La stretta ai prepensionamenti dà sollievo ai conti Inpgi

Da «Il Sole 24 Ore» del 25 novembre 1997

Sulle prospettiva dell’Istituto pesa l’incognita-occupazione

di Franco Abruzzo

Per l’Inpgi comincia la partita del risanamento fra grida di
allarme, telefonate angosciate di anziani giornalisti in quiescenza,
polemiche anche velenose. Tutto è cominciate il 16 ottobre, quando
Paolo Serventi Longhi, segretario della Fnsi (il sindacato della
categoria), ha annunciato che la Federazione aveva deciso di adottare
misure straordinarie ("per evitare che l’Istituto paghi oneri
impropri") e ha invitato Governo ed editori ad intervenire al più
presto per una riforma della legge n. 416/1981: «Non firmeremo più - ha
dichiarato Serventi Longhi - accordi che prevedano l'attivazione della
Cig destinata ai licenziamenti per non aggravare ulteriormente la
disoccupazione, non firmeremo nemmeno accordi in applicazione della 416
per prepensionamenti in stati di ristrutturazione o stati di crisi non
verificati e comprovati, ci opporremo con ogni mezzo lecito
all'attivazione dei prepensionamenti volontari determinati da accordi
ex legge 416». Il segretario della Fnsi in quell’occasione ha tracciato
anche un quadro piuttosto allarmante della situazione: due terzi dei
giornalisti italiani lavorano senza contratto, di questi 15mila sono
pubblicisti precari e 4mila professionisti. Solo un terzo, circa 10mila
professionisti su 15.079 iscritti all'Ordine al 31 dicembre '96,
"vivono" nelle redazioni. Per gli altri la giungla contrattuale è la
più diversa e imprevedibile, fino al vero e proprio lavoro nero. «In
sostanza - secondo Serventi Longhi - si riduce fortemente e
progressivamente la popolazione giornalistica e quindi il monte
contributi, mentre aumentano disoccupati, freelance, precari e lavoro
nero. Le redazioni si riducono di numero a causa del blocco del turn
over, prepensionamenti, estensione dei service e pool redazionali di
settore per più testate».

La reazione della Fieg non si fece attendere e fu violenta contro il
blocco dei prepensionamenti minacciato dalla Fnsi, ma questo non impedì
agli editori di affiancare il sindacato dei giornalisti nel chiedere al
Governo alcuni provvedimenti-tampone nella Finanziaria ‘98. Questa
battaglia fu giocata nei primi giorni del mese e trovò comprensione a
Palazzo Chigi e ai ministeri del Tesoro e del Lavoro. Le misure,
approvate dal Senato, sono ora all’esame della Camera e possono essere
riassunte così:

1) - la riserva tecnica pari a cinque annualità delle
pensioni in pagamento verrà calcolata con riferimento alle pensioni in
essere nel 1994 (salvo adeguamento della somma complessiva che verrà
determinata sulla base di criteri che saranno individuati di volta in
volta, con decreti ministeriali Lavoro-Tesoro. una volta valutati i
bilanci tecnici da presentare con periodicità triennale);

2) - verrà elevata l’età del prepensionamento e il numero
degli anni minimi di contributi (rispettivamente 58 anni al posto di 55
e 18 anni al posto di 15). I vecchi requisiti avranno valore per i
giornalisti di aziende che abbiano già stipulato o trasmesso al
ministero del Lavoro gli accordi sindacali previsti per le procedure di
ammissione ai benefici della legge n. 416/1981 prima dell’entrata in
vigore delle nuove disposizioni;

3) - si potrà usufruire dei prepensionamenti in caso di
ristrutturazione o di riorganizzazione in presenza di crisi aziendali
(ma le case editrici con i conti in nero non dovrebbero utilizzare
questo strumento previsto dalla legge n. 416/1981);

4) - dal 1998 si applicheranno all’Inpgi le nuove norme Inps
per le pensioni di anzianità: bisognerà avere 35 anni di contributi e
54 anni di età, mentre la decorrenza sarà scaglionata nell’anno a date
fisse;

5) - le pensioni alte, infine, subiranno nel ‘98 il blocco delle indicizzazioni (con un risparmio di 4 miliardi);

6) - l’Inpgi, infine, sarà esonerato dal pagamento del contributo annuale di solidarietà all’Inps pari a 7-8 miliardi.

L’11 novembre, a pochi giorni dal varo del pacchetto di emergenza a
favore dell’Inpgi, scoppia una bomba, che scuote Palazzo Chigi e i
ministeri del Tesoro e del Lavoro, i quali si erano adoperati per
salvare la cassa privatizzata dei giornalisti: i quattro giornalisti
membri del Collegio dei revisori dell’Istituto emettono un comunicato
stampa in cui invitano la categoria a «respingere il tentativo di
commissariamento che il Governo sarebbe pronto a fare in danno
dell’autonomia economica della categoria...L’ipotesi di
commissariamento dell’Inpgi, prospettata in ambienti ministeriali e che
qualcuno dentro e fuori l’Istituto caldeggia, è un’impraticabile
opzione sulla quale i giornalisti italiani devono dire un chiaro e
netto no». I sindaci invitano la Fnsi a premere sul Governo con forza
affinché la legge n. 416/1981 sia riformata in modo rapido ed equo. La
mossa, che crea stupore negli ambienti ministeriali, si sgonfia presto,
perché si comprende che è figlia della guerra di posizioni all’interno
del mondo giornalistico. I sindaci sono stati smentiti il 20 novembre
da una nota dell’ente previdenziale.

