ORDINE DEI GIORNALISTI: PROSPETTIVE DI RIFORMA

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO

Facoltà di giurisprudenza

Tesi di laurea

ORDINE DEI GIORNALISTI: PROSPETTIVE DI RIFORMA

 

Relatore:
Prof. Fulvio Zuelli

Laureando:
Andrea Tomasi

Ordine dei giornalisti - Costituzionalità - Riforma -
Accesso alla professione - Laurea in giornalismo

Anno accademico 2001-2002

INDICE

Capitolo I

Ordine dei giornalisti: l'orientamento della Corte Costituzionale

 

1. 1. L'organismo dei professionisti sotto la lente dell'Europa

1. 2. Dalla Associazione della stampa all'istituzione dell'ordine

1. 3. Rischio corporativismo. Il bisogno di una riforma

1. 4. Costituzionalità degli ordini. La sentenza n. 11/1968

1. 5. Corte Costituzionale: la sentenza n.98/1968

1. 6. La sentenza n.2/1971

1. 7. Le critiche della dottrina. La libertà di diffusione del pensiero

1. 8. L'ordine non è il sindacato dei giornalisti

1. 9. La definizione del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Sicilia

 

Capitolo II

Critiche all'ordine dei giornalisti, fra proposte di riforma e di abrogazione

 

2. 1. Albo: strumento inutile per una categoria atipica?

2. 2. Carattere democratico dell'ordine dei giornalisti

2. 3. Molte proposte di abolizione e di riforma

2. 4. La necessità di modificare le modalità di accesso

2. 5. Intervento dell'università e mantenimento dell'ordine

2. 6. Il teorema Barile e le prospettive di riforma

2. 7. Fine del tirocinio aziendale. Si punta sulle università

2. 8. Le commissioni dell'ordine. Dubbi sull’imparzialità

2. 9. L'intervento dell'ordine

2. 10. Praticantato universitario

2. 11. Perché la professione giornalistica deve esser riformata

2. 12. I rischi dell'abrogazione della Legge 69/1963. Il "teorema Abruzzo"

2. 13. Il senso della laurea in giornalismo. La "commissione Rossi"

2. 14. L'esame di Stato affidato all'ordine dei giornalisti

2. 15. Deontologia e mediazione dei professionisti dell'informazione

 

Capitolo III

Il progetto dell'ordine dei giornalisti della Lombardia. Il ruolo affidato all'università.

 

3. 1. Intervento del Consiglio di Stato e l'esame di abilitazione

3. 2. Le conferme della Corte Costituzionale

3. 3. I poteri rappresentativi, di tutela e di controllo dell'ordine

3. 4. Nella P. A. il giornalista deve essere titolare di diploma di laurea

3. 5. Ordine dei giornalisti: organismo di tutela del diritto di informazione

3. 6. Solo l'università può legittimare l'ordine

3. 7. Il ruolo degli ordini regionali alla luce della riforma costituzionale

3. 8. L'intervento della commissione giuridica dell'ordine nazionale

 

Bibliografia e fonti normative

 

 

 

Capitolo I

 L'ORIENTAMENTO DELLA CORTE COSTITUZIONALE

 1. 1. L'ordine dei giornalisti è necessario? L'organismo dei professionisti sotto la lente dell'Europa.

Perché i giornalisti italiani sono organizzati in un ordine? C’è
bisogno di tale organismo? L'ordine dei giornalisti è un mezzo che
serve per garantire la corretta informazione o piuttosto per tutelare i
privilegi della categoria? La presenza di un albo di professionisti
dell'informazione non fa venire meno il principio fondamentale sancito
dall'art.21 della Costituzione? Sono questi i quesiti che,
periodicamente, vengono posti. Attualmente esistono 12 ordini
professionali: avvocati e procuratori, ingegneri, architetti, chimici,
dottori in scienze agrarie, attuari, medici-chirurghi, veterinari,
farmacisti, dottori-commercialisti, giornalisti. Inoltre vi sono i
collegi professionali: geometri, periti industriali, periti agrari,
assistenti sanitari e visitatrici sociali, ragionieri, periti
commercialisti, infermieri, ostetriche. Per alcune categorie è
richiesta l'iscrizione in "albi ed elenchi", condizione essenziale per
il rilascio di un "documento ufficiale", valido per l'esercizio
dell’attività in determinati territori.[1]

Con la Legge 3 febbraio 1963 n.69, è stata riconosciuta la
professione giornalistica. Nasce l'ordine dei giornalisti. Si tratta di
un sistema che non ha riscontri negli altri Paesi dell'Unione Europea.
La legge professionale è una normativa contestata, tanto che, nel
giugno 1997, è oggetto di un referendum abrogativo. La disciplina
comunitaria appare sostanzialmente neutra rispetto all'esistenza o meno
degli ordini professionali. Da parte sua, quello dei giornalisti ha
cercato di rendersi compatibile con le richieste provenienti dall'Ue.
L'Europa richiede che ai cittadini comunitari siano accordati gli
stessi diritti dei cittadini italiani che esercitano la professione
giornalistica.

Quali sono questi diritti? Si parla della possibilità data agli
stranieri di iscriversi agli albi dell'ordine e della possibilità di
diventare editori e direttori di quotidiani e periodici del nostro
Paese: diritti garantiti dalle direttive comunitarie del 1990
(n.428\1990) e del 1994 (n.52\1994).[2] I cittadini comunitari, inoltre, possono sostenere nella loro lingua l'esame di Stato per diventare professionisti in Italia.

 

Si riconosce poi l'esigenza di individuare un sistema che possa
verificare il rispetto dei principi deontologici. Il Consiglio
d'Europa, nella risoluzione 1° luglio 1993 (n. 1003) relativa all'etica
del giornalismo, scrive che "per la vigilanza sul rispetto di tali
principi, è necessario creare meccanismi di autocontrollo, che
elaborino risoluzioni sul rispetto dei precetti deontologici da parte
dei giornalisti, che i mezzi di comunicazione si impegneranno a rendere
pubblici". L'Italia, in questo senso, risponde con la Legge n. 69/1963.

 

L'esistenza delle citate normative comunitarie[3]
- secondo i sostenitori dell'ordine - dovrebbe mettere al sicuro da
eventuali attacchi all'istituzione. Perché mettere in discussione
l'ordine - ci si chiede - visto che lo stesso Consiglio d'Europa si è
implicitamente dichiarato a favore? La risoluzione dell'assemblea
riguarda l'etica del giornalismo: un documento in cui si configura
l'esistenza di un organismo di autocontrollo all'interno della
categoria. Il punto 36 della risoluzione così recita: "I
mezzi di comunicazione sociale devono impegnarsi a rispettare principi
deontologici rigorosi che garantiscano la libertà di espressione e il
diritto fondamentale dei cittadini a ricevere informazioni vere ed
opinioni corrette". Il punto 37 afferma: "Per la
vigilanza sul rispetto di tali principi, è necessario creare organismi
o meccanismi di autocontrollo composti da editori, giornalisti,
associazioni di utenti dei mezzi di comunicazione sociale,
rappresentanti degli ambienti universitari e giudiziari, che elaborino
risoluzioni sul rispetto dei precetti deontologici da parte dei
giornalisti, che i mezzi di comunicazione sociale si impegneranno  a
rendere pubblici. Ciò aiuterà il cittadino , titolare del diritto alla
informazione, a formarsi un'opinione  critica sul lavoro dei
giornalisti e sulla loro credibilità".

La partita sull'informazione non si gioca solo nei mezzi di
comunicazione tradizionali, ma anche nel campo dell'informazione
elettronica: il 4 maggio 2000 il Consiglio d'Europa ha approvato la
direttiva sul commercio elettronico. La Ue dà una serie di regole che
riguardano le libere professioni e chiama gli ordini italiani a
vigilare su Internet. La direttiva affida un ruolo particolare agli
ordini professionali nazionali che sono chiamati, oltre che a vigilare
sul comportamento dei propri iscritti, a redigere a livello comunitario[4]
dei veri e propri codici di condotta. In particolare l'articolo 8 della
direttiva, che tratta proprio dell'attività professionale, richiede
agli ordini (e alle associazioni professionali) di predisporre regole
comuni circa le informazioni che possono essere fornite ai fini della
prestazione di servizio, in modo da garantire i principi propri della
professione, quali: indipendenza, dignità, onore, segreto
professionale, lealtà verso clienti e colleghi.

 

 

1. 2. Come si arriva alla Legge n. 69 del 3 febbraio
1963. Dalla Associazione della stampa periodica italiana
all'istituzione dell'ordine dei giornalisti.

 

 

 

Per comprendere le ragioni che hanno portato allo scontro fra chi
vorrebbe eliminare gli ordini professionali, in particolare quello dei
giornalisti, e chi sostiene che un organismo di autocontrollo è
indispensabile, è necessario fare un passo indietro. Guardiamo al lungo
ed accidentato percorso che ha portato alla Legge n.69.

Il 1877 è l'anno di costituzione dell' associazione della stampa periodica italiana, che prevede 3 categorie di giornalisti:

 

1)  effettivi: coloro che esercitavano da almeno due anni
l'attività, con l'esclusione dell’esercizio di altre professioni e con
un vero stipendio;

 

2)  pubblicisti: coloro che collaboravano con continuità alla stampa periodica, pur esercitando altre attività;

 

3)  frequentatori: coloro che potevano essere accostati agli
attuali editorialisti saltuari, esponenti del mondo culturale e
politico che pubblicavano periodicamente propri articoli nei quotidiani
e nella stampa in genere.

 

 

 

Per la prima volta in Italia, con l'associazione della
stampa periodica, si dà un inquadramento ai giornalisti, un primo passo
per la realizzazione di un vero e proprio ordine di tutela. Nel 1908
viene istituita la federazione della stampa italiana, gruppo di protezione dell'esercizio della professione[5].
I compiti della federazione non sono ben definiti. Ci si domanda se si
tratta di una federazione per garantire la deontologia (rientrante
nelle finalità tipiche degli ordini professionali) o di una federazione
sindacale (predisposta alla difesa e sviluppo della categoria dei
giornalisti). Un interrogativo che, fatte le dovute distinzioni, si
ripropone oggi all'interno del dibattito sul senso dell'ordine dei
giornalisti, così come noi lo conosciamo.

 

Nel 1901 Luigi Luzzatti presenta al Parlamento la prima legge per il
riconoscimento giuridico della professione. Ad uno sbocco in proposito
si arriva con la Legge 9 luglio 1908 n.406: una
legge che riguarda le concessioni delle agevolazioni ferroviarie a
favore dei giornalisti. Una normativa che pare limitarsi
all'attribuzione di privilegi agli operatori della stampa ma che, in
termini giuridici, può essere letta come il primo riconoscimento della
"figura speciale del giornalista". Infatti, per il godimento dei
privilegi ferroviari, la legge prevede l'iscrizione ad un albo, tenuto
da una commissione. È un importante precedente: quella dei giornalisti
inizia ad essere vista come una categoria particolare di professionisti.

 

 

1. 3. Rischio corporativismo. Il bisogno di una riforma.

 

 

 

Si arriva così al R.D. del 26 febbraio 1928 n.384, con cui si
supera la Legge 31 dicembre 1925, n.2305. È un progetto per
l'istituzione di un ordine dei giornalisti, ma non ha seguito. Il
decreto del 1928 recepisce le logiche totalitarie del periodo fascista:
in essa si delinea infatti il riconoscimento della categoria
professionale dei giornalisti quale corporazione[6].

 

A seguito dell'intervento normativo suddetto, sorgono peraltro
perplessità circa l'organizzazione di un ordine corporativo,
perplessità tali da rendere necessaria una nuova produzione normativa
per regolamentare il settore. In un primo momento ci si limita a
disposizioni transitorie: D.L. Lgt. 23 ottobre 1944. In esso si
contempla l'iscrizione dell'aspirante giornalista ad un albo, tenuto da
una speciale commissione di 15 membri, nominati dal ministro di grazia
e giustizia, presso lo stesso ministero.

L'albo è composto da tre elenchi: quello dei professionisti, dei
praticanti e dei pubblicisti. L'iscrizione avviene dopo 18 mesi di
praticantato, con il requisito dei 21 anni di età. Pubblicisti sono
coloro che esercitano anche altre professioni ed attività. Possiamo
notare una sostanziale continuità fra l'organizzazione dell'albo
istituito con il D.L. Lgt. del 1944 e la legge che ha creato l'ordine
dei giornalisti nel 1963. In entrambe le normative vi è la distinzione
fra pubblicisti, praticanti (questi ultimi devono operare per 18 mesi
prima di essere iscritti all'albo) e professionisti. A differenza della
normativa del 1928, in quella del 1944 non si richiede alcun titolo di
studio, solo un limite di età a 21 anni.

 

Per quanto riguarda l'espulsione dall'albo, nella disposizione del
1944 (eliminata la parte sulla mancata fedeltà al regime fascista) le
motivazioni sono da ricercare nei reati che comportano la perdita dei
diritti civili, della cittadinanza e di gravi scorrettezze
professionali.[7]
La necessità di una modifica dell'albo, così come inteso dalla norma
del 1944, inizia a farsi sentire presto fra i diretti  interessati. Il
6 novembre 1956 viene presentato il primo progetto di riforma dell'albo
dei giornalisti. Primo firmatario del disegno di legge è Guido Gonella.
La legge non vede la luce a causa della scadenza della legislatura,
così l'approvazione viene posticipata al 24 gennaio 1963. Nasce la
Legge n.69, che si compone di 5 titoli suddivisi in 75 articoli. Essa
prevede l'istituzione di consigli dell'ordine regionale (e
interregionale) e del consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti;
vi si prevede inoltre la disciplina dell'albo professionale formato da
tre elenchi, con le procedure di trasferimento e cancellazione. Sono
contenute le norme sull'esercizio della professione giornalistica e sui
reclami contro la deliberazioni degli organi professionali. Una legge
destinata a far discutere molto per i poteri attribuiti agli organi
dell'ordine e per i compiti affidati all'organismo stesso.

L'ordine, come abbiamo detto, è strutturato su base regionale o
interregionale, con 18 consiglieri Ed è caratterizzato
dall'attribuzione del potere disciplinare agli iscritti negli elenchi
dell'albo. Si compone di quattro organi fondamentali:

-         l'assemblea di tutti gli iscritti, che si riunisce in via
ordinaria una volta all'anno per approvare i bilanci e, in via
straordinaria, ogni tre anni per eleggere il consiglio;

 

-        il consiglio, composto da 6 professionisti e da 3
pubblicisti. Al consiglio spetta la nomina del presidente, del
vicepresidente, del segretario e del tesoriere;

 

-         il presidente, che rappresenta, convoca e presiede il consiglio;

 

-         il collegio dei revisori dei conti.

 

 

 

Il compito di vigilare su tutti i consigli regionali dell'ordine,
con facoltà – sentito il consiglio nazionale - di disporre lo
scioglimento dei singoli consigli regionali, è assegnato al ministro di
grazia e giustizia.

 

 

 

I giornalisti, iscritti all'albo, sono tenuti al rispetto
delle regole imposte dall'ordine e sono sottoposti al potere
disciplinare dell'organismo cui appartengono.

 

L'art.2229 c.c. demanda agli ordini professionali l'esercizio del
potere disciplinare. In primo grado decidono i consigli regionali, in
secondo grado il consiglio nazionale. Le deliberazioni sono esecutive.
Poi la parola passa al Tribunale dove ha sede l'ordine regionale,
quindi alla Corte d'Appello, infine alla Corte di Cassazione. La
suprema corte dunque è chiamata alla uniforme interpretazione anche
delle norme della Legge n. 69/1963. Si tratta di un lungo procedimento,
con due fasi: una amministrativa (davanti ai consigli regionale e
nazionale dell'ordine) ed una giurisdizionale. Siamo di fronte ad un
sistema particolare di giudizio dell'attività dei giornalisti. 5 gradi
di giudizio che dovrebbero concludersi in 7 anni e 6 mesi: questo il
tempo stabilito dalla prima sezione civile della Corte di Cassazione,
con la sentenza n.10135 del 14 ottobre 1998.[8]

 

Il percorso "amministrativo-giurisdizionale" è considerato una
garanzia sia per il giornalista, che è sottoposto al procedimento, sia
per il cittadino che può essere oggetto (vittima?) dei servizi
realizzati dal giornalista e che si considera "leso nei suoi diritti".

 

 

 

1. 4. Costituzionalità degli ordini. La sentenza n. 11/1968.

 

 

 

L'ordinamento giuridico italiano garantisce varie tutele alle
professioni intellettuali. L'art. 33 della Costituzione prescrive "un
esame di Stato per l'abilitazione all'esercizio professionale". Si è
dibattuto, in dottrina, circa la necessità di tale esame per
l'abilitazione alle professioni e si è dibattuto sull'appartenenza del
giornalismo a tali professioni. Il codice civile, all'art.2909,
definisce "professioni intellettuali" quelle riconosciute come tali
dalla legge e per il cui esercizio è necessaria l'iscrizione in
appositi albi o elenchi. Stando sempre alle parole del codice "agli
ordini sono devoluti l'accertamento dei requisiti per l'iscrizione agli
albi e agli elenchi, la tenuta dei medesimi e il potere disciplinare
sugli iscritti". A questa normativa è sottoposta anche la professione
giornalistica. La legge che regolamenta la materia, come abbiamo detto,
è stata più volte oggetto di sentenze della Corte Costituzionale.

 

Parliamo innanzitutto della sentenza n.11/1968. La Corte
Costituzionale – prima di pronunciarsi – premette che l'istituzione
degli ordini non rientra  nella sua competenza d'accertamento. Compete
tuttavia ad essa l'esame della riserva della professione ai soli
iscritti all'ordine e il pronunciamento sulla compatibilità con il
principio espresso dall'articolo 21 della Costituzione: "Tutti hanno
diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola,
lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".

 

Molte critiche alla normativa sono state superate dalla consulta con la sentenza n.11,[9] di cui si riporta una parte essenziale: "Il fatto che
il giornalista esplichi la sua attività divenendo parte di un rapporto
di lavoro subordinato non rivela la superfluità di un apparato che,
secondo altri, si giustificherebbe solo in presenza di una libera
professione, tale in senso tradizionale. Quella circostanza, al
contrario, mette in risalto l'opportunità che i giornalisti vengano
associati in un organismo che, nei confronti del contrapposto potere 
economico dei datori di lavoro, possa contribuire a garantire il
rispetto della loro personalità e, quindi, della loro libertà: compito,
questo, che supera  di gran lunga la tutela sindacale della categoria e
che perciò può essere assolto solo da un ordine a struttura democratica
che, con i suoi poteri di ente pubblico, vigili, nei confronti di tutti
e nell'interesse della collettività, sulla rigorosa osservanza di
quella dignità professionale che si traduce, innanzitutto e
soprattutto, nel non abdicare mai alla libertà di informazione e di
critica  e nel non cedere a sollecitazioni che possano comprometterla.
(…) La Corte ritiene, del pari, che i poteri disciplinari conferiti ai
Consigli non siano tali da compromettere la libertà degli iscritti. Due
elementi fondamentali vanno tenuti ben presenti: la struttura
democratica dei Consigli, che di per sé rappresenta una garanzia
istituzionale, non certo assicurata dalla legge precedentemente in
vigore (D.L.Lgt. 23 ottobre 1944, n.302), in base alla quale la tenuta
degli albi e la disciplina degli iscritti sono state affidate per circa
venti anni ad un organo di nomina governativa, e la possibilità del
ricorso al Consiglio nazionale  ed il successivo esperimento
dell'azione giudiziaria nei vari gradi di giurisdizione. L'uno e
l'altro concorrono sicuramente ad impedire che l'iscritto sia colpito
da provvedimenti arbitrari. Essi tuttavia non sarebbero sufficienti a
raggiungere tale scopo, se la legge stessa prevedesse, sia pure
implicitamente, una responsabilità del giornalista a causa del
contenuto dei suoi scritti, e ammettesse una corrispondente possibilità
di sanzione, perché in tal caso la libertà riconosciuta dall'art.21
sarebbe messa in pericolo e la norma di chiusura dell'art. 45
dell'intero ordinamento giornalistico risulterebbe illegittima. Ma la
legge non consente affatto una qualsiasi forma di sindacato di tale
natura. Se la definizione degli illeciti disciplinari, come è
inevitabile, non si articola in una previsione di
fattispecie tipiche, bisogna pur considerare che la materia trova un
preciso limite nel principio fondamentale enunciato dalla stessa legge
nell'art. 2. Se la libertà di informazione e di critica è
insopprimibile, bisogna convenire che quel precetto, più che il
contenuto di un semplice diritto, descrive la funzione stessa del
libero giornalista: è il venir meno di essa, giammai l'esercitarla, che
può compromettere quel decoro e quella dignità sui quali l'ordine  è
chiamato a vigilare”.

 

La Corte Costituzionale pone una distinzione fondamentale "fra l'uso
del giornale come libera manifestazione del pensiero e l'esercizio
professionale giornalistico". Una cosa è l'uso della libertà di stampa
da parte di un comune cittadino, altra cosa è l'esercizio qualificato
della stessa da parte del soggetto abilitato professionalmente, in
quanto giornalista. Secondo i giudici della corte, la legittimità
dell'ordine, in relazione all'art.21, nasce dal fatto che la legge del
1963 non disciplina l'uso del giornale come mezzo di libera
manifestazione del pensiero, ma l'esercizio dell'attività
professionale. La normativa dunque non viola il principio sancito dalla
Costituzione.

I giudici hanno affermato che l'esistenza di un albo professionale
non rappresenta una indebita limitazione ed un ostacolo alla libera
espressione del pensiero a mezzo della stampa da parte del comune
cittadino. Alla domanda se l'ordine dei giornalisti sia in contrasto
con l'articolo 21, la corte risponde negativamente. Tutti insomma hanno
diritto di esprimere le proprie opinioni attraverso un giornale. Tale
diritto sarebbe violato se solo gli iscritti all'albo fossero
autorizzati a scrivere. “L’esperienza dimostra –scrivono i giudici-
che il giornalismo, se si alimenta anche del contributo  di chi ad esso
non si dedichi professionalmente, vive soprattutto attraverso l’opera
quotidiana dei professionisti”.

La corte arriva a riconoscere l'opportunità che i giornalisti si
uniscano in un organismo che, oltre a controllare la preparazione
tecnica e il rispetto delle regole deontologiche, li tuteli nei
confronti del contrapposto potere economico dei datori di lavoro (degli
editori), contribuendo così a garantire il rispetto della libertà dei
professionisti e della qualità dell'informazione offerta. Compito,
questo, che –andando oltre la mera tutela sindacale della categoria-
può essere assolto solo da un ordine.

Quella individuata dagli appartenenti alla categoria dei giornalisti
e confermata dagli orientamenti della Corte Costituzionale, è una
particolare forma di tutela. L'ordine è dunque un ente pubblico, dotato
di struttura democratica, con l'autorità propria della pubblica
amministrazione, chiamata a vigilare - nell'interesse della
collettività - sullo svolgimento dell'attività giornalistica. La Corte
Costituzionale approda all'enunciazione del parametro della correttezza
e della deontologia professionale: il giornalista non deve mai abdicare
alla libertà di informazione e di critica, non deve mai cedere a
sollecitazioni che potrebbero compromettere questa libertà, anche se
provenissero dal datore di lavoro.

La delicata professione di cui stiamo trattando richiede una
speciale protezione. In questo si inserisce la doppia tutela per gli
iscritti all'albo: una difesa dei diritti dei lavoratori (degli aspetti
economici e contrattuali) affidata al sindacato; una difesa della
serietà professionale nei confronti dell'editore, affidata all'ordine,
chiamato a tutelare i suoi iscritti nell'esercizio delle loro funzioni
(funzioni di interesse pubblico).[10]

 

Gianni Faustini e Antonio Viali, ex presidenti dell'ordine dei
giornalisti e fra i maggiori conoscitori delle normative riguardanti
l'organismo di autocontrollo della stampa italiana, dicono che di
attentato all'art.21 della Carta Costituzionale si potrebbe parlare
solo se l'esistenza dell'albo apportasse un controllo estrinseco nei
riguardi di coloro che sono orientati a servirsi della libertà di
manifestazione del pensiero, a tutti riconosciuta senza limitazioni di
sorta. "Ma quando opera come controllo intrinseco, strumentalmente
finalizzato a scopi precisi nei riguardi dei giornalisti
professionisti, cui incombe l'obbligo dell’iscrizione all'albo, non vi
sarebbe violazione costituzionale".[11]

In sostanza la Corte Costituzionale giunge alla conclusione che
l'albo è legittimo e che non è un ostacolo alla libera manifestazione
del pensiero a mezzo della stampa da parte del soggetto comune. L'albo
dunque viene visto come uno strumento di difesa dei diritti dei
giornalisti e, allo stesso tempo, come un freno per i medesimi. Su
questo argomento puntano i sostenitori dell'ordine, che fanno
riferimento all'art.2 della Legge n.69/1963: "È diritto insopprimibile
dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata
dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità
altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità
sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e
dalla buona fede (…)". Un articolo cardine –si dice- per l'ordinamento
della professione. Ulteriore legittimità alla legge professionale viene
data dalla Cassazione che, in una pronuncia del luglio 1991, riconosce
agli ordini il "potere di fissare norme interne, individuatrici di
comportamenti contrari al decoro professionale, ancorché non integranti
abusi o mancanze. Si configura come legittimo l'esercizio dei poteri
affidati agli ordini professionali con la consequenziale irrogabilità,
in caso di inosservanza, di sanzione disciplinare"[12].

 

 

 

1. 5. Corte Costituzionale: la sentenza n.98/1968.

 

 

 

Nel solco tracciato dalla sentenza n.11/1968,[13]
la Corte Costituzionale continua la sua analisi della legge
professionale. Parliamo, in particolare dell'art.46 della Legge
n.69/1963. La questione è portata all'attenzione dei giudici
costituzionali con un'ordinanza emessa il 28 novembre 1967 dal
Tribunale di Vibo Valentia, nel procedimento civile vertente fra il
circolo culturale "Salvemini" e Salvatore Genovese. Il circolo aveva
convenuto in giudizio Salvatore Genovese[14]
per ottenere da questi un risarcimento danni per inadempimento di un
contratto. Si trattava di un contratto col quale egli si era obbligato
ad assumere la direzione di un periodico del circolo. Genovese si era
sottratto a tale prestazione: una prestazione impossibile, in forza
dell'art.5 della legge sulla stampa (Legge n.47/1948) e dell'art.46
della legge sull'ordine dei giornalisti (Legge n.69/1963). Questa la
difesa: "Per poter essere direttore responsabile di un periodico
occorre essere iscritti all'elenco dei giornalisti professionisti o a
quello dei pubblicisti, iscrizione preclusa al soggetto in questione
perché privo dei presupposti richiesti". Il circolo "Salvemini"
eccepiva così le norme indicate dal convenuto, considerate viziate da
illegittimità costituzionale. In pratica si rivendicava il diritto di
un comune cittadino di diventare direttore di un qualche periodico,
mettendo così in discussione l'utilità, ma soprattutto, la legittimità
dell'obbligo di iscrizione all'albo dei giornalisti, il tutto in nome
dell'art.21 Cost. E di questo noi andiamo ancora ad occuparci.
Riallacciandosi alle considerazioni fatte nella precedente pronuncia
(n. 11/1968), la corte dichiara che “la funzione
dell’Ordine risulterebbe frustrata ove proprio i poteri direttivi di un
quotidiano, di un periodico o di un’agenzia potessero essere assunti 
da un soggetto che per il fatto di non essere iscritto all’albo, possa
essere chiamato a rispondere di fronte all’Ordine per eventuali
comportamenti lesivi della dignità sua  e dei giornalisti che da lui
dipendono: vale a dire per inadempienza al primo e fondamentale dovere
di garantire che l’attività affidata alla sua direzione e
responsabilità si svolga in quel clima di libertà di informazione e di
critica che la legge vuole assicurare come necessario fondamento della
libera stampa”. E poi i giudici giungono al punto centrale della
questione: il diritto di chi non è professionista, ma solo pubblicista,
di dirigere un organo di stampa o un'agenzia. ”Aggiungere
– come fa il primo comma dell’art. 46 per i quotidiani, per i periodici
e per le agenzie di stampa di cui all’art 34 - il vincolo di scelta del
direttore e del vicedirettore responsabile fra gli iscritti all’elenco
dei professionisti  significa aggravare il limite posto alla libertà
garantita dall’art. 21 Cost., senza un’adeguata giustificazione
costituzionale”. La sentenza - dichiarando illegittimo il primo comma dell'art. 46 della l.n.69/1963[15] - apre dunque le porte della direzione dei giornali anche ai pubblicisti:“(…)
si può anche convenire sull’opportunità che, ove si tratti di
quotidiani e di periodici e di agenzie di particolare importanza, le
funzioni direttive vengano affidate  a chi sia dedito esclusivamente al
giornalismo e possegga i particolari requisiti che si esigono per la
iscrizione nell’elenco dei professionisti, ma è certo che non ci si
trova qui in presenza di un pubblico interesse né, a maggior ragione,
in presenza di un  interesse generale di grado tale da giustificare
l’intervento della legge, la quale – quando si tratti di disciplinare
l’esercizio di una libertà fondamentale, non può porre limitazioni che,
come quella in esame, non siano in funzione della tutela di interessi
direttamente rilevanti sul piano costituzionale (cfr. sent. N.11 del
1968)”.

 

Autorevole dottrina[16]
critica l'impostazione della pronuncia della corte, che contrasta con
la precedente. Viene apprezzata l'estensione del diritto ai
pubblicisti, la cui qualifica si può ottenere con maggiore facilità
rispetto a quella di professionista, ma – allo stesso tempo – non si
comprende la ragione per la quale il ruolo di direttore responsabile
sia limitato a pochi soggetti qualificati. Secondo l'autore citato "la
corte avrebbe dovuto dimostrare che determinate attività (quali, ad
esempio, la raccolta di notizie o l'attività di chi svolge il lavoro in
un particolare settore del giornale o di chi organizza l'intera vita di
un quotidiano) non hanno nulla a che vedere con la manifestazione del
pensiero".

 

Nelle due sentenze, entrambe pronunciate nel 1968, non vi sarebbero
accenni alla possibilità che alcuni aspetti dell'attività giornalistica
non abbiano il carattere della manifestazione del pensiero. Vi
sarebbero invece indicazioni che inducono a pensare che la corte abbia
voluto affermare esattamente l'opposto: che il giornalista –
indipendentemente dalle mansioni affidategli – svolge, comunque,
attività che rientrano in pieno nelle manifestazioni di cui
all'art.21Cost. Si mette così in risalto il fatto che al comune
cittadino è – di fatto – impedito di accedere alla direzione di
quotidiani, periodici e agenzie di stampa senza essere iscritto
all'albo dei professionisti o, nella migliore delle ipotesi, dei
pubblicisti. La sentenza n.98/1968 – con cui si afferma il diritto di
diventare direttori anche se non si è iscritti all'albo professionale –
per il cittadino non rappresenterebbe una conquista. Dalle due
sentenze, senza che la corte ne abbia chiarito i motivi, emerge che la
iscrizione all'albo dei pubblicisti è facoltativa in linea di
principio, ma diventa obbligatoria quando il soggetto interessato – che
fino a quel momento si è limitato ad una occasionale collaborazione con
la testata – voglia assumere le funzioni di direttore responsabile.
"Allora – chiede Mezzanotte - delle due l'una: o quella del direttore
responsabile è attività costituzionalmente garantita dall'art.21Cost.,
ed allora, alla luce dei principi espressi nella sentenza n.11 del
1968, quando sia costante ed esclusiva, non può essere limitata a
favore di pochi soggetti qualificati; ovvero è attività che non ha
nulla a che fare con la manifestazione del pensiero, ed in tal caso non
si vede perché la corte abbia voluto estenderla anche a favore dei
pubblicisti".[17]

 

1. 6. La sentenza n.2/1971.

