COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

La Costituzione fu approvata
dall'Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, promulgata dal Capo
provvisorio dello Stato il 27 dicembre 1947, pubblicata nella Gazz.
Uff. 27 dicembre 1947, n. 298, ediz. straord., ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Vedi XVIII disp. trans. fin., comma primo.

PRINCIPI FONTAMENTALI

1. L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

2.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo,
sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua
personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di
solidarietà politica, economica e sociale.

3. Tutti i
cittadini hanno pari dignità sociale (2) e sono eguali davanti alla
legge, senza distinzione di sesso (3), di razza, di lingua (4), di
religione (5), di opinioni politiche (6), di condizioni personali e
sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
(2) Vedi XIV disp. trans. fin. Vedi anche la voce Diritti dell'uomo (convenzione per la salvaguardia dei).
(3) Vedi artt. 29, comma secondo; 37, comma primo; 48, comma primo; 51, comma primo.
(4) Vedi art. 6 e X disp. trans. fin.
(5) Vedi artt. 8, 19 e 20.
(6) Vedi art. 22.

4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al
lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni
cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la
propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso
materiale o spirituale della società.

5. La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono
dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i
principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze
dell'autonomia e del decentramento (7).
(7) Vedi artt. 114 e segg. e IX disp. trans. fin.

6. La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche (8).
(8) Vedi art. 3, comma primo e X disp. trans. fin. In attuazione di quanto disposto dal presente articolo vedi la L. 15 dicembre 1999, n. 482.

7. Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.  
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi (9). Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
(9) Vedi, alla voce Santa Sede, L. 27 maggio 1929, n. 810, sull'esecuzione del Trattato, dei quattro allegati annessi e del Concordato sottoscritti in Roma, fra la Santa Sede e l'Italia, l'11 febbraio 1929.

8. Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge (10).
Le
confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di
organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con
l'ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze (11).
(10) Vedi artt. 3, primo comma; 19; 20.
(11) Vedi  Enti di culto.

9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica (12).
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
(12) Vedi artt. 33 e 34.

10. L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici (13).
(13) Vedi, anche, l'art. 26, ultimo comma. La L.Cost. 21 giugno 1967, n. 1 ha disposto che l'ultimo comma dell'art. 10 e l'ultimo comma dell'art. 26 della Cost. non si applicano ai delitti di genocidio.

11. L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla
libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli
altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento
che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e
favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

12. La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

Parte 1
DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI

Titolo 1
RAPPORTI CIVILI

13. La libertà personale è inviolabile.
Non è
ammessa forma alcuna di detenzione di ispezione o perquisizione
personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se
non per atto motivato dall'Autorità giudiziaria (14) e nei soli casi e
modi previsti dalla legge (15).
In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l'autorità di Pubblica sicurezza
può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati
entro quarantotto ore all'Autorità giudiziaria e, se questa non li
convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e
restano privi di ogni effetto.
È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà (16).
La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.
(14) Vedi art. 111, comma primo e secondo.
(15) Vedi art. 25, comma terzo.
(16) Vedi art. 27, comma terzo.

14. Il domicilio è inviolabile.
Non vi si
possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi
e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la
tutela della libertà personale (17).
Gli accertamenti e
le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini
economici e fiscali sono regolati da leggi speciali.
(17) Vedi artt. 13 e 111, comma primo.

15. La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.
La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'Autorità giudiziaria (18) con le garanzie stabilite dalla legge.
(18) Vedi art. 111, comma primo.

16. Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in
qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la
legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.
Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche (19).
Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge (20).
(19) Vedi art. 120, comma secondo e XIII disp. trans. fin., comma secondo.
(20) Vedi art. 35, comma quarto.

17. I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi.
Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.
Delle
riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità,
che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di
incolumità pubblica.

18. I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale (21).
Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare (22).
(21) Vedi artt. 19, 20, 39 e 49.
(22) Vedi artt. 8, 18 e 20.

19. Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume (22).
(22) Vedi artt. 8, 18 e 20.

20. Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività (23).
(23) Vedi artt. 8, 18 e 19.

21. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'Autorità giudiziaria (24) nel caso di delitti,
per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel
caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per
l'indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'Autorità giudiziaria,
il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di
polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre
ventiquattro ore, fare denunzia all'Autorità giudiziaria. Se questa non
lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende
revocato e privo d'ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.
(24) Vedi art. 111, comma primo.

22. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.

23. Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.

24. Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi (25).
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.
(25) Vedi art. 113.

25. Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge (26).
Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso.
Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge (27).
(26) Vedi art. 102.
(27) Vedi art. 13, comma secondo.

26. L'estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali.
Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici (28).
(28) Vedi, anche, l'art. 10, comma quarto. La L.Cost. 21 giugno 1967, n. 1 ha disposto che l'ultimo comma dell'art. 10 e l'ultimo comma dell'art. 26 della Cost. non si applicano ai delitti di genocidio.

27. La responsabilità penale è personale.
L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (29).
Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.
(29) Vedi art. 13, comma quarto.

28. I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici
sono direttamente responsabili secondo le leggi penali, civili e
amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali
casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti
pubblici (30).
(30) Vedi art. 97, comma secondo.

Titolo II
RAPPORTI ETICO-SOCIALI

29. La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il
matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi,
con limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.

30. È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
La
legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica
e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia
legittima.
La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

31.
La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la
formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi con
particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità e l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo (31).
(31) Vedi art. 37.

32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto
dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure
gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un
determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La
legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto
della persona umana.

33. L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La
legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali
che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro
alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di
scuole statali.
È prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai
vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per
l'abilitazione all'esercizio professionale.
Le istituzioni di alta
cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti
autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

34. La scuola è aperta a tutti.
L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso (32).
(32) Vedi art. 9, comma primo.

Titolo III
RAPPORTI ECONOMICI

35. La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.
Riconosce
la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge
nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero.

36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla
quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad
assicurare a sé e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

37.
La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le
stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro
devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La
Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce
ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione
(33).
(33) Vedi art. 31.

38. Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi
necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza
sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano provveduti ed
assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di
infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione
involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L'assistenza privata è libera.

39. L'organizzazione sindacale è libera (34).
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei
loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia
obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il
contratto si riferisce.
(34) Vedi art. 18.

40. Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano.

41. L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La
legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività
economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a
fini sociali (35).
(35) Vedi art. 43.

42. La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti (36).
La proprietà privata può essere, nei casi previsti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.
(36) Vedi artt. 44 e 47, comma secondo.

43. A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, determinate
imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici
essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano
carattere di preminente interesse generale (37).
(37) Vedi art. 41, comma terzo.

44. Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di
stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli
alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione
secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica
delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle
unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà (38).
La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane.
(38) Vedi art. 42, commi secondo e terzo.

45. La Repubblica riconosce la funzione sociale della
cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione
privata. La legge ne promuove e favorisce l'incremento con i mezzi più
idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le
finalità.
La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell'artigianato.

46.
Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia
con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto
dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle
leggi, alla gestione delle aziende.

47. La Repubblica incoraggia
e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e
controlla l'esercizio del credito.
Favorisce l'accesso del risparmio
popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta
coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi
complessi produttivi del Paese.

Titolo IV
RAPPORTI POLITICI

48. Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età (39).
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
La
legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di
voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività. A
tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle
Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma
costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge (39/a).
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge (40).
(39) Vedi artt. 56; 58; 71, comma primo; 138, comma secondo e XIII disp. trans. fin., comma primo.
(39/a) Comma aggiunto dall'art. 1, L.Cost. 17 gennaio 2000, n. 1 (Gazz. Uff. 20 gennaio 2000, n. 15). Le norme per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all'estero sono state approvate con L. 27 dicembre 2001, n. 459.
(40) Vedi disp. trans. fin. XII, comma secondo e XIII, comma primo.

49. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale (41).
(41) Vedi artt. 18; 98, comma terzo e XII disp. trans. fin., comma primo.

50. Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità (42).
(42)
Vedi anche artt. 27, 41, 92, 93 e 94 del Regolamento del Senato ed
artt. 31, comma nono, 49 e Capo XII del Regolamento della Camera.

51. Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge (43).
A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini (43/a)
La
legge può, per l'ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive,
parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica.
Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.
(43)
Vedi artt. 3, comma primo; 56, comma terzo; 58, comma secondo; 84,
comma primo; 97, comma terzo; 104, comma quarto; 106; 135, commi primo,
secondo e sesto; XIII disp. trans. fin., comma primo.  
(43/a)
articolo unico della legge costituzionale 30 maggio 2003 n. 1 Modifica
dell'articolo 51 della Costituzione G.U. n. 134 del 12 giugno 2003

52. La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.
Il
servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla
legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del
cittadino, né l'esercizio dei diritti politici.
L'ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.

53. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

54. Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi.
I
cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di
adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi
stabiliti dalla legge.

Parte II
ORDINAMENTO DELLA REPUBBLICA

TITOLO I
IL PARLAMENTO

Sezione I. Le Camere.

55. Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.
Il Parlamento si riunisce in seduta comune (44) dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione (45).
(44) Vedi artt. 63, comma secondo; 64, commi secondo e terzo.
(45)
Vedi artt. 83; 90, comma secondo; 91; 96; 104, comma quarto; 135, commi
primo e sesto. Vedi anche Capo XI Reg. Senato ed artt. 10, comma
secondo; 15, comma quarto e 53, comma secondo Reg. Camera, riportati
alla voce Parlamento.

56. La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto.
Il numero dei deputati è di seicentotrenta, dodici dei quali eletti nella circoscrizione Estero (45/a).
Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno della elezione hanno compiuto i venticinque anni di età.
La
ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei
seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il
numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall'ultimo
censimento generale della popolazione, per seicentodiciotto e
distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni
circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti
(46).
(45/a) Comma così sostituito dall'art. 1, L.Cost. 23 gennaio 2001, n. 1. L'art. 3 della stessa L. n. 1/2001 ha così disposto:
«Art.
3. Disposizioni transitorie. - 1. In sede di prima applicazione della
presente legge costituzionale ai sensi del terzo comma dell'articolo 48
della Costituzione, la stessa legge che stabilisce le modalità di
attribuzione dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero stabilisce,
altresì, le modificazioni delle norme per l'elezione delle Camere
conseguenti alla variazione del numero dei seggi assegnati alle
circoscrizioni del territorio nazionale.
2. In caso di mancata approvazione della legge di cui al comma 1, si applica la disciplina costituzionale anteriore».
(46) Articolo prima sostituito dall'art. 1, L.Cost. 9 febbraio 1963, n. 2 recante modificazioni agli articoli 56, 57 e 60 della Costituzione e, poi così modificato dall'art. 1, L.Cost. 23 gennaio 2001, n. 1.
L'art. 3 della stessa L. n. 1/2001 ha così disposto:
«Art.
3. Disposizioni transitorie. - 1. In sede di prima applicazione della
presente legge costituzionale ai sensi del terzo comma dell'articolo 48
della Costituzione, la stessa legge che stabilisce le modalità di
attribuzione dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero stabilisce,
altresì, le modificazioni delle norme per l'elezione delle Camere
conseguenti alla variazione del numero dei seggi assegnati alle
circoscrizioni del territorio nazionale.
2. In caso di mancata approvazione della legge di cui al comma 1, si applica la disciplina costituzionale anteriore».

57. Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero (46/a).
Il numero dei senatori elettivi è di trecentoquindici, sei dei quali eletti nella circoscrizione Estero (46/b).
Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno.
La ripartizione dei seggi fra le Regioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla popolazione
delle Regioni, quale risulta dall'ultimo censimento generale, sulla
base dei quozienti interi e dei resti più alti (47).
(46/a) Comma così sostituito dall'art. 2, L.Cost. 23 gennaio 2001, n. 1. L'art. 3 della stessa legge n. 1/2001 ha così disposto:
«Art.
3. Disposizioni transitorie. - 1. In sede di prima applicazione della
presente legge costituzionale ai sensi del terzo comma dell'articolo 48
della Costituzione, la stessa legge che stabilisce le modalità di
attribuzione dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero stabilisce,
altresì, le modificazioni delle norme per l'elezione delle Camere
conseguenti alla variazione del numero dei seggi assegnati alle
circoscrizioni del territorio nazionale.
2. In caso di mancata approvazione della legge di cui al comma 1, si applica la disciplina costituzionale anteriore».
(46/b) Comma così sostituito dall'art. 2, L.Cost. 23 gennaio 2001, n. 1. L'art. 3 della stessa L. n. 1/2001 ha così disposto:
«Art.
3. Disposizioni transitorie. - 1. In sede di prima applicazione della
presente legge costituzionale ai sensi del terzo comma dell'articolo 48
della Costituzione, la stessa legge che stabilisce le modalità di
attribuzione dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero stabilisce,
altresì, le modificazioni delle norme per l'elezione delle Camere
conseguenti alla variazione del numero dei seggi assegnati alle
circoscrizioni del territorio nazionale.
2. In caso di mancata approvazione della legge di cui al comma 1, si applica la disciplina costituzionale anteriore».
(47) Articolo prima sostituito dall'art. 2 L.Cost. 9 febbraio 1963, n. 2 e poi così modificato prima dall'art.
2, L.Cost. 27 dicembre 1963, n. 3 e poi dall'art. 2, L.Cost. 23 gennaio
2001, n. 1. L'art. 3 della stessa L. n. 1/2001 ha così disposto:
«Art.
3. Disposizioni transitorie. - 1. In sede di prima applicazione della
presente legge costituzionale ai sensi del terzo comma dell'articolo 48
della Costituzione, la stessa legge che stabilisce le modalità di
attribuzione dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero stabilisce,
altresì, le modificazioni delle norme per l'elezione delle Camere
conseguenti alla variazione del numero dei seggi assegnati alle
circoscrizioni del territorio nazionale.
2. In caso di mancata approvazione della legge di cui al comma 1, si applica la disciplina costituzionale anteriore».

58. I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età.
Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno.

59. È senatore di diritto a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica.
Il
Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque
cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo
sociale, scientifico, artistico e letterario.

60. La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni (48).
La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra (49).
(48) Vedi art. 88.
(49) Così sostituito dall'art. 3, L.Cost. 9 febbraio 1963, n. 2.

61. Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni (50).
Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti (51).
(50) Vedi art. 87, comma terzo.
(51) Vedi, anche, artt. 13, comma terzo; 34, comma secondo, e 35 Reg. Senato, ed art. 45, comma primo, Reg. Camera, riportati alla voce Parlamento.

62. Le Camere si riuniscono di diritto il primo giorno non festivo di febbraio e di ottobre.
Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti (52).
Quando si riunisce in via straordinaria una Camera, è convocata di diritto anche l'altra (53).
(52) Vedi art. 77, comma secondo. Vedi, anche, artt. 34, secondo comma, e 35 Reg. Senato ed art. 14, secondo comma, Reg. Camera.
(53) Vedi, anche, art. 45, comma primo, Reg. Camera.

63. Ciascuna Camera elegge fra i suoi componenti il Presidente e l'Ufficio di presidenza (54).
Quando
il Parlamento si riunisce in seduta comune, il Presidente e l'Ufficio
di presidenza sono quelli della Camera dei deputati (55).
(54) Vedi artt. 3, 4, 5 e 6 Reg. Senato ed artt. 4, 5, 6 e 7 Reg. Camera.
(55) Vedi art. 85 Reg. Senato ed artt. 10, comma secondo, e 15, comma quarto, Reg. Camera.

64. Ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti.
Le sedute sono pubbliche: tuttavia ciascuna delle due Camere e il Parlamento a Camere riunite (56) possono deliberare di adunarsi in seduta segreta.
Le deliberazioni di ciascuna Camera e del Parlamento non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti, e se non sono adottate a maggioranza dei presenti, salvo che la Costituzione prescriva una maggioranza speciale.
I membri del Governo, anche se non fanno parte delle Camere, hanno diritto, e se richiesti obbligo, di assistere alle sedute.
Devono essere sentiti ogni volta che lo richiedono (57).
(56) Vedi art. 55, comma secondo.
(57) Per quanto disposto dal presente articolo vedi, anche, artt. 7, 25, 26, 26-bis, 36, 37, 38, 40, 43, 49, 50, 75, 91-quater ed il Capo X Reg. Senato ed artt. 8, 38, 40, 50, 51, 52, 60-63, 92 ed il Capo XI Reg. Camera.

65. La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'Ufficio di deputato o di senatore (58).
Nessuno può appartenere contemporaneamente alle due Camere.
(58) Vedi artt. 84, comma secondo; 104, comma settimo; 122, comma secondo; 135, comma quinto. Vedi, anche, per le incompatibilità la legge 13 febbraio 1953, n. 60.

66. Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità (59).
(59) Vedi artt. 2-bis, 7 e 15 Reg. Senato; art. 8 e Capo V Reg. Camera ed il Regolamento interno della Giunta delle elezioni della Camera dei deputati.

67. Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

68. I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni.
Senza
autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del
Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o
domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà
personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una
sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell'atto di
commettere un delitto per il quale è previsto l'arresto obbligatorio in
flagranza.
Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza (59/a).
(59/a) Articolo così sostituito dall'art. 1, L.Cost. 29 ottobre 1993, n. 3 (Gazz. Uff. 30 ottobre 1993, n.
256). Disposizioni urgenti per l'attuazione del presente articolo sono
state approvate con il D.L. 15 novembre 1993, n. 455, il D.L. 14
gennaio 1994, n. 23, il D.L. 17 marzo 1994, n. 176, il D.L. 16 maggio 1994, n. 291, il D.L. 15 luglio 1994, n. 447, il D.L. 8 settembre 1994, n. 535, il D.L. 9 novembre
1994, n. 627, il D.L. 13 gennaio 1995, n. 7, il D.L. 13 marzo 1995, n.
69, il D.L. 12 maggio 1995, n. 165, il D.L. 7 luglio 1995, n. 276, il
D.L. 7 settembre 1995, n. 374, il D.L. 8 novembre 1995, n. 466, il D.L.
8 gennaio 1996, n. 9, il D.L. 12 marzo 1996, n. 116, il D.L. 10 maggio
1996, n. 253, il D.L. 10 luglio 1996, n. 357, il D.L. 6 settembre 1996,
n. 466 e il D.L. 23 ottobre 1996, n. 555, tutti non convertiti in legge.

69. I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge.

TITOLO I
IL PARLAMENTO

Sezione II. La formazione delle leggi.

70. La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere.

71.
L'iniziativa delle leggi appartiene al Governo (60), a ciascun membro
delle Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge
costituzionale (61).
Il popolo esercita l'iniziativa
delle leggi, mediante la proposta da parte di almeno cinquantamila
elettori di un progetto redatto in articoli.
(60) Vedi art. 87, comma quarto.
(61) Vedi artt. 99, comma terzo, e 121, comma secondo.

72. Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una commissione e poi dalla Camera stessa, che l'approva articolo per articolo e con votazione finale.
Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l'urgenza.
Può
altresì stabilire in quali casi e forme l'esame e l'approvazione dei
disegni di legge sono deferiti a commissioni, anche permanenti,
composte in tal modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari.
Anche in tali casi, fino al momento della sua approvazione definitiva,
il disegno di legge è rimesso alla Camera, se il Governo o un decimo
dei componenti della Camera o un quinto della Commissione richiedono
che sia discusso e votato dalla Camera stessa oppure che sia sottoposto
alla sua approvazione finale con sole dichiarazioni di voto. Il
regolamento determina le forme di pubblicità dei lavori delle
commissioni.
La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per
i disegni di legge in materia costituzionale (62) ed elettorale e per
quelli di delegazione legislativa (63), di autorizzazione a ratificare
trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi (64).
(62) Vedi art. 138.
(63) Vedi artt. 76 e 79.
(64) Vedi art. 81.
Per quanto disposto dal presente articolo, vedi, anche, artt. 18, 20, 21, 22, 23, 26, 26-bis, 33, 52, 53, 55 ed i Capi IX e X Reg. Senato ed artt. 27, 28, 31, 36, 38, 40, 41, 65, 66, 68, 69 ed i Capi VII, X, XI e XIV Reg. Camera.

73. Le leggi sono promulgate dal Presidente della Repubblica entro un mese dall'approvazione (65).
Se le Camere, ciascuna a maggioranza assoluta dei propri componenti, ne dichiarano l'urgenza (66), la legge è promulgata nel termine da essa stabilito.
Le leggi sono pubblicate subito dopo la promulgazione ed entrano in vigore il quindicesimo giorno successivo alla loro pubblicazione, salvo che le leggi stesse stabiliscano un termine diverso.
(65) Vedi artt. 74, 87, comma quinto, e 138, comma secondo.
(66) Vedi art. 72, comma secondo.

74. Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere (67) chiedere una nuova deliberazione.
Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata.
(67) Vedi art. 87, comma secondo.

75. È indetto referendum popolare (68) per deliberare la
abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore
di legge (69), quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque
Consigli regionali.
Non è ammesso il referendum per le
leggi tributarie e di bilancio (70), di amnistia e di indulto (71), di
autorizzazione a ratificare trattati internazionali (72).
Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.
La
proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla
votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la
maggioranza dei voti validamente espressi.
La legge determina le modalità di attuazione del referendum.
(68) Vedi art. 87, comma sesto.
(69) Vedi artt. 76 e 77.
(70) Vedi art. 81.
(71) Vedi art. 79.
(72) Vedi art. 80. Per il giudizio di ammissibilità vedi art. 2, L.Cost. 11 marzo 1953, n. 1.

76. L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato (73) al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti.
(73) Vedi art. 72, comma quarto.

77. Il Governo non può, senza delegazione delle Camere (74), emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria.
Quando, in casi straordinari di necessità e d'urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti
provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la
conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente
convocate e si riuniscono entro cinque giorni (75).
I decreti perdono efficacia sin dall'inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro
pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti
giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.
(74) Vedi art. 76.
(75) Vedi art. 61, comma primo, e 62, comma primo. Vedi anche art. 35 Reg. Senato.

78. Le Camere deliberano lo stato di guerra (76) e conferiscono al Governo i poteri necessari.
(76) Vedi art. 87, comma nono.

79. L'amnistia e l'indulto sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale (77).
La legge che concede l'amnistia o l'indulto stabilisce il termine per la loro applicazione.
In ogni caso l'amnistia e l'indulto non possono applicarsi ai reati commessi successivamente alla presentazione del disegno di legge (77).
(77) Così sostituito dall'art. 1, L.Cost. 6 marzo 1992, n. 1, (Gazz. Uff. 9 marzo 1992, n. 57).
(77) Così sostituito dall'art. 1, L.Cost. 6 marzo 1992, n. 1, (Gazz. Uff. 9 marzo 1992, n. 57).

80. Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali (78) che sono di natura politica,
o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni
del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi (79).
(78) Vedi art. 87, comma ottavo.
(79) Vedi artt. 72, comma quarto, 75, comma secondo, e V disp. trans. fin.

81. Le Camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo (80).
L'esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.
Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese.
Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte (81).
(80) Vedi artt. 72, comma quarto, 75, comma secondo, 100, comma secondo.
(81) Per quanto disposto dal presente articolo, vedi anche artt. 30 e 31 Reg. Senato e artt. 31, 32, 33, 40 e 86 Reg. Camera riportati alla voce Parlamento.

82. Ciascuna Camera può disporre inchieste su materie di pubblico interesse.
A tale scopo nomina fra i propri componenti una commissione formata in modo da rispecchiare la proporzione dei vari gruppi. La commissione di inchiesta procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni della Autorità giudiziaria (82).
(82) Vedi, anche, Capo XV Reg. Senato e Capo XV Reg. Camera.

TITOLO II
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

83. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri (83).
All'elezione
partecipano tre delegati per ogni Regione (84) eletti dal Consiglio
regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze
(85). La Valle d'Aosta ha un solo delegato.
L'elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi della assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.
(83) Vedi artt. 55, comma secondo, e 85.
(84) Vedi art. 85, comma secondo.
(85) Vedi II disp. trans. fin.

84. Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni
cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d'età e goda dei diritti
civili e politici.
L'ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica.
L'assegno e la dotazione del Presidente sono determinati per legge.

85. Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni.
Trenta giorni prima che scada il termine il Presidente della Camera dei deputati (86) convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali (87), per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.
Se
le Camere sono sciolte, o manca meno di tre mesi alla loro cessazione,
la elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle Camere
nuove (88). Nel frattempo sono prorogati i poteri del Presidente in
carica.
(86) Vedi art. 63, comma secondo.
(87) Vedi art. 83, comma secondo.
(88) Vedi art. 61, comma primo.

86. Le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato.
In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati (86) indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro
quindici giorni, salvo il maggior termine previsto se le Camere sono
sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione (89).
(86) Vedi art. 63, comma secondo.
(89) Vedi art. 85, comma terzo.

87. Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale.
Può inviare messaggi alle Camere (90).
Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione (91).
Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo (92).
Promulga le leggi (93) ed emana i decreti aventi valore di legge (94) e i regolamenti.
Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione (95).
Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.
Accredita
e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati
internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere
(96).
Ha il comando delle Forze armate, presiede il
Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo
stato di guerra deliberato dalle Camere (97).
Presiede il Consiglio superiore della magistratura (98).
Può concedere grazia e commutare le pene.
Conferisce le onorificenze della Repubblica (98/a).
(90) Vedi anche art. 74, comma primo.
(91) Vedi art. 61, comma primo.
(92) Vedi art. 71, comma primo.
(93) Vedi artt. 73, 74 e 138, comma secondo.
(94) Vedi artt. 76 e 77.
(95) Vedi artt. 75 e 138, comma secondo.
(96) Vedi art. 80.
(97) Vedi art. 78.
(98) Vedi art. 104, comma secondo.
(98/a) Con D.P.R. 9 ottobre 2000 (Gazz. Uff. 14 ottobre 2000, n. 241) è stato approvato il modello dello stendardo del Presidente della Repubblica.

88. Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.
Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura (98/b).
(98/b) Comma così sostituito dall'art. 1, L.Cost. 4 novembre 1991, n. 1 (Gazz. Uff. 8 novembre 1991, n. 262).

89. Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità.
Gli atti che hanno valore legislativo (94) e gli altri indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei ministri.
(94) Vedi artt. 76 e 77.

90. Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.
In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune (99), a maggioranza assoluta dei suoi membri (100).
(99) Vedi art. 55, comma secondo.
(100) Vedi artt. 134 e 135, comma sesto. Vedi, anche, artt. 12, 13 e 15, L.Cost. 11 marzo 1953, n. 1 e L. 25 gennaio 1962, n. 20 nonché il Reg. parlamentare per i procedimenti di accusa.

91. Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune (99).
(99) Vedi art. 55, comma secondo.

TITOLO III
IL GOVERNO

Sezione I. Il Consiglio dei ministri.

92. IL Governo della Repubblica è composto del Presidente del
Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei
ministri.
Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.

93.
Il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, prima di
assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente
della Repubblica.

94. Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.
Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.
Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.
Il voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.
La
mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei
componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di
tre giorni dalla sua presentazione (101).
(101) Per quanto disposto dal presente articolo vedi anche artt. 34, 68 e 114 Reg. Senato ed artt. 45, 131 e, in genere, 124-131 Reg. Camera.

95. Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile.
Mantiene la unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l'attività dei Ministri.
I
Ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei
ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri (102).
La legge provvede all'ordinamento della Presidenza del Consiglio e determina il numero, le attribuzioni e l'organizzazione dei Ministeri (103).
(102) Vedi art. 89.
(103) Vedi art. 97, comma primo.

96. Il Presidente del Consiglio dei ministri e i Ministri, anche se
cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi
nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria,
previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei
Deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale (104)
(105).
(104) Comma così sostituito dall'art. 1 della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1.
(105) Vedi artt. 134 e 135, comma sesto. Vedi anche art. 12, 13 e 14 L.Cost. 11 marzo 1953, n. 1 e L. 25 gennaio 1962, n. 20 nonché il Reg. parlamentare per i procedimenti di accusa.

TITOLO III
IL GOVERNO

Sezione II. La pubblica Amministrazione

97. I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge
(106), in modo che siano assicurati il buon andamento e la imparzialità
dell'amministrazione.
Nell'ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari (107).
Agli impieghi nelle Pubbliche Amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge (108).
(106) Vedi art. 95, comma terzo.
(107) Vedi art. 28.
(108) Vedi art. 51, comma primo.

98. I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.
Se sono membri del Parlamento, non possono conseguire promozioni se non per anzianità.
Si
possono con legge stabilire limitazioni al diritto d'iscriversi ai
partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio
attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici
e consolari all'estero (109).
(109) Vedi art. 49.

TITOLO III
IL GOVERNO

Sezione III. Gli organi ausiliari.

99. Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (110) è
composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e di
rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto
della loro importanza numerica e qualitativa.
È organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge.
Ha l'iniziativa legislativa (111) e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge.
(110) Tale organo è stato costituito con L. 5 gennaio 1957, n. 33, riportata alla voce Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro.
(111) Vedi art. 71, comma primo.

100. Il Consiglio di Stato è organo di consulenza giuridico-amministrativa e di tutela della giustizia nell'amministrazione (112).
La
Corte dei conti esercita il controllo preventivo di legittimità sugli
atti del Governo, e anche quello successivo sulla gestione del bilancio
dello Stato (113). Partecipa, nei casi e nelle forme stabilite dalla
legge, al controllo sulla gestione finanziaria degli enti a cui lo
Stato contribuisce in via ordinaria.
Riferisce direttamente alle Camere sul risultato del riscontro eseguito (114).
La legge assicura l'indipendenza dei due istituti e dei loro componenti di fronte al Governo.
(112) Vedi art. 103, comma primo.
(113) Vedi anche art. 103, comma secondo.
(114) Vedi art. 81, comma primo. Vedi anche artt. 27 e 95 Reg. Senato ed artt. 31 e 43 Reg. Camera. Vedi anche L. 21 marzo 1958, n. 259.

TITOLO IV
LA MAGISTRATURA

Sezione I. Ordinamento giurisdizionale.

101. La giustizia è amministrata in nome del popolo.
I giudici sono soggetti soltanto alla legge.

102. La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull'ordinamento giudiziario (115).
Non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali (116). Possono soltanto istituirsi presso gli organi giudiziari ordinari sezioni specializzate per determinate materie, anche con la partecipazione di cittadini idonei estranei alla magistratura (117).
La legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia.
(115) Vedi artt. 106, 108 e VII disp. trans. fin., comma primo.
(116) Vedi art. 25, comma primo.
(117) Vedi VI disp. trans. fin.

103. Il Consiglio di Stato (118) e gli altri organi di giustizia
amministrativa hanno giurisdizione per la tutela nei confronti della
Pubblica Amministrazione degli interessi legittimi e, in particolari
materie indicate dalla legge, anche dei diritti soggettivi (119).
La Corte dei conti (120) ha giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge (121).
I Tribunali militari in tempo di guerra hanno la giurisdizione stabilita dalla legge. In tempo di pace hanno giurisdizione soltanto per i reati militari commessi da appartenenti alle Forze armate (122).
(118) Vedi anche art. 100, comma primo.
(119) Vedi art. 24, comma primo; 111, comma terzo; 113; 125, comma secondo.
(120) Vedi anche art. 100, comma secondo.
(121) Vedi anche art. 111, comma terzo.
(122) Vedi l'art. 111, comma secondo e VI disp. trans. fin., comma secondo.

104. La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.
Il Consiglio superiore della magistratura (123) è presieduto dal Presidente della Repubblica (124).
Ne fanno parte di diritto il primo Presidente e il Procuratore generale della Corte di cassazione.
Gli
altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati
ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal
Parlamento in seduta comune (124/a) tra professori ordinari di
università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di
esercizio.
Il Consiglio elegge un vice presidente fra i componenti designati dal Parlamento.
I membri elettivi del Consiglio durano in carica quattro anni e non sono immediatamente rieleggibili.
Non possono, finché sono in carica, essere iscritti, negli albi professionali, né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale.
(123) Vedi gli artt. 105, 106, comma terzo, 107, comma primo.  
(124) Vedi l'art. 87, comma decimo.
(124/a) Vedi l'art. 55, secondo comma.

105. Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell'ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati (125).
(125) Vedi gli artt. 106 e 107.

106. Le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso.
La legge sull'ordinamento giudiziario (126) può ammettere la nomina, anche elettiva, di magistrati onorari per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli.
Su designazione del Consiglio superiore della magistratura possono essere chiamati all'ufficio di consiglieri di Cassazione, per meriti insigni, professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati che abbiano quindici anni di esercizio e siano iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori (126/a).
(126) Vedi l'art. 108 e VII disp. trans. fin., comma primo.
(126/a) In attuazione di quanto disposto dal presente comma vedi la L. 5 agosto 1998, n. 303.

107. I magistrati sono inamovibili. Non possono essere
dispensati o sospesi dal servizio, né destinati ad altre sedi o
funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della
magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa
stabilite dall'ordinamento giudiziario o con il loro consenso.
Il ministro della giustizia ha facoltà di promuovere l'azione disciplinare.
I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni.
Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull'ordinamento giudiziario.

108. Le norme sull'ordinamento giudiziario (127) e su ogni magistratura sono stabilite con legge (128).
La
legge assicura l'indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali
(129), del Pubblico ministero presso di esse, e degli estranei che
partecipano all'amministrazione della giustizia (130).
(127) Vedi VII disp. trans. fin., comma primo.
(128) Vedi, anche, L. 24 maggio 1951, n. 392, relativa alla «Distinzione dei magistrati secondo le funzioni».
(129) Vedi l'art. 100, comma terzo.
(130) Vedi l'art. 102, commi secondo e terzo.

109. L'Autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria (131).
(131) Vedi, anche, art. 220 c.p.p.

110. Ferme le competenze del Consiglio superiore della magistratura, spettano al Ministero della giustizia l'organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia (132).
(132) Vedi, anche, art. 107, comma secondo.

TITOLO IV
LA MAGISTRATURA

Sezione II. Norme sulla giurisdizione.

111. La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge (132a).
Ogni
processo si svolge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di
parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la
ragionevole durata (132b).
Nel processo penale, la
legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve
tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi
dell'accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni
necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al
giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono
dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e
l'interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni
dell'accusa e l'acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore;
sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua
impiegata nel processo (132c).
Il processo penale è
regolato dal principio del contradditorio nella formazione della prova.
La colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di
dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre
volontariamente sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o
del suo difensore (132d).
La legge regola i casi la cui
formazione della prova non ha luogo in contradditorio per consenso
dell'imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per
effetto di provata condotta illecita (132e).
Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati  (133).
Contro
le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale (134),
pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre
ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge (135). Si può
derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei Tribunali militari
in tempo di guerra  (136).
Contro le decisioni del
Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è
ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione  (137).
(132a)
Comma così inserito dall'art. 1, L. Cost. 23 novembre 1999, n. 2 (Gazz.
Uff. 23 dicembre 1999, n. 300). L'art. 2 della stessa ha disposto che
la legge regoli l'applicazione dei principi in essa contenuti, ai
processi penali in corso alla data della sua entrata in vigore. In
attuazione di tale disposizione, l'art. 1, D.L. 7 gennaio 2000, n. 2,
convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, L. 25 febbraio
2000, n. 35, ha così stabilito:
«Art. 1 - 1. Fino alla
data di entrata in vigore della legge che disciplina l'attuazione
dell'articolo 111 della Costituzione, come modificato dalla legge
costituzionale 23 novembre 1999, n. 2, ed in applicazione dell'articolo
2 della stessa legge costituzionale, i principi di cui all'articolo 111
della Costituzione si applicano ai procedimenti in corso salve le
regole contenute nei commi successivi.
2. Le
dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari da chi, per
libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'esame
dell'imputato o del suo difensore, sono valutate, se già acquisite al
fascicolo per il dibattimento, solo se la loro attendibilità è
confermata da altri elementi di prova, assunti o formati con diverse
modalità.
3. Le dichiarazioni possono essere comunque
valutate quando, sulla base di elementi concreti, verificati in
contraddittorio, risulta che la persona è stata sottoposta a violenza,
minaccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità affinché si
sottragga all'esame.
4. Alle dichiarazioni acquisite al
fascicolo per il dibattimento, e già valutate ai fini delle decisioni,
si applicano nel giudizio dinanzi alla Corte di cassazione le
disposizioni vigenti in materia di valutazione della prova al momento
delle decisioni stesse.
5. Nell'udienza preliminare dei
processi penali in corso nei confronti di imputato minorenne, il
giudice, se ritiene di poter decidere allo stato degli atti, informa
l'imputato della possibilità di consentire che il procedimento a suo
carico sia definito in quella fase.
6. Le disposizioni
dei commi precedenti si applicano anche ai procedimenti che proseguono
con le norme del codice di procedura penale anteriormente vigente».
(132/b) Comma aggiunto dall'art 1, L.Cost. 23 novembre 1999, n. 2 (Gazz. Uff. 23 dicembre 1999, n. 300).
(132/c) Comma aggiunto dall'art 1, L.Cost. 23 novembre 1999, n. 2 (Gazz. Uff. 23 dicembre 1999, n. 300).
(132/d) Comma aggiunto dall'art 1, L.Cost. 23 novembre 1999, n. 2 (Gazz. Uff. 23 dicembre 1999, n. 300).
(132/e) Comma aggiunto dall'art 1, L.Cost. 23 novembre 1999, n. 2 (Gazz. Uff. 23 dicembre 1999, n. 300).
(133) Vedi gli artt. 13, comma secondo; 14, comma secondo; 15, comma secondo; 21, comma terzo.
(134) Vedi l'art. 13.
(135) Vedi l'art. 137, comma terzo.
(136) Vedi l'art. 103, comma terzo e VI disp. trans. fin., comma secondo.
(137) Vedi l'art. 131, commi primo e secondo. Vedi anche il D.L. 7 gennaio 2000, n. 2.

112. Il Pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale.

113. Contro gli atti della Pubblica Amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa (138).
Tale
tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari
mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti.
La legge determina quali organi di giurisdizione possono annullare gli atti della Pubblica Amministrazione nei casi e con gli effetti previsti dalla legge stessa.
(138) Vedi gli artt. 24, comma primo; 103, commi primo e secondo; 125, comma secondo.

TITOLO V
Le Regioni, le Province, i Comuni

(1) Il presente titolo è stato oggetto di modificazioni da parte
della legge cost. 18 ottobre 2001, n.3, il cui art. 10 ha altresì
disposto che“ 1. Sino all'adeguamento dei rispettivi statuti, le
disposizioni della presente legge costituzionale si applicano anche
alle Regioni a statuto speciale ed alle province autonome di Trento e
di Bolzano per le parti in cui prevedono forme di autonomia più ampie
rispetto a quelle già attribuite“

 

114. La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni (139)
e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le
Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni
secondo i princìpi fissati dalla Costituzione. Roma è la capitale della
Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento (140).
(139) Vedi gli artt. 131 e 132.
(140) Articolo così sostituito dall'art. 1, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

 

115. [Le Regioni sono costituite in enti autonomi con propri poteri
e funzioni secondo i principi fissati nella Costituzione] (140/a).
(140/a) Articolo abrogato dall'art. 9, comma 2, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

116. Il Friuli Venezia Giulia (141), la Sardegna, la Sicilia, il
Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste
dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i
rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale (142).
La Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol è costituita dalle Province autonome di Trento e di Bolzano.
Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre
Regioni,
con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti
gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all'articolo 119. La
legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei  componenti,
sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata (142/a).
(141) Vedi anche X disp. trans. fin.
(142) Vedi art. 138. Vedi anche L.Cost. 26 febbraio 1948, n. 2 «Conversione in legge costituzionale dello statuto della Regione siciliana approvato con D.Lgs. 15 maggio 1946, n. 455»; L.Cost. 26 febbraio 1948, n. 3 « Statuto speciale per la Sardegna»; L.Cost. 26 febbraio 1948, n. 4 «Statuto speciale per la Valle d'Aosta»; L.Cost. 26 febbraio 1948, n. 5 «Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige»; L.Cost. 31 gennaio 1963, n. 1 «Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia» riportate alla voce Regioni.
(142/a) Articolo così sostituito dall'art. 2, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

117. La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.
Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie:
a) politica estera e rapporti internazionali dello Stato; rapporti dello Stato con l'Unione europea; diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea;
b) immigrazione;
c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose;
d) difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi;
e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; perequazione delle risorse finanziarie;
f) organi dello Stato e relative leggi elettorali; referendum statali; elezione del Parlamento europeo;
g) ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali;
h) ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale;
i) cittadinanza, stato civile e anagrafi;
l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;
m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale;
n) norme generali sull'istruzione;
o) previdenza sociale;
p) legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane;
q) dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale;
r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell'amministrazione statale, regionale e locale; opere dell'ingegno;
s) tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali.
Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: rapporti internazionali e con l'Unione europea delle Regioni; commercio con l'estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all'innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale
dell'energia; previdenza complementare e integrativa; armonizzazione
dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del
sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e
promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio,
casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito
fondiario e agrario a carattere regionale. Nelle materie di
legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa,
salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata
alla legislazione dello Stato.
Spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato.
Le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, nelle materie di loro competenza, partecipano alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi comunitari e provvedono all'attuazione
e all'esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell'Unione
europea, nel rispetto delle norme di procedura stabilite da legge dello
Stato, che disciplina le modalità di esercizio del potere sostitutivo
in caso di inadempienza.
La potestà regolamentare spetta allo Stato nelle materie di legislazione esclusiva, salva delega alle Regioni.
La potestà regolamentare spetta alle Regioni in ogni altra materia. I
Comuni, le Province e le Città metropolitane hanno potestà
regolamentare in ordine alla disciplina dell'organizzazione e dello
svolgimento delle funzioni loro attribuite.
Le leggi
regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli
uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e
promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche
elettive.
La legge regionale ratifica le intese della Regione con altre Regioni per il migliore esercizio delle proprie funzioni, anche con individuazione di organi comuni.
Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato (143).
(143) Articolo così sostituito dall'art. 3, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

118. Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.
I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze.
La
legge statale disciplina forme di coordinamento fra Stato e Regioni
nelle materie di cui alle lettere b) e h) del secondo comma
dell'articolo 117, e disciplina inoltre forme di intesa e coordinamento
nella materia della tutela dei beni culturali.
Stato,
Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma
iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di
attività di interesse generale, sulla base del principio di
sussidiarietà (144).
(144) Articolo così sostituito dall'art. 4, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

119. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano
tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i
princìpi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema
tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi
erariali riferibile al loro territorio.
La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante.
Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite.
Per
promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale,
per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire
l'effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a
scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato
destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di
determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo
i princìpi generali determinati dalla legge dello Stato. Possono
ricorrere all'indebitamento solo per finanziare spese di investimento.
È esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti (144/a).
(144/a) Articolo così sostituito dall'art. 5, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

120. La Regione non può istituire dazi di importazione o esportazione o transito tra le Regioni, né adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni (145), né limitare l'esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale.
Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni
nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della
normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l'incolumità e la
sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell'unità
giuridica o dell'unità economica e in particolare la tutela dei livelli
essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali,
prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge
definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano
esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio
di leale collaborazione (145/a).
(145) Vedi art. 16, comma primo.
(145/a) Articolo così sostituito dall'art. 6, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

121. Sono organi della Regione: il Consiglio regionale, la Giunta e il suo Presidente.
Il Consiglio regionale esercita le potestà legislative attribuite alla Regione (146) e le altre funzioni conferitegli dalla Costituzione (147) e dalle leggi. Può fare proposte di legge alle Camere (148).
La Giunta regionale è l'organo esecutivo delle Regioni.
Il Presidente della Giunta rappresenta la Regione; dirige la politica della Giunta e ne è responsabile; promulga le leggi ed emana i regolamenti regionali; dirige le funzioni amministrative delegate dallo Stato alla Regione (149), conformandosi alle istruzioni del Governo della Repubblica (149/a).
(146) Vedi art. 117.
(147) Vedi artt. 75, comma primo; 83, comma secondo; 122, comma quinto; 123, comma secondo; 132; 138, comma secondo.
(148) Comma così modificato dall'art. 1, L.Cost. 22 novembre 1999, n. 1. Vedi art. 71, comma primo.
(149) Vedi art. 118, comma secondo.
(149/a) Comma così sostituito dall'art. 1, L.Cost. 22 novembre 1999, n. 1.

122. Il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di
incompatibilità (150) del Presidente e degli altri componenti della
Giunta regionale nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con
legge della Regione nei limiti dei princìpi fondamentali stabiliti con
legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi
elettivi.
Nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio o a una Giunta regionale e ad una delle Camere del Parlamento, ad un altro Consiglio o ad altra Giunta regionale, ovvero al Parlamento europeo.
Il Consiglio elegge tra i suoi componenti un Presidente e un ufficio di presidenza.
I
consiglieri regionali non possono essere chiamati a rispondere delle
opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni.
Il Presidente della Giunta regionale, salvo che lo statuto regionale disponga diversamente, è eletto a suffragio universale e diretto. Il Presidente eletto nomina e revoca i componenti della Giunta (150/a).
(150) Vedi artt. 84, comma secondo; 104, comma settimo; 135, comma quinto.
(150/a) Articolo così sostituito dall'art. 2, L.Cost. 22 novembre 1999, n. 1. Vedi, inoltre, quanto disposto dall'art. 5 della stessa legge.

123. Ciascuna Regione ha uno statuto che, in armonia con la Costituzione, ne determina la forma di governo
e i princìpi fondamentali di organizzazione e funzionamento. Lo statuto
regola l'esercizio del diritto di iniziativa e del referendum su leggi
e provvedimenti amministrativi della Regione e la pubblicazione delle leggi e dei regolamenti regionali.
Lo statuto è approvato e modificato dal Consiglio regionale con legge approvata a maggioranza assoluta
dei suoi componenti, con due deliberazioni successive adottate ad
intervallo non minore di due mesi. Per tale legge non è richiesta
l'apposizione del visto da parte del Commissario del Governo. Il
Governo della Repubblica può promuovere la questione di legittimità
costituzionale sugli statuti regionali dinanzi alla Corte
costituzionale entro trenta giorni dalla loro pubblicazione.
Lo statuto è sottoposto a referendum popolare qualora entro tre mesi dalla sua pubblicazione ne faccia
richiesta un cinquantesimo degli elettori della Regione o un quinto dei
componenti il Consiglio regionale. Lo statuto sottoposto a referendum
non è promulgato se non è approvato dalla maggioranza dei voti validi
(150/b).
In ogni Regione, lo statuto disciplina il
Consiglio delle autonomie locali, quale organo di consultazione fra la
Regione e gli enti locali (150/c).
(150/b) Articolo così sostituito dall'art. 3, L.Cost. 22 novembre 1999, n. 1.
(150/c) Comma aggiunto dall'art. 7, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

124. [Un commissario del Governo, residente nel capoluogo della
Regione, sopraintende alle funzioni amministrative esercitate dallo
Stato e le coordina con quelle esercitate dalla Regione] (150/d).
(150/d) Articolo abrogato dall'art. 9, comma 2, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

125. [Il controllo di legittimità sugli atti amministrativi della
Regione è esercitato, in forma decentrata, da un organo dello Stato,
nei modi e nei limiti stabiliti da leggi della Repubblica. La legge può
in determinati casi ammettere il controllo di merito, al solo effetto
di promuovere, con richiesta motivata, il riesame della deliberazione
da parte del Consiglio regionale] (151).
Nella Regione
sono istituiti organi di giustizia amministrativa di primo grado,
secondo l'ordinamento stabilito da legge della Repubblica. Possono
istituirsi sezioni con sede diversa dal capoluogo della Regione.
(151) Comma abrogato dall'art. 9, comma 2, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

126. (151a) Con decreto motivato del Presidente della Repubblica
sono disposti lo scioglimento del Consiglio regionale e la rimozione
del Presidente della Giunta che abbiano compiuto atti contrari alla
Costituzione o gravi violazioni di legge. Lo scioglimento e la
rimozione possono altresì essere disposti per ragioni di sicurezza
nazionale. Il decreto è adottato sentita una Commissione di deputati e
senatori costituita, per le questioni regionali, nei modi stabiliti con
legge della Repubblica (151b).
Il Consiglio regionale
può esprimere la sfiducia nei confronti del Presidente della Giunta
mediante mozione motivata, sottoscritta da almeno un quinto dei suoi
componenti e approvata per appello nominale a maggioranza assoluta dei
componenti. La mozione non può essere messa in discussione prima di tre
giorni dalla presentazione.
L’approvazione della mozione
di sfiducia nei confronti del Presidente della Giunta eletto a
suffragio universale e diretto, nonché la rimozione, l’impedimento
permanente, la morte o le dimissioni volontarie dello stesso comportano
le dimissioni della Giunta e lo scioglimento del Consiglio. In ogni
caso i medesimi effetti conseguono alle dimissioni contestuali della
maggioranza dei componenti il Consiglio.
(151a) Articolo sostituito dall’art. 4 della l. cost. 22 novembre 1999, n. 1.
(151b) Ai sensi dell’art. 11 della l. cost. 18 ottobre 2001, n. 3: “1.
Sino alla revisione delle norme del titolo I della parte seconda della
Costituzione, i regolamenti della Camera dei deputati e del Senato
della Repubblica possono prevedere la partecipazione di rappresentanti
delle Regioni, delle Province autonome e degli enti locali alla
Commissione parlamentare per le questioni regionali.
2.
Quando un progetto di legge riguardante le materie di cui al terzo
comma dell'articolo 117 e all'articolo 119 della Costituzione contenga
disposizioni sulle quali la Commissione parlamentare per le questioni
regionali, integrata ai sensi del comma 1, abbia espresso parere
contrario o parere favorevole condizionato all'introduzione di
modificazioni specificamente formulate, e la Commissione che ha svolto
l'esame in sede referente non vi si sia adeguata, sulle corrispondenti
parti del progetto di legge l'Assemblea delibera a maggioranza assoluta
dei suoi componenti“.

127. Il Governo, quando ritenga che una legge regionale ecceda la competenza della Regione, può promuovere la questione di legittimità costituzionale dinanzi alla Corte costituzionale entro sessanta giorni dalla sua pubblicazione.
La Regione, quando ritenga che una legge o un atto avente valore di legge dello Stato o di un'altra Regione leda la sua sfera di competenza, può promuovere la questione di legittimità costituzionale (152)
dinanzi alla Corte costituzionale entro sessanta giorni dalla
pubblicazione della legge o dell'atto avente valore di legge (153).
(152) Vedi artt. 134 e 136.
(153) Articolo così sostituito dall'art. 8, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

128. [Le Province e i Comuni sono enti autonomi nell'ambito dei
principi fissati da leggi generali della Repubblica, che ne determinano
le funzioni] (153/a).
(153/a) Articolo abrogato dall'art. 9, comma 2, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

129. [Le Province e i Comuni sono anche circoscrizioni di decentramento statale e regionale.
Le circoscrizioni provinciali possono essere suddivise in circondari con funzioni esclusivamente amministrative per un ulteriore decentramento] (154).
(154) Articolo abrogato dall'art. 9, comma 2, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

130. [Un organo della Regione, costituito nei modi stabiliti da
legge della Repubblica, esercita, anche in forma decentrata, il
controllo di legittimità sugli atti delle Province, dei Comuni e degli
altri enti locali.
In casi determinati dalla legge può essere esercitato il controllo di merito, nella forma di richiesta motivata agli enti deliberanti di riesaminare la loro deliberazione] (154/a).
(154/a) Articolo abrogato dall'art. 9, comma 2, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

131. Sono costituite le seguenti Regioni:
Piemonte;
Valle d'Aosta (155);
Lombardia;
Trentino-Alto Adige (156);
Veneto;
Friuli-Venezia Giulia (157);
Liguria;
Emilia-Romagna;
Toscana;
Umbria;
Marche;
Lazio;
Abruzzi;
Molise (158);
Campania;
Puglia;
Basilicata;
Calabria;
Sicilia (156);
Sardegna (156).
(155) Vedi artt. 57, comma terzo; 83, comma secondo; 116.
(156) Vedi art. 116.
(157) Vedi art. 116 e X disp. trans. fin.
(158) Originariamente Abruzzi e Molise costituivano una sola regione. La costituzione del Molise come regione a se stante è stata disposta dall'art. 1, L.Cost. 27 dicembre 1963, n. 3 che ha modificato in tal senso l'art. 131. Vedi anche IV disp. trans. fin.
(156) Vedi art. 116.
(156) Vedi art. 116.

