Statuto dei lavoratori

Legge 20 maggio 1970 n.
300 (1) - Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori,
della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro
e norme sul collocamento.
(1) Pubblicata nella Gazz. Uff. 27 maggio 1970 n. 131.
TITOLO I Della libertà e dignità del lavoratore 1 - 13
TITOLO II Della libertà sindacale 14 - 18
TITOLO III Dell'attività sindacale 19 - 27
TITOLO IV Disposizioni varie e generali 28 - 32
TITOLO V Norme sul collocamento 33 - 34
TITOLO VI Disposizioni finali e penali 35 - 41

TITOLO I
Della libertà e dignità del lavoratore

1. (Libertà di opinione). - I lavoratori, senza distinzione di
opinioni politiche, sindacali e di fede religiosa, hanno diritto, nei
luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente il
proprio pensiero, nel rispetto dei principi della Costituzione e delle
norme della presente legge.

2. (Guardie giurate). - Il datore di lavoro può impiegare le guardie
particolari giurate, di cui agli articoli 133 e seguenti del testo
unico approvato con regio decreto 18 giugno 1931, numero 773, soltanto
per scopi di tutela del patrimonio aziendale.
Le guardie giurate
non possono contestare ai lavoratori azioni o fatti diversi da quelli
che attengono alla tutela del patrimonio aziendale.
É fatto divieto
al datore di lavoro di adibire alla vigilanza sull'attività lavorativa
le guardie di cui al primo comma, le quali non possono accedere nei
locali dove si svolge tale attività, durante lo svolgimento della
stessa, se non eccezionalmente per specifiche e motivate esigenze
attinenti ai compiti di cui al primo comma.
In caso di inosservanza
da parte di una guardia particolare giurata delle disposizioni di cui
al presente articolo, l'Ispettorato del lavoro ne promuove presso il
questore la sospensione dal servizio, salvo il provvedimento di revoca
della licenza da parte del prefetto nei casi più gravi.

3. (Personale di vigilanza). - I nominativi e le mansioni specifiche
del personale addetto alla vigilanza dell'attività lavorativa debbono
essere comunicati ai lavoratori interessati.

4. (Impianti audiovisivi). - É vietato l'uso di impianti audiovisivi
e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza
dell'attività dei lavoratori.
Gli impianti e le apparecchiature di
controllo che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive
ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la
possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori,
possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze
sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione
interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro,
provvede l'Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità
per l'uso di tali impianti.
Per gli impianti e le apparecchiature
esistenti, che rispondano alle caratteristiche di cui al secondo comma
del presente articolo, in mancanza di accordo con le rappresentanze
sindacali aziendali o con la commissione interna, l'Ispettorato del
lavoro provvede entro un anno dall'entrata in vigore della presente
legge, dettando all'occorrenza le prescrizioni per l'adeguamento e le
modalità di uso degli impianti suddetti.
Contro i provvedimenti
dell'Ispettorato del lavoro, di cui ai precedenti secondo e terzo
comma, il datore di lavoro, le rappresentanze sindacali aziendali o, in
mancanza di queste, la commissione interna, oppure i sindacati dei
lavoratori di cui al successivo art. 19 possono ricorrere, entro 30
giorni dalla comunicazione del provvedimento, al Ministro per il lavoro
e la previdenza sociale.

5. (Accertamenti sanitari). - Sono vietati accertamenti da parte del
datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o
infortunio del lavoratore dipendente.
Il controllo delle assenze per
infermità può essere effettuato soltanto attraverso i servizi ispettivi
degli istituti previdenziali competenti, i quali sono tenuti a
compierlo quando il datore di lavoro lo richieda.
Il datore di
lavoro ha facoltà di far controllare la idoneità fisica del lavoratore
da parte di enti pubblici ed istituti specializzati di diritto pubblico.

6. (Visite personali di controllo). - Le visite personali di
controllo sul lavoratore sono vietate fuorché nei casi in cui siano
indispensabili ai fini della tutela del patrimonio aziendale, in
relazione alla qualità degli strumenti di lavoro o delle materie prime
o dei prodotti.
In tali casi le visite personali potranno essere
effettuate soltanto a condizione che siano eseguite all'uscita dei
luoghi di lavoro, che siano salvaguardate la dignità e la riservatezza
del lavoratore e che avvengano con l'applicazione di sistemi di
selezione automatica riferiti alla collettività o a gruppi di
lavoratori.
Le ipotesi nelle quali possono essere disposte le visite
personali, nonché, ferme restando le condizioni di cui al secondo comma
del presente articolo, le relative modalità debbono essere concordate
dal datore di lavoro con le rappresentanze sindacali aziendali oppure,
in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di
accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l'Ispettorato del
lavoro.
Contro i provvedimenti dell'Ispettorato del lavoro di cui al
precedente comma, il datore di lavoro, le rappresentanze sindacali
aziendali o, in mancanza di queste, la commissione interna, oppure i
sindacati dei lavoratori di cui al successivo articolo 19 possono
ricorrere, entro 30 giorni dalla comunicazione del provvedimento, al
Ministro per il lavoro e la previdenza sociale.