 

Dopo avere affrontato lo studio delle sentenze n.11/1968 e
n.98/1968, è importante ricordare un'altra pronuncia della Corte
Costituzionale, che è andata ad analizzare la legittimità delle norme
riguardanti la direzione e la vicedirezione di giornali e periodici.
Parliamo della sentenza (12 gennaio) 20 gennaio 1971 n.2.[18]

 

Con provvedimento del 15 settembre 1967 il consiglio regionale
dell'ordine dei giornalisti di Sicilia - accertato che il periodico
politico "Il nuovo partito popolare" è rimasto privo di vicedirettore
responsabile - dispone la cancellazione dall'elenco dei pubblicisti di
Giuseppe Mignemi, già iscrittovi a titolo provvisorio, nella sua
qualità di direttore, ai sensi dell'art.47 della Legge 3 febbraio 1963
n.69. Di conseguenza il Tribunale di Catania, in applicazione
dell’art.5, n.3, della legge sulla stampa (8 febbraio 1948 n.47),
revoca la registrazione del periodico.

 

In un procedimento a carico di Mignemi, imputato del reato previsto
dall'art.16, comma 1, il pretore di Catania solleva - in riferimento
agli artt.3 e 21 della Costituzione – una questione di legittimità
costituzionale dell'art.47, comma 3, della Legge n.69/1963, in forza
del quale l'iscrizione provvisoria, all'elenco dei pubblicisti, del
direttore di una pubblicazione periodica che sia organo di partiti o di
movimenti politici, viene subordinata alla contemporanea nomina di un
vicedirettore già iscritto nel predetto elenco.

 

L'accoglimento della rimessione (emessa il 4 febbraio 1963)
provocherebbe l'illegittimità del provvedimento di revoca della
registrazione, la sua disapplicazione e la conseguente assoluzione
dell'imputato. La condizione posta dal pretore riguarda il rispetto del
principio costituzionale di uguaglianza. L'art.47, comma 3, della Legge
n.69/1963, metterebbe le persone meno abbienti in uno stato di
inferiorità tale da imporre perfino la rinuncia a dar vita allo
stampato. Inoltre si violerebbe anche l'art.21Cost., perché di fatto,
anche in considerazione della difficoltà di trovare un giornalista
disposto a correre il rischio di una campagna di critica, si impedisce
ad un soggetto di far valere il proprio diritto alla libera
manifestazione e diffusione del proprio pensiero.

 

Il giudice a quo così conclude: "(…) Non manifestamente infondata è
la denunzia del citato art.47, in quanto questo impone, anche se ai
fini di tutela costituzionale dell'attività dei giornalisti
professionisti, delle limitazioni ad una determinata categoria di
periodici". In risposta, la Corte Costituzionale – richiamandosi alla
precedenti pronunce del 1968 - pone una serie di distinzioni: “(…)
Giova ricordare che nella sentenza n. 98 del 1968, in sede di
valutazione della legittimità dell’obbligo di nominare il direttore ed
il vicedirettore responsabile dei comuni quotidiani e periodici fra gli
iscritti all’albo, la Corte affermò che la funzione dell’Ordine, già
nella precedente decisione n.11 riconosciuta positivamente apprezzabile
proprio sul piano dell’art.21 della Costituzione, sarebbe frustrata ove
i poteri direttivi di un giornale potessero essere affidati ad un
soggetto non iscritto in uno degli elenchi dei pubblicisti o dei
professionisti.(… ) E’ di particolare importanza che la questione –
allora concernente l’art.46 della legge – venne esaminata non solo con
riferimento alla libertà del giornalista , ma anche sotto il diverso
profilo della libertà di chi voglia dar vita ad un giornale”. La corte poi specifica:
“(…) L’obbligo della registrazione e la preventiva nomina di un
vicedirettore responsabile riguardano esclusivamente i giornali
quotidiani e periodici (l.8 febbraio 1948, n.47), sicché la legge non
pone ostacolo alcuno a che il soggetto manifesti il proprio pensiero
con singoli stampati o con numeri unici”. Andando nello specifico
del caso sottoposto al loro esame, i giudici costituzionali
sottolineano che non hanno alcun rilievo il contenuto ideologico e le
finalità di critica e di denuncia che il soggetto si propone di
perseguire.

 

Tutto si riduce al controllo delle giustificazioni costituzionali
nel caso in cui direttore ed editore di uno dei giornali considerati si
identifichino nella stessa persona. Tali giustificazioni, secondo la
corte, non sussistono: “L’esigenza della vigilanza
dell’Ordine sussiste anche quando l’editore assume la direzione del
giornale e, trattandosi di periodico di partito o movimento politico,
acquisti perciò titolo all’iscrizione provvisoria nell’albo. (…)
Essendo in questo caso la sua responsabilità limitata agli obblighi
imposti dalle leggi civili e penali (art. 47, ultimo comma), occorre
che egli sia affiancato da un giornalista che, iscritto negli elenchi
dei professionisti o dei pubblicisti, risponda disciplinarmente “per
eventuali comportamenti lesivi della dignità  sua e dei giornalisti che
da lui dipendono (sent. N.98 del 1968)”. La concentrazione della
direzione e del potere editoriale nelle mani di un solo soggetto non
vale ad escludere il potere di vigilanza dell'ordine, chiamato a
tutelare i diritti dei singoli giornalisti e del principio sancito
dall’art.21Cost.

 

La corte dichiara dunque non fondata la questione di legittimità
costituzionale dell'art.47, comma 3 della Legge 3 febbraio 1963 n.69
sull'"ordinamento della professione di giornalista", sollevata
dall'ordinanza indicata in riferimento agli articoli 3 e 21 della
Costituzione.[19]

 

 

 

1. 7. Le critiche della dottrina. La libertà di diffusione del pensiero e l'ordine dei giornalisti.

 

 

 

Abbiamo dunque visto la pronuncia motivata della Corte
Costituzionale. Una pronuncia che segue di pochi anni la sentenza più
importante, la n.11/1968. Quella del 1971 è una conferma. Si tratta di
un pronunciamento che, in pratica, sostiene la difesa dell'ordine:
organizzazione chiamata a garantire il rispetto dei diritti dei singoli
cronisti iscritti, ma anche dei direttori. Secondo la corte, anche per
questi ultimi, è necessaria l'iscrizione agli albi.

 

La posizione presa dalla consulta viene duramente criticata da una parte della dottrina,[20]
secondo la quale quella della Corte Costituzionale sarebbe,
semplicemente, una difesa della propria giurisprudenza. "Il problema
dei direttori-editori di organi di stampa ideologico-politici non è che
un aspetto di quello della direzione in generale, la cui riserva agli
iscritti all'albo è giustificata dalle medesime ragioni che
giustificano, secondo la corte, l'istituzione dell'ordine.[21]
L'ordine non riveste un ruolo fondamentale nella difesa della
categoria". Perché - ci si chiede - la corte, nel caso specifico,
ritiene necessario che il direttore sia iscritto all'albo dei
pubblicisti e sia affiancato da un giornalista professionista? "(…)
Innanzitutto l'ordine non è in grado di esercitare alcun potere
giuridico a tutela del direttore e dei giornalisti nei confronti del
contrapposto potere economico dei datori di lavoro, che ne mettesse a
rischio la libertà, per la decisiva ragione che i datori di lavoro non
fanno parte dell'ordine. E quindi non sono sottoposti al potere
disciplinare dello stesso".

 

Un'altra questione affrontata è quella riguardante il potere
disciplinare dell'ordine nei confronti del direttore che, come
sappiamo, può essere un giornalista professionista oppure un
pubblicista. "I poteri di vigilanza e di controllo di cui dispone
l'ordine nei confronti dei pubblicisti sono infatti meno penetranti di
quelli che può invece esercitare sui professionisti. (…) I pubblicisti,
ad esempio, non possono subire il provvedimento di sospensione
dall'esercizio professionale (art.54 l. n.69). La direzione del
periodico dovrebbe essere estesa a tutti".[22]
L'autore del commento alla sentenza della corte critica così le
conclusioni alle quali i giudici sono arrivati parlando della direzione
degli organi di stampa. "La direzione responsabile rappresenta
l'intersezione del giornalismo con la libertà di diffusione del
pensiero. Se, da un lato, la legge sulla stampa richiede, fra le altre
condizioni per la registrazione e per la pubblicazione di un giornale o
periodico, l'iscrizione all'albo dei giornalisti del direttore
responsabile (art.5, comma 2, n.3 l.n.47\1948),[23]
dall'altro lato la legge sull'ordine professionale riserva la direzione
ai soli giornalisti professionisti e pubblicisti (art. 46, con le
eccezioni previste dagli artt. 28 e 47 l. n.69[24]).
È inesatto sostenere che la Legge n.69 disciplina solo una forma di
esercizio della professione giornalistica. Essa, in realtà, disciplina
la disponibilità del giornale come mezzo di diffusione del pensiero, in
quanto - prima del libero uso - ne condiziona la nascita e la vita". Ma
l'autore citato cerca di individuare anche i lati positivi
dell'orientamento giurisprudenziale. Si richiama così la sentenza
n.98/1968, il cui pregio consisterebbe "nell'avere esteso ai
pubblicisti (categoria più ampia e di meno difficile accesso) la
possibilità di dirigere i quotidiani nonché i periodici e le agenzie di
stampa a diffusione nazionale"[25].
Così Mezzanotte, il quale fa notare che ne sarebbe dovuta derivare
l'eliminazione della distinzione fra professionista e pubblicista anche
agli altri livelli di esercizio dell'attività giornalistica. "Che se
invece la corte ha inteso mantenerla, la liberalizzazione dell'accesso
della professione ai pubblicisti contrasta con il principio di
uguaglianza (art.3Cost)". Gorlero è incline a ravvisare il difetto più
grave nell'aver contenuto l'impiego di quello strumento teorico entro
l'apertura ai pubblicisti delle porte della direzione quando, per sua
stessa logica, avrebbe potuto estendersi a giustificare l'accesso di
tutti alla direzione di un periodico. Per l'autore, la corte – dopo
avere affermato, nella sentenza n.11/1968, che la libertà di
manifestazione del pensiero attraverso la stampa era garantita a tutti
per il fatto che il soggetto comune poteva collaborare ai giornali,
oltre che occasionalmente, anche in modo non occasionale e retribuito
(secondo l'interpretazione data all'art.35 della Legge n.69) ed avere
ammesso, nella sentenza n.98, che, oltre ai giornalisti professionisti,
anche i pubblicisti, i quali esercitano la professione in modo non
occasionale e retribuito (art.1, comma 3, l. n.69) potevano assumere
anche la direzione dei giornali quotidiani e dei periodici e delle
agenzie di stampa a diffusione nazionale – non aveva alcuna ragione, da
un punto di vista logico giuridico e da un punto di vista razionale, di
escludere dall'esercizio della direzione il soggetto comune. "(…)Pur
mantenendo fermi i risultati conseguiti nella sentenza n.98/1968, la
corte ci riporta alle linee di metodo della n.11/1968, rinnovando la
validità della distinzione fra giornalismo e libertà di manifestazione
del pensiero attraverso la stampa, che credevamo definitivamente
superata".[26]
L'autore, analizzando le varie sentenze della Corte Costituzionale e,
in particolare, la sentenza n. 2/1971, arriva – implicitamente – a
mettere in discussione la legittimità dell'ordine dei giornalisti: "(…)
Tutto questo mi pare legittimi la conclusione che la libertà di
diffusione del pensiero attraverso la stampa sia garantita solo agli
iscritti all'albo".[27]
La corte insomma non avrebbe dato sufficienti garanzie al comune
cittadino, che vedrebbe violati gli articoli 3 e 21 della Costituzione:
"Tutti (professionisti, pubblicisti e soggetti comuni) hanno il diritto
di diffondere le proprie e le altrui idee con stampati e numeri unici,
vale a dire con strumenti di diffusione propri, ma non periodici.
Perché, quando si tratti di dar vita ad un organo di stampa periodica,
tale libertà trova un limite nelle esigenze di tutela degli operatori
subordinati dell'informazione, tutela che si realizza attraverso la
nomina di un direttore o vicedirettore iscritto all'albo. Nei riguardi
del soggetto comune ciò significa che le ragioni di garanzia non solo
limitano la sua libertà di diffusione, ma prevalgono fino ad annullarla
del tutto, in quanto lo strumento di quella garanzia (e cioè la nomina
di quell’iscritto all’albo) gli è imposto fin dal momento della
costituzione del mezzo".

 

 Siamo di fronte ad una critica diretta della Legge n.69/1963 che,
secondo l'autore, da un lato, nega al soggetto comune la libertà di
creare e dirigere un organo di stampa periodica; dall'altro lato
condiziona al regime privatistico delle imprese editoriali
l'acquisizione del titolo di giornalista (professionista o
pubblicista), dal cui possesso dipende l'esercizio di quella libertà.
L'attacco all'ordine e, in particolare, alle sentenze della Corte
Costituzionale che ne sostengono la necessità, si conclude così: "È
lecito sperare che il seme del dubbio induca la corte a rivedere la sua
giurisprudenza in materia di direzione responsabile della stampa
periodica",[28]
di modo che, chi voglia diffondere periodicamente il proprio o l'altrui
pensiero attraverso la stampa, possa congedare dalla propria mensa il
direttore o vicedirettore responsabile (iscritto all'albo), definiti
"convitati di pietra".

 

1. 8. L'ordine non è il sindacato dei giornalisti.

Quale è la funzione dell'ordine dei giornalisti? La Corte
Costituzionale ha avuto modo di esprimersi in proposito. L'ordine, è
stato detto, deve garantire la libertà di manifestazione del pensiero
del singolo giornalista e, attraverso questa, la libertà della stampa
periodica. L'ordine è chiamato a tutelare la personalità del
professionista. Anche se negli ultimi tempi si è registrato un
avvicinamento del sindacato di categoria alle posizioni dell'ordine, si
può parlare di "vivace dialettica" fra i due organismi. È stato fatto
notare[29]
che l'ordine non può esercitare poteri di tutela nei confronti degli
editori e che, comunque, tale tutela non si può realizzare che nel
rispetto dell'ambito segnato del potere di direzione e controllo
esercitato dall'imprenditore, al quale sarebbero condizionate le
libertà di informazione e di critica del giornalista.[30]

 

Detto questo, i fini assegnati all'ordine sembrano comunque presentarsi come fini di un'associazione sindacale.[31]
Ma è costituzionalmente ammissibile un ordine professionale di
lavoratori subordinati che persegua finalità di natura sostanzialmente
sindacale? Già l'esistenza di ordini professionali di lavoratori
subordinati è, secondo alcuni,[32]
insostenibile, in ragione del fatto che l'ordine non ha nulla a che
spartire con il lavoro dipendente, ma semmai con il lavoro autonomo.[33]
Quando poi l'ordine si propone anche dei compiti prettamente sindacali,
si arriva ad evidenziare la violazione della libertà di associazione
del giornalista.[34]
Il lavoratore subordinato, iscritto all'ordine così come prescrive la
normativa professionale n.69, pur potendosi liberamente associare in
sindacati, per la parte dei fini dell'ordine che si sovrappongono a
quelli dell'organizzazione sindacale di categoria vedrà prevalere la
tutela dell'ordine a quella del sindacato. Ammesso tutto ciò,
l'istituzione di un ordine dei giornalisti sembrerebbe contrastare con
il principio costituzionale della libertà di associazione (art.18Cost.).[35]In
realtà il problema della costituzionalità dell'obbligo di unirsi in
ordini professionali dipende dai compiti che le leggi ordinarie
attribuiscono a tali organizzazioni. E se gli ordini rischiano di
sconfinare nel terreno di attività dei sindacati, è pur vero che le
stesse organizzazioni di categoria hanno espanso le proprie funzioni. A
partire dai primi anni 70, i sindacati sono stati ammessi anche alla
tutela della professionalità del lavoratore giornalista e la qualità
della sua attività professionale nel rapporto di lavoro. Questa
evoluzione, che in un primo tempo ha interessato i lavoratori
subordinati operai, ha poi investito anche i "professionisti
impiegati". Al contrario le leggi sugli ordini professionali
attribuiscono la tutela di alcuni di questi aspetti agli ordini stessi,
"realizzando così un'incostituzionale limitazione dei diritti
sindacali".[36]
C'è da dire però che, al di là del fatto che i due organismi spesso
vanno oltre il confine di competenza, esiste una differenza
fondamentale fra i due: se è vero che il sindacato ha modo di entrare
nelle redazioni dei giornali italiani, facendo i necessari controlli
circa il rispetto del ruolo e della personalità del dipendente, è
altresì vero che solo l'ordine è detentore del potere disciplinare.
Solo questo organismo può effettuare i controlli sul rispetto della
deontologia professionale del singolo cronista iscritto all'albo e solo
quest'organismo può verificare che sul dipendente non vengano
esercitate pressioni così forti da mettere in pericolo la dignità
professionale dello stesso.

 

L'iscrizione obbligatoria all'albo tenuto dall'ordine, come abbiamo
visto, da alcuni esponenti della dottrina è considerata una violazione
del principio di uguaglianza e del principio di libera associazione.

 

Nell'ottica degli esponenti della categoria, la questione è mal
posta, in quanto l'ordine è un'istituzione di tutela, ma anche di
controllo degli iscritti. Senza un'iscrizione formale all'albo, il
soggetto dedito all'attività giornalistica quotidiana (alla scrittura
professionale), sarebbe completamente svincolato. Senza un ordine che
controlla, verrebbe meno la soggezione del lavoratore ad un potere
disciplinare considerato indispensabile per la difesa del diritto ad
informare e ad essere informati correttamente.[37]
Tutt'altro ruolo ha invece il sindacato. Infatti al sindacato il
giornalista può scegliere di iscriversi o meno, perché l'organizzazione
dei lavoratori ha proprio (solamente) lo scopo di difendere i suoi
iscritti. Da questo punto di vista gli attacchi alla legittimità
dell'ordine sono ingiustificati poiché, in origine, sono caratterizzati
da un vizio: l'ordine dei giornalisti non è un sindacato obbligatorio,
ma un istituto con un doppio compito, cioè la tutela e il controllo
degli iscritti.[38]

 

 

1. 9. Il ruolo moderno dell'ordine. La definizione del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Sicilia.

 

 

 

Gli ordini, enti pubblici, hanno la specifica competenza della tenuta
dell'albo, dei giudizi disciplinari, della proposta della tariffa
professionale nonché della liquidazione dell'onorario. Queste funzioni
sono assegnate a tutela non degli interessi della categoria
professionale ma della collettività nei confronti dei professionisti.
Ed è questo il principio più importante, fissato nella sentenza n.
254/1999 del consiglio di giustizia amministrativa per la regione
siciliana[39]
(magistratura equiparata al Consiglio di Stato). Secondo il Consiglio
della Giustizia amministrativa della regione siciliana gli ordini, non
devono tutelare gli interessi della categoria, ma quelli dei clienti
dei professionisti. Un punto, questo, che traccia un divario enorme fra
l'ordine e il sindacato di categoria[40].

 

"Le specifiche competenze della tenuta dell'albo, dei giudizi
disciplinari, della redazione e della proposta della tariffa
professionale nonché della liquidazione dei compensi - scrive il
Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia - sono
assegnate dalla legge agli ordini essenzialmente per la tutela della
collettività nei confronti degli esercenti la professione (la quale
giustifica l'obbligo dell'appartenenza all'ordine) e non già per una
tutela degli interessi della categoria professionale che farebbe degli
ordini un'abnorme figura d'associazione obbligatoria, munita di potestà
pubblica, per la difesa di interessi privati settoriali". Un concetto,
questo, che prefigura un ruolo moderno degli ordini non più intesi come
corporazione ma come enti pubblici che concorrono ad attuare valori e
finalità propri della Costituzione repubblicana.

 

 

 


[1]  In questo senso cfr. A. Viali e G. Faustini, La professioni di giornalista, Roma, CDG, 1992, p. 28.

[2]  Cfr. A. Viali e G.  Faustini, op. cit., p. 33.

[3]
Cfr. Odg Lombardia, Libertà di stampa e tutela dell'informazione (…)
alla luce della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, in <http://www.odg.mi.it/ue_stamp.htm>, 2001.

[4] Cfr. Direttiva 2000\31\CE del Parlamento Europeo e del Consiglio dell'8 giugno 2000, in Gazz. Uff., 21 settembre 2000, n. 73.

[5]
Per un'accurata ricostruzione storica del processo istitutivo della
Federazione della stampa italiana, cfr. A. Viali e G. Faustini, op.
cit., p. 21 ss.

[6] Cfr. R.D. 26 febbraio 1928, n. 384, N. 815, in Gazz. Uff.,
13 marzo n.61, Norme per la istituzione dell'albo professionale dei
giornalisti, art. 1: “Per esercitare la professione di giornalista  nei
periodici del regno e delle colonie è necessaria l'iscrizione nell'albo
professionale”.

[7] Cfr. A. Viali e G. Faustini, op. cit., p. 341 ss. 

 

[8] Cfr. Cass. civ. 14 ottobre 1998, sez. I, n. 10135.

[9] Cfr. Corte cost. 23 marzo 1968, n. 11, in Giur. Cost., 1968, p. 311 con note di E. Cheli, In tema di legittimità costituzionale dell'Ordine e dell'albo dei giornalisti, ivi, p. 318 ss.

[10] Cfr. A. Viali e G. Faustini, op. cit., p. 167.

[11] Cfr. A. Viali e G. Faustini, op. cit., p. 170.

[12]
Cfr. Cass. civ. 9 luglio 1991, n.7453. Per un'accurata ricostruzione
della questione, cfr. Mass. Foro Italiano 1991: “La fissazione di norme
interne individuatrici di comportamenti contrari al decoro
professionale, ancorché non integranti abusi o mancanze, configura
legittimo esercizio dei poteri affidati agli ordini professionali, con
la consequenziale irrogabilità - in caso di inosservanza - di sanzione
disciplinare (nella specie, si trattava  dell'art. 35 del testo
unificato delle norme di deontologia per gli architetti, in relazione
al quale un iscritto all'albo era stato, senza esito, invitato a
rinunciare a far parte di commissione edilizia comunale)”. Conferma
Cons. naz. ord. Ingegneri , 16 novembre 1988.

[13] Cfr. Corte cost, 10 luglio 1968, n.98, in Giur. Cost. 1968 (II), p.1554.

[14] Cfr. Tribunale di Vibo Valentia, ordinanza del 28 novembre 1967, iscritta al n.279 del Registro delle Ordinanze del 1967, in Gazz. Uff. n.50 del 24 febbraio 1968.

[15]
In particolare, la Corte Costituzionale 1) dichiara la illegittimità
costituzionale del primo comma dell’art. 46 della Legge 3 febbraio 1963
n.69, sull'ordinamento della professione di giornalista, limitatamente
alla parte in cui esclude che il direttore e il vicedirettore
responsabile di un giornale quotidiano o di un periodico o di
un'agenzia di stampa di cui al primo comma dell’art. 34 possa essere
iscritto nell'elenco dei pubblicisti; 2) in applicazione dell'art. 27
della legge 11 marzo 1953 n.87, dichiara l'illegittimità costituzionale
dell'art. 47, comma terzo della citata legge, nella parte in cui,
nell'ipotesi prevista dal primo comma, esclude che possa essere
nominato vicedirettore del quotidiano un giornalista iscritto
nell'elenco dei pubblicisti ed esclude che possa essere nominato
vicedirettore del periodico un giornalista iscritto nell'elenco dei
professionisti; 3) dichiara manifestamente infondata la questione di
legittimità costituzionale degli artt.29, 34 e 35 della citata legge,
sollevata in riferimento all'art. 21Cost.; 4) dichiara non fondata la
questione di legittimità costituzionale dell'art. 5, comma secondo n.3,
della Legge 8 febbraio 1948 n.47, contenente disposizioni sulla stampa,
sollevata in riferimento all'art. 21 Cost.

 

[16] Cfr. C. Mezzanotte, Libertà di manifestazione del pensiero e Ordine dei giornalisti, in Giur. Cost., 13, 1968, (II) p. 1561.

[17] Cfr. C. Mezzanotte , op.cit. in Giur. Cost., 13, 1968, (II) p. 1561.

[18] Cfr. Corte cost. 20 gennaio 1971, n.2, in Giur. Cost. 1971 (I), p. 10.

[19]
Ci sembrano particolarmente importanti, in questo caso, le ragioni
esposte dall'Avvocatura dello Stato, cfr. quanto sostenuto in Giur. Cost.
1971, I, p.16. “(…) la questione non è fondata. La difesa dello Stato
si riporta ai principi affermati nelle sentenze n.11 e 98 ed osserva
che il cittadino, il quale voglia esprimere le sue idee a mezzo della
stampa, può liberamente collaborare con un periodico edito da altri o
pubblicare una monografia da lui stesso edita; che se invece vorrà dar
vita ad uno stampato periodico, egli eserciterà questo diritto non come
soggetto comune, sibbene come soggetto professionalmente qualificato, e
per questo caso ricorrono tutte le ragioni che la Corte già ritenne
idonee a giustificare la necessità dell'ausilio di un pubblicista. (…)
la situazione di chi vuole esprimere il proprio pensiero collaborando
ad un giornale esistente è obiettivamente diversa da quella di chi vuol
farsi editore di un periodico; nel secondo caso gli sforzi finanziari
sono nella natura delle cose; la imposizione dell'onere dell'ausilio di
un pubblicista è imprescindibile in relazione all'attività di chi si
tratta, in base ad un apprezzamento discrezionale del legislatore che,
secondo la costante interpretazione dell'art. 3 Cost., deve essere
riconosciuto pienamente legittimo”.

[20] Cfr. M.P. Gorlero, Libertà
di diffusione del pensiero e direzione della stampa periodica (A
proposito del caso del direttore editore di un periodico
ideologico-politico), in Giur. Cost., 16, 1971, (II) p. 11.

[21] Cfr. M. P. Gorlero, op.ult. cit.

[22] In questo senso cfr. anche F. LEVI, In margine alla libertà, in Giur. Cost.,
13, 1968, (II) p. 1517 ss., il quale aggiunge che “sarebbe stato
necessario – ma probabilmente incostituzionale – che la legge
prevedesse il divieto di ogni forma di collaborazione con organi di
stampa”.

[23] Cfr. Legge 8 febbraio 1948, n. 47, in Gazz.Uff.,
20 febbraio, n. 43. Disposizioni sulla stampa, art. 5, comma 2: “Per la
registrazione occorre che sia depositato nella cancelleria un documento
da cui risulti l'iscrizione nell'albo dei giornalisti, nei casi in cui
questa sia richiesta dalle leggi sull'ordinamento professionale”.

[24] Cfr. Legge 3 febbraio 1963, n. 69, in Gazz Uff.,
20 febbraio, n. 49, Ordinamento della professione di giornalista, art.
28: “All'albo dei giornalisti sono ammessi  gli elenchi dei giornalisti
di nazionalità straniera che, pur non esercitando l'attività
giornalistica, assumono la qualifica di direttori responsabili di
periodici e di riviste a carattere tecnico, professionale o
scientifico, esclusi quelli sportivi e cinematografici. Quando si
controverta  sulla natura della pubblicazione, decide irrevocabilmente,
su ricorso dell'interessato, il Consiglio nazionale dell'Ordine”.

[25] In questo senso cfr. m.p. Gorlero, Giornalismo e Costituzione, Padova, Cedam, 1988, p.234 ss.

[26] Cfr. M.P. Gorlero, op. cit. in Giur. Cost., 16, 1971, (II) p. 11.

[27]
Per un'analisi sistematica delle ragioni contrapposte alle sentenze
della Corte Costituzionale circa l'ordine dei giornalisti, di carattere
generale e di carattere specifico, si vedano Fois, voce Giornalisti, in Encicl. Dir., XVIII, Giuffrè, Milano 1969, p.706 ss. e Pedrazza Gorlero, Libertà di stampa e Ordine dei giornalisti, in Giur. Cost., 1969, p.1506 ss.

[28] Cfr. M. P .Gorlero, op.cit. in Giur. Cost., 13, 1968, (II) p. 1561.

[29] Cfr. S. Merlini, Ordine dei giornalisti. Contrattazione collettiva, libertà e dignità professionale dei lavoratori nell'azienda giornalistica, in La stampa quotidiana tra crisi e riforma, a cura di P.Barile e E.Cheli, Il Mulino, Bologna, 1976, p.360 ss.

[30] Cfr. m. p. gorlero, op.cit. p.250 ss. e cfr. anche F. LEVI, In margine alla libertà, in Giur. Cost.,
13, 1968, (II) p. 1517 ss. Secondo Gorlero l'Ordine non è completamente
impotente nei confronti del direttore della pubblicazione. Questi, a
differenza dell'editore, è iscritto all'albo dei giornalisti e
sottoposto quindi al potere disciplinare dell'Ordine. Così sarà
possibile accertare se il direttore di un periodico abbia esercitato i
suoi poteri di controllo al fine di impedire la commissione di reati
(secondo quanto stabilisce la legge: art. 57 n.1 c.p. e art. 1 l. 4
marzo 1958, n.127) o di dare attuazione all'indirizzo informativo, ciò
che non si può considerare arbitraria limitazione della libertà di
informazione e di critica del giornalista, oppure se li abbia
esercitati legittimamente, attentando alla dignità professionale di
giornalisti suoi colleghi, nel qual caso l'Ordine, che quella dignità è
chiamato a tutelare, potrà colpirlo con i suoi provvedimenti
disciplinari.

[31] Cfr. E. CHELI, op.cit. in Giur. Cost., 13, 1968, (II) p. 318 ss.

[32] Cfr. E. CHELI, op. ult. cit.

[33] Cfr. Cost. Rep. it., art.41, comma 2.

[34] In questo senso cfr. m.p. Gorlero, Giornalismo e Costituzione, Padova,
Cedam, 1988, p.179 ss. : “Il lavoratore subordinato gode, anche a
livello delle garanzie costituzionali, di un regime giuridico
differenziato da quello proprio del lavoratore autonomo o
dell'imprenditore”.

[35] Cfr. C. Mezzanotte , op.cit. in Giur. Cost.,
13, 1968, (II) p. 1561 ss.: “L'obbligo di appartenenza all'Ordine
sarebbe in contrasto con la libertà negativa di associazione non
giustificabile ex art. 41 Cost.”.

[36] Cfr. P. Barile e E. Cheli, La stampa quotidiana fra crisi e riforma, Il Mulino, Bologna, 1976, p.360.

[37] Cfr. A Berti, L. Azzarita, A. Pandiscia, A. Viali, L'Ordine dei giornalisti, Studi e dibattiti sul giornalismo, CDG, Roma, 1974, P. 35.

[38] Cfr. C. Bovio, Diritto Informazione, Studiare da giornalista, Vol.2, Ordine dei giornalisti - Consiglio nazionale, Roma, 1995, p.699 ss.

[39] Cfr. Cons. Giust. Amm. Sic., 14 giugno 1999, n. 254 in Cons. Stato, 1999, I, p. 1034. In Rep. gen. giur. italiana,1999,
col. 3372, n. 225 “Gli Ordini e i Collegi professionali sono enti
pubblici che, per le professioni per l'esercizio delle quali occorre
una speciale abilitazione dello Stato, secondo le speciali disposizioni
degli artt.2229 e 2233 c.c. e secondo le varie leggi istitutive dei
singoli ordini, hanno le specifiche competenze della tenuta degli albi,
dell'esercizio della funzione disciplinare, nonché della redazione e
proposta delle tariffe  e della liquidazione dei compensi a richiesta
del professionista o del privato; pertanto, tali funzioni devono
considerarsi conferite a tutela della collettività nei confronti degli
esercenti la professione e non già a tutela degli interessi della
categoria professionale”.