132. Si può con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali,
disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove
Regioni con un minimo di un milione d'abitanti, quando ne facciano
richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo
delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con
referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse (159).
Si può, con l'approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province
interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica,
sentiti i Consigli regionali, consentire che Province e Comuni, che ne
facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad
un'altra (159/a).
(159) Vedi anche XI disp. trans. fin.
(159/a) Comma così modificato dall'art. 9, comma 1, L.Cost. 18 ottobre 2001, n. 3.

133. Il mutamento delle circoscrizioni provinciali e la istituzione
di nuove Province nell’ambito d’una Regione sono stabiliti con leggi
della Repubblica, su iniziativa dei Comuni, sentita la stessa Regione.

La Regione, sentite le popolazioni interessate, può con sue leggi
istituire nel proprio territorio nuovi Comuni e modificare le loro
circoscrizioni e denominazioni.

TITOLO VI
GARANZIE COSTITUZIONALI

Sezione I. La Corte costituzionale (160).

134. La Corte costituzionale giudica:
sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge (161), dello Stato e delle Regioni (162);
sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni;
sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione (163) (164).
(160)
Vedi  le norme relative alla Costituzione, al funzionamento ed ai
giudizi della Corte ed alle garanzie di indipendenza dei giudici.
(161) Vedi artt. 76 e 77.
(162) Vedi art. 127.
(163) Vedi artt. 90 e 96.
(164) Alinea così modificato dall'art. 2 della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1.

135. La Corte costituzionale è composta di quindici giudici nominati
per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal
Parlamento in seduta comune (165) e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative.
I giudici della Corte costituzionale sono scelti fra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrative, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni di esercizio.
I Giudici della Corte costituzionale sono nominati per nove anni, decorrenti per ciascuno di essi dal giorno del giuramento, e non possono essere nuovamente nominati.
Alla scadenza del termine il giudice costituzionale cessa dalla carica e dall'esercizio delle funzioni.
La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dall'ufficio di giudice.
L'ufficio
di giudice della Corte è incompatibile con quello di membro del
Parlamento, di un Consiglio regionale, con l'esercizio della
professione di avvocato e con ogni carica ed ufficio indicati dalla
legge  (166).
Nei giudizi d'accusa contro il Presidente
della Repubblica intervengono, oltre i giudici ordinari della Corte,
sedici membri tratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i
requisiti per l'eleggibilità a senatore, che il Parlamento compila ogni
nove anni mediante elezione con le stesse modalità stabilite per la
nomina dei giudici ordinari (167-168).
(165) Vedi art. 55, comma secondo. Vedi anche il Regolamento parlamentare per i procedimenti d'accusa.
(166) Vedi anche art. 84, comma secondo.
(167-168)
Articolo così sostituito dall'art. 1, L.Cost. 22 novembre 1967, n. 2.
L'ultimo comma, inoltre, è stato così modificato dall'art. 2 della
legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1.

136. Quando la Corte dichiara la illegittimità costituzionale
di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa
di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della
decisione.
La decisione della Corte è pubblicata e comunicata alle
Camere ed ai Consigli regionali interessati, affinché, ove lo ritengano
necessario, provvedano nelle forme costituzionali.

137.
Una legge costituzionale stabilisce le condizioni, le forme, i termini
di proponibilità dei giudizi di legittimità costituzionale, e le
garanzie d'indipendenza dei giudici della Corte.
Con legge ordinaria sono stabilite le altre norme necessarie per la costituzione e il funzionamento della Corte.
Contro le decisioni della Corte costituzionale non è ammessa alcuna impugnazione (160).
(160)
Vedi  le norme relative alla costituzione, al funzionamento ed ai
giudizi della Corte ed alle garanzie di indipendenza dei giudici.

TITOLO VI
GARANZIE COSTITUZIONALI

Sezione II. Revisione della Costituzione - Leggi costituzionali.

138. Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali (169) sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione (170).
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare (171) quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera (172) o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata (173) se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non
si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda
votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi
componenti (174).
(169) Vedi artt. 116; 132, comma primo; 137, comma primo, XI disp. trans. fin.
(170)
Vedi art. 72, comma quarto. Vedi anche artt. 91, 91-bis, 91-ter e
91-quater del Regolamento del Senato ed il Capo XI bis del Regolamento
della Camera.
(171) Vedi art. 87, comma sesto.
(172) Vedi art. 91-quinquies Reg. Senato.
(173) Vedi artt. 73, comma primo; 87, comma quinto.
(174) Vedi art. 91-quater Reg. Senato ed art. 107-quater Reg. Camera.

139. La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.

DISPOSIZIONI TRANSITORIE E FINALI

I. Con l'entrata in vigore della
Costituzione il Capo provvisorio dello Stato esercita le attribuzioni
di Presidente della Repubblica e ne assume il titolo.

II.
Se alla data della elezione del Presidente della Repubblica non sono
costituiti tutti i Consigli regionali, partecipano alla elezione
soltanto i componenti delle due Camere.

III.
Per la prima composizione del Senato della Repubblica sono nominati
senatori, con decreto del Presidente della Repubblica, i deputati
dell'Assemblea costituente che posseggono i requisiti di legge per
essere senatori e che:
sono stati presidenti del Consiglio dei ministri o di Assemblee legislative;
hanno fatto parte del disciolto Senato;
hanno avuto almeno tre elezioni, compresa quella all'Assemblea costituente;
sono stati dichiarati decaduti nella seduta della Camera dei deputati del 9 novembre 1926;
hanno
scontato la pena della reclusione non inferiore a cinque anni in
seguito a condanna del tribunale speciale fascista per la difesa dello
Stato.
Sono nominati altresì senatori, con decreto del Presidente
della Repubblica, i membri del disciolto Senato che hanno fatto parte
della Consulta nazionale.
Al diritto di essere nominati senatori si
può rinunciare prima della firma del decreto di nomina. L'accettazione
della candidatura alle elezioni politiche implica rinuncia al diritto
di nomina a senatore.

IV. Per la prima elezione
del Senato il Molise è considerato come Regione a sé stante, con il
numero dei senatori che gli compete in base alla sua popolazione.

V.
La disposizione dell'art. 80 della Costituzione, per quanto concerne i
trattati internazionali che importano oneri alle finanze o
modificazioni di legge, ha effetto dalla data di convocazione delle
Camere.

VI. Entro cinque anni dall'entrata in
vigore della Costituzione si procede alla revisione degli organi
speciali di giurisdizione attualmente esistenti, salvo le giurisdizioni
del Consiglio di Stato, della Corte dei conti e dei tribunali militari.
Entro un anno dalla stessa data si provvede con legge al riordinamento del tribunale supremo militare in relazione all'art. 111.

VII
- Fino a quando non sia emanata la nuova legge sull'ordinamento
giudiziario in conformità con la Costituzione, continuano ad osservarsi
le norme dell'ordinamento vigente.
Fino a quando non entri in funzione la Corte costituzionale, la decisione delle controversie indicate nell'art. 134 ha luogo nelle forme e nei limiti delle norme preesistenti all'entrata in vigore della Costituzione.   (174/a).
(174/a) Comma abrogato dell'art. 7, L.Cost. 22 novembre 1967, n. 2.

VIII. Le elezioni dei Consigli regionali e
degli organi elettivi delle amministrazioni provinciali sono indette
entro un anno dall'entrata in vigore della Costituzione.
Leggi della
Repubblica regolano per ogni ramo della pubblica amministrazione il
passaggio delle funzioni statali attribuite alle Regioni. Fino a quando
non sia provveduto al riordinamento e alla distribuzione delle funzioni
amministrative fra gli enti locali, restano alle Province e ai Comuni
le funzioni che esercitano attualmente e le altre di cui le Regioni
deleghino loro l'esercizio.
Leggi della Repubblica regolano il
passaggio alle Regioni di funzionari e dipendenti dello Stato, anche
delle amministrazioni centrali, che sia reso necessario dal nuovo
ordinamento. Per la formazione dei loro uffici le Regioni devono,
tranne che in casi di necessità, trarre il proprio personale da quello
dello Stato e degli enti locali.

IX. La
Repubblica, entro tre anni dall'entrata in vigore della Costituzione,
adegua le sue leggi alle esigenze della autonomie locali e alla
competenza legislativa attribuita alle Regioni.

X -
Alla Regione del Friuli-Venezia Giulia, di cui all'art. 116, si
applicano provvisoriamente le norme generali del Titolo V, della parte
seconda, ferma restando la tutela delle minoranze linguistiche in
conformità con l'art. 6 (175).

XI - Fino a cinque anni dall'entrata in vigore della Costituzione (176) si possono, con leggi costituzionali, formare altre Regioni, a modificazione dell'elenco di cui all'art. 131, anche senza il concorso
delle condizioni richieste dal primo comma dell'art. 132, fermo
rimanendo tuttavia l'obbligo di sentire le popolazioni interessate.

XII - È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista (177).
In
deroga all'art. 48, sono stabilite con legge, per non oltre un
quinquennio dalla entrata in vigore della Costituzione, limitazioni
temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi
responsabili del regime fascista (178).
(175) Vedi ora L.Cost. 31 gennaio 1963, n. 1 recante lo statuto speciale della Regioni Friuli-Venezia  Giulia.
(176) L'art. unico L.Cost. 18 marzo 1958, n. 1 ha così disposto: «Il termine di cui alla XI delle “Disposizioni transitorie e finali“ della Costituzione scadrà il 31 dicembre 1963».
(177)
Vedi  la legge  20 giugno 1952, n. 645 recante norme per l'attuazione
della XI disposizione transitoria e finale (comma primo) della
Costituzione.
(178) A seguito di tale norma fu emanata
la legge 23 dicembre 1947, n. 1453 (pubblicata nella Gazz. Uff. 31
dicembre 1947, n. 301) che recava norme per la limitazione temporanea
(per cinque anni dalla data di entrata in vigore della legge stessa)
del diritto di voto ai capi responsabili del regime fascista.

XIII. I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici, né cariche elettive.
Agli
ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi
sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale (179)
(180).
I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli
ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti
maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di
diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno
1946, sono nulli.
(179) Con la legge  costituzionale
23 ottobre 2002 n. 1 (Cessazione degli effetti dei commi primo e
secondo della XIII disposizione transitoria e finale della
Costituzione), pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 26 ottobre 2002
n. 252, finisce l’esilio degli eredi  maschi di “casa Savoia”, che 
tornano ad essere cittadini italiani. La legge costituzionale abroga i
divieti di  ingresso e soggiorno nel territorio nazionale e quelli di
ricoprire uffici pubblici e cariche elettive. Dice l’articolo 1 della
legge costituzionale: “I commi primo e secondo della XIII disposizione
transitoria e finale della Costituzione esauriscono i loro effetti a
decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge
costituzionale”.
(180) Con parere reso dal Consiglio di
Stato, nell’Adunanza generale del 6 marzo 1987 (recepito dalla
deliberazione del Consiglio dei Ministri del 23 dicembre 1987), la
disposizione non è stata ritenuta più applicabile a Maria José di
Savoia, avendo la vedovanza fatto venir meno, ai sensi dell’art. 149
c.c., il suo stato di consorte. Preclusiva all’ingresso, in difetto di
un’espressa revisione costituzionale, è stata ritenuta invece per
quanto riguarda i discendenti maschi da Consiglio di Stato, Adunanza
Generale del 1° marzo 2001, parere n. 153 del 2001.

XIV. I titoli nobiliari non sono riconosciuti.
I predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome.
L'ordine mauriziano è conservato come ente ospedaliero e funziona nei modi stabiliti dalla legge.
La
legge regola la soppressione della Consulta araldica. XV. Con l'entrata
in vigore della Costituzione si ha per convertito in legge il decreto
legislativo luogotenenziale 25 giugno 1944, n.151, sull'ordinamento
provvisorio dello Stato.

XVI. Entro un anno
dall'entrata in vigore della Costituzione si procede alla revisione e
al coordinamento con essa delle precedenti leggi costituzionali che non
siano state finora esplicitamente o implicitamente abrogate.

XVII.
L'Assemblea costituente sarà convocata dal suo Presidente per
deliberare, entro il 31 gennaio 1948, sulla legge per l'elezione del
Senato della Repubblica, sugli statuti regionali e sulla legge per la
stampa.
Fino al giorno delle elezioni delle nuove Camere,
l'Assemblea costituente può essere convocata quando vi sia necessità di
deliberare nelle materie attribuite alla sua competenza dagli artt. 2,
primo e secondo comma e 3, primo e secondo comma, del decreto
legislativo 16 marzo 1946, n. 98.
In tale periodo le Commissioni
permanenti restano in funzione. Quelle legislative rinviano al Governo
i disegni di legge, ad esse trasmessi con eventuali osservazioni e
proposte di emendamenti.
I deputati possono presentare al Governo interrogazioni con richiesta di risposta scritta.
L'Assemblea
costituente, agli effetti di cui al secondo comma del presente
articolo, è convocata dal suo Presidente su richiesta motivata dal
Governo o di almeno duecento deputati.

XVIII.
La presente Costituzione è promulgata dal Capo provvisorio dello Stato
entro cinque giorni dalla sua approvazione da parte dell'Assemblea
costituente, ed entra in vigore il 1° gennaio 1948.
Il testo della
Costituzione è depositato nella sala comunale di ciascun Comune della
Repubblica per rimanervi esposto, durante tutto l'anno 1948, affinché
ogni cittadino possa prenderne cognizione.
La Costituzione, munita
del sigillo dello Stato, sarà inserita nella raccolta ufficiale delle
leggi e dei decreti della Repubblica.
La Costituzione dovrà essere
fedelmente osservata come legge fondamentale della Repubblica da tutti
i cittadini e dagli organi dello Stato
(1) Comma abrogato dall'art. 7, L. cost. 22 novembre 1967, n. 2.

 

ELENCO DELLE LEGGI DI REVISIONE DELLA COSTITUZIONE
E DI ALTRE LEGGI COSTITUZIONALI  (1948-2001)

1948
Legge cost. 9 febbraio
1948, n. 1. - Norme sui giudizi di legittimità costituzionale e sulle
garanzie d’indipendenza della Corte costituzionale
Legge cost. 26 febbraio 1948, n. 2. - Conversione in legge costituzionale dello Statuto della Regione siciliana
Legge cost. 26 febbraio 1948, n. 3. - Statuto speciale per la Sardegna
Legge cost. 26 febbraio 1948, n. 4. - Statuto speciale per la Valle d’Aosta
Legge cost. 26 febbraio 1948, n. 5. - Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige

1953
Legge cost. 11 marzo 1953, n. 1. - Norme integrative della Costituzione concernenti la Corte costituzionale

1958
Legge cost. 18 marzo 1958, n. 1. - Scadenza del termine di cui alla XI delle «Disposizioni transitorie e finali» della Costituzione

1961
Legge cost. 9 marzo 1961, n. 1. -
Assegnazione di tre senatori ai comuni di Trieste, Duino Aurisina,
Monrupino, Muggia, San Dorligo della Valle e Sgonico

1963
Legge cost. 31 gennaio 1963, n. 1. - Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia
Legge cost. 9 febbraio 1963, n. 2. - Modificazione agli artt. 56, 57 e 60 della Costituzione
Legge cost. 27 dicembre 1963, n. 3. - Modificazione agli artt. 131 e 57 della Costituzione e istituzione della Regione « Molise»

1967
Legge cost. 21 giugno 1967, n. 1. - Estradizione per i delitti di genocidio 
Legge cost. 22 novembre 1967, n. 2. - Modificazione dell’art. 135 della Costituzione e disposizioni sulla Corte costituzionale

  1971
Legge cost. 10 novembre 1971, n. 1. - Modificazioni e integrazioni dello Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige

1972
Legge cost. 23 febbraio 1972, n.
1. - Modifica al termine stabilito per la durata in carica
dell’Assemblea regionale siciliana e dei Consigli regionali della
Sardegna, della Valle d’Aosta, del Trentino-Alto Adige, del
Friuli-Venezia Giulia
D.P.R. 31 agosto 1972, n.
670. - Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali
concernenti lo Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige

1986
Legge cost. 9 maggio 1986, n. 1. -
Modifica dell’articolo 16 dello statuto speciale per la Sardegna,
approvato con la legge cost. 26 febbraio 1948, n. 3, concernente la
definizione del numero dei consiglieri regionali

1989
Legge cost. 16 gennaio 1989, n. 1.
- Modifiche degli articoli 96, 134 e 135 della Costituzione e della
legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, e norme in materia di
procedimenti per i reati di cui all’articolo 96 della Costituzione
Legge cost. 3 aprile 1989, n. 2. - Indizione di un referendum di indirizzo sul conferimento di un mandato costituente al Parlamento europeo che sarà eletto nel 1989
Legge cost.
12 aprile 1989, n. 3. - Modifiche ed integrazioni alla legge
costituzionale 23 febbraio 1972, n. 1, concernente la durata in carica
dell’assemblea regionale siciliana e dei consigli regionali della
Sardegna, della Valle d’Aosta, del Trentino-Alto Adige e del
Friuli-Venezia Giulia. Modifica allo statuto speciale per la Valle
d’Aosta

1991
Legge cost. 4 novembre 1991, n. 1. - Modifica dell’articolo 88, secondo comma, della Costituzione

1992
Legge cost. 6 marzo 1992, n. 1. - Revisione dell’articolo 79 della Costituzione in materia di concessione di amnistia e indulto

1993
Legge cost. 6 agosto 1993, n. 1. -
Funzioni della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali e
disciplina del procedimento di revisione costituzionale
Legge cost.
23 settembre 1993, n. 2. - Modifiche ed integrazioni agli statuti
speciali per la Valle d’Aosta, per la Sardegna, per il Friuli-Venezia
Giulia e per il Trentino-Alto Adige
Legge cost. 29 ottobre 1993, n. 3. - Modifica dell’articolo 68 della Costituzione

1997
Legge cost. 24 gennaio 1997, n. 1. - Istituzione di una Commissione parlamentare per le riforme costituzionali

1999
Legge cost. 22 novembre 1999, n. 1
- Disposizioni concernenti l’elezione diretta del Presidente della
Giunta regionale e l’autonomia statutaria delle Regioni.
Legge cost. 23 novembre 1999, n. 2 - Inserimento dei princìpi del giusto processo nell’articolo 111 della Costituzione.

2000
Legge cost. 17 gennaio 2000, n. 1
- Modifica all’articolo 48 della Costituzione concernente l’istituzione
della circoscrizione Estero per l’esercizio del diritto di voto dei
cittadini italiani residenti all’estero.

2001
Legge cost. 23 gennaio 2001, n. 1
- Modifiche agli articoli 56 e 57 della Costituzione concernenti il
numero dei deputati e senatori in rappresentanza degli italiani
all’estero.
Legge cost. 31 gennaio 2001, n. 2 -
Disposizioni concernenti l’elezione diretta dei presidenti delle
regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e
Bolzano.
Legge cost. 18 ottobre 2001, n. 3 - Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione.

2002
Legge cost. 23 ottobre 2002, n. 1.
Cessazione degli effetti dei commi primo e secondo della XIII
disposizione transitoria e finale della Costituzione. Finisce l'esilio
degli eredi maschi di “casa Savoia“.  

2003
Legge costituzionale approvata definitivamente dal
Senato (Ddl 1213) il 20 febbraio 2003. Modifica dell'articolo 51 della
Costituzione

 


La Repubblica (Regioni, Province, Comuni
Città metropolitane e Stato) dopo la riforma
costituzionale del 2001

 

La Costituzione “federale“: la riforma del 2001 punto per punto

La riforma costituzionale sul federalismo - che rinnova gli articoli
114, 116, 117, 118, 119, 120, 123, 127 e 132 della Carta fondamentale
(mentre sono abrogati gli articoli 115, 124, 125-I comma, 128, 129 e
130) - è stata approvata dal corpo elettorale con il referendum
confermativo del 7 ottobre 2001. La legge costituzionale (licenziata in
seconda lettura dalla Camera il 28 febbraio e dal Senato l’8 marzo
2001) modifica radicalmente il titolo V della parte seconda della
Costituzione (Le Regioni, le Province e i Comuni). Su domanda di un
quinto dei membri delle due Camere, il testo della legge
costituzionale, non essendo stato approvato nella seconda votazione da
ciascuna delle Camere a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti,
è stato sottoposto a referendum popolare. Per questo tipo di
referendum, la Costituzione non prescrive alcun quorum di
partecipazione alla votazione: “La legge sottoposta a referendum - dice l’articolo 138 - non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi“.
L'ufficio centrale per il referendum della Cassazione ha dichiarato il
22 marzo 2001 ammissibile il quesito referendario sul federalismo
presentato dai parlamentari del Centro-sinistra e del Centro-destra,
naturalmente con opposte intenzioni: i primi chiedevano ai cittadini un
giudizio confermativo sulla riforma costituzionale da loro promossa e
approvata in fine legislatura; Polo e Lega volevano, invece,
l'abrogazione di una legge da loro definita incompleta.


I punti centrali della riforma. A segnare il passaggio
dallo Stato centralista a una visione di federalismo solidale il nuovo
articolo 114 apre affermando che “la Repubblica è costituita dai
Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e
dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni
sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i
princìpi fissati dalla Costituzione. Roma è la capitale della
Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento“.
L’articolo 114 in sostanza riconosce la pienezza dell’autonomia
statutaria, dei poteri e delle funzioni delle Regioni e degli enti
locali. Lo Stato è alla pari dei Comuni, delle Province, delle Città
metropolitane e delle Regioni. Viene conferito alla città di Roma lo
status giuridico di “Capitale della Repubblica“. “Le leggi regionali - dice l’articolo 117
- rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e
delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la
parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive“.

La riforma costituzionale si sviluppa, quindi, secondo i seguenti principi:

a) in base all’articolo 117, “la potestà legislativa è
esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione,
nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli
obblighi internazionali“. Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle
seguenti materie: politica estera e rapporti internazionali dello
Stato; rapporti dello Stato con l’Unione europea; diritto di asilo e
condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione
europea; immigrazione; rapporti tra la Repubblica e le confessioni
religiose; difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi,
munizioni ed esplosivi; moneta, tutela del risparmio e mercati
finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema
tributario e contabile dello Stato; perequazione delle risorse
finanziarie; organi dello Stato e relative leggi elettorali; referendum
statali; elezione del Parlamento europeo; ordinamento e organizzazione
amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali; ordine
pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa
locale; cittadinanza, stato civile e anagrafi; giurisdizione e norme
processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;
determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i
diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il
territorio nazionale; norme generali sull’istruzione; previdenza
sociale; legislazione elettorale, organi di governo e funzioni
fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane; dogane,
protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale; pesi,
misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico
e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale e
locale; opere dell’ingegno; tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei
beni culturali.

b) Sono materie di legislazione concorrente quelle relative
a: rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni;
commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione,
salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della
istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca
scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori
produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo;
protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili;
grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della
comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale
dell’energia; previdenza complementare e integrativa; armonizzazione
dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del
sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e
promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio,
casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito
fondiario e agrario a carattere regionale. Nelle materie di
legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa,
salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata
alla legislazione dello Stato. Le Regioni, quindi, si occuperanno anche
delle professioni intellettuali: è una novità di grande profilo.

c) Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere
accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro
Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato.

d) Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo
che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province,
Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di
sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. I Comuni, le Province e
le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie
e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le
rispettive competenze.

e) I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni
hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. Il nuovo articolo
119 della Costituzione introduce il federalismo fiscale. Gli enti
locali possono dunque stabilire e applicare tributi propri, in più sono
chiamati a compartecipare al gettito di tributi erariali riferibili al
loro territorio. Lo Stato non esce però dalla scena: alla legge
ordinaria è infatti attribuito il compito di istituire un fondo
perequativo (ma senza vincoli di destinazione) per le zone più
svantaggiate. In più lo Stato ha il compito di rimuovere gli squilibri
sociali ed economici, destinando risorse aggiuntive in favore di
determinati enti locali.

f) Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni
favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati,
per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del
principio di sussidiarietà. L'articolo 118 della Costituzione
stabilisce i principi di sussidiarietà verticale (o istituzionale) e
orizzontale (o sociale). Più poteri dunque alle autonomie locali (il
potere amministrativo parte dal comune, in quanto ente più vicino ai
cittadini) e maggiore responsabilizzazione della società civile nella
gestione dei servizi pubblici.

g) La Regione, quando ritenga che una legge o un atto avente
valore di legge dello Stato o di un’altra Regione leda la sua sfera di
competenza, può promuovere la questione di legittimità costituzionale
dinanzi alla Corte costituzionale entro sessanta giorni dalla
pubblicazione della legge o dell’atto avente valore di legge.

h) Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle
Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato
rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa
comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza
pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o
dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali
delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo
dai confini territoriali dei governi locali.

i) In ogni Regione, lo statuto disciplina il Consiglio delle
autonomie locali, quale organo di consultazione fra la Regione e gli
enti locali.

l) abolizione del commissario di governo presso le Regioni;
abolizione del controllo di legittimità dello Stato sugli atti
amministrativi della Regione; abolizione del controllo di legittimità
della Regione sugli atti delle Province, dei Comuni e degli altri enti
locali.

m) In attesa dell’eventuale istituzione della Camera delle
Regioni (con la riforma della sezione I del titolo I della parte II
della Costituzione), i regolamenti della Camera dei deputati e del
Senato della Repubblica possono prevedere la partecipazione di
rappresentanti delle Regioni, delle Province autonome e degli enti
locali alla Commissione parlamentare per le questioni regionali.

n) la nuova stesura dell'articolo 116 ha introdotto il nome
bilingue per il Trentino Alto Adige/Sudtirol e per la Valle
d'Aosta/Vallée d’Aoste.

o) entra nella Costituzione la promozione della “parità d'accesso tra donne e uomini alle cariche elettive“.

