Cumulo pensione-redditi: perché i giornalisti sono cittadini di serie B rispetto a ragionieri, avvocati e pensionati Inps

(analisi di Franco Abruzzo)

Il nuovo articolo 15 del Regolamento Inpgi
sulla disciplina del cumulo tra pensioni
e redditi da lavoro dipendente e autonomo


Commento alla circolare n. 69 del 29 gennaio 2003 del presidente
dell’Inpgi dopo il sì del ministro del Lavoro Roberto Maroni alla
delibera n. 106/2001 dell’Istituto

Cumulo pensione-redditi:
perché i giornalisti sono
cittadini di serie B
rispetto a ragionieri, avvocati
e pensionati Inps

Consiglio di amministrazione e Consiglio generale hanno approvato
una delibera (n. 106 del 28 giugno 2001) la quale, ratificata il 21
gennaio 2003 dal Ministro del Lavoro, prevede le seguenti possibilità
di cumulo:

  • titolari di pensione di vecchiaia (ottenibile ad almeno 65 anni di
    età per gli uomini e a 60 per le donne) o titolari di pensioni di
    anzianità con almeno 40 anni di contributi: totale cumulabilità con
    redditi da lavoro, autonomo o dipendente;
  • titolari di pensione di vecchiaia anticipata (attualmente
    ottenibile con almeno 62 anni di età e almeno 30 contributi Inpgi):
    cumulabilità, per lavoro dipendente ed autonomo, fino a 7.746 euro
    annui (15 milioni di vecchie lire). L’eventuale eccedenza di reddito è
    decurtabile fino a raggiungere il 50 per cento della pensione;
  • titolari di pensione di anzianità con meno di 40 anni di
    contributi, o prepensionati in base alla legge 416/81: incumulabilità
    totale per i redditi da lavoro dipendente. Per redditi da lavoro
    autonomo è prevista, invece, la possibilità di cumulare fino a 7.746
    euro annui. L’eventuale eccedenza è decurtabile fino a raggiungere il
    50 per cento della pensione.

 


analisi di Franco Abruzzo

1. Premessa. La libertà di cumulo tra pensione e redditi da
lavoro dipendente e autonomo sbarca anche nel pianeta Inpgi, ma
riguarda solo i titolari di pensione di vecchiaia (con 40 anni di
contributi). La novità è contenuta nella delibera approvata il 28
giugno 2001 (n. 106) dal Consiglio generale dell'Istituto (e ratificata
il 21 gennaio 2003 dal ministro del Lavoro Roberto Maroni), che ha
modificato l'articolo 15 del suo regolamento. Il Consiglio ha
stabilito, inoltre, che (rivalutati
ogni anno in base agli indici Istat). Chi ha una pensione di anzianità
può cumulare fino a 15 milioni a patto che siano soltanto redditi di
lavoro autonomo. La somma dei 15 milioni, a differenza del passato
(quando il tetto cumulabile era di 9,6 milioni), è esente. Queste le
novità (in vigore dal 1° gennaio 2001) racchiuse nella delibera n.
106/2001:

* Le pensioni di vecchiaia sono cumulabili con i redditi da lavoro autonomo e dipendente nella loro interezza.

* Il trattamento pensionistico di vecchiaia anticipata è cumulabile
con i redditi da lavoro autonomo e dipendente fino al limite massimo di
15 milioni. La quota di reddito eccedente questo limite è incumulabile
fino a concorrenza del 50% del predetto trattamento pensionistico, al
netto della quota cumulabile.

* Le pensioni di anzianità non sono cumulabili con i redditi da
lavoro dipendente nella loro interezza. Sono, invece, cumulabili con
quelli da lavoro autonomo fino al limite massimo dei 15 milioni. La
quota di reddito eccedente questo limite è incumulabile fino a
concorrenza del 50% del predetto trattamento pensionistico, al netto
della quota cumulabile.

* Il limite di 15 milioni è rivalutato ogni anno secondo i coefficienti Istat.