7. (Sanzioni disciplinari). - Le norme disciplinari relative alle
sanzioni, alle infrazioni in relazione alle quali ciascuna di esse può
essere applicata ed alle procedure di contestazione delle stesse,
devono essere portate a conoscenza dei lavoratori mediante affissione
in luogo accessibile a tutti. Esse devono applicare quanto in materia è
stabilito da accordi e contratti di lavoro ove esistano (2/a).
Il
datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei
confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato
l'addebito e senza averlo sentito a sua difesa (2/a) (2/cost).
Il
lavoratore potrà farsi assistere da un rappresentante dell'associazione
sindacale cui aderisce o conferisce mandato (2/a) (2/cost).
Fermo
restando quanto disposto dalla legge 15 luglio 1966, n. 604 (2/b), non
possono essere disposte sanzioni disciplinari che comportino mutamenti
definitivi del rapporto di lavoro; inoltre la multa non può essere
disposta per un importo superiore a quattro ore della retribuzione base
e la sospensione dal servizio e dalla retribuzione per più di dieci
giorni.
In ogni caso, i provvedimenti disciplinari più gravi del
rimprovero verbale non possono essere applicati prima che siano
trascorsi cinque giorni dalla contestazione per iscritto del fatto che
vi ha dato causa.
Salvo analoghe procedure previste dai contratti
collettivi di lavoro e ferma restando la facoltà di adire l'autorità
giudiziaria, il lavoratore al quale sia stata applicata una sanzione
disciplinare può promuovere, nei venti giorni successivi, anche per
mezzo dell'associazione alla quale sia iscritto ovvero conferisca
mandato, la costituzione, tramite l'ufficio provinciale del lavoro e
della massima occupazione, di un collegio di conciliazione ed
arbitrato, composto da un rappresentante di ciascuna delle parti e da
un terzo membro scelto di comune accordo o, in difetto di accordo,
nominato dal direttore dell'ufficio del lavoro. La sanzione
disciplinare resta sospesa fino alla pronuncia da parte del collegio.
Qualora
il datore di lavoro non provveda, entro dieci giorni dall'invito
rivoltogli dall'ufficio del lavoro, a nominare il proprio
rappresentante in seno al collegio di cui al comma precedente, la
sanzione disciplinare non ha effetto. Se il datore di lavoro adisce
l'autorità giudiziaria, la sanzione disciplinare resta sospesa fino
alla definizione del giudizio.
Non può tenersi conto ad alcun effetto delle sanzioni disciplinari decorsi due anni dalla loro applicazione.

(2/a) Con sentenza 29-30 novembre 1982, n. 204 (Gazz. Uff. 9
dicembre 1982, n. 338), la Corte costituzionale ha dichiarato
l’illegittimità dell'art. 7, commi primo, secondo e terzo, interpretati
nel senso che siano inapplicabili ai licenziamenti disciplinari, per i
quali detti commi non siano espressamente richiamati dalla normativa
legislativa, collettiva o validamente posta dal datore di lavoro.
(2/cost)
La Corte costituzionale con sentenza 18-26 maggio 1995, n. 193 (Gazz.
Uff. 31 maggio 1995, n. 23, serie speciale), ha dichiarato
inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli artt. 7,
secondo e terzo comma, e 35, sollevata in riferimento all'art. 3 della
Costituzione.
(2/b) La stessa Corte, con sentenza 18-25 luglio 1989,
n. 427 (Gazz. Uff. 2 agosto 1989, n. 31, Serie speciale), ha dichiarato
l'illegittimità dell'art. 7, commi secondo e terzo, nella parte in cui
è esclusa la loro applicabilità al licenziamento per motivi
disciplinari irrogato da imprenditore che abbia meno di sedici
dipendenti.

8. (Divieto di indagini sulle opinioni). - É fatto divieto al datore
di lavoro, ai fini dell'assunzione, come nel corso dello svolgimento
del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi,
sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché
su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell'attitudine
professionale del lavoratore.

9. (Tutela della salute e dell'integrità fisica). - I lavoratori,
mediante loro rappresentanze, hanno diritto di controllare
l'applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle
malattie professionali e di promuovere la ricerca, l'elaborazione e
l'attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la
loro integrità fisica.

10. (Lavoratori studenti). - I lavoratori studenti, iscritti e
frequentanti corsi regolari di studio in scuole di istruzione primaria,
secondaria e di qualificazione professionale, statali, pareggiate o
legalmente riconosciute o comunque abilitate al rilascio di titoli di
studio legali, hanno diritto a turni di lavoro che agevolino la
frequenza ai corsi e la preparazione agli esami e non sono obbligati a
prestazioni di lavoro straordinario o durante i riposi settimanali.
I
lavoratori studenti, compresi quelli universitari, che devono sostenere
prove di esame, hanno diritto a fruire di permessi giornalieri
retribuiti.
Il datore di lavoro potrà richiedere la produzione delle
certificazioni necessarie all'esercizio dei diritti di cui al primo e
secondo comma.

11. (Attività culturali, ricreative e assistenziali e controlli sul
servizio di mensa). - (2/c). Le attività culturali, ricreative ed
assistenziali promosse nell'azienda sono gestite da organismi formati a
maggioranza dai rappresentanti dei lavoratori.
Le rappresentanze
sindacali aziendali, costituite a norma dell'art. 19, hanno diritto di
controllare la qualità del servizio di mensa secondo modalità stabilite
dalla contrattazione collettiva (3).

(2/c) Rubrica così modificata dall'art. 6, D.L. 11 luglio 1992, n. 333.
(3) Comma aggiunto dall'art. 6, D.L. 11 luglio 1992, n. 333.

12. (Istituti di patronato). - Gli istituti di patronato e di
assistenza sociale, riconosciuti dal Ministero del lavoro e della
previdenza sociale, per l'adempimento dei compiti di cui al
D.Lgs.C.P.S. 29 luglio 1947, n. 804, hanno diritto di svolgere, su un
piano di parità, la loro attività all'interno dell'azienda, secondo le
modalità da stabilirsi con accordi aziendali.

13. (Mansioni del lavoratore). - L'articolo 2103 del codice civile è sostituito dal seguente:

«Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le
quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria
superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni
equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione
della retribuzione. Nel caso di assegnazione a mansioni superiori il
prestatore ha diritto al trattamento corrispondente all'attività
svolta, e l'assegnazione stessa diviene definitiva, ove la medesima non
abbia avuto luogo per sostituzione di lavoratore assente con diritto
alla conservazione del posto, dopo un periodo fissato dai contratti
collettivi, e comunque non superiore a tre mesi. Egli non può essere
trasferito da una unità produttiva ad un'altra se non per comprovate
ragioni tecniche, organizzative e produttive. Ogni patto contrario è
nullo».