Le Regioni sono gli arbitri del futuro delle professioni


“Spetta alle Regioni la potestà legislativa in
riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla
legislazione dello Stato“. L'ottica del vecchio
articolo 117 della Costituzione, che elencava le materie di competenza
regionale, è stata ribaltata dalla riforma della parte quinta della
Costituzione approvata definitivamente dal corpo elettorale con il
referendum confermativo del 7 ottobre 2001. Nel nuovo testo
dell’articolo 117 si indicano le materie di competenza statale: “politica
estera, difesa e forze armate, moneta e tutela del risparmio e mercati
finanziari, tutela della concorrenza, perequazione delle risorse
finanziarie, giurisdizione, referendum statali, ordine pubblico,
sicurezza federale“. Per le restanti, la competenza viene affidata
alle Regioni. E’ materia di legislazione concorrente, invece, quella
relativa alle “professioni“. Che “prima“ era appannaggio
in via esclusiva dello Stato. La materia delle professioni estesa alle
Regioni è una novità di grande profilo: “Nelle materie di legislazione concorrente - dice il nuovo articolo 117
- spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la
determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione
dello Stato“.

L’assetto attuale delle professioni. Il
Dlgs n. 300/1999 affida al Ministero della Giustizia la vigilanza sugli
Ordini professionali e al Ministero dell’Università la “missione“ di
formare i nuovi professionisti. “Rientra nella discrezionalità del
legislatore ordinario determinare le professioni intellettuali per
l'esercizio delle quali è opportuna l'istituzione di Ordini o collegi e
la necessaria iscrizione in appositi albi o elenchi (art. 2229 Cod.
civ.)“. Il comma 18 dell’articolo 1 della legge n. 4/1999 affida
al ministero dell’Università, di concerto con quello della Giustizia,
il compito di “integrare e modificare“ gli attuali ordinamenti
sull’accesso alla professioni e di raccordarli con le lauree triennali
e con le lauree specialistiche biennale.


Le professioni e il “modello Lombardia“.
Ai piani alti del “Pirellone“ al giornalista che vuole conoscere gli
scenari possibili della legislazione concorrente regionale in tema di
professioni, consigliano la lettura della legge regionale n. 95/1980
sulla formazione professionale e di guardare nel proprio mondo. La
Regione Lombardia, infatti, dal 1977 sostiene, con i fondi sociali
europei, la Scuola di Giornalismo denominata “Istituto Carlo De
Martino“, che in 24 anni di vita ha inserito nella professione 517
giovani, molti dei quali (134 per la precisione) occupano posti di
responsabilità nei quotidiani, nei periodici, nelle televisioni, nelle
radio e nei giornali telematici. Un successo senza eguali. Ed è
possibile giuridicamente dedicare l’attenzione, finora riservata al
giornalismo, anche ad altre professioni. Così sostengono al “Pirellone“.


La legge lombarda n. 95/1980. L’articolo 2 (quadro di interventi) della legge regionale n. 95/1980 consente “iniziative
dirette all’acquisizione di specifiche competenze professionali rivolte
a laureati nonché corsi di rilevante impegno culturale e scientifico,
compresi i corsi di preparazione all’esercizio di professioni“. In
sostanza la Regione Lombardia potrebbe finanziare corsi destinati ai
futuri avvocati, architetti, ingegneri, commercialisti, eccetera. Anche
le Università potrebbero bussare alla porta del “Pirellone“ per
ottenere finanziamenti per i corsi di perfezionamento e aggiornamento
professionale oppure per i corsi di preparazione agli esami di Stato
per l’abilitazione all’esercizio delle professioni (legge n. 341/1990).
Il Consiglio regionale potrebbe, data la vaghezza dell’articolo 117,
spingersi in avanti stabilendo quali lauree, conseguite negli 11 Atenei
lombardi, siano da raccordare agli Albi e, quindi, all’esame di Stato.
Una tale possibilità è realistica, qualora si consideri che la legge
4/1999 stabilisca princìpi fondamentali nell’ambito dei quali il Consiglio regionale possa legiferare al posto dei Ministeri dell’Università e della Giustizia.


La competenza concorrente. Le
Regioni, quindi, hanno spazio per affiancare l’azione dello Stato nel
campo delle professioni, promuovendo iniziative buone per
professionalizzare i neo-laureati e per raccordare le lauree (triennali
e specialistiche biennali) agli Albi. Una sentenza della Corte
costituzionale (la n. 271 del 22 luglio 1996) afferma che “nella
materia di competenza concorrente, i principi fondamentali risultanti
dalla legislazione statale esistente, assolvono alla funzione loro
propria, che è quella di unificare il sistema delle autonomie ai
livelli più alti, solo quando hanno il carattere di stabilità e
univocità“.

La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle
Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. Roma capitale della
Repubblica è nella Costituzione.

Dice l’art. 5 della Costituzione: “La Repubblica, una e
indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei
servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento
amministrativo; adegua i princìpi ed i metodi della sua legislazione
alle esigenze dell’autonomia e del decentramento“.

Dice l’art. 114: “La Repubblica è costituita dai
Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e
dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni
sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i
princìpi fissati dalla Costituzione. Roma è la capitale della
Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento“

Un filo, quindi, lega l’art. 5 che fissa un principio
fondamentale della nostra Carta e l’art. 114. Possiamo affermare,
quindi, che l’Italia, Repubblica democratica fondata sul lavoro, ha uno
Stato organizzato su una pluralità di enti locali e regionali. Lo Stato
accentrato, uscito dal Risorgimento, non esiste più. Nel nuovo articolo
114 , che proclama Roma capitale della Repubblica, c’è la eco del
famoso e solenne discorso di Camillo Cavour davanti al primo Parlamento
dell’Italia libera: era il 27 marzo 1861. Cavour disse in
quell’occasione che Roma era la capitale del nuovo Stato unitario
acclamata dalla pubblica opinione. Nove anni dopo i bersaglieri
liberarono Roma dal dominio pontificio.


Una definizione della Regione

È il più grande ed importante ente territoriale. Essa può
essere configurata come ente costituzionale a base territoriale, in
quanto trova direttamente nella Costituzione il fondamento dei propri
poteri ed è destinata ad attuare il dettato costituzionale nell’ambito
di un determinato territorio. La regione è pertanto dotata di autonomia
statutaria, legislativa, amministrativa e finanziaria.


Le Regioni (articoli 116 e 131 della Costituzione)

Le Regioni sono 20. Cinque hanno uno statuto speciale e, a norma dell’art. 116, dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali.
Le Regioni a statuto speciale sono il Friuli Venezia Giulia, la
Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle
d’Aosta/Vallée d’Aoste. Lo statuto della Sicilia risale al 1946 (due
anni prima, cioè, del 1948, quando diventò operativa la nostra Carta
costituzionale).

Le quindici Regioni a statuto ordinario o di diritto comune
sono: Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana,
Umbria, Marche, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Abruzzo
e Molise (le ultime due inizialmente erano unite).


La “specialità“ delle Regioni a statuto speciale

L’articolo 116 della Costituzione recita: “Il Friuli
Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto
Adige/Südtirol e la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste dispongono di forme e
condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti
speciali adottati con legge costituzionale. La Regione Trentino-Alto
Adige/Südtirol è costituita dalle Province autonome di Trento e di
Bolzano. Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia,
concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le
materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere
l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s),
possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su
iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel
rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata
dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di
intesa fra lo Stato e la Regione interessata“.

Se per la Valle d’Aosta e per il Trentino-Alto Adige la
ragione della “specialità“ è costituita dal regionalismo etnico, per le
altre Regioni ci sono notevoli elementi di differenziazione che non
consentono una trattazione comune.

Infatti, se per le Regioni ordinarie i tratti caratteristici
- relativi all’organizzazione di governo, a poteri e funzioni, alla
modalità di composizione dei vari organi, alla ripartizione delle
competenze tra gli stessi - sono individuabili nella Costituzione, per
le Regioni speciali, invece, sono da ricercarsi nei rispettivi statuti,
regione per regione.

Con leggi costituzionali n. 2, 3, 4, 5 del 26 febbraio 1948
vennero approvati gli statuti speciali di Sicilia, Sardegna, Valle
d’Aosta e Trentino-Alto Adige mentre per l’approvazione dello statuto
del Friuli-Venezia Giulia si dovette attendere ben 15 anni (per motivi
di carattere internazionale legati al Territorio libero di Trieste)
sino all’approvazione della legge costituzionale n. 1/1963.


Sicilia - La Sicilia aveva già
ricevuto uno statuto con decreto luogotenenziale (D.Lgt.) n. 455 del 15
maggio 1946 che aveva adottato il progetto elaborato da una consulta
regionale, appena istituita e che affiancava un apposito Alto
Commissario. L’Assemblea costituente, per mancanza di tempo, convertì
tale statuto nella legge costituzionale n. 2 del 26 febbraio 1948,
senza coordinarlo con la Costituzione.

Gli organi della regione Sicilia, infatti, prevedono
un’Assemblea dei Deputati (90); la Giunta degli Assessori; il
Presidente della regione; un Consiglio di Giustizia amministrativa
(corrispondente al Consiglio di Stato). L’Alta Corte regionale ha
cessato ogni attività nel 1955: le sue attribuzioni e competenze sono
state assorbite in quelle della Corte costituzionale che ha in
proposito pronunciato una decisione nel 1957.


Sardegna - La Sardegna, pur non
avendo acquistato una vera e propria autonomia per l’isolamento in cui
si era trovata per gli eventi bellici, in seguito al D.Lgt. n. 21 del
27 gennaio l944 veniva già retta da un Alto Commissario affiancato da
una Giunta consultiva e, successivamente, da una Consulta regionale.

Lo statuto venne approvato dall’Assemblea costituente con legge costituzionale n. 3 del 26 febbraio 1948.


Valle d’Aosta - Lo statuto della
regione Valle d’Aosta venne approvato dall’Assemblea costituente con
legge costituzionale n. 4 del 26 febbraio 1948. La regione, però, era
già una Circoscrizione autonoma istituita con D.Lgt. n. 545 del 7
settembre 1945 che dava un particolare ordinamento volto a valorizzare
gli istituti del governo locale.


Trentino-Alto Adige - Già con il
D.Lgt. n. 845 del 22 dicembre 1945 era stato consentito, nella
provincia di Bolzano, l’uso della lingua tedesca nella redazione degli
atti pubblici e nei rapporti con le autorità. Il 5 settembre 1946 venne
concluso a Parigi l’accordo De Gasperi-Gruber che prevedeva una
maggiore tutela del gruppo minoritario tedesco.

La Costituzione italiana (art. 116) riunì le province di
Trento e Bolzano in un’unica regione il Trentino-Alto Adige il cui
statuto fu adottato con legge costituzionale n. 5 del 26 febbraio 1948.
In realtà, alle due province venne riservata una posizione particolare,
consentendo loro di emanare norme legislative, per cui non avevano più
nulla in comune con le altre istituzioni provinciali.

Lo statuto venne poi radicalmente modificato con legge
costituzionale n. 1 del 10 novembre 1971. Molte furono le novità
introdotte: da quelle che garantiscono e rafforzano l’autonomia di
entrambi gli Enti provinciali nei confronti della regione a quelle che
prevedono numerose ed importanti nuove attribuzioni, tra cui quelle che
legittimano le due Province a ricorrere alla Corte costituzionale, nei
termini di qualunque Ente regionale.

Le due Province, infatti, hanno un ordinamento giuridico
regionale a regime speciale, nonostante il nome di Province. Trento e
Bolzano formano così una singolare triade con la regione Trentino-Alto
Adige, che si limita a conservare i poteri di ordinamento di alcuni
Enti. La chiusura del “pacchetto“ - tra cui è compresa la già avvenuta
approvazione da parte del Parlamento italiano della creazione, a
Bolzano, di una sezione staccata della Corte di Appello di Trento - ha
consentito il rilascio, da parte austriaca, della “quietanza
liberatoria“ e la conclusione della vertenza sul piano internazionale.


Friuli-Venezia Giulia - Lo statuto
della regione Friuli Venezia Giulia, per i motivi di carattere
internazionale legati al Territorio libero di Trieste, è stato adottato
con legge costituzionale n. 1 del 31 gennaio 1963.

Dopo la prima guerra mondiale, Trieste ed il territorio
giuliano passarono all’Italia. Dopo l’8 settembre 1943 l’Alto Adige, il
Friuli, Trieste (con Istria e Dalmazia) passarono sotto la diretta
amministrazione tedesca. Trieste fu liberata il 12 giugno 1945. Con il
Trattato di pace del 1947 furono fissati i nuovi confini. L’accordo di
Londra nel 1954 riconobbe all’Italia l’amministrazione della fascia
costiera (zona A con Trieste) ed alla Jugoslavia quella dell’entroterra
giuliano (zona B). Il Trattato di Osimo del 1975 ha reso definitiva
questa spartizione.

Le disposizioni della riforma costituzionale 2001 si applicano
anche alle Regioni a statuto speciale ed alle province autonome di
Trento e di Bolzano per le parti in cui prevedono forme di autonomia
più ampie rispetto a quelle già attribuite.

L’articolo 10 della legge costituzionale di riforma afferma: “1.
Sino all’adeguamento dei rispettivi statuti, le disposizioni della
presente legge costituzionale si applicano anche alle Regioni a statuto
speciale ed alle province autonome di Trento e di Bolzano per le parti
in cui prevedono forme di autonomia più ampie rispetto a quelle già
attribuite“.

La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni
nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti
dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.

Dice l’articolo 117: “La potestà legislativa è esercitata
dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei
vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi
internazionali. Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti
materie:

a) politica estera e rapporti internazionali dello Stato;
rapporti dello Stato con l’Unione europea; diritto di asilo e
condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione
europea;

b) immigrazione;

c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose;

d) difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi;

e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela
della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile
dello Stato; perequazione delle risorse finanziarie;

f) organi dello Stato e relative leggi elettorali; referendum statali; elezione del Parlamento europeo;

g) ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali;

h) ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale;

i) cittadinanza, stato civile e anagrafi;

l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;

m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni
concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su
tutto il territorio nazionale;

n) norme generali sull’istruzione;

o) previdenza sociale;

p) legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane;

q) dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale;

r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento
informativo statistico e informatico dei dati dell’amministrazione
statale, regionale e locale; opere dell’ingegno;

s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a:
rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio
con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva
l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della
istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca
scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori
produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo;
protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili;
grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della
comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale
dell’energia; previdenza complementare e integrativa; armonizzazione
dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del
sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e
promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio,
casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito
fondiario e agrario a carattere regionale. Nelle materie di
legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa,
salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata
alla legislazione dello Stato.


Spetta alle Regioni la potestà legislativa in
riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla
legislazione dello Stato.

Le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano,
nelle materie di loro competenza, partecipano alle decisioni dirette
alla formazione degli atti normativi comunitari e provvedono
all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali e degli
atti dell’Unione europea, nel rispetto delle norme di procedura
stabilite da legge dello Stato, che disciplina le modalità di esercizio
del potere sostitutivo in caso di inadempienza.

La potestà regolamentare spetta allo Stato nelle materie
di legislazione esclusiva, salva delega alle Regioni. La potestà
regolamentare spetta alle Regioni in ogni altra materia. I Comuni, le
Province e le Città metropolitane hanno potestà regolamentare in ordine
alla disciplina dell’organizzazione e dello svolgimento delle funzioni
loro attribuite.

Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce
la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale,
culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e
uomini alle cariche elettive.

La legge regionale ratifica le intese della Regione con
altre Regioni per il migliore esercizio delle proprie funzioni, anche
con individuazione di organi comuni.

Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere
accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro
Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato“.


Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo
che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province,
Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di
sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

L’articolo 118 afferma: “Le funzioni
amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne
l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane,
Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di sussidiarietà,
differenziazione ed adeguatezza. I Comuni, le Province e le Città
metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di
quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive
competenze. La legge statale disciplina forme di coordinamento fra
Stato e Regioni nelle materie di cui alle lettere b) e h) del secondo
comma dell’articolo 117, e disciplina inoltre forme di intesa e
coordinamento nella materia della tutela dei beni culturali. Stato,
Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma
iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di
attività di interesse generale, sulla base del principio di
sussidiarietà“.

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa.

L’articolo 119 afferma: “I Comuni, le
Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia
finanziaria di entrata e di spesa. I Comuni, le Province, le Città
metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e
applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e
secondo i princìpi di coordinamento della finanza pubblica e del
sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di
tributi erariali riferibile al loro territorio. La legge dello Stato
istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i
territori con minore capacità fiscale per abitante.

Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi
precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Città
metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni
pubbliche loro attribuite. Per promuovere lo sviluppo economico, la
coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri
economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti
della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio
delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua
interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città
metropolitane e Regioni. I Comuni, le Province, le Città metropolitane
e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo i princìpi
generali determinati dalla legge dello Stato. Possono ricorrere
all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento. È esclusa
ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti“.


Le Regioni non possono istituire dazi. Il Governo può
sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle
Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati
internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave
per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono
la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare
la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i
diritti civili e sociali

L’articolo 120 recita: “La Regione non può
istituire dazi di importazione o esportazione o transito tra le
Regioni, né adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la
libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni, né
limitare l’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del
territorio nazionale. Il Governo può sostituirsi a organi delle
Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel
caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della
normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la
sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità
giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli
essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali,
prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge
definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano
esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio
di leale collaborazione“.

Gli organi della Regione

L’articolo 121 determina gli organi della Regione: “Sono
organi della Regione: il Consiglio regionale, la Giunta e il suo
presidente. Il Consiglio regionale esercita le potestà legislative
attribuite alla Regione e le altre funzioni conferitegli dalla
Costituzione e dalle leggi. Può fare proposte di legge alle Camere. La
Giunta regionale è l'organo esecutivo delle Regioni. Il Presidente
della Giunta rappresenta la Regione; dirige la politica della Giunta e
ne è responsabile; promulga le leggi ed emana i regolamenti regionali;
dirige le funzioni amministrative delegate dallo Stato alla Regione,
conformandosi alle istruzioni del Governo della Repubblica“.


Il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di
incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta
regionale nonché dei consiglieri regionali. Il Presidente della Giunta
regionale, salvo che lo statuto regionale disponga diversamente, è
eletto a suffragio universale e diretto. Il Presidente eletto nomina e
revoca i componenti della Giunta.

L’articolo 122 dice: “Il sistema di elezione
e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli
altri componenti della Giunta regionale nonché dei consiglieri
regionali sono disciplinati con legge della Regione nei limiti dei
princìpi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica, che
stabilisce anche la durata degli organi elettivi. Nessuno può
appartenere contemporaneamente a un Consiglio o a una Giunta regionale
e ad una delle Camere del Parlamento, ad un altro Consiglio o ad altra
Giunta regionale, ovvero al Parlamento europeo. Il Consiglio elegge tra
i suoi componenti un Presidente e un ufficio di presidenza. I
consiglieri regionali non possono essere chiamati a rispondere delle
opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni.
Il Presidente della Giunta regionale, salvo che lo statuto regionale
disponga diversamente, è eletto a suffragio universale e diretto. Il
Presidente eletto nomina e revoca i componenti della Giunta“


Ciascuna Regione ha uno statuto che, in armonia con la
Costituzione, ne determina la forma di governo e i princìpi
fondamentali di organizzazione e funzionamento. In ogni Regione, lo
statuto disciplina il Consiglio delle autonomie locali, quale organo di
consultazione fra la Regione e gli enti locali.

Il nuovo testo dell’articolo 123 è questo: “Ciascuna
Regione ha uno statuto che, in armonia con la Costituzione, ne
determina la forma di governo e i princìpi fondamentali di
organizzazione e funzionamento. Lo statuto regola l'esercizio del
diritto di iniziativa e del referendum su leggi e provvedimenti
amministrativi della Regione e la pubblicazione delle leggi e dei
regolamenti regionali. Lo statuto è approvato e modificato dal
Consiglio regionale con legge approvata a maggioranza assoluta dei suoi
componenti, con due deliberazioni successive adottate ad intervallo non
minore di due mesi. Per tale legge non è richiesta l'apposizione del
visto da parte del Commissario del Governo. Il Governo della Repubblica
può promuovere la questione di legittimità costituzionale sugli statuti
regionali dinanzi alla Corte costituzionale entro trenta giorni dalla
loro pubblicazione. Lo statuto è sottoposto a referendum popolare
qualora entro tre mesi dalla sua pubblicazione ne faccia richiesta un
cinquantesimo degli elettori della Regione o un quinto dei componenti
il Consiglio regionale. Lo statuto sottoposto a referendum non è
promulgato se non è approvato dalla maggioranza dei voti validi. In
ogni Regione, lo statuto disciplina il Consiglio delle autonomie
locali, quale organo di consultazione fra la Regione e gli enti locali“.


Nella Regione sono istituiti organi di giustizia amministrativa di primo grado

L’art. 125 (è stato abrogato solo il I° comma) dice: “Nella
Regione sono istituiti organi di giustizia amministrativa di primo
grado, secondo l'ordinamento stabilito da legge della Repubblica.
Possono istituirsi sezioni con sede diversa dal capoluogo della
Regione“.


Con decreto motivato del Presidente della Repubblica sono
disposti lo scioglimento del Consiglio regionale e la rimozione del
Presidente della Giunta che abbiano compiuto atti contrari alla
Costituzione o gravi violazioni di legge.

L’articolo 126 recita: “Con decreto motivato del
Presidente della Repubblica sono disposti lo scioglimento del Consiglio
regionale e la rimozione del Presidente della Giunta che abbiano
compiuto atti contrari alla Costituzione o gravi violazioni di legge.
Lo scioglimento e la rimozione possono altresì essere disposti per
ragioni di sicurezza nazionale. Il decreto è adottato sentita una
Commissione di deputati e senatori costituita, per le questioni
regionali, nei modi stabiliti con legge della Repubblica. Il Consiglio
regionale può esprimere la sfiducia nei confronti del Presidente della
Giunta mediante mozione motivata, sottoscritta da almeno un quinto dei
suoi componenti e approvata per appello nominale a maggioranza assoluta
dei componenti. La mozione non può essere messa in discussione prima di
tre giorni dalla presentazione. L'approvazione della mozione di
sfiducia nei confronti del Presidente della Giunta eletto a suffragio
universale e diretto, nonché la rimozione, l'impedimento permanente, la
morte o le dimissioni volontarie dello stesso comportano le dimissioni
della Giunta e lo scioglimento del Consiglio. In ogni caso i medesimi
effetti conseguono alle dimissioni contestuali della maggioranza dei
componenti il Consiglio“.


Leggi regionali e leggi statali: Governo e Regioni possono rivolgersi alla Corte costituzionale

Dice l’articolo 127: “Il Governo, quando ritenga
che una legge regionale ecceda la competenza della Regione, può
promuovere la questione di legittimità costituzionale dinanzi alla
Corte costituzionale entro sessanta giorni dalla sua pubblicazione. La
Regione, quando ritenga che una legge o un atto avente valore di legge
dello Stato o di un’altra Regione leda la sua sfera di competenza, può
promuovere la questione di legittimità costituzionale dinanzi alla
Corte costituzionale entro sessanta giorni dalla pubblicazione della
legge o dell’atto avente valore di legge“.
L’articolo
127 accresce il ruolo di garanzia della Corte costituzionale, che
diventa arbitro esclusivo dei conflitti Stato-Regioni.


Si possono creare nuove Regioni o fondere Regioni già
esistenti. Si può consentire che Province e Comuni siano staccati da
una Regione ed aggregati ad un'altra“.

Questo il nuovo testo dell’articolo 132: “Si può
con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la
fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un
minimo di un milione di abitanti, quando ne facciano richiesta tanti
Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni
interessate e la proposta sia approvata con referendum dalla
maggioranza delle popolazioni stesse. Si può, con l’approvazione della
maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province
interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante
referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali,
consentire che Province e Comuni, che ne facciano richiesta, siano
staccati da una Regione ed aggregati ad un'altra“.

I regolamenti della Camera dei deputati e del Senato della
Repubblica possono prevedere la partecipazione di rappresentanti delle
Regioni, delle Province autonome e degli enti locali alla Commissione
parlamentare per le questioni regionali.

L’articolo 11 della legge costituzionale di riforma afferma: “1.
Sino alla revisione delle norme del titolo I della parte seconda della
Costituzione, i regolamenti della Camera dei deputati e del Senato
della Repubblica possono prevedere la partecipazione di rappresentanti
delle Regioni, delle Province autonome e degli enti locali alla
Commissione parlamentare per le questioni regionali. 2. Quando un
progetto di legge riguardante le materie di cui al terzo comma
dell’articolo 117 e all’articolo 119 della Costituzione contenga
disposizioni sulle quali la Commissione parlamentare per le questioni
regionali, integrata ai sensi del comma 1, abbia espresso parere
contrario o parere favorevole condizionato all’introduzione di
modificazioni specificamente formulate, e la Commissione che ha svolto
l’esame in sede referente non vi si sia adeguata, sulle corrispondenti
parti del progetto di legge l’Assemblea delibera a maggioranza assoluta
dei suoi componenti“.

Favorita l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e
associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla
base del principio di sussidiarietà.

L’articolo 118 della C. afferma che “Stato, Regioni, Città
metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei
cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di
interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà“. Il
principio di sussidiarietà comporta la dislocazione delle
responsabilità pubbliche presso le autorità amministrative più vicine
ai cittadini interessati, consentendo loro un controllo più efficace
sull’operato dei pubblici poteri.


Il principio di sussidarietà

Il principio di sussidarietà è nell’articolo 5 del Trattato
delle Comunità Europee del 25 marzo 1957 (successivamente modificato
nel 1992 e nel 1997). In base a tale principio, la Comunità Europea può
intervenire in alcuni settori soltanto se gli obiettivi da raggiungere
non possono essere efficacemente realizzati dagli Stati membri o
possono comunque essere meglio realizzati a livello comunitario.

Questo principio si applica per quelle politiche che non sono
di esclusiva competenza degli organi comunitari: non sono quindi
ricomprese la politica agricola o le misure per la realizzazione del
mercato unico che sono di esclusiva competenza della Comunità. Al
contrario vi rientrano molte politiche introdotte o rafforzate dal
Trattato sull’Unione Europea come l’istruzione e la formazione
professionale, la cultura, la sanità pubblica, la protezione dei
consumatori, le reti transeuropee e la politica industriale, settori
nei quali il trattato sottolinea il ruolo di coordinamento più che
d’iniziativa svolto dalla Comunità.