* Le pensioni di anzianità sono equiparate, agli effetti del cumulo,
alle pensioni di vecchiaia quando i titolari compiono l'età prevista
per le pensioni di vecchiaia ovvero quando sono state liquidate con
almeno 40 anni di contribuzione.

* La disciplina vigente per le pensioni di vecchiaia anticipata si
applica anche nel caso di cumulo della pensione di invalidità con i
redditi di lavoro autonomo e con i redditi di lavoro dipendente di
natura non giornalistica.

* Ai trattamenti pensionistici liquidati ai sensi dell'articolo 37
(prepensionamenti) della legge 416/1981, agli effetti del cumulo, si
applicano le precedenti disposizioni vigenti per le pensioni di
anzianità.

L’Inpgi non ha valutato che la pensione di vecchiaia anticipata non
è una formula giuridicamente autonoma rispetto alla pensione di
vecchiaia e che, comunque, entrambe le formule sono equiparabili nel
trattamento di cumulo. Storicamente le due formule sono state sempre
assimilate, in sede Inpgi, da un dato percentuale di natura economica:
l’Inps calcola il limite massimo dell’80% del reddito pensionabile,
moltiplicando 40 (anni di anzianità contributiva massima) x 2%
(aliquota di rendimento). L’Inpgi, invece, calcola il limite massino
dell’80% del reddito pensionabile, moltiplicando 30 (anni di anzianità
contributiva massima) x 2,66% (aliquota di rendimento). I presidenti
dell’Inpgi hanno sostenuto negli anni trascorsi (e recentemente anche
Gabriele Cescutti con il comunicato stampa diramato dall’Ansa il 13
settembre 2002) la superiorità del sistema Inpgi, sbandierando che
l’Istituto per ogni anno di lavoro riconosce (vedi articolo 7 del Regolamento della Fondazione, ndr)
una aliquota di rendimento pari al 2,66% contro il 2% dell’Inps e che i
30 anni dell’Inpgi equivalgono ai 40 dell’Inps. Si tratta adesso di
essere coerenti anche rispetto al comma 2 dell’articolo 4 del
Regolamento dell’Istituto: "Il diritto alla pensione di vecchiaia
può essere anticipato in presenza di almeno 360 contributi mensili
accreditati presso l'Istituto per gli uomini al conseguimento dei
requisiti di età indicati nella tabella C allegata". La pensione di
vecchiaia è un diritto usufruibile con anticipo (sino al 2006), ma
senza alcuna penalizzazione successiva. Il Regolamento dell’Inpgi,
infatti, non parla di penalizzazioni o limitazioni successive: la
prestazione giuridicamente è inscindibile. Cescutti il 13 settembre
2002 ha scritto: "Il livello della pensione Inpgi rimarrà,
comunque, e di gran lunga, superiore a quello in atto
nell’assicurazione generale obbligatoria. E ciò grazie alle migliori
aliquote di rendimento le quali consentono, a parità di retribuzione e
numero di contributi, di maturare all’Inpgi in 30 anni lo stesso
livello di pensione che all’Inps si può maturare in 40 anni".Diversamente
è configurata nella delibera citata la posizione di chi usufruisce di
pensione di anzianità (35 anni di contributi pari a 420 contributi).
Secondo l’articolo 72 (II comma) della legge 388/2000, "le relative trattenute non possono, in ogni caso, superare il valore pari al 30 per cento dei redditi (autonomi)".
L’Inpgi, invece, consente al titolare di pensione di anzianità il
cumulo dei redditi autonomi "fino al limite massimo dei 15 milioni". La
violazione dell’articolo 72 appare in questo caso inspiegabile
razionalmente.

L’Inpgi si rifiuta, quindi, con la complicità di un Ministro, di
applicare l’articolo 72 della legge n. 388/2000 e l’articolo 44 della
legge 289/2002, che consentono la libertà di cumulo per i pensionati di
vecchiaia e i pensionati di anzianità. L’Inpgi e Maroni violano
l’articolo 3 della Costituzione in maniera macroscopica.

