Il ragioniere può cumulare pensione di anzianità


1. Il ragioniere può cumulare pensione di anzianità
e reddito da lavoro dipendente o autonomo:
il principio vale per i professionisti alle altre Casse
La legge finanziaria per il 2003 in discussione in questi giorni nel
Parlamento non può non adeguarsi alle sentenze della Corte
costituzionale a favore degli avvocati prima e dei ragionieri oggi.
2. Il testo della sentenza n. 437/2002 della Corte costituzionale
3. Documentazione legislativa

 

Nota di Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia


La sentenza n. 437 (24 ottobre-7 novembre 2002) della Corte costituzionale, - con il richiamo degli articoli 3 (uguaglianza), 4 (diritto al lavoro), 35 (tutela del lavoro) e 38 (diritto alla pensione) della Costituzione -, supera anche le esigenze di bilancio delle Fondazioni (tra le quali l’Inpgi) nate con il dlgs n. 509/1994

Il ragioniere può cumulare pensione di anzianità
e reddito da lavoro dipendente o autonomo:
il principio vale per i professionisti delle altre Casse

La legge finanziaria per il 2003 in discussione in questi giorni nel
Parlamento non può non adeguarsi alle sentenza della Consulta a favore
degli avvocati prima e dei ragionieri oggi.


Indice

1. Premessa. La questione di costituzionalità sollevata dal tribunale di Lucca.
2. Le motivazioni della sentenza n. 437/2002 della Corte costituzionale.
3. Il punto 7 dell’articolo 15 del regolamento dell’Inpgi. Dal 1992 libertà di cumulo anche per gli avvocati.
4.
Conclusioni. I riflessi della sentenza n. 437/2002 della Corte
Costituzionale e della sentenza n. 6680/2002 della sezione lavoro della
Cassazione sul 3° comma dell'articolo 30 del progetto di legge
finanziaria per il 2003 (all'esame del Senato) nonché sulle casse
previdenziali dei professionisti e in particolare dell'Inpgi.

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1. Premessa. La questione di costituzionalità sollevata dal tribunale di Lucca.
I ragionieri possono cumulare pensione di anzianità e reddito da lavoro
dipendente o autonomo. Questo principio, fissato dalla Corte
costituzionale con la sentenza n. 437 pubblicata il 7 novembre 2002,
vale ovviamente per i professionisti (medici, commercialisti,
giornalisti, veterinari, chimici, etc) iscritti nelle altre Casse
previdenziali trasformate dal dlgs n. 509/1994 in Fondazioni (è il caso
dell’Inpgi) o in Associazioni di diritto privato. Gli avvocati avevano
già spuntato un’analoga sentenza (n. 73/1992).

La questione di costituzionalità era stato sollevata con ordinanza 5
febbraio 2002 dal Tribunale di Lucca, che ha dubitato della correttezza
dell’art. 3 (comma 2) della legge 30 dicembre 1991 n. 414 (Riforma della Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei ragionieri) una
volta chiamato ad esprimersi nell’ambito dell’azione giudiziaria,
promossa dal ragioniere Vito Tozzi contro l’Associazione cassa
nazionale di previdenza e assistenza a favore dei ragionieri.
L’ordinanza del Tribunale sulla non manifesta infondatezza è sintetica - scrive la Consulta -
ma non insufficiente dal momento che indica sia i profili di
irrazionalità determinanti il possibile contrasto con l’articolo 3
della Costituzione, sia le ragioni della ipotizzata violazione
dell’art. 4, primo comma, della Costituzione. Secondo la difesa
del ragioniere Vito Tozzi, l’art. 3 (comma 2) della legge 30 dicembre
1991 n. 414 è in contrasto con gli artt. 3 (secondo comma), 4 (primo
comma), 35 (primo comma) e 38 (secondo comma) della Costituzione, nella
parte in cui afferma la incompatibilità della pensione di anzianità con
l’iscrizione a qualsiasi albo professionale o elenco di lavoratori
autonomi e con qualsiasi attività di lavoro dipendente o associato

Il Tribunale scrive nella sua ordinanza che il ricorrente, dopo
aver ottenuto dalla convenuta risposta affermativa in merito alla
sussistenza dei requisiti di contribuzione e di età per conseguire,
previa tempestiva cancellazione dall’albo dei ragionieri, la pensione
di anzianità con decorrenza dal 1° febbraio 2001, aveva successivamente
richiesto al Consiglio di amministrazione della Cassa stessa se
sussistesse la possibilità di mantenere l’iscrizione nel registro dei
revisori contabili ottenendone risposta negativa, sul rilievo che,
essendo la attività di revisore contabile una attività di lavoro
autonomo per il cui esercizio è necessaria l’iscrizione in un apposito
elenco assimilabile ad un albo professionale, essa doveva considerarsi
incompatibile con la corresponsione della richiesta pensione, ai sensi
dell’art. 3, comma 2, della legge n. 414 del 1991 citato e dell’art. 50
del regolamento di esecuzione dello statuto della Cassa stessa.

Per quanto riguarda il merito della questione, il Tribunale di Lucca, dopo
aver sottolineato che la norma impugnata consente la attribuzione della
pensione di anzianità nella ipotesi di svolgimento di attività di
lavoro autonomo per le quali non sia richiesta l’iscrizione ad un albo
o elenco, sostiene che è in contrasto con il principio di razionalità
di cui all’art. 3 della Costituzione la previsione dell’incompatibilità
della prestazione stessa con altre attività della medesima natura solo
perché richiedenti l’iscrizione ad un albo professionale o ad un elenco
e afferma, altresì, che la disposizione denunciata viola il principio
della tutela del diritto al lavoro, sancito dall’art. 4, primo comma,
della Costituzione, nella misura in cui pone al pensionato, in difetto
di equiparazione della pensione di anzianità alla pensione di vecchiaia
una volta raggiunto il limite anagrafico per questa previsto, una
limitazione alla possibilità di lavoro per tutto il resto della vita.