Il principio ha trovato attuazione anche nel diritto pubblico
italiano a seguito dell’entrata in vigore della legge n. 59/1997 (prima
“legge Bassanini“). Tale legge, nell’ottica di un decentramento di
funzioni dallo Stato alle Regioni e agli enti locali, attribuisce la
generalità delle funzioni e dei compiti amministrativi a Comuni,
Province e Comunità montane, secondo le rispettive dimensioni
territoriali, associative, con esclusione delle sole funzioni
incompatibili con le dimensioni medesime. In questo modo le
responsabilità pubbliche vengono dislocate presso le autorità
amministrative più vicine ai cittadini interessati (secondo un criterio
già enunciato nella Carta europea dell’autonomia locale, recepita nella
legge n. 439/1989), consentendo loro un controllo più efficace
sull’operato dei pubblici poteri. In attuazione della legge 59, è stato
emanato il dlgs 112/1998, che ha concretamente disposto le modalità di
conferimento delle rispettive attribuzioni amministrative alle regioni,
alle province, ai comuni e, dove esistono, alle comunità montane.


Commissione parlamentare per le questioni regionali

La Commissione parlamentare per le questioni regionali è un
organismo bicamerale. È chiamata a dare un parere obbligatorio
nell’ipotesi in cui il Presidente della Repubblica stia per sciogliere
il Consiglio regionale (vedi articolo 126 Cost.). La Commissione è
costituita da 20 senatori e 20 deputati eletti con criterio
proporzionale ad ogni inizio di legislatura e garantisce la presenza
del Parlamento in una decisione di particolare gravità.

La Commissione ha anche il compito di esprimere parere sulla
questione di merito che il Governo può sollevare davanti alle Camere
(art. 102 del Regolamento della Camera dei deputati) e sugli atti di
indirizzo e coordinamento delle funzioni amministrative regionali, gli
atti di coordinamento tecnico e le direttive relative all’esercizio
delle funzioni delegate, qualora nel termine di 45 giorni. dalla prima
consultazione con la Conferenza Stato-Regioni o con la singola Regione
non sia raggiunta la necessaria intesa (art. 8 della legge n. 59/1997).


Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome

La Conferenza permanente è un organo collegiale istituito
dall’articolo 12 della legge n. 400/1988 che svolge compiti di
informazione, consultazione e raccordo in relazione agli indirizzi di
politica generale (eccetto la politica estera, la giustizia e la
sicurezza nazionale) che incidono nelle singole materie di competenza
regionale riguardo: l’attività normativa statale; gli obiettivi della
programmazione e della politica finanziaria e di bilancio; la funzione
statale di indirizzo e coordinamento; gli atti comunitari che
interferiscono sulle competenze regionali; gli altri argomenti su cui
il Presidente del Consiglio ritiene opportuno conoscere (o acquisire)
il parere della conferenza.

I compiti attribuiti alla Conferenza sono stati notevolmente
ampliati con l’emanazione del Dlgs n.. 281/1997, in attuazione della
delega contenuta nella legge Bassanini sul decentramento amministrativo
(legge n. 59/1997).

L’articolo 12 della legge n. 400/1988 dice testualmente:

“1. È istituita, presso la Presidenza del Consiglio dei
ministri, la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le
regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, con compiti di
informazione, consultazione e raccordo, in relazione agli indirizzi di
politica generale suscettibili di incidere nelle materie di competenza
regionale, esclusi gli indirizzi generali relativi alla politica
estera, alla difesa e alla sicurezza nazionale, alla giustizia.

2. La Conferenza è convocata dal Presidente del Consiglio dei
ministri almeno ogni sei mesi, ed in ogni altra circostanza in cui il
Presidente lo ritenga opportuno, tenuto conto anche delle richieste dei
presidenti delle regioni e delle province autonome. Il Presidente del
Consiglio dei ministri presiede la Conferenza, salvo delega al ministro
per gli affari regionali o, se tale incarico non è attribuito, ad altro
ministro. La Conferenza è composta dai presidenti delle regioni a
statuto speciale e ordinario e dai presidenti delle province autonome.
Il Presidente del Consiglio dei ministri invita alle riunioni della
Conferenza i ministri interessati agli argomenti iscritti all'ordine
del giorno, nonché rappresentanti di amministrazioni dello Stato o di
enti pubblici.

3. La Conferenza dispone di una segreteria, disciplinata con
decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il
ministro per gli affari regionali.

4. Il decreto di cui al comma 3 deve prevedere l'inclusione
nel contingente della segreteria di personale delle regioni o delle
province autonome, il cui trattamento economico resta a carico delle
regioni o delle province di provenienza.

5. La Conferenza viene consultata:

a) sulle linee generali dell'attività normativa che interessa
direttamente le regioni e sulla determinazione degli obiettivi di
programmazione economica nazionale e della politica finanziaria e di
bilancio, salve le ulteriori attribuzioni previste in base al comma 7
del presente articolo;

b) sui criteri generali relativi all'esercizio delle funzioni
statali di indirizzo e di coordinamento inerenti ai rapporti tra lo
Stato, le regioni, le province autonome e gli enti infraregionali,
nonché sugli indirizzi generali relativi alla elaborazione ed
attuazione degli atti comunitari che riguardano le competenze regionali;

c) sugli altri argomenti per i quali il Presidente del
Consiglio dei ministri ritenga opportuno acquisire il parere della
Conferenza.

6. Il Presidente del Consiglio dei ministri, o il ministro
appositamente delegato, riferisce periodicamente alla Commissione
parlamentare per le questioni regionali sulle attività della Conferenza.

7. Il Governo è delegato ad emanare, entro un anno dalla data
di entrata in vigore della presente legge, previo parere della
Commissione parlamentare per le questioni regionali che deve esprimerlo
entro sessanta giorni dalla richiesta, norme aventi valore di legge
ordinaria intese a provvedere al riordino ed alla eventuale
soppressione degli altri organismi a composizione mista Stato-regioni
previsti sia da leggi che da provvedimenti amministrativi in modo da
trasferire alla Conferenza le attribuzioni delle commissioni, con
esclusione di quelle che operano sulla base di competenze
tecnico-scientifiche, e rivedere la pronuncia di pareri nelle questioni
di carattere generale per le quali debbano anche essere sentite tutte
le regioni e province autonome, determinando le modalità per
l'acquisizione di tali pareri, per la cui formazione possono votare
solo i presidenti delle regioni e delle province autonome“


Conferenza Stato-città

La Conferenza Stato-città, istituita con Dpcm 2 luglio 1996,
assolve compiti di coordinamento nei rapporti tra Stato e autonomie
locali e di studio, informazione e confronto sulle problematiche
connesse agli indirizzi di politica generale che possono incidere su
funzioni proprie o delegate di Province, Comuni e Comunità montane. La
Conferenza ha il compito di favorire l’informazione e le iniziative per
il miglioramento dell’efficienza dei servizi pubblici locali, la
promozione di accordi e contratti di programma, le attività relative
all’organizzazione di manifestazioni che coinvolgono più Comuni o
Province da celebrare in ambito nazionale.


Tutto il peso del controllo sarà sulle spalle della Corte
costituzionale, chiamata ad occuparsi di Statuti e leggi regionali su
impugnazione del Governo

La riforma del titolo V della Costituzione sottrae al
Parlamento sia il controllo sugli Statuti regionali (articolo 123
Cost.) sia il possibile controllo di merito sulle leggi regionali per
contrasto con gli interessi nazionali (articolo 127 Cost.). Tutto il
peso del controllo sarà sulle spalle della Corte costituzionale,
chiamata ad occuparsi di Statuti e leggi regionali su impugnazione del
Governo della Repubblica (o dello Stato dopo la criptica nuova norma
dell’art.114 ?).


Questa nuova disciplina trascina con sé – come
è stato affermato nei primi rapidi commenti - l’abolizione del limite
dell’“interesse nazionale“, espressamente previsto dagli articoli 117 e
127 della Costituzione del 1948? E’ vera questa facile affermazione?

Gli interessi nazionali sono identificati dai fini e dai
valori su cui le forze politiche egemoni fondano la decisione di
considerarsi uniti nella Repubblica italiana. Se è vera questa
conclusione – che supera sia la tesi di chi identifica tali interessi
negli “obbiettivi fissati nell’indirizzo di maggioranza“ (Mortati ed
altri) sia la tesi di chi li riferisce a non ben precisabili “interessi
della Nazione italiana“ (Martines ed altri) – ne deriva che tale limite
non può considerarsi travolto dalla riforma: esso permane quale
espressione dell’unità stessa della Repubblica. E’ un limite che
appartiene alla categoria dei limiti “impliciti“, ma che trova un
aggancio testuale nell’articolo 5 della Costituzione (e di cui peraltro
v’è traccia indiretta nel nuovo art.120 laddove prevede i poteri
sostitutivi del Governo a tutela della “unità giuridica o dell’unità
economica“).


Le censure più note e rilevanti alla riforma del 2001

Dal dibattito politico e dai contributi di numerosi giuristi
sono emerse queste critiche di fondo alla riforma costituzionale del
2001:

1) non introduce un federalismo fondato sul rapporto tra
valorizzazione dell'autogoverno locale e vincoli della cooperazione e
della coesione sul piano nazionale, ma disgrega la dimensione unitaria
dello Stato in una sommatoria di entità e competenze frazionate
(Comuni, Provincie, Città metropolitane, Regioni, Stato);

2) introduce una legislazione “concorrente“ fra Stato e
Regioni in materie fondamentali come l'istruzione, la sanità, la tutela
e sicurezza del lavoro, la previdenza, la ricerca scientifica, i beni
culturali, le professioni, senza definire i principi fondamentali della
legislazione fondamentale dello Stato;

3) introduce nella Costituzione il principio di
“sussidiarietà“. Scuola, sanità, assistenza, previdenza, cultura e
tutti i servizi sociali verranno svolti anzitutto dai privati e poi,
solo se questi si dimostrano incapaci di assicurarli, dovranno essere
svolti dagli enti pubblici. Ciò in evidente contrasto con la prima
parte della Costituzione;

4) elimina i controlli statali sulle leggi regionali, che
diventerebbero autoapplicative, con ciò favorendo una dilatazione
abnorme della legislazione regionale, che potrebbe portare ad una vera
e propria balcanizzazione degli ordinamenti su materie come la scuola,
il lavoro, la previdenza, la sanità e a una differenziazione
territoriale dei diritti fondamentali dei cittadini e dei diritti
sociali dei lavoratori;

5) garantisca l'uguaglianza dei cittadini solo per quanto riguarda i servizi essenziali, cioè, minimi.

Le critiche dei giuslavoristi alla riforma costituzionale del 2001


Undici professori universitari, che insegnano diritto
del lavoro, hanno inviato i cittadini a votare no alla riforma con il
documento, che qui si riporta:

“Abbiamo vissuto dieci anni di confuso riformismo
istituzionale, a partire dal crollo del sistema dei partiti della prima
Repubblica. Il punto di approdo, allo stato delle cose, è del tutto
negativo. Basti dire, per citare un esempio, che abbiamo il sistema
elettorale più bizzarro nel panorama dei paesi occidentali: un sistema
né carne né pesce, che somma i difetti del maggioritario e del
proporzionale.
Sul piano dell’assetto istituzionale non c’è traccia
di una seria riforma di sistema, capace di riorganizzare la Repubblica
per attrezzarla a reggere meglio la doppia sfida che abbiamo di fronte:
la globalizzazione, inclusi gli aspetti drammatici resi evidenti
dall’attacco terroristico agli Stati Uniti, e la costruzione di una
vera Unione Europea.
La Commissione bicamerale presieduta da
D’Alema, che doveva elaborare un progetto complessivo di riforma, è
fallita. In materia istituzionale si è quindi proceduto a strappi e
senza bussola.
Ora siamo chiamati a pronunciarci, nel referendum del
7 ottobre, su una riforma del titolo V della Costituzione, votata a
stretta maggioranza dal centrosinistra nella scorsa legislatura, con un
metodo non condivisibile e per ragioni cosiddette politiche del tutto
opinabili.
Ci si dice che quella riforma costituirebbe, nelle
condizioni date, un argine verso le istanze di c.d. devolution promosse
dalla maggioranza di centrodestra, e in specie dalla Lega Nord.
Noi
pensiamo, al contrario, che quella riforma favorisca gli intenti della
maggioranza che ora governa il paese, come dimostra il fatto che otto
presidenti di regione del centrodestra si sono pronunciati per il sì e
che il centrodestra fa in realtà una campagna astensionistica, il cui
esito pratico consisterà nel far passare la riforma, dato che la
validità del referendum non è subordinata ad alcun quorum di
partecipazione al voto.
Un federalismo serio si può fare in Italia
solo coniugando valorizzazione dell’autogoverno e vincoli cogenti alla
cooperazione, mettendo mano a una riforma federale del Parlamento, sul
modello tedesco.
Introdurre la legislazione concorrente tra Stato e
regioni, sulla base di principi non determinati, su materie cruciali
come l’istruzione, la tutela e sicurezza del lavoro, la previdenza
complementare e integrativa, la tutela del territorio, senza stabilire
i vincoli della normativa uniforme sul piano nazionale, significa
favorire la balcanizzazione del paese e la differenziazione degli
statuti giuridici di cittadinanza. Tanto più in quanto quella riforma
abolisce i controlli ex ante sulle leggi regionali, e rende le leggi
regionali autoapplicative salvo ricorso del governo alla Corte
costituzionale senza effetti sospensivi.
La riforma costituzionale oggetto del referendum, lungi dal contrastare i progetti leghisti di devolution, li favorisce.
Come
giuslavoristi, temiamo soprattutto che tale riforma favorisca una
frammentazione del diritto del lavoro sul piano territoriale: il testo
proposto al referendum viene già interpretato da qualcuno come
autorizzazione alle singole regioni a differenziare i diritti
fondamentali dei lavoratori, in materia, ad esempio, di disciplina dei
licenziamenti, di tipologie di lavoro flessibile (contratti a termine,
a part time, lavoro interinale ecc.) e di previdenza. Non è questa la
sede per valutare l’attendibilità di questa interpretazione o di quella
contraria.
Quel che conta è che una seria riforma federale ha
bisogno di altro. Non di differenziare le normative e la garanzia dei
diritti sul piano territoriale, ma di incentivare una competizione
virtuosa sul piano della applicazione delle normative e della garanzia
dei diritti.
Il testo di riforma costituzionale su cui siamo
chiamati a pronunciarci non offre queste garanzie. Esso favorisce
l’esito contrario: la balcanizzazione dell’Italia e la frammentazione
dei fondamentali diritti di cittadinanza e dei diritti sociali“.


Gli aspetti giudicati positivamente della riforma costituzionale del 2001

Ed ecco gli aspetti giudicati positivamente della riforma
costituzionale del 2001. Dopo l'elezione diretta del presidente della
Giunta regionale (introdotta il 22 novembre 1999 insieme alla piena
autonomia statutaria per le Regioni), la riforma costituzionale del
2001 risponde a quella esigenza diffusa, nel Paese, di democrazia dal
basso e rappresenta un'importante ammodernamento della Repubblica.

Non c'è più lo Stato accentratore (padre=padrone) ma (nuovo
art. 114 Cost.) ci sono diversi enti territoriali di pari rilievo
costituzionale: Comuni, Città Metropolitane, Provincie, Regioni, Stato.

Viene introdotta una consistente semplificazione dei poteri:
tra funzione legislativa, limitata per lo Stato ed ampliata per le
Regioni (nuovi artt. 116 e 117 Cost.), e funzione amministrativa
attribuita a Comuni, Provincie e Città Metropolitane (nuovo art. 118
Cost.).

Il cittadino diventa il soggetto principe della Repubblica
federativa: con i principi di esclusività e sussidiarietà (nuovo art.
118, c.4), le funzioni pubbliche devono essere esercitate al livello
funzionale più vicino al cittadino ed i servizi pubblici possono essere
direttamente gestiti dal cittadino, singolo e/o associato, anche in
forma economica.


I “vecchi“ articoli della Costituzione rinnovati o abrogati dalla riforma del 2001

La riforma costituzionale del 2001 rinnova gli articoli 114,
116, 117, 118, 119, 120, 123, 127 e 132 e abroga gli articoli 115, 124,
125-I comma, 128, 129, 130, 133 della carta fondamentale. Si riporta il
testo dei “vecchi“ articoli della Costituzionale, che sono stati
rinnovati o abrogati:

Art. 114. La Repubblica si riparte in Regioni, Provincie e Comuni.

Art. 115. Le Regioni sono costituite in enti autonomi con propri
poteri e funzioni secondo i principi fissati nella Costituzione.

Art. 116. Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al
Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d'Aosta sono attribuite forme e
condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati
con leggi costituzionali.

Art. 117. La Regione emana per le seguenti materie norme legislative
nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato,
sempreché le norme stesse non siano in contrasto con l'interesse
nazionale e con quello di altre Regioni:
ordinamento degli uffici e degli enti amministrativi dipendenti dalla Regione;
circoscrizioni comunali;
polizia locale urbana e rurale;
fiere e mercati;
beneficenza pubblica ed assistenza sanitaria ed ospedaliera;
istruzione artigiana e professionale e assistenza scolastica;
musei e biblioteche di enti locali;
urbanistica;
turismo ed industria alberghiera;
tranvie e linee automobilistiche di interesse regionale;
viabilità, acquedotti e lavori pubblici di interesse regionale;
navigazione e porti lacuali;
acque minerali e termali;
cave e torbiere;
caccia;
pesca nelle acque interne;
agricoltura e foreste;
artigianato.
Altre materie indicate da leggi costituzionali.
Le leggi della Repubblica possono demandare alla Regione il potere di emanare norme per la loro attuazione.

Art. 118. Spettano alla Regione le funzioni amministrative per le
materie elencate nel precedente articolo, salvo quelle di interesse
esclusivamente locale, che possono essere attribuite dalla leggi della
Repubblica alle Provincie, ai Comuni o ad altri enti locali.
Lo Stato può con legge delegare alla Regione l'esercizio di altre funzioni amministrative.
La
Regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative delegandole
alle Provincie, ai Comuni o ad altri enti locali, o valendosi dei loro
uffici.

Art. 119. Le Regioni hanno autonomia finanziaria nelle forme e nei
limiti stabiliti da leggi della Repubblica, che la coordinano con la
finanza dello Stato, delle Provincie e dei Comuni.
Alle Regioni
sono attribuiti tributi propri e quote di tributi erariali in relazione
ai bisogni delle Regioni per le spese necessarie ad adempiere le loro
funzioni normali.
Per provvedere a scopi determinati, e
particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole, lo Stato
assegna per legge a singole Regioni contributi speciali.
La Regione ha un proprio demanio e patrimonio, secondo le modalita' stabilite con legge della Repubblica.

Art. 120. La Regione non può istituire dazi d'importazione o esportazione o transito fra le Regioni.
Non
può adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera
circolazione delle persone e delle cose fra le Regioni.
Non può
limitare il diritto dei cittadini di esercitare in qualunque parte del
territorio nazionale la loro professione, impiego o lavoro.

Art. 123. Ciascuna Regione ha uno statuto che, in armonia con la
Costituzione, ne determina la forma di governo e i princi'pi
fondamentali di organizzazione e funzionamento. Lo statuto regola
l'esercizio del diritto di iniziativa e del referendum su leggi e
provvedimenti amministrativi della Regione e la pubblicazione delle
leggi e dei regolamenti regionali.
Lo statuto è approvato e
modificato dal Consiglio regionale con legge approvata a maggioranza
assoluta dei suoi componenti, con due deliberazioni successive adottate
ad intervallo non minore di due mesi. Per tale legge non e' richiesta
l'apposizione del visto da parte del Commissario del Governo. Il
Governo della Repubblica puo' promuovere la questione di legittimita'
costituzionale sugli statuti regionali dinanzi alla Corte
costituzionale entro trenta giorni dalla loro pubblicazione.
Lo
statuto è sottoposto a referendum popolare qualora entro tre mesi dalla
sua pubblicazione ne faccia richiesta un cinquantesimo degli elettori
della Regione o un quinto dei componenti il Consiglio regionale. Lo
statuto sottoposto a referendum non è promulgato se non è approvato
dalla maggioranza dei voti validi.

Art. 124. Un commissario del Governo, residente nel capoluogo della
Regione, sopraintende alle funzioni amministrative esercitate dallo
Stato e le coordina con quelle esercitate dalla Regione.

Art. 125. Il controllo di legittimità sugli atti amministrativi
della Regione è esercitato, in forma decentrata, da un organo dello
Stato, nei modi e nei limiti stabiliti da leggi della Repubblica. La
legge puo' in determinati casi ammettere il controllo di merito, al
solo effetto di promuovere, con richiesta motivata, il riesame della
deliberazione da parte del Consiglio regionale.

Art. 127. Ogni legge approvata dal Consiglio regionale è comunicata
al Commissario che, salvo il caso di opposizione da parte del Governo,
deve vistarla nel termine di trenta giorni dalla comunicazione.
La
legge è promulgata nei dieci giorni dalla apposizione del visto ed
entra in vigore non prima di quindici giorni dalla sua pubblicazione.
Se una legge è dichiarata urgente dal Consiglio regionale, e il Governo
della Repubblica lo consente, la promulgazione e l'entrata in vigore
non sono subordinate ai termini indicati.
Il Governo della
Repubblica, quando ritenga che una legge approvata dal Consiglio
regionale ecceda la competenza della Regione o contrasti con gli
interessi nazionali o con quelli di altre Regioni, la rinvia al
Consiglio regionale nel termine fissato per l'apposizione del visto.
Ove
il Consiglio regionale la approvi di nuovo a maggioranza assoluta dei
suoi componenti, il Governo della Repubblica può, nei quindici giorni
dalla comunicazione, promuovere la questione di legittimità davanti
alla Corte costituzionale, o quella di merito per contrasto di
interessi davanti alle Camere. In caso di dubbio, la Corte decide di
chi sia la competenza.

Art. 128. Le Provincie e i Comuni sono enti autonomi nell'ambito dei
principi fissati da leggi generali della Repubblica, che ne determinano
le funzioni.

Art. 129. Le Provincie e i Comuni sono anche circoscrizioni di decentramento statale e regionale.
Le
circoscrizioni provinciali possono essere suddivise in circondari con
funzioni esclusivamente amministrative per un ulteriore decentramento.

Art. 130. Un organo della Regione, costituito nei modi stabiliti da
legge della Repubblica, esercita, anche in forma decentrata, il
controllo di legittimità sugli atti delle Provincie, dei Comuni e degli
altri enti locali.
In casi determinati dalla legge può essere
esercitato il controllo di merito, nella forma di richiesta motivata
agli enti deliberanti di riesaminare la loro deliberazione.

Art. 132. Si può con legge costituzionale, sentiti i Consigli
regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di
nuove Regioni con un minimo di un milione d'abitanti, quando ne
facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un
terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con
referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse.
Si può, con
referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali,
consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano
staccati da una Regione ed aggregati ad un'altra.

Art. 133. Il mutamento delle circoscrizioni provinciali e la
istituzione di nuove Provincie nell'ambito d'una Regione sono stabiliti
con leggi della Repubblica, su iniziative dei Comuni, sentita la stessa
Regione.
La Regione, sentite le popolazioni interessate, puo' con
sue leggi istituire nel proprio territorio nuovi Comuni e modificare le
loro circoscrizioni e denominazioni.


La Regione e l’elezione del Presidente della Repubblica

Le Regioni partecipano - dice l’articolo 83 della
Costituzione - alla elezione del Presidente della Repubblica. Alla
elezione del Presidente della Repubblica, infatti, partecipano tre
delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che
sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d’ Aosta ha
un solo delegato.


Il Consiglio regionale può fare proposte di legge alle Camere

L’articolo 121 della C. stabilisce che “il Consiglio
regionale esercita le potestà legislative attribuite alla Regione e le
altre funzioni conferitegli dalla Costituzione e dalle leggi. Può fare
proposte di legge alle Camere“.


La parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive

Il principio della “parità di accesso tra donne e uomini alle
cariche elettive“, figlio degli articoli 2 e 3 della Costituzione, è
proclamato dall’articolo 117 della Costituzione: “Le leggi
regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli
uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e
promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche
elettive“.


Le Regioni possono concludere accordi con Stati nelle materie di sua competenza

Le Regioni possono concludere accordi con Stati. Lo afferma l’articolo 117 della C.: “Nelle
materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e
intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le
forme disciplinati da leggi dello Stato“.

Nasce lo Stato solidale attraverso l’istituzione di un fondo perequativo e la destinazione di risorse aggiuntive

Con il nuovo articolo 119 della C. nasce, nel rispetto degli articoli 2 e 3 della Costituzione, il nuovo Stato solidale: “La
legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di
destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante.
…Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà
sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire
l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a
scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato
destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di
determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni“.


Esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti contratti da Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni

L’articolo 119 afferma che “i Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. I
Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno un
proprio patrimonio, attribuito secondo i princìpi generali determinati
dalla legge dello Stato“. Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni “possono
ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento.
È esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi
contratti“.


Il prefetto preposto all'Ufficio territoriale del governo nel
capoluogo della regione assume anche le funzioni di commissario del
Governo ed è “l’occhio“ del Governo sull’attività delle Regioni.

L’articolo 11 del Decreto legislativo 30 luglio 1999 n. 300
sul riordino dei ministeri ha delineato una riforma delle prefetture,
trasformate in “Uffici territoriali del Governo“ (Utg) con
compiti amministrativi e di raccordo più estesi di quelli attuali
spettanti alle prefetture. Il prefetto preposto all'Ufficio
territoriale del governo nel capoluogo della regione assume anche le
funzioni di commissario del Governo (articolo 13 della
legge n. 400/1988) ed è in sostanza “l’occhio“ del Governo
sull’attività delle Regioni. I compiti e le responsabilità del titolare
dell'Ufficio territoriale del Governo sono specificati nel Dpr 17
maggio 2001 n. 287. Dice l’articolo 2 di questo Dpr: “2. Il
titolare dell'Ufficio del Governo del capoluogo regionale, oltre alle
funzioni di cui al comma 1, esercita le funzioni di commissario del
Governo ai sensi dell'articolo 13 della legge 23 agosto 1988, n. 400, e
di ogni altra disposizione che ne regola la competenza. Nell'esercizio
di tali funzioni, si avvale degli altri Uffici del Governo nell'ambito
della regione al fine di: a) favorire e promuovere la attuazione degli
accordi conclusi in sede di Conferenza Stato-regioni e di conferenza
unificata al fine di coordinare l'esercizio delle competenze statali,
regionali, provinciali, comunali e degli altri enti locali e di
svolgere in collaborazione attività di interesse comune, ai sensi degli
articoli 4, comma 1, e 9, comma 2, lettera c), del decreto legislativo
28 agosto 1997 n. 281“.

