Evelyn Waugh "L'inviato Speciale"

 

di Paola Pastacaldi

Evelyn Arthur Waugh (1903-1966), londinese, ex giornalista, autore
di eleganti romanzi satirici, fu tra le due guerre uno degli scrittori
di viaggi tra i più acuti e seguiti dai lettori inglesi. Nel '36
pubblicò un racconto fitto di avvenimenti eroico comici, "L'inviato
speciale".
In lingua originale il titolo è anche più incisivo
"Scoop: un racconto sui giornalisti", ripubblicato da Guanda (pag. 241,
Milano, 2002). Una satira puntualissima e un esercizio di stile sui
giornalisti.
Waugh era stato inviato speciale per il "Daily
Express". Per ogni inviato, credo, la consapevolezza di cosa sia
davvero questo mestiere coincide con un certo viaggio, che apre le
porte della verità e anche forse dello spirito critico. Non sempre si
tratta del primo viaggio o del primo servizio. Ma poco importa. È un
momento che non si scorda.
Per Waugh coincise con il lavoro di
reporter in Abissinia. È lì che egli ebbe l'idea di descrivere questo
mondo che egli definì "zeppo di affilati imbrattacarte". La storia
inizia con un certo William Boot, curioso nome che in inglese vuol dire
stivale e anche calcio. Boot è un corrispondente di argomenti botanici,
titolare della rubrica "Luoghi lussureggianti" e di altre amenità della
campagna, che non ha mai messo piede oltre Londra, mai sognato altro
che scrivere di cose naturali. Un tizio ameno e insieme anacronistico.
Il giornale è "The Beast" (la bestia in italiano, anche questo certo
allude alla grossolanità dei media oggetto della storia). Boot è
agitatissimo, perché la zia nel ribattere l'ultimo suo pezzo aveva
confuso la parola svasso con tasso.
Boot vive tragici giorni
d'angoscia in cui attende ad ogni momento di essere licenziato da
collaboratore. Boot non è assunto, ma nella sua tragicità di
collaboratore felice racconta di un attaccamento irredimibibile a una
professione di cui alla fine non sa nulla.
Boot, per un'alchimia del
caso che nei giornali diventa strutturale tanto è frequente anche se
non sempre così tragica, viene promosso a inviato al posto di un suo
omonimo. Un politico e l'editore si incontrano per decidere chi mandare
in Africa, dove sta per scoppiare un'impresa coloniale, insomma una
guerra. I due pensano ad un giornalista di prestigio. Concordano,
infine, su uno scrittore, John Courtney Boot, e ne elogiano lo stile,
la posizione sicura e invidiabile nel mondo letterario. La decisione è
presa. L'editore telefona al direttore del "Beast".
La richiesta
getterà nel panico la redazione e una sfilza di capi e capetti si
metterà alla caccia di questo sconosciuto Boot. Ovviamente i
giornalisti, sogghigna Waugh, non leggono libri, non conoscono gli
scrittori. Il primo malcapitato Boot che finisce sotto gli occhi del
caporedattore, pescato dalla lista dei collaboratori, è quel campagnolo
che firma le rubriche sul verde. I capi commentano con sguardi
allibiti.Che stranezza proprio lui.
Ma in redazione gli ordini non
si discutono. Lo spirito critico viene affondato sotto i cuscini delle
poltrone per timori di rappresaglie, che col tempo annullano
definitivamente ogni capacità di riflettere e tutto si riduce a
obbedienza acritica. Boot viene convocato imperiosamente con un
telegramma e finirà inviato speciale in Africa.
Waugh con ironia non
farà altro che sottolineare il non senso di tutto quello che accadrà
sotto l'etichetta del giornalismo di guerra. Boot, che fa da cartina di
tornasole di tutte le magagne del giornalismo, si ritrova ad imparare
il mestiere sul campo fra battute di questo genere a proposito di
inviati al fronte: «In primo luogo, non c'è alcun fronte.
E in
secondo luogo, non potremmo andarci anche se ci fosse. Impossibile
uscire di città senza un permesso e il permesso non ce lo danno». Ai
giornali che hanno fame di notizie si dà colore. Cioè "preparativi
nella capitale minacciata, mercenari, uomini misteriosi, influenze
straniere, volontari... Non ci sono notizie concrete".
Non ci sono
notizie, ecco il punto su cui ruota l'analisi, neanche poi tanto
romanzesca, di Waugh. Ma allora le notizie che sono? Lo spiega un
giornalista al povero Boot: « Le notizie sono quella cosa che un tale
che non si interessa granché di nulla vuole leggere. Ed è notizia
fintanto che lui la legge. Se qualcun altro ha mandato un dispaccio
prima di noi, la nostra storia non fa notizia. Certo, c'è il colore. Il
colore è un mucchio di chiacchiere a vuoto. Facile da scrivere e facile
da leggere».
Le eroiche leggende intorno a Fleet Street, la vera
strada dei giornali londinesi, altro non sono che audaci menzogne,
travisamenti, confessioni strappate. C'è bisogno di aggiungere altro?
Il giornalista più pagato degli Stati Uniti - scrive Waugh - pare
avesse fatto un colpo mondiale con una cronaca al vivo
dell'affondamento del Lusitania, quattro ore prima che lo affondassero
con un siluro.
Ricorda un po' il film "Eroe per caso" questo assurdo
Boot che, povero lui, non ha la minima idea di nulla, a partire
dall'attrezzatura che un vero giornalista dovrebbe portarsi appresso
per poter fare l'inviato in un paese di guerra, al cosa dovrà fare per
procurarsi le notizie.
Senza anticipare troppo la storia, che vale
la pena di leggere anche per divertimento puro, la morale è invece
diluita un po' ovunque: «C' è una cosa sulla quale puoi sempre contare
nel nostro mestiere, ed è la popolarità ... ma qui non l'avverto. Anzi
accidenti, avverto l'esatto opposto. E mi chiedo: siamo noti, amati,
considerati degni di fiducia? E la risposta suona: "No".
Il qui,
dove si è smarrita la credibilità del lavoro del giornalista di allora
era una Ismaelia, nella zona nordorientale dell'Africa, quella che
"sostanziava la metafora di cuore del Continente nero ... deserti,
foreste, paludi frequentati da feroci nomadi". Il qui di oggi, il dove
oggi i giornalisti hanno smarrito la credibilità dei lettori, non è più
l'altrove africano, ma coinvolge ormai mezzo mondo.

Evelyn Waugh, "L'inviato Speciale", Guanda, Milano 2002