TITOLO II
Della libertà sindacale

14. (Diritto di associazione e di attività sindacale). - Il diritto
di costituire associazioni sindacali, di aderirvi e di svolgere
attività sindacale, è garantito a tutti i lavoratori all'interno dei
luoghi di lavoro.

15. (Atti discriminatori). - E' nullo qualsiasi patto od atto diretto a:

a) subordinare l'occupazione di un lavoratore alla condizione che
aderisca o non aderisca ad una associazione sindacale ovvero cessi di
farne parte;
b) licenziare un lavoratore, discriminarlo nella
assegnazione di qualifiche o mansioni, nei trasferimenti, nei
provvedimenti disciplinari, o recargli altrimenti pregiudizio a causa
della sua affiliazione o attività sindacale ovvero della sua
partecipazione ad uno sciopero.

Le disposizioni di cui al comma precedente si applicano altresì ai
patti o atti diretti a fini di discriminazione politica, religiosa,
razziale, di lingua o di sesso (3/b).


(3/b) Comma cosí sostituito dall'art. 13, L. 9 dicembre 1977, n. 903.

16. (Trattamenti economici collettivi discriminatori). - É vietata
la concessione di trattamenti economici di maggior favore aventi
carattere discriminatorio a mente dell'articolo 15.
Il pretore, su
domanda dei lavoratori nei cui confronti è stata attuata la
discriminazione di cui al comma precedente o delle associazioni
sindacali alle quali questi hanno dato mandato, accertati i fatti,
condanna il datore di lavoro al pagamento, a favore del fondo
adeguamento pensioni, di una somma pari all'importo dei trattamenti
economici di maggior favore illegittimamente corrisposti nel periodo
massimo di un anno.

17. (Sindacati di comodo). - E' fatto divieto ai datori di lavoro ed
alle associazioni di datori di lavoro di costituire o sostenere, con
mezzi finanziari o altrimenti, associazioni sindacali di lavoratori.

18. (Reintegrazione nel posto di lavoro). - Ferme restando
l'esperibilità delle procedure previste dall'articolo 7 della legge 15
luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara
inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta
legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o
giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge
stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore,
che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo
nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze
puù di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di
imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di
lavoro. Tali disposizioni si applicano altresí ai datori di lavoro,
imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune
occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel
medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche
se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge
tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non
imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori
di lavoro (3/d).
Ai fini del computo del numero dei prestatori di
lavoro di cui primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti
con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con
contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario
effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo
delle unità lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla
contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i
parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e
in linea collaterale (3/d).
Il computo dei limiti occupazionali di
cui al secondo comma non incide su norme o istituti che prevedono
agevolazioni finanziarie o creditizie (3/d).
Il giudice con la
sentenza di cui al primo comma condanna il datore di lavoro al
risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di
cui sia stata accertata l'inefficacia o l'invalidità stabilendo
un'indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno
del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione e al
versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del
licenziamento al momento dell'effettiva reintegrazione; in ogni caso la
misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità
di retribuzione globale di fatto (3/d).
Fermo restando il diritto al
risarcimento del danno cosí come previsto al quarto comma, al
prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro
in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un'indennità
pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Qualora il
lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell'invito del datore
di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro
trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il
pagamento dell'indennità di cui al presente comma, il rapporto di
lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti (3/e)
(1/cost).
La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
Nell'ipotesi
di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, su istanza
congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o
conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di
merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o
insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la
reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
L'ordinanza di
cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al
giudice medesimo che l'ha pronunciata. Si applicano le disposizioni
dell'articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di
procedura civile.
L'ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Nell'ipotesi
di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, il datore di
lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero
all'ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal
giudice che l'ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di
ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una
somma pari all'importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

(3/d) I primi cinque commi hanno cosí sostituito i commi primo e
secondo per effetto dell'art. 1, L. 11 maggio 1990, n. 108, riportata
al n. L/IV.
(3/e) I primi cinque commi hanno così sostituito i commi
primo e secondo per effetto dell'art. 1, L. 11 maggio 1990, n. 108,
riportata al n. L/IV.
(1/cost) La Corte costituzionale, con
ordinanza 7-15 marzo 1996, n. 77 (Gazz. Uff. 20 marzo 1996, n. 12,
Serie speciale) e con ordinanza 11-22 luglio 1996, n. 291 (Gazz. Uff.
14 agosto 1996, n. 33, Serie speciale), ha dichiarato la manifesta
infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art.
18, quinto comma, sollevata in riferimento all'art. 3 della
Costituzione. Analoga questione era già stata esaminata dalla stessa
Corte e dichiarata non fondata con sentenza n. 81 del 1982, seguita da
due ordinanze di manifesta infodatezza, nn. 160 e 427 del 1962. Le
ragioni addotte nell'attuale ordinanza di rimessione non hanno indotto
la Corte a mutare giurisprudenza.

TITOLO III
Dell'attività sindacale

19. (Costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali). -
Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad
iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell'ambito:

a) delle associazioni aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale (3/f);
b)
delle associazioni sindacali, non affiliate alle predette
confederazioni, che siano firmatarie di contratti collettivi nazionali
o provinciali di lavoro applicati nell'unità produttiva (3/f).

Nell'ambito di aziende con più unità produttive le rappresentanze sindacali possono istituire organi di coordinamento (5/cost).