La Corte costituzionale, con sentenza n. 437/2002, ha scritto che i
ragionieri iscritti alla relativa Cassa hanno libertà di cumulo,mentre
il medesimo diritto è stato riconosciuto dalla stessa Corte anche agli
avvocati. La Corte di Cassazione ha deciso, con sentenza 6680/2002, che
la legge n. 388/2000 si applica anche all’Inpgi.

Se l’Inpgi è una cassa privatizzata non può non comportarsi come
quelle degli avvocati e dei ragionieri, che riconoscono la libertà di
cumulo ai propri iscritti; se è, ed è, ente sostitutivo dell’Inps,
l’Inpgi deve seguire la normativa dell’Inps come impone il punto 4 dell’articolo 76 della legge n. 388/2000: "Le
forme previdenziali gestite dall'Inpgi devono essere coordinate con le
norme che regolano il regime delle prestazioni e dei contributi delle
forme di previdenza sociale obbligatoria, sia generali che sostitutive".
Non c’è una terza via. L’Inpgi è con le spalle al muro: il principio
costituzionale dell’uguaglianza di trattamento non lascia spazi di
manovra. Sulle ricadute sostanziali dell’articolo 3 della Costituzione,
la Corte costituzizonale ha scritto, con la sentenza 437/2002, parole
univoche e limpide: "E’, infatti, da osservare anzitutto che il
perseguimento dell’obiettivo tendenziale dell’equilibrio di bilancio
non può essere assicurato da parte degli enti previdenziali delle
categorie professionali ……con il ricorso ad una normativa che,
trattando in modo ingiustificatamente diverso situazioni
sostanzialmente uguali, si traduce in una violazione dell’art. 3 della
Costituzione. L’iscrizione ad albi o elenchi per lo svolgimento di
determinate attività è, infatti, prescritta a tutela della collettività
ed in particolare di coloro che dell’opera degli iscritti intendono
avvalersi".


2. L’esclusione degli enti privatizzati, regolati dal
Dlgs n. 509/1994, dall’ambito di applicazione delle leggi generali deve
essere esplicitamente prevista per legge. Il legislatore ha da
tempo fissato un principio interpretativo regolatore della materia,
quando, con il secondo comma dell’articolo 73 della legge n. 448/1998
(legge finanziaria per il 1999), ha stabilito, in tema di trattamenti
previdenziali obbligatori, che l’esclusione degli enti privatizzati,
regolati dal Dlgs n. 509/1994, dall’ambito di applicazione delle leggi
generali debba essere esplicitamente prevista dalla legge e che in
assenza di tale esplicita esclusione si determina automaticamente
l’applicazione delle relative disposizioni. Il comma 7 dell’articolo 44
della Finanziaria 2003 stabilisce un principio diverso: "Gli enti
previdenziali privatizzati possono applicare le disposizioni di cui al
presente articolo nel rispetto dei principi di autonomia previsti dal
decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, e dall'articolo 3, comma
12, della legge 8 agosto 1995 n. 335". Nel corso del dibattito al
Senato, alcuni parlamentari di diverso schieramento (Viviani, Longhi,
Flammia, Brunale, Caddeo da una parte e Demasi e Cozzolino dall’altra)
hanno tentato di far passare un emendamento che toglieva agli enti
privatizzati "sostitutivi dell’assicurazione generale obbligatoria" la
discrezionalità di applicare le disposizioni previste dai commi 1 e 2
dell’articolo 44, che sanciscono la libertà di cumulo per i pensionati
Inps di anzianità. Gli emendamenti pressoché simili sono stati bocciati
sulla base di una considerazione legata alla lettura dell’articolo 3
(comma 12) della legge n. 335/1995 (riforma Dini delle pensioni)
richiamato espressamente dal comma 7 dell’articolo 44. I senatori,
prima di discutere e di votare, avevano letto sia la sentenza n. 6680
della Cassazione (sezione lavoro) sia la sentenza n. 437/2002 della
Corte costituzionale. In breve i senatori hanno ritenuto che il
Parlamento non abbia dato il suo assenso al Dlgs n. 509/1994 per
consentire alle Casse privatizzare di violare il principio di
uguaglianza giuridica ed economica (articolo 3 della Costituzione),
trattando conseguentemente i propri iscritti come cittadini di serie B.
Quegli emendamenti erano e sono pertanto almeno superflui.


