Arto Paasilinna: L'anno della lepre

di Paola Pastacaldi

Chiude il nostro viaggio dentro la stampa vista dalla letteratura un
libro che ha avuto un discreto successo anche in Italia, "L'Anno della
lepre" (Iperborea, pag. 199, con la bellissima e puntuale introduzione
di Fabrizio Carbone). "Janiksen Vuosi", in lingua originale, è stato
scritto dal finlandese Arto Tapio Paasilinna, uno story teller del
profondo nord (lappone) che, per mettere insieme le sue storie on the
road, ha abbandonato il lavoro di giornalista.
Paasilinna forse non
immaginava quanto questa sua storia fosse una solenne e tragica
anticipazione del male di questo mestiere e chissà quanti giornalisti
italiani leggendo questo libro si riconosceranno in un desiderio
impraticabile e, alle volte, persino inconfessabile.
Scritto nel
1975, arrivato in Italia nel '94, questo libretto (per le sue agevoli
dimensioni e per l'ironia fulminante che lo accende in ogni trovata
letteraria e non) potrebbe intitolarsi "Fuga di un giornalista".
Una
fuga conclusiva ed emblematica del malessere di vivere, oggi, dentro
una struttura editoriale per svolgere quello che un tempo era un lavoro
che dava prestigio e denaro.
In questo racconto il giornalista
protagonista è in una tale crisi esistenziale che, dall'oggi al domani,
come se una mina gli fosse esplosa dentro (un male che in realtà covava
nella tragica mediocrità e inutilità di un correre dietro al nulla
durato anni) fugge da tutto, dal giornale, dal direttore e dalla moglie.
Poche
essenziali parole di Paasilinna, ripetute nel corso di chissà quante
interviste, riassumono le origini di questa storia: «La fuga l'ho
vissuta in prima persona decidendo di diventare scrittore a tempo pieno
e rinunciando ad una vita che mi frustrava. Al tempo ero giornalista,
erano gli anni Settanta e la stampa cominciava a diventare commerciale
e scandalistica. Mi sentivo insoddisfatto del mio lavoro e così sono
fuggito per scrivere questo libro andando a rifugiarmi nella natura
lontano dalla città».
Il protagonista, un certo Kaarlo Vatanen, è in
compagnia di un fotografo, in viaggio di lavoro notturno su una strada
bianca di neve, e deve decidere se rientrare a Helsinki o no. Bastano
pochi aggettivi a Paasilinna per anticipare il cuore narrativo della
storia: "Giornalista e fotografo erano due persone ciniche, infelici.
Prossimi alla quarantina, erano ormai lontani dalle illusioni e dai
sogni della gioventù, che non erano mai riusciti a realizzare. Sposati
delusi, traditi, entrambi con un inizio d'ulcera e una quotidiana
razione di problemi di ogni genere con cui fare i conti".
Pescando
tra le righe: "Il sole era al tramonto. Ma nessuno di loro,
ostinatamente chiusi in se stessi, si accorgeva di quanto vi fosse di
squallido in quel loro correre. Viaggiavano indifferenti e stanchi".
La
storia esplode intorno ad un incidente banale, una lepre viene
investita dall'auto. Questo episodio sarà in grado di cambiare la vita
del giornalista, ma non quella del fotografo che è al volante e sembra
avere il cervello intorpidito. Anche in questa sottile distinzione
sembra che l'autore sia un buon conoscitore dell'ambiente dei giornali
e quasi alluda ad una fine preannunciata, quella dei fotocronisti. In
qualche modo loro, dunque, avrebbero già rinunciato anche a fuggire.
All'apatia
del fotografo corrisponde lo scatto repentino e irrazionale del
giornalista che decide di salvare la bestiola ferita e sanguinante e
fugge di notte nei boschi dietro di lei, a sua volta inseguito dalle
urla del fotografo.
La storia è presto detta. Kaarlo Vatanen non
tornerà più. Ma la bestiola salverà lui da una vita in cui non si
riconosceva più e il cui rischio era, lo si intuisce, non tanto la
vigliaccheria o la mediocrità, ma la follia. Vatanen fugge da una
moglie, cattiva, egoista, che si comperava vestiti impossibili, etc.,
ma lasciamo le storie personali - anche se spesso trovano il loro humus
nella condizione esistenziale lavorativa e viceversa. Fugge da una
rivista che "denunciava apertamente i soprusi della società e taceva
però ostinatamente su tutte le sue reali tare - racconta il
protagonista -. In copertina, settimana dopo settimana, non si vedevano
che facce di vitelloni, di miss, di modelle, degli ultimi rampolli di
