La Corte europea dei diritti dell’uomo e la libertà di stampa

di Sabrina Peron, avvocato in Milano

La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e
delle libertà fondamentali (firmata il 4 novembre 1950 a Roma e
ratificata in Italia con la legge 4 agosto 1955 n. 848) rappresenta un
meccanismo di protezione internazionale dei diritti dell’uomo
particolarmente efficace (si noti che le norme della Convenzione sono
di immediata applicazione nel nostro Paese, v. Cass. 23.11.1988,
Castro). La Convenzione deve il suo successo al fatto di fondarsi su un
sistema di ricorsi – sia statali che individuali - in grado di
assicurare un valido controllo in ordine al rispetto dei principi
fissati dalla Convenzione stessa. In particolare vediamo che il ricorso
alla Corte europea dei diritti dell’uomo si articola in due fasi: in
una prima fase viene adita la Commissione europea dei diritti dell’uomo
da Stati parti o da singoli individui. Se il ricorso viene considerato
ammissibile la Commissione procede all’esame della questione e conclude
con l’adozione di un rapporto. Compiuta questa fase preliminare si
passa alla seconda fase: la trattazione del ricorso avanti alla Corte
che si conclude una vera e propria sentenza definitiva e, nel caso in
cui la Corte constati l’avvenuta violazione di una o più norme della
Convenzione, lo Stato responsabile dovrà porre rimedio al danno causato
al ricorrente conformandosi alle decisioni della Corte. Al riguardo si
deve evidenziare che la Corte nel procedere a valutare l’avvenuta
violazione delle norme della Convenzione si basa sul seguente principio
direttivo: la misura restrittiva del diritto garantito dalla
Convenzione può dirsi necessaria in una società democratica solo quando
il sacrificio che essa impone al titolare non sia eccessivo, ossia
quando tale sacrificio sia proporzionato all’entità del danno che
l’esercizio del diritto stesso arreca, o arrecherebbe, al bene
protetto. Ciò in quanto una società può dirsi autenticamente
democratica solo quando le limitazioni ai diritti dei propri cittadini
sono unicamente quelle strettamente necessarie al raggiungimento dei
fini socialmente rilevanti.

Poste queste premesse di carattere generale vediamo che Convenzione
Europea dei Diritti dell’Uomo all’art. 10 sancisce il fondamentale
principio della libertà di manifestazione del pensiero statuendo che
«ogni persona ha diritto alla libertà di espressione». Tale diritto
ricomprende: «la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di
comunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte delle
autorità pubbliche senza riguardo alla nazionalità». Al secondo comma
l’art. 10 stabilisce altresì che «poiché l’esercizio di queste libertà
comporta dei doveri e delle responsabilità, esso può essere sottoposto
a certe formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni previste dalla
legge che costituiscono delle misure necessarie, in una società
democratica, alla sicurezza nazionale, all’integrità territoriale o
alla sicurezza pubblica, alla difesa dell’ordine pubblico e alla
prevenzione del crimine, alla protezione della salute o della morale,
alla protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la
divulgazione di informazioni confidenziali o per garantire l’autorità e
l’imparzialità del potere giudiziario». La libertà di manifestazione
del pensiero, garantita dall’articolo in esame, rappresenta una delle
basi essenziali di una società che vuole essere democratica ed una
delle condizioni primordiali per il suo progresso nonché per lo
sviluppo della persona. E’ ovvio che tale libertà «non riguarda solo le
informazioni o le opinioni accolte con favore o considerate inoffensive
o indifferenti, ma riguarda anche le informazioni e le opinioni che
urtano, o inquietano; ciò è richiesto dal pluralismo, dalla tolleranza
e dallo spirito di apertura senza i quali non si ha una società
democratica» (Corte europea dei diritti dell’uomo, 8 luglio 1986,
Lingens c. Austria; Corte europea diritti dell'uomo, 25 marzo 1985,
Barthold c. Repubblica Federale di Germania).

Recentemente la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha pronunciato
alcune sentenze che appaiono particolarmente significative per il
rafforzamento della libertà di espressione garantita dal citato
articolo 10. In questo senso, in via generale, anzitutto si evidenzia
che secondo la Corte, per verificare se un giornalista abbia ecceduto
il limiti della libertà di espressione, occorre tenere in primaria
considerazione la buona fede del giornalista stesso attraverso un esame
globale della vicenda, posto che le restrizioni ammesse sono solo
quelle necessarie, ossia quelle giustificate da un bisogno sociale
imperativo (in questo senso si vedano: Corte europea diritti dell’uomo,
20 novembre 1989, Beermann c. Repubblica Federale di Germania; Corte
europea diritti dell’uomo, 28 agosto 1992, Schwabe c. Austria; Corte
europea diritti dell’uomo, 26 novembre 1981, Sunday Time c. Regno
Unito).