(3/f) Con D.P.R. 28 luglio 1995, n. 312 (Gazz. Uff. 29 luglio 1995,
n. 176), in esito al referendum indetto con D.P.R. 5 aprile 1995 (Gazz.
Uff. 11 aprile 1995, n. 85) è stato abrogato l'art. 19, primo comma,
lettera a) nonché l'art. 19, primo comma, lettera b), limitatamente
alle parole «non affiliate alle predette confederazioni» e alle parole
«nazionali o provinciali», della legge 20 maggio 1970, n. 300.
L'abrogazione ha effetto decorsi sessanta giorni dalla data di
pubblicazione del decreto n. 312 del 1995 nella Gazzetta Ufficiale.
(5/cost)
La Corte costituzionale, con sentenza 27 giugno-12 luglio 1996, n. 244
(Gazz. Uff. 31 luglio 1996, n. 31, Serie speciale), ha dichiarato non
fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 19, nel
testo risultante dall'abrogazione parziale disposta dal D.P.R. 28
luglio 1995, n. 312, sollevata in riferimento agli artt. 3 e 39 della
Costituzione. Successivamente la stessa Corte, con ordinanza 14-18
ottobre 1996, n. 345 (Gazz. Uff. 23 ottobre 1996, n. 43, Serie
speciale), e con ordinanza 19-23 maggio 1997, n. 148 (Gazz. Uff. 28
maggio 1997, n. 22, Serie speciale) e con ordinanza 23-26 marzo 1998,
n. 76 (Gazz. Uff. 1° aprile 1998, n. 13, Serie speciale), ha dichiarato
la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale
dell'art. 19, nel testo risultante dall'abrogazione parziale disposta
dal D.P.R. 28 luglio 1995, n. 312, sollevate in riferimento agli artt.
2, 3 e 39 della Costituzione.

20. (Assemblea). - I lavoratori hanno diritto di riunirsi, nella
unità produttiva in cui prestano la loro opera, fuori dell'orario di
lavoro, nonché durante l'orario di lavoro, nei limiti di dieci ore
annue, per le quali verrà corrisposta la normale retribuzione. Migliori
condizioni possono essere stabilite dalla contrattazione collettiva.
Le
riunioni - che possono riguardare la generalità dei lavoratori o gruppi
di essi - sono indette, singolarmente o congiuntamente, dalle
rappresentanze sindacali aziendali nell'unità produttiva, con ordine
del giorno su materie di interesse sindacale e del lavoro e secondo
l'ordine di precedenza delle convocazioni, comunicate al datore di
lavoro.
Alle riunioni possono partecipare, previo preavviso al
datore di lavoro, dirigenti esterni del sindacato che ha costituito la
rappresentanza sindacale aziendale.
Ulteriori modalità per
l'esercizio del diritto di assemblea possono essere stabilite dai
contratti collettivi di lavoro, anche aziendali (3/cost).


(3/cost) La Corte costituzionale con ordinanza 15-16 maggio
1995, n. 170 (Gazz. Uff. 24 maggio 1995, n. 22, serie speciale), ha
dichiarato la manifesta infondatezza della questione di legittimità
costituzionale dell'art. 20, sollevata, in riferimento agli artt. 3,
18, 21, 39 e 41 della Costituzione, e già dichiarata non fondata dalla
Corte con le sentenze n. 54 del 1974, n. 334 del 1988 e n. 30 del 1990.

21. (Referendum). - Il datore di lavoro deve consentire nell'ambito
aziendale lo svolgimento, fuori dell'orario di lavoro, di referendum,
sia generali che per categoria, su materie inerenti all'attività
sindacale, indetti da tutte le rappresentanze sindacali aziendali tra i
lavoratori, con diritto di partecipazione di tutti i lavoratori
appartenenti alla unità produttiva e alla categoria particolarmente
interessata.
Ulteriori modalità per lo svolgimento del referendum
possono essere stabilite dai contratti collettivi di lavoro anche
aziendali.

22. (Trasferimento dei dirigenti delle rappresentanze sindacali
aziendali). - Il trasferimento dall'unità produttiva dei dirigenti
delle rappresentanze sindacali aziendali di cui al precedente articolo
19, dei candidati e dei membri di commissione interna può essere
disposto solo previo nulla osta delle associazioni sindacali di
appartenenza.
Le disposizioni di cui al comma precedente ed ai commi
quarto, quinto, sesto e settimo dell'articolo 18 si applicano sino alla
fine del terzo mese successivo a quello in cui è stata eletta la
commissione interna per i candidati nelle elezioni della commissione
stessa e sino alla fine dell'anno successivo a quello in cui è cessato
l'incarico per tutti gli altri.

23. (Permessi retribuiti). - I dirigenti delle rappresentanze
sindacali aziendali di cui all'articolo 19 hanno diritto, per
l'espletamento del loro mandato, a permessi retribuiti.
Salvo clausole più favorevoli dei contratti collettivi di lavoro hanno diritto ai permessi di cui al primo comma almeno:

a) un dirigente per ciascuna rappresentanza sindacale aziendale
nelle unità produttive che occupano fino a 200 dipendenti della
categoria per cui la stessa è organizzata;
b) un dirigente ogni 300
o frazione di 300 dipendenti per ciascuna rappresentanza sindacale
aziendale nelle unità produttive che occupano fino a 3.000 dipendenti
della categoria per cui la stessa è organizzata;
c) un dirigente
ogni 500 o frazione di 500 dipendenti della categoria per cui è
organizzata la rappresentanza sindacale aziendale nelle unità
produttive di maggiori dimensioni, in aggiunta al numero minimo di cui
alla precedente lettera b).

I permessi retribuiti di cui al presente articolo non potranno
essere inferiori a otto ore mensili nelle aziende di cui alle lettere
b) e c) del comma precedente; nelle aziende di cui alla lettera a) i
permessi retribuiti non potranno essere inferiori ad un'ora all'anno
per ciascun dipendente.
Il lavoratore che intende esercitare il
diritto di cui al primo comma deve darne comunicazione scritta al
datore di lavoro di regola 24 ore prima, tramite le rappresentanze
sindacali aziendali.

24. (Permessi non retribuiti). - I dirigenti sindacali aziendali di
cui all'articolo 23 hanno diritto a permessi non retribuiti per la
partecipazione a trattative sindacali o a congressi e convegni di
natura sindacale, in misura non inferiore a otto giorni all'anno.
I
lavoratori che intendano esercitare il diritto di cui al comma
precedente devono darne comunicazione scritta al datore di lavoro di
regola tre giorni prima, tramite le rappresentanze sindacali aziendali.