2. Le motivazioni della sentenza n. 437/2002 della Corte costituzionale. Questa
Corte, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale di una
disposizione inserita nell’art. 3, secondo comma, della legge 20
settembre 1980, n. 576 (Riforma del sistema previdenziale forense),
identica a quella censurata dal Tribunale di Lucca, ne dichiarò
l’illegittimità costituzionale per contrasto con gli stessi parametri
evocati nel presente giudizio, sul rilievo che, una volta ammessa la
compatibilità della pensione di anzianità degli avvocati con lo
svolgimento di un lavoro autonomo o subordinato, non era ragionevole
stabilirne l’incompatibilità qualora per tale lavoro fosse prescritta
l’iscrizione in un albo o in un elenco, costituendo inoltre tale
incompatibilità violazione dell’art. 4, primo comma, della Costituzione
(cfr. sentenza n. 73 del 1992).

Secondo la difesa della Cassa di previdenza dei ragionieri e
periti commerciali le ragioni addotte a sostegno della suindicata
pronuncia di illegittimità costituzionale sono contraddette dal mutato
assetto delle casse di previdenza ed hanno perciò perduto la loro
validità. Poiché gli enti previdenziali delle categorie professionali
si sono trasformati in persone giuridiche private ai sensi del decreto
legislativo 30 giugno 1994, n. 509, le esigenze di bilancio sono
particolarmente pressanti, dovendo gli enti medesimi avvalersi
dell’autofinanziamento, senza poter ricorrere a sovvenzioni pubbliche.
Lo sfavore con il quale il legislatore guarda allo svolgimento di
attività lavorativa da parte dei titolari di pensione di anzianità,
concretizzatosi nelle norme che in vario modo nel tempo hanno limitato
o escluso il cumulo tra reddito da lavoro e pensione di anzianità (la
difesa della Cassa invoca l’art. 10 del decreto legislativo 30 dicembre
1992, n. 503, come modificato dall’art. 11 della legge 24 dicembre
1993, n. 537, l’art. 1, comma 189, della legge 23 dicembre 1996, n.
662, e l’art. 59, comma 14, della legge 27 dicembre 1997, n. 449),
dimostrerebbe la necessità di scoraggiare il ricorso alla pensione di
anzianità da parte di persone ancora in grado di lavorare.

Le tesi difensive della Cassa non inficiano la validità delle
ragioni che indussero la Corte alla citata pronuncia di illegittimità
costituzionale, ragioni che sussistono tuttora riguardo alla questione
in esame.

E’, infatti, da osservare anzitutto che il perseguimento
dell’obiettivo tendenziale dell’equilibrio di bilancio non può essere
assicurato da parte degli enti previdenziali delle categorie
professionali – e, in particolare, da parte della Cassa di previdenza a favore dei ragionieri e periti commerciali
– con il ricorso ad una normativa che, trattando in modo
ingiustificatamente diverso situazioni sostanzialmente uguali, si
traduce in una violazione dell’art. 3 della Costituzione. L’iscrizione
ad albi o elenchi per lo svolgimento di determinate attività è,
infatti, prescritta a tutela della collettività ed in particolare di
coloro che dell’opera degli iscritti intendono avvalersi.

In secondo luogo, si rileva che le norme concernenti il cumulo tra
reddito da lavoro e prestazione previdenziale presuppongono la liceità
dell’esercizio dell’attività lavorativa da parte del pensionato ed
operano quindi su un piano diverso ed in un momento successivo a quelle
del tipo della disposizione censurata, finalizzate ad impedirne lo
svolgimento.

La difesa della Cassa sostiene infine, con riguardo al caso
specifico, che l’iscrizione all’albo dei revisori contabili
consentirebbe un’attività in parte analoga a quella tipica dei
ragionieri, il divieto della quale non è contestato (divieto, peraltro,
ritenuto legittimo, per l’iscrizione all’albo degli avvocati, dalla
citata sentenza n. 73 del 1992).

Sul punto si osserva che ciò che rileva, ai fini del presente
giudizio di costituzionalità, è esclusivamente la circostanza che lo
svolgimento dell’attività dei revisori contabili è subordinato, in base
ad una specifica e autonoma disciplina, all’iscrizione in un registro
analogo ad un albo professionale, mentre è irrilevante considerare che
nell’ambito delle relative prestazioni ve ne siano alcune che
presentano elementi di analogia con le attività proprie dei ragionieri.

4.— La contestata incompatibilità si pone, altresì, in contrasto con
il principio del diritto al lavoro. Al riguardo va precisato che la
disciplina della pensione di anzianità dei ragionieri e periti
commerciali, al pari di analoghe discipline relative ad altre categorie
di professionisti (v. sentenza n. 362 del 1997 sulla normativa
applicabile in materia nella previdenza forense), non prevede alcuna
equiparazione della pensione di anzianità alla pensione di vecchiaia al
compimento da parte del titolare dell’età stabilita per il
conseguimento di tale ultima pensione, a differenza di quanto avviene
nel sistema dell’assicurazione generale obbligatoria per effetto
dell’art. 22, sesto comma, della legge 30 aprile 1969, n. 153, e
dell’art. 10, comma 7, del d.lgs. n. 503 del 1992, sicché la norma
impugnata si traduce in una limitazione a tempo indefinito della
possibilità di lavoro dei pensionati (v. sul punto la citata sentenza
n. 73 del 1992).


PER QUESTI MOTIVI LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 2,
della legge 30 dicembre 1991, n. 414 (Riforma della Cassa nazionale di
previdenza e assistenza a favore dei ragionieri e periti commerciali),
nella parte in cui prevede l’incompatibilità della corresponsione della
pensione di anzianità con l’iscrizione ad albi professionali o elenchi
di lavoratori autonomi diversi dall’albo dei ragionieri e periti
commerciali.

3. Il punto 7 dell’articolo 15 del regolamento dell’Inpgi. Dal 1992 libertà di cumulo anche per gli avvocati. Il punto 7 dell’articolo 15 del regolamento dell’Inpgi afferma: Le
pensioni di anzianità non sono cumulabili con redditi da lavoro
dipendente, nella loro interezza, e con quelli da lavoro autonomo nella
misura del 50% della eccedenza dell'ammontare corrispondente al
trattamento minimo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti dell' INPS,
fino a concorrenza dei redditi stessi. L’Inpgi, come un tempo la
Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei ragionieri e la
Cassa di previdenza forense, condanna i giornalisti professionisti
pensionati all’inattività in violazione degli articoli 3, 4, 35 e 38
della Costituzione.