[40] Cfr. supra 1.8.

 

 

Capitolo II

 

CRITICHE ALL'ORDINE DEI GIORNALISTI, FRA PROPOSTE DI RIFORMA E DI ABROGAZIONE DELLA LEGGE PROFESSIONALE

 

 

 

2.1 Albo: strumento inutile per una categoria atipica?

 

 

 

A fronte del chiaro orientamento della giurisprudenza, le critiche
alla legittimità dell'ordine non sono cessate. Gli attacchi
all'organismo di tutela riguardano anche altre questioni. Cuomo[1]
insiste, in particolare, sulle differenze fra il giornalismo e le altre
libere professioni. Una regolamentazione professionale dell'attività
giornalistica – dice – rischia di essere dannosa ed inutile, visto che
si sta parlando di un lavoro subordinato, non autonomo. L'iscrizione
obbligatoria dunque non avrebbe senso. Citando Luigi Einaudi, gli
oppositori dell'ordine dicono: "Giornalisti si diventa a condizione di
essere tali. L'albo è un comico non senso se per mezzo di esso si
presume di dare un giudizio sulla attitudine tecnica, sulla capacità di
esercitare l'arte, sulla durata più o meno lunga del tirocinio
prestato".[2]

 

L'imposizione della iscrizione ad albi professionali, secondo i
critici, sarebbe giustificata solo per le professioni intellettuali,
caratterizzate dall'autonomia del lavoro. Principi che, secondo questa
teoria, si attaglierebbero perfettamente ad avvocati, notai, ingegneri,
medici ecc.[3]
La dottrina maggioritaria e la giurisprudenza costituzionale sono di
parere decisamente diverso. Si fa così notare che gli ordinamenti
comprendono non soltanto i professionisti indipendenti, ma anche i
cosiddetti professionisti impiegati,[4]
per cui non si scorge - almeno negli articoli 4 e 21 della Costituzione
– il motivo per cui non dovrebbero essere istituiti ordinamenti
professionali che disciplinino attività inserite in un rapporto di
lavoro subordinato. Anche i medici, per esempio, possono essere
lavoratori dipendenti. Si pensi, ad esempio, ai medici ospedalieri, ai
medici di fabbrica e così via. Sembra allora passare in secondo piano
la forma con la quale viene prestato il lavoro. Assume importanza,
invece, la natura del lavoro stesso. Quando l'attività professionale
investe preminenti interessi pubblici (e la funzione informativa e
formativa affidata ai giornalisti può essere accostata, per certi
versi, al servizio offerto dai medici), quando vi sono interessi
pubblici da difendere (pensiamo all'interesse all'obiettività e
all'onestà dell'informazione) è legittima la creazione di un ordine
professionale.[5] A non molti anni dall'approvazione della legge istitutiva dell'ordine[6], il problema viene affrontato dalla commissione parlamentare d'indagine sulla stampa quotidiana in Italia.

Illuminante, per quanto riguarda la posizione dell'ordine, è il
pensiero dell'allora segretario nazionale, Orlando Scarlata: "Guardando
la questione dal punto di vista giuridico, va detto che il problema si
può porre per tutti gli ordini professionali perché, nel mondo attuale,
anche per le altre professioni libere, come quelle dei medici o degli
avvocati, si va instaurando un rapporto sempre più di dipendenza anche
con enti pubblici. Vi è, in realtà, una evoluzione del concetto e per
"libera professione" non si intende quella di un tempo".

Scarlata va oltre e sottolinea che l'albo ha diritto ad esistere
visto che, comunque, non tutti i giornalisti sono lavoratori
subalterni: "È vero che esiste un contratto nazionale per la categoria,
ma in seno al contratto vi sono diverse categorie di rapporti: uno
riguardante i redattori a tutti gli effetti con vincolo esclusivo,
quindi vi è il collaboratore fisso, quello saltuario, il collaboratore
di periodici e il pubblicista (…)"[7].

Si pone poi l'accento sulla atipicità della professione,
un'atipicità che dovrebbe, in qualche modo giustificare, l'appartenenza
della professione giornalistica a quelle di tipo intellettuale, le
cosiddette "libere professioni". E così si vuole giustificare
l'esistenza di un albo obbligatorio. "Il rapporto di lavoro
giornalistico manca di quell'elemento fondamentale della stabilità, che
invece è caratteristica del lavoro subordinato comunemente inteso.
Stando così le cose non ci sembra di poter condividere l'accusa di
mostruosità giuridica rivolta all'ordine (…)".[8]

L'ordine dei giornalisti non rappresenta dunque un'anomalia nel
sistema dell'informazione, anche se non tutti la pensano in questo
modo, tanto che –come sappiamo- nel 1997, si arriva al referendum
abrogativo della legge n.69. L'ufficio centrale per il referendum,
presso la Corte di Cassazione, verifica la regolarità formale del
quesito: "Non sussistono ragioni ostative riconducibili all'art.75
della Costituzione e alla relativa elaborazione della giurisprudenza"[9].
Agli elettori la domanda viene posta in questi termini: "Volete che sia
abrogata la Legge 3 febbraio 1963, n.69, nel testo risultante dalle
modificazioni apportate dalle Leggi 20 ottobre 1964 n.1039[10], e 10 giugno 1969 n.308[11] e dalle sentenze della Corte Costituzionale n.11 e n.98 del 1968, recante "Ordinamento della professione di giornalista?".

In precedenza, abbiamo visto che la Corte Costituzionale, in sede di
giudizio di legittimità, si è occupata di alcune norme della contestata
normativa. In quei casi (sentenze n. 11 del 1968 e n. 71 del 1991) i
giudici, chiamati a verificare l'esistenza di un contrasto fra la Legge
n.69 e l'art.21 della Costituzione, hanno affermato che - avendo
l'ordine "il compito di salvaguardare, erga omnes e
nei riguardi dell'intera comunità, la dignità professionale e la
libertà di informazione e di critica dei propri iscritti - il fatto che
i giornalisti si uniscano in una tale organizzazione non comporta
violazione del diritto ad una corretta informazione". La Corte
Costituzionale ha escluso che l'esistenza dell'ordine calpesti, in
qualche modo, la Carta fondamentale.

Accertato ciò, si deve sottolineare che questo non significa
necessariamente che l'esistenza di tale ordine debba ritenersi
obbligatoria. Le richieste dei comitati per l'abrogazione dell'ordine
dei giornalisti sono dunque legittime. L'abrogazione di una legge
tramite referendum popolare è inammissibile solo quando tende ad
abrogare norme di contenuto costituzionalmente vincolante (sentenza
n.16 del 1978).[12]
Una violazione di principi pare doversi escludere nel caso in esame.
Rientra infatti nella discrezionalità del legislatore stabilire quali
sono le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è
opportuna l'istituzione di ordini o collegi e la necessaria iscrizione
in appositi albi o elenchi (art.2229 c.c.). In particolare, per quanto
riguarda l'interesse della collettività (a cui si fa riferimento nelle
sentenze n.71 del 1991 e n.11 del 1968) la presenza nella normativa di
regole sulla deontologia dei giornalisti, non è sufficiente per far
ritenere che l'ordinamento della professione sia essenziale alla tutela
di un diritto costituzionale.[13]
Siamo dunque in presenza di una disciplina che non ha contenuto
costituzionalmente vincolato. Ciò significa che, periodicamente, la
legge che promuove l'ordine dei giornalisti può essere sottoposta al
vaglio degli elettori, tramite il meccanismo del referendum abrogativo.

Il 30 gennaio 1997 la Corte Costituzionale dichiara ammissibile la
richiesta di referendum. Referendum a cui, 5 mesi dopo, parteciperà
solamente il 29% degli elettori, mettendo al sicuro la legge
professionale.[14]

 

 

2. 2. Carattere democratico dell’ordine dei giornalisti.

 

 

 

Questione di grande rilievo, sottoposta al vaglio della Corte
Costituzionale, è quella riguardante i poteri disciplinari dell'ordine.[15]
Ci si chiede se la libertà degli iscritti sia messa in pericolo dai
poteri disciplinari conferiti ai consigli (regionali e nazionale)
dell'ordine. La giurisprudenza costituzionale ritiene di no. Anzi il
carattere democratico dei consigli rappresenterebbe una garanzia
istituzionale.

Le cose erano ben diverse quando era in vigore la precedente
normativa (D. L. Lgt.23 ottobre 1944, n.302), in base alla quale la
tenuta degli albi e la disciplina degli iscritti erano affidate ad un
organo di nomina governativa.[16]
La Legge n.69/1963, come abbiamo già accennato, porta una grande
innovazione proprio perché permette il ricorso al consiglio nazionale
ed il successivo esperimento dell'azione giudiziaria nei vari gradi di
giurisdizione.

Con la sentenza n.505\1995,[17]
la consulta ha portato alla trasformazione dei consigli dell'ordine dei
giornalisti in veri e propri giudici amministrativi. In questa
occasione la corte dichiara non fondata la questione di legittimità
dell'art.56, secondo comma, della legge istitutiva dell'ordine. Il
consiglio, assunte sommarie informazioni, contesta all'incolpato, a
mezzo di lettera raccomandata con ricevuta di ritorno, i fatti che gli
vengono addebitati e le eventuali prove raccolte, e gli assegna un
termine non minore di 30 giorni per essere sentito nelle sue discolpe.
L'incolpato ha facoltà di presentare documenti e memorie difensive.
Questo il dettato della legge. Vediamo cosa dichiara la corte: “(…)
devono ritenersi sufficienti la comunicazione dell’inizio del
procedimento e l’invito dell’interessato a comparire. Ma quando
l’istruttoria prosegua in quella sede per l’accertamento dei fatti,
attraverso la raccolta di prove, la norma –pur non prevedendo la
presenza dell’interessato o del suo difensore nel momento
dell’assunzione delle prove a carico- contempla tuttavia per
l’incolpato forme di contraddittorio e di difesa, stabilendo che i
fatti gli siano specificamente addebitati e riconoscendo all'incolpato
stesso un congruo termine, non solo per essere sentito, ma soprattutto
per provvedere alla sua discolpa come previsto dalla norma impugnata.
Affinché tale facoltà possa efficacemente realizzarsi è necessario, sul
piano logico giuridico, che essa comprenda la confutabilità delle
prove  su cui si fondano i pretesi illeciti , previa possibilità di
visione dei verbali e di utilizzo di ogni strumento di difesa, non solo
attraverso memorie illustrative ma anche con la presentazione di muovi
documenti o con la deduzione di altre prove (compresa la richiesta di
sentire testimoni su fatti e circostanze specifiche rilevanti ed
attinenti alle contestazioni), che non possono considerarsi precluse"[18].

 

L'organo disciplinare sarà tenuto a pronunciarsi motivando sulle
richieste probatorie, in modo da rendere possibile, nella successiva
eventuale fase di tutela giurisdizionale, una verifica sulla
completezza e sufficienza della istruttoria disciplinare e sul rispetto
dei princìpi in materia di difesa e partecipazione dell'incolpato.

 

Queste garanzie rispondono ad esigenze minime di ragionevolezza, sia
per la gravità delle conseguenze personali che le sanzioni disciplinari
(ma anche la sola pendenza del procedimento) determinano –già dalla
prima fase della procedura- sui diritti del giornalista, sia per
l'interesse pubblico alla completezza dell'istruttoria, alla
correttezza ed imparzialità del procedimento amministrativo
disciplinare.

 

 

2. 3. Molte proposte di abolizione e di riforma dell'ordine dei giornalisti, senza risultato.

 

 

 

Non in tutte le nazioni europee la professione di giornalista è
disciplinata da una legge. In alcuni paesi, come la Gran Bretagna e la
Germania, non esiste alcuna disposizione legislativa[19].
Invece in altri stati, come la Francia, la qualifica di giornalista è
definita per legge e attiene al principio di "esercizio prevalente
della professione". A Parigi è stata ideata una carta d'identità
professionale, rilasciata da una commissione paritetica, composta da
rappresentanti degli editori e del sindacato. Si tratta di un metodo
organizzativo che alcuni vorrebbero introdurre anche in Italia.[20]

 

Quello italiano è un sistema che viene attentamente osservato nel
resto dell'Unione Europea. Uno studio del 1988, condotto dalla Fij
(Fédération Internationale des Journalistes), mostra che gli ordini[21]
o le corporazioni di giornalisti che esigono l'iscrizione obbligatoria,
sono organizzazioni tipiche dei paesi latini, sconosciute nel mondo
anglosassone.[22]
Solo sette anni fa, questo genere di corporazione era operativo, oltre
che in Italia, in tredici paesi del Centro e del Sud America
(Costarica, Guatemala, Repubblica Dominicana, Panama, Haiti, Honduras,
Messico, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela) e
Madagascar.[23]

 

In Italia, nelle due legislature che hanno preceduto il referendum
abrogativo dell'ordine ( 15 giugno 1997), è stato presentato un numero
notevole di proposte riguardanti la Legge n.69/1963. Si tratta di
proposte di abolizione e di riforma.

 

Il dato che si può rilevare, che emerge da un confronto fra i vari
progetti, è l'impossibilità di tracciare un preciso punto di confine
fra le forze politiche degli opposti schieramenti.

A guidare la crociata contro l'ordine dei giornalisti è il Partito
Radicale. L'iniziativa parlamentare è del 1992, poco dopo le elezioni.
Il disegno ("Proposta di abolizione dell'ordine dei giornalisti ed
istituzione della carta d'identità professionale del giornalista
professionista") viene presentato il 27 aprile.[24]
La proposta, simile ad una presentata nel 1987 da altri parlamentari
radicali, prevede appunto l'istituzione di una carta d'identità
professionale temporanea e rinnovabile. Il documento –si legge nel
disegno di legge- dovrebbe essere rilasciato dal garante per la
radiodiffusione e l'editoria, su richiesta del diretto interessato. Per
fare richiesta di tale carta (non obbligatoria, a differenza della
iscrizione nell'ordine) "è necessario:

1)      avere per occupazione principale, regolare e retribuita,
l'esercizio della professione di giornalista in una pubblicazione
quotidiana o periodica, in una emittente radiofonica o televisiva o in
una agenzia di stampa;

2)       rivolgere richiesta in tal senso all'ufficio del garante
per l'editoria, provando la propria qualità di assunto da almeno un
anno".

Secondo questa proposta, possono richiedere la carta d'identità
professionale anche i giornalisti liberi (free-lance) che, senza essere
al servizio di una data pubblicazione, emittente o agenzia, esercitino
il giornalismo come occupazione regolare e retribuita da almeno un
anno, ricavandone le principali risorse necessarie alla loro esistenza.

Quello voluto dai promotori del referendum è quindi un sistema, in
alcuni aspetti, simile a quello della Francia, dove il tesserino da
professionista (a validità annuale) viene assegnato da una commissione
speciale, composta da rappresentanti degli editori e dei giornalisti.
In Italia, nel disegno di legge in questione, tale compito è attribuito
ad una pubblica autorità, il garante.

 

 

2. 4. Abolizione e riforma: la necessità di modificare le modalità di accesso all'elenco dei professionisti.

 

 

 

Nel maggio del 1992 Giuseppe Tatarella, all'epoca deputato del Msi-Dn,
presenta una proposta composta da un solo articolo: "L'ordine
professionale dei giornalisti, istituito con la Legge 3 febbraio 1963,
n.69 è soppresso"[25].
"(…)gli albi – scrive Tatarella – hanno in questa materia della
onorabilità dei giornalisti, una sola ragion d'essere; quando gli
ordini siano non solo aperti ma facoltativi e quando l'esercizio della
professione giornalistica sia libero a tutti".

Segue la richiesta di abrogazione dell'ordine firmata da un gruppo
di otto deputati liberali. Con un disegno di legge, datato 27 maggio
1992, vogliono liberalizzare la professione, lasciando alla
magistratura ordinaria il compito di difendere i cittadini dagli
illeciti commessi dai protagonisti della stampa italiana.

La proposta di riforma della coalizione di sinistra viene presentata
l'anno successivo. La modifica di maggiore rilievo, come prevedibile,
riguarda le modalità di accesso e la formazione professionale.
Presentato il 19 gennaio, il disegno dell'allora Pds,[26]
ricalca un progetto (dell'aprile 1989) sostenuto, fra gli altri, dal
trentino Luciano Azzolini (deputato dei Popolari e giornalista).
Questi, per sommi capi, i punti della possibile riforma:

1)     per l'iscrizione nell'elenco dei professionisti, oltre
all'esito favorevole dell'esame di idoneità professionale, si richiede
il possesso di un titolo di studio rilasciato da una struttura
formativa riconosciuta dall'ordine;

2)     l'iscrizione nell'elenco dei praticanti e l'esercizio continuativo della pratica giornalistica per almeno 24 mesi;

3)     l'iscrizione nel registro dei praticanti è subordinata al
possesso di un titolo di studio a livello universitario. In via
eccezionale si permette l'iscrizione anche a chi, possedendo solo una
licenza di scuola superiore, superi un esame di cultura generale;

4)     il praticante non si deve limitare a lavorare presso una
testata, ma è tenuto anche a frequentare corsi di formazione teorica di
sei mesi di durata. Inoltre il tirocinante è guidato da un tutore;

5)     le scuole di formazione devono essere a numero chiuso.

 

 

Di stampo diverso è la proposta di Forza Italia (Deputati Michele
Fierotti e Luciano Garatti) che, nel dibattito, si inserisce il 22
aprile del 1994. Anche qui, come nella legge Tatarella, si propone un
solo articolo. Non si parla però di abolizione. Si pone piuttosto
l'accento sulla distinzione fra giornalisti-pubblicisti e
giornalisti-professionisti: "I pubblicisti che non esercitano altre
professioni, dopo 10 anni di iscrizione all'albo professionale e di
ininterrotta attività giornalistica retribuita, documentata attraverso
le dichiarazioni dei redditi dell'ultimo quinquennio, sono iscritti, a
loro richiesta, all'elenco professionisti dell'albo". Il 26 settembre
dello stesso anno, i deputati Lucio Leonardelli (Forza Italia) e Marco
Taradash (radicale iscritto al gruppo parlamentare di Forza Italia)
tornano sulla questione e, sostenuti da altri cento deputati
(soprattutto del centro destra, ma anche del centro sinistra, fra cui
il futuro ministro DS Giovanna Melandri), rilanciano l'idea di creare
la carta d'identità del giornalista e di sopprimere l'ordine dei
giornalisti.[27]
Il disegno viene sottoscritto da 57 deputati di Forza Italia, 8 di
Alleanza Nazionale, 5 del Centro Cristiano Democratico, 19 della Lega
Nord, 6 Progressisti, 7 del Gruppo Misto e 1 del Ppi). Uguale proposta
viene fatta il giorno successivo nell'altro ramo del Parlamento: 22
senatori, provenienti da diverse aree politiche.[28]

È datato invece 21 settembre 1994 l'intervento dei Progressisti e del gruppo Misto,[29]
con cui si vuole trasferire le competenze dell'ordine all'Inpgi
(Istituto nazionale previdenza giornalisti italiani). Siamo di fronte
ad una implicita proposta di abrogazione della Legge n.69/1963. Secondo
tale idea, mutuata da un precedente progetto del 1972,[30]
la professione dovrebbe essere regolata solo "dalle norme del codice
civile e dal contratto di lavoro stipulato tra le organizzazioni
sindacali dei giornalisti e degli editori". Chi - dopo un periodo di
prova di sei mesi - esercita la professione, può iscriversi
all'istituto. L'Inpgi sarebbe dunque incaricato del rilascio dei
certificati in cui si attesta l'effettivo esercizio del lavoro.

Anche questo progetto non va a buon fine.

 

 

2. 5. Accesso alla professione tramite l'università e mantenimento dell'ordine dei giornalisti.

 

 

 

Il 27 ottobre 1994, i partiti d'ispirazione cattolica presentano la
loro proposta di riforma. "L'ordine –si legge nel testo depositato in
Parlamento- assicura la libertà e l'autonomia della professione,
garantisce la formazione, la preparazione e il controllo deontologico
sull'attività giornalistica". Novità principale è l'allungamento del
periodo di pratica: non gli attuali 18 mesi, ma 36. Si individuano due
categorie: i giornalisti e le professionalità (pubblicisti). "I
pubblicisti devono avere una cultura umanistica o scientifica 
comprovata da un diploma di laurea. In alternativa l'ordine valuta se
sottoporre l'aspirante pubblicista ad esame di cultura generale di
livello universitario".[31]

La laurea viene comunque individuata come requisito obbligatorio per
l'esercizio della professione. Possiamo dire che questa proposta, con
cui si rafforza la caratteristica corporativa dell'organismo, recepisce
gli auspici e le indicazioni del consiglio nazionale dell'ordine dei
giornalisti.

È poi il caso di ricordare il disegno presentato dalla Lega Nord il 6 luglio 1993.[32]
È ben evidente l'impronta federalista che si vorrebbe dare alla
normativa professionale: si propone l'eliminazione dell'esame di Stato
a Roma. L'accesso all'albo (unico) avverrebbe invece attraverso una
valutazione (ad opera della commissione regionale o interregionale
esaminatrice) dell'attività svolta per un periodo non inferiore a due
anni, presso redazioni giornalistiche. Si tratta di un sistema che
riprende quello che attualmente si applica a coloro i quali vogliono
iscriversi all'elenco dei pubblicisti. In più, però, si pone il vincolo
dell'esclusività della professione. La Lega appare divisa circa le
coordinate da dare alla nuova legge professionale: nel corso della
successiva legislatura nove deputati sottoscrivono un disegno che,
rispetto a questa proposta, va in direzione opposta. Nel disegno del
1995[33]
si mantiene la distinzione fra pubblicisti e professionisti e –
soprattutto – si ribadisce l'utilità dell'ordine dei giornalisti che,
"oltre a costituire l'autentico riconoscimento giuridico della
professione, garantisce il rispetto dell'obbligo di osservare le regole
etiche".

Negli anni che precedono il referendum per l'abrogazione della legge
istitutiva dell'ordine, sull'argomento si assiste al fiorire
dell'interesse delle forze politiche. Forze politiche che non riescono
a trovare un punto d'accordo sulla normativa, il cui nodo centrale
riguarda le modalità di accesso alla professione.

Prima e dopo il referendum del giugno 1997, non si riesce a trovare
un accordo circa la possibile riforma della normativa. Rimane in vigore
dunque la Legge n.69/1963, anche se le forze "pro abolizione"
continuano la loro battaglia e non è esclusa una nuova consultazione
referendaria.

 

 

2. 6. Il teorema Barile e le prospettive di riforma.

 

 Partiti divisi fra di loro e al proprio interno su una questione di
particolare difficoltà, che tocca un settore vitale della democrazia:
l'informazione. Quale la base giuridica da cui si parte per arrivare al
referendum del 1997 sull'abrogazione della legge n.69/1963? Quali
ragioni inducono la Corte Costituzionale a legittimare il referendum,
così contestato dalla categoria dei giornalisti? Possiamo dire che i
promotori della consultazione popolare si basano sul cosiddetto
"teorema Barile". Nell'articolo, pubblicato nel 1989 sulla rivista
"Problemi dell'informazione"[34],
Paolo Barile espone i motivi che, secondo il suo pensiero, dovrebbero
indurre il legislatore a modificare la normativa sulla professione
giornalistica. Una professione che – sostiene l'autore – non avrebbe
bisogno e, soprattutto, non avrebbe diritto di avere un ordine proprio.
"Gli altri ordini – scrive – possono esistere poiché sono ancorati alle
conoscenze tecniche imprescindibili e ai saperi specifici che vengono
accertati attraverso un titolo universitario e un esame di Stato. Tutte
queste corporazioni (medici, avvocati, architetti, notai, dottori
commercialisti, ingegneri ecc.) sono integralmente obbligatorie:
nessuno che non sia iscritto può esercitare la professione che esse
disciplinano.

È contestabile che l'attività giornalistica sia di pubblico
interesse, nel senso che obbedisca alla pubblica funzione di informare.
La verità è che per fare il giornalista non è indispensabile dimostrare
di essere dotati della tecnica professionale. Il giornalista deve
soltanto sapere scrivere (e a questo provvede la scuola dell'obbligo) e
sapere informarsi. Il suo comportamento non può essere oggetto di una
valutazione da parte dei suoi colleghi, se non quando egli viola la
legge generale. In tal caso non saranno i colleghi a giudicarlo (così
come accade oggi nei primi due gradi di giudizio, a livello
amministrativo, con la pronuncia dell'ordine regionale e poi –in caso
di appello- dell'ordine nazionale dei giornalisti), ma gli organi
istituzionali (il giudice ordinario)".[35]
Il "teorema Barile" pone dunque, come soluzione, l'eliminazione
dell'ordine dei giornalisti, considerato struttura inutile e inadeguata
per una categoria di difficile definizione. Quella del giornalista non
viene inserita nel novero delle professioni intellettuali, poiché il
suo esercizio non è ancorato alle conoscenze scientifiche e tecniche,[36] che solo un esame di Stato, preceduto da una formazione universitaria, può dare.

La teoria di Paolo Barile oggi può essere oggetto di critiche, alla
luce della esistenza di nuove strutture, nuove facoltà universitarie
predisposte per la formazione professionale. Una risposta alle
osservazioni di Barile si può trovare nelle parole di Franco Abruzzo,
presidente dell'ordine dei giornalisti della Lombardia[37].
Critico nei confronti della Legge n.69 del 1963, questi fa notare che
la formazione dei giornalisti (una formazione tecnica e umanistica) può
venire dalle università. Il futuro della professione, insomma, può
essere nelle aule dell'università italiana, senza per questo demolire
la struttura dell'ordine, visto ancora come garante della corretta
informazione: "(…)A fronte della professione giornalistica affermata
per legge, era assurdo che non ci fosse un corso di laurea in
giornalismo, era assurdo che il corso di laurea non fosse nato nel
1963, in concomitanza con il varo dell'ordine. Il legislatore, per
tanti decenni, ha sbagliato in maniera radicale(…). Un ordine dei
giornalisti senza laurea in giornalismo è un controsenso, perché tutte
le professioni intellettuali nascono in università".

La Corte Costituzionale ha costantemente riconosciuto la legittimità
della istituzione dell'ordine. Secondo i giudici del palazzo della
consulta (sentenza n.11/1968, confermata dalla sentenza n. 71/1991) la
legittimità dell'ordine in relazione all'articolo 21 della Costituzione
nasce dal fatto che la legge del 1963 "disciplina l'esercizio
dell'attività professionale giornalistica e non l'uso del giornale come
mezzo di libera manifestazione del pensiero, che l'art.21 della
Costituzione riconosce a tutti". L'appartenenza all'ordine non è
condizione necessaria per lo svolgimento di un'attività giornalistica
che non abbia la rigorosa caratteristica della professionalità.[38]
Il diritto sancito dall'art.21 della Costituzione sarebbe violato se
solamente gli iscritti all'albo fossero autorizzati a scrivere. Ma tale
conseguenza certo non deriva dalla Legge n.69/1963. La stessa corte ha
ampliato le funzioni dell'ordine: "Il fatto che il giornalista esplichi
la sua attività divenendo parte di un rapporto di lavoro dipendente non
rivela – dice la sentenza n.11 del 1968 – la superfluità di un apparato
che, secondo altri, si giustificherebbe solo in presenza di una libera
professione, tale in senso tradizionale (…)".[39]
Parliamo quindi di una istituzione necessaria che, nei confronti del
contrapposto potere economico degli editori, può contribuire a
garantire il rispetto della personalità e della libertà dei
giornalisti. Come conferma la consulta, l'albo giornalistico
obbligatorio non costituisce una violazione della sfera di libertà di
chi voglia dedicarsi professionalmente al giornalismo. Condizione
imprescindibile, però, è che le norme che disciplinano l'ordine
assicurino a tutti il diritto di accedervi e non attribuiscano ai suoi
organi poteri di tale ampiezza da costituire minaccia alla libertà
degli iscritti.

Parlando di professionalità degli operatori dell'informazione -
quali protagonisti di una professione intellettuale particolarmente
delicata (in quanto capace di influenzare l'opinione pubblica) –
Abruzzo, dopo aver difeso la legge istitutiva dell'ordine, ne critica
alcune parti. Suscettibile di critica – dice – è sicuramente l’art.33,
che prevede l'ammissione al registro dei praticanti di "chi abbia
compiuto almeno i 18 anni di età e sia in possesso del titolo di studio
non inferiore alla licenza di scuola media superiore".[40]
Ricordiamo che la legge prevede che "chi non ha questo titolo di studio
può sostenere un esame di cultura generale davanti ad una commissione
presieduta da un preside di un istituto superiore".

Visto che la prospettiva è quella della formazione universitaria dei
giornalisti, si può condividere la perplessità dell'autore circa le
clausole dell'art.33. In quest'ottica, l'articolo in questione è
infatti in contrasto con il (nuovo) concetto di professione
giornalistica, la quale richiede saperi e titoli accademici, così come
accade nelle leggi riguardanti le altre professioni intellettuali.[41]

 

 

2. 7. Le prospettive del futuro accesso alla professione. Fine del tirocinio aziendale.

 

 

 

Sembra di capire che il futuro di questo mestiere sia ormai
segnato. La stessa categoria critica alcune parti della normativa e,
allo stesso tempo, rilancia il ruolo dell'ordine. L'organismo che
raccoglie tutti i professionisti dell'informazione italiana - si dice-
non può essere abolito. Sarà invece affiancato da un nuovo protagonista
dell'informazione: l'università.

Attualmente, per avere la possibilità di diventare giornalisti
professionisti, è necessario fare un praticantato di 18 mesi presso una
testata (quotidiano, settimanale, radio, tv, giornali on line ecc.).
"Garantire un periodo di pratica" ad un aspirante giornalista significa
assumerlo a tutti gli effetti.[42]
Le varie testate, pur bisognose di validi giornalisti, non sempre
possono (vogliono) permettersi di fare assunzioni a tempo
indeterminato. Per questo motivo non è cosa facile ottenere la
concessione del praticantato: 18 mesi di apprendistato, durante i quali
il praticante dovrebbe avere la possibilità di imparare il mestiere.

La normativa vigente prevede che questi venga seguito dai
giornalisti della redazione, in modo da apprendere tutte le tecniche
necessarie. Al termine dei 18 mesi di intensa attività lavorativa, si
può finalmente accedere all'esame di abilitazione professionale.
Nonostante il dibattito ancora aperto sulla questione, possiamo dire
che si tratta di un vero e proprio esame di Stato, comprensivo di una
prova scritta e di una orale. Dei dettagli di questo discusso esame
parleremo in seguito. Ciò che importa sottolineare in questo momento è
il fatto che, attualmente, le redazioni dei giornali italiani sono
frequentate da moltissimi collaboratori, aspiranti praticanti.

Vista la tendenza delle testate a concedere pochi contratti di
apprendistato, è invalsa la tendenza a chiedere l'ammissione d'ufficio
all'esame.[43]
Ammissione che viene chiesta proprio all'ordine dei giornalisti.
L'ordine verifica infatti che i richiedenti abbiano effettuato lavoro
giornalistico esclusivo e continuato, tale da far pensare che il
collaboratore sia un elemento perfettamente inserito ed ormai
necessario al lavoro di redazione.