Fnsi e Fieg (che ha due rappresentanti nel Consiglio di
amministrazione dell’Inpgi, di cui uno è vicepresidente) tirano il
fiato. Le misure accolte dal Governo concedono alcuni anni di respiro,
ma la situazione resta pesante, anche se attualmente di fronte a un
pensionato ci sono 2,4 giornalisti che versano i contributi. Fino a
quattro anni fa, su ogni 100 lire incassate l’Inpgi ne accantonava 12
contro le 2 di oggi. Ciò significa che pensionamenti ordinari,
prepensionamenti, ricorsi alla cassa integrazione e pagamento di
indennità di disoccupazione hanno determinato una impennata delle
uscite, mentre le entrate sono stazionarie o in calo rispetto alle
previsioni (le aziende non assumono e non sostituiscono chi va in
quiescenza): si può dire che il gettito contributivo copra le uscite.

 

Ai primi di ottobre la situazione finanziaria dell’Inpgi presentava
questi numeri: per rispettare le prescrizioni della legge n. 509/1994
sulla privatizzazione delle casse dei professionisti, l’Inpgi avrebbe
dovuto possedere una riserva legale di 2mila miliardi (contro 1750
effettivi). L’Istituto era sotto di 250 miliardi. Per effetto delle
novità previste nella Finanziaria ‘98, la riserva tecnica sarà
calcolata nei 1400 miliardi del 1994 (ciò significa che l’Inpgi ha un
eccesso di riserva di 350 miliardi). La copertura delle 5 annualità
rispetto alle disponibilità ha una media del 5,2 contro il 4,9 del 1994
e il 4,1 dell’ottobre 1997. La Finanziaria ‘98 in sostanza regala
all’Inpgi una somma pari a 600 miliardi, portando la riserva legale da
2mila a 1400 miliardi. Ma è evidente che si tratta di un abile
artificio contabile, che lascia i problemi a lunga scadenza insoluti.

Nel frattempo il Consiglio di amministrazione dell’Inpgi ha
impostato una manovra di contenimento della spesa previdenziale che
prevede:
- un taglio medio delle pensioni future del 14 per cento
(con una forbice che va dall’11 al 20 per cento). Il risparmio sarà di
due miliardi nel 1998 e crescerà progressivamente negli anni successivi;
-
l’abrogazione della pensione non contributiva; della una tantum ai
superstiti; della borsa e degli assegni di studio; dei rimborsi per
cure termali e delle spese funerarie con un risparmio di due miliardi.

Fnsi, Fieg e Inpgi hanno chiesto, inoltre, al Governo l’accorpamento
delle aliquote contributive (sul modello di quanto ha fatto l’Inps
qualche anno fa) con lo spostamento della percentuale dello 0,57 oggi
destinata alla maternità e di quella dello 0,14 oggi destinata alla Tbc
al Fondo Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti). Si tratta di uno
0,71 (che non cambia l’entità delle uscite degli editori) che vale
grosso modo 10 miliardi.

Nel 1998, quindi, l’Istituto potrà contare su 26 miliardi in più
rispetto al 1997 (8 miliardi del contributo all’Inps, 4 miliardi di
mancate indicizzazioni, 2 miliardi relativi al taglio delle pensioni da
concedere nel 1998 stesso, 2 miliardi relativi al taglio di benefici
alla categoria e 10 miliardi relativi all’accorpamento delle aliquote
contributive) .

Alla lunga, però, il sistema Inpgi non può reggere, anche se dovesse
inglobare i 2-3mila giornalisti pubblicisti contrattualizzati o se
dovesse recuperare i «redattori di fatto» che oggi lavorano nelle
emittenti radiotelevisive private. Le emittenti private hanno alle
dipendenze appena 650 giornalisti (di cui 350 sono redattori di
Mediaset). Proprio in questi giorni i dirigenti della stampa tecnica e
specializzata hanno respinto l’applicazione del contratto Fnsi-Fieg in
quanto lo giudicano troppo oneroso. Stentano, però, a decollare le
trattative tra Fnsi, Frt, Uspi, Anes e ANti in vista della stipula di
un contratto dai costi contenuti, mentre sono stati avviati contatti
esplorativi tra Fnsi, Aer e Corallo..

La boccata di ossigeno dei 26 miliardi dà un po' di respiro nel
tempo breve. Servono all’Inpgi, - con il bisogno di avere attorno a sé
una unità effettiva della categoria lontana dai giochi miopi di palazzo
-, scelte coraggiose e responsabili, anche se impopolari per ritrovare
l’equilibrio tra entrate e uscite. Da questo equilibrio dipende la
sicurezza delle prestazioni future dell’Istituto.