3. Il comma 12 dell’articolo 3 della legge n. 335/1995
distingue gli enti privatizzati tra quelli che gestiscono forme di
previdenza sostitutive (dell’Inps) e "gli altri" che non svolgono
simili funzioni. Il comma 12 dell’articolo 3 della legge n.
335/1995 distingue gli enti privatizzati tra quelli che gestiscono
forme di previdenza sostitutive (dell’Inps) e "gli altri" che non
svolgono simili funzioni. .Soltanto i primi sono tenuti a rispettare la
normativa generale previdenziale. Si legge nel comma 12: "Nel rispetto
dei princìpi di autonomia affermati dal decreto legislativo 30 giugno
1994, n. 509, relativo agli enti previdenziali privatizzati….. Nei
regimi pensionistici gestiti dai predetti enti, il periodo di
riferimento per la determinazione della base pensionabile è definito,
ove inferiore, secondo i criteri fissati all'articolo 1, comma 17,
(della legge n. 335/1995, ndr), per gli enti che gestiscono forme di
previdenza sostitutive e al medesimo articolo 1, comma 18, per gli
altri enti. Ai fini dell'accesso ai pensionamenti anticipati di
anzianità, trovano applicazione le disposizioni di cui all'articolo 1,
commi 25 e 26, per gli enti che gestiscono forme di previdenza
sostitutive, e al medesimo articolo 1, comma 28, per gli altri enti".
L’Inpgi - ente sostitutivo dell’Inps in base all’articolo 76 della
legge n. 388/2000, che richiama le leggi 20 dicembre 1951 n. 1564; 9
novembre 1955 n. 1122 e 25 febbraio 1987 n. 67 – è tenuto, quindi, ad
applicare i commi 1 e 2 dell’articolo 44 della legge finanziaria per il
2003, i quali prevedono la libertà di cumulo per i pensionati Inps di
anzianità. Gli emendamenti, quindi, erano e sono inutili. La Fondazione
Inpgi, ente sostitutivo dell’Inps, ha l’obbligo di applicare la
normativa generale previdenziale, perché il Parlamento non ha escluso
esplicitamente tale vincolo. Tale obbligo nasce dallo svolgimento di "una funzione pubblica": "La
prima questione che si pone è quella dell'applicabilità di questa
normativa ad un ente di previdenza privatizzato, quale è l'Inpgi. In
proposito osserva il Collegio che la natura di ente pubblico o privato
è assolutamente irrilevante, perché ciò che conta, ai fini
dell'applicabilità delle norme pubblicistiche che regolano i poteri
dell'ente, i doveri dei privati e le sanzioni previste per la
violazione degli stessi, è la natura dell'attività esercitata, che
nella specie è l'assicurazione obbligatoria; per il raggiungimento
delle finalità sociali e pubblicistiche di questo tipo di
assicurazione, la legge riconosce anche all'istituto privato la natura
di ente impositore, cui deve conferire ed in effetti conferisce i
poteri necessari, anche sanzionatori; poteri che per la loro stessa
natura non rientrano fra quelli che competono ad una persona giuridica
privata e non possono essere lasciati, in nessun caso, alla
discrezionalità del privato gestore di un servizio pubblico"
(sentenza 6680/2002 della sezione lavoro della Corte di Cassazione). La
sezione lavoro della Cassazione con il principio affermato ("ciò
che conta, ai fini dell'applicabilità delle norme pubblicistiche…, è la
natura dell'attività esercitata, che nella specie è l'assicurazione
obbligatoria…") ha affermato in quell’occasione che l’Inpgi fosse
tenuto ad applicare l’articolo 116 (sulle sanzioni previdenziali) della
Finanziaria per il 2001 (legge n. 388/2001). Quel principio vale
ovviamente per la libertà di cumulo proclamata sia dall’articolo 72
della stessa legge n. 388/2000 sia anche dall’articolo 44 della
Finanziaria per il 2003.