Più in dettaglio invece vediamo che è stato altresì riconosciuto che
«la libertà di stampa costituisce uno dei migliori mezzi per conoscere
e valutare le idee e gli orientamenti dei dirigenti politici: pertanto
i limiti della critica esercitabile nei confronti di essi sono più ampi
di quelli relativi ai semplici privati; anche gli uomini politici
fruiscono della tutela della loro reputazione, non soltanto nella sfera
privata, ma in questo caso i doveri connessi a tale protezione vanno
bilanciati con gli interessi collegati alla libera discussione sui
problemi politici» (Corte europea diritti dell'uomo, 8 luglio 1986,
Lingens c. Austria: in questa fattispecie il giornalista ricorrente era
stato condannato per aver criticato molto pesantemente il segretario
generale del partito socialdemocratico austriaco, in seguito agli
attacchi che questi a sua volta aveva mosso a Simon Wiesenthal, a causa
della denuncia dei trascorsi nazisti del presidente del partito
liberale austriaco, Friedrich Peter, da questi avanzata dinanzi
all’opinione pubblica.), con la conseguenza che la «condanna per
diffamazione di un giornalista per gli apprezzamenti espressi sul conto
di un uomo politico costituisce violazione della sua libertà di
opinione, la quale rappresenta un elemento fondamentale del diritto
garantito dall'art. 10 della convenzione europea per la salvaguardia
dei diritti dell'uomo» (in forza di questa sentenza il governo
austriaco è stato condannato a rifondere al giornalista ricorrente le
somme da questi versate per il pagamento dell'ammenda e delle spese
processuali cui era stato condannato. Inoltre il governo austriaco è
stato condannato al versamento di un'indennità forfetaria per le spese
occorse per la pubblicazione della sentenza, cui pure il giornalista
era stato condannato, oltre che alla rifusione delle spese dei giudizi
penali subiti dinanzi ai giudici austriaci e le spese di comparizione e
di difesa dinanzi alla corte).

La Corte inoltre chiamata a decidere su un caso in cui il
giornalista ricorrente era stato condannato perché nel corso di un
intervista ad alcuni esponenti di un gruppo razzista aveva tollerato la
pronuncia di affermazioni razziste senza criticarle apertamente, ha
ritenuto che «punire un giornalista per aver favorito la diffusione di
dichiarazioni di terzi nel corso di un programma, ostacolerebbe
gravemente il contributo della stampa alla discussione di problemi di
interesse generale e potrebbe ammettersi solo in presenza di motivi
particolarmente seri» (Corte europea dei diritti dell’uomo 24.
settembre 1994, Jersild c. Danimarca).

Particolarmente interessante è anche la sentenza nota come il caso
«Goodwin»: William Goodwin, giornalista inglese, ricevette da una fonte
fidata ed attendibile, alcune informazioni su una società di programmi
elettronici – la Tetra Ltd - in particolare il giornalista rivelò che
tale società aveva contratto numerosi debiti e vertiginose perdite. La
società Tetra per evitare i danni che sarebbero potuti derivargli dalla
divulgazione di tali notizie presentò all’alta Corte di Giustizia
inglese un ricorso con il quale non solo chiedeva che fosse vietata la
pubblicazione dell’articolo in questione, ma chiedeva altresì che il
giornalista fosse condannato a rivelare la fonte delle informazioni
ricevute al fine di evitare nuove "fughe di notizie". Le richiesta
della Tetra furono accolte sia dall’alta Corte che dalla corte
d’Appello, secondo le quali il diritto alla protezione delle fonti
giornalistiche ben può essere limitato "nell’interesse della giustizia,
della sicurezza nazionale nonché a fini di prevenzione di disordini o
di delitti". Il giornalista tuttavia, non eseguì l’ordine di
divulgazione della fonte – posto che in tale modo la stessa si sarebbe
"bruciata" – e presentò ricorso alla Commissione Europea dei Diritti
dell’Uomo denunciando la violazione dell’art. 10 della Convenzione.