Anche l’articolo 3 della legge 20 settembre 1980 n. 576 (Riforma del sistema previdenziale forense) subordinava la corresponsione
della pensione alla cancellazione dagli albi di avvocato e di
procuratore, ed è incompatibile con l'iscrizione a qualsiasi albo
professionale o elenco di lavoratori autonomi e con qualsiasi attività
di lavoro dipendente. La Corte costituzionale, con la sentenza
17-28 febbraio 1992 n. 73 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale
dell'art. 3 (secondo comma) nella parte in cui prevede
l'incompatibilità della corresponsione della pensione di anzianità con
l'iscrizione ad albi o elenchi di lavoratori autonomi diversi dagli
albi di avvocato e di procuratore, e con qualsiasi attività di lavoro
dipendente.

Il vertice dell’Inpgi dovrà meditare su un passaggio della sentenza n. 437/2002 della Consulta: E’,
infatti, da osservare anzitutto che il perseguimento dell’obiettivo
tendenziale dell’equilibrio di bilancio non può essere assicurato da
parte degli enti previdenziali delle categorie professionali….con il
ricorso ad una normativa che, trattando in modo ingiustificatamente
diverso situazioni sostanzialmente uguali, si traduce in una violazione
dell’art. 3 della Costituzione. L’iscrizione ad albi o elenchi per
lo svolgimento di determinate attività è, infatti, prescritta a tutela
della collettività ed in particolare di coloro che dell’opera degli
iscritti intendono avvalersi. Finora l’Inpgi si è trincerato
dietro le esigenze del bilancio (un bilancio fortunatamente in attivo)
per negare l’applicazione dell’articolo 72 della legge n. 388/2000
sulla libertà di cumulo. Ora l’Inpgi è nudo, non ha più alibi. Gli
articoli 3, 4, 35 e 38 della Costituzione prevalgono. La Corte
costituzionale ha stracciato e clamorosamente bocciato le
argomentazioni dell’Istituto di previdenza dei giornalisti. Il diritto
al lavoro (professionale) vale per un giornalista a 30 anni come a 65 o
a 70. L’iscrizione ad albi o elenchi per lo svolgimento di determinate attività è, infatti, prescritta a tutela della collettività ed in particolare di coloro che dell’opera degli iscritti intendono avvalersi.

4. Conclusioni. I riflessi della sentenza n. 437/2002
della Corte costituzionale e della sentenza n. 6680/2002 della sezione
lavoro della Cassazione  sul 3° comma dell’articolo 30 del progetto di
legge finanziaria per il 2003 (all’esame del Senato) nonché sulle casse
previdenziali dei professionisti e in particolare sull’Inpgi. 
Appare
prudente ipotizzare che la legge finanziaria per il 2003  all’esame  in
questi giorni del Senato non possa non adeguarsi alle sentenza della 
Corte costituzionale a favore (degli avvocati prima e) dei ragionieri
(oggi).  Nel comma 3 dell’articolo 30 del C. 3200-bis  – Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2003) si legge in  particolare: “Articolo  30. (Abolizione del divieto di cumulo tra pensioni di anzianità e redditi da lavoro). 3.
Gli enti previdenziali privatizzati possono adottare le disposizioni di
cui al presente articolo nel rispetto dei princìpi di autonomia
affermati dal decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, e
dall'articolo 3, comma 12, della legge 8 agosto 1995, n. 335”. Il titolo dell’articolo introduce una regola nell’ordinamento: l’ abolizione del divieto di cumulo tra pensioni di anzianità e redditi da lavoro. Il
comma 3 introduce la possibilità (per le casse) di discostarsi da quel
principio. Appare inconcepibile, però., ritenere che il Dlgs n.
509/1994, che ha “rifondato” le casse”, sia stato approvato per
consentire ai vertici delle casse stesse di introdurre discriminazioni
tra cittadini pensionati Inps e cittadini  pensionati appartenenti alle
varie categorie professionali (medici, commercialisti, giornalisti,
avvocati, ragionieri, etc).

Alla luce della sentenza 437/2000 della Corte costituzionale il
Senato dovrà affermare la libertà di cumulo piena tra la pensione di
anzianità e i redditi da lavoro autonomo o dipendente. Per quanto
riguarda la pensione di vecchiaia, invece, è già operante l’articolo 72
della legge  n. 388/2000 (Finanziaria per il  2001). Il Parlamento
dovrà anche ricordare a se stesso  l’articolo 76 della legge n.
388/2000 in base al quale l’Inpgi, - ai sensi delle leggi 20 dicembre
1951 n. 1564, 9 novembre 1955 n. 1122 e 25 febbraio 1987 n. 67 -, “gestisce in regime di sostitutività le forme di previdenza obbligatoria nei confronti dei giornalisti professionisti e praticanti e provvede, altresì, ad analoga gestione anche in favore dei giornalisti pubblicisti”, mentre (aggiunge il punto 4 dello stesso articolo 76) 
“le forme previdenziali gestite dall'Inpgi devono essere coordinate con
le norme che regolano il regime delle prestazioni e dei contributi
delle forme di previdenza sociale obbligatoria, sia generali che
sostitutive. La sezione lavoro della cassazione, con la sentenza n.
6680/2002, ha nel frattempo  scritto che  l’Inpgi, in quanto ente di
previdenza privatizzato esercitante una funzione pubblica, deve
osservare l’articolo 116 (Misure per favorire l'emersione del lavoro irregolare) della
legge  n. 388/2000. Se è applicabile all’Inpgi immediatamente
l’articolo 116 della legge 388/2000 è almeno arduo affermare che
l’articolo 72 sulla libertà di cumulo sia di dubbia efficacia e non sia
vincolante. Una legge non si applica a rate o a pezzi. I provvedimenti 
giudiziari (e soprattutto quelli della Cassazione, suprema in punto di
diritto in quanto incaricata dall’ordinamento di garantire l’uniforme
interpretazione delle leggi!) hanno una forza vincolante che lo stesso
ordinamento non riconosce ai pareri ministeriali!!! I pareri non
prevalgono sugli articoli di una legge chiarissima come la 388/2000.
Questa sentenza della Cassazione civile rispetta gli articoli 3, 4, 35
e 38 della Costituzione, cioè i principi dell’uguaglianza,  del diritto
al lavoro (professionale), della tutela del lavoro e del diritto alla
pensione (maturata). L’articolo 72 della legge 388/2000, con la libertà
di cumulo, garantisce ai  giornalisti pensionati lo svolgimento della 
libera professione.
In conclusione il Parlamento ha due vie:
a. la cancellazione, con riferimento alla sentenza 437/2002 della Corte costituzionale, del comma 3 dell’articolo 30;
b. l’eventuale mantenimento dell’articolo 30, ma correggendolo, con riferimento alla sentenza n. 6680 della Cassazione, in questo modo:
“Articolo  30. (Abolizione del divieto di cumulo tra pensioni di anzianità e redditi da lavoro). 3. Gli enti previdenziali privatizzati – tranne quelli sostitutivi delle forme di previdenza obbligatoria -  possono
adottare le disposizioni di cui al presente articolo nel rispetto dei
princìpi di autonomia affermati dal decreto legislativo 30 giugno 1994,
n. 509, e dall'articolo 3, comma 12, della legge 8 agosto 1995, n. 335”.