Va detto anche, a tutela della correttezza passata dell’Inpgi, che
l’Istituto ha recepito: a. l’articolo 1 (comma 25) della legge 335/1995
nel punto 4 del suo Regolamento: per i giornalisti "il diritto alla
pensione di anzianità si consegue al raggiungimento di un'anzianità
contributiva pari o superiore a 35 anni, in concorrenza con almeno 57
anni di età anagrafica"; b. l’articolo 10 (comma 7) del dlgs. n. 503/1992 nel punto 8 del suo Regolamento: "Le
pensioni di anzianità sono equiparate alle pensioni di vecchiaia quando
i titolari di esse compiono l'età stabilita per le pensioni di
vecchiaia".

Sarebbe veramente difficile per l’ente, in violazione dell’articolo
3 della Costituzione, opporre oggi un diniego all’applicazione dei
commi 1 e 2 dell’articolo 44 della legge finanziaria per il 2003 sulla
libertà di cumulo dei propri pensionati di anzianità (e sulla libertà
di cumulo dei propri pensionati di vecchiaia compresi nell’articolo 72,
primo comma, della legge n. 388/2000).


4. Le esigenze di bilancio (articolo 2 del Dlgs n. 509/1994)
non prevalgono sul diritto all’eguaglianza di trattamento (articolo 3
Costituzione e sentenza n. 437/2002 della Corte costituzionale). E’
prevedibile, però, che l’Inpgi, invocando autonomia gestionale ed
esigenze di bilancio (articolo 2 del Dlgs n. 509/1994), tenti di non
applicare i commi 1 e 2 dell’articolo 44 della legge finanziaria per il
2003 sulla libertà di cumulo per i pensionati di anzianità come ha già
fatto con l’articolo 72 della legge n. 388/2000, il quale dà la libertà
di cumulo ai pensionati di vecchiaia. L’articolo 2 (comma 2) del Dlgs
n. 509/1994 dice: "La gestione economico-finanziaria deve
assicurare l'equilibrio di bilancio mediante l'adozione di
provvedimenti coerenti alle indicazioni risultanti dal bilancio tecnico
da redigersi con periodicità almeno triennale". I provvedimenti coerenti sono quelli indicati dal comma 12 dell’articolo 3 della legge n. 335/1995: "….Provvedimenti
di variazione delle aliquote contributive, di riparametrazione dei
coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione
del trattamento pensionistico nel rispetto del principio del pro rata
in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione
delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti".