Oggi i criteri di selezione e di reclutamento dei futuri
professionisti sono spesso legati a logiche aziendali. E questo, sul
lungo periodo, comporta uno scadimento della professionalità e della
qualità dell'informazione. Nessuno, nel mondo della stampa, nasconde
questa anomalia. In nome di una migliore formazione professionale dei
giornalisti, in nome di un più ordinato accesso a questa professione e
di un più razionale accesso all'ordine, si pensa alle università quale
"canale esclusivo". In futuro si potrà mettere piede nei giornali solo
dopo essere passati attraverso il filtro delle facoltà universitarie.

Questione, quella sui percorsi formativi, assai datata. Lo
dimostrano i dibattiti parlamentari: secondo Luigi Einaudi il
giornalismo era solo un'arte e, pertanto, era sufficiente una
particolare predisposizione per esercitare bene il lavoro.[44]
Tesi contraria a quella di Ignazio Weiss, per il quale quella del
giornalista era una delle professioni più difficili, per le quali era
necessaria una specifica preparazione.[45]

 

 

 

2. 8. Le commissioni dell'ordine. Dubbi sull'imparzialità.

 

 

 

Gli oppositori dell'ordine dei giornalisti e della legge
professionale mettono in dubbio anche la legittimità dell'esame di
Stato, dell'esame di abilitazione, superato il quale si procede
all'inserimento nell'albo.[46] Viene criticata la composizione della commissione esaminatrice (art.32 della Legge n.69/1963)[47], definita "parziale".

 

La nomina della maggioranza della commissione avviene ad opera del
consiglio nazionale dell'ordine. L'esame di Stato – si dice – deve
essere l'occasione per un accertamento tecnico. L'imparzialità della
commissione dovrebbe consistere nella garanzia di un giudizio non
conformistico. Si auspica così una diversa nomina dei membri.

 

Ma non è solo la composizione della commissione a fare emergere
qualche perplessità. Si parla della validità della prova, nella quale
mancherebbe l'accertamento dell'idoneità richiesta dall'art.44 del
regolamento di attuazione della legge. Mancherebbero quei requisiti
minimi[48] di accertamento tecnico che fanno qualificare una prova come esame di abilitazione.

 

I difetti della parte scritta della prova attitudinale sono sotto
gli occhi di tutti, ma appare cosa complicata individuare una formula
alternativa. Misurare la capacità di un giornalista giudicandolo sulla
base degli scritti presentati in sede di esame (un articolo di cronaca,
una sintesi ed una serie di domande di cultura generale e
specialistica) – così come accade oggi – è sicuramente limitante,
soprattutto se si considera che la realtà lavorativa di tutti i giorni
è ben diversa. Insomma una cosa è realizzare un servizio all'interno
della redazione, con gli strumenti, i tempi e le pressioni tipiche del
lavoro, altra cosa è avere cinque – sei ore di tempo per costruire un
articolo (che, normalmente, si dovrebbe realizzare dopo essere stati
sul campo a raccogliere, per poi verificare, le notizie). L'esame, in
quanto tale, ha dei limiti insuperabili.

 

Si potrebbe piuttosto suggerire un maggiore approfondimento nella
seconda parte (orale): verificare sì le conoscenze di storia e diritto,
ma anche sottoporre al candidato una serie di questioni problematiche
che – nella realtà di tutti i giorni – possono emergere. Il tutto,
naturalmente, distinguendo in base al tipo di settore nel quale il
candidato è inserito o vuole inserirsi: quotidiano, tv, radio,
Internet. Ad un giornalista impiegato in un quotidiano, ad esempio, si
possono porre quesiti riguardanti la carta stampata, così come ad un
tele o radio-giornalista si richiede la conoscenza delle tecniche del
settore specifico nel quale è inserito, con una particolare attenzione
al rispetto delle norme deontologiche e ai limiti invalicabili[49] del racconto in video e in audio,[50] rispettando così le specificità dei diversi "terreni professionali".

 

 

 

2. 9. L'intervento dell'ordine.

 

 

 

Sulla questione della formazione sono intervenuti gli ordini regionali.
A pronunciarsi per primo in proposito è l'ordine regionale della
Lombardia che, nel 1974, propone la creazione della prima scuola
professionale: l'Istituto per la formazione al giornalismo di Milano,
alternativo al tirocinio. La prima lezione si tiene nel 1977.

 

Nel solco tracciato dall'ordine lombardo, nascono altre scuole.
Negli stessi anni il sindacato concorda con la Fieg (Federazione
italiana editori giornali) l'istituzione di borse di studio per la
formazione professionale. Le finalità sono le stesse della scuola di
Milano: consentire ai giovani più promettenti di iniziare l'attività[51].

 

Nel luglio 1998, il consiglio nazionale dell'ordine comincia ad
occuparsi della formazione, in particolare degli istituti di
specializzazione che, col tempo - come vedremo - verranno trasformati
in corsi di laurea. Questo potere di iniziativa è attribuito all'ordine
nazionale dall'art.20 bis del d.p.r. 4 febbraio 1965, n.115.[52]
L'ordine nazionale promuove così la formazione della scuola nazionale
di giornalismo, inoltre collabora con le facoltà e le scuole
universitarie di giornalismo.

 

Col tempo, i 18 mesi di pratica dovrebbero essere sostituiti dai
corsi di laurea, al termine dei quali rimarrebbe l'obbligo di
affrontare l'ormai noto esame di abilitazione. A qualificare
maggiormente questi corsi vi è il fatto che gli studenti, oltre a
frequentare le lezioni e a sostenere gli esami, hanno modo di essere
inseriti nelle redazioni di giornali, tv e radio: veri e propri stage
aziendali.

 

La strada imboccata dall'ordine è stata oggetto di critica. Accuse
di illegittimità vengono dagli editori. "I praticanti provenienti dalle
scuole –dicono- non sono titolari di un rapporto di lavoro con aziende
editoriali".[53] In un certo senso, a rispondere ci ha pensato la Corte di Cassazione. In una sentenza, datata 29 novembre 1996,[54]
questa riconosce che "lo svolgimento della pratica giornalistica nelle
scuole si colloca, con condizioni e caratteristiche peculiari, accanto
a quella prevista dalla legge professionale". Il quadro di indirizzi,
dato dalle scuole, si fonda sulla Legge n.69/1963, una legge che non
condiziona l'iscrizione nel registro dei praticanti alla assunzione da
parte di un'azienda (con l'instaurazione di un rapporto di lavoro
subordinato), così come invece stabilisce il contratto collettivo. In
altre parole, la legge non esclude la possibilità di diventare
giornalisti professionisti, senza essere legati ad un giornale. La
corte ha fissato un principio fondamentale: non esiste o, meglio, non
dovrebbe esistere il monopolio delle testate. Non sono più (solo) gli
editori a decidere quando "sfornare giornalisti", quando un giovane, da
collaboratore, diventa praticante e poi professionista a tutti gli
effetti. Viene meno quell'"abuso di posizione dominante" delle aziende
editoriali: chi vuole iscriversi all'albo dei professionisti ha la
possibilità di farlo tramite le scuole specialistiche.

 

I professionisti di domani, per ottenere un titolo professionale -
si dice - non devono più bussare alla porta delle aziende editoriali.
Ma la domanda sorge spontanea: questi nuovi giornalisti, una volta
iscritti nell'albo, troveranno lavoro? In prima battuta si può
rispondere che, come negli Stati Uniti, il mestiere si può svolgere da
"free-lance", cioè da liberi professionisti. Ognuno ha la possibilità
di proporsi a giornali, radio e tv (anche contemporaneamente): si apre
partita I.v.a. e si diventa "piccoli imprenditori dell'informazione".
Anche se può garantire maggiori spazi di movimento, con contratti su
misura, questa non è certamente la soluzione ideale. Sul lungo periodo
la scelta di quello che ormai viene chiamato il "praticantato
universitario" potrebbe però garantire la formazione di professionisti
di alto livello, con le medesime conoscenze, la medesima impostazione e
quindi le medesime potenzialità. Domani le testate potrebbero pescare
nel mare dei laureati in giornalismo, senza rischiare di trovarsi a
spendere tempo e denaro nella loro formazione (compito affidato alle
università specialistiche).

 

 

 

2. 10. Praticantato universitario. La riforma possibile.

 

 

Regole certe e garanzia di qualità dei giornalisti: è
questo quanto si chiede alle scuole e alle facoltà specializzate.
Segnali di apprezzamento arrivano da più parti. Nella relazione al
Parlamento del secondo semestre del 1988 e nelle successive relazioni
del 1990, il garante per l'editoria commenta positivamente la novità,
vista quale valida alternativa di accesso professionale, "capace di
assicurare e rappresentare garanzia di attitudine, valore e
autenticazione professionale"[55].

Della questione si occupa anche la Presidenza del Consiglio dei
ministri. Nel pubblicare il Terzo Rapporto sullo stato
dell'informazione in Italia[56],
rileva che il quadro recepisce la "decennale esperienza dell'Istituto
per la formazione del giornalismo (Ifg) di Milano, che a sua volta si
ispira al modello prevalente di scuole di giornalismo operanti in
Europa, che sono più di 700". L'attivazione di queste scuole abilitate
alla certificazione del praticantato, in genere, è accolta
positivamente. Lo si può notare anche nelle pubblicazioni scientifiche
(si veda, ad esempio, il già citato Ugo De Siervo, "Stampa e diritto
pubblico", in Enciclopedia del Diritto).

Nel frattempo, dopo la presa di posizione dell'ordine nazionale,
sembra che anche le università seguano la medesima strada. Il 31
ottobre 1991 il Ministero dell'università e della ricerca scientifica e
tecnologica, udito il parere del consiglio universitario nazionale e
sentito l'ordine, stabilisce che le facoltà di Magistero, Scienze
Politiche, Sociologia, Lettere e Filosofia possono rilasciare il
diploma di laurea: un biennio formativo di base e un triennio di
preparazione professionale con due indirizzi (comunicazione di massa,
comunicazione istituzionale e d'impresa)[57].
Nell'aprile del 1996, nel corso di laurea in Scienze della
Comunicazione, viene aggiunto un terzo indirizzo: l'indirizzo
giornalistico. È un primo passo verso la formazione professionale
universitaria.

Prima di vedere nuovi segnali passano altri tre anni. Il 14 gennaio 1999 il Parlamento approva la Legge n.4[58],
che contiene "Disposizioni riguardanti il settore universitario e della
ricerca scientifica". Per la prima volta si individuano le modifiche
della normativa. Il percorso universitario è visto come la possibile
alternativa al tirocinio aziendale. Di grande interesse è il comma 1
dell'art.18.

"Con uno o più regolamenti adottati, a norma dell'articolo 17, comma 2, della Legge 23 agosto 1988, n.400,[59]
su proposta del Ministro dell'Università e della Ricerca Scientifica e
Tecnologica, di concerto con il Ministro di Grazia e Giustizia, sentiti
gli organi direttivi degli ordini professionali, con esclusivo
riferimento alle attività professionali per il cui esercizio la
normativa vigente già prevede l'obbligo di superamento di un esame di
Stato, è modificata e integrata la disciplina del relativo ordinamento,
dei connessi albi, ordini e collegi, nonché dei requisiti per
l'ammissione all'esame di Stato e delle relative prove, in conformità
ai seguenti criteri direttivi: a) determinazione dell'ambito consentito
di attività professionale ai titolari di diploma universitario e ai
possessori dei titoli istituiti in applicazione dell'articolo 17, comma
925, della Legge 15 maggio 1997, n.127[60]
e successive modificazioni; b) eventuale istituzione di apposite
sezioni degli albi, ordini o collegi in relazione agli ambiti di cui
alla lettera a), indicando i necessari raccordi con la più generale
organizzazione dei predetti albi, ordini o collegi; c) coerenza dei
requisiti di ammissione e delle prove degli esami di Stato con quanto
disposto ai sensi della lettera a)”.

Intanto il consiglio nazionale dell'ordine, sulla base di questa
disposizione, elabora un progetto di riforma, in base al quale in
futuro la laurea in giornalismo sarà condizione indispensabile per
esercitare la professione. I lineamenti del progetto di modifica della
Legge n.69/1963 sono tracciati dalla commissione giuridica del
consiglio nazionale dell'ordine. Il piano di riforma viene poi vagliato
dal consiglio nazionale.

 

Un progetto di riforma del sistema di autocontrollo della categoria è atteso da tempo, ma esiste un precedente importante,[61]
che è necessario prendere in considerazione e che, al momento della
riforma finale, non potrà essere ignorato: a Milano, il presidente
dell'ordine regionale Franco Abruzzo ha fatto una serie di proposte. Si
tratta di un progetto che prevede l'attribuzione di un ruolo di primo
piano al mondo accademico, chiamato a legittimare la professione di
giornalista come professione intellettuale alla stregua delle altre.[62]
Secondo Antonio Viali, ex presidente dell'ordine dei giornalisti, i
processi di europeizzazione della cultura impongono la necessità di una
sempre maggiore qualificazione degli operatori della comunicazione che
dovranno avere, al tempo stesso, grande competenza e responsabilità. In
questa prospettiva, si ritiene utile ribadire con forza la necessità,
per quanti vorranno intraprendere la professione giornalistica, del
possesso di una laurea specifica, elemento dirimente per determinare un
salto di qualità nella professione.[63]
Condizione sufficiente e necessaria per fare il giornalista è il
possesso di (almeno) una laurea di base triennale di indirizzo
specifico.

 

L'idea è accolta con freddezza dagli editori italiani. "È evidente che le scuole – scrivono gli ex presidenti Faustini e Viali[64]
- non possono assumere impegni, né formulare proposte occupazionali
riguardanti il futuro del candidato. Comunque la barriera del numero
chiuso è tale da non creare complicazioni nell'area di assorbimento del
mercato editoriale. Che poi nelle scelte, a parità di condizioni, la
provenienza dalla scuola si riveli titolo preferenziale, dimostra la
validità del sistema e tutti (ordine, sindacato, enti previdenziali,
mutualistici, gruppi di specializzazione) devono rallegrarsene perché
davanti a considerazioni di qualità, con la situazione in cui ci
troviamo, non essere d'accordo rivelerebbe vocazioni autolesioniste,
con il rischio di rinunciare a quel livello di professionalità che
garantisce una informazione in armonia con i tempi, in grado di
interpretare e spiegare i fenomeni, gli avvenimenti e i problemi della
società contemporanea".

 

Anche in Europa, o promosse dalle Università o dalle associazioni
sindacali-professionali, le scuole di giornalismo –pur nelle diversità
riscontrabili nei vari Paesi- rappresentano la linfa vitale delle nuove
leve. E l'impostazione data in Europa sembra essere in linea con il
sistema adottato in Italia: ciclo di studi di almeno due anni,
tirocinio di adattamento (il nostro praticantato), selezione
attitudinale (analoga all'esame italiano di idoneità professionale).

 

 

 

2. 11. Perché la professione giornalistica deve esser riformata.

 

 

Da quanto detto, emerge un elemento, una questione che è
sotto gli occhi di tutti: il giovane che aspira a diventare
professionista si trova in una posizione di debolezza. Vorrebbe
accedere alla professione ed essere iscritto nel registro dei
professionisti, tenuto dall'ordine, ma chi decide chi (e quando)
diventa giornalista è solo l'editore.

In un primo tempo gli aspiranti praticanti si avvicinano alle
redazioni da collaboratori, poi la collaborazione diventa sempre più
intensa, fino a diventare –di fatto- un lavoro a tempo pieno. Privi di
un contratto da professionista questi "giornalisti di serie B" chiedono
di poter iniziare i 18 mesi di pratica, per poi sostenere l'esame di
Stato. Questo, per le aziende editoriali, significa fare assunzioni. I
tirocinanti contrattualizzati,[65]
diventati membri a tutti gli effetti dell'ordine (quindi professionisti
anche dal punto di vista giuridico), avranno diritto all'adattamento
del proprio stipendio.

Può accadere che, fra il giovane apprendista[66]
(desideroso effettuare i mesi di pratica professionale) e l'editore, si
stipuli una sorta di accordo. In pratica l'azienda permette al giovane
di registrarsi come praticante ma, in cambio, questi accetta: a) uno
stipendio minimo sindacale (con lavoro straordinario spesso non
pagato), a fronte di un monte ore che supera di gran lunga le 7 ore e
mezzo stabilite dal contratto; b) di rassegnare le dimissioni allo
scadere del 18mo mese. Pratica, quest'ultima, che merita di essere
approfondita. La promessa di dimissioni ha un doppio valore:
rappresenta un vantaggio per il datore di lavoro, che così risparmia i
costi e le difficoltà di un licenziamento; rappresenta, in misura
minore, un vantaggio per l'aspirante praticante che mira ad entrare
nell'albo dell'ordine dei giornalisti, per avere garanzie contrattuali
in futuro. Questo genere di accordo fra le due parti va contro ogni
regola. Il praticantato non può essere considerato come un contratto a
termine. "Qualsiasi scadenza, anche pattuita fra le parti[67]
deve considerarsi nulla, in quanto la prestazione, pur speciale, del
praticante ricade interamente sotto la previsione dell'articolo 18
dello Statuto dei lavoratori,[68] che ha introdotto un riconoscimento generalizzato dell'interesse del lavoratore alla prosecuzione del rapporto".[69]

 

Il rapporto editore-praticante può definirsi "speciale", nel senso
che alla funzione economico-sociale del rapporto di lavoro subordinato
si aggiunge la specifica (e giuridicamente rilevante) funzione di
assicurare al lavoratore la possibilità di apprendere una determinata
attività professionale. "Tutto ciò si traduce nell'obbligo del titolare
dell'azienda editoriale di consentire al dipendente lo svolgimento
della prestazione e di guidare e facilitare quest'ultima, nella misura
in cui ciò sia necessario, allo scopo di consentire l'apprendimento
pratico. Quella del praticante è una condizione lavorativa provvisoria
diversa dalle altre, non assimilabile ad un contratto a tempo. La
configurazione del contratto di "tirocinante di redazione", come
rapporto di lavoro subordinato, comporta –scrivono i due ex presidenti
dell'ordine - l'applicazione della Legge 230/1962[70], riguardante tutti i contratti di lavoro".

La legge appare chiara in proposito: un eventuale termine di
scadenza indicato dalle parti è privo di effetto e i rapporti di lavoro
in oggetto devono considerarsi a tempo indeterminato. L'acquisto dello
status di giornalista professionista non incide sulla funzione
essenziale del rapporto in atto, che rimane[71]
lo scambio della prestazione di lavoro giornalistico con la
retribuzione. Tale evento fa venire meno soltanto la funzione
aggiuntiva ed accessoria di cui si è detto, ma tale vicenda non può
determinare in alcun modo l'estinzione del rapporto e la conseguente
necessità di dar vita eventualmente ad un rapporto nuovo. Si tratta,
infatti, di una vicenda modificativa che non altera l'unità e l'unicità
del rapporto stesso, costituendo, anzi, uno stadio dell'evoluzione
naturale di esso[72]
sicché il praticantato non è altro che una fase iniziale del rapporto
di lavoro. Lo stesso consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti
ricorda come il rapporto di tirocinio giornalistico non possa essere
oggetto di deroga.(Legge n.230, disciplina dei contratti a termine).

 

Detto questo, è evidente che accordi fra le due parti (diretti a
provocare le dimissioni del lavoratore dopo i necessari mesi di
tirocinio) continueranno ad essere stipulati, almeno fino a quando
saranno gli editori a decidere chi diventa praticante e chi no.
L'azienda cercherà di ritardare, quanto più possibile, la data di
inizio del tirocinio, che – per la proprietà - rappresenta un'ulteriore
voce di spesa. Ed è chiaro lo squilibrio delle due posizioni: da una
parte l'editore che può stabilisce se e quando un collaboratore fisso
verrà assunto come praticante, dall'altra il lavoratore disposto a
tutto (o quasi) pur di arrivare al risultato. Una prassi tanto
consolidata da mettere in pericolo non solo la qualità della vita di
chi vuole diventare professionista (con frustrazioni per chi, per anni,
si vede sfruttato senza ottenere un riconoscimento di tipo
contrattuale) ma anche la qualità dell'informazione che viene offerta:
un giornalista senza contratto e senza tutele, in attesa della
concessione del contratto di praticante, è molto più "pilotabile" di
chi, invece, è tutelato dall'ordine. L'aspirante praticante sarà pronto
a fare molte ore di lavoro straordinario e tenderà a compiacere
l'editore che –da imprenditore- nella cronaca potrebbe avere interesse
a non affrontare determinati argomenti, a non toccare certe delicate
questioni. Possono essere queste alcune delle motivazioni che spingono
ad abbandonare l'attuale sistema di introduzione alla professione.[73]

 

L'ordine, nei vari casi di abuso, è intervenuto e interviene, ma
appare evidente che una riforma della normativa è necessaria per
permettere un accesso regolare alla professione di giornalista. Il
praticantato, così come lo conosciamo, è oggetto di varie critiche: un
sistema che può penalizzare i più meritevoli e che, a lungo andare,
danneggia gli utenti (lettori, tele-radio ascoltatori) in quanto il
diritto ad essere informati rischia di venire meno.

 

Per queste ragioni, quella della formazione universitaria dei professionisti oggi viene vista come la strada più percorribile,[74]
il giusto compromesso fra gli editori (che hanno bisogno di
professionisti da inserire nelle redazioni), gli aspiranti giornalisti
(che hanno diritto a vedere tutelata la propria professione) e i
fruitori dell'informazione, cui deve essere offerto un "prodotto" di
qualità, quella qualità che non sempre i mezzi di comunicazione di
massa riescono ad offrire.

 

 

2. 12. I rischi dell'abrogazione della Legge 69/1963.
L'intervento del consiglio regionale dell'ordine della Lombardia e il
"teorema Abruzzo".

 

 

L'ordine dei giornalisti della Lombardia sottolinea l'importanza del
nuovo diritto fondamentale dei cittadini all'informazione (corretta e
completa), promosso dalla Corte Costituzionale sulla base dell'articolo
21 della Costituzione e dell'articolo 10[75]
della Legge n.848/1955 sulla Convenzione Europea per la salvaguardia
dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Questo nuovo
diritto fondamentale presuppone la presenza e l'attività di giornalisti
vincolati ad una deontologia specifica,[76]
ad un giudice disciplinare nonché ad un esame di Stato, che ne accerti
la preparazione, come prevede l'articolo 33 della Costituzione.

 

I consiglieri dell'ordine della Lombardia hanno condiviso sin dal
1999 quella parte del decreto legislativo sul riordino dei ministeri
che affida l'accesso alle professioni - e quindi anche della
professione giornalistica - all'università. Secondo il presidente
Franco Abruzzo l'eventuale abrogazione della Legge n.69/1963
sull'ordinamento della professione giornalistica comporterà vari
rischi:

 

1)     risulterà abolita l'etica professionale fissata oggi nell'articolo 2 della legge professionale;[77]

 

2)     cadrà per i giornalisti la norma che impone il rispetto del
"segreto professionale sulla fonte delle notizie". Nessuno in futuro
darà una notizia ai giornalisti, privati dello scudo del segreto
professionale;

 

3)     senza legge professionale, direttori e redattori saranno
degli impiegati di redazione vincolati soltanto da due articoli
(artt.2104 e 2105) del Codice Civile, che riguardano gli obblighi di
diligenza e fedeltà.[78]
Gli accordi tra editore e direttore responsabile (su linea politica,
organizzazione e sviluppo della testata) non devono, recita l'articolo
6 del Cnlg, "risultare in contrasto con le norme sull'ordinamento della
professione giornalistica". L'editore sa di avere di fronte giornalisti
professionisti vincolati per legge al rispetto di determinati principi
etici e, quindi, non può impartire disposizioni al direttore in
violazione di quelle regole. In futuro, quando le norme
sull'ordinamento della professione non ci saranno, l'imprenditore (o
chi per lui) potrà scavalcare l'impiegato-direttore e impartire
direttamente disposizioni agli impiegati-redattori sui contenuti del
giornale. L'articolo 2104 c.c., senza la barriera della legge di
riferimento, conferisce all'editore un potere totale, che prima non
aveva. Il direttore responsabile, non più giornalista professionista,
diventerà, comunque, un dirigente dell'azienda editoriale alle
dipendenze operative dell'amministratore delegato e del suo braccio
destro (il direttore editoriale).

 

4)     senza la deontologia calata nella legge professionale, e
quindi vincolante per tutti, il direttore non potrebbe più garantire
l'autonomia della sua redazione e i redattori dovrebbero solo piegare
la testa di fronte agli interessi dell'editore. La professione non ci
sarebbe più, sarebbe un ritorno al passato. La distruzione degli ordini
e dei collegi costituisce una minaccia per l'autonomia dei
professionisti italiani. Governo e Parlamento devono preoccuparsi di
riformare le leggi sugli ordini e i collegi e di tutelare i saperi dei
professionisti stessi: saperi che sono una ricchezza senza confini e
una inesauribile fonte di progresso. I test per l'accesso devono,
invece, essere delegati ad un altro soggetto (l'università) anche per
garantire il rispetto del principio costituzionale dell'imparzialità.
Non possono essere i giornalisti a giudicare chi debba entrare nella
"cittadella della professione".[79]

 

All'inizio del 2000 l'ordine dei giornalisti della Lombardia espone
le difficoltà della categoria, minacciata dalla ventilata riforma della
legge n.69.[80]
Al governo viene chiesta la conferma della parità di trattamento tra la
professione di giornalista e le altre professioni intellettuali, tutte
ancorate all'università, attraverso una riforma dell'esame di Stato che
tenga conto della laurea specialistica. In questo modo si vuole sancire
il principio dell'accesso tramite percorsi accademici.

 

Secondo il consiglio dell'ordine della Lombardia, che si propone come la "guida verso una possibile riforma",[81]
bisogna cogliere i suggerimenti offerti dalle sentenze della Corte
Costituzionale per inquadrare la professione giornalistica con una
nuova legge al fine: 1) di dare regole innovative sul piano
etico-disciplinare e della formazione all'attività giornalistica
professionale; 2) di offrire garanzie ai cittadini lesi, nei loro
diritti fondamentali, dagli articoli pubblicati su quotidiani e
periodici, nonché dalle notizie radio-tele trasmesse oppure trasmesse
da reti telematiche.

 

Secondo Abruzzo quella dei giornalisti è una professione
intellettuale collegata a funzioni costituzionali come quella dei
medici e degli avvocati, così come sembra dire la Corte di Cassazione.

 

La Corte Costituzionale, con le sentenze n. 11/1968 e n. 71/1991, ha
affermato che "non osta al principio della libera manifestazione del
pensiero il fatto che i giornalisti siano così organizzati, anche
perché tale ordine ha il compito di salvaguardare, erga omnes
e nell'interesse della collettività, la dignità professionale e la
libertà di informazione e di critica dei propri iscritti". Con le
sentenze n. 11\1968, 98/1968 e n. 2/1971 ha sottolineato la rilevanza
pubblica della funzione svolta da chi professionalmente sia chiamato ad
esercitare un'attività d'informazione.

 

Secondo l'oppositore del teorema Barile[82]
l'organizzazione delle professioni, non deve essere demolita ma
ripensata. E andrebbe ridefinita soprattutto quella dei giornalisti.
Basti ricordare che l'attuale legge quadro delle professioni è un
decreto luogotenenziale (n. 382) del 1944. Sono passati 57 anni e
l'Italia solo oggi si accorge che c'è un "problema professioni" da
regolamentare. Il problema si deve affrontare in termini diversi:
"Nessuno può negare che, in considerazione del ruolo e della
responsabilità sociale dell'informazione, l'esercizio dell'attività
giornalistica vada regolato e tutelato dalla legge".[83]
L'informazione ha senz’altro carattere di preminente interesse generale
(concetto mutuato dall'articolo 43 della Costituzione e ripreso
dall'articolo 1 della Legge 223 del 6 agosto 1990[84] sul sistema radiotelevisivo pubblico e privato).

 

"La liberalizzazione nel campo delle professioni non può comportare
il trionfo del Far West nel mondo dell'informazione, perché tutto ciò
si scontrerebbe con passaggi essenziali della Costituzione. C’è
bisogno, quindi, di una nuova legge per garantire la libertà e
l'autonomia dei giornalisti nonché il diritto dei cittadini ad una
informazione qualificata e caratterizzata (secondo la sentenza n.
112/1993 della Corte Costituzionale)[85]
da obiettività, imparzialità, completezza e correttezza; dal rispetto
della dignità umana, dell'ordine pubblico, del buoncostume e del libero
sviluppo psichico e morale dei minori, nonché dal pluralismo delle
fonti cui i giornalisti attingono conoscenze e notizie, in modo tale
che il cittadino possa essere messo in condizione di compiere le
valutazioni necessarie, avendo presenti punti di vista differenti e
orientamenti culturali contrastanti".[86]

 

Nella seduta di insediamento del 18 giugno 2001, il consiglio
dell'ordine della Lombardia ha approvato un documento programmatico
sull'accesso, diretto a garantire a tutti i cittadini il godimento
degli articoli 2 (tutela della dignità della persona) e 4 della
Costituzione (diritto al lavoro). In sostanza i praticanti giornalisti
si dividerebbero secondo queste categorie:

a)     i giornalisti normalmente assunti (quotidiani, periodici, tg, radiogiornali, testate web);

 

b)     i pubblicisti assunti ex articolo 36 del Cnlg (trattati
economicamente come redattori professionisti e con il diritto
contrattuale di sostenere l'esame di Stato);

 

c) quelli che hanno superato il concorso presso l'Ifg e la Scuola della Università;

 

d) i "redattori di fatto" (cioè coloro che lavorano normalmente,
senza essere assunti, presso quotidiani, periodici, tg, radiogiornali,
ecc.);

 

e) i "redattori staccati" o "corrispondenti" con incarichi di lavoro
su pagine di cronaca elaborate con le tecniche delle cronache cittadine
(pubblicisti anche assunti ex articolo 12 del Cnlg);

 

f) "pubblicisti free-lance", che abbiano compensi complessivi pari al costo di un redattore praticante normale.

 

Il praticantato può essere svolto anche nelle testate estere che
abbiano le caratteristiche di quelle italiane. L'esame di Stato può
essere sostenuto in una lingua della Ue.

 

I dipendenti delle pubbliche amministrazioni con rapporto di lavoro
a tempo parziale possono chiedere l'iscrizione negli albi dei
giornalisti e nel Registro (articolo 1, commi 56 e 56-bis, della legge
n. 662/1996[87]; sentenza 11 giugno 2001 n. 189 della Corte Costituzionale).[88]

 

È importante sottolineare il punto c): secondo le disposizioni del
consiglio regionale dell'ordine della Lombardia, si deve formalmente
riconoscere la qualifica di praticante agli studenti che si sono
laureati. Si afferma così un principio, un fondamento, valido per le
professioni intellettuali: un professionista, per essere tale, deve
avere una laurea, sostenere l'esame di Stato ed iscriversi all'albo
tenuto dall'ordine. Tale principio, affermato dall'ordinamento
giuridico, riformato nel corso del 1999 con il Dlgs n. 300/1999[89] e la Legge n. 4/1999, vale anche per i giornalisti. Si diventerà giornalisti nelle aule delle università.

 

Il 21 luglio del 2000 l'ordine dei giornalisti della Lombardia e
l'Università Statale di Milano hanno firmato il protocollo d'intesa, in
vista della trasformazione del corso di praticantato giornalistico
dell'Ifg Carlo De Martino (alternativo rispetto a quello tradizionale
nei giornali) in corso di laurea specialistica in giornalismo. Dopo 73
anni si registra una rivoluzione nel sistema di accesso alla
professione. Non c’è più il monopolio degli editori che, fino al luglio
del 2000, avevano il potere esclusivo di "creare" i giornalisti
attraverso l'istituto dell'assunzione di praticanti (intaccato dal 1977
dalle scuole dell'ordine). Inoltre chiudono anche le stesse scuole
dell'ordine e i corsi post laurea istituiti dal 1990 in poi da diverse
università (Cattolica e Iulm di Milano, Luiss di Bologna, Urbino).