Appare giuridicamente corretto affermare che il comma 3 non
possa rimanere così come è stato approvato dalla Camera dei Deputati,
perché è già affondato e fulminato dalla sentenza n. 437/2002 della
Corte costituzionale.  La sua sopravvivenza creerebbe soltanto un
nutrito contenzioso tra casse previdenziali e cittadini.

Franco Abruzzo
Presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia


SENTENZA N. 437 - ANNO 2002

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

ha pronunciato la seguente SENTENZA nel giudizio di legittimità
costituzionale dell’art. 3, comma 2, della legge 30 dicembre 1991, n.
414 (Riforma della Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore
dei ragionieri e periti commerciali), promosso con ordinanza del 5
febbraio 2002 dal Tribunale di Lucca nel procedimento civile vertente
fra Tozzi Vito e l’Associazione cassa nazionale di previdenza e
assistenza a favore dei ragionieri e periti commerciali, iscritta al n.
204 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica n. 19, prima serie speciale, dell’anno 2002.

Visti gli atti di costituzione di Tozzi Vito e della Associazione
cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei ragionieri e
periti commerciali;

udito nell’udienza pubblica del 24 settembre 2002 il Giudice relatore Francesco Amirante;

udito l’avvocato Massimo Luciani per l’Associazione cassa nazionale
di previdenza e assistenza a favore dei ragionieri e periti commerciali.

Ritenuto in fatto

1.— Nel corso di un procedimento civile instaurato dal ragioniere
Vito Tozzi nei confronti della Associazione cassa nazionale di
previdenza e assistenza a favore dei ragionieri e periti commerciali
(d’ora in avanti: Cassa) per ottenere ─ previa rimessione alla Corte
costituzionale della questione di legittimità dell’art. 3, comma 2,
della legge 30 dicembre 1991, n. 414, in riferimento agli artt. 3,
secondo comma, 4, primo comma, 35, primo comma e 38, secondo comma,
della Costituzione, nella parte in cui afferma la incompatibilità della
pensione di anzianità con l’iscrizione a qualsiasi albo professionale o
elenco di lavoratori autonomi e con qualsiasi attività di lavoro
dipendente o associato ─ l’accertamento del diritto ad ottenere la
pensione di anzianità alla sola condizione della preventiva
cancellazione dall’albo dei ragionieri e non anche subordinatamente
alla cancellazione dal registro dei revisori contabili, con conseguente
condanna dell’Associazione convenuta alla relativa corresponsione, il
Tribunale di Lucca, con ordinanza del 5 febbraio 2002, ha sollevato, in
riferimento agli artt. 3 e 4, primo comma, della Costituzione,
questione di legittimità costituzionale del citato art. 3, comma 2,
della legge 30 dicembre 1991, n. 414 (Riforma della Cassa nazionale di
previdenza e assistenza a favore dei ragionieri e periti commerciali),
nella parte in cui prevede l’incompatibilità della corresponsione della
pensione di anzianità con l’iscrizione ad albi o elenchi di lavoratori
autonomi diversi dall’albo professionale dei ragionieri.

Premette il remittente che il ricorrente, dopo aver ottenuto dalla
convenuta risposta affermativa in merito alla sussistenza dei requisiti
di contribuzione e di età per conseguire, previa tempestiva
cancellazione dall’albo dei ragionieri, la pensione di anzianità con
decorrenza dal 1° febbraio 2001, aveva successivamente richiesto al
Consiglio di amministrazione della Cassa stessa se sussistesse la
possibilità di mantenere l’iscrizione nel registro dei revisori
contabili ottenendone risposta negativa, sul rilievo che, essendo la
attività di revisore contabile una attività di lavoro autonomo per il
cui esercizio è necessaria l’iscrizione in un apposito elenco
assimilabile ad un albo professionale, essa doveva considerarsi
incompatibile con la corresponsione della richiesta pensione, ai sensi
dell’art. 3, comma 2, della legge n. 414 del 1991 citato e dell’art. 50
del regolamento di esecuzione dello statuto della Cassa stessa.