Le cautele dell’Inpgi sono state bruciate dalla sentenza n. 437/2002 della Corte costituzionale:"E’….da
osservare anzitutto che il perseguimento dell’obiettivo tendenziale
dell’equilibrio di bilancio non può essere assicurato da parte degli
enti previdenziali delle categorie professionali …. con il ricorso ad
una normativa che, trattando in modo ingiustificatamente diverso
situazioni sostanzialmente uguali, si traduce in una violazione
dell’art. 3 della Costituzione. L’iscrizione ad albi o elenchi per lo
svolgimento di determinate attività è, infatti, prescritta a tutela
della collettività ed in particolare di coloro che dell’opera degli
iscritti intendono avvalersi.In secondo luogo, si rileva che le norme
concernenti il cumulo tra reddito da lavoro e prestazione previdenziale
presuppongono la liceità dell’esercizio dell’attività lavorativa da
parte del pensionato ed operano quindi su un piano diverso ed in un
momento successivo a quelle del tipo della disposizione censurata,
finalizzate ad impedirne lo svolgimento". Avvocati e ragionieri,
comunque, possono cumulare liberamente pensione e redditi da lavoro.
Non si comprenderebbe, quindi, un atteggiamento negativo dell’Inpgi
(che ha i conti abbondantemente in nero). Se l’Istituto è una cassa
privatizzata non può non comportarsi come quelle degli avvocati e dei
ragionieri, che riconoscono la libertà di cumulo ai propri iscritti; se
è, ed è, ente sostitutivo dell’Inps, l’Inpgi deve seguire la normativa
dell’Inps (che dal gennaio 2001 riconosce la libertà di cumulo ai suoi pensionati, ndr) come impone il punto 4 dell’articolo 76 della legge n. 388/2000: "Le
forme previdenziali gestite dall'Inpgi devono essere coordinate con le
norme che regolano il regime delle prestazioni e dei contributi delle
forme di previdenza sociale obbligatoria, sia generali che sostitutive".
Non c’è una terza via. L’Inpgi è con le spalle al muro: il principio
costituzionale dell’uguaglianza di trattamento non lascia spazi di
manovra. Sulle ricadute sostanziali dell’articolo 3 della Costituzione,
la Consulta ha scritto, con la sentenza 437/2002, parole univoche e
limpide.

E’ possibile recuperare il rispetto della legalità o l’Inpgi è una "repubblica"
autonoma all’interno della Repubblica Italiana? E’ ammissibile che il
Parlamento abbia privatizzato l’Inpgi per permettere poi allo stesso di
negare il diritto all’uguaglianza ai pensionati giornalisti rispetto ai
pensionati avvocati, ai pensionati ragionieri e a i pensionati Inps?

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Il testo della circolare

Cescutti spiega le ragioni
della Fondazione:
"Temiamo un’alluvione
di domande e la crisi
dei nostri conti"

Cari colleghi, da oggi è operante una importante modifica
regolamentare sulle possibilità di cumulo tra pensione e redditi da
lavoro. Ciò deriva dall’approvazione, compiuta dal Ministro del Lavoro,
Roberto Maroni, di una delibera che l’Istituto aveva da tempo proposto
alle Parti sociali, per aumentare il tetto del reddito che un
giornalista pensionato possa maturare, senza decurtazione della sua
pensione. Contemporaneamente l’Istituto vede autorevolmente
riconosciuti – come afferma la nota del Ministro - "in materia di
cumulo i poteri di autonomia conferiti agli Enti privatizzati sia dal
decreto legislativo 509/94, che dall’art. 3, comma 12, della legge
335/95". E ciò anche "con riferimento alle disposizioni introdotte
dall’art. 44, comma 7, della legge 289/2002", meglio nota come
Finanziaria 2003. La possibilità di cumulare – e in che limiti –
pensione e redditi da lavoro ebbe una identica regolamentazione
all’Inpgi e all’Inps fino a tutto il 2000. Le cose cambiarono il 23
dicembre di quell’anno, allorché la legge 388 (Finanziaria 2001)
introdusse per il regime generale obbligatorio una nuova disciplina che
allargò la possibilità di sommare i due redditi.

L’Inpgi, Ente previdenziale privatizzato, non era però obbligato a
recepire le nuove regole. Ci si pose comunque l’esigenza di verificare
quali eventuali modifiche avrebbero potuto essere proposte al
Regolamento, naturalmente avendo presenti – come il decreto legislativo
509/94 prescrive – le conseguenze che ogni variazione avrebbe potuto
avere sui bilanci futuri. Ed anche (esigenza non secondaria) quali
effetti ciò avrebbe potuto comportare sull’occupazione.

Gli Uffici dell’Istituto verificarono che dopo l’emanazione della
Finanziaria 2001 era molto cresciuto l’interesse di colleghi tra i 57 e
i 58 anni ad accedere alla pensione di anzianità.