La Corte adita con sentenza in data 27 marzo 1996 (Corte europea
diritti dell’uomo 27 marzo 1996, Goodwin c. Regno Unito) muovendo dal
principio che ad ogni giornalista deve essere riconosciuto il diritto
di ricercare le notizie, ha ritenuto che di tale diritto fosse logico e
conseguente corollario anche il diritto alla protezione delle fonti
giornalistiche, fondando tale assunto sul presupposto che l’assenza di
tale protezione potrebbe dissuadere le fonti non ufficiali dal fornire
notizie importanti al giornalista, con la conseguenza che questi
correrebbe il rischio di rimanere del tutto ignaro di informazioni che
potrebbero rivestire un interesse generale per la collettività. Poste
queste premesse, ad avviso della Corte, limiti alla confidenzialità
delle fonti giornalistiche possono ammettersi solo se ricorrono i
presupposti oggettivi di cui al secondo comma dell’art.10 della
Convenzione. Si badi però che ciò non significa che l’esclusione di
ogni e qualsiasi caso di obbligatorietà di divulgazione della fonte,
ma, più semplicemente, che le norme nazionali che dispongono tali
restrizioni devono essere formulate con sufficiente precisione e
chiarezza in modo tale che l’interessato sia messo in condizione di
prevedere le conseguenze delle sue azioni. Si noti che analoghi limiti
sono enunciati anche all’art. 19, par. 2 del Patto sui diritti civili e
politici stipulato in data 16 dicembre 1966 (e reso esecutivo in Italia
con la L. 25 ottobre 1977, n. 881) con il quale si afferma che le
uniche restrizioni ammesse «devono essere espressamente stabilite dalla
legge ed essere necessarie: a) al rispetto dei diritti o della
reputazione altrui; b) alla salvaguardia della sicurezza nazionale,
dell’ordine pubblico, della sanità o della morale pubblica». Tornando
alla decisione della Corte vediamo che, in forza dei suenunciati,
principi questa ha ritenuto fondato il ricorso del giornalista per
mancanza nell’ordine di divulgazione, dei requisiti della necessità,
della ragionevolezza e della proporzionalità Ciò sulla base che
affinché un ordine divulgazione della fonte giornalistica sia
necessario non è sufficiente che la parte che lo richiede dimostri di
poter subire un danno dalla pubblicazione, risultando in questo caso
preminente l’interesse pubblico rappresentato dalla tutela delle fonti
giornalistiche. Per contro eventuali limitazioni di tale diritto sono
possibili solo qualora si sia in presenza di un preminente interesse
pubblico tutelabile unicamente attraverso la mancata divulgazione delle
fonti.

La decisione del caso «Goodwin» appare particolarmente interessante
anche perché ha concorso a dissipare i dubbi nascenti da una
interpretazione letterale dell’art. 10 della Convenzione, che si limita
a specificare che la libertà di espressione comprende sia il diritto
passivo a ricevere delle informazioni sia il diritto attivo di
fornirle, senza, però, che sia menzionato il diritto del giornalista di
cercare e procurarsi notizie tramite proprie fonti di informazioni.
Tale lacuna aveva difatti sollevato il quesito - attualmente sciolto
dalla Corte – che quest’ultimo diritto non rientrasse nell’ambito del
diritto alla libertà e pertanto non fosse ricompreso nell’ambito della
sua tutela. Ma del resto la tendenza espressa dalla Corte con tale
decisione trova ulteriore conferma e riscontro con le tendenze espresse
al riguardo dallo stesso Parlamento Europeo, il quale – in una
risoluzione del 18 gennaio 1994 sulla segretezza delle fonti
d’informazione dei giornalisti - ha dichiarato che «il diritto alla
segretezza delle fonti di informazioni dei giornalisti contribuisce in
modo significativo a una migliore e più completa informazione dei
cittadini e che tale diritto influisce di fatto anche sulla trasparenza
del processo decisionale». In altre parole il segreto professionale
risulta indispensabile sia nello svolgimento della professione
giornalistica che nell’esercizio del diritto di ogni cittadino a
ricevere informazioni, mentre per contro le uniche eccezioni
ammissibili devono essere ragionevoli e in ogni caso limitate, poiché
il mancato rispetto del segreto professionale limita in modo indiretto
lo stesso diritto all’informazione.

Parimenti interessante si presenta la decisione del caso Bluf (Corte
europea diritti dell’uomo 9 febbraio 1995, Bluf c. Paesi Bassi), nel
quale la Corte ha ritenuto che integrasse la violazione dell’art. 10
della Convenzione il ritiro dalla circolazione di una pubblicazione
contenente documenti riservati dopo che tali documenti erano stati
altrimenti pubblicati. Nella fattispecie la rivista Bluf aveva
pubblicato un documento elaborato dal servizio segreto olandese dal
quale risultava che tale servizio indagava sul partito comunista
olandese e sul movimento antinucleare. Prima che la rivista venisse
diffusa il direttore dei servizi segreti chiedeva ed otteneva il ritiro
della stessa dalla circolazione, ma nottetempo la tipografia riusciva a
ristampare il numero sequestrato che veniva direttamente venduto nelle
strade di Amsterdam senza che la vendita fosse ostacolata dalla
pubbliche autorità, con la conseguenza che le informazioni contenute
nella rivista sequestrata erano ormai divenute di pubblico dominio.
Orbene ad avviso della Corte, considerato che «le informazioni in
questione erano state rese accessibili a un gran numero di persone che
avevano potuto, a loro volta, comunicarle ad altri» e considerato
parimenti che l’accaduto era stato ampiamente commentato dai media «la
protezione dell’informazione in quanto segreto di Stato non si
giustificava più e il ritiro dalla circolazione del numero 267 Bluf!
non appariva più necessario per il raggiungimento del fine legittimo».