Il Tribunale di Lucca rileva, in primo luogo, che sono da respingere
le eccezioni di inammissibilità della sollevata questione di
legittimità costituzionale presentate dalla Cassa sul duplice rilievo
della natura meramente astratta della lite (in ipotesi esclusivamente
finalizzata a proporre la questione) e del difetto di rilevanza della
questione stessa nel giudizio a quo (in conseguenza della mancata
impugnativa dell’art. 50 del citato regolamento, prevedente la medesima
incompatibilità sancita dalla legge n. 414 e della preclusione di una
successiva estensione del thema decidendum anche a tale norma
regolamentare, ai sensi dell’art. 414 cod. proc. civ.). Il rimettente
osserva, quanto alla prima delle due suddette eccezioni, che
l’accoglimento della sollevata questione si limita a condizionare
l’accertamento del richiesto diritto e la condanna alla corrispondente
prestazione e non si identifica, quindi, con l’oggetto del giudizio,
mentre, per quel che riguarda l’altra eccezione, precisa che il
richiamo della citata norma regolamentare costituisce una mera difesa
che, come tale, non amplia il thema decidendum e si sottrae al regime
delle preclusioni posto dall’art. 414 cod. proc. civ.

Quanto al merito della questione, il giudice remittente, dopo aver
sottolineato che la norma impugnata consente la attribuzione della
pensione di anzianità nella ipotesi di svolgimento di attività di
lavoro autonomo per le quali non sia richiesta l’iscrizione ad un albo
o elenco, sostiene che è in contrasto con il principio di razionalità
di cui all’art. 3 della Costituzione la previsione dell’incompatibilità
della prestazione stessa con altre attività della medesima natura solo
perché richiedenti l’iscrizione ad un albo professionale o ad un elenco
e afferma, altresì, che la disposizione denunciata viola il principio
della tutela del diritto al lavoro, sancito dall’art. 4, primo comma,
della Costituzione, nella misura in cui pone al pensionato, in difetto
di equiparazione della pensione di anzianità alla pensione di vecchiaia
una volta raggiunto il limite anagrafico per questa previsto, una
limitazione alla possibilità di lavoro per tutto il resto della vita.

2.— Nel giudizio davanti alla Corte si sono costituiti sia
l’Associazione cassa nazionale di previdenza ed assistenza a favore dei
ragionieri e periti commerciali sia il ragioniere Vito Tozzi.

La prima ha chiesto, anche in una memoria aggiunta, una dichiarazione di inammissibilità o di infondatezza della questione.

Alla prima conclusione porterebbero, secondo quanto già sostenuto
dalla stessa parte nell’ambito del giudizio a quo, la mancanza del
requisito della incidentalità e comunque l’irrilevanza della questione
stessa derivante dal fatto che l’incompatibilità di cui si discute non
è stabilita solo dalla norma impugnata, ma è prevista anche nel
regolamento di esecuzione dello statuto della Cassa che non ha
costituito oggetto di contestazione nell’atto introduttivo del giudizio
principale e non potrebbe più esservi esaminato ex art. 414 cod. proc.
civ.

Quanto all’infondatezza, la Cassa pone l’accento principalmente sul
fatto che la sentenza di questa Corte n. 73 del 1992 ─ che ha accolto
una questione di legittimità analoga a quella attualmente sollevata,
riguardante l’art. 3, secondo comma, della legge 20 settembre 1980, n.
576 (Riforma del sistema previdenziale forense) ─ non può essere
utilmente richiamata sia perché in essa è stata esaminata una
fattispecie diversa da quella oggi in esame, sia perché sono
sopravvenuti radicali cambiamenti nel diritto positivo e nella
giurisprudenza costituzionale nel senso della disincentivazione delle
richieste di pensione di anzianità al fine di ridurre i problemi di
tipo economico-finanziario conseguenti alla relativa erogazione,
problemi che assumono particolare importanza per gli enti previdenziali
delle categorie professionali in seguito alla relativa trasformazione
in persone giuridiche private, disposta dal decreto legislativo 30
giugno 1994, n. 509 (Attuazione della delega conferita dall’art. 1,
comma 32, della legge 24 dicembre 1993, n. 537, in materia di
trasformazione in persone giuridiche private di enti gestori di forme
obbligatorie di previdenza e assistenza). Per quel che riguarda, in
particolare, il caso di cui si tratta, le esigenze di equilibrio
finanziario della Cassa potrebbero subire un forte pregiudizio
dall’eventuale accoglimento della presente questione in quanto
l’ampliamento dell’ambito di cumulabilità della pensione di anzianità
con i redditi da lavoro aumenterebbe sicuramente il numero dei
professionisti interessati ad ottenere la provvidenza stessa.

3.— Il ragioniere Vito Tozzi, facendo proprie le argomentazioni
svolte dal remittente, ha chiesto, invece, l’accoglimento della
questione, sottolineandone l’identità con quella accolta da questa
Corte con la sentenza n. 73 del 1992, avendo l’art. 3, secondo comma,
della legge n. 576 del 1980, quello esaminato in decisione, contenuto
identico alla norma attualmente impugnata.

Il ragioniere Tozzi ha, inoltre, precisato che il rifiuto espresso
dalla Cassa, in applicazione della norma denunciata, di consentirgli di
rimanere iscritto nel registro dei revisori contabili, gli ha di fatto
impedito di chiedere la cancellazione dall’albo dei ragionieri e
l’erogazione della pensione di anzianità per la quale aveva maturato i
requisiti, in quanto se egli avesse richiesto la suddetta cancellazione
non solo non avrebbe potuto ottenere la pensione di anzianità, ma
avrebbe altresì perduto il diritto alla pensione di vecchiaia, non
avendo ancora raggiunto il richiesto limite di età di sessantacinque
anni.

Considerato in diritto

1.— Il Tribunale di Lucca ha sollevato questione di legittimità
costituzionale, in riferimento agli articoli 3 e 4, primo comma, della
Costituzione, dell’art. 3, comma 2, della legge 30 dicembre 1991, n.
414 (Riforma della Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore
dei ragionieri e periti commerciali), nella parte in cui prevede
l’incompatibilità della corresponsione della pensione di anzianità con
l’iscrizione ad albi o elenchi di lavoratori autonomi diversi dall’albo
professionale dei ragionieri e periti commerciali.

Secondo il remittente la norma è irrazionale in quanto, dal momento
che lo svolgimento di lavoro autonomo non osta alla maturazione del
diritto alla pensione di anzianità, non vi sarebbe ragione per
escludere il diritto alla prestazione previdenziale soltanto perché
l’esercizio dell’attività lavorativa è subordinata alla iscrizione in
un albo o in un elenco.