25. (Diritto di affissione). - Le rappresentanze sindacali aziendali
hanno diritto di affiggere, su appositi spazi, che il datore di lavoro
ha l'obbligo di predisporre in luoghi accessibili a tutti i lavoratori
all'interno dell'unità produttiva, pubblicazioni, testi e comunicati
inerenti a materie di interesse sindacale e del lavoro.

26. (Contributi sindacali). - I lavoratori hanno diritto di
raccogliere contributi e di svolgere opera di proselitismo per le loro
organizzazioni sindacali all'interno dei luoghi di lavoro, senza
pregiudizio del normale svolgimento dell'attività aziendale.
[Le
associazioni sindacali dei lavoratori hanno diritto di percepire,
tramite ritenuta sul salario nonché sulle prestazioni erogate per conto
degli enti previdenziali, i contributi sindacali che i lavoratori
intendono loro versare, con modalità stabilite dai contratti collettivi
di lavoro, che garantiscono la segretezza del versamento effettuato dal
lavoratore a ciascuna associazione sindacale] (4) (4/a).
[Nelle
aziende nelle quali il rapporto di lavoro non è regolato da contratti
collettivi, il lavoratore ha diritto di chiedere il versamento del
contributo sindacale all'associazione da lui indicata] (4/a) (7/cost).

(4) Comma così sostituito dall'art. 18, L. 23 luglio 1991, n. 223, riportata al n. A/LXXXIII.
(4/a)
Il D.P.R. 28 luglio 1995, n. 313 (Gazz. Uff. 29 luglio 1995, n. 176),
in esito al referendum indetto con D.P.R. 5 aprile 1995 (Gazz. Uff. 11
aprile 1995, n. 85), ha abrogato, decorsi sessanta giorni dalla sua
pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, l'art. 26, commi secondo e
terzo, L. 20 maggio 1970, n. 300.
(7/cost) La Corte costituzionale,
con ordinanza 23-26 marzo 1998, n. 76 (Gazz. Uff. 1° aprile 1998, n.
13, Serie speciale), ha dichiarato la manifesta inammissibilità delle
questioni di legittimità costituzionale dell'art. 26, nel testo
risultante dall'abrogazione parziale dichiarata dal D.P.R. 28 luglio
1995, n. 313, sollevate in riferimento agli artt. 3 e 39 della
Costituzione.

27. (Locali delle rappresentanze sindacali aziendali). - Il datore
di lavoro nelle unità produttive con almeno 200 dipendenti pone
permanentemente a disposizione delle rappresentanze sindacali
aziendali, per l'esercizio delle loro funzioni, un idoneo locale comune
all'interno dell'unità produttiva o nelle immediate vicinanze di essa.
Nelle
unità produttive con un numero inferiore di dipendenti le
rappresentanze sindacali aziendali hanno diritto di usufruire, ove ne
facciano richiesta, di un locale idoneo per le loro riunioni.

TITOLO IV
Disposizioni varie e generali

28. (Repressione della condotta antisindacale). - Qualora il datore
di lavoro ponga in essere comportamenti diretti ad impedire o limitare
l'esercizio della libertà e della attività sindacale nonché del diritto
di sciopero, su ricorso degli organismi locali delle associazioni
sindacali nazionali che vi abbiano interesse, il pretore del luogo ove
è posto in essere il comportamento denunziato, nei due giorni
successivi, convocate le parti ed assunte sommarie informazioni,
qualora ritenga sussistente la violazione di cui al presente comma,
ordina al datore di lavoro, con decreto motivato ed immediatamente
esecutivo, la cessazione del comportamento illegittimo e la rimozione
degli effetti.
L'efficacia esecutiva del decreto non può essere
revocata fino alla sentenza con cui il pretore in funzione di giudice
del lavoro definisce il giudizio instaurato a norma del comma
successivo (4/b) (6/cost).
Contro il decreto che decide sul ricorso
è ammessa, entro 15 giorni dalla comunicazione del decreto alle parti
opposizione davanti al pretore in funzione di giudice del lavoro che
decide con sentenza immediatamente esecutiva. Si osservano le
disposizioni degli articoli 413 e seguenti del codice di procedura
civile (4/c).
Il datore di lavoro che non ottempera al decreto, di
cui al primo comma, o alla sentenza pronunciata nel giudizio di
opposizione è punito ai sensi dell'articolo 650 del codice penale.
L'autorità
giudiziaria ordina la pubblicazione della sentenza penale di condanna
nei modi stabiliti dall'articolo 36 del codice penale.
Se il
comportamento di cui al primo comma è posto in essere da una
amministrazione statale o da un altro ente pubblico non economico,
l'azione è proposta con ricorso davanti al pretore competente per
territorio (4/d).
Qualora il comportamento antisindacale sia lesivo
anche di situazioni soggettive inerenti al rapporto di impiego, le
organizzazioni sindacali di cui al primo comma, ove intendano ottenere
anche la rimozione dei provvedimenti lesivi delle predette situazioni,
propongono il ricorso davanti al tribunale amministrativo regionale
competente per territorio, che provvede in via di urgenza con le
modalità di cui al primo comma. Contro il decreto che decide sul
ricorso è ammessa, entro quindici giorni dalla comunicazione del
decreto alle parti, opposizione davanti allo stesso tribunale, che
decide con sentenza immediatamente esecutiva (4/e) (4/cost).