L’articolo 13 (Commissario del Governo) della legge 400/1988 dice:


“1. Il commissario del Governo in conformità alle direttive
del Presidente del Consiglio dei ministri adottate sulla base degli
indirizzi del Consiglio dei ministri:

a) sovrintende, con la collaborazione dei prefetti, alle
funzioni esercitate dagli organi amministrativi decentrati dello Stato
per assicurare a livello regionale l'unità di indirizzo e l'adeguatezza
dell'azione amministrativa, convocando per il coordinamento, anche su
richiesta del Presidente del Consiglio dei ministri o di singoli
ministri, conferenze tra i responsabili degli uffici decentrati delle
amministrazioni statali, comprese quelle ad ordinamento autonomo,
aventi sede nella regione. È informato, a tal fine, dalle
amministrazioni centrali dello Stato sulle direttive e sulle istruzioni
da esse impartite. Nulla è innovato rispetto alle competenze di cui
all'articolo 13 della legge 1° aprile 1981, n. 121;

b) coordina, d'intesa con il presidente della regione,
secondo le rispettive competenze, le funzioni amministrative esercitate
dallo Stato con quelle esercitate dalla regione, ai fini del buon
andamento della pubblica amministrazione e del conseguimento degli
obiettivi della programmazione e promuove tra i rappresentanti
regionali e i funzionari delle amministrazioni statali decentrate
riunioni periodiche che sono presiedute dal presidente della regione;

c) cura la raccolta delle notizie utili allo svolgimento
delle funzioni degli organi statali e regionali, costituendo il tramite
per l'esecuzione dell'obbligo di reciproca informazione nei rapporti
con le autorità regionali; fornisce dati ed elementi per la redazione
della “Relazione annuale sullo stato della pubblica amministrazione“;
agisce d'intesa con l'Istituto centrale di statistica (ISTAT) e
avvalendosi dei suoi uffici regionali per la raccolta e lo scambio dei
dati di rilevanza statistica;

d) segnala al Governo la mancata adozione, da parte delle
regioni, degli atti delegati per quanto previsto dall'articolo 2 della
legge 22 luglio 1975, n. 382, e provvede, in esecuzione delle
deliberazioni del Consiglio dei ministri, al compimento dei relativi
atti sostitutivi;

e) propone al Presidente del Consiglio dei ministri
iniziative in ordine ai rapporti tra Stato e regione, e l'adozione di
direttive per le attività delegate (1);

f) riferisce periodicamente al Presidente del Consiglio
dei ministri sulla propria attività, con particolare riguardo
all'attuazione coordinata dei programmi statali e regionali, anche in
funzione delle verifiche periodiche da compiere in seno alla Conferenza.

2. Per le regioni Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto
Adige e per le province di Trento e Bolzano nonché per la regione
Sardegna si applicano le norme del presente articolo salva la diversa
disciplina prevista dai rispettivi Statuti e relative norme di
attuazione.

3. Per la regione siciliana e per la regione Valle d'Aosta
il coordinamento dei programmi degli interventi statali e regionali,
nel rispetto di quanto previsto dagli Statuti speciali, viene
disciplinato dalle norme di attuazione, che dovranno prevedere apposite
forme di intesa. Per la regione autonoma della Valle d'Aosta restano
ferme le disposizioni contenute nel D.Lgs.Lgt. 7 settembre 1945, n. 545.

4. Il commissario del Governo nella regione è nominato tra
i prefetti, i magistrati amministrativi, gli avvocati dello Stato e i
funzionari dello Stato con qualifica non inferiore a dirigente
generale, con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del
Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il ministro per
gli affari regionali, e con il ministro dell'interno previa
deliberazione del Consiglio dei ministri.

5. Il commissario del Governo, in caso di assenza o di
impedimento, è sostituito nelle sue funzioni dal funzionario dello
Stato designato ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 41,
secondo comma, lettera a), della legge 10 febbraio 1953, n. 62.

6. Il commissario del Governo nella regione dipende funzionalmente dal Presidente del Consiglio dei ministri.

7. La funzione di commissario del Governo, salvo che per i
prefetti nelle sedi capoluogo di regione, e fermo restando quanto
disposto dal precedente comma 6, è incompatibile con qualsiasi altra
attività od incarico a carattere continuativo presso amministrazioni
dello Stato od enti pubblici e comporta il collocamento fuori ruolo per
la durata dell'incarico.

8. Al commissario del Governo spetta per la durata
dell'incarico un trattamento economico non inferiore a quello del
dirigente generale di livello B“.

(1) Lettera così modificata dall'art 8, L. 15 marzo 1997, n. 59.


Il sistema elettorale per i Consigli regionali a statuto ordinario

Il sistema elettorale per i Consigli regionali è stato
rinnovato con la legge 24 febbraio 1995 n. 43, contenente “Nuove norme
per l’elezione dei Consigli delle Regioni a statuto ordinario“. La
vecchia normativa (legge 17 febbraio 1968, n. 108) prevedeva che
l’assegnazione dei seggi nei Consigli regionali (delle Regioni a
statuto ordinario) venisse effettuata seguendo un metodo proporzionale,
mediante il riparto dei voti nelle singole circoscrizioni ed il
recupero dei voti residui nel collegio unico regionale.

Con il varo della nuova legge elettorale, le elezioni
avvengono sostanzialmente ancora secondo un sistema proporzionale ed a
turno unico; vi è, tuttavia, uno “sdoppiamento“ del voto che conferisce
al sistema anche un aspetto in parte maggioritario (con quindi una
certa inversione di tendenza rispetto a quanto stabilito per le
elezioni politiche) ed inoltre sono previsti premi di maggioranza volti
a garantire stabilità e forza al governo nelle Regioni.

Il sistema elettorale regionale è, quindi, “misto“, per l’80%
proporzionale e per il restante 20% maggioritario ed in correlazione
con la percentuale riservata al maggioritario vi è appunto un “premio
di maggioranza“ da assegnare alla lista o alla coalizione che ha
conseguito la maggioranza relativa. Alla lista o coalizione che vince
le elezioni viene così attribuita, per garantire stabilità e solidità
al governo regionale, la maggioranza assoluta dei seggi del Consiglio.

L’art. 1 della nuova legge elettorale per i Consigli delle Regioni a statuto ordinario stabilisce che “quattro quinti dei consiglieri assegnati a ciascuna regione sono eletti sulla base delle liste provinciali concorrenti“, secondo le disposizioni contenute nella legge 17 febbraio 1968, n. 108, mentre
“un quinto dei consiglieri assegnati a ciascuna regione è eletto con
sistema maggioritario, sulla base delle liste regionali concorrenti“.

Nello scenario, quindi, rientrano due distinti gruppi di
liste, le liste provinciali e le liste regionali, che devono però
essere fra loro collegate: a tal fine la legge dispone che la
presentazione della lista regionale debba essere, a pena di nullità,
accompagnata da un’apposita dichiarazione di collegamento con “almeno
un gruppo di liste provinciali presentate in non meno di metà delle
province“. Le liste, siano esse provinciali o regionali, devono essere
composte per almeno un terzo da donne e non possono essere
rappresentate per più di due terzi da nessuno dei due sessi. Più liste
provinciali possono coalizzarsi per sostenere un’unica lista regionale
e, di conseguenza, un unico candidato alla Presidenza. Infatti, accanto
al simbolo di ogni lista regionale appare anche il nome del capolista,
che corrisponde sostanzialmente, al candidato per la Presidenza della
Giunta (anche se questi, è bene ricordarlo, non viene eletto
direttamente dai cittadini, bensì dal Consiglio regionale tra i propri
membri).

Gli elettori hanno a disposizione un’unica scheda, suddivisa
in due settori, uno per le liste provinciali ed uno per le liste
regionali. Essi possono dare il proprio voto ad una lista provinciale a
preferenza unica (quivi si indica il partito scelto e si può altresì
indicare la preferenza per un candidato al Consiglio) e ad una lista
regionale (in cui vi è unicamente il simbolo della lista ed il nome del
capolista) e tali liste possono essere sia collegate, sia non
collegate. Il voto può anche venire dato unicamente per una delle liste
provinciali ed in tal caso, esso viene automaticamente considerato come
validamente espresso anche a favore della lista regionale collegata.

La ripartizione dei seggi avviene con le seguenti modalità.


1) Quota proporzionale

Alla fine delle operazioni di voto, effettuato lo spoglio
delle schede elettorali, l’Ufficio centrale circoscrizionale determina
la cifra elettorale di ciascuna lista provinciale e di ciascuna lista
regionale; procede al riparto dei seggi, e comunica all’Ufficio
centrale regionale la cifra elettorale di ogni lista regionale, il
numero dei candidati compresi in ciascuna lista provinciale, la
relativa cifra elettorale, i seggi ad essa attribuiti ed i voti residui.

Le liste provinciali, per poter concorrere alla ripartizione
dei seggi per la quota proporzionale dell’80%, devono raccogliere
almeno il 5% dei voti, cosiddetto “sbarramento“: tenendo però conto
anche dei voti espressi per la quota maggioritaria (ciò può consentire
alle liste collegate di ottenere seggi anche con un “risultato“
inferiore al 5%).


2) Quota maggioritaria

Per ciò che concerne la suddivisione della restante quota del
20% di seggi, da attribuirsi con il metodo maggioritario legato alle
liste presentate su base regionale, l’Ufficio centrale regionale deve
procedere ad individuare la cifra elettorale attribuita ad ogni lista
regionale ed il numero dei seggi assegnati alle liste provinciali
collegate. Se le liste provinciali collegate alla lista regionale che
ha conseguito la maggioranza hanno ottenuto una percentuale di seggi
superiore o, almeno, uguale al 50% dei seggi assegnati al Consiglio,
vengono proclamati eletti tutti i primi candidati della lista regionale
fino a raggiungere la quota del 10% dei seggi assegnati al Consiglio
stesso ed i rimanenti seggi vengono suddivisi fra le liste provinciali
non collegate. Se, invece, tali liste provinciali hanno ottenuto una
cifra elettorale inferiore al 50%, tutta la quota dei seggi da
attribuire (20%) viene conferita alla lista regionale collegata.


3) Quota aggiuntiva di seggi

La nuova normativa prevede poi l’eventuale attribuzione di
una quota aggiuntiva di seggi alle liste “elette“ qualora nessuna di
esse abbia ottenuto la maggioranza assoluta. A tal fine si prende in
esame la lista regionale che ha conseguito la maggior cifra elettorale
e la si considera prima singolarmente, poi unitamente alle liste
provinciali collegate. Bisogna, tuttavia, distinguere il caso in cui la
cifra elettorale conseguita dalla lista regionale sia inferiore al 40%
del totale, dal caso in cui sia superiore.

Qualora la cifra elettorale conseguita dalla sola lista
regionale sia inferiore al 40%, è necessario verificare il totale dei
seggi conseguiti dalla stessa lista regionale e dalle liste provinciali
ad essa collegate. Se la somma risulta inferiore al 55%, alla lista
regionale viene attribuita una quota aggiuntiva di seggi per
raggiungere, appunto, tale percentuale.

Se, al contrario, dalla verifica effettuata dall’Ufficio
centrale regionale, risulta che la lista regionale ha ottenuto una
cifra elettorale pari o superiore al 40%, la seconda verifica (sul
totale dei seggi conseguiti anche dalle liste provinciali collegate),
deve operarsi sulla base di una percentuale non più del 55%, come nel
caso precedente, bensì del 60%. Qualora i seggi conseguiti dalla lista
regionale e dalle liste provinciali collegate risultino inferiori al
60% dei seggi assegnati al Consiglio, verrà data alla lista regionale
una quota aggiuntiva di seggi sino al raggiungimento, appunto, della
percentuale del 60%. In tali ultimi casi i seggi assegnati al Consiglio
vengono aumentati in misura corrispondente alla quota ulteriore dei
seggi così conferiti.

Il Consiglio regionale così formato elegge fra i propri
membri, il “Presidente“, ed in ciò diviene sostanzialmente vincolante
l’indicazione di voto data al capolista, ed elegge altresì la Giunta.

La legislatura regionale dura in carica per un quinquennio,
come il Parlamento, ma la legge dispone che, per evitare “ribaltoni“
politici, se il rapporto di fiducia fra il Consiglio e la Giunta viene
posto in crisi nel corso di ventiquattro mesi delle elezioni, la durata
in carica del Consiglio stesso si riduce a due anni. Alla riduzione
della durata della “legislatura regionale“ provvede con decreto il
Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio
dei Ministri. Se, invece, la “crisi“ avviene dopo i primi due anni, la
durata della legislatura regionale resta fissata in cinque anni

Per quanto riguarda le Regioni a statuto speciale, invece, la
nuova legge elettorale nulla ha modificato. Restano, quindi, in vigore
le norme sui sistemi elettorali varate dalle Regioni stesse (si ricorda
che la competenza ad emanare le leggi sul sistema elettorale delle
Regioni a statuto speciale è attribuita alle Regioni stesse dal proprio
statuto, ad eccezione della Val d’Aosta, per la quale è competente lo
Stato).


Costituzionalmente illegittima la legge della Regione Veneto
recante “Referendum consultivo in merito alla presentazione di proposta
di legge costituzionale per l’attribuzione alla Regione Veneto di forme
e condizioni particolari di autonomia“.

La Corte costituzionale, con sentenza 14 novembre 2000 n.
496, ha dichiarato costituzionalmente illegittima la legge della
Regione Veneto, riapprovata l’8 ottobre 1998, recante “Referendum
consultivo in merito alla presentazione di proposta di legge
costituzionale per l’attribuzione alla Regione Veneto di forme e
condizioni particolari di autonomia“, la quale promuove, ai sensi
dell’art. 47 dello statuto della Regione Veneto, un referendum
consultivo della popolazione residente in merito alla presentazione da
parte del Consiglio regionale, nell’esercizio della potestà ad esso
conferita dall’art. 121 della Costituzione, di una proposta di legge
costituzionale che attribuisca forme e condizioni particolari di
autonomia alla Regione Veneto, a mezzo di uno specifico statuto
speciale:

Lo statuto speciale prevede in particolare:

a) il conferimento generale della potestà legislativa alla
Regione e la enumerazione tassativa delle materie di potestà
legislativa e amministrativa statale (politica estera, difesa, moneta,
giustizia, organi costituzionali dello Stato, livelli inderogabili
delle prestazioni relative ai diritti sociali tutelati in
Costituzione);

b) l’esercizio a livello locale delle funzioni amministrative
e l’attribuzione alla Regione delle funzioni di programmazione e di
controllo;

c) il riconoscimento alla Regione del potere di stipulare
accordi con Stati o enti territoriali di altri Stati e di partecipare
alla formazione degli atti dell’Unione europea, provvedendo in via
autonoma all’attuazione degli atti comunitari;

d) la determinazione da parte della Regione della propria
forma di governo, inclusa la possibilità di prevedere l’elezione
diretta del Presidente della Regione e la disciplina del sistema
elettorale regionale;

e) il conferimento alla Regione del potere di istituzione,
accertamento e riscossione dei tributi, con devoluzione allo Stato di
una quota non superiore ad un terzo delle entrate tributarie riscosse
dalla Regione.

Nella motivazione della sentenza, la Corrte costituzionale scrive: “E'
costituzionalmente illegittima, per violazione degli art. 5 e 138
cost., la l.reg. Veneto, riapprovata l'8 ottobre 1998, recante
“referendum consultivo in merito alla presentazione di proposta di
legge costituzionale per l'attribuzione alla regione Veneto di forme e
condizioni particolari di autonomia“, in quanto tale legge pretende
d'assegnare alla popolazione regionale - in un procedimento che ha come
suo oggetto e come fine politico immanente il mutamento
dell'ordinamento costituzionale - un ruolo che incrina le linee
portanti del disegno costituzionale proprio in relazione ai rapporti
tra l'istituto del 'referendum' e la Costituzione: infatti - dal
momento che la decisione di revisione è dall'art. 138 Cost. rimessa
primariamente alla rappresentanza politico-parlamentare; che il popolo
in sede referendaria non è disegnato dalla Costituzione come il
propulsore della innovazione costituzionale; e che il suo intervento
non è a schema libero ma deve avvenire secondo forme tipiche e
all'interno di un procedimento che, grazie ai tempi, alle modalità e
alle fasi in cui è articolato, carica la scelta politica del massimo di
razionalità di cui, per parte sua, è capace, e tende a ridurre il
rischio che tale scelta sia legata a situazioni contingenti - non è
consentito, come fa la legge impugnata, che si evochi il popolo in sede
di revisione nella sua parzialità autonoma e che si solleciti il corpo
elettorale regionale a farsi portatore di modificazioni costituzionali,
giacchè le regole procedimentali e organizzative della revisione, che
sono legate al concetto di unità e indivisibilità della Repubblica, non
lasciano alcuno spazio a consultazioni popolari regionali che si
pretendano manifestazione di autonomia“ (Corte cost., 14 novembre
2000, n. 496; Parti in causa Pres. Cons. c. Reg. Veneto; Riviste Giur.
Costit., 2000, f. 6; Rif. ai codici COST art. 5, COST art. 138).


Disco verde della Corte costituzionale all’indizione di
referendum consultivo per il trasferimento delle funzioni statali in
materia di sanità, istruzione, anche professionale, nonché di polizia
locale, alla Regione Lombardia

La Corte costituzionale, con ordinanza 5 aprile 2001 n. 102,
ha rigettato il ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri nel
giudizio per conflitto di attribuzione sorto a seguito della delibera
del Consiglio regionale della Lombardia n. VII/25 del 15 settembre
2000, recante “Proposta di indizione di referendum consultivo per il
trasferimento delle funzioni statali in materia di sanità, istruzione,
anche professionale, nonché di polizia locale, alla Regione“. Il
presidente del Consiglio aveva chiesto che la delibera fosse sospesa.

La delibera del Consiglio regionale della Lombardia - si
legge nell’ordinanza - .chiama gli elettori della Regione Lombardia a
pronunciarsi sull’opportunità che la Regione medesima “nel quadro
dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali
necessarie alla promozione del trasferimento delle funzioni statali in
materia di sanità, istruzione, anche professionale, nonché di polizia
locale“. Tale quesito è posto – secondo il preambolo della delibera della quale esso forma parte integrante - nella prospettiva “di
un rafforzamento delle prerogative autonomistiche spettanti alla
Regione e di riconduzione di materie di competenza dei ministeri ad un
modello di amministrazione e gestione ispirato ad un effettivo
federalismo che, in base al principio di sussidiarietà, valorizzi il
ruolo e le autonomie di tutti i soggetti istituzionali locali“, al fine di
“intraprendere iniziative istituzionali necessarie alla promozione del
trasferimento delle funzioni statali in materia di sanità, istruzione,
anche professionale, nonché di polizia locale, alla Regione, nel quadro
dell’unità nazionale“.

La Corte ha respinto il ricorso con questa motivazione: “La
delibera consiliare in questione, pertanto, non coinvolge scelte
fondamentali di livello costituzionale in presenza delle quali non è
consentita la separata consultazione di frazioni del corpo elettorale e
pertanto non ricorrono quelle gravi ragioni che, sole, giustificano la
sospensione dell’esecuzione degli atti che danno luogo al conflitto di
attribuzione tra Stato e Regione (art. 40 della legge 11 marzo 1953, n.
87)“.


Province e Comuni: il “ Testo unico delle leggi
sull'ordinamento degli enti locali“ (Dlgs 18 agosto 2000 n. 267, che ha
abrogato e assorbito la legge 8 giugno 1990 n. 142 sull’“Ordinamento
delle autonomie locali“ come modificata dalla legge n. 265/1999)

La Costituzione afferma all’art. 5 che


“La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e
promuove le autonomie locali“. L’art. 128 spiega che “Le Province e i
Comuni sono enti autonomi nell’ambito dei princìpi fissati da leggi
generali della Repubblica, che ne determinano le funzioni“. Province e
Comuni sono anche “Circoscrizioni di decentramento statale e regionale“
e le “circoscrizioni provinciali possono essere suddivise in circondari
con funzioni esclusivamente amministrative“ (art. 129).

L’articolo 2 del Dlgs n. 267/2000 fissa l’autonomia dei
comuni e delle province nonché il ruolo di iniziativa dei cittadini e
delle loro formazioni sociali:

1. Le comunità locali, ordinate in comuni e province, sono autonome.

2. Il comune è l'ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo.

3. La provincia, ente locale intermedio tra comune e
regione, rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi, ne
promuove e ne coordina lo sviluppo.

4. I comuni e le province hanno autonomia statutaria,
normativa, organizzativa ed amministrativa, nonché autonomia impositiva
e finanziaria nell'ambito dei propri statuti e regolamenti e delle
leggi di coordinamento della finanza pubblica.

5. I comuni e le province sono titolari di funzioni
proprie e di quelle conferite loro con legge dello Stato e della
regione, secondo il principio di sussidarietà. I comuni e le province
svolgono le loro funzioni anche attraverso le attività che possono
essere adeguatamente esercitate dalla autonoma iniziativa dei cittadini
e delle loro formazioni sociali .


Comuni e Province: nello Statuto il ruolo delle minoranze (art. 4 del Dlgs n. 267/2000)

Lo Statuto (dei Comuni e delle Province), nell’ambito dei
princìpi fissati dalla legge, stabilisce le norme fondamentali per
l’organizzazione dell’ente e in particolare determina le attribuzioni
degli organi, le forme di garanzia e di partecipazione delle minoranze,
prevedendo l’attribuzione alle opposizioni della presidenza delle
commissioni consiliari aventi funzioni di controllo o di garanzia, ove
costituite. Lo Statuto stabilisce altresì l’ordinamento degli uffici e
dei servizi pubblici, le forme della collaborazione fra Comuni e
Province, della partecipazione popolare, del decentramento,
dell’accesso dei cittadini alle informazioni ed ai procedimenti
amministrativi. La legislazione in materia di ordinamento dei comuni e
delle province e di disciplina dell'esercizio delle funzioni ad essi
conferite enuncia espressamente i princìpi che costituiscono limite
inderogabile per l'autonomia normativa dei comuni e delle province.
L'entrata in vigore di nuove leggi che enunciano tali princìpi abroga
le norme statutarie con essi incompatibili. I consigli comunali e
provinciali adeguano gli statuti entro centoventi giorni dalla data di
entrata in vigore delle leggi suddette.

Il conferimento della potestà statutaria costituisce l’espressione più qualificante dell’autonomia dei Comuni e delle Province.

Consentire a ciascun ente la deliberazione del proprio
Statuto significa consacrare il principio secondo cui non è lo Stato
che regola autoritativamente ed uniformemente la vita delle
amministrazioni elettive, ma sono queste stesse che, nell’ambito loro
riconosciuto, si dotano di strumenti di autogoverno adattando la
propria struttura gestionale alla peculiarità della realtà sociale che
sono chiamate ad interpretare.

Lo Statuto insomma diventa una nuova fonte di diritto per
l’ordinamento degli enti locali, con la finalità di limitare al minimo
le previsioni legislative sulla organizzazione dell’ente.

Il potere regolamentare è riconosciuto nel rispetto della
legge e dello Statuto e può riguardare l’organizzazione e il
funzionamento delle istituzioni e degli organismi di partecipazione
nonché il funzionamento degli organi e degli uffici e l’esercizio delle
funzioni.

Si tratta, quindi, di un potere regolamentare generale che
investe tutto il campo di azione degli enti locali; potere
regolamentare di carattere generale che, però, rimane subordinato a
quanto previsto dallo Statuto e dalla legge.

Le funzioni di controllo, attribuite alle minoranze, è un
altro punto qualificante che prefigura un assetto istituzionale più
“garantista“ anche a livello centrale. Dice il terzo comma
dell’articolo 4: “Gli statuti sono deliberati dai rispettivi
consigli con il voto favorevole dei due terzi dei consiglieri
assegnati. Qualora tale maggioranza non venga raggiunta, la votazione è
ripetuta in successive sedute da tenersi entro trenta giorni e lo
statuto è approvato se ottiene per due volte il voto favorevole della
maggioranza assoluta dei consiglieri assegnati. Le disposizioni di cui
al presente comma si applicano anche alle modifiche statutarie“. La clausola dei due terzi, infatti, presuppone un accordo sullo Statuto tra maggioranza e minoranza.


Le funzioni di Comuni e Province e il principio di sussidiarietà

Le funzioni di Comuni e Province sono state ridisegnate dagli articoli 9 e 14 del Dlgs n. 267/2000:


Articolo 9: “Spettano al comune
tutte le funzioni amministrative che riguardino la popolazione ed il
territorio comunale precipuamente nei settori organici dei servizi
sociali, dell'assetto ed utilizzazione del territorio e dello sviluppo
economico, salvo quanto non sia espressamente attribuito ad altri
soggetti dalla legge statale o regionale, secondo le rispettive
competenze.

2. Il comune, per l'esercizio delle funzioni in ambiti
territoriali adeguati, attua forme sia di decentramento sia di
cooperazione con altri comuni e con la provincia“.


Articolo 14: “1. Spettano alla
provincia le funzioni amministrative di interesse provinciale che
riguardino vaste zone intercomunali o l'intero territorio provinciale
nei seguenti settori:

a) difesa del suolo, tutela e valorizzazione dell'ambiente e prevenzione delle calamità;
b) tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche;
c) valorizzazione dei beni culturali;
d) viabilità e trasporti;
e) protezione della flora e della fauna, parchi e riserve naturali;
f) caccia e pesca nelle acque interne;
g)
organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale,
rilevamento, disciplina e controllo degli scarichi delle acque e delle
emissioni atmosferiche e sonore;
h) servizi sanitari, di igiene e profilassi pubblica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
i)
compiti connessi alla istruzione secondaria di secondo grado ed
artistica ed alla formazione professionale, compresa l'edilizia
scolastica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
l) raccolta ed elaborazione dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali.

2. La provincia, in collaborazione con i comuni e sulla base
di programmi da essa proposti, promuove e coordina attività nonché
realizza opere di rilevante interesse provinciale sia nel settore
economico, produttivo, commerciale e turistico, sia in quello sociale,
culturale e sportivo.

3. La gestione di tali attività ed opere avviene attraverso
le forme previste dalla presente legge per la gestione dei servizi
pubblici“.

