti. L’operazione fu
un completo fallimento: nel momento cruciale in cui Saddam doveva dare
una carezza a uno dei bimbi presenti, il piccolo si allontanò
terrorizzato scoppiando in un pianto.

[3] Lo Statuto Albertino del 1848 diventerà la legge fondamentale del Regno d’Italia.

L’art. 28 dello Statuto (riprendendo la dichiarazione universale dei
diritti dell’uomo nata dalla rivoluzione francese) afferma che “la stampa è libera ma una legge ne reprimerà gli abusi.”

L’Editto Albertino sulla stampa invece contiene:

·          L’affermazione della libertà di manifestare il pensiero
per mezzo della stampa o di qualsiasi altro mezzo atto a riprodurre
segni figurativi;

·          L’affermazione che ogni cittadino maggiorenne e che goda
possa godere dei diritti civili, le società anonime o in accomandita, i
“corpi morali” riconosciuti tali possono pubblicare un giornale o
scritti periodici;

·          L’affermazione che il tipografo (che esige
un’autorizzazione per svolgere l’attività) deve apporre sullo stampato
i propri dati e l’anno di stampa;

·          L’obbligo per tutti gli stampati di avere un gerente
responsabile, che è perseguibile penalmente per tutte le infrazioni
della legge ( e con lui lo sono anche tutti coloro che firmano gli
articoli);

·         L’obbligo di pubblicare le rettifiche o le precisazioni
provenienti da persone nominate negli articoli subito dopo il loro
arrivo in redazione; queste possono devono avere una lunghezza anche
doppia rispetto all’articolo che le ha determinate e comunque una
lunghezza massima di 30 righe;

[4]
In anni recenti, questa metodologia è stata adottata più volte dai
giornali italiani: per esempio durante la guerra delle Malvinas e nelle
guerre in Medio Oriente. Nessuno però è mai riuscito ad applicarlo in
modo così rigido come il “New York Times”: per le Malvinas infatti,
nella pagine prevalevano sempre le notizie da Londra e sul Medio
Oriente c’è sempre stata una propensione verso una maggiore credibilità
degli articoli dal fronte israeliano.

Anche per la Guerra del Golfo del ’91 c’è stato un tentativo di
applicazione di questo metodo ma poi, la partenza più o mano obbligata
di tutti i corrispondenti da Bagdad ne impedì l’applicazione (per i
media occidentali restarono solo Peter Arnett della Cnn e Alfonso Rojo
del “Mundo” ). Una valida soluzione la trovò Paolo Mieli che fece
nascere una rubrica quotidiana, il “Diario arabo” dove si cercava una
rappresentazione dei fatti del giorno in un’ottica aperta alle ragioni
del mondo islamico (il “Diario arabo” veniva scritto a nella redazione
di Roma da Igor Man).

  [5] Mimmo Càndito, “I reporter di guerra”, pag. 357

 6 Mimmo Càndito, “I reporter di guerra”, pag. 386

 7 P. Knightley, “Il dio della guerra” , pag.362

8 A. Calder, “The people’s war”, London 1969, pag. 140

 9 Mimmo Càndito, “I reporter di guerra”, pag. 464

 10 P. Arnett: “Campi di battaglia”. Milano 1994

 11 Mimmo Càndito, !I reporter di guerra”, pag. 472

12  Mimmo Càndito, !I reporter di guerra”

13  Mimmo Càndito, !I reporter di guerra”, pag. 504

14 Mimmo Càndito, !I reporter di guerra”, pag. 220

15 C. Jean, “Relazione al Centro Alti Studi della Difesa”