(4/b) Comma così sostituito dall'art. 2, L. 8 novembre 1977, n. 847 (Gazz. Uff. 28 novembre 1977, n. 324).
(6/cost)
La Corte costituzionale, con ordinanza 9-16 aprile 1998, n. 130 (Gazz.
Uff. 22 aprile 1998, n. 16, Serie speciale), ha dichiarato la manifesta
inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art.
28, secondo comma, come modificato dalla legge 8 novembre 1977, n. 847,
sollevata in riferimento agli artt. 25, secondo comma, 3 e 24, primo
comma, della Costituzione.
(4/c) Comma così sostituito dall'art. 3,
L. 8 novembre 1977, n. 847 (Gazz. Uff. 28 novembre 1977, n. 324). Gli
artt. 1 e 4 della citata legge hanno, inoltre, così disposto: «Art. 1.
Nelle controversie previste dall'art. 28 della L. 20 maggio 1970, n.
300, ferme restando tutte le norme del procedimento speciale, si
osservano, in quanto applicabili, le disposizioni della L. 11 agosto
1973, n. 533. Art. 4. I procedimenti pendenti alla data di entrata in
vigore della presente legge sono definiti, secondo le disposizioni
degli articoli 413 e seguenti del codice di procedura civile, dal
giudice del lavoro presso l'ufficio che ne conosceva in base alle norme
di competenza anteriormente in vigore. L'appello contro la sentenza
pronunciata dal tribunale a seguito di opposizione già prevista nel
terzo comma dell'art. 28 della L. 20 maggio 1970, n. 300, si propone
alla Corte d'appello, secondo le norme di cui alla L. 11 agosto 1973,
n. 533».
(4/d) Comma aggiunto dall'art. 6, L. 12 giugno 1990, n. 146, riportata al n. CC/I.
(4/e) Comma aggiunto dall'art. 6, L. 12 giugno 1990, n. 146, riportata al n. CC/I.
(4/cost)
La Corte costituzionale, con sentenza 8-17 marzo 1995, n. 89 (Gazz.
Uff. 22 marzo 1995, n. 12, Serie Speciale), ha dichiarato non fondata
la questione di legittimità costituzionale dell'art. 28, sollevata in
riferimento agli artt. 2, 3, 18, 21, 24, 35 e 39, primo comma, della
Costituzione. Successivamente la stessa Corte, con ordinanza 13-21
novembre 1997, n. 356 (Gazz. Uff. 26 novembre 1997, n. 48, Serie
speciale), ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione di
legittimità costituzionale dell'art. 28, ultimo comma, come novellato
dall'art. 6 della legge 12 giugno 1990, n. 146, sollevata in
riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione.

29. (Fusione delle rappresentanze sindacali aziendali). - Quando le
rappresentanze sindacali aziendali di cui all'articolo 19 si siano
costituite nell'ambito di due o più delle associazioni di cui alle
lettere a) e b) del primo comma dell'articolo predetto, nonché nella
ipotesi di fusione di più rappresentanze sindacali, i limiti numerici
stabiliti dall'articolo 23, secondo comma, si intendono riferiti a
ciascuna delle associazioni sindacali unitariamente rappresentate nella
unità produttiva.
Quando la formazione di rappresentanze sindacali
unitarie consegua alla fusione delle associazioni di cui alle lettere
a) e b) del primo comma dell'articolo 19, i limiti numerici della
tutela accordata ai dirigenti di rappresentanze sindacali aziendali,
stabiliti in applicazione dell'articolo 23, secondo comma, ovvero del
primo comma del presente articolo restano immutati.

30. (Permessi per i dirigenti provinciali e nazionali). - I
componenti degli organi direttivi, provinciali e nazionali, delle
associazioni di cui all'articolo 19 hanno diritto a permessi
retribuiti, secondo le norme dei contratti di lavoro, per la
partecipazione alle riunioni degli organi suddetti.

31. (Aspettativa dei lavoratori chiamati a funzioni pubbliche
elettive o a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali). - I
lavoratori che siano eletti membri del Parlamento nazionale o del
Parlamento europeo o di assemblee regionali ovvero siano chiamati ad
altre funzioni pubbliche elettive possono, a richiesta, essere
collocati in aspettativa non retribuita, per tutta la durata del loro
mandato (4/f).
La medesima disposizione si applica ai lavoratori chiamati a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali.
I
periodi di aspettativa di cui ai precedenti commi sono considerati
utili, a richiesta dell'interessato, ai fini del riconoscimento del
diritto e della determinazione della misura della pensione a carico
dell'assicurazione generale obbligatoria di cui al R.D.L. 4 ottobre
1935, n. 1827, e successive modifiche ed integrazioni, nonché a carico
di enti, fondi, casse e gestioni per forme obbligatorie di previdenza
sostitutive della assicurazione predetta, o che ne comportino comunque
l'esonero.
Durante i periodi di aspettativa l'interessato, in caso
di malattia, conserva il diritto alle prestazioni a carico dei
competenti enti preposti alla erogazione delle prestazioni medesime.
Le
disposizioni di cui al terzo e al quarto comma non si applicano qualora
a favore dei lavoratori siano previste forme previdenziali per il
trattamento di pensione e per malattia, in relazione all'attività
espletata durante il periodo di aspettativa (5/a).

(4/f) Comma così sostituito dall'art. 2, L. 13 agosto 1979, n. 384.
(5/a)
Vedi, anche, l'art. 16-ter, D.L. 2 marzo 1974, n. 30. L'articolo unico,
L. 9 maggio 1977, n. 210 (Gazz. Uff. 21 maggio 1977, n. 137) ha così
disposto: «Articolo unico. - Le limitazioni previste dall'ultimo comma
dell'art. 31 della L. 20 maggio 1970, n. 300, si applicano ai
lavoratori che durante il periodo di aspettativa esplicano attività
lavorativa che comporti forme di tutela previdenziale a carico
dell'assicurazione generale obbligatoria di cui al R.D.L. 4 ottobre
1935, n. 1827, e successive modificazioni ed integrazioni, ovvero a
carico di fondi sostitutivi, esclusivi o esonerativi dell'assicurazione
predetta». Vedi, inoltre, l'art. 22, L. 23 dicembre 1994, n. 724, e
l'art. 3, D.Lgs. 16 settembre 1996, n. 564.

32. (Permessi ai lavoratori chiamati a funzioni pubbliche elettive).
- I lavoratori eletti alla carica di consigliere comunale o provinciale
che non chiedano di essere collocati in aspettativa sono, a loro
richiesta, autorizzati ad assentarsi dal servizio per il tempo
strettamente necessario all'espletamento del mandato, senza alcuna
decurtazione della retribuzione.
I lavoratori eletti alla carica di
sindaco o di assessore comunale, ovvero di presidente di giunta
provinciale o di assessore provinciale hanno diritto anche a permessi
non retribuiti per un minimo di trenta ore mensili (5/b).