Molti di quegli stessi giornalisti riferirono di aver ricevuto dal
loro datore di lavoro la proposta di chiedere il pensionamento, con
l’assicurazione che sarebbe stato garantito loro, per gli anni
successivi, un contratto ben remunerato attraverso il quale avrebbero
potuto continuare a svolgere più o meno la stessa attività
professionale, ma in forma di collaborazione autonoma: e cioè senza più
versamenti di contributi previdenziali a carico del datore di lavoro.

Naturalmente questo progetto avrebbe potuto essere applicato
soltanto se l’Inpgi avesse accolto in toto le nuove norme sul cumulo,
previste per il regime generale obbligatorio.

Gli Uffici dell’Inpgi calcolarono tuttavia che una eventuale
decisione in tal senso avrebbe comportato un notevole aumento delle
richieste di pensione, con conseguente crescita della spesa per
l’Istituto, valutabile in almeno 17 miliardi di lire annue.

Un incremento pesante, il quale non avrebbe potuto essere compensato
nemmeno dal turn over (nuovi praticanti o disoccupati al posto dei neo
pensionati) in quanto molti degli stessi colleghi interessati al
pensionamento avevano riferito della possibilità loro offerta: di
continuare cioè – sia pure con altra forma giuridica – una intensa
attività professionale.

L’amministrazione dell’Istituto si pose comunque l’esigenza di
proporre ai Ministeri vigilanti (Lavoro ed Economia) una variazione al
Regolamento, la quale consentisse ai giornalisti pensionati un introito
più consistente, senza però che ciò potesse determinare quel temuto
esodo, che avrebbe danneggiato l’Istituto senza alcun riscontro
positivo per l’occupazione.

Consiglio di amministrazione e Consiglio generale approvarono dunque
una delibera la quale, ratificata il 21 gennaio scorso dal Ministro del
Lavoro Maroni, prevede le seguenti possibilità di cumulo:

  • titolari di pensione di vecchiaia (ottenibile ad almeno 65 anni di
    età per gli uomini e a 60 per le donne) o titolari di pensioni di
    anzianità con almeno 40 anni di contributi: totale cumulabilità con
    redditi da lavoro, autonomo o dipendente;
  • titolari di pensione di vecchiaia anticipata (attualmente
    ottenibile con almeno 62 anni di età e almeno 30 contributi Inpgi):
    cumulabilità, per lavoro dipendente ed autonomo, fino a 7.746 euro
    annui (15 milioni di vecchie lire). L’eventuale eccedenza di reddito è
    decurtabile fino a raggiungere il 50 per cento della pensione;
  • titolari di pensione di anzianità con meno di 40 anni di
    contributi, o prepensionati in base alla legge 416/81: incumulabilità
    totale per i redditi da lavoro dipendente. Per redditi da lavoro
    autonomo è prevista invece la possibilità di cumulare fino a 7.746 euro
    annui. L’eventuale eccedenza è decurtabile fino a raggiungere il 50 per
    cento della pensione.

E’ il caso di sottolineare che la precedente normativa prevedeva che
se il reddito annuo del giornalista pensionato avesse superato, anche
di poche lire, il livello della cifra cumulabile (5.227,56 euro, pari
al minimo pensionistico Inps) il reddito sarebbe stato completamente
assorbito dall’Inpgi fino al 50 per cento della pensione.

La nuova norma invece stabilisce che fino a 7.746 euro il reddito
sia cumulabile e che soltanto l’eventuale eccedenza sia decurtabile
dalla pensione fino a raggiungere il 50 per cento della stessa.

Con l’approvazione della delibera, la cui efficacia è retroattiva
dal 1° gennaio 2001, si è pervenuti – grazie alla disponibilità del
Ministro Maroni e del suo Dicastero – ad una soluzione mediata che
salvaguarda la stabilità dell’Istituto e, contemporaneamente, i diritti
dei giornalisti pensionati e di quei colleghi che sono alla ricerca di
un posto di lavoro nonché, possibilmente, di una sistemazione
professionale stabile.