 

Gli atenei dovranno imitare l'Università Statale di Milano.
Condizione per l'ammissione agli esami di abilitazione sarà l'avvenuto
compimento del regolare percorso universitario. L'esame, una volta
ottenuto il parere favorevole del Consiglio di Stato, dovrebbe essere
oggetto di un altro decreto, di concerto tra i ministeri
dell'Università e della Giustizia.

Un'altra fase del processo di trasformazione del sistema di accesso
all'elenco dei professionisti dell'informazione è- così come prevede un
accordo sottoscritto il 20 gennaio 2000 - la stesura della convenzione
a tre (università, Regione Lombardia, ordine regionale). La prima
selezione avverrà nell'autunno 2002 per il periodo 2002-2004 (i posti
saranno 40). Alla selezione, in attesa dei "laureati triennali",
potranno partecipare i possessori di lauree a 4, 5 e 6 anni. Quando la
riforma universitaria sarà a regime, la selezione sarà aperta ai
laureati in Lettere, Storia, Filosofia, Lingue, Giurisprudenza, Scienze
politiche, Scienze della comunicazione, Sociologia e Relazioni
pubbliche. Il corso si svolgerà a tempo pieno per un totale di circa
1300 ore all'anno oltre allo stage di tre mesi da svolgersi presso
testate giornalistiche. L'insegnamento sarà svolto da giornalisti e da
docenti delle Facoltà di Giurisprudenza, Lettere e Scienze Politiche
nonché del Dipartimento di Scienze dell'Informazione. La sede del corso
di laurea sarà collocata nell'ambito del polo interdisciplinare di
informatica, comunicazione e multimedialità di Sesto San Giovanni. Ai
possessori della laurea specialistica saranno aperte le porte
dell'esame di Stato per diventare giornalisti professionisti.

Questa –dice il presidente del consiglio lombardo dell'ordine –
rappresenta una svolta storica. Questa riforma, fatta dall'interno
(promossa da un ordine regionale), colloca la professione giornalistica
alla pari con le altre grandi professioni intellettuali. In questo modo
i saperi della professione sono stati individuati dalla università
italiana, che dovrà collaborare con l'ordine dei giornalisti e –
inevitabilmente – con le imprese editoriali rappresentate dalla Fieg.[90]

 

La convenzione prevede l'affidamento di vari compiti ai diversi
organismi: all'università viene assegnata la formazione dei futuri
giornalisti; all'ordine la gestione del registro dei praticanti e
l'esame di Stato; alla Regione Lombardia il compito del finanziamento
del corso specialistico in giornalismo, nel quadro della politica
regionale della formazione diretta ad assicurare sbocchi occupazionali
alle nuove leve. [91]

 

 

 

2. 13. Il senso della laurea in giornalismo. La commissione Rossi.

 

 

 

Il 23 luglio 2001 il vertice del Consiglio Regionale dell'ordine dei
giornalisti lombardi si è rivolto ai ministri
dell'istruzione-università-ricerca (Miur) e della giustizia,
invitandoli ad accelerare il processo di riforma nazionale.[92]
Si è sottolineata l'urgenza di una riforma del nuovo esame di Stato. "I
giornalisti – è stato dichiarato in quell'occasione - devono accedere
alla professione per via universitaria esattamente come gli altri
professionisti italiani".

 

La "commissione Rossi" (commissione ministeriale di
esperti, incaricata - ex articolo 1, comma 18, della legge n. 4/1999 -
di scrivere il regolamento che ridisegna gli ordini secondo i nuovi
percorsi accademici), in attività presso il ministero dell'università,
ha già scritto i decreti che rinnovano gli esami di abilitazione di
tutte le professioni. Nel documento manca però quello riferito ai
giornalisti e al loro ordine. I membri della commissione ministeriale
non hanno redatto il decreto per la riforma dell'esame di giornalismo,
sostenendo che l'attuale "prova di idoneità", che i praticanti
sostengono per diventare professionisti, "non presenta i caratteri
dell'esame di Stato".

 

Di diverso avviso, naturalmente, i rappresentanti della categoria, secondo i quali  l'articolo 1 (comma 18) della Legge n. 4/99[93]
obbligherebbe il ministero dell'università ad "integrare e modificare"
gli ordinamenti vigenti della professione giornalistica, stabilendo che
quella universitaria sia l'unica via di accesso alla professione e che
questa via richieda un esame di Stato rinnovato, il quale tenga conto
della laurea specialistica.[94]

 

I giornalisti hanno rimproverato alla commissione Rossi di non aver
considerato gli atti parlamentari relativi alla Legge n.69/1963, che ha
istituito l'ordine dei giornalisti, e alla Legge n.4/1999, che dà al
Miur, di concerto con la giustizia, il potere di cambiare gli accessi
alle professioni regolamentate. La posizione della menzionata
commissione nasconderebbe così una semplice questione nominalistica.
Insomma il Parlamento potrebbe denominare come crede un esame di Stato.

 

Su questa questione l'ex Presidente del Consiglio dei ministri,
Giuliano Amato ha chiesto sul punto un parere al Consiglio di Stato.
Nel frattempo il presidente del Cup (Comitato unitario delle
professioni), l'avvocato Nicola Buccico,[95]
ha affrontato il problema nel comitato, che rappresenta tutte le
professioni intellettuali. Ma, in sostanza, sarà il Consiglio di Stato,
in sede consultiva, a dirimere il contrasto tra l'ordine dei
giornalisti e il ministero dell'università sul raccordo tra la laurea
specialistica in giornalismo con l'ordinamento professionale.[96]

 

"La commissione – dice il presidente Giampaolo Rossi[97]
- non si è occupata di tutte le professioni regolamentate: sono rimaste
escluse quelle regolate da direttive europee (medici, veterinari,
odontoiatri e farmacisti), gli avvocati e i notai (il cui iter
formativo attraverso scuole di specializzazione è disciplinato dalla
Bassanini2), i giornalisti e i tecnici sanitari".

Nella relazione, consegnata da Rossi al ministero il 1° febbraio
2001, si legge: "La bozza del regolamento, in ottemperanza alla legge
che lo ha previsto, limita il suo ambito di applicazione alle attività
professionali per il cui esercizio la normativa vigente già prevede
l'obbligo del superamento di un esame di Stato. Non sono prese, quindi,
in considerazione le pur importanti attività professionali che non sono
oggetto di specifica regolamentazione e che possono essere esercitate
senza esame di Stato. Non è inoltre compresa nella normativa proposta
la professione di giornalista, in quanto la prova di idoneità
professionale, richiesta ai fini dell'iscrizione all'albo, non presenta
i caratteri dell'esame di Stato". Nella relazione si sostiene in breve
che la Legge n. 69/1963 sull'ordinamento della professione
giornalistica non prevede un esame di Stato e che la commissione ha il
potere di ridisegnare solo tali esami.

 

Il 15 febbraio 2001, nella sede del consiglio nazionale dell'ordine
dei giornalisti, Rossi (presidente della commissione) e Masia
(direttore generale dell'università), hanno incontrato una delegazione
dell'ordine nazionale e degli ordini regionali: un incontro
chiarificatore sulla questione "professioni intellettuali ed esame di
Stato". La proposta del direttore generale del Miur, Masia, è di
rimettere alla valutazione del Consiglio di Stato la questione. Questa
soluzione viene accettata dalle parti.

La bozza di regolamento sarà completata: assieme agli schemi dei
decreti ministeriali relativi alle varie professioni sarà inviata dal
ministro agli ordini per il parere formale.

 

"Probabilmente — afferma Guerzoni, allora sottosegretario
all'università — verrà chiesto ai consigli nazionali di esprimersi,
visto che la commissione Rossi ha seguito il metodo del confronto
sistematico".[98] Il regolamento dovrà quindi passare al Consiglio di Stato.

 

Si tratta di un atto dovuto poiché le lauree specialistiche
partiranno dal prossimo anno accademico e gli studenti dovranno avere
tutte le coordinate degli sbocchi professionali.

 

Il diritto di "avere tutte le coordinate degli sbocchi
professionali" spetta anche a chi si iscriverà al corso di laurea in
giornalismo. I ministri dell'università e della giustizia hanno il
dovere e l'obbligo giuridico di garantire la par condicio tra tutti gli
studenti dei vari corsi collegati ad una professione intellettuale
regolamentata per legge.

 

 

 

2. 14. L'esame di Stato affidato all'ordine dei giornalisti.

 

 

Quella giornalistica è una professione di difficile
inquadramento, una professione particolare per quanto concerne la
formazione degli operatori dell'informazione e per l'altrettanto
particolare controllo degli stessi. Questo spiega le difficoltà,
riscontrate dai sostenitori dell'ordine, nello spiegare la legittimità
dell'organismo di categoria e, ancor più, nel giustificare il
particolare esame di abilitazione voluto dal legislatore.

 

Nell'articolo 1 (comma 18) della legge 4/1999 si tratta degli ordini
professionali. Vi è compreso il principio secondo il quale l'attuale
prova di idoneità professionale è l'esame di abilitazione di cui
all'articolo 33 (V comma) della Costituzione, un esame di Stato. Dunque
il comma 18 dell'articolo 1 della citata legge ordinaria include
nell'espressione "ordini professionali" anche l'ordine in questione.
Ciò si può notare nella parte in cui si fa riferimento alle "attività
professionali, per il cui esercizio la normativa vigente già prevede
l'obbligo di superamento di un esame statale". Questa sembra essere
l'intenzione del legislatore del 1999 (rafforzata dal Dlgs n. 300/1999)
che affida al ministero dell'università la missione di partecipare alle
attività relative all'accesso all'albo. La Legge n.4\1999[99]
e il Dlgs n.300 inducono a pensare che la professione giornalistica sia
sottoposta alle stesse norme delle altre professioni intellettuali.
Studi universitari e un esame di abilitazione: questo il percorso che
verrà imposto ai futuri giornalisti.

 

Cerchiamo allora di fare ulteriore chiarezza e di analizzare la
struttura di base che regge il "sistema informazione", caratterizzato
da un test di accesso, oggetto di varie critiche. L'ordinamento
giuridico configura gli ordini, quali persone giuridiche di diritto
pubblico ed enti pubblici non economici sottoposti al controllo della
Corte dei Conti nonché quali organi ausiliari dello Stato affidati 
alla supervisione penetrante del ministero della giustizia.

 

Nel caso dei giornalisti, l'organizzazione degli esami è stata
affidata all'ordine nazionale "in cooperazione" con la Corte d'Appello
di Roma, che designa due magistrati di cui uno assume la presidenza
della commissione esaminatrice.

 

L'articolo 33 (V comma) della Costituzione prescrive "un esame di
Stato per l'abilitazione all'esercizio professionale". Il codice civile
(articolo 2229) afferma che sono professioni intellettuali solo quelle
riconosciute come tali dalla legge e per il cui esercizio "è necessaria
l’iscrizione in appositi albi o elenchi".

L'articolo 32 della Legge n. 69/1963 sull'ordinamento della
professione giornalistica dice: "L'accertamento della idoneità
professionale, di cui al precedente art.29, consiste in una prova
scritta e orale di tecnica e pratica del giornalismo, integrata dalla
conoscenza delle norme giuridiche che hanno attinenza con la materia
del giornalismo. L'esame dovrà sostenersi a Roma, innanzi ad una
Commissione composta da sette membri, di cui cinque dovranno essere
nominati dal consiglio nazionale dell'ordine fra i giornalisti
professionisti iscritti da non meno di 10 anni. Gli altri 2 membri
saranno nominati dal presidente della Corte di Appello di Roma, scelti
l'uno fra i magistrati di tribunale e l'altro fra i magistrati di
appello; quest'ultimo assumerà le funzioni di presidente della
Commissione di esame".

L'articolo 44 del Dpr n. 115/1965 precisa: "La prova scritta prevista dall'articolo 32, primo comma, della legge, consiste:

a)      nello svolgimento di una prova di sintesi di un articolo o
di un altro testo scelto dal candidato tra quelli forniti dalla
commissione in un massimo di 30 righe dattiloscritte (da 60 battute
ciascuna);

 

b)     nello svolgimento di una prova di attualità e di cultura
politico-economico-sociale riguardanti l'esercizio della professione
mediante questionari articolati in domande cui il candidato è tenuto a
rispondere per iscritto;

 

c)      nella redazione di un articolo su argomenti di attualità
scelti dal candidato tra quelli, in numero non inferiore a sei
(interni, esterni, economia, sindacato, cronaca, sport, cultura,
spettacolo) proposti dalla commissione, anche sulla base dell'eventuale
documentazione dalla stessa fornita. Tale articolo non deve superare
una pagina e mezzo dattiloscritta di 45 righe da 60 battute ciascuna.

 

La prova orale consiste in un colloquio diretto ad accertare la
conoscenza dei principi dell'etica professionale, delle norme
giuridiche attinenti al giornalismo e specificatamente delle tecniche e
pratiche inerenti all'esercizio della professione.[100]

La sentenza n.11/1968 della Corte Costituzionale - che ha dichiarato
la legittimità dell'ordine dei giornalisti - afferma che il consiglio
dell'ordine è "....chiamato a prendere atto del giudizio positivo delle prove di esame predisposte per un accertamento tecnico".
La sentenza n.38/1997 della Corte Costituzionale (sulla legittimità del
referendum abrogativo della Legge n.69/1963) afferma che "....rientra
nella discrezionalità del legislatore ordinario determinare le
professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è opportuna
l'istituzione di ordini o collegi e la necessaria iscrizione in
appositi albi o elenchi (art.2229 c. c.)".

 

Il Dlgs 27 gennaio 1992 n. 115[101]
(Attuazione della direttiva n. 89/48/CEE relativa ad un sistema
generale di riconoscimento dei diplomi di istruzione superiore che
sanzionano formazioni professionali di una durata minima di tre anni)
regola l'esercizio (in Italia) da parte del cittadino comunitario della
professione corrispondente a quella cui è abilitato nel Paese
d'origine. L'articolo 8[102]
del Dlgs prevede, per il professionista di un altro paese Ue, che
voglia stabilirsi in Italia, una "prova attitudinale". Questa "consiste
in un esame volto ad accertare le conoscenze professionali e
deontologiche e a valutare la capacità all'esercizio della professione.
Le materie su cui svolgere l'esame devono essere scelte in relazione
alla loro importanza essenziale per l'esercizio della professione".

 

I cittadini italiani non possono subire discriminazioni rispetto ai
cittadini comunitari nell'esercizio di una professione: coordinando gli
articoli 3 e 33 (V comma) della Costituzione con l’articolo 8 del Dlgs
n. 115/1992. È facile intuire che la prova attitudinale è l'esame di
Stato previsto dall'articolo 33 (V comma) della Costituzione "per
l'abilitazione all'esercizio professionale".

 

Sotto questo profilo la "prova di idoneità professionale", prevista
per i praticanti giornalisti in vista dell'esercizio della professione,
è coerente con l’articolo 33 (V comma) della Costituzione, con l'art.8
del Dlgs n. 115/1992 e, quindi, con l'ordinamento comunitario. Questo
esame - in linea anche con le nuove competenze del ministero
dell'università in tema di formazione dei professionisti così come
delineate dal Dlgs n. 300/1999 sul riordino dei ministeri - va spostato
nelle università estendendo così a tutte le professioni regolamentate
(articolo 2229 c.c.) la Legge 8 dicembre 1956 n. 1378[103] (esami di Stato di abilitazione all'esercizio delle professioni).[104]

 

Alla luce delle molte critiche mosse al giornalismo quale
professione intellettuale, alla Legge n.69/1963 nel suo insieme e, in
particolare, all'esame di ammissione al registro, è utile prendere in
considerazione il punto di vista di Guido Gonella, già Ministro di
grazia e giustizia, primo presidente dell'ordine dei giornalisti e,
soprattutto, promotore della legge sull'ordinamento della professione.[105]
"Anche la disciplina professionale non poteva non avere dei riflessi
sui nuovi ordinamenti democratici dello Stato. Dobbiamo rifarci ai
fondamentali principi della nostra Costituzione (Art.33Cost).

 

Secondo l'articolo 173 del Testo Unico dell'istruzione
universitaria, nessuno può essere iscritto agli albi per l'esercizio
professionale se non ha superato il rispettivo esame di Stato. Non si
può prescindere dall'esame. Quello di giornalismo è un test atipico: è
l'unico esame di idoneità professionale che, con legge, è affidato
dallo Stato a un ordine. Invece gli altri esami di idoneità non sono
attribuiti agli ordini, ma hanno una struttura rigorosamente statale:
si sostengono davanti a commissioni di nomina ministeriale".[106]
Secondo l'allora guardasigilli, con l'attuale sistema, viene
soddisfatta l'esigenza dell’articolo 33 della Costituzione e,
contemporaneamente, si rispettano i principi posti dall’articolo 21
della Costituzione (il diritto alla libera manifestazione del
pensiero).

 

Proprio perché bisognava conciliare il dettato dell'articolo 33 con
il principio peculiare su cui si basa il giornalismo, l'ordine e
l'esame per l'accesso all'ordine hanno avuto una particolare
configurazione. "L'avere affidato l'abilitazione professionale ai soli
giornalisti è dunque una garanzia di rispetto dell'indipendenza della
professionalità, ma anche della libertà della professione stessa".

 

Si sottolinea così, rispetto agli altri ordini professionali, il
ruolo di primo piano affidato al consiglio nazionale: il consiglio
eletto liberamente da tutti i giornalisti, l'organo che effettua le
abilitazioni e quindi che indice le sessioni e nomina cinque dei sette
membri delle commissioni.

Guido Gonella, con la relazione del dicembre 1966, offre, in un
certo senso, la "interpretazione autentica" della norma sulla prova di
idoneità professionale: "Ai lavori preparatori può riconoscersi valore
unicamente sussidiario nell'interpretazione di una legge, trovando un
limite nel fatto che la volontà da essi emergente non può sovrapporsi
alla volontà obiettiva della legge quale risulta dal dato letterale e
dalla intenzione del legislatore, intesa come volontà oggettiva della
norma (voluntas legis), da tenersi distinta dalla volontà dei singoli
partecipanti al processo formativo di essa".[107]

 

 

2. 15. Ordine, deontologia e mediazione dei professionisti dell'informazione.

 

 

 

Il dibattito circa la necessità dell'ordine dei giornalisti, dell'esame
di accesso e dell'inserimento della professione giornalistica fra le
professioni intellettuali, è molto intenso. E lo scontro non si è fatto
sentire soltanto a ridosso del referendum abrogativo del giugno 1997.
Nel dicembre del 1999 Vincenzo Zeno-Zencovich[108]
parla di "progressivo sgretolamento dello schema di inquadramento
professionale e di inevitabile abrogazione dell'ordine dei giornalisti".[109] Si va ingigantendo l'attività di informazione specializzata (sempre più spesso in Internet)[110]:
pubblicazioni o trasmissioni per le quali i soggetti coinvolti tendono
sempre meno a essere iscritti all'albo professionale. Questo fenomeno
non tocca solo i periodici, ma penetra all'interno della stampa
quotidiana. Si rileva il bisogno[111]
di contenere i costi, con conseguente fuga dalle rigidità contrattuali
e previdenziali connesse alle figure professionali tradizionali. "Ma è
proprio in questo modo che nascono categorie nuove. Inoltre la
diffusione di Internet dà la possibilità a chiunque di scrivere e dare
informazioni. Nel momento in cui l'informazione non è più appannaggio
esclusivo di una categoria professionale dotata di forte connotazione
formale, l'iscrizione ad un ordine non ha più senso, così come non
avrebbe senso un ordine degli avvocati se gran parte dell'attività
legale venisse svolta da non iscritti".

 

La replica dell'ordine arriva, come spesso accade, dal consiglio dell'ordine della Lombardia[112]:
"I giornali telematici si stanno rivelando un serbatoio di opportunità
di lavoro per i giornalisti. Le riviste specializzate sono "governate"
da redattori regolarmente assunti. Sono in aumento, i collaboratori
liberi o free-lance. Oggi l'Inpgi (l'Istituto di previdenza della
categoria) ha circa 11.500 iscritti.

 

Anche in Italia, quindi, sta avvenendo quel che accade nel resto
d'Europa: stabilità del numero dei redattori utilizzati a tempo pieno,
crescita dei giornalisti liberi professionisti". Il fatto che, come
annota Zeno-Zencovich, centinaia e centinaia di cittadini collaborino
con quotidiani, periodici, tg e radio-giornali dimostrerebbe che
l'ordine dei giornalisti non è una corporazione e che la legge
professionale non tocca il diritto che a tutti riconosce l'articolo 21
della Costituzione. Questo sarebbe certo violato se solo gli iscritti
al registro fossero legittimati a scrivere sui giornali, ma è da
escludere che una siffatta conseguenza derivi dalla legge. Si richiama,
in questo caso, la sentenza n.11\1968 della Corte Costituzionale.[113]

 

"La parola "ordine" significa riconoscimento giuridico di una professione. L'ordine,[114]
inoltre, è la deontologia. Nel caso specifico le "regole" fissate dal
legislatore sono il perno, come afferma il contratto di lavoro,
dell'autonomia dei giornalisti. Il nuovo diritto fondamentale dei
cittadini all'informazione (corretta e completa) è costruito dalla
Corte Costituzionale sulla base dell'articolo 21 della Costituzione e
dell'articolo 10 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei
diritti dell'uomo (che è legge italiana dal 1955). Questo nuovo diritto
fondamentale presuppone la presenza e l'attività di giornalisti
vincolati ad una deontologia specifica, ad un giudice disciplinare
nonché ad un esame di Stato, che ne accerti la preparazione come
prevede l'articolo 33 della Costituzione".[115]
E il rispetto delle norme deontologiche - sembrano volere dire i
sostenitori dell'organismo di tutela dei giornalisti - lo può garantire
solo l'ordine,[116] non un'organizzazione governativa e non - come abbiamo visto[117] - un sindacato, il cui compito consiste in una difesa meramente contrattuale dei lavoratori.

 

Che l'ordine dei giornalisti, vista la velocità con cui sono
cambiati i metodi di lavoro nel mondo delle professioni intellettuali
(e non solo), debba fare i conti con le nuove tecnologie è cosa
evidente. Guardiamo ad una significativa pronuncia della giurisprudenza
ordinaria. "La rete Internet, quale sistema internazionale di
interrelazione tra piccole e grandi reti telematiche, è equiparabile ad
un organo di stampa".[118]
Ad adattarsi ai nuovi sistemi telematici, non sono solo le testate
giornalistiche tradizionali (si veda il proliferare, anche a livello
locale, di quotidiani on line), ma anche la Pubblica Amministrazione,
dove l'informazione al cittadino è questione primaria. Gli uffici
stampa della Pubblica amministrazione e degli Enti Locali saranno
composti da giornalisti (professionisti e pubblicisti) iscritti
all'albo. A stabilirlo è la Legge n. 150/2000[119]
sulla comunicazione istituzionale. Inoltre - e qui abbiamo una conferma
del generale orientamento normativo per quanto riguarda la riforma
della professione di giornalista.- coloro che guidano gli uffici-stampa
dovranno possedere anche un diploma di laurea.[120]

 

Non esiste il concetto giuridico di giornalismo. Il concetto è
abitualmente estrapolato dall'articolo 2, comma 1, della legge
professionale n.69/1963: "È' diritto insopprimibile dei giornalisti la
libertà d'informazione e di critica". Questo vuoto è stato, però,
riempito da alcune sentenze della Corte di Cassazione: “(…)la
nozione dell'attività giornalistica, in mancanza di una esplicita
definizione da parte della legge professionale 3 febbraio 1963, n. 69,
non può che trarsi da canoni di comune esperienza, con la conseguenza
che per attività giornalistica è da intendere l'attività,
contraddistinta dall'elemento della creatività, di colui che, con opera
tipicamente (anche se non esclusivamente) intellettuale, provvede alla
raccolta, elaborazione o commento delle notizie destinate a formare
oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi
d'informazione, mediando tra il fatto di cui acquisisce la conoscenza e
la diffusione di esso attraverso un messaggio (scritto, verbale,
grafico o visivo) necessariamente influenzato dalla personale
sensibilità e dalla particolare formazione culturale e ideologica”[121] Possiamo
notare che nella pronuncia della suprema corte si pone l'accento
sull'attività particolare del giornalista, che non è – come invece
aveva fatto intendere Maurizio Pedrazza Gorlero[122]
– solo esercizio della libertà di espressione (della libertà di esporre
le proprie e le altrui opinioni), ma è attività di mediazione fra le
fonti e il pubblico dei lettori, dei telespettatori o dei
radioascoltatori.

 

 In questa sentenza la Cassazione sembra voler sottolineare che, per l'esercizio della professione in esame, si pretende quel quid pluris, non richiesto invece al cittadino comune che voglia accedere ai mezzi di comunicazione di massa per esporre il proprio pensiero. I
giudici di Cassazione affrontano poi un tema caro alla dottrina che si
è occupata dell'ordine dei giornalisti e delle possibili differenze che
vi potrebbero essere fra giornalismo e professioni intellettuali:
“Il carattere creativo dell'attività giornalistica non significa che
essa debba essere necessariamente oggetto di un rapporto di lavoro
autonomo. In realtà, fermo restando il carattere essenziale della
creatività, essa può costituire prestazione di un rapporto di lavoro
autonomo o subordinato, a seconda delle modalità della collaborazione
tra il datore di lavoro e il giornalista. Tuttavia, il vincolo della
subordinazione assume una particolare configurazione nel rapporto di
lavoro giornalistico, per la natura squisitamente intellettuale
dell'attività del giornalista, per il carattere collettivo dell'opera
redazionale, per la peculiarità dell'orario di lavoro e per i vincoli
posti dalla legge per la pubblicazione del giornale e la diffusione
delle notizie. Ne consegue che sussiste un contratto di lavoro
subordinato quando il giornalista si tenga stabilmente a disposizione
dell'editore per eseguirne le istruzioni, mentre sussiste un contratto
di lavoro autonomo quando le prestazioni siano singolarmente convenute
in base a una successione di incarichi fiduciari e la remunerazione sia
subordinata alla valutazione da parte del direttore del giornale e
commisurata in relazione alla singola prestazione.[123]

 



[1] Cfr. G. Cuomo, Libertà di stampa ed impresa giornalistica nell'ordinamento costituzionale italiano, Napoli, 1955, p.308 ss.

[2] Cfr. A. Viali e G. Faustini, op.cit., La professioni di giornalista, Roma, CDG, 1992, p. 29.

[3] Cfr. B. Corso, Diritto Informazione, Studiare da giornalista, Vol.2, Ordine dei giornalisti - Consiglio nazionale, Roma, 1995, p.677.

[4] Cfr. A. Berti, L. Azzarita, A. Pandiscia, A. Viali, L'Ordine dei giornalisti, Studi e dibattiti sul giornalismo, Roma, 1974, p.31. e cfr. S. Cassese, Professioni e ordini professionali in Europa: confronto fra Italia, Francia e Inghilterra, Milano, Il Sole 24 Ore Libri, 1999, p. 25 ss.

[5] Cfr. C. Bovio, Diritto Informazione, Studiare da giornalista, Vol.2, Ordine dei giornalisti - Consiglio nazionale, Roma, 1995, p.677.

[6] 1974 - Commissione parlamentare d'indagine sulla stampa quotidiana in Italia.

[7] Cfr. A. Berti, L. Azzarita, A. Pandiscia, A. Viali, L'Ordine dei giornalisti, Studi e dibattiti sul giornalismo, Roma, 1974, p.51.

[8] Cfr. A. Berti, L. Azzarita, A. Pandiscia, op. cit., p. 52.

[9] Cfr. A. Viali, Giornalista, La professione, le regole, la giurisprudenza, Cdg, Roma, 2001, p.340.

[10] Cfr. Legge 20 ottobre 1964, n. 1039, in Gazz. Uff., n. 270, e in Lex
1964, p. 1774, Norma transitoria per i praticanti giornalisti. Si
tratta di due articoli. Di particolare rilievo. Al secondo capoverso
dell’art 67 della Legge 3 febbraio 1963, n. 69 (1), sono aggiunte le
seguenti parole: “La Commissione unica procede alla iscrizione
nell'elenco dei professionisti di quei praticanti che abbiano compiuto
diciotto mesi di tirocinio tra l'entrata in vigore della presente legge
e l'entrata in vigore del regolamento di cui  all'art. 73”.

[11] Cfr. Legge 10 giugno 1969, n. 308, in Gazz. Uff., 26 giugno, n. 159, e in Lex 1969,
p. 1005. Modifiche alla legge 3 febbraio 1963, n. 69, in materia di
trattamento dei giornalisti stranieri e di formazione dei collegi
giudicanti, presso i tribunali e le corti d'appello.

[12] Cfr. Corte cost. 7 febbraio 1978, n. 16, in Giur. Cost., 1978, I, p. 79.

[13] Art 21 Cost.: “Diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto o ogni altro mezzo altro mezzo”

[14] Cfr. Corriere della sera, Cronaca di una giornata nerissima,
16 giugno 1997, p. 2: “Alle urne solo il 29 per cento: la più bassa
percentuale mai registrata. Inutili i sì, maggioritari in tutti i
referendum. Le differenze nel comportamento degli elettori sono state
evidenti: a Nord si è votato di più (prima regione, il Veneto), al
centro ci si è tenuti in linea con la media nazionale e al Sud e nelle
isole l'affluenza è stata bassa. Si votava per sei referendum voluti
dai Riformatori di Pannella: golden share, obiezione di coscienza,
caccia, carriere dei magistrati, incarichi extra giudiziari dei
magistrati e Ordine dei giornalisti e uno delle Regioni, per
l'abolizione del ministero delle politiche agricole”.

[15] Cfr. B. Corso, Diritto Informazione, Studiare da giornalista, Vol.2, Ordine dei giornalisti - Consiglio nazionale, Roma, 1995, p.678 e cfr. Franco Abruzzo, Codice dell'informazione, Cdg, Roma, 1999, p. 395 ss.

[16] Cfr. D. L. Lgt. 23 ottobre 1944, n. 302, in Gazz. Uff. serie speciale, 14 nov. 1944 n. 81, Revisione degli albi dei giornalisti, in Lex
1943 - 1944, art. 1: “Fino a quando non saranno emanate nuove norme
sulla professione di giornalista, le funzioni della tenuta degli albi
dei giornalisti e della disciplina degli iscritti sono affidate ad
un'unica commissione sedente in Roma e composta di non meno di dodici e
di non più di 15 membri, nominati dal Ministro per la grazia e la
giustizia, sentiti il sottosegretario di Stato per la stampa e le
informazioni e la Federazione nazionale della stampa italiana”. Art. 2:
“Le designazioni spettanti agli organi incaricati della tenuta degli
albi e agli organi professionali ai sensi dei commi 2° e 3° dell'art.23
del D. L. Luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159, sono devolute alla
commissione  di cui all'articolo precedente, sentito il parere della
Federazione nazionale della stampa italiana”.

[17] Cfr. Cfr. Corte cost. 14 dicembre 1995, n. 505, in Giur. Cost., 1995, III, (n. 40), p. 4283.