(5/b) Vedi, ora, l'art. 28, L. 27 dicembre 1985, n. 816.

TITOLO V
Norme sul collocamento

33. (Collocamento). - La commissione per il collocamento, di cui
all'articolo 26 della legge 29 aprile 1949, n. 264, è costituita
obbligatoriamente presso le sezioni zonali, comunali e frazionali degli
Uffici provinciali del lavoro e della massima occupazione, quando ne
facciano richiesta le organizzazioni sindacali dei lavoratori più
rappresentative.
Alla nomina della commissione provvede il direttore
dell'Ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione, il
quale, nel richiedere la designazione dei rappresentanti dei lavoratori
e dei datori di lavoro, tiene conto del grado di rappresentatività
delle organizzazioni sindacali e assegna loro un termine di 15 giorni,
decorso il quale provvede d'ufficio.
La commissione è presieduta dal
dirigente della sezione zonale, comunale, frazionale, ovvero da un suo
delegato, e delibera a maggioranza dei presenti. In caso di parità
prevale il voto del presidente.
La commissione ha il compito di
stabilire e di aggiornare periodicamente la graduatoria delle
precedenze per l'avviamento al lavoro, secondo i criteri di cui al
quarto comma dell'articolo 15 della legge 29 aprile 1949, n. 264.
Salvo
il caso nel quale sia ammessa la richiesta nominativa, la sezione di
collocamento, nella scelta del lavoratore da avviare al lavoro, deve
uniformarsi alla graduatoria di cui al comma precedente, che deve
essere esposta al pubblico presso la sezione medesima e deve essere
aggiornata ad ogni chiusura dell'ufficio con la indicazione degli
avviati.
Devono altresì essere esposte al pubblico le richieste numeriche che pervengono dalle ditte.
La
commissione ha anche il compito di rilasciare il nulla osta per
l'avviamento al lavoro ad accoglimento di richieste nominative o di
quelle di ogni altro tipo che siano disposte dalle leggi o dai
contratti di lavoro. Nei casi di motivata urgenza, l'avviamento è
provvisoriamente autorizzato dalla sezione di collocamento e deve
essere convalidato dalla commissione di cui al primo comma del presente
articolo, entro dieci giorni. Dei dinieghi di avviamento al lavoro per
richiesta nominativa deve essere data motivazione scritta su apposito
verbale in duplice copia, una da tenere presso la sezione di
collocamento e l'altra presso il direttore dell'Ufficio provinciale del
lavoro. Tale motivazione scritta deve essere immediatamente trasmessa
al datore di lavoro richiedente.
Nel caso in cui la commissione
neghi la convalida ovvero non si pronunci entro venti giorni dalla data
della comunicazione di avviamento, gli interessati possono inoltrare
ricorso al direttore dell'Ufficio provinciale del lavoro, il quale
decide in via definitiva, su conforme parere della commissione di cui
all'articolo 25 della legge 29 aprile 1949, n. 264.
I turni di
lavoro di cui all'articolo 16 della legge 29 aprile 1949, n. 264, sono
stabiliti dalla commissione e in nessun caso possono essere modificati
dalla sezione.
Il direttore dell'Ufficio provinciale del lavoro
annulla d'ufficio i provvedimenti di avviamento e di diniego di
avviamento al lavoro in contrasto con le disposizioni di legge. Contro
le decisioni del direttore dell'ufficio provinciale del lavoro è
ammesso ricorso al Ministro per il lavoro e la previdenza sociale.
Per
il passaggio del lavoratore dall'azienda nella quale è occupato ad
un'altra occorre il nulla osta della sezione di collocamento competente.
Ai
datori di lavoro che non assumono i lavoratori per il tramite degli
uffici di collocamento, sono applicate le sanzioni previste
dall'articolo 38 della presente legge.
Le norme contenute nella legge 29 aprile 1949, n. 264, rimangono in vigore in quanto non modificate dalla presente legge (6).

(6) Vedi, ora, l'art. 1, L. 28 febbraio 1987, n. 56.

34. (Richieste nominative di manodopera). - A decorrere dal
novantesimo giorno dall'entrata in vigore della presente legge, le
richieste nominative di manodopera da avviare al lavoro sono ammesse
esclusivamente per i componenti del nucleo familiare del datore di
lavoro, per i lavoratori di concetto e per gli appartenenti a ristrette
categorie di lavoratori altamente specializzati, da stabilirsi con
decreto del Ministro per il lavoro e la previdenza sociale, sentita la
commissione centrale di cui alla legge 29 aprile 1949, n. 264.

TITOLO VI
Disposizioni finali e penali

35. (Campo di applicazione). - Per le imprese industriali e
commerciali, le disposizioni del titolo III, ad eccezione del primo
comma dell'articolo 27, della presente legge si applicano a ciascuna
sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo che occupa più
di quindici dipendenti. Le stesse disposizioni si applicano alle
imprese agricole che occupano più di cinque dipendenti (7).
Le norme
suddette si applicano, altresì, alle imprese industriali e commerciali
che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti
ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano
più di cinque dipendenti anche se ciascuna unità produttiva,
singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti.
Ferme restando
le norme di cui agli articoli 1, 8, 9, 14, 15, 16 e 17, i contratti
collettivi di lavoro provvedono ad applicare i principi di cui alla
presente legge alle imprese di navigazione per il personale navigante
(2/cost) (8).