Le funzioni di competenza esclusiva del Comune
rientrano essenzialmente nei settori organici dei servizi sociali,
dell’assetto e dell’utilizzazione del territorio, dello sviluppo
economico. Le funzioni esercitate per conto dello Stato
riguardano i servizi di anagrafe, elettorali, stato civile, leva
militare, statistica. Quanto alle funzioni attribuite o delegate dalla
regione, il ruolo di programmazione e coordinamento già svolto
dall’ente maggiore ex Dlgs n. 267/2000 (già legge n. 142/1990) risulta
potenziato con la legge n. 59/1997 (“Bassanini 1“) che introduce
nell’ordinamento di Province e Comuni elementi di federalismo
amministrativo. Con la legge n. 59/1997, viene recepito il principio di
sussidiarietà come criterio per la ripartizione delle competenze
tra i diversi livelli istituzionali - Stato, Regioni, Province e Comuni
- in quanto i poteri non espressamente conferiti allo Stato e oggetto
di riserva di competenza statale sono attribuiti alle autorità
territorialmente e funzionalmente più vicine ai cittadini. Il principio
di sussidiarietà è espressamente citato nel 5 comma del rinnovato art.
2 della legge n. 142/1990 (abrogata e assorbita nel Dlgs n. 267/2000).

La provincia, oltre alle funzioni proprie, esercita funzioni
delegate dallo Stato o dalla regione in conformità all’art. 118 della
Costituzione e alla legge n. 59/1997 che dispone il conferimento di
funzioni amministrative originariamente statali agli enti minori.


Gli istituti di partecipazione popolare, azione popolare, diritto di accesso e difensore civico

Gli istituti di partecipazione specificamente previsti e
disciplinati dalla riforma delle autonomie (Dlgs n. 267/2000) sono i
seguenti:

1) partecipazione popolare (a livello comunale).
“Le consultazioni e i referendum abrogativi devono riguardare materie
di esclusiva competenza locale e non possono aver luogo in coincidenza
con operazioni elettorali provinciali, comunali e circoscrizionali“ (art. 6);

2) azione popolare (a livello comunale): “Ciascun elettore può far valere in giudizio le azioni e i ricorsi che spettano al Comune“ (art.
7, commi 1 e 2). In sostanza i cittadini possono costituirsi parte
civile, al posto del comune, nei giudizi penali pendenti nei confronti
dei sindaci, degli assessori e dei consiglieri, facendo quindi scattare
la decadenza dell’amministratore dalla carica ricoperta. I cittadini
elettori possono agire di fronte a tutte le giurisdizioni (civili,
penali, contabile e amministrative), sostituendosi al Comune (art. 7).

3) diritto di accesso agli atti dell’amministrazione comunale e provinciale
(art. 7, commi 3, 4 e 5): “Tutti gli atti dell'amministrazione comunale
e provinciale sono pubblici, ad eccezione di quelli riservati per
espressa indicazione di legge o per effetto di una temporanea e
motivata dichiarazione del sindaco o del presidente della provincia che
ne vieti l'esibizione, conformemente a quanto previsto dal regolamento,
in quanto la loro diffusione possa pregiudicare il diritto alla
riservatezza delle persone, dei gruppi o delle imprese“;

4) difensore civico sia provinciale sia comunale (art. 8).

Per partecipazione s’intende la possibilità di
intervenire in un procedimento amministrativo e, più in generale, nei
vari momenti dell’attività amministrativa locale. Essa è riservata sia
al singolo cittadino, allorché si proceda per l’adozione di atti che
incidano su situazioni giuridiche soggettive, sia a libere forme
associative e a organismi di partecipazione, per la protezione di
interessi collettivi. Mentre per le forme associative all’ente locale è
rimesso soltanto un compito di valorizzazione (di talché esse debbono
sempre nascere dallo spontaneismo sociale), per gli organismi di
partecipazione è affidata all’amministrazione locale anche una funzione
di promozione. Dice il comma 1 dell’art. 6: “I Comuni valorizzano le
libere forme associative e promuovono organismi di partecipazione
popolare all’amministrazione locale, anche su base di quartiere o di
frazione. I rapporti di tali forme associative con il Comune sono
disciplinate dallo Statuto“.

È pure previsto che la partecipazione dei cittadini possa
essere attivata dalla stessa amministrazione con forme di consultazione
della popolazione, ferma restando la possibilità di presentazione di
istanze, petizioni e proposte da parte dei cittadini singoli o
associati. In particolare, è ammessa, anche su richiesta di un adeguato
numero di cittadini, la possibilità di indire referendum abrogativi
relativi a “materie di esclusiva competenza locale“. Due limiti, però,
sono stabiliti per tali forme di partecipazione, e cioè che le
consultazioni e i referendum devono riguardare materie di esclusiva
competenza locale e che il loro svolgimento non può coincidere con
altre operazioni di voto (elezioni provinciali, comunali e
circoscrizionali).


L’azione popolare è istituto di democrazia diretta,
riservato a ciascun elettore per far valere innanzi alle giurisdizioni
amministrative le azioni e i ricorsi che spettano al Comune. Con tale
mezzo l’attore popolare agisce non in difesa di un interesse
individuale, bensì in difesa di un interesse di cui è portatore come
membro della collettività.

L’istituzione dei difensore civico è prevista sia per le
Province che per i Comuni. Il ruolo assegnato a tale organo è quello di
“garante dell’imparzialità e del buon andamento della pubblica
amministrazione comunale e provinciale“ e la sua attività può
concretarsi in segnalazioni, anche di propria iniziativa, degli abusi,
delle disfunzioni, delle carenze e dei ritardi dell’amministrazione nei
confronti dei cittadini (sul difensore civico, vedi domanda e risposta
n. 179 e 188 nel capitolo successivo).


Nella legge è stabilito anche il “diritto di accesso“ dei
cittadini agli atti di Province e Comuni. Si amplia il diritto di
cronaca

Il diritto di accesso agli atti dell’amministrazione comunale
e provinciale trova una compiuta previsione nella disciplina fissata
dall’art. 7 del Dlgs n. 267/2000. Oltre al vero e proprio accesso ai
documenti dell’amministrazione, ai cittadini è riconosciuta anche la
possibilità di ottenere la relativa copia, di essere informati sullo
stato dei procedimenti e, in generale, di accedere alle informazioni di
cui è in possesso l’amministrazione. Al fine di rendere effettiva la
partecipazione dei cittadini all’attività dell’amministrazione,
l’accesso alle strutture e ai servizi comunali e provinciali è pure
consentito “agli enti, alle organizzazioni di volontariato e alle
associazioni“. Questa norma - che va letta con gli articoli 22, 23, 24
e 25 della legge n. 241/1990 sulla trasparenza amministrativa -
riguarda i cittadini e, quindi, anche i cittadini-giornalisti. Il
diritto di cronaca ne trae grandi benefici. Aumenterà la responsabilità
dei giornalisti, che non potranno più dire che le fonti sono lacunose o
partigiane.

Con la decisione 570/96, la Quarta sezione del Consiglio di Stato, affrontando la questione dell’accesso (dei giornalisti, ndr)
agli atti amministrativi - accesso previsto dagli articoli 22, 23, 24 e
25 della legge 241/1990 - sostanzialmente richiama l’autorevole
affermazione secondo cui il regime della pubblicità degli atti
amministrativi garantito dalla legge n. 241 - del quale il regime del
diritto di accesso costituisce pur sempre una particolare forma di
esplicazione - costituisce addirittura manifestazione del più generale
diritto all’informazione garantito dall’art. 21 della Costituzione. La
massima di tale sentenza è questa: “Contrasta con i princìpi
fondamentali dell’ordinamento giuridico italiano la pretesa di
equiparare la posizione di una testata giornalistica a quella di
qualunque soggetto giuridico in quanto attiene al diritto di accesso ai
documenti amministrativi, onde farne derivare l’inesistenza in capo
alla prima di una posizione differenziata e qualificata alla conoscenza
di atti amministrativi, non riservati, che possono interessare i
lettori. A un organo di stampa può dunque legittimamente riconoscersi
il diritto di chiedere all’amministrazione copie di atti - in numero
anche elevato - la cui conoscenza è specificamente preordinata
all’esercizio del diritto di cronaca o di informazione“.

Una norma contro i “Comuni polvere“. Il limite dei 10.000 abitanti

Le unioni di Comuni saranno un banco di prova anche per le
Regioni, che dovranno per legge incentivare l’associazionismo. L’art.
11 del Dlgs n. 267/2000 tratta la materia relativa alle modifiche
territoriali, alla fusione ed alla istituzione di nuovi Comuni nella
prospettiva, che trova riscontro nell’art. 26 relativo alle unioni di
Comuni, di realizzare l’eliminazione dei “Comuni polvere“.

Viene infatti stabilito il limite dei 10.000 abitanti,
operante sia nel senso che non possono essere costituiti nuovi Comuni
con popolazione inferiore, sia nel senso che è vietata l’istituzione di
nuovi Comuni, anche se con popolazione superiore a tale limite, che
però comporti come conseguenza che altri Comuni scendano al di sotto
dei 10.000 abitanti. Viene tuttavia ammessa la fusione tra piccoli
Comuni anche se il nuovo ente non raggiunga il detto limite di
popolazione.

Con riferimento agli articoli 117 e 133 della Costituzione,
spetta alle Regioni modificare le circoscrizioni territoriali dei
comuni sentite le popolazioni interessate.


Le aree metropolitane sono nove (più quelle definite dalle Regioni a statuto speciale)

Sono considerate aree metropolitane (art. 17 del Dlgs n.
267/2000) le zone comprendenti i Comuni di Torino, Milano, Venezia,
Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli e gli altri Comuni i cui
insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione
territoriale e in ordine alle attività economiche, ai servizi
essenziali, alla vita sociale nonché alle relazioni culturali e alle
caratteristiche territoriali. Restano ferme le città metropolitane e le
aree metropolitane definite dalle Regioni a statuto speciale.

Nelle aree metropolitane, il comune capoluogo e gli altri
comuni a esso uniti da contiguità territoriale e da rapporti di stretta
integrazione in ordine all’attività economica, ai servizi essenziali,
ai caratteri ambientali, alle relazioni sociali e culturali possono
costituirsi in città metropolitane a ordinamento differenziato. Spetta
al sindaco del comune capoluogo e al presidente della provincia
convocare l’assemblea degli enti locali interessati. L’assemblea, su
conforme deliberazione dei consigli comunali, adotta una proposta di
statuto della città metropolitana, che ne indichi il territorio,
l’organizzazione, l’articolazione interna e le funzioni. La proposta di
istituzione (art. 18, comma 3, del Dlgs n. 267/2000) della città
metropolitana è sottoposta a referendum a cura di ciascun comune
partecipante, entro 180 giorni dalla sua approvazione. Se la proposta
riceve il voto favorevole della maggioranza degli aventi diritto al
voto espressa nella metà più uno dei Comuni partecipanti, essa è
presentata dalla regione entro i successivi 90 giorni a una delle due
Camere per l’approvazione con legge. La città metropolitana, comunque
denominata, acquisisce le funzioni della provincia; attua il
decentramento previsto dallo Statuto, salvaguardando l’identità delle
originarie collettività locali. Quando la città metropolitana non
coincide con il territorio di una provincia, si procede alla nuova
delimitazione delle circoscrizioni provinciali o all’istituzione di
nuove province.


Le elezioni del sindaco e del presidente della Provincia

La legge 25 marzo 1993, n. 81 ha profondamente riformato la
legge n. 142/1990 (oggi Dlgs n. 267/2000) nella parte relativa alla
elezione del sindaco e del Presidente della Provincia. L’articolo 6
stabilisce che “nei comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti,
il sindaco è eletto a suffragio universale e diretto, contestualmente
all'elezione del consiglio comunale. Ciascun candidato alla carica di
sindaco deve dichiarare all'atto della presentazione della candidatura
il collegamento con una o più liste presentate per l'elezione del
consiglio comunale. La dichiarazione ha efficacia solo se convergente
con analoga dichiarazione resa dai delegati delle liste interessate“.
Anche “il presidente della provincia - dice l’articolo 8 - è eletto a
suffragio universale e diretto, contestualmente alla elezione del
consiglio provinciale. La circoscrizione per l'elezione del presidente
della provincia coincide con il territorio provinciale“.

L’articolo 2 della legge 83/1993 stabilisce che “il sindaco e
il consiglio comunale, il presidente della provincia e il consiglio
provinciale durano in carica per un periodo di cinque anni“. “ Chi ha
ricoperto per due mandati consecutivi la carica di sindaco e di
presidente della provincia non è, allo scadere del secondo mandato,
immediatamente rieleggibile alle medesime cariche. È consentito un
terzo mandato consecutivo se uno dei due mandati precedenti ha avuto
durata inferiore a due anni, sei mesi e un giorno, per causa diversa
dalle dimissioni volontarie“

In primo luogo, la nuova disciplina riduce in modo notevole
il numero dei consiglieri comunali ed aumenta il numero delle firme
necessarie per la presentazione delle liste. Il Consiglio comunale deve
essere convocato entro dieci giorni dalla proclamazione dei risultati
elettorali e si deve tenere entro dieci giorni dalla convocazione (così
l’art. 1 legge n. 415, del 1993, che prevede poteri sostitutivi del
prefetto quando si superino tali termini).

In secondo luogo, la nuova disciplina fissa alcune
interessanti norme sulle modalità di voto e sullo svolgimento della
campagna elettorale. Si vota in un solo giorno. Nelle liste dei
candidati a consigliere comunale “nessuno dei due sessi può essere
rappresentato in misura superiore ai tre quarti dei consiglieri
assegnati“ (così precisa, con norma che rende obbligatorio l’analogo
principio già fissato dalla legge n. 81 del 1993, la recente legge n.
415 del 1993). Di particolare interesse anche se da verificare ancora
nella prassi applicativa le norme dettate in materia di campagna
elettorale: giornali ed emittenti private debbono consentire pari
opportunità e pari trattamento pubblicitario a tutti i candidati (nei
trenta giorni che precedono il voto); i singoli candidati non possono
utilizzare forme di mera pubblicità televisiva ed inserzioni sulla
stampa nelle quali non si faccia esplicito riferimento ai contenuti del
programma elettorale; vengono stabilite forme di pubblicità delle spese
elettorali (dichiarazione preventiva delle spese che si intende
sostenere, con obbligo di pubblicare, dopo la campagna elettorale, il
rendiconto delle spese effettivamente sostenute; la norma è peraltro
priva di sanzioni).

In terzo luogo, vengono dettate due diverse discipline per
l’elezione del sindaco e dei consiglieri a seconda che si tratti di
comuni con popolazione inferiore o superiore ai quindicimila abitanti.

Per i comuni con meno di quindicimila abitanti l’elezione
del Consiglio comunale avviene con metodo maggioritario ed ogni
candidato alla carica di sindaco è collegato ad una lista (con il nome
del candidato a sindaco stampato a fianco del contrassegno della
lista). Il voto alla lista viene automaticamente attribuito anche al
candidato sindaco, e non si possono esprimere preferenze per i
candidati di altra lista. Viene proclamato sindaco il candidato che
abbia ottenuto la maggioranza semplice dei voti. I due terzi dei seggi
del consiglio comunale vengono attribuiti ai candidati della lista
collegata con il sindaco. L’altro terzo dei seggi viene attribuito
proporzionalmente tra le altre liste, con applicazione del metodo
d’Hondt.

Per i comuni con più di quindicimila abitanti, il
sistema elettorale resta ispirato a criteri maggioritari, con
correttivi ispirati al metodo proporzionale. Più precisamente gli
elettori hanno a disposizione una sola scheda, nella quale esprimono
due preferenze: una per il sindaco; una per le liste dei candidati a
consigliere comunale. Il candidato a sindaco è collegato ad una o più
liste di candidati a consigliere comunale. L’elettore ha la possibilità
di esprimere la propria preferenza sia per il sindaco sia per una lista
di candidati a consigliere comunale. Normalmente il voto sarà dato ad
una lista di candidati per il consiglio comunale collegata con il
candidato a sindaco per il quale si esprime la preferenza; ma
l’elettore può anche esprimere un voto per un candidato a sindaco
diverso da quello collegato con la lista o raggruppamento prescelti.
Viene eletto sindaco il candidato che abbia raggiunto la maggioranza
assoluta dei voti (metà più uno dei voti validi: non si dice
validamente espressi, sono quindi da computare, ai fini del quorum, anche
le schede bianche). Se nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta
si ha un secondo turno elettorale (la seconda domenica successiva a
quella del primo turno), in cui si effettua il ballottaggio tra i due
candidati che hanno ottenuto al primo turno il maggior numero di voti.
Per i candidati ammessi al ballottaggio restano fermi i collegamenti
con le liste per l’elezione del consiglio dichiarati al primo turno. Ma
entro sette giorni dalla prima votazione possono essere dichiarati i
collegamenti con le ulteriori liste.

Nella votazione del secondo turno viene eletto e proclamato
sindaco il candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti validi.

L’attribuzione dei seggi dei consiglieri comunali avviene
solo dopo l’elezione del sindaco. Nell’ipotesi che si sia avuta una
elezione al primo turno (con un candidato che abbia ottenuto la
maggioranza assoluta) il 60% dei seggi viene attribuito al
raggruppamento di liste che sosteneva il sindaco eletto (questo premio
di maggioranza non viene attribuito se un’altra coalizione o
raggruppamento di liste ha ottenuto una cifra elettorale superiore
della metà dei voti validi); il restante 40% dei seggi viene attribuito
con il sistema proporzionale agli altri raggruppamenti (con il metodo
d’Hondt); i seggi attribuiti a ciascun raggruppamento sono a loro volta
distribuiti tra le liste che hanno partecipato a tale raggruppamento
(sempre con il metodo proporzionale, d’Hondt). Nel caso il sindaco sia
eletto al secondo turno, alla lista o al gruppo di liste ad esso
collegate viene assegnato il 60% dei seggi (sempre che nessun’altra
lista o altro gruppo di liste collegate abbia già superato nel primo
turno il 50% dei voti validi). La distribuzione dei seggi all’interno
delle liste collegate avviene con il sistema proporzionale. I candidati
a sindaco che non siano stati eletti sono i primi a vedersi assegnati i
seggi di consigliere spettanti a ciascuna lista o gruppo di liste
collegate con la propria candidatura.

In quarto luogo, si disciplina l’elezione del Presidente del
Consiglio provinciale e dei consigli provinciali con procedimento in
tutto analogo a quello per il sindaco ed i consigli dei comuni con più
di 15.000 abitanti. Vi è peraltro l’impossibilità di votare per un
candidato a presidente della Provincia diverso da quello del
raggruppamento di liste prescelto e permanendo l’articolazione del
sistema elettorale su base uninominale quale era stabilito dalla
disciplina previgente i collegamenti avvengono tra gruppi di
candidature uninominali. Anche in questo caso viene attribuito un
premio di maggioranza del 60% dei seggi del consiglio provinciale alla
lista o gruppo di liste collegate al candidato eletto presidente. Per
il resto, la ripartizione dei seggi tra i raggruppamenti di liste e
all’interno delle liste segue il metodo proporzionale.

Infine, all’elezione diretta del sindaco seguono radicali
modifiche nella definizione delle competenze di questo organo e dei
suoi rapporti con la giunta da un lato e il consiglio comunale
dall’altro e ciò si verifica, in perfetta analogia, anche per i
rapporti tra presidente della Provincia e consiglio provinciale. La
nomina e la revoca degli assessori che fanno parte della giunta
comunale spetta al sindaco, che ne dà semplice comunicazione al
Consiglio comunale. La giunta si limita a collaborare con il sindaco
anche attraverso deliberazioni collegiali. Significativa anche la
previsione della incompatibilità tra la carica di assessore e quella di
consigliere comunale. Il Consiglio comunale, che mantiene la competenza
per gli atti di indirizzo e di controllo politico-amministrativo (così
come previsto dall’art. 32 della legge n. 142 del 1990), si limita ad
approvare il documento contenente la proposta degli indirizzi generali
di governo presentato dal sindaco ed ha il potere di determinare la
cessazione dalla carica del sindaco e della giunta, votando una mozione
di sfiducia.

L’istituto della “sfiducia costruttiva“, introdotto dalla
legge n. 142 del 1990, risulta superato dalla norma che prevede che le
dimissioni del sindaco implicano, oltre alla decadenza della giunta,
anche lo scioglimento del Consiglio comunale. Il sindaco ha anche la
competenza a nominare i responsabili degli uffici e dei servizi, nonché
attribuire e definire gli incarichi dirigenziali e quelli di
collaborazione esterna nonché provvedere, secondo gli indirizzi dati
dal Consiglio comunale, alla nomina e revoca dei rappresentanti del
comune presso enti, aziende ed istituzioni. In altri termini,
all’elezione diretta consegue una posizione di preminenza del sindaco,
che assume un ruolo centrale di direzione e di responsabilità
dell’amministrazione comunale.


Le Prefetture trasformate in Uffici territoriali del Governo (Utg). Cresce il ruolo dei prefetti.

Scompaiono le Prefetture. Nascono gli Uffici
territoriali del Governo (Utg)., ma cresce il ruolo dei prefetti. Il
prefetto rappresenta il governo nell’ambito provinciale. Viene nominato
con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del ministro
dell’Interno, sentito il Consiglio dei ministri. Può sospendere e
sciogliere i Consigli provinciali e comunali, può sospendere e
rimuovere i Sindaci. Può espropriare i suoli per opere statali. Può
emettere provvedimenti di urgenza in materia di igiene, edilizia e
polizia locale. Presiede il comitato provinciale per la protezione
civile. Il prefetto tutela l’ordine pubblico e sovrintende alla
pubblica sicurezza, dispone della forza pubblica e può richiedere
l’impiego di altre forze armate. Con l’istituzione delle Regioni sono
stati sottratti al prefetto i controlli sugli atti degli enti locali.

Permane il potere del prefetto di convocazione del Consiglio
comunale e provinciale, quando il sindaco o il Presidente della
Provincia non provvedano tempestivamente. L’esercizio di tale potere è,
però, sempre subordinato alla previa diffida (art. 36, comma 4, del
Dlgs n. 267/2000). Tale potere potrà essere esercitato - a prescindere
dai contenuti dell’ordine del giorno - quando l’omissione riguardi
un’ipotesi di convocazione obbligatoria direttamente prevista dalla
legge, ovvero il mancato accoglimento della richiesta di un quinto di
consiglieri, ovvero le eventuali ulteriori ipotesi di convocazione
obbligatoria regolate dallo statuto. Inoltre il prefetto nomina un
commissario ove il sindaco non adempia alle sue attribuzioni di
ufficiale di governo, provvede con propria ordinanza quando il sindaco
non adotti, con atto motivato e nel rispetto dei princìpi generali
dell’ordinamento giuridico, provvedimenti contingibili e urgenti in
materia di sanità e igiene, edilizia e polizia locale, al fine di
prevenire e eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità
pubblica.

L’articolo 11 del Decreto legislativo 30 luglio 1999 n. 300
sul riordino dei ministeri ha delineato una riforma delle prefetture,
trasformate in “Uffici territoriali del Governo“ (Utg) con
compiti amministrativi e di raccordo più estesi di quelli attuali
spettanti alle prefetture. Il prefetto preposto all'Ufficio
territoriale del governo nel capoluogo della regione assume anche le
funzioni di commissario del governo. I compiti e le responsabilità del
titolare dell'Ufficio territoriale del Governo sono specificati nel Dpr
17 maggio 2001, n. 287. Dice l’articolo 1 di questo Dpr:

“1. Il prefetto, nell'esercizio dei compiti di rappresentanza
generale del Governo sul territorio, si avvale dell'Ufficio del
Governo, di cui è titolare:

a) per fornire, a richiesta del Presidente del Consiglio dei
Ministri o dei Ministri da lui delegati, gli elementi valutativi
necessari all'esercizio delle funzioni di impulso, indirizzo e
coordinamento da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri, e per
attuarne le determinazioni;

b) per effettuare, secondo le direttive generali e gli atti
di impulso della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dei Ministeri
di settore, sentito il Ministero dell'interno, studi, rilevazioni e
verifiche ai fini della razionale distribuzione delle competenze tra
gli uffici periferici dello Stato, formulando proposte dirette alla
eliminazione di duplicazioni organizzative e funzionali, sia
all'interno di ciascuna struttura periferica, sia fra strutture diverse
o tra organi amministrativi e organi tecnici;

c) per promuovere, anche secondo i criteri e le indicazioni
del Presidente del Consiglio dei Ministri o dei Ministri da lui
delegati, la semplificazione delle procedure, la riduzione dei tempi
dei procedimenti ed il contenimento dei relativi costi, proponendo la
stipula di accordi tra enti e uffici diversi per regolare il
coordinamento delle relative attività e le modalità di utilizzazione da
parte di un ufficio delle strutture e dei servizi di un altro ufficio;

d) per favorire e promuovere, anche secondo i criteri e le
indicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri o dei Ministri da
lui delegati, l'attuazione, da parte degli uffici periferici dello
Stato, delle misure di coordinamento nei rapporti tra lo Stato e le
autonomie locali definite dalla Conferenza Stato-città ed autonomie
locali ai sensi dell'articolo 9, comma 5, del decreto legislativo 28
agosto 1997, n. 281;

e) per promuovere progetti di istituzione di centri
interservizi comuni a più amministrazioni, predisponendo, su incarico
dei soggetti aderenti, i relativi schemi di convenzione e curandone
l'attuazione con le modalità ivi previste;

f) per promuovere e coordinare le iniziative, anche secondo i
criteri e le indicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri o
dei Ministri da lui delegati, finalizzate a dare attuazione alle leggi
generali sul procedimento amministrativo, sulla cooperazione tra le
pubbliche amministrazioni e sull'adeguamento tecnologico delle
dotazioni strumentali degli uffici;

g) per curare, su richiesta del Dipartimento della funzione
pubblica, le procedure decentrate di reclutamento del personale secondo
le disposizioni dell'articolo 36, comma 5, del decreto legislativo 3
febbraio 1993, n. 29.