[18]
In particolare la Corte Costituzionale dichiara non fondata la
questione di legittimità costituzionale dell'art.56, comma 2, Legge 3
febbraio 1963, n. 69 (Ordinamento della professione di giornalista),
sollevata in riferimento agli artt.3, comma 1, e 24, comma 2, Cost.,
dalla Corte di Cassazione. “Si tratta di un giudizio fra Paolo Pietroni
(giornalista) e il Consiglio Nazionale dell'Ordine dei giornalisti,
avente ad oggetto la cassazione della sentenza emessa dalla Corte
d'appello di Milano, con la quale, in riforma della sentenza
pronunciata dal Tribunale di Milano, era stata confermata la sanzione
disciplinare della censura irrogata al Pietroni a seguito di
procedimento disciplinare (…)”. La Corte di Cassazione ha sollevato, in
riferimento agli articoli 3, comma 1, e 24, comma 2, Cost, questione di
legittimità costituzionale dell'art. 56, comma 2, della Legge 3
febbraio 1963, n. 69, nella parte in cui non prevede che il giornalista
incolpato possa partecipare alla fase istruttoria, indicando testimoni
a discarico. La Corte, in sostanza, respinge la questione di
legittimità. Per quanto concerne l'art.3, sottolinea che ci si trova di
fronte ad ordinamenti speciali (quello degli avvocati difensori e
quello dei giornalisti) non comparabili e tanto meno equiparabili, data
la disomogeneità delle varie categorie. In riferimento all'art.24, pur
notando la natura amministrativa della questione (ordd. Nn. 387 del
1995 e 113 del 1990; sentt. Nn. 114 del 1970 e 110 del 1967), evidenzia
punti di contato con i procedimenti giudiziari.

[19] Cfr. S. Cassese, op. cit., Professioni e ordini professionali in Europa: confronto fra Italia, Francia e Inghilterra, Milano, Il Sole 24 Ore Libri, 1999.

[20] Vedi supra 2. 4., Abolizione dell’ordine dei giornalisti e modello francese.

[21] Cfr. A. Viali, op. cit., p. 360 ss.

[22] Cfr. G. Robertson e A. G. L. Nicol, Media Law - The Rights of Journalists, Broadcasters and Publishers, Londra, 1984, p. 133 ss.

[23] Cfr. A. Viali, op. cit., p. 350.

[24] Cfr. E. Cerni, in Problemi dell'informazione, n. 3, settembre 1996, p. 355.

[25]
Cfr. proposta di legge C.572, d'iniziativa del deputato Tatarella, XI
legislatura, 6 maggio 1992, Soppressione dell'ordine professionale dei
giornalisti.

[26]
Cfr. proposta di legge C. 2136, d'iniziativa dei deputati Bassolino, Di
Prisco, Sangiorgio e Masini, XI legislatura, 19 gennaio 1993, Modifiche
alla Legge 3 febbraio 1963, n. 69, recante ordinamento della
professione di giornalista, in materia di accesso all'Ordine e di
formazione professionale.

[27]
Cfr. proposta di legge C. 1313 , d’iniziativa dei deputati Taradash,
Leonardelli e altri, XII legislatura, 26 settembre 1994, Nuovo
ordinamento della professione giornalistica e istituzione della carta
d'identità del giornalista.

[28]
Cfr. disegno di legge S.904, d’iniziativa dei senatori Stanzani,
Ghedini e altri, XII legislatura, 27 settembre 1994, Nuovo ordinamento
della professione giornalistica ed istituzione della Carta d'Identità
del giornalista.

 

[29]
Cfr. proposta di legge C. 1283, d'iniziativa dei deputati Sbarbati,
Adornato, Emiliani, La Volpe, Spini, Masi, Pecoraro Scanio, Ugolini,
Bogi, XII legislatura, 21 settembre 1994, Norme per l'esercizio
dell'attività e della professione giornalistica.

[30]
Cfr. proposta di legge C.469, d'iniziativa dei deputati Compagna,
Bandiera, Battaglia, VI legislatura, 13 luglio 1972, Nuove norme per
l'esercizio e l'attività e della professione giornalistica.

[31]
Cfr. disegno di legge S. 1069, d’iniziativa dei senatori Folloni (Cdu)
e altri, XII legislatura, 27 ottobre 1994, Riforma dell'ordinamento
della professione giornalistica, cfr. anche R. Marmo, “L'Ordine va
mantenuto”. Il sen. Folloni illustra il suo disegno di legge, in “OG
Informazione”, a. XXVII, n.1, febbraio 1995.

[32]
Cfr. disegno di legge S. 1358, d'iniziativa dei senatori Staglieno ed
altri, XI legislatura, 6 luglio 1993, Modifiche e integrazioni alla
Legge 3 febbraio 1963, n.69, sull'ordinamento della professione di
giornalista. Il disegno porta la firma di sette senatori leghisti.

 

[33]
Cfr. proposta di legge C. 2548, d'iniziativa dei deputati Faviero ed
altri, XII legislatura, 17 maggio 1995, Riforma dell'Ordine dei
giornalisti.

[34] Cfr. P. Barile, in Problemi dell’Informazione, n. 3, settembre 1986, p.310.

[35] Cfr. P. Barile, op. ult. cit., p. 335.

[36] Cfr. per una tesi contraria S. Lepri, Professione giornalista, Etas, Perugia, 1999, p. 40 ss. e cfr. S. Mottana, Professione giornalista - Teoria e pratica del mestiere, Guido Miano Editore, Milano, 1990, p. 95 ss.

[37] Cfr. F. Abruzzo, Codice dell’informazione, CDG, Roma, 2000, p 834.

[38] Per una più approfondita analisi della attività professionale cfr. R. Zaccaria, Leggi in materia di informazione  e di comunicazione, Padova, Cedam, 1996, cfr. anche P. Caretti, Diritto pubblico dell'informazione, Il Mulino, Bologna, 1994 e R. Carver, Il mestiere di scrivere, Torino, Einaudi, 1997.

[39] Cfr. F. Abruzzo, op. cit., p. 277 ss.

[40]
Cfr. Legge 3 febbraio 1963, n. 69, art. 33: “Nel registro dei
praticanti possono essere iscritti coloro che intendono avviarsi alla
professione giornalistica e che abbiano compiuto almeno 18 anni di età.
(…) Per l'iscrizione nel registro dei praticanti è necessario altresì
avere superato un esame di cultura generale, diretto ad accertare
l'attitudine all'esercizio della professione. Tale esame dovrà
svolgersi davanti ad una Commissione, composta da 5 membri, di cui 4 da
nominarsi da ciascun Consiglio regionale o interregionale, e scelti fra
i giornalisti professionisti con almeno 10 anni di iscrizione. Il
quinto membro, che assumerà le funzioni di presidente della
Commissione, sarà scelto fra gli insegnanti di ruolo di scuola media
superiore, e nominato dal provveditore agli studi del luogo dove ha
sede il Consiglio regionale o interregionale. (…) Non sono tenuti a
sostenere la prova di esame, di cui sopra, i praticanti in possesso di
titolo di studio  non inferiore alla licenza di scuola media superiore”.

[41] In questo senso cfr. P. Barile, op. cit., p.340

[42]
Cass., sez. I, 14 giugno 2000, n. 8118. Michelini c. Cons. ord.
giornalisti Liguria, in Mass., 2000;Cd-Rom Foro It., 1987 - 2000: “Tra
i tratti essenziali della pratica giornalistica  desumibili dall'art.41
d.p.r. n. 115 del 1965 (come integrato dall'art.9 d.p.r. n.212 del
1979) va individuato il fatto di dover essa svolgersi nei quadri
organici dei servizi redazionali centrali, nel senso della
partecipazione dall'interno dell'attività di redazione nei suoi
molteplici aspetti, così da assicurare all'aspirante professionista un
percorso formativo completo (la suprema corte ha così confermato la
sentenza impugnata, la quale non aveva riconosciuto come svolta la
pratica ai fini dell'ammissione all'esame di giornalista
professionista, ritenendo che l'istante  - pur essendo stato impegnato
in “operazioni di cucina redazionale”, non aveva però avuto accesso
alla redazione e alle attrezzature a disposizione di questa, né aveva
partecipato all'attività di redazione  in senso proprio, essendo stato
escluso dalle riunioni riservate ai redattori, dove si decideva
l'impostazione e la fattura del giornale, l'impaginazione e la modifica
dei pezzi redatti dai collaboratori)”.

[43] Cfr. Odg, Cassazione: L’ordine può verificare il periodo di pratica, in <http://www.odg.mi.it/ prat_cas.htm>, 2001.

[44] Cfr. F. Abruzzo, op. cit.,  Codice dell’informazione, p 850.

[45] Cfr. F. Abruzzo, op. ult. Cit., p. 850.

[46] Cfr. S Merlini, op. cit., La stampa quotidiana tra crisi e riforma, di P. Barile ed E. Cheli, p.650.

[47]
Cfr. Legge 3 febbraio 1963, n. 69, art. 32: “(…) L'esame dovrà
sostenersi in Roma, innanzi ad una commissione composta di sette
membri, di cui cinque dovranno essere nominati dal Consiglio nazionale
dell'Ordine fra i giornalisti professionisti iscritti da non meno di 10
anni. Gli altri due membri saranno nominati dal presidente della Corte
d'appello di Roma, scelti l'uno tra i magistrati di tribunale e l'altro
fra i magistrati d'appello; quest'ultimo assumerà le funzioni di
presidente della Commissione in esame. Le modalità di svolgimento
dell'esame, da effettuarsi in almeno due sessioni annuali saranno
determinate dal regolamento”.

[48] Cfr. Legge 20 ottobre 1964, n. 1039, in Gazz. Uff.
2 novembre 1964, art.44: “(…) La prova orale consiste in un colloquio
diretto ad accertare la conoscenza dei principi dell'etica
professionale, delle norme giuridiche attinenti al giornalismo e
specificamente delle tecniche e pratiche inerenti all'esercizio della
professione. In particolare è richiesta la conoscenza delle seguenti
materie: a) elementi di storia del giornalismo; b) elementi di
sociologia e di psicologia dell'opinione pubblica; c) tecnica e pratica
del giornalismo: elementi teorici e pratici fondamentali, esercitazioni
di pratica giornalistica; d) norme giuridiche attinenti al giornalismo:
elementi di diritto pubblico; ordinamento giuridico della professione
di giornalista e norme contrattuali e previdenziali; norme
amministrative e penali concernenti la stampa; elementi di legislazione
sul diritto d'autore; e) etica professionale; f) i media del sistema
economico italiano”.

[49] Per maggiori dettagli circa i limiti posti ai giornalisti cfr. <http://www.odg.mi.it/normepri.htm>, 2001.

[50] Cfr. J. Wakeham (Presidente della Press Complaints Commission), In Gran Bretagna non sarebbe mai accaduto, i media si autoregolano,
dal Corriere della Sera, su trasmissioni di immagini di pedofilia sulla
prima rete Rai (Tg1-direttore dimissionario Gad Lerner), 30 settembre
2000, p.7 e cfr. <http://www.odg.mi.it/gad.htm>, 2001.

[51] Cfr. A. Viali, op. cit., Giornalista, La professione, le regole, la giurisprudenza,
p.92, “In quel periodo vengono organizzati seminari di studio ad
Urbino. Si tratta di seminari di preparazione all'esame di idoneità.
Corsi simili si tengono successivamente a Frascati, e Viterbo.
Abitudine consolidata negli anni. I praticanti di oggi spesso scelgono
di frequentare a Fiuggi delle lezioni (durata una settimana) utili per
superare l'esame”.

[52] Cfr. D. P. R., 4 febbraio 1965, n. 115, in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff.
n. 63, del 12 marzo 1965. Regolamento per l’esecuzione della Legge 3
febbraio 1963, n. 69, sull'ordinamento della professione di giornalista.

[53] Cfr. A. Viali, op. ult. cit., p. 93.

[54] Cfr. Cass. Civ., sez. II, 29 novembre 1996, n. 10638, in Foro. it.,
1996, p. 998: “L'art. 56, Legge 3 febbraio 1963 n. 69, che regola il
procedimento disciplinare a carico dei giornalisti, deve essere
interpretato, alla luce dei principi affermati dalla Corte
Costituzionale nella sentenza n. 505 del 1995, nel senso che ove
l'istruttoria prosegua in detta sede, per l'accertamento dei fatti
attraverso la raccolta delle prove, pur non essendo prevista la
presenza dell'incolpato o del suo difensore, deve essere riconosciuto
il diritto di prendere visione dei verbali e di confutare le prove
raccolte non solo attraverso memorie illustrative, ma anche con la
presentazione di nuovi documenti e con la deduzione di altre prove,
compresa la richiesta di risentire testimoni su fatti e circostanze
specifiche rilevanti attinenti alle contestazioni”.

[55] Cfr. U. De Siervo, Stampa e diritto pubblico, in Enciclopedia del Dir., Vol. XLIII.

[56]
Cfr. Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per
l'informazione e l'editoria, Terzo rapporto sullo stato
dell’informazione in Italia, in Vita Italiana, Roma, n. 1 – Speciale 1990.

[57] Cfr. A. Viali, op. cit., Giornalista, La professione, le regole, la giurisprudenza, p.97.

[58] Cfr. Legge 14 gennaio 1999, n. 4, in Gazz. Uff.,
19 gennaio, n. 41. Disposizioni riguardanti il settore universitario e
della ricerca scientifica, art.1, comma 18: “Con uno o più regolamenti
adottati, a norma dell'art.17, comma 2, della Legge 23 agosto 1988, n.
400, su proposta del ministro dell'università e della ricerca
scientifica e tecnologica, di concerto con il ministro di grazia e
giustizia, sentiti gli organi direttivi degli ordini professionali,
sono istituite apposite sezioni degli albi, degli Ordini e dei collegi
previsti dalla normativa vigente in materia di accesso alle
professioni, in conformità ai seguenti criteri direttivi: riserva
dell'accesso alle predette sezioni ai titolari di diploma universitario
e connessa determinazione dell'ambito consentito di attività
professionale”.

[59] Cfr. Legge 23 agosto 1988, n. 400, in Suppl. ordinario
alla Gazz. Uff., n. 214, del 12 settembre. Disciplina dell'attività di
Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri,
art.17 c.2. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa
deliberazione del Consiglio dei Ministri, sentito il Consiglio di
Stato, sono emanati i regolamenti per la disciplina delle materie, non
coperte da riserva assoluta di legge prevista dalla Costituzione, per
le quali le leggi della Repubblica, autorizzando l'esercizio della
potestà regolamentare del Governo, determinano le norme generali
regolatrici della materia e dispongono l'abrogazione delle norme
vigenti, con effetto dalla entrata in vigore delle norme regolamentari.

[60] Cfr. Legge 15 maggio 1997, n. 127, in Suppl. ordinario n. 98, alla Gazz. Uff.,
n. 113, del 17 maggio. Misure urgenti per lo snellimento di attività
amministrative e dei procedimenti di decisione e di controllo.

[61] Vedi supra 2.3.

[62] Cfr. F. Abruzzo, op. cit.,  Codice dell’informazione, p. 1240 ss.

[63] Cfr. A. Viali e G. Faustini, op. cit., La professioni di giornalista, Roma, CDG, 1992.

[64] Cfr. A. Viali e G. Faustini, op. ult. cit., p. 105.

[65] Per una più dettagliata analisi della questione cfr. F. Abruzzo, op. cit., Codice dell'informazione, La Fnsi, il Contratto di lavoro, l'Inpgi e la Casagit, p.527 e ss.

[66] Cfr. Odg Lombardia, I praticanti giornalisti nella legge e nella giurisprudenza, in <http://www.odg.mi.it/prat.htm>, 2001.

[67] Cfr. A. Viali e G. Faustini, op. cit., p. 83.

[68] Cfr. art.18, Legge 20 maggio 1970, n. 300, in Gazz. Uff. 27 maggio 1970, n. 131.

[69] Cfr. Trib. Roma 29 ottobre 1978.

[70] Cfr. Legge 18 aprile 1962, n. 230, in Gazz. Uff. 17 maggio, n. 125, Disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato.

[71] Cfr. A. Viali e G. Faustini, op. ult. cit., p. 85.

[72] Cfr. Cass. civ., 22 novembre 1973, n. 3164.

[73] Cfr. A. Papuzzi, Professione giornalista. Tecniche e regole di un mestiere, Manuali Donzelli, Roma, 1998; C. Sorrentino, I percorsi della notizia, Bologna, Baskerville.

[74] Cfr. F. Abruzzo, op. cit.,  Codice dell’informazione, p 1258.

[75] Cfr. Legge 4 agosto 1955 n.848, in Gazz. Uff.
24 settembre n.221, Ratifica  ed esecuzione della Convenzione per la
salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali,
firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla
Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, art.10
Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle
libertà fondamentali, art.10 Libertà di espressione: “1.Ogni persona ha
diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di
opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee
senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e
senza considerazione di frontiera. Il presente articolo non impedisce
agli Stati di sottoporre  ad un regime di autorizzazione le imprese di
radiodiffusione, di cinema o di televisione. 2.L'esercizio di queste
libertà, poiché comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto
alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste
dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società
democratica, per la sicurezza nazionale, per l'integrità territoriale o
per la pubblica sicurezza, per la difesa dell'ordine o per la
prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale,
per la protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire
la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l'autorità e
l'imparzialità del potere giudiziario”.

[76] Cfr. F. Abruzzo, Il Codice deontologico sulla privacy, occasione di crescita per i giornalisti e soprattutto di garanzia per i cittadini, in Annuario dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, 1999.

[77]
Cfr. Legge 3 febbraio 1963, n. 69, art.2: “E' diritto insopprimibile
dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata
dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità
altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità
sostanziale di fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e
dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino
inesatte, e riparati gli eventuali errori. Giornalisti e editori sono
tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie,
quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a
promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione
fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori”.

[78]
Cfr. art. 2104 c.c., Diligenza del prestatore di lavoro: “Il prestatore
di lavoro deve usare la diligenza richiesta dalla natura della
prestazione dovuta, dall'interesse dell'impresa e da quello superiore
della produzione nazionale (1176). Deve inoltre osservare le
disposizioni per l'esecuzione e per la disciplina del lavoro impartite
dall'imprenditore (2086) e dai collaboratori di questo dai quali
gerarchicamente dipende (2094, 2106) ”. Art.2105 c.c., Obbligo di
fedeltà: “Il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto
proprio o di terzi, in concorrenza con l'imprenditore, né divulgare
notizie attinenti all'organizzazione e ai metodi di produzione
dell'impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio
(2125)”.

[79] Cfr. F. Abruzzo, La
deontologia della professione giornalistica attraverso le pronunce
dell'Ordine di Milano nel corso del 2000. Un impegno al servizio dei
cittadini e volto alla tutela della dignità della persona. Norme
costituzionali che animano l'ordinamento della Repubblica, in Relazione
all'assemblea dei giornalisti lombardi, marzo 2001.

[80] Cfr. Tabloid, gennaio 2000, p. 20.

[81] Cfr. F. Abruzzo, Giornalisti sospesi fra mercato e Ordine, in Csn - Comunicazioni sociali notizie, n. 5, 1999.

[82] Cfr. P. Barile, op. cit., Problemi dell’Informazione, n. 3, settembre 1986, p.310.

[83] Cfr. Odg Lombardia, Quattro ragioni a favore dell’ordine, in <http://www.odg.mi.it/direttore.htm>, 2001.

[84] Cfr. Legge 6 agosto 1990, n. 223, in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff.
n. 185, del 9 agosto, Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e
privato, art.1: “La diffusioni di programmi radiofonici o televisivi,
realizzata con qualsiasi mezzo tecnico, ha carattere di eminente
interesse generale”.

[85] Per un'analisi più profonda della pronuncia della Corte Costituzionale cfr. Corte cost. 26 marzo 1993, n. 112, in Giur. Cost., I, (38), 1993, p.939.

[86] Per un'analisi più approfondita sull'argomento cfr. Odg Lombardia, Deontologia, Il massimario della giurisprudenza professionale, in <http://www.odg.mi.it/deont.htm>, 2001.

 

[87] Cfr. Legge 23 dicembre 1996, n. 662, in Supll. Ordinario n. 233, alla Gazz Uff. n. 303, del 28 dicembre 1996. Misure di razionalizzazione della finanza pubblica, e in Lex 1997, p. 253.

[88] Cfr. Corte Cost. 11 giugno 2001, n. 189, in Foro it., 2001, col. 2121. “È
infondata la questione di legittimità costituzionale  dell'art.1, commi
56 e 56 bis, l. 23 dicembre 1996 n. 662, nella parte in cui consente ai
pubblici dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale, di
iscriversi agli albi professionali ed esercitare le libere professioni
, in riferimento agli artt.3, 4, 24, 97 3e 98 della Cost.”

[89] Cfr. Decreto legislativo 30 luglio 1999 n. 300, in Suppl. Ordinario n. 163/L alla Gazz. Uff. n. 203 del 30 agosto. Riforma dell'organizzazione del Governo, a norma dell'art.11della Legge 15 marzo 1997, n. 59.

[90] Cfr. F. Abruzzo, La laurea in giornalismo diventi il titolo esclusivo per l’ammissione all’esame di abilitazione, in <http://www.odg.mi.it/laurea5.htm>, 1999.

[91] Cfr. Odg Lombardia, Laurea in giornalismo ed esame di giornalista, in <http://www.odg.mi.it/laurea4.htm>, 2001.

[92] Cfr. F. Abruzzo, op. cit., La laurea in giornalismo diventi il titolo esclusivo per l’ammissione all’esame di abilitazione, in <http://www.odg.mi.it/laurea5.htm>, 1999.

[93] Cfr. Legge 14 gennaio 1999 n. 4, in Gazz. Uff. 19 gennaio n. 14, Disposizioni riguardanti il settore universitario e della ricerca scientifica.

[94] Cfr. D.M. 28 novembre 2000 n.197, in Gazz. Uff. 23 gennaio 2001 e in Leggi d'Italia - Cd Rom, 2000.

[95] Nicola Buccico è anche presidente del C.n.f. (Consiglio nazionale forense).

[96]
Questo il tema della memoria ai ministri e al Consiglio di Stato:
“Procedimento amministrativo relativo alla richiesta di parere al
Consiglio di Stato sull’obbligo di stesura del regolamento per l’esame
di abilitazione professionale (articolo 33, V comma, della
Costituzione) dei praticanti giornalisti, che abbiano conseguito la
laurea specialistica in giornalismo (classe 13/S in Gazz. Uff.
, serie generale n. 18 del 23 gennaio 2001). Così modificando e
integrando la disciplina vigente (articoli 29, 31, 32, 33 e 34 della
legge n. 69/1963 e articoli 35 e seguenti del Dpr n. 115/1965) in virtù
di quanto disposto dall’articolo 1 (comma 18) della legge n. 4/1999.
Cfr. Il Sole 24 Ore, 17 febbraio 2001, sarà il
Consiglio di Stato, in sede consultiva, a dirimere il contrasto tra
l'Ordine dei giornalisti e il ministero dell'Università sul raccordo
tra la laurea specialistica in giornalismo con l'ordinamento
professionale. La Commissione Rossi non ha provveduto a scrivere il
decreto sul nuovo esame di Stato dei giornalisti, sostenendo che
l'attuale prova di idoneità, che i praticanti giornalisti sostengono
per diventare professionisti, non presenta i caratteri dell'esame di
Stato”.

[97] Cfr., Il Sole 24 Ore, 30 gennaio 2001, p. 27.

[98] Cfr. Odg Lombardia, La laurea in giornalismo ha senso se diventa l’unica via di accesso alla professione, in < http://www.odg.mi.it/esami2.htm, 2001 e cfr. Il Sole 24 Ore, 30 gennaio 2001.

[99]
Cfr. Legge n. 4/1999, art.1, comma 18. “Con uno o più regolamenti
adottati, a norma dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto
1988, n. 400, su proposta del Ministro dell'Università e della ricerca
scientifica e tecnologica, di concerto con il Ministro di Grazia e
Giustizia, sentiti gli organi direttivi degli ordini professionali, con
esclusivo riferimento alle attività professionali per il cui esercizio
la normativa vigente già prevede l'obbligo di superamento di un esame
di Stato, è modificata e integrata la disciplina del relativo
ordinamento, dei connessi albi, Ordini o Collegi, nonché dei requisiti
per l'ammissione all'esame di Stato e delle relative prove(…)”.

[100] Cfr. art.32 Cost. e cfr. F. Abruzzo, op. cit., Codice dell’informazione, p. 850 ss.

 

“Lo svolgimento della prova orale comprende anche la discussione di
un argomento di attualità, liberamente scelto dal candidato, nel
settore della politica interna, della politica estera, dell'economia,
del costume, dell'arte, dello spettacolo, dello sport, della moda o in
qualsiasi altro campo specifico nel quale egli abbia acquisito una
particolare conoscenza professionale durante il praticantato. Analoga
scelta può essere compiuta dal candidato nella materia delle norme
giuridiche attinenti al giornalismo. L'argomento o gli argomenti
prescelti, compendiati in un breve sommario, devono essere comunicati
alla commissione almeno tre giorni prima della prova, e da essi può
prendere l'avvio il colloquio allo scopo sia di mettere il candidato a
suo completo agio sia di valutarne le capacità di ricerca e di
indagine, di attitudine alla inchiesta e di acume critico, di
discernimento e di sintesi”.

[101] Cfr. Dlgs. 27 gennaio 1992, n. 115, in Gazz. Uff.,
18 febbraio, n. 40, Attuazione della direttiva (CEE) N. 48\89, relativa
ad un sistema generale  di riconoscimento dei diplomi di istruzione
superiore che sanzionano formazioni professionali di una durata minima
di tre anni.

[102] Cfr. Dlgs. 27 gennaio 1992, n. 115, in Gazz. Uff.
, 18 febbraio, n. 40, Attuazione della direttiva (CEE) N. 48\89, art.8.
1) La prova attitudinale consiste in un esame volto ad accertare le
conoscenze professionali e deontologiche e a valutare la capacità
all'esercizio della professione, tenendo conto che il richiedente il
riconoscimento è un professionista qualificato nel Paese di origine o
di provenienza. 2) Le materie su cui svolgere l'esame devono essere
scelte in relazione alla loro importanza essenziale per l'esercizio
della professione. 3) In caso di esito sfavorevole, la prova
attitudinale non può essere ripetuta prima di sei mesi.

[103] Cfr. Legge 8 dicembre 1956, n. 1378, in Gazz. Uff., 21 dicembre, n. 321. Esami di Stato di abilitazione all'esercizio delle professioni.

[104]
Cfr. Cass. Civ,  sez. lav., 9 febbraio 1996, n. 1024; Parti in causa
Soc. Eag c. Buffa; Riviste Mass., 1996; Rif. ai codici C.p.c. art.278;
Rif. legislativi L 3 febbraio 1963 n. 69, art. 29; L 3 febbraio 1963 n.
69, art. 31; Legge 3 febbraio 1963 n. 69, art.32; L 3 febbraio 1963 n.
69, art. 33; Legge 3 febbraio 1963 n. 69, art. 34; DPR 4 febbraio 1965
n. 115, art.36. Per quanto riguarda il peso dell'esame nel futuro dei
praticanti giornalisti vale questa massima giurisprudenziale: “La
dichiarazione del direttore comprovante l'inizio della pratica
giornalistica configura un atto dovuto cui è subordinata l'iscrizione
nel registro dei praticanti, la quale è a sua volta indispensabile,
insieme con altri requisiti (tra cui l'esito favorevole della prova
d'idoneità professionale di cui all'art.32 legge 3 febbraio 1963 n.
69), per ottenere l'iscrizione nel registro dei professionisti,
accedendo così alla professione giornalistica”.

[105]
Guido Gonella è l'autore del Disegno di legge governativo n. 1553/1960,
che, in sede legislativa, fu approvato il 12 dicembre 1962
all'unanimità dalla IV Commissione della Camera (dopo un dibattito che
si snodò per 16 sedute). Il Ddl, in una sola seduta, fu approvato
definitivamente, sempre in sede legislativa, il 24 gennaio 1963 dalla
Seconda Commissione del Senato. Pubblicato in Gazz. Uff. n. 49/1963, quel Ddl oggi è la Legge 3 febbraio 1963 n. 69 sull'ordinamento della professione giornalistica.

[106]
Cfr. relazione del Guardasigilli Guido Gonella, in occasione del
convegno sulla “Formazione professionale e gli esami dei giornalisti”,
tenutosi presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università La
Sapienza di Roma, 1 - 3 dicembre 1966, in <www.odg.mi.it>, 2000.

[107] Cfr. Cass. civ., 21 maggio 1988, n. 3550; in Riviste. Mass., 1988 e cfr. op. cit., Relazione Gonella, Roma, 1 - 3 dicembre 1966, in <http://www.odg.mi.it>, 2001.

[108]
Z. Zencovich, docente di diritto privato all'Università di Sassari e
consulente legale del Partito Radicale nel periodo in cui si è promosso
il referendum abrogativo dell'ordine dei giornalisti.

[109] Cfr. Z. Zencovich, Commenti e inchieste. Ma Internet scardinerà tutto, in Il Sole 24 Ore, 31 dicembre 1999.

[110] Sull'argomento cfr. Anna Masera, Sempre più giornalisti presi nella Rete, in <http://www.odg.mi.it/gior_int.htm>, 2001.

[111] Cfr. F. Abruzzo, Giornalista, futuro da “Yes man” se sparisce l’Ordine, in <http://www.odg.mi.it/zenozenc.htm>, 1999.

[112] Cfr. F. Abruzzo, Professioni, in Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 1999.

[113] Vedi supra 1.4.

[114] Cfr. Dlgs. n. 300\1999 e cfr. F. Abruzzo, Memoria di Franco Abruzzo al Consiglio di Stato, in <http://www.odg.mi.it/laurea6.htm>, 2000. “Il
legislatore frattanto ha dato nuova legittimità agli Ordini e ai
Collegi esistenti con il Dlgs n. 300/1999 sul riordino dei ministeri.
Ordini e Collegi rimarranno sotto la vigilanza del ministero di
Giustizia, mentre il ministero dell'Università (d'intesa con quello
della Giustizia) curerà l'accesso alle professioni e quindi anche alla
professione giornalistica. Gli Ordini e i Collegi possono sopravvivere,
occupandosi esclusivamente di deontologia e formazione. L'esame di
Stato rientrerà nella sfera delle Università”.

[115]Per una discussione approfondita cfr. F. Abruzzo, in <http://www.odg.mi.it/laurea4.htm>, 2000.

[116]Cfr.Odg Lombardia,in<http://www.odg.mi.it/deont.htm> e cfr. <http://www.odg.mi.it/deontologia.htm>, 2001.

[117] Vedi supra 1.8.

[118] Cfr. Trib. Napoli, 8 agosto 1997, in Riviste Dir. e Giur., 1997, n. 472,Catalano.

[119] Cfr. Legge 7 giugno 2000, n. 150, in Gazz. Uff., 13 giugno, n. 136. Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni, e in Lex 2000, p. 2208.

[120] Cfr. Odg, Gli enti pubblici e il giornalismo, in <http://www.odg.mi.it/uff_st01.htm#Lo Stato e gli enti pubblici con la legge 150/2000 “si aprono” ai Mass Media>, 2000 e vedi supra 3.4.

[121] Cfr. Cass. civ., 23 novembre 1983, n. 7007; in  Mass. Foro. it., 1983, col. 1412.

[122] Vedi supra 1.7.

[123] Cfr. Cass., sez. lav., 14 aprile 1999, n. 3705 (non massimata).

 

Capitolo III

 

IL PROGETTO DELL'ORDINE DEI GIORNALISTI DELLA LOMBARDIA. IL RUOLO AFFIDATO ALL'UNIVERSITÀ

 

 

3. 1. Legittimità dell'esame di abilitazione e
intervento del Consiglio di Stato. L'ordine dei giornalisti della
Lombardia critica l'ufficio legislativo del Ministero di grazia e
giustizia: "La riforma è già in atto".