(7) Comma cosí modificato dall'art. 6, L. 11 maggio 1990, n.
108.(2/cost) La Corte costituzionale con sentenza 18-26 maggio 1995, n.
193 (Gazz. Uff. 31 maggio 1995, n. 23, serie speciale), ha dichiarato
inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli artt. 7,
secondo e terzo comma, e 35, sollevata in riferimento all'art. 3 della
Costituzione.
(8) Con sentenza 26 marzo 1987, n. 96 (Gazz. Uff. 8
aprile 1987, n. 15 - Serie speciale), la Corte costituzionale ha
dichiarato l'illegittimità dell'art. 10 della L. 15 luglio 1966, n.
604, nella parte in cui non prevede l'applicabilità della legge stessa
al personale marittimo navigante delle imprese di navigazione; nonché
l'illegittimità dell'art. 35, terzo comma, della L. 20 maggio 1970, n.
300, nella parte in cui non prevede la diretta applicabilità al
predetto personale anche dell'art. 18 della stessa legge. Con altra
sentenza 17-31 gennaio 1991, n. 41 (Gazz. Uff. 6 febbraio 1991, n. 6 -
Serie speciale), ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 35, terzo
comma, nella parte in cui non prevede la diretta applicabilità al
personale navigante delle imprese di navigazione aerea anche dell'art.
18 della stessa legge n. 300  del 1970, come modificato dall'art. 1
della legge 11 maggio 1990, n. 108. La stessa Corte con sentenza 11-23
luglio 1991, n. 364 (Gazz. Uff. 31 luglio 1991, n. 30 - Serie
speciale), ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 35, terzo comma,
nella parte in cui non prevede la diretta applicabilità al personale
navigante delle Imprese di navigazione dei commi 1, 2 e 3 dell'art. 7
della legge n. 300 del 1970.

36. (Obblighi dei titolari di benefici accordati dallo Stato e degli
appaltatori di opere pubbliche). - Nei provvedimenti di concessione di
benefici accordati ai sensi delle vigenti leggi dallo Stato a favore di
imprenditori che esercitano professionalmente un'attività economica
organizzata e nei capitolati di appalto attinenti all'esecuzione di
opere pubbliche, deve essere inserita la clausola esplicita
determinante l'obbligo per il beneficiario o appaltatore di applicare o
di far applicare nei confronti dei lavoratori dipendenti condizioni non
inferiori a quelle risultanti dai contratti collettivi di lavoro della
categoria e della zona.
Tale obbligo deve essere osservato sia nella
fase di realizzazione degli impianti o delle opere che in quella
successiva, per tutto il tempo in cui l'imprenditore beneficia delle
agevolazioni finanziarie e creditizie concesse dallo Stato ai sensi
delle vigenti disposizioni di legge.
Ogni infrazione al suddetto
obbligo che sia accertata dall'Ispettorato del lavoro viene comunicata
immediatamente ai Ministri nella cui amministrazione sia stata disposta
la concessione del beneficio o dell'appalto. Questi adotteranno le
opportune determinazioni, fino alla revoca del beneficio, e nei casi
più gravi o nel caso di recidiva potranno decidere l'esclusione del
responsabile, per un tempo fino a cinque anni, da qualsiasi ulteriore
concessione di agevolazioni finanziarie o creditizie ovvero da
qualsiasi appalto.
Le disposizioni di cui ai commi precedenti si
applicano anche quando si tratti di agevolazioni finanziarie e
creditizie ovvero di appalti concessi da enti pubblici, ai quali
l'Ispettorato del lavoro comunica direttamente le infrazioni per
l'adozione delle sanzioni (8/a).


(8/a) La Corte costituzionale, con sentenza 1-19 giugno 1998,
n. 226 (Gazz. Uff. 24 giugno 1998, n. 25 - Serie speciale), ha
dichiarato l'illegittimità del presente articolo, nella parte in cui
non prevede che, nelle concessioni di pubblico servizio, deve essere
inserita la clausola esplicita determinante l'obbligo per il
concessionario di applicare o di far applicare nei confronti dei
lavoratori dipendenti condizioni non inferiori a quelle risultanti dai
contratti collettivi di lavoro della categoria e della zona.

37. (Applicazione ai dipendenti da enti pubblici). - Le disposizioni
della presente legge si applicano anche ai rapporti di lavoro e di
impiego dei dipendenti da enti pubblici che svolgano esclusivamente o
prevalentemente attività economica. Le disposizioni della presente
legge si applicano altresì ai rapporti di impiego dei dipendenti dagli
altri enti pubblici, salvo che la materia sia diversamente regolata da
norme speciali.

38. (Disposizioni penali). - Le violazioni degli articoli 2, 4, 5,
6, 8 e 15, primo comma lettera a), sono punite, salvo che il fatto non
costituisca più grave reato, con l'ammenda da lire 300.000 a lire
3.000.000 (9) o con l'arresto da 15 giorni ad un anno.
Nei casi più gravi le pene dell'arresto e dell'ammenda sono applicate congiuntamente.
Quando
per le condizioni economiche del reo, l'ammenda stabilita nel primo
comma può presumersi inefficace anche se applicata nel massimo, il
giudice ha facoltà di aumentarla fino al quintuplo.
Nei casi
previsti dal secondo comma, l'autorità giudiziaria ordina la
pubblicazione della sentenza penale di condanna nei modi stabiliti
dall'articolo 36 del codice penale.

(9) La misura dell'ammenda è stata così elevata dall'art. 113, terzo
comma, L. 24 novembre 1981, n. 689. La sanzione è esclusa dalla
depenalizzazione in virtù dell'art. 32, secondo comma, della citata L.
24 novembre 1981, n. 689.

39. (Versamento delle ammende al Fondo adeguamento pensioni). -
L'importo delle ammende è versato al Fondo adeguamento pensioni dei
lavoratori.

40. (Abrogazione delle disposizioni contrastanti). - Ogni
disposizione in contrasto con le norme contenute nella presente legge è
abrogata.
Restano salve le condizioni dei contratti collettivi e degli accordi sindacali più favorevoli ai lavoratori.

41. (Esenzioni fiscali). - Tutti gli atti e documenti necessari per
la attuazione della presente legge e per l'esercizio dei diritti
connessi, nonché tutti gli atti e documenti relativi ai giudizi
nascenti dalla sua applicazione sono esenti da bollo, imposte di
registro o di qualsiasi altra specie e da tasse.