famiglie di musicanti. Quando era giovane Vatannen era felice di fare
l'inviato di un grande giornale". Come accade a tutti i giornalisti,
anche quelli che iniziano oggi. In altre parole gli pareva di fare un
buon lavoro. Ma con il passare degli anni non si illudeva più. E
l'affondo narrativo avviene quando le osservazioni si fanno quasi
etiche, anche se sempre condite di ironia. Vatanen racconta che "si era
ridotto a fare solo quello che gli chiedevano, senza esprimere dubbi o
critiche e che i colleghi facevano come lui". L'umiliazione della
persona e della professionalità del giornalista come sappiamo passa per
la macchina ben oliata del maerketing. "Qualsiasi dottoruccio da
strapazzo, esperto di marketing, poteva dire ai redattori che tipo di
articoli si aspettava l'editore e loro scrivevano". Non è certo
necessario commentare questo passaggio. E nemmeno il prossimo: "Il
giornale andava bene, ma l'informazione non passava, veniva annacquata,
camuffata, ridotta a una storiella superficiale. Bella professione!".
I
giornali godono di buona una salute, ma non pescano più la loro linfa
vitale dal lavoro del giornalista. I giornalisti vivono umiliati,
intimoriti e incapaci di esprimere le loro opinioni. I lettori non li
stimano. I giornalisti sono diventati il bel vestito che indossano i
nuovi giornali, nei quali ha vinto la linea commerciale.
Vatanen
fugge appunto dietro a un destino paradossale ridicolo che indossa il
pelo di una bestiola mite dal musetto caldo. Eppure sarà quella lepre a
condurlo lungo la salvezza. Il giornalista Paasilinna - Vatanen, dopo
aver tolto le scarpe da città e appeso la giacca ad un chiodo di un
muro di un capanno di un commissario in pensione che lo salva da un
piccolo guaio con la giustizia - farà il boscaiolo, il traghettatore,
affronterà un incendio con i militari mezzo ubriaco e inseguirà per
giorni sconfinando in Unione Sovietica persino un orso bianco. Sarà
arrestato come spia, ma avrà i complimenti dei soldati dell'Armata
Rossa per averlo infine ucciso.
Simbolicamente forse l'ex
giornalista è stato encomiato per aver sconfitto sia le ideologie che
il cattivo giornalismo? La sua nuova e faticosa vita, sempre precaria,
lo fa irrobustire e sempre più si dimentica "della vita rammollita
della capitale. Finito il tormento di discussioni politiche con
proseliti, la fissazione del sesso".
Paasilinna contempla il suo
eroe e gode certamente della sua libertà: "Appena un mese prima sedeva
annoiato al bar dell'angolo con un boccale di birra tiepida in mano e
ora eccolo in quel deserto infuocato, assediato dal fumo, lo zaino
pieno di pesci umidi, il sudore alle chiappe. - Mille volte meglio qui
che a Helsinki, si disse Vatanen, sorridendo tra le lacrime".
Se
questa storia fosse trasferibile in Italia potrebbe raccontare qualcosa
di ancora poco divulgato anche se noto: come il disagio umano nelle
redazioni abbia oltrepassato la misura delle questioni sindacali e
abbia già tracimato, portando i giornalisti a toccare il fondo dei
malesseri fisici. La parola fuga la possiamo leggere tra le righe di
molti pensionamenti anticipati, di molti esposti all'Ordine, di
esaurimenti nervosi che durano mesi e, talvolta, persino nella morte.
Paasilinna
entra in questa tragedia che è il declino della macchina informativa
con humour, con mano leggera, come se la sua storia fosse solo
inventata, una folata di neve, ma talmente forte da agghiacciarci.
Soprattutto se a leggerlo è un giornalista che oggi vive in una qualsiasi redazione di un qualsiasi giornale.
Una
fuga che non è affatto un atto di vigliaccheria. A sostegno di questa
tesi mi sento autorizzata a raccontare un aneddoto personale. Questo
libro lo lessi parecchi anni fa,quando era appena tradotto in italiano,
perché me lo consigliò Alberto Cavallari. Rispondeva in modo molto
discreto alle mie proteste e ai miei racconti di sofferenza in
redazione e voleva offrirmi un lenitivo culturale e profondo al disagio.
Mi
disse solo con energia di leggere "L'Anno della Lepre". E sappiamo
quanto Alberto Cavallari, come Arto Paasilinna, fosse un estimatore
della vera fuga e non dell'arte della fuga e dei suoi mille
accomodamenti, che invece vengono praticati da molti giornalisti per
sopravvivere nelle redazioni.


Arto Paasilinna, L'anno della lepre, Iperborea, Milano 2001