Cordialmente. Gabriele Cescutti

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Il nuovo articolo 15 del Regolamento Inpgi
sulla disciplina del cumulo tra pensioni
e redditi da lavoro dipendente e autonomo

 

1. Le pensioni di vecchiaia sono cumulabili con i redditi da lavoro autonomo e dipendente nella loro interezza.

2. Il trattamento pensionistico di vecchiaia anticipata di cui al
comma 2 dell'art.4 è cumulabile con i redditi da lavoro autonomo e
dipendente fino al limite massimo di quindici milioni. La quota di
reddito eccedente tale limite è incumulabile fino a concorrenza del 50%
del predetto trattamento pensionistico, al netto della quota cumulabile.

3. Le pensioni di anzianità non sono cumulabili con i redditi da
lavoro dipendente nella loro interezza. Sono, invece, cumulabili con
quelli da lavoro autonomo fino al limite massimo dei quindici milioni.
La quota di reddito eccedente tale limite è incumulabile fino a
concorrenza del 50% del predetto trattamento pensionistico, al netto
della quota cumulabile.

4. Il limite di quindici milioni di cui ai precedente commi 2 e 3 è rivalutato ogni anno secondo i coefficienti Istat.

5. Le pensioni di anzianità sono equiparate, agli effetti del
cumulo, alle pensioni di vecchiaia quando i titolari compiono l'età
prevista per le pensioni di vecchiaia ovvero quando sono state
liquidate con almeno 40 anni di contribuzione.

6. La disciplina vigente per le pensioni di vecchiaia anticipata si
applica anche nei casi di cumulo della pensione di invalidità di cui
all'art.8 con i redditi di lavoro autonomo e con i redditi di lavoro
dipendente di natura non giornalistica.

7. I trattamenti pensionistici sono totalmente cumulabili con i
redditi derivanti da attività svolte nell'ambito di programmi di
reinserimento degli anziani in attività socialmente utili, promosse da
enti locali ed altre istituzioni pubbliche e private. I predetti
redditi non sono soggetti alle contribuzioni previdenziali né danno
luogo al diritto alle relative prestazioni.

8. Agli iscritti, che alla data del 31 dicembre 1994 risultano già
pensionati, ovvero, hanno maturato il diritto a pensionamento di
vecchiaia o di anzianità, continuano ad applicarsi, se più favorevoli,
le seguenti disposizioni:
- per i titolari di pensione di vecchiaia,
che prestino lavoro subordinato alle dipendenze altrui con una
retribuzione non inferiore a un terzo di quella minima di redattore
stabilita per l'anno precedente dal contratto di lavoro giornalistico,
opera una riduzione del trattamento di pensione pari al 50%
dell'importo complessivo, fatto comunque salvo il trattamento minimo;
-
per i titolari di pensione di anzianità il trattamento stesso è
totalmente incumulabile con retribuzioni di qualsiasi importo derivanti
da rapporti di lavoro a carattere subordinato.

9. Ai trattamenti pensionistici liquidati ai sensi dell'art.37 della
legge 416/81 e successive integrazioni e modificazioni, agli effetti
del cumulo si applicano le precedenti disposizioni vigenti per le
pensioni di anzianità.

10. Nei casi di cumulo con redditi di lavoro autonomo, i pensionati
sono tenuti a produrre all'Istituto una dichiarazione dei redditi da
lavoro riferiti all'anno precedente, entro lo stesso termine previsto
per la dichiarazione ai fini Irpef. Nei casi di cumulo con redditi da
lavoro dipendente, i pensionati devono produrre all'Istituto la
certificazione del datore di lavoro attestante la retribuzione
corrisposta.

11. Nei casi di cumulo con redditi da lavoro dipendente o autonomo la trattenuta è effettuata dall'Istituto.

12. Ai titolari di pensione che omettano di produrre la
dichiarazione di cui al comma 10 si applicano le sanzioni previste
dalla legge 23 dicembre 1996, n.662.

13. Le disposizioni contenute nei commi 1,2,3,4,5 e 8 del presente articolo si applicano a decorrere dal 1° gennaio 2001.