 

 

Per capire se l'esame indicato nella Legge n.69/1963 si debba
considerare "esame di Stato", è necessario capire la volontà del
legislatore nel contesto storico in cui è nata la normativa. Il
Parlamento indubbiamente conosceva il disposto dell'articolo 33 (V
comma) della Costituzione sull'esame per l'abilitazione all'esercizio
professionale. Gode così di un ampio margine di discrezionalità nel
determinare le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è
opportuna l'istituzione di ordini o collegi e la necessaria iscrizione
in appositi albi o elenchi[1].
Il Parlamento si è avvalso di tale potere discrezionale anche in
riferimento alla denominazione del "test di ammissione all'ordine". Si
tratta di definire "l'esame di Stato" dei praticanti giornalisti come
"prova di idoneità professionale", strutturandola come "prova
attitudinale" (formula oggi elaborata nella legislazione comunitaria e
recepita nel nostro ordinamento con il Dlgs n. 115/1992).[2]

Senza il superamento dell'esame non si diventa giornalisti. Sotto questo profilo, dalla commissione Rossi ci si aspettava[3]
la ridefinizione dell'esame da giornalista raccordandolo alla laurea
specialistica. Per legittimare l'ordine quale organismo per la tutela e
il controllo dei giornalisti quali professionisti intellettuali la sola
via percorribile sembra essere quella del binomio "laurea – esame di
Stato".

Una volta affermato che, in futuro, alla professione giornalistica
si accederà solo dopo un percorso universitario specialistico, ci si
chiede se tale sistema rispetterà i canoni della democrazia. La pensano
così i vertici dell'ordine. Tutti i cittadini – si dice - possono
frequentare i corsi di laurea, mentre la Repubblica è impegnata
dall'articolo 34 della Costituzione a perseguire una politica di
apertura agli studi.[4]

Al momento, i professionisti impiegati a tempo pieno nelle redazioni
delle varie testate sono circa 12.000. Di questi solo il 7% si è
diplomato nelle scuole specialistiche riconosciute dall'ordine. La
laurea in giornalismo, quale condizione per accedere all'esame di
abilitazione professionale dovrebbe permettere di giustificare
l'appartenenza del giornalismo al "club delle professioni
intellettuali", rendendo così inattaccabile l'organismo di tutela e di
controllo della categoria. Sappiamo però che la commissione
ministeriale non ha provveduto a scrivere il decreto sul nuovo esame di
Stato dei giornalisti: la professione è esclusa dalla disciplina
regolamentata dall'articolo 1, comma 18, della legge 14 gennaio 1999
n.4. Sorgono dubbi quindi sulla natura dell'esame di abilitazione. E se
tale esame non ha le caratteristiche dell'esame di Stato, rischia di
andare in secondo piano anche l'utilità della laurea specialistica,
propedeutica al test (scritto e orale) di abilitazione.

Sulla questione è stata chiesta una pronuncia al Consiglio di Stato.[5]
Il 23 luglio 2001 la II Sezione consultiva ha emesso il proprio parere,
un parere meramente interlocutorio (n. 488/2001) con il quale ha
chiesto al dicastero "i verbali della commissione Rossi, limitatamente
alle riunioni in cui si è dibattuto il problema della (non) riforma
dell'ordine dei giornalisti e al ministero della giustizia, competente
in materia di ordini professionali, di esprimere la propria posizione
(protocollo n. 191 del 6 settembre 2001)".

Quanto affermato dall'ufficio legislativo del dicastero è stato
oggetto di critica da parte del consiglio lombardo. L'articolo 1 (comma
18) della Legge n.4/1999 disciplina l'accesso alle professioni
intellettuali e abroga la norma anteriore (art. 33 della Legge
n.69/1963).

 

L'ufficio in questione ha dichiarato (pag. 5, I cpv) che
"nell'ordinamento non è dato rinvenire la definizione legislativa di
esame di Stato", ma sembra non prendere in considerazione quanto ha
scritto la Corte Costituzionale nella sentenza n.38/1997: "Rientra
nella discrezionalità del legislatore ordinario determinare le
professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è opportuna
l'istituzione di ordini o collegi e la necessaria iscrizione in
appositi albi o elenchi (art.2229 c.c.)".[6] Il Parlamento ha approvato la Legge 3 febbraio 1963 n.69, che ha superato il referendum abrogativo del 15 giugno 1997.

È inoltre importante ricordare il comma 18 dell'articolo 1 della
Legge n.4/1999 che, nell'espressione "ordini professionali", include
anche l'ordine dei giornalisti quando fa riferimento alle "attività per
il cui esercizio la normativa vigente già prevede l'obbligo di
superamento di un esame di Stato".[7] La legge 4 e il Dlgs 300 non contemplano un trattamento particolare e diverso per la professione giornalistica. Ubi lex noluit dixit.

L'ufficio legislativo ministeriale viene attaccato per avere
ignorato le peculiarità del sistema italiano rispetto a tutti i Paesi
del mondo: "(…) Si scrive erroneamente che il titolo di studio non si
appalesa quale requisito necessario (…). L'ufficio legislativo incorre
in questo caso in una serie ripetuta di gaffes, che rasentano la
mancanza di cultura costituzionale dovuta probabilmente a una scarsa
conoscenza delle sentenze della Corte Costituzionale sulla professione
giornalistica o almeno delle più rilevanti di esse (sentenza n.11/1968;
sentenza n.98/1968; sentenza n.2/1971; sentenza n.71/1991; sentenza n.
505/1995; sentenza n.38/1997)".[8]

 

 

 

3. 2. Le conferme della Corte Costituzionale.

 

 

La Corte Costituzionale si è occupata varie volte del problema
dell'esame di abilitazione all'esercizio professionale (sentenze
n.77/1964[9]; n.127/1985[10]; n.29/1990[11]; n.456/1993[12])
e di quello della professione giornalistica (sentenze n.11/1968;
n.98/1968; n.71/1991 e n.38/1997). Con la pronuncia n.5/1999, il
giudice costituzionale ha affrontato la questione dell'esame di
avvocato e, in questa occasione, ha dettato una regola generale, che
può valere per tutte le professioni assimilabili: "La legge può
riservare agli iscritti in appositi albi l'esercizio di determinate
professioni, che presuppongono una particolare capacità tecnica ed il
cui esercizio richiede - per assicurare il corretto svolgimento
dell'attività professionale, sia a garanzia della collettività che a
protezione dei destinatari delle prestazioni - una specifica idoneità
(sentenze n.456/1993; n.29/1990 e n.77/1964). Per l'abilitazione
all'esercizio professionale è prescritto un esame di Stato (articolo
33, quinto comma, Cost.), che consente di verificare l'idoneità tecnica
di chi, avendo i requisiti richiesti, intenda accedere alla professione
ottenendo l'iscrizione nell'apposito albo. Il legislatore può stabilire
che in taluni casi si prescinda dall'esame di Stato (sentenza
n.127/1985) quando vi sia stata in altro modo una verifica di idoneità
tecnica e sussistano apprezzabili ragioni che giustifichino
l'eccezione". L'idoneità tecnica, di cui parla la sentenza n.5/1999,
corrisponde alle "prove di esame predisposte per un accertamento
tecnico" cui fa riferimento la sentenza n.11/1968 della stessa Corte
Costituzionale. L'idoneità tecnica e l'accertamento tecnico sono dunque
verificate nell'esame per l'abilitazione all'esercizio professionale, a
cui accenna l'art.33Cost. Tale sentenza è stata fatta propria dai
sostenitori dell'ordine dei giornalisti. Si ha così un'implicita
giustificazione dell'esistenza dell'organismo. Infatti, quando si parla
di "particolare capacità tecnica" e di "specifica idoneità" (verificata
attraverso l'esame di Stato) di chi svolge una determinata professione,
si pone una distinzione fra professionisti dell'informazione (a cui
sono richieste cautele e responsabilità nella narrazione dei fatti
accaduti) e i comuni cittadini che, in nome dell'art.21Cost., hanno la
possibilità di esprimere il proprio e l'altrui pensiero, ma senza i
vincoli della deontologia, che è propria dell'attività professionale.[13]

 

 

3. 3. I poteri rappresentativi, di tutela e di controllo dell'ordine.

 

 

 

L'articolo 20-bis del regolamento per l'esecuzione della legge
professionale (Dpr.n.115/1965) attribuisce al consiglio nazionale
dell'ordine dei giornalisti il compito di "curare il massimario delle
proprie delibere e di quelle dei consigli regionali per contribuire
alla concordanza degli indirizzi giurisprudenziali". In particolare
tale onere è stato assegnato all'ordine della Lombardia. La prima parte
del massimario contiene le sentenze sui comportamenti illeciti dei
giornalisti che hanno violato il principio cardine del "rispetto della
verità sostanziale dei fatti", la seconda parte contiene la vera e
propria "giurisprudenza" degli ordini regionali e le questioni di
procedura, legate alla Legge n.69/1963, analizzate attraverso le
sentenze della Cassazione. Tale funzione permette di comprendere il
ruolo sempre più importante dell'organismo rappresentativo della
categoria professionale. "L'ente pubblico esponenziale gode di una
posizione giuridica soggettiva direttamente tutelabile davanti al
giudice che gli consente di agire per rimuovere una situazione vietata,
perché considerata pregiudizievole per la categoria professionale e per
l'interesse pubblico al legale esercizio della professione alla cui
tutela l'ordine è preposto"[14].

L'ordine, negli anni, ha assunto un ruolo fondamentale per il
controllo e per la difesa della categoria. Difesa che non si esplica
necessariamente nel rapporto "dipendente – datore di lavoro" (compito
affidato al sindacato di categoria),[15]
ma in sede giudiziaria: parliamo, in particolare, dei casi di
diffamazione. Il consiglio regionale dell'ordine è legittimato a
proporre querela e a costituirsi parte civile in caso di diffamazione
col mezzo della stampa di alcuni giornalisti individuati o facilmente
individuabili nello scritto. Il consiglio ha anche l'attribuzione della
tutela del titolo di giornalista in qualunque sede.[16]
L'ordine viene indicato quindi come un organismo di servizio a cui la
categoria professionale non può rinunciare e che non può essere
sostituito da un sindacato di lavoratori. L'ordine viene dunque inteso
quale "organizzazione di raccolta", con la funzione di garantire la
presenza delle caratteristiche necessarie all'esercizio corretto della
professione e così la qualità dell'informazione.

Si torna alla questione riguardante l'art.21Cost. Secondo i
sostenitori dell'ordine, l'esercizio della professione di giornalista
sarebbe cosa ben diversa dall'espressione del pensiero riservata al
comune cittadino. Per parlare di "redattore" (figura prevista
dall’art.5 del contratto nazionale di lavoro) non è sufficiente
l'elaborazione della notizia. È altresì necessaria la responsabilità
della titolazione e della preparazione del menabò. Per fare funzionare
gli ingranaggi di un organo di stampa bisogna insomma che le
responsabilità vengano distribuite fra i vari giornalisti. Questa
assegnazione è difficile da effettuare in una redazione composta da
persone prive di controllo, prive di un organismo superiore che possa
garantire la loro professionalità e che le vincoli alle proprie
responsabilità civili e penali.

Necessaria appare dunque, per collegarci alle analizzate critiche della dottrina,[17]
l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato. Sicuri indici
dell'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato possono
riscontrarsi nell'esecuzione della prestazione secondo precise
istruzioni che vengono quotidianamente impartite sia in merito alle
notizie da reperire o da approfondire, sia sui pezzi in corso di
esecuzione, nonché sulle manifestazioni da seguire. Si deve accertare
se esista o no la subordinazione, considerata da alcuni motivo di
esclusione dalla categoria delle professioni intellettuali.[18]

Detto questo, vediamo che la Cassazione, in una pronuncia del 1992,
arriva ad affermare che "giornalista" può definirsi solo "chi, oltre ad
essere iscritto all'albo professionale, è anche inserito regolarmente
all'interno di una redazione". La registrazione all'ordine è condizione
necessaria, ma non sufficiente per definirsi "professionista
dell'informazione".[19]
È interessante notare che, nella pronuncia di cui stiamo trattando, il
mestiere viene indicato come "lavoro intellettuale": "Rientra
nell'ambito del lavoro giornalistico l'attività di colui che, in modo
creativo e, con opera tipicamente intellettuale, provveda alla
raccolta, elaborazione e commento delle notizie destinate a formare
oggetto di comunicazione attraverso gli organi di comunicazione di
massa, con un apporto espressivo o critico". Pare dunque di trovarsi di
fronte ad un'implicita ammissione della corte. La dichiarazione
potrebbe essere utilizzata per difendere la tesi sostenuta dai
rappresentanti del consiglio nazionale dell'ordine: quella di
giornalista è una professione del tutto assimilabile alle altre
professioni intellettuali, caratterizzate, come sostiene con forza
l'ordine della Lombardia, da un percorso di studi universitari e da un
esame di Stato.

Sull'appartenenza del giornalismo al settore delle professioni intellettuali[20]
evidenziamo inoltre un'altra pronuncia di rilievo, quella del Consiglio
di Stato. L'8 ottobre del 1996 la quarta sezione giunge ad ammettere
l'esistenza di professioni libere, cioè non tipizzate legislativamente.
Quando però – ed è questo il punto che ci interessa– la professione
intellettuale viene tipizzata dalla legge (in questo caso dalla legge
sull'ordinamento della professione giornalistica), essa può essere
svolta soltanto dagli iscritti agli albi od elenchi istituiti in forza
della legge medesima. La linea di demarcazione fra le attività libere e
quelle monopolizzate va ricercata analizzando le attività elencate
nelle singole leggi professionali ed attribuite in esclusiva agli
iscritti.[21]

Il Consiglio di Stato conferma quest'orientamento in una pronuncia del 1999. Ai sensi dell'art.2229 c.c.,[22]
è la legge che stabilisce quali sono le professioni intellettuali per
l'esercizio delle quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi o
elenchi. Dunque, non per tutte le attività lavorative è prevista
l'istituzione di appositi albi e il discrimen fra l'attività libera e
quella monopolizzata dagli iscritti agli albi professionali, deve
essere rinvenuta nella disciplina degli albi medesimi.[23]

Per quanto riguarda l'esame di abilitazione, ci limitiamo a
ricordare che la previsione di un esame di Stato per l'esercizio delle
libere professioni[24]
non è posta a vantaggio delle varie categorie di liberi professionisti,
ma per permettere che al cittadino – che debba, per qualsiasi motivo,
ricorrere all'attività di un libero professionista - siano garantite la
preparazione e la capacità del soggetto, al quale è costretto ad
affidarsi.[25]
Si ha così la conferma di un orientamento ormai consolidato all'interno
dell'ordine dei giornalisti: l'esame e lo stesso ordine sono posti per
controllare il professionista e limitarne i possibili errori. "Senza un
sistema che verifica la preparazione dei giornalisti (attraverso un
esame di abilitazione alla professione) e che verifica la correttezza
del comportamento di questi (rispetto della verità dei fatti formali e
sostanziali) – dice il presidente dell'ordine della Lombardia  –
l'informazione offerta ai cittadini appare viziata".

 

 

 

 

3. 4. Nella Pubblica Amministrazione il giornalista
inserito nell'ufficio stampa deve essere professionista e titolare di
diploma di laurea.

 

 

 

Il Consiglio di Stato, in un certo senso, ha già aperto la
strada ad una riforma della Legge n.69/1963, che è – evidentemente –
riforma dell'accesso alla professione. È stato dato il via libera al
regolamento della Legge n.150/2000 (Urp, portavoce e uffici stampa
nella Pubblica Amministrazione)[26]:
una pronuncia coerente con l'articolo 1 (comma 18) della Legge 4/1999.
Il 21 maggio 2001 il Consiglio di Stato (Sezione consultiva per gli
atti amministrativi) ha dichiarato che "i responsabili degli uffici
stampa devono essere laureati"[27].
Non si tratta di una novità per la giustizia amministrativa. Il
Consiglio si è mosso lungo una linea consolidata della giurisprudenza.
"Ai fini dell'inquadramento quale giornalista nell'ottava qualifica, è
necessario essere giornalista professionista e, dunque, possedere il
diploma di laurea e la prescritta abilitazione professionale".[28] La vicenda, sintetizzata nella massima, riguardava un giornalista assunto nell'ufficio stampa del Comune di Fano.

Il regolamento della legge è stato sottoscritto dal Presidente della Repubblica il 21 settembre 2001.[29]
Siamo in presenza di una normativa di primaria importanza: una vera
rivoluzione nel panorama della Pubblica Amministrazione, con possibili,
forti ripercussioni anche nel mondo della stampa privata. L'art.1,
comma 1, del regolamento in esame, individua "i titoli per l'accesso
del personale da utilizzare  per le attività di informazione e di
comunicazione, disciplina i modelli formativi finalizzati alla
qualificazione del personale che già svolge le attività di informazione
e di comunicazione nelle pubbliche amministrazioni e stabilisce i
requisiti minimi  dei soggetti privati e pubblici abilitati allo
svolgimento di attività formative in materia di informazione e
comunicazione". In sostanza ai giornalisti impiegati negli uffici
stampa della P.A. è richiesta l'iscrizione nell'albo dei professionisti
e il diploma di laurea.[30]
Si deve sottolineare però che, in una prima fase, si avrà
un'applicazione più attenuata della nuova normativa: i giornalisti
attualmente già inseriti nelle pubbliche amministrazioni avranno la
possibilità di adeguarsi ai nuovi dettati normativi semplicemente
seguendo dei corsi formativi[31].

L'ordine dei giornalisti punta sulla coerenza del Consiglio di Stato, del regolamento[32]
e della Legge 150/2000: come ci si può pronunciare a favore di una
normativa che prevede l'inserimento negli uffici stampa della Pubblica
Amministrazione di giornalisti professionisti laureati, senza poi
pretendere che gli altri professionisti - impiegati nelle varie testate
giornalistiche private – abbiano i medesimi requisiti (iscrizione
all'albo dei professionisti e laurea)? Fare tale distinzione
equivarrebbe ad ammettere che vi sono professionisti dell'informazione
di serie A e di serie B, senza poi considerare il fatto che tutti i
giornalisti iscritti al registro (sia quelli impiegati nella Pubblica
Amministrazione, sia quelli impiegati nei vari mezzi di comunicazione
di massa, che hanno la possibilità di influenzare pesantemente
l'opinione pubblica) devono offrire un "prodotto informazione" di pari
qualità (corretta e dettagliata). I professionisti dell'informazione
tout court devono essere messi sullo stesso piano dei colleghi
impiegati nell'informazione istituzionale. Da tutti i giornalisti ci si
aspetta dunque un certo livello di preparazione, che solo l'università,
in questo caso, può dare.

Si attende dunque il parere favorevole del Consiglio di Stato circa
il collegamento fra la laurea in giornalismo e l'esame di abilitazione
professionale, previsto dall'art.1 (comma 18) della Legge n.4/1999: un
parere che dovrebbe superare quello interlocutorio, pronunciato il 9
maggio 2001. Negli auspici dell'ordine della Lombardia il nuovo
pronunciamento dovrebbe fare da battistrada alla stesura, da parte dei
ministeri dell'università e della giustizia, di un decreto ad hoc per
l'esame di giornalista sul modello del Dpr 5 giugno 2001 n.328,[33]
che recita "Modifiche ed integrazioni della disciplina dei requisiti
per l'ammissione all'esame di Stato e delle relative prove per
l'esercizio di talune professioni, nonché della disciplina dei relativi
ordinamenti".

 

 

3. 5. Ordine dei giornalisti: organismo di tutela del diritto di informazione.

 

 

 

Fin qui abbiamo parlato dell'ordine insistendo soprattutto sul fatto
che si tratta di un mezzo di controllo di tutela dei professionisti.
Contraltare di ciò è il diritto dei cittadini all'informazione: diritto
che, come si è brevemente accennato, presuppone la presenza e
l'attività di giornalisti vincolati a una deontologia specifica
promossa dall'ordine. La tutela più forte e incisiva dell'attività
giornalistica viene dalla Corte Costituzionale, che ha stabilito i
principi che il legislatore avrebbe dovuto tradurre in legge: "I
giornalisti preposti ai servizi di informazione sono tenuti alla
maggiore obiettività e devono essere posti in grado di adempiere ai
loro doveri nel rispetto dei canoni della deontologia professionale"[34] (sentenza 10 luglio 1974 n. 225).

La corte ha innanzitutto riconosciuto il principio che "i
cittadini-utenti hanno diritto di ricevere un'informazione obiettiva,
imparziale ed equilibrata". Caratteristiche, queste, che solo un
organismo a ciò preposto può garantire, così come prevede la Legge
n.69/1963. Un sistema dell'informazione privo di coordinate e
limitazioni, poste anche dall'alto, difficilmente potrebbe funzionare.
Questo l'orientamento di chi si dice a favore del mantenimento
dell'albo.

I valori di cui abbiamo parlato (l'informazione corretta e la
cronaca imparziale) sono stati trasfusi dal legislatore nell'articolo 1
(II comma) della Legge n.223/1990. Questa legge, infatti, pone alla
base del sistema radiotelevisivo pubblico e privato "il pluralismo,
l'obiettività, la completezza e l'imparzialità dell'informazione,
l'apertura alle diverse opinioni, tendenze politiche, sociali,
culturali e religiose, nel rispetto delle libertà e dei diritti
garantiti dalla Costituzione". Ma l'obiettività e la completezza
dell'informazione sono caratteristiche proprie del comune cittadino o
di chi svolge l'attività professionalmente? Naturalmente il consiglio
nazionale dell'ordine, alla luce delle pronunce della Corte
Costituzionale, appartiene alla seconda scuola di pensiero.

La tesi della categoria professionale in questione è riscontrabile anche in una pronuncia della Cassazione.[35]
La corte ha stabilito che "la fissazione di norme interne,
individuatrici di comportamenti contrari al decoro professionale,
ancorché non integranti abusi o mancanze, configura legittimo esercizio
dei poteri affidati agli ordini professionali, con la consequenziale
irrogabilità, in caso di inosservanza, di sanzione disciplinare" (Cass.
civ., 9 luglio 1991, n. 7543, Mass. 1991).

 Ma torniamo alla Corte Costituzionale. Sulla base della sentenza
n.225/1974, parte della dottrina ha ritenuto di poter riconoscere
esistente nel nostro ordinamento un vero e proprio diritto soggettivo
ad essere informati.[36]
In realtà la corte ha riconosciuto esistente un "interesse generale
all'informazione, anch'esso indirettamente protetto dall'articolo 21
della Costituzione". La posizione assunta dai giudici costituzionali
trova conferma nella fondamentale sentenza della Corte Costituzionale
n.112/1993[37],
che dice: "La libertà di manifestare il proprio pensiero comprende
tanto il diritto di informare quanto il diritto ad essere informati
(v., ad esempio, sentt. Corte Cost.n.202/1976,[38] n.148/1981,[39] n.826/1988[40])".

Ma, a questo punto della nostra analisi, ciò che dobbiamo chiederci
è se l'esercizio del diritto di informare e ad essere informati passa
necessariamente attraverso il riconoscimento di una professione. Le
normative esaminate, le pronunce della Corte Costituzionale, della
Cassazione e del Consiglio di Stato ci inducono a rispondere di sì.
Rimane ora da affrontare il nodo principale, la riforma: una riforma
che riguarda necessariamente le criticabili modalità di accesso alla
professione.[41]
Di fronte agli attacchi di chi vede l'ordine come uno strumento di
neo-corporativismo e di chi considera il giornalismo una professione
atipica, non inseribile nel gruppo delle professioni intellettuali, i
rappresentanti della categoria e, in particolare, l'ordine dei
giornalisti della Lombardia, si sono attivati.

 

 

3. 6. Solo le università possono legittimare l'ordine
dei giornalisti e l'esame di abilitazione alla professione. La
rivoluzione della riforma universitaria.

 

 

 

Per legittimare il giornalismo quale professione
intellettuale e, di conseguenza, l'ordine, come abbiamo anticipato, si
vuole agganciare l'organismo di tutela all'università. È il "teorema
Abruzzo", dal nome del presidente dell'ordine dei giornalisti della
Lombardia. È Franco Abruzzo che, dalla sede di Milano, ha voluto
puntare l'attenzione sull'università. "La nostra professione e il
nostro albo – ci ha detto durante un incontro nella sede dell'ordine
regionale – rischiano di essere attaccati tutti i giorni. Se la
formazione dei professionisti rimane monopolio degli editori, i nostri
oppositori avranno gioco facile nel dipingere il giornalismo come un
mestiere atipico, non degno di comparire nell'elenco delle professioni
intellettuali. Per diventare avvocato o ingegnere bisogna frequentare
l'università. Non vedo perché, per diventare giornalista
professionista, non si debba fare un percorso simile. L'alternativa
(effettuare il praticantato presso una testata, previo placet degli
editori, n.d.a.) non è più accettabile. Non è accettabile perché
l'attuale sistema comporta lavoro nero e sfruttamento all'interno delle
redazioni, ma anche perché, da un punto di vista squisitamente
giuridico, la situazione odierna è difficilmente difendibile". Inoltre
Abruzzo critica l'esame di Stato così come oggi è concepito. "La
gestione – dice – deve passare dalle mani dei giornalisti a quelle
dell'università". Si richiama così il sistema applicato in Lombardia.
Abbiamo già detto del protocollo d'intesa sottoscritto dall'ordine
regionale (anche per conto dell'associazione Walter Tobagi per la
formazione al giornalismo, ente senza scopo di lucro che gestisce
l'istituto Carlo De Martino per la formazione al giornalismo),
dall'Università degli Studi di Milano e dall'ente Regione. Le parti
hanno concordato di trasformare il corso biennale dell'istituto Carlo
De Martino in corso di laurea specialistica biennale in giornalismo, da
considerarsi anche quale titolo valido per l'iscrizione nel registro
dei praticanti dell'ordine della Lombardia. La formazione
teorico-disciplinare è affidata ai docenti delle facoltà di
Giurisprudenza, Lettere e Filosofia (comprensiva del corso di laurea in
lingue e letterature straniere) e Scienze Politiche, nonché del
Dipartimento di Scienze dell'Informazione. L'ordine dei giornalisti
della Lombardia e l'università si impegnano a svolgere presso la
Regione Lombardia tutte le attività dirette ad ottenere i finanziamenti
previsti dalla Legge regionale n.95/1980.

 Dopo la firma, a Milano, del protocollo d'intesa, datato 21 luglio
2000, la trasformazione dell'Ifg in laurea specialistica è prevista per
l'ottobre del 2003. Si tratta  di un passo di grande rilievo per la
professione giornalistica. Per la prima volta si coinvolge in maniera
totalizzante il "soggetto università": un coinvolgimento che permette
di togliere il "monopolio della formazione" agli editori.

La riforma della professione è legata, a filo doppio, alla riforma
dell'università. La disciplina del nuovo ordinamento di studi
universitari è contenuta nel decreto ministeriale n.509/99. Il decreto
prende le mosse dal "modello europeo" delineato al vertice dei ministri
europei di Bologna (18 – 19 giugno 1999), che fa seguito alla
Dichiarazione della Sorbona (25 maggio 1998), confermato anche al
vertice di Praga svoltosi il 18 e 19 maggio 2001. La riforma della
professione giornalistica (la riforma delle modalità di accesso al
mestiere, con l'agganciamento dell'esame di Stato all'università) si
inserisce nella parte dedicata alle lauree specialistiche.

Sappiamo che la nuova laurea si consegue al termine di un corso di
studi di tre anni. Ottenuto quel titolo, si può aspirare alla laurea
specialistica. In questo caso la specializzazione è "giornalismo".
Questa consiste in corsi di indirizzo della durata di due anni. Le
università, coerentemente con lo spirito della riforma, hanno ampia
autonomia nelle procedure di verifica dei requisiti di ammissione. Per
arrivare alla laurea specialistica lo studente deve avere acquisito
complessivamente 300 crediti, comprensivi dei 180 già ottenuti con la
laurea normale. Secondo i progetti dell'ordine della Lombardia gli
studenti che conseguono la laurea specialistica avranno diritto di
accedere all'esame di abilitazione professionale, senza essere
costretti ad effettuare il tirocinio di 18 mesi presso qualche
quotidiano, periodico, tv, radio o quotidiano telematico. L'inserimento
in testate giornalistiche verrà comunque garantito dagli stages
organizzati dall'ordine, in collaborazione con l'università che sarà
l'unico soggetto destinato alla formazione.

In linea con la riforma generale delle università italiane, anche
nei corsi di laurea specialistica dedicati al giornalismo le facoltà
avranno ampia autonomia nell'organizzare i curricula di studi,
definendo gli obiettivi formativi specifici e i contenuti culturali e
professionali di ciascun corso, all'interno di una cornice definita dai
decreti ministeriali. Nel caso della laurea biennale specialistica, le
linee guida per la formazione dei futuri professionisti vengono però
date dall'organismo di tutela e di controllo della categoria in
questione.[42]

Secondo il "piano Abruzzo" le università[43]
si sostituiranno agli editori. Il praticantato che oggi si effettua
presso le varie testate, previa firma di un contratto di assunzione,
verrà rimpiazzato - come anticipato - dai corsi specialistici. Si parla
di facoltà a numero chiuso, non limitate alla Lombardia. Oltre
all'università Statale e Cattolica di Milano, verranno coinvolte
l'università di Perugia, Urbino, Bologna, Luiss, Torvergata, Lumsa e
Palermo. Il legislatore del '63 ha chiesto agli aspiranti
professionisti un livello minimo di studi, mentre il legislatore del
1999, quello della riforma dei ministeri (Dlgs 300/1999) e della
riforma universitaria, aggancia (con l’articolo 1, comma 18, della
legge 4/1999) l'appartenenza agli albi degli ordini e anche dei collegi
a percorsi universitari precisi.

La riforma universitaria riserva ai futuri giornalisti
professionisti due lauree, una triennale e una biennale specialistica,
mentre l'articolo 1 (comma 18) della Legge n.4/1999 abroga quanto
previsto nell'articolo 33 (in tema di titoli di studio per accedere al
praticantato giornalistico) della Legge n. 69/1963 sia per
incompatibilità tra la vecchia norma e la nuova (art.1, comma 18, della
legge 4/1999) , sia perché la nuova norma "definisce l'intera materia
(sull'accesso) già regolata dall'anteriore" (articolo 15 delle
Disposizioni sulla legge in generale, Rd n. 262/1942). In attesa della
pronuncia del Consiglio di Stato e dell'individuazione delle modalità
di coinvolgimento della federazione italiana editori, si è quindi
indicato un doppio binario da seguire:

1) due anni di specializzazione sostitutivi del tirocinio
professionale, che permettono l'accesso all'esame di abilitazione
professionale a Roma;

2) tre anni (la cosiddetta "laurea semplice") in Scienze della
Comunicazione, in Relazioni Pubbliche e in Sociologia (con indirizzo
comunicazione), conclusi i quali si può ottenere la qualifica di
"pubblicista". In questo ultimo caso il neolaureato dovrebbe essere
messo nella condizione di rivolgersi ad una testata giornalistica ed
ottenere così la possibilità di svolgere il tradizionale tirocinio.[44]

La laurea specialistica dovrebbe preparare quadri qualificati,[45]
chiamati a garantire ai cittadini una informazione di alto profilo. "I
giornalisti nasceranno negli atenei come i magistrati, gli avvocati, i
commercialisti, i medici, gli architetti, gli ingegneri, i veterinari,
i biologi, gli agronomi".[46]
Queste le possibili prospettive. Pare dunque di capire che la strada da
percorrere non possa che essere quella di una salda collaborazione fra
ordine dei giornalisti e università.

 

 

3. 7. Competenza concorrente delle Regioni in materia di
professioni. Il ruolo dei consigli regionali dell'ordine dei
giornalisti alla luce della riforma costituzionale.