La norma censurata si porrebbe, inoltre, in contrasto anche con
l’art. 4, primo comma, della Costituzione, perché determinerebbe una
compressione del diritto al lavoro indefinita nel tempo, visto che il
raggiungimento della età prescritta per il conseguimento della pensione
di vecchiaia non comporta il conseguimento di tale prestazione da parte
dei ragionieri o periti commerciali che siano già titolari della
pensione di anzianità.

2.— In via preliminare, devono essere esaminate le eccezioni
prospettate dalla difesa della Cassa, secondo la quale la questione
sarebbe inammissibile: a) perché sollevata nell’ambito di un giudizio
non avente altro contenuto che la risoluzione della questione di
costituzionalità; b) in quanto irrilevante, perché la norma censurata è
riprodotta in identica formulazione nell’art. 50 del regolamento di
esecuzione dello statuto della Cassa e la disposizione regolamentare
non è stata oggetto d’impugnazione con l’atto introduttivo del giudizio
a quo; c) per insufficienza della motivazione sulla non manifesta
infondatezza della questione stessa.

Nessuna di tali eccezioni può essere accolta.

Il giudice remittente ha rilevato, con motivazione non implausibile,
che il giudizio pendente davanti a lui ha ad oggetto principale
l’accertamento del diritto alla pensione di anzianità in capo
all’attore e la condanna della Cassa a corrispondergliela sia pure
subordinatamente alla sua cancellazione dall’albo dei ragionieri. La
questione di legittimità costituzionale, lungi dal costituire l’oggetto
unico del giudizio, si pone quindi come un incidente nell’iter
logico-giuridico da seguire ai fini dell’accertamento del diritto alla
prestazione previdenziale.

Riguardo alla norma regolamentare ed alla sua mancata impugnazione
con il ricorso introduttivo del giudizio, il Tribunale di Lucca ha
osservato ─ ed anche sul punto la motivazione è plausibile ─ che la
tesi della nullità della norma regolamentare conseguente alla
sollecitata dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’identica
norma di legge è da qualificare come mera difesa, essendo la suddetta
invalidità rilevabile d’ufficio.

Infine, la motivazione sulla non manifesta infondatezza è sintetica
ma non insufficiente dal momento che indica sia i profili di
irrazionalità determinanti il possibile contrasto con l’articolo 3
della Costituzione, sia le ragioni della ipotizzata violazione
dell’art. 4, primo comma, della Costituzione.

3.— Nel merito la questione è fondata.

Questa Corte, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità
costituzionale di una disposizione inserita nell’art. 3, secondo comma,
della legge 20 settembre 1980, n. 576 (Riforma del sistema
previdenziale forense), identica a quella censurata dal Tribunale di
Lucca, ne dichiarò l’illegittimità costituzionale per contrasto con gli
stessi parametri evocati nel presente giudizio, sul rilievo che, una
volta ammessa la compatibilità della pensione di anzianità degli
avvocati con lo svolgimento di un lavoro autonomo o subordinato, non
era ragionevole stabilirne l’incompatibilità qualora per tale lavoro
fosse prescritta l’iscrizione in un albo o in un elenco, costituendo
inoltre tale incompatibilità violazione dell’art. 4, primo comma, della
Costituzione (cfr. sentenza n. 73 del 1992).

Secondo la difesa della Cassa di previdenza dei ragionieri e periti
commerciali le ragioni addotte a sostegno della suindicata pronuncia di
illegittimità costituzionale sono contraddette dal mutato assetto delle
casse di previdenza ed hanno perciò perduto la loro validità. Poiché
gli enti previdenziali delle categorie professionali si sono
trasformati in persone giuridiche private ai sensi del decreto
legislativo 30 giugno 1994, n. 509, le esigenze di bilancio sono
particolarmente pressanti, dovendo gli enti medesimi avvalersi
dell’autofinanziamento, senza poter ricorrere a sovvenzioni pubbliche.
Lo sfavore con il quale il legislatore guarda allo svolgimento di
attività lavorativa da parte dei titolari di pensione di anzianità,
concretizzatosi nelle norme che in vario modo nel tempo hanno limitato
o escluso il cumulo tra reddito da lavoro e pensione di anzianità (la
difesa della Cassa invoca l’art. 10 del decreto legislativo 30 dicembre
1992, n. 503, come modificato dall’art. 11 della legge 24 dicembre
1993, n. 537, l’art. 1, comma 189, della legge 23 dicembre 1996, n.
662, e l’art. 59, comma 14, della legge 27 dicembre 1997, n. 449),
dimostrerebbe la necessità di scoraggiare il ricorso alla pensione di
anzianità da parte di persone ancora in grado di lavorare.

Le tesi difensive della Cassa non inficiano la validità delle
ragioni che indussero la Corte alla citata pronuncia di illegittimità
costituzionale, ragioni che sussistono tuttora riguardo alla questione
in esame.

E’, infatti, da osservare anzitutto che il perseguimento
dell’obiettivo tendenziale dell’equilibrio di bilancio non può essere
assicurato da parte degli enti previdenziali delle categorie
professionali – e, in particolare, da parte della Cassa di previdenza a
favore dei ragionieri e periti commerciali – con il ricorso ad una
normativa che, trattando in modo ingiustificatamente diverso situazioni
sostanzialmente uguali, si traduce in una violazione dell’art. 3 della
Costituzione. L’iscrizione ad albi o elenchi per lo svolgimento di
determinate attività è, infatti, prescritta a tutela della collettività
ed in particolare di coloro che dell’opera degli iscritti intendono
avvalersi.

In secondo luogo, si rileva che le norme concernenti il cumulo tra
reddito da lavoro e prestazione previdenziale presuppongono la liceità
dell’esercizio dell’attività lavorativa da parte del pensionato ed
operano quindi su un piano diverso ed in un momento successivo a quelle
del tipo della disposizione censurata, finalizzate ad impedirne lo
svolgimento.

La difesa della Cassa sostiene infine, con riguardo al caso
specifico, che l’iscrizione all’albo dei revisori contabili
consentirebbe un’attività in parte analoga a quella tipica dei
ragionieri, il divieto della quale non è contestato (divieto, peraltro,
ritenuto legittimo, per l’iscrizione all’albo degli avvocati, dalla
citata sentenza n. 73 del 1992).

