Evelyn Waugh: "Waugh in Abissinia"

di Paola Pastacaldi

«Nel momento in cui scrivo i giornali sono pieni di resoconti
dell'agonia mortale del popolo abissino e nelle "Lettere al direttore"
gli eruditi fanno mostra della loro cultura componento epitaffi in
greco in onore di questo popolo. Si è causata un'immensa quantità di
sofferenze che avrebbero potuto essere evitate. Le conseguenze ultime
potrebbero ripercuotersi sul mondo intero». Aprile 1936. "Waugh in
Abissinia" è il racconto del viaggio di Evelyn Arthur Waugh fatto tra
il '35 e il '36 come inviato di guerra del "Daily Mail" (uno dei pochi
giornali inglesi insieme al "Morning Post" a sostenere la causa del
fascismo) per seguire le fasi dell'invasione italiana. Il fuoco
narrativo di Waugh, che si coglie già nella frase citata che chiude il
primo capitolo e che segna le responsabilità e il cinismo con cui la
stampa tratta la guerra, si concentra su due poli, prima quello dei
selvaggi o dei popoli remoti con grande abilità di viaggiatore
incuriosito tra Addis Abeba, Harar e Gigiga, poi sui fatti della
guerra, ma che fatti non sono in realtà. La guerra è creata dalla
incerte e spesso mal orchestrate finzioni messe in piedi dalla massa
dei giornalisti piovuti da tutto il mondo a caccia di scoop e voluta
dalle pressanti e autoritarie richieste dei direttori che pretendono
l'esistenza di una guerra a qualunque prezzo.
Estate del 1935. «Qui,
a Londra, negli uffici dei capiredattori e dei direttori di giornali e
case editrici sembrava brulicare unicamente una razza di antropoidi che
non vedevano, sentivano o parlavano d'altro che dell'Abissinia. Ben
pochi, è vero, erano in grado di trovare quel paese sulla carta
geografica o avevano la più pallida idea di come fosse fatto». Dal
quarto capitolo la critica alla stampa del raffinato Waugh è un fuoco,
una raffica di colpi ben assestati, inesorabili quanto veritieri. Anche
a distanza di oltre sessant'anni anni dobbiamo ammettere che la
superficialità dell'informazione ha la meglio.
Waugh continua nella
sua analisi e apre spaccati interessanti sui vizi del giornalismo
mondiale: «Tutto sommato gli americani erano più fortunati: la loro
stampa ha creato nel pubblico un appetito vorace per i dettagli
personali, per irrilevanti che siano, al punto che i lettori si bevono
avidamente qualsiasi banalità anche se ha per oggetto la vita di quelle
stesse persone che sono pagate per diffonderle. I giornalisti potevano
dunque inzeppare i loro servizi di pagine autobiografiche e dilungarsi
senza badare a spese sul proprio stato di salute, su abitudini,
reazioni e svaghi che riempivano la loro giornata; gli europei invece,
più concreti erano costretti ad andare a caccia delle ultime notizie».
La
verità è solo un articolo stampato, dietro il nulla. Tanto più in un
paese così lontano. Oggi diremmo che la verità è quella dei tg. «Era
verosimile - e di fatto così accadde- che la notizia dello scoppio
delle ostilità venisse pubblicata in Europa prima che noi ne sentissimo
parlare ad Addis Abeba».
Waugh con un linguaggio comico e
scintillante mette a prova le sue storie le amplifica all'infinito,
irriverente cacciatore delle verità che si nascondono dietro il
resoconto dei fatti. E feroce nella critica lo diviene davvero quando
tocca il tasto della deontologia.
Ecco quanto scrive a proposito di
americani ed europei. «Esiste una notevole differenza tra il codice
professionale dei giornalisti americani e quello dei loro colleghi
europei, mentre i primi non esitano, in un'emergenza, a ricorrere alla
pura fantasia, i secondi devono andare a caccia di frottole di seconda
mano. Credo sia dovuto non tanto ad una mancanza di inventiva quanto
piuttosto ad una forma di vigliaccheria. Basta che qualcuno, per
irresponsabile e screditato che sia, faccia un'affermazione, perché
questa venga considerata una legittima notizia: ma deve esserci una
fonte che fino ad ora si è dimostrata attendibile, a cui si possa più
tardi dare la colpa».
Del cattivo giornalismo italiano abbiamo qui
la fotocopia ambientata in Abissinia. Del cattivo giornalismo
realizzato raccogliendo le opinioni nelle piazze o di quello in tv,
realizzato mettendo il microfono sotto le labbra di qualche cittadino
beccato casualmente sul luogo del misfatto. Ma Waugh, da buon inglese,
sta certamente alludendo al servilismo del mondo giornalistico in
generale.
Come dargli torto? E così la fattura delle notizie sulla
guerra che verrà spedita nei paesi civili diviene una girandola tra i
cablogrammi di Fleet Strett, che pensano di giocare la guerra come una
partita a scacchi sui tavoli delle redazioni, e tra mal cammuffate spie
etiopiche o abissine divenute abilissime nel nutrire l'impazienza e
l'avidità credulona. Questa volta non dei selvaggi, bensì dei
giornalisti di tutto il mondo.

Evelyn Waugh, "Waugh in Abissinia", Sellerio Editore, Palermo 2002