2. Il titolare dell'Ufficio del Governo del capoluogo
regionale, oltre alle funzioni di cui al comma 1, esercita le funzioni
di commissario del Governo ai sensi dell'articolo 13 della legge 23
agosto 1988, n. 400, e di ogni altra disposizione che ne regola la
competenza. Nell'esercizio di tali funzioni, si avvale degli altri
Uffici del Governo nell'ambito della regione al fine di:

a) favorire e promuovere la attuazione degli accordi conclusi
in sede di Conferenza Stato-regioni e di conferenza unificata al fine
di coordinare l'esercizio delle competenze statali, regionali,
provinciali, comunali e degli altri enti locali e di svolgere in
collaborazione attività di interesse comune, ai sensi degli articoli 4,
comma 1, e 9, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 28 agosto
1997, n. 281;

b) verificare l'attuazione, da parte degli Uffici periferici
dello Stato, delle intese definite nella Conferenza Stato-regioni e
nella Conferenza unificata in materia di interscambio di dati e
informazioni sull'attività statale, regionale, provinciale e degli enti
locali, ai sensi dell'articolo 6 del decreto legislativo 15 marzo 1998,
n. 112“.

Il Dpr 17 maggio 2001 n. 287 in sostanza tende a
razionalizzare tutti gli uffici periferici del governo accorpandoli in
uno solo, denominato appunto Ufficio territoriale del Governo, che
prenderà il posto delle prefetture e dipenderà dal Ministero
dell'Interno. Il titolare dell'Utg, un prefetto, dovrà provvedere al
riordino e all'accorpamento di tutte le strutture periferiche
dell'autorità centrale, fatta eccezione per alcune materie: affari
esteri, giustizia, tesoro, finanze, pubblica istruzione, beni ed
attività culturali. Il regolamento prevede inoltre l'istituzione di una
Conferenza permanente, presieduta dal titolare dell'Utg e composta dai
responsabili delle strutture periferiche dello Stato. La Conferenza
permanente funzionerà come struttura di supporto al prefetto in materia
di rappresentanza generale del governo, di coordinamento delle
pubbliche amministrazioni statali sul territorio e di collaborazione
con le regioni e gli enti locali. La nuova struttura sarà divisa in
sezioni: amministrazioni d'ordine, sviluppo economico e attività
produttive, territorio, ambiente e infrastrutture, servizi alla persona
e alla comunità.

Altro delicato compito assegnato agli Uffici territoriali è
quello di supporto al prefetto nella tutela dell'ordine e della
sicurezza pubblica, difesa e protezione civile. Il regolamento
specifica anche le funzioni di commissario del governo esercitate dal
prefetto del capoluogo regionale. L'Utg è configurato come la struttura
di esercizio, a livello periferico, di compiti dei Ministeri
dell'Interno, dell'Ambiente, delle Attività produttive, delle
Infrastrutture e trasporti, della Salute, del Lavoro e delle politiche
sociali. Il prefetto dovrà provvedere alla eliminazione di duplicazioni
organizzative o funzionali, al coordinamento nei rapporti tra lo Stato
e le autonomie locali sulla base delle indicazioni della Conferenza
Stato-Regioni, alla promozione di centri interservizi comuni a più
amministrazioni e all'inserimento nel sistema amministrativo delle
leggi generali.

Una piccola rivoluzione, dunque, che avrà conseguenze anche
sul futuro di molti dipendenti pubblici. Sono circa 265mila i
ministeriali interessati dalla riorganizzazione e per una parte di
loro, scatterà il trasferimento ad altre amministrazioni. Solo in pochi
casi, tuttavia, si tratterà di una mobilità a livello territoriale.

L’art. 235 del decreto legislativo 18 febbraio 1998, n. 51 ha
apportato modifiche in materia di stato civile trasferendo dalla
Procura della Repubblica al prefetto il controllo sulla regolare tenuta
dei registri dello stato civile (nascita, matrimonio, pubblicazioni,
cittadinanza e morte).


Le ipotesi di scioglimento e sospensione dei consigli provinciali e comunali (art. 39 del Dlgs n. 267/2000)

I consigli comunali e provinciali vengono sciolti con decreto
del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell'interno:

  • quando compiano atti contrari alla Costituzione o per gravi e
    persistenti violazioni di legge, nonché per gravi motivi di ordine
    pubblico;

  • quando non possa essere assicurato il normale funzionamento degli organi e dei servizi per le seguenti cause:

1. impedimento permanente, rimozione, decadenza, decesso del sindaco o del presidente della provincia ;
dimissioni del sindaco o del presidente della provincia;

2. cessazione dalla carica per dimissioni contestuali, ovvero
rese anche con atti separati purché contemporaneamente presentati al
protocollo dell'ente, della metà più uno dei membri assegnati, non
computando a tal fine il sindaco o il presidente della provincia;
riduzione dell'organo assembleare per impossibilità di surroga alla metà dei componenti del consiglio.

  • quando non sia approvato nei termini il bilancio.

Trascorso il termine entro il quale il bilancio deve essere
approvato senza che sia stato predisposto dalla giunta il relativo
schema, l'organo regionale di controllo (Coreco, ndr) nomina un
commissario affinché lo predisponga d'ufficio per sottoporlo al
consiglio. In tal caso e comunque quando il consiglio non abbia
approvato nei termini di legge lo schema di bilancio predisposto dalla
giunta, l'organo regionale di controllo assegna al consiglio, con
lettera notificata ai singoli consiglieri, un termine non superiore a
venti giorni per la sua approvazione, decorso il quale si sostituisce,
mediante apposito commissario, all'amministrazione inadempiente. Del
provvedimento sostitutivo è data comunicazione al prefetto che inizia
la procedura per lo scioglimento del consiglio.

Con il decreto di scioglimento si provvede alla nomina di un
commissario, che esercita le attribuzioni conferitegli con il decreto
stesso.

Il rinnovo del consiglio nelle ipotesi di scioglimento deve coincidere con il primo turno elettorale utile previsto dalla legge.

I consiglieri cessati dalla carica per effetto dello
scioglimento continuano ad esercitare, fino alla nomina dei successori,
gli incarichi esterni loro eventualmente attribuiti.

Al decreto di scioglimento è allegata la relazione del
Ministro contenente i motivi del provvedimento; dell'adozione del
decreto di scioglimento è data immediata comunicazione al Parlamento.
Il decreto è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana.

Iniziata la procedura ed in attesa del decreto di
scioglimento, il prefetto, per motivi di grave e urgente necessità, può
sospendere, per un periodo comunque non superiore a novanta giorni, i
consigli comunali e provinciali e nominare un commissario per la
provvisoria amministrazione dell'ente.


Mozione di sfiducia (art. 37 del Dlgs n. 267/2000)

Il voto del consiglio comunale o del consiglio provinciale
contrario ad una proposta del sindaco, del presidente della provincia o
delle rispettive giunte non comporta le dimissioni degli stessi.

Il sindaco, il presidente della provincia e le rispettive
giunte cessano dalla carica in caso di approvazione di una mozione di
sfiducia votata per appello nominale dalla maggioranza assoluta dei
componenti il consiglio. La mozione di sfiducia deve essere motivata e
sottoscritta da almeno due quinti dei consiglieri assegnati, senza
computare a tal fine il sindaco e il presidente della provincia, e
viene messa in discussione non prima di dieci giorni e non oltre trenta
giorni dalla sua presentazione. Se la mozione viene approvata, si
procede allo scioglimento del consiglio e alla nomina di un commissario
ai sensi delle leggi vigenti.

Dimissioni, impedimento, rimozione, decadenza, sospensione o decesso
del sindaco o del presidente della provincia (articolo 37-bis del Dlgs
n. 267/2000).


In caso di impedimento permanente, rimozione, decadenza o
decesso del sindaco o del presidente della provincia, la giunta decade
e si procede allo scioglimento del consiglio. Il consiglio e la giunta
rimangono in carica sino alla elezione del nuovo consiglio e del nuovo
sindaco o presidente della provincia. Sino alle predette elezioni, le
funzioni del sindaco e del presidente della provincia sono svolte,
rispettivamente, dal vicesindaco e dal vicepresidente.

Il vicesindaco ed il vicepresidente sostituiscono il sindaco
e il presidente della provincia in caso di assenza o di impedimento
temporaneo, nonché nel caso di sospensione dall'esercizio della
funzione.

Le dimissioni presentate dal sindaco o dal presidente della
provincia diventano efficaci ed irrevocabili trascorso il termine di
venti giorni dalla loro presentazione al consiglio. In tal caso si
procede allo scioglimento del rispettivo consiglio, con contestuale
nomina di un commissario.

Lo scioglimento del consiglio comunale o provinciale
determina in ogni caso la decadenza del sindaco o del presidente della
provincia nonché delle rispettive giunte.


Competenze del sindaco e del presidente della provincia (art. 36 del Dlgs n. 267/2000)

Il presidente della provincia è organo monocratico della
provincia, rappresenta l’ente, convoca e presiede il Consiglio e la
Giunta e sovrintende al funzionamento degli uffici e dei servizi nonché
all’esecuzione degli atti. Sovrintende anche all’espletamento delle
funzioni statali e regionali attribuite o delegate alla Provincia. È
eletto a suffragio universale e diretto contestualmente all’elezione
del Consiglio provinciale.

Il sindaco è nello stesso tempo capo dell’amministrazione
comunale e ufficiale di governo. È eletto dai cittadini a suffragio
universale e diretto. È membro del Consiglio, nomina e revoca i
componenti della Giunta. L’elezione avviene contestualmente a quella
del Consiglio con una formula diversificata a seconda della classe di
appartenenza del Comune considerato. Così si applica la formula
maggioritaria nei Comuni con meno di 15mila abitanti e la formula
proporzionale corretta nei Comuni con più di 15mila abitanti.

Il sindaco e il presidente della provincia:

sono gli organi responsabili dell’amministrazione del Comune e della Provincia;

rappresentano l’ente, convocano e presiedono la Giunta nonché quando non è previsto il presidente del Consiglio;

esercitano le funzioni loro attribuite dalle leggi, dallo
statuto e dai regolamenti e sovrintendono altresì all'espletamento
delle funzioni statali e regionali attribuite o delegate al comune e
alla provincia;

il sindaco coordina e riorganizza, sulla base degli indirizzi
espressi dal consiglio comunale e nell'ambito dei criteri eventualmente
indicati dalla regione, gli orari degli esercizi commerciali, dei
pubblici esercizi e dei servizi pubblici, nonché, d'intesa con i
responsabili territorialmente competenti delle amministrazioni
interessate, gli orari di apertura al pubblico degli uffici pubblici
localizzati nel territorio, al fine di armonizzare l'espletamento dei
servizi con le esigenze complessive e generali degli utenti;

in caso di inosservanza degli obblighi di convocazione del consiglio, previa diffida, provvede il prefetto;
sulla
base degli indirizzi stabiliti dal consiglio il sindaco e il presidente
della provincia provvedono alla nomina, alla designazione e alla revoca
dei rappresentanti del comune e della provincia presso enti, aziende ed
istituzioni;

tutte le nomine e le designazioni debbono essere effettuate entro quarantacinque giorni dall'insediamento
ovvero entro i termini di scadenza del precedente incarico. In
mancanza, il comitato regionale di controllo adotta i provvedimenti
sostitutivi ai sensi dell'articolo 48;

il sindaco e il presidente della provincia nominano i
responsabili degli uffici e dei servizi, attribuiscono e definiscono
gli incarichi dirigenziali e quelli di collaborazione esterna secondo
le modalità ed i criteri stabiliti dall'articolo 51 della presente
legge, nonché dai rispettivi statuti e regolamenti comunali e
provinciali;

il sindaco e il presidente della provincia prestano davanti
al consiglio, nella seduta di insediamento, il giuramento di osservare
lealmente la Costituzione italiana;

il sindaco (nei comuni con popolazione superiore ai 15mila
abitanti) e il presidente della provincia, previa deliberazione della
giunta comunale o provinciale, possono nominare (art. 6, comma 10,
della legge n. 127/1999) un direttore generale (city manager)
al di fuori della dotazione organica e con un contratto a tempo
determinato, il quale provvede ad attuare gli indirizzi e gli obiettivi
stabiliti dagli organismi di governo dell’ente, secondo le direttive
impartite dal sindaco o dal presidente della provincia, sovrintendendo
anche alla gestione dell’ente perseguendo livelli ottimali di efficacia
e di efficienza;

il sindaco e il presidente della provincia prestano davanti
al Consiglio, nella seduta di insediamento, il giuramento di osservare
lealmente la Costituzione;

il sindaco coordina e riorganizza gli orari di apertura e di
chiusura degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei
servizi pubblici nonché gli orari di apertura al pubblico degli uffici
pubblici localizzati nel territorio al fine di armonizzare
l’espletamento dei servizi con le esigenze complessive e generali degli
utenti;

distintivo del sindaco è la fascia tricolore con lo stemma
della Repubblica e lo stemma del Comune, da portarsi a tracolla.
Distintivo del presidente della provincia è una fascia di colore
azzurro con lo stemma della Repubblica e lo stemma della propria
provincia da portare a tracolla.


Attribuzione del sindaco nei servizi di competenza statale (art. 38 del Dlgs n. 267/2000)

Il sindaco, quale ufficiale del Governo, sovraintende:

a) alla tenuta dei registri di stato civile e di popolazione
ed agli adempimenti demandatigli dalle leggi in materia elettorale, di
leva militare e di statistica;

b) alla emanazione degli atti che gli sono attribuiti dalle
leggi e dai regolamenti in materia di ordine e di sicurezza pubblica,
di sanità e di igiene pubblica;

c) allo svolgimento, in materia di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria, delle funzioni affidategli dalla legge;

d) alla vigilanza su tutto quanto possa interessare la sicurezza e l'ordine pubblico, informandone il prefetto.

Il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta, con atto
motivato e nel rispetto dei princìpi generali dell'ordinamento
giuridico, provvedimenti contingibili e urgenti in materia di sanità ed
igiene, edilizia e polizia locale al fine di prevenire ed eliminare
gravi pericoli che minacciano l'incolumità dei cittadini; per
l'esecuzione dei relativi ordini può richiedere al prefetto, ove
occorra, l'assistenza della forza pubblica.

In casi di emergenza, connessi con il traffico e/o con
l'inquinamento atmosferico o acustico, ovvero quando a causa di
circostanze straordinarie si verifichino particolari necessità
dell'utenza, il sindaco può modificare gli orari degli esercizi
commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici, nonché,
d'intesa con i responsabili territorialmente competenti delle
amministrazioni interessate, gli orari di apertura al pubblico degli
uffici pubblici localizzati nel territorio, adottando i provvedimenti
attribuiti dalle leggi e dai regolamenti in materia di ordine e di
sicurezza pubblica, di sanità e di igiene pubblica. Se l'ordinanza
adottata è rivolta a persone determinate e queste non ottemperano
all'ordine impartito, il sindaco può provvedere d'ufficio a spese degli
interessati, senza pregiudizio dell'azione penale per i reati in cui
fossero incorsi.

Chi sostituisce il sindaco esercita anche le funzioni di cui all’articolo 38 del Dlgs n. 267/2000..

Nell'ambito dei servizi sopra descritti, il prefetto può
disporre ispezioni per accertare il regolare funzionamento dei servizi
stessi nonché per l'acquisizione di dati e notizie interessanti altri
servizi di carattere generale.

Il sindaco, previa comunicazione al prefetto, può delegare
l'esercizio delle funzioni sopra indicate al presidente del consiglio
circoscrizionale; ove non siano costituiti gli organi di decentramento
comunale, il sindaco può conferire la delega ad un consigliere comunale
per l'esercizio delle funzioni nei quartieri e nelle frazioni.

Ove il sindaco o chi ne esercita le funzioni non adempia ai
compiti di cui al presente articolo, il prefetto può nominare un
commissario per l'adempimento delle funzioni stesse. Alle spese per il
commissario provvede l'ente interessato. Ove il sindaco non adotti i
provvedimenti in materia di ordine e di sicurezza pubblica, di sanità e
di igiene pubblica, il prefetto provvede con propria ordinanza.


Il sindaco è anche ufficiale di polizia giudiziaria?

Sì, nei Comuni ove non esiste altra autorità del genere.


Titolo di città (articolo 18 del Dlgs 267/2000)

Il titolo di città può essere concesso con decreto del
Presidente della Repubblica su proposta del Ministro dell'interno ai
comuni insigni per ricordi, monumenti storici e per l'attuale
importanza.


Il “nuovo“ segretario del Comune e della Provincia

Il Comune e la provincia hanno un segretario titolare
dirigente o funzionario pubblico dipendente da un’apposita Agenzia
autonoma avente personalità giuridica di diritto pubblico la quale
gestisce l’albo (dei segretari comunali). Il segretario comunale e
provinciale svolge compiti di collaborazione e funzioni di assistenza
giuridico-amministrativa nei confronti degli organi dell’ente in ordine
alla conformità dell’azione amministrativa alle leggi, allo statuto e
ai regolamenti. Il sindaco e il presidente della provincia,
contestualmente al provvedimento di nomina del direttore generale (city manager)
disciplinano nel rispetto dei loro distinti e autonomi ruoli i rapporti
tra il segretario e il direttore generale. Il segretario:

a) partecipa con funzioni consultive, referenti e di
assistenza alle riunioni del consiglio e della giunta e ne cura la
verbalizzazione;

b) può rogare tutti i contratti nei quali l’ente è parte e
autenticare scritture private e atti unilaterali nell’interesse
dell’ente. La posizione del segretario comunale e provinciale è stata rivista dalla legge n. 127/1997 (legge Bassanini 2).

Il segretario comunale e provinciale è oggi legato da un
rapporto a forte connotazione fiduciaria con il sindaco e il presidente
della provincia dei quali segue la sorte.


La riforma della legge n. 142/1990 (oggi Dlgs n. 267/2000) in pillole

La legge 8 giugno 1990, n. 142 “Ordinamento delle autonomie
locali“ (abrogata e assorbita nel Dlgs n. 267/2000 “Testo unico degli
enti locali“) è stata aggiornata e riformata dalla legge 3 agosto 1999,
n. 265. Ecco cosa cambia:

- anche nei Comuni potranno essere effettuati referendum abrogativi. (art. 6);

- ciascun elettore potrà far valere in giudizio (civile,
penale, contabile e amministrativo, ndr) le azioni o i ricorsi
spettanti al Comune. In sostanza i cittadini possono costituirsi parte
civile, al posto del comune, nei giudizi penali pendenti nei confronti
dei sindaci, degli assessori e dei consiglieri, facendo quindi scattare
la decadenza dell’amministratore dalla carica ricoperta (art. 7);

- si potrà introdurre nelle convenzioni per la gestione
associata di servizi, per conto di più Comuni, la previsione di un
unico ufficio operativo per tali enti (art. 24);

- lo Statuto dei Comuni con meno di 15mila abitanti può
prevedere la nomina ad assessore di cittadini non facenti parte del
Consiglio;

- il sindaco può modificare gli orari degli esercizi
commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici, in presenza
di casi di emergenza collegati con il traffico e/o l’inquinamento
atmosferico o acustico, o in caso di circostanze straordinarie e
necessità particolari degli utenti. L’art. 38 conferisce al prefetto
ampi poteri, che prevedono la nomina di un commissario, qualora il
sindaco sia inadempiente;

- piena autonomia ai Comuni e alle Province per la
determinazione delle dotazioni organiche, con i soli limiti determinati
dalle capacità di bilancio e dalle esigenze di esercizio delle
funzioni, dei servizi e dei compiti ad essi attribuiti (art. 51);

- non sono più richiesti i pareri di regolarità tecnica sulle
delibere di giunta e di consiglio che sono da considerarsi quali meri
atti di indirizzo; sempre previsto, invece, il parere di regolarità
contabile nei casi in cui la deliberazione comporti un impegno di spesa
o una diminuzione di entrata;

- confermato il termine del 31 dicembre per l’approvazione
del bilancio di previsione; detto termine non sarà più prorogato con
leggi o decreti leggi, ma solo con appositi dm (art. 55);

- spariscono le deliberazioni a contrattare; prima di
stipulare ogni contratto di appalto, sarà necessaria la determinazione
a contrattare, emessa dal responsabile del procedimento di spesa (art.
56).

Il principio di sussidiarietà è espressamente citato
nel 5 comma del rinnovato art. 2 della legge n. 142/1990 (oggi Dlgs n.
267/2000). In base a questo principio, le responsabilità pubbliche
vengono dislocate presso le autorità amministrative più vicine ai
cittadini interessati, consentendo loro un controllo più efficace
sull’operato dei pubblici poteri. Questo criterio, enunciato nella Carta europea dell’autonomia locale, era stato già recepito nella legge 30 dicembre 1989, n. 439 e poi nella legge 15 marzo 1997, n. 59 (Prima legge Bassanini).

Le unioni di Comuni saranno un banco di prova anche per le
Regioni, che dovranno per legge incentivare l’associazionismo. E
saranno ancora le Regioni a dover affrontare una nuova e delicata
sfida: quella delle aree metropolitane, una delle “incompiute“ della
legge 142/90. Le Regioni, infatti, dovranno delimitare entro sei mesi e
su proposta degli enti locali, le aree metropolitane, con diffida e
surroga delle amministrazioni inadempienti. Schiarita in vista anche
per le città metropolitane: queste sono affidate a scelte autonome dei
Comuni, dovranno essere confermate attraverso un referendum e vengono
presentate dalle Regioni al Parlamento per l’approvazione con legge. La
città metropolitana sostituirà in questo modo la Provincia.

Le amministrazioni pubbliche non interferiscono nelle campagne elettorali

L’artiolo 9 (Disciplina della comunicazione istituzionale e obblighi di informazione) della legge 28/2000 vieta alle pubbliche amministrazioni di “partecipare“ alle campaagne elettorali. Dice l’articolo 9: “Dalla
data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura delle
operazioni di voto è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche
di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate
in forma impersonale ed indispensabili per l'efficace assolvimento
delle proprie funzioni“.

La legge 22 febbraio 2000 n. 28 (Disposizioni per la
parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne
elettorali e referendarie e per la comunicazione politica) è meglio nota come “legge sulla par condicio“.

 

 Tabloid/9/01

Dopo la riforma della parte V della Costituzione approvata dal corpo
elettorale con il referendum confermativo del 7 ottobre 2001


Le Regioni sono gli arbitri
del futuro delle professioni

di Franco Abruzzo

“Spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento
ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello
Stato“. L'ottica del vecchio articolo 117 della Costituzione, che
elencava le materie di competenza regionale, è stata ribaltata dalla
riforma della parte quinta della Costituzione approvata definitivamente
dal corpo elettorale con il referendum confermativo del 7 ottobre 2001.
Nel nuovo testo dell’articolo 117 si indicano le materie di competenza
statale: “politica estera, difesa e forze armate, moneta e tutela del
risparmio e mercati finanziari, tutela della concorrenza, perequazione
delle risorse finanziarie, giurisdizione, referendum statali, ordine
pubblico, sicurezza federale“. Per le restanti, la competenza viene
affidata alle Regioni. E’ materia di legislazione concorrente, invece,
quella relativa alle “professioni“. Che “prima“ era appannaggio
in via esclusiva dello Stato. La materia delle professioni estesa alle
Regioni è una novità di grande profilo: “Nelle materie di legislazione
concorrente - dice il nuovo articolo 117 - spetta alle Regioni la
potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi
fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato“.

L’assetto attuale delle professioni.
Il Dlgs n. 300/1999 affida al Ministero della Giustizia la vigilanza
sugli Ordini professionali e al Ministero dell’Università la “missione“
di formare i nuovi professionisti. “Rientra nella discrezionalità del
legislatore ordinario determinare le professioni intellettuali per
l'esercizio delle quali è opportuna l'istituzione di Ordini o collegi e
la necessaria iscrizione in appositi albi o elenchi (art. 2229 Cod.
civ.)“. Il comma 18 dell’articolo 1 della legge n. 4/1999 affida al
ministero dell’Università, di concerto con quello della Giustizia, il
compito di “integrare e modificare“ gli attuali ordinamenti
sull’accesso alla professioni e di raccordarli con le lauree triennali
e con le lauree specialistiche biennale.


Le professioni e il “modello Lombardia“.
Ai piani alti del “Pirellone“ al giornalista che vuole conoscere gli
scenari possibili della legislazione concorrente regionale in tema di
professioni, consigliano la lettura della legge regionale n. 95/1980
sulla formazione professionale e di guardare nel proprio mondo. La
Regione Lombardia, infatti, dal 1977 sostiene, con i fondi sociali
europei, la Scuola di Giornalismo denominata “Istituto Carlo De
Martino“, che in 24 anni di vita ha inserito nella professione 517
giovani, molti dei quali (134 per la precisione) occupano posti di
responsabilità nei quotidiani, nei periodici, nelle televisioni, nelle
radio e nei giornali telematici. Un successo senza eguali. Ed è
possibile giuridicamente dedicare l’attenzione, finora riservata al
giornalismo, anche ad altre professioni. Così sostengono al “Pirellone“.


La legge lombarda n. 95/1980.
L’articolo 2 (quadro di interventi) della legge regionale n. 95/1980
consente “iniziative dirette all’acquisizione di specifiche competenze
professionali rivolte a laureati nonché corsi di rilevante impegno
culturale e scientifico, compresi i corsi di preparazione all’esercizio
di professioni“. In sostanza la Regione Lombardia potrebbe finanziare
corsi destinati ai futuri avvocati, architetti, ingegneri,
commercialisti, eccetera. Anche le Università potrebbero bussare alla
porta del “Pirellone“ per ottenere finanziamenti per i corsi di
perfezionamento e aggiornamento professionale oppure per i corsi di
preparazione agli esami di Stato per l’abilitazione all’esercizio delle
professioni (legge n. 341/1990). Il Consiglio regionale potrebbe, data
la vaghezza dell’articolo 117, spingersi in avanti stabilendo quali
lauree, conseguite negli 11 Atenei lombardi, siano da raccordare agli
Albi e, quindi, all’esame di Stato. Una tale possibilità è realistica,
qualora si consideri che la legge 4/1999 stabilisca princìpi
fondamentali nell’ambito dei quali il Consiglio regionale possa
legiferare al posto dei Ministeri dell’Università e della Giustizia.


La competenza concorrente.
Le Regioni, quindi, hanno spazio per affiancare l’azione dello Stato
nel campo delle professioni, promuovendo iniziative buone per
professionalizzare i neo-laureati e per raccordare le lauree (triennali
e specialistiche biennali) agli Albi. Una sentenza della Corte
costituzionale (la n. 271 del 22 luglio 1996) afferma che “nella
materia di competenza concorrente, i principi fondamentali risultanti
dalla legislazione statale esistente, assolvono alla funzione loro
propria, che è quella di unificare il sistema delle autonomie ai
livelli più alti, solo quando hanno il carattere di stabilità e
univocità“.