Sul punto si osserva che ciò che rileva, ai fini del presente
giudizio di costituzionalità, è esclusivamente la circostanza che lo
svolgimento dell’attività dei revisori contabili è subordinato, in base
ad una specifica e autonoma disciplina, all’iscrizione in un registro
analogo ad un albo professionale, mentre è irrilevante considerare che
nell’ambito delle relative prestazioni ve ne siano alcune che
presentano elementi di analogia con le attività proprie dei ragionieri.

4.— La contestata incompatibilità si pone, altresì, in contrasto con
il principio del diritto al lavoro. Al riguardo va precisato che la
disciplina della pensione di anzianità dei ragionieri e periti
commerciali, al pari di analoghe discipline relative ad altre categorie
di professionisti (v. sentenza n. 362 del 1997 sulla normativa
applicabile in materia nella previdenza forense), non prevede alcuna
equiparazione della pensione di anzianità alla pensione di vecchiaia al
compimento da parte del titolare dell’età stabilita per il
conseguimento di tale ultima pensione, a differenza di quanto avviene
nel sistema dell’assicurazione generale obbligatoria per effetto
dell’art. 22, sesto comma, della legge 30 aprile 1969, n. 153, e
dell’art. 10, comma 7, del d.lgs. n. 503 del 1992, sicché la norma
impugnata si traduce in una limitazione a tempo indefinito della
possibilità di lavoro dei pensionati (v. sul punto la citata sentenza
n. 73 del 1992).

PER QUESTI MOTIVI LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 2, della
legge 30 dicembre 1991, n. 414 (Riforma della Cassa nazionale di
previdenza e assistenza a favore dei ragionieri e periti commerciali),
nella parte in cui prevede l’incompatibilità della corresponsione della
pensione di anzianità con l’iscrizione ad albi professionali o elenchi
di lavoratori autonomi diversi dall’albo dei ragionieri e periti
commerciali.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 ottobre 2002.

Cesare RUPERTO, Presidente
Francesco AMIRANTE, Redattore

Depositata in Cancelleria il 7 novembre 2002.



Documentazione legislativa

1. Legge. 30 dicembre 1991, n. 414 (1). Riforma della Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei ragionieri e periti commerciali.
(1) Pubblicata nella Gazz. Uff. 31 dicembre 1991, n. 305, S.O.


Articolo 3. Pensione di anzianità.
1. La pensione di
anzianità è corrisposta a coloro che abbiano compiuto almeno
trentacinque anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa.
2.
La corresponsione della pensione di anzianità è subordinata alla
cancellazione dall'albo professionale ed è incompatibile con
l'iscrizione a qualsiasi albo professionale o elenco di lavoratori
autonomi e con qualsiasi attività di lavoro dipendente o associato (1).
3. La misura annua della pensione di anzianità è determinata con le modalità di cui all'articolo 2, commi 2, 3, 4 e 5.
4.
Nei casi di incompatibilità di cui al comma 2, la pensione di anzianità
è revocata con effetto dal momento in cui si verifica l'incompatibilità
stessa.
(1) La Corte costituzionale, con la sentenza 24
ottobre 2002 n. 437 (Gazz. Uff. 7 novembre 2002 - Serie Speciale) ha
dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3 (comma 2) della
legge 30 dicembre 1991 n. 414 (Riforma della Cassa nazionale di
previdenza e assistenza a favore dei ragionieri e periti commerciali)
nella parte in cui prevede l’incompatibilità della corresponsione della
pensione di anzianità con l’iscrizione ad albi professionali o elenchi
di lavoratori autonomi diversi dall’albo dei ragionieri e periti
commerciali.


******

2. Legge 20 settembre 1980, n. 576 (1). Riforma del sistema previdenziale forense.
(1) Pubblicata nella Gazz. Uff. 27 settembre 1980, n. 266.


Articolo 3. Pensione di anzianità.
La pensione di
anzianità è corrisposta a coloro che abbiano compiuto almeno 35 anni di
effettiva iscrizione e di contribuzione alla Cassa.
La
corresponsione della pensione è subordinata alla cancellazione dagli
albi di avvocato e di procuratore, ed è incompatibile con l'iscrizione
a qualsiasi albo professionale o elenco di lavoratori autonomi e con
qualsiasi attività di lavoro dipendente (1/f).
La pensione è determinata con applicazione dei commi dal primo al quinto dell'articolo 2.
Verificandosi
uno dei casi di incompatibilità di cui al secondo comma, la pensione di
anzianità è revocata con effetto dal momento in cui si verifica
l'incompatibilità (1/cost).
(1/f) La Corte costituzionale, con
sentenza 17-28 febbraio 1992, n. 73 (Gazz. Uff. 4 marzo 1992, n. 10 -
Serie Speciale), ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art.
3, secondo comma, nella parte in cui prevede l'incompatibilità della
corresponsione della pensione di anzianità con l'iscrizione ad albi o
elenchi di lavoratori autonomi diversi dagli albi di avvocato e di
procuratore, e con qualsiasi attività di lavoro dipendente.
(1/cost)
La Corte costituzionale, con sentenza 24-28 novembre 1997, n. 362
(Gazz. Uff. 3 dicembre 1997, n. 49, Serie speciale), ha dichiarato non
fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 2
(modificato dalla legge 2 maggio 1983, n. 175 e dalla legge 11 febbraio
1992, n. 141) e 3, sollevata in riferimento agli artt. 3, 4 e 38 della
Costituzione.


*****

ARTICOLO 15 del Regolamento dell’Inpgi - Disciplina del cumulo tra pensioni e redditi da lavoro dipendente ed autonomo.

1. A decorrere dal 1° gennaio 1994 le pensioni di vecchiaia, erogate
dall'Istituto, non sono cumulabili con i redditi da lavoro dipendente
ed autonomo nella misura del 50 per cento della quota eccedente il
trattamento minimo di cui al IV comma dell'articolo 7 e fino a
concorrenza dei redditi stessi.
2. Le disposizioni di cui al comma
precedente non si applicano nei confronti dei titolari di pensione i
cui importi sono esclusi dalla base imponibile ai fini IRPEF, degli
assunti con contratti di lavoro a termine qualora la durata degli
stessi non superi complessivamente le cinquanta giornate nell'anno
solare ovvero di coloro dalla cui attività dipendente o autonoma derivi
un reddito complessivo annuo non superiore all'importo del trattamento
minimo di cui al comma precedente.
3.Nei casi di cumulo con redditi
di lavoro autonomo, i pensionati sono tenuti a produrre all'Istituto
una dichiarazione dei redditi da lavoro riferiti all'anno precedente,
entro lo stesso termine previsto per la dichiarazione ai fini IRPEF,
nei casi di cumulo con redditi da lavoro dipendente, i pensionati
devono produrre all'Istituto la certificazione del datore di lavoro
attestante la retribuzione corrisposta.
4. Nei casi di cumulo con redditi da lavoro dipendente o autonomo la trattenuta è effettuata dall'Istituto.
5.
La disciplina di cui al presente articolo si applica anche nei casi di
cumulo della pensione di invalidità, di cui all'articolo 8, con redditi
di lavoro autonomo o dipendente, di natura non giornalistica.
6. I
trattamenti pensionistici sono totalmente cumulabili con i redditi
derivanti da attività svolte nell'ambito di programmi di reinserimento
degli anziani in attività socialmente utili, promosse da enti locali ed
altre istituzioni pubbliche e private. I predetti redditi non sono
soggetti alle contribuzioni previdenziali né danno luogo al diritto
alle relative prestazioni.
7. Le pensioni di anzianità non sono
cumulabili con redditi da lavoro dipendente, nella loro interezza, e
con quelli da lavoro autonomo nella misura del 50% della eccedenza
dell'ammontare corrispondente al trattamento minimo del Fondo pensioni
lavoratori dipendenti dell' INPS, fino a concorrenza dei redditi stessi.
8.
Le pensioni di anzianità sono equiparate, agli effetti del presente
articolo, alle pensioni di vecchiaia quando i titolari di esse compiono
l'età stabilita per le pensioni di vecchiaia.
9. Agli iscritti, che
alla data del 31 dicembre 1994 risultano già pensionati, ovvero, hanno
maturato il diritto a pensionamento di vecchiaia o di anzianità,
continuano ad applicarsi, se più favorevoli, le seguenti disposizioni:

1) per i titolari di pensione di vecchiaia, che prestino lavoro
subordinato alle dipendenze altrui con una retribuzione non inferiore a
un terzo di quella minima di redattore stabilita per l'anno precedente
dal contratto di lavoro giornalistico, opera una riduzione del
trattamento di pensione pari al 50% dell'importo complessivo, fatto
comunque salvo il trattamento minimo;
2) per i titolari di pensione
di anzianità il trattamento stesso è totalmente incumulabile con
retribuzioni di qualsiasi importo derivanti da rapporti di lavoro a
carattere subordinato.

****


Legge n. 388/2000 (Finanziaria per il 2001)

Art. 72. Cumulo tra pensione e reddito da lavoro.

1. A decorrere dal 1º gennaio 2001 le pensioni di vecchiaia e le
pensioni liquidate con anzianità contributiva pari o superiore a 40 anni a carico dell'assicurazione generale obbligatoria e delle forme sostitutive, esclusive ed esonerative della medesima,
anche se liquidate anteriormente alla data di entrata in vigore della
presente legge, sono interamente cumulabili con i redditi da lavoro
autonomo e dipendente.

2. A decorrere dal 1º gennaio 2001 le quote delle pensioni dirette
di anzianità, di invalidità e degli assegni diretti di invalidità a
carico dell'assicurazione generale obbligatoria e delle forme
sostitutive, esclusive ed esonerative della medesima, eccedenti
l'ammontare del trattamento minimo del Fondo pensioni lavoratori
dipendenti, sono cumulabili con i redditi da lavoro autonomo nella
misura del 70 per cento. Le relative trattenute non possono, in ogni
caso, superare il valore pari al 30 per cento dei predetti redditi. Per
i trattamenti liquidati in data precedente al 1º gennaio 2001 si
applica la relativa previgente disciplina se più favorevole.

Art. 76. (Previdenza giornalisti)

1. L'articolo 38 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e' sostituito dal seguente:
Art.
38. - (INPGI). - 1. L'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti
italiani Giovanni Amendola (INPGI) ai sensi delle leggi 20 dicembre
1951, n. 1564, 9 novembre 1955, n. 1122, e 25 febbraio 1987, n. 67, gestisce in regime di sostitutività le forme di previdenza obbligatoria nei confronti dei giornalisti professionisti e praticanti e provvede, altresì, ad analoga gestione anche in favore dei giornalisti pubblicisti
di cui all'articolo 1, commi secondo e quarto, della legge 3 febbraio
1963, n. 69, titolari di un rapporto di lavoro subordinato di natura
giornalistica. I giornalisti pubblicisti possono optare per il
mantenimento dell'iscrizione presso l'Istituto nazionale della
previdenza sociale. Resta confermata per il personale pubblicista
l'applicazione delle vigenti disposizioni in materia di fiscalizzazione
degli oneri sociali e di sgravi contributivi.

2. L'INPGI provvede a corrispondere ai propri iscritti:
a) il trattamento straordinario di integrazione salariale previsto dall'articolo 35;
b) la pensione anticipata di vecchiaia prevista dall'articolo 37.

3. Gli oneri derivanti dalle prestazioni di cui al comma 2 sono a totale carico dell'INPGI.

4. Le forme previdenziali gestite dall'INPGI devono essere
coordinate con le norme che regolano il regime delle prestazioni e dei
contributi delle forme di previdenza sociale obbligatoria, sia generali
che sostitutive.

2. L'opzione di cui all'articolo 38 della legge 5 agosto 1981, n.
416, come sostituito dal comma 1 del presente articolo, deve essere
esercitata entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della
presente legge.

(Documento inserito il 21 aprile 2005)