 

 

 

L'esperienza lombarda - con il protocollo d'intesa e la
convezione firmata dall'ordine della Lombardia, dall'università di
Milano e dalla Regione - dimostra che, per quanto riguarda i futuri
sviluppi della riforma professionale, un ruolo determinante verrà
svolto dalle regioni. Basandosi sul caso milanese, anche gli altri
ordini regionali, in collaborazione con le varie facoltà, potrebbero
promuovere corsi di laurea specialistica in giornalismo.

 

Ma una spinta in senso federale, per quanto concerne le prospettive
di riforma del sistema italiano di accesso alla professione e di
formazione dei futuri giornalisti, viene direttamente dalla
Costituzione. La riforma costituzionale sul federalismo – che rinnova
gli articoli 114, 116, 117, 118, 119, 120, 123, 127 e 132 della Carta
fondamentale (mentre sono abrogati gli articoli 115, 124, 125-1°comma,
128, 129, 130, 133) – è stata approvata dal corpo elettorale con il
referendum confermativo del 7 ottobre 2001.[47]
La legge costituzionale (licenziata in seconda lettura dalla Camera il
28 febbraio e dal senato l'8 marzo 2001) cambia radicalmente il titolo
V della parte seconda della Costituzione (le regioni, le province e i
comuni). "Su domanda di un quinto dei membri del Parlamento, il testo
della normativa costituzionale, non essendo stato approvato nella
seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza dei due terzi
dei suoi componenti, è stato sottoposto, come riferito, a referendum
popolare. Per questo genere di quesito referendario, la Costituzione
non prescrive alcun quorum di partecipazione alla votazione: "La legge
sottoposta a referendum – recita l'art.138 – non è approvata se non è
approvata dalla maggioranza dei voti validi". L'ufficio centrale per il
referendum della Cassazione, il 22 maggio 2001 ha dichiarato
ammissibile la proposta di referendum presentata dai parlamentari del
centrosinistra e del centrodestra".[48]

 

In prospettiva questa riforma in senso federale può rappresentare
una grande risorsa per la gestione della professione giornalistica da
parte degli ordini regionali. Il rinnovato articolo 114, in pratica,
riconosce la pienezza dell'autonomia statutaria, dei poteri e delle
funzioni delle regioni e degli enti locali. Altro articolo di
fondamentale importanza per il nostro discorso è il 117: "Spetta alle
regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non
espressamente riservata alla legislazione dello Stato". L'ottica del
vecchio art.117, che elencava le materie di specifica competenza
regionale, è stata totalmente ribaltata dalla riforma della parte
quinta della Costituzione. Nel nuovo testo si indicano le materie di
competenza statale: politica estera, difesa e forze armate, moneta e
tutela del risparmio e mercati finanziari, tutela della concorrenza,
perequazione delle risorse finanziarie, giurisdizione, referendum
statali, ordine pubblico, sicurezza federale. Per le restanti materie,
la competenza è affidata alle regioni.[49]

 

Per quanto riguarda le professioni siamo nel campo della
legislazione concorrente. Ed è questa, secondo Abruzzo, la novità di
enorme portata che, al momento della presentazione del quesito
referendario di rilievo costituzionale, si era forse sottovalutata.
"Nelle materie di legislazione concorrente – dice il nuovo art.117 –
spetta alle regioni la potestà legislativa, salvo che per la
determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione
dello Stato". Siamo di fronte ad una riforma di grande respiro che, per
gli ordini regionali, comporta l'attribuzione di ampi spazi di manovra.
Le regioni hanno la possibilità di affiancarsi allo Stato nel campo
delle professioni, promuovendo iniziative per raccordare le lauree
(triennali e specialistiche biennali) agli albi.[50]

 

Sul "modello Lombardia", forti della riforma di stampo federalista
della Costituzione, anche le altre regioni italiane, in concorrenza con
lo Stato, possono occuparsi delle normative e della gestione
riguardante la professione di giornalista. L'articolo 2 (quadro di
interventi) della Legge regionale n.95/1980 consente "iniziative
dirette all'acquisizione di specifiche competenze professionali rivolte
a laureati, nonché corsi di rilevante impegno culturale e scientifico,
compresi i corsi di preparazione all'esercizio di professioni".[51]
La Regione Lombardia avrebbe così la possibilità di finanziare corsi
destinati ai futuri avvocati, architetti, ingegneri, commercialisti
eccetera. Ma, cosa che più conta a fronte dell'applicazione della
riforma universitaria e della collaborazione fra ordine regionale e
università, anche le varie facoltà potrebbero rivolgersi alla regione
per ottenere finanziamenti per i corsi di perfezionamento e
aggiornamento professionale oppure per i corsi di preparazione agli
esami di Stato per la abilitazione all'esercizio della professione,
così come stabilisce la Legge n.341/1990.[52]

 

Secondo l'opinione del presidente dell'ordine della Lombardia, il
consiglio regionale potrebbe, data la vaghezza dell'art.117, spingersi
più in là e stabilire quali lauree, conseguite negli atenei lombardi,
siano da raccordare agli albi e quindi all'esame di Stato. "Tale
possibilità è realistica se si considera che la Legge n.4/1999
stabilisce princìpi fondamentali nell'ambito dei quali il consiglio
regionale può legiferare al posto dei Ministeri dell'università e della
giustizia".[53]

 

 

3. 8. L'intervento della commissione giuridica
dell'ordine nazionale dei giornalisti. Riforma: l'ampio dibattito
all'interno della categoria.

 

Nelle pagine precedenti abbiamo analizzato le linee della possibile
riforma secondo il "teorema Abruzzo". Un progetto, quello del
presidente dell'ordine dei giornalisti della Lombardia, che potremmo
definire di stampo regionalista. Abruzzo, al momento dell'apertura
ufficiale del dibattito che porterà alla stesura di un progetto di
riforma, avrà ampi spazi di manovra all'interno della categoria. Mentre
a Milano è stata già indicata la via da percorrere per modificare la
legge professionale, a livello nazionale è operativa una commissione
giuridica, incaricata di elaborare una proposta di riforma, un disegno
che dovrebbe essere poi vagliato dal consiglio nazionale dei
giornalisti.

Sul lavoro effettuato fino ad oggi non esiste materiale cartaceo.
Siamo però in grado di indicare le tendenze (gli umori) del gruppo di
lavoro, che - da poco tempo - ha cominciato la sua attività. Così come
ha fatto l'ordine della Lombardia, anche i membri della commissione
nazionale hanno preso atto delle conseguenze del referendum
confermativo del 7 ottobre 2001. La commissione auspica che l'ordine
nazionale intervenga - per quanto riguarda la categoria dei
professionisti - fissando norme precise e uniformi alle quali tutte le
regioni potranno ispirarsi. Si teme, in sostanza, che vi sia disparità
fra le varie zone geografiche. Si punta allora su un'azione coordinata
dei consigli regionali ed interregionali, evitando che una regione
definisca interventi professionali ed altre no. Detto questo, ci sembra
di poter sostenere che l'attuale orientamento della commissione
dell'ordine nazionale sia favorevole al coinvolgimento dell'università.
Giornalisti professionisti si diventerà solo dopo aver terminato un
percorso formativo universitario.

 

Va dato merito ai consiglieri nazionali di avere affrontato una
questione di primaria importanza: l'inquadramento dei giornalisti in
funzione delle nuove realtà tecnologiche. Per quanto riguarda l'accesso
alla professione è ritenuta difficilmente modificabile la categoria dei
professionisti. Potrebbe invece essere presa in considerazione quella
dei pubblicisti o, meglio, un elenco speciale ove collocare le presenze
operative nei quotidiani e nei periodici telematici. Questione,
quest'ultima, che si collega alle affermazioni di Zeno Zencovich, che
abbiamo analizzato nelle pagine precedenti.

Come era prevedibile, anche fra i consiglieri nazionali vi è grande
interesse per la riforma dell'accesso alla professione. Pare esservi
accordo circa il bisogno di modificare l'attuale sistema di
reclutamento (il praticantato la cui gestione oggi è affidata solo alle
aziende editoriali), ma si registrano perplessità per quanto riguarda
le modalità di intervento. Si auspica così che i percorsi di accesso
vengano fissati in modo definitivo. Fra pochi anni sul mercato del
lavoro si proporranno i professionisti laureati in giornalismo, che
dovranno convivere con i professionisti laureati in altre discipline,
con i professionisti che hanno conseguito il diploma presso le varie
scuole di giornalismo e con i professionisti non laureati.

 

Una cosa è comunque certa: gli atenei italiani devono essere
coinvolti in questo processo di riforma. Un intervento auspicato per
due ragioni fondamentali:

 

1)      garantire ai giovani aspiranti giornalisti una formazione che non sempre, con l'attuale sistema, risulta possibile;

 

2)      legittimare l'organismo di categoria. In passato infatti i
critici attaccarono la professione giornalistica, definendola
"atipica". I giornalisti -si disse ai tempi del referendum abrogativo-
non sono veri professionisti intellettuali: mancano di una formazione
universitaria; non essendoci un percorso accademico non si può parlare
di "esame di Stato" e quindi non si può parlare di "ordine
professionale". Accuse che, con l'arrivo della laurea specialistica,
dovrebbero essere cancellate con un colpo di spugna.

 

Senza andare troppo in profondità su una questione che deve ancora
essere definita nei dettagli, ci limitiamo a notare una certa
preoccupazione nella commissione incaricata. I diversi canali
(praticantato tradizionale, praticantato d'ufficio, percorso
universitario) tramite i quali si accede all'albo dei giornalisti (alla
professione) stanno portando un notevole flusso di presenze. Si discute
così di "numero chiuso" all'interno delle facoltà. Una proposta,
questa, condivisa dallo stesso presidente dell'ordine della Lombardia.

 

La selezione dei professionisti dovrebbe essere effettuata su due
livelli: una prima verifica viene affidata alle università
specialistiche (sia per quanto riguarda i test di ammissione, sia per
quanto concerne gli esami di profitto), mentre una seconda verifica è
di competenza dell'ordine dei giornalisti tramite l'esame di
abilitazione professionale: un esame, come abbiamo avuto modo di
sottolineare, che senza il "soggetto università" non può essere
considerato un legittimo esame di Stato, al quale gli altri
professionisti accedono dopo avere effettuato uno specifico percorso di
studi.

 

La necessità di riformare la Legge n.69/1963, istitutiva
dell'organismo, è condivisa all'interno della categoria. Alla luce
della proposta referendaria del giugno 1997 e delle frequenti richieste
dei giovani che aspirano ad accedere all'ordine, la questione non può
essere rimandata per molto tempo. Secondo il parere dei rappresentanti
dei giornalisti "se non si farà al più presto dall'interno, la riforma
si farà sicuramente dall'esterno". Ed è possibile che gli oppositori
dell'ordine si facciano promotori di un nuovo referendum abrogativo.

 


[1] Cfr. art.2229 c.c., e sentenza n. 38/1997 Corte cost.

[2]
Cfr. Decreto Legislativo 27 gennaio 1992, n. 115, Attuazione della
direttiva (CEE) N. 48/89, relativa ad un sistema generale di
riconoscimento dei diplomi di istruzione superiore, che sanzionano
formazioni professionali di una durata minima di tre anni, in Gazz. Uff. 18 febbraio 1992, n. 40.

[3] Cfr. Legge 14 gennaio 1999, n.4, in Gazz. Uff. 19 gennaio n.14, Disposizioni riguardanti il settore universitario e della ricerca scientifica (…).

[4]
Cfr. art.34 Cost. “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi,
hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La
Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni
alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per
concorso”. Tale principio viene attuato dallo Stato e dalle Regioni.

 

[5] Cfr. F. Abruzzo, in Lettera al Presidente del Senato,
Ordine dei giornalisti della Lombardia, 26 novembre 2001: “Tutto ciò
premesso, si chiede rispettosamente al Consiglio di Stato (II Sezione
consultiva) di esprimere un parere favorevole alla inclusione della
professione giornalistica nella disciplina regolamentata dall'articolo
1 (comma 18) della legge 14 gennaio 1999 n. 4 sul presupposto che
l'accesso alla professione giornalistica via Università rispetta
senz'altro canoni democratici”.

[6]
Cfr. art.2229 c.c.: “La legge determina le professioni intellettuali
per l'esercizio delle quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi
o elenchi. L'accertamento dei requisiti per la iscrizione negli albi o
negli elenchi, la tenuta dei medesimi e il potere disciplinare sugli
iscritti sono demandati alle associazioni professionali, sotto la
vigilanza dello Stato, salvo che la legge disponga diversamente (…)”.

[7]
Questa è l'intenzione del legislatore del 1999, peraltro rafforzata dal
Dlgs n. 300/1999, che affida al Ministero dell'università la missione
di “partecipare alle attività relative all'accesso alle professioni”.

[8] Cfr. F.Abruzzo, in http://www.odg.mi.it , 2001.

[9] Cfr. Corte cost. 23 giugno 1964, n. 77, in Giur. Cost., 1964, p. 764.

[10] Cfr. Corte cost. 2 maggio 1985, n. 127, in Giur. Cost., I, 1985, p. 910.

[11] Cfr. Corte cost. 26 gennaio 1990, n. 29, in Giur. Cost., I, p. 85.

[12] Cfr. Corte cost. 23 dicembre 1993, n. 456, in Giur. Cost .,1993, II, p.3712.

[13] Cfr. C. Bovio, Diritto Informazione, Studiare da giornalista, Vol.2, Ordine dei giornalisti - Consiglio nazionale, Roma, 1995, p.600 ss.

[14] Cfr. Cass. Civ., sez. I, 22 marzo 1993 n.3361, in Giur. It., 1994, I, 1, p.1226.

[15] Cfr. F. Abruzzo, Lavoro giornalistico/giurisprudenza, in Annuario degli iscritti 2001, Ordine regionale dei giornalisti della Lombardia,
p.88. “Gli ordini professionali non hanno poteri o funzioni in materia
sindacale; sottoporre quindi a procedimento disciplinare un iscritto
che abbia rifiutato di ottemperare a direttive di natura sindacale,
integra gli estremi del reato di abuso innominato di ufficio; l’errore
circa la liceità dell’intervento dell'Ordine si risolve in ignoranza
della legge penale e dunque non giustifica il comportamento
delittuoso”. Cfr. anche Cass. Pen., 7 febbraio 1980; Parti in causa:
Passaretti, in Riv. Giur. Lav., 1982, p.529.

[16] Cfr. Cass. Pen., 11 dicembre 1978; Parti in causa: Fragala; in Cass Pen. Mass., 1981, col. 261, con note di Ichino.

[17] Vedi supra 1.7.

[18]
Cfr. Cass. Sez. Lavoro, n. 3272, 27 marzo 1998, con nota di Stefano
Muggia – “Brevi osservazioni sulla qualifica di redattore e sulla
subordinazione nel lavoro giornalistico”, in Rivista critica del diritto del lavoro, 1998, p. 686 ss.

 

[19] Cfr. Cass. Civ., sez. lav., 21 febbraio 1992, n.2166, in Foro it., 1992, I, col. 3322, note di Moccia; Orient. Giur. Lav., 1992 e cfr. F. Abruzzo, Lavoro giornalistico/giurisprudenza, in Annuario degli iscritti 2001, Ordine regionale dei giornalisti della Lombardia, p.90.

[20] Vedi supra 3.4.

[21] Cfr. Cons. Stato, sez. IV, 8ottobre 1996, n.1087, in Riv. Giur. Urbanistica, 1996, p.415 e cfr. F. Abruzzo, op. ult. Cit., p. 82.

[22] Vedi supra 3.2.

[23] Cfr. Cons. Stato, sez. IV, 14 gennaio 1999, , n.33, in Foro Amm., 1999, p.48.

[24] Cfr. art. 33, comma 5Cost.

[25] Cfr. Giunta amm. Trieste , 11 maggio 1998, n.72, Parti in causa: Min. giust., in Cons. Stato, 1999, I, p.116, Rif. ai codici: art.33Cost.

[26]
La Legge n.150/2000 è stata approvata dalla commissione in sede
deliberante (senza passare per l'aula). Sono tre i settori che vengono
regolamentati: 1) l'Urp: ufficio per le relazioni con il pubblico, che
si occupa del rapporto fra amministratore e amministrato; 2) il
portavoce: viene individuato ufficialmente il discrimen fra il
portavoce e l'addetto stampa. Si tratta di una distinzione che rende
più plausibile ed affidabile il lavoro del giornalista impiegato
nell'ufficio stampa della Pubblica Amministrazione, spesso confuso con
il portavoce ufficiale dell'esponente del legislativo. Il portavoce ha
un contratto a termine: chiamato dall'esponente politico, deve lasciare
posto nel momento in cui questi non viene confermato nella sua carica
elettiva; 3) l'ufficio stampa della P.A.: svolge un'attività permanente
e continua. Si occupa dell'informazione istituzionale.

[27] Cfr. Cons. Stato, sez. consultiva per gli atti normativi 21 maggio 2001.

[28] Cfr. Cons. Stato, sez. V, 11 aprile 1995, n. 573, in Cons. Stato, 1995, I, p. 534 ss.

[29] Cfr. Decreto del Presidente della Repubblica 21 settembre 2001, n.422, in Gazz. Uff.
4 dicembre n.282, Regolamento recante norme per l'individuazione dei
titoli professionali del personale da utilizzare presso le Pubbliche
Amministrazioni per le attività di informazione e di comunicazione e
disciplina degli interventi formativi.

[30] Cfr. Decreto del Presidente della Repubblica 21 settembre 2001, in Gazz. Uff.
4 dicembre n.282, art.2 Requisiti per lo svolgimento delle attività di
comunicazione, comma 2: “Per il personale appartenente a qualifica
dirigenziale e per il personale appartenente a qualifiche comprese
nell'area di inquadramento C del contratto collettivo nazionale di
lavoro per il comparto Ministeri o in aree equivalenti dei contratti
collettivi nazionali di lavoro  per i comparti di contrattazioni
riguardanti le altre amministrazioni pubbliche cui si applica il
presente regolamento, è richiesto il possesso del diploma di laurea  in
scienze della comunicazione, del diploma di laurea in relazioni
pubbliche e altre lauree con indirizzi assimilabili, ovvero, per i
laureati in discipline diverse , del titolo di specializzazione o di
perfezionamento post-laurea o di altri titoli post-universitari
pubblici e privati, ovvero di master in comunicazione  conseguito
presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione locale e
altre scuole pubbliche nonché presso strutture private aventi i
requisiti di cui all'allegato B al presente regolamento”.

[31]
Art.6 Dpr ult. cit. Il corso, normalmente, è della durata di 90 ore. Il
monte ore arriva a 120 se il giornalista è inserito in quell'ufficio
della P.A. da un periodo inferiore ai due anni.

[32]
Art.1, comma 2, Dpr ult. cit.: "Le disposizioni del presente
regolamento si applicano alle amministrazioni di cui all'art.1, comma
2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ad eccezione delle
regioni a statuto ordinario, delle regioni a statuto speciale e delle
province autonome di Trento e Bolzano.

[33] In Gazz. Uff., n. 190 del 17 agosto 2001, Suppl. Ordinario n.12/L.

[34] Cfr. Corte cost. 10 luglio 1974, n. 225, in Giur. Cost., III, 1974, p. 1775.

[35] Cfr. Cass. Civ., 9 luglio 1991, n. 7543, in Mass. Foro it.,
1991, col. 2579. “La fissazione di norme interne, individuatrici di
comportamenti contrari al decoro professionale, ancorché non integranti
abusi o mancanze, configura legittimo esercizio dei poteri affidati
agli ordini professionali, con la consequenziale irrogabilità, in caso
di inosservanza, di sanzione disciplinare (nella specie, si trattava
dell'art.35 del testo unificato delle norme di deontologia per gli
architetti, in relazione al quale un iscritto all’albo era stato senza
esito invitato a rinunciare a far parte di commissione edilizia
comunale)”.

[36]
Cfr. Corte cost., 15 giugno 1972, n. 105  “Esiste un interesse generale
alla informazione - protetto in modo indiretto dall'articolo 21 della
Costituzione - e questo interesse implica, in un sistema democratico
quale il nostro, pluralità di fonti di informazione, libero accesso
alle medesime, assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche
temporanei, alla circolazione delle notizie e delle idee”.

 

[37] Cfr. Corte cost., 26 marzo 1993, n. 112, in Giur. Cost, I, 1993, p. 939 ss.

[38] Cfr. Corte cost. 28 luglio 1976, n. 202, in Giur. Cost., II, 1976, p.1267 ss.

[39] Cfr. Corte cost., 21 luglio 1981, n. 148, in Giur. Cost., I, 1981, p.1379 ss., con nota di C. Chiola.

[40] Cfr. Corte cost., 14 luglio 1988, n. 826,  in Giur Cost., I, 1988, p. 3893 ss., con note di E. Roppo e R. Borrello.

[41] Vedi supra 2.12.

[42] Cfr. http://www.odg.mi.it e cfr. Franco Abruzzo, La riforma universitaria, Laurea triennale in scienze della comunicazione (Dm 4 agosto 2000) e laurea biennale specialistica in giornalismo (Dm 28 novembre 2000), Commenti
del presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia sulla
riforma universitaria agganciata alla riforma della professione: “I
laureati specialisti potranno svolgere funzioni di elevata
responsabilità, organizzative e gestionali nei diversi comparti delle
redazioni giornalistiche, anche telematiche, o delle imprese
editoriali, sia tradizionali che multimediali e online. I regolamenti
didattici di ateneo determinano, con riferimento all'art.5, comma 3,
del decreto ministeriale 3 novembre 1999, n. 509, la frazione
dell'impegno orario complessivo riservato allo studio o alle altre
attività formative di tipo individuale in funzione degli obiettivi
specifici della formazione avanzata e dello svolgimento di attività
formative ad elevato contenuto sperimentale o pratico”.

[43] Cfr. F. Abruzzo, in Lettera al Presidente del Senato,
Ordine dei giornalisti della Lombardia, 26 novembre 2001: “Il ministero
della giustizia e il ministero dell'università devono assicurare il
rispetto dei principi dell'uguaglianza e dell'imparzialità (artt.3 e
97Cost.). Non ci possono essere figli e figliastri tra i professionisti
legati a ordinamenti voluti dal Parlamento. I giornalisti meritano un
eguale trattamento rispetto agli altri professionisti italiani: laurea
ed esame di Stato”.

[44]
L'aggancio dell'appartenenza all'albo a una laurea è, per i giornalisti
italiani, un ritorno. Nel periodo 1930-1934 l'Università di Perugia
aveva avviato il corso di laurea in Scienze politiche “a indirizzo
giornalistico”. Gli studenti dovevano frequentare per due anni le
esercitazioni pratiche della Scuola di giornalismo di Roma (nata in
virtù del Rd n.2291/1929), ottenendone un certificato di compiuto
tirocinio. Con questo certificato potevano conseguire la laurea che li
abilitava all'iscrizione nell'albo dei giornalisti e quindi
all'esercizio della professione. Abolita nel 1934, dopo quattro anni di
funzionamento, la Scuola di giornalismo di Roma, fu cancellato anche il
corso di laurea “a indirizzo giornalistico” dell'Università di Perugia.

[45] Cfr. Cfr. E. Cerni, Problemi dell'informazione,
n. 3, settembre 1996, p. 355. “Non basta solo saper scrivere - come
sosteneva Paolo Barile  - per ritenersi un buon giornalista o un
eccellente comunicatore. L'apprendimento delle discipline economiche e
sociologiche, delle discipline informatiche, delle discipline storiche
e politologiche, della legislazione sui media, delle lingue straniere,
delle scienze della comunicazione e dell'informazione, dei saperi
tecnici (riguardanti le attività redazionali e l'uso efficace della
lingua italiana) e delle regole deontologiche forma un mosaico
culturale di vasto respiro. A un buon professionista servono, però,
doti personali specifiche. I tempi richiedono che il retroterra dei
giornalisti sia solido e che sia anche istintiva la loro versatilità. E
la formazione non può essere che affidata all'università”.

 

[46] Cfr. http://www.odg.mi.it/laurea6, Attività formative indispensabili nel corso di laurea in giornalismo,
2001. “Il legislatore del 2000, per gli iscritti al corso di laurea
triennale in Scienza della Comunicazione, prevede la possibilità di
attività di tirocinio in strutture di formazione al giornalismo
convenzionate con l'Ordine nazionale dei giornalisti”.

[47] Cfr. Referendum confermativo, 7 ottobre 2001, in Gazz. Uff.
n. 248, 24 ottobre 2001 (Legge Costituzionale  18 ottobre 2001 n.3.
Modifiche al titolo V della parte seconda della costituzione).

[48] Cfr. F. Abruzzo, Competenza concorrente delle Regioni sulle professioni, la Costituzione federale e solidale, in Annuario degli iscritti 2002, Ordine regionale dei giornalisti della Lombardia, p.18:
“Opposte le intenzioni dei parlamentari che hanno proposto il quesito
referendario: il centrosinistra chiedeva un giudizio confermativo sulla
riforma costituzionale approvata a fine legislatura, mentre Casa delle
Libertà e Lega Nord volevano l'abrogazione di una legge da loro
definita incompleta”.

[49] Cfr. Cfr. F. Abruzzo, Le Regioni sono gli arbitri del futuro delle professioni, Costituzione federale e solidale, in Annuario degli iscritti 2002, Ordine regionale dei giornalisti della Lombardia, p.19.

[50] Cfr. Cfr. F. Abruzzo, op. ult. cit., p. 19, e cfr. Corte cost. 22 luglio 1996 n. 271, in Giur. Cost.,
1996, II, (n. 41), p. 2386: “Nella materia di competenza concorrente, i
principi fondamentali risultanti dalla legislazione statale esistente,
assolvono alla funzione loro propria, che è quella di unificare il
sistema delle autonomie ai livelli più alti, solo quando hanno il
carattere di stabilità e univocità”.

[51]
Cfr. Legge Regionale 7 giugno 1980 n.95, in 6° Suppl. Ordinario al
Boll. Uff. della Lombardia n.24, del 12 giugno. Disciplina della
formazione professionale in Lombardia.

[52] Cfr. Legge 19 novembre 1990, n.341, in Gazz. Uff. 23 novembre n.274, Riforma degli ordinamenti didattici universitari.

[53] Cfr. F. Abruzzo, Le Regioni sono gli arbitri del futuro delle professioni, Costituzione federale e solidale. La legge lombarda n.95/1980, in Annuario degli iscritti 2002, Ordine regionale dei giornalisti della Lombardia, p.19.

 

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salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali,
firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla
Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, art. 10
Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle
libertà fondamentali.

 

·        Legge 8 dicembre 1956, n. 1378, in Gazz. Uff., 21 dicembre, n. 321. Esami di Stato di abilitazione all’esercizio delle professioni.

 

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·        Legge 3 febbraio 1963, n. 69, in Gazz Uff., 20 febbraio, n. 49, Ordinamento della professione di giornalista.

 

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·        Decreto Presidente della Repubblica 4 febbraio 1965, n. 115, in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff.
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giornalista.

 

·        Tribunale di Vibo Valentia, ordinanza del 28 novembre 1967,
iscritta al n.279 del Registro delle Ordinanze del 1967, in Gazz. Uff. n.50 del 24 febbraio 1968.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 23 marzo 1968, n. 11, in Giur. Cost., 1968, p. 311.

 

·        Corte costituzionale, sentenza 10 luglio 1968, n.98, in Giur. Cost. 1968 (II), p.1554.

 

·        Legge 10 giugno 1969, n. 308, in Gazz. Uff.,
26 giugno, n. 159, Modifiche alla Legge 3 febbraio 1963, n. 69, in
materia di trattamento dei giornalisti stranieri e di formazione dei
collegi giudicanti, presso i tribunali e le corti d'appello.

 

·        Legge 20 maggio 1970, n. 300, in Gazz. Uff. 27 maggio 1970, n. 131.

 

·        Corte costituzionale, sentenza 20 gennaio 1971, n.2, in Giur. Cost. 1971 (I), p.10.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 10 luglio 1974, n. 225, in Giur. Cost., III, 1974, p. 1775.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 28 luglio 1976, n. 202, in Giur. Cost., II, 1976, p.1267 ss.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza7 febbraio 1978, n. 16, in Giur. Cost., 1978, I, p. 79.

 

·        Cassazione Penale., sentenza 11 dicembre 1978; in Cass Pen. Mass., 1981, col. 261.

 

·        Legge Regionale 7 giugno 1980 n.95, in 6° Suppl. Ordinario al Boll. Uff. della Lombardia n.24, 12 giugno. Disciplina della formazione professionale in Lombardia.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 21 luglio 1981, n. 148, in Giur. Cost., I, 1981, p.1379 ss.

 

·        Cassazione Civile, sentenza 23 novembre 1983, n. 7007; in Mass. Foro. it., 1983, col. 1412.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 2 maggio 1985, n. 127, in Giur. Cost., I, 1985, p. 910.

 

·        Cassazione Civile, sentenza 21 maggio 1988, n. 3550; in Riviste. Mass., 1988.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 14 luglio 1988, n. 826, in Giur Cost., I, 1988, p.3893 ss.

 

·        Legge 23 agosto 1988, n. 400, in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff., n. 214, del 12 settembre. Disciplina dell'attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 26 gennaio 1990, n. 29, in Giur. Cost., I, p. 85.

 

·        Legge 6 agosto 1990, n. 223, in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff. n. 185, del 9 agosto, Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato.

 

·        Legge 19 novembre 1990, n.341, in Gazz. Uff. 23 novembre n.274, Riforma degli ordinamenti didattici universitari.

 

·        Cassazione Civile, sentenza 9 luglio 1991, n. 7453, in Mass. Foro it. 1991

 

·        Cassazione Civile, sentenza 9 luglio 1991, n. 7543, in Mass. Foro it., 1991, col. 2579.

 

·        Decreto Legislativo 27 gennaio 1992, n. 115, in Gazz. Uff.,
18 febbraio, n. 40, Attuazione della direttiva (CEE) N. 48\89, relativa
ad un sistema generale  di riconoscimento dei diplomi di istruzione
superiore che sanzionano formazioni professionali di una durata minima
di tre anni.

 

·        Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza 21 febbraio 1992, n.2166, in Foro it., 1992, I, col. 3322.

 

·        Cassazione Civile, sez. I, sentenza 22 marzo 1993 n.3361, in Giur. It., 1994, I, 1, p.1226.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 26 marzo 1993, n. 112, in Giur. Cost., I, (38), 1993, p.939.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 26 marzo 1993, n. 112, in Giur. Cost., I, 1993, p.939 ss.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 23 dicembre 1993, n. 456, in Giur. Cost.,1993, II, p.3712.

 

·        Consiglio di Stato, sez. V, sentenza 11 aprile 1995, n. 573, in Cons. Stato, 1995, I, p. 534 ss.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 14 dicembre 1995, n. 505, in Giur. Cost., 1995, III, p.4283.

 

·        Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 8 ottobre 1996, n.1087, in Riv. Giur. Urbanistica, 1996, p.415.

 

·        Cassazione Civile, sez. II, sentenza 29 novembre 1996, n. 10638, in Foro. it., 1996, p. 998.

 

·        Legge 23 dicembre 1996, n. 662, in Supll. Ordinario n. 233, alla Gazz Uff. n. 303, del 28 dicembre 1996. Misure di razionalizzazione della finanza pubblica.

 

·        Legge 15 maggio 1997, n. 127, in Suppl. ordinario n. 98, alla Gazz. Uff.,
n. 113, del 17 maggio. Misure urgenti per lo snellimento di attività
amministrative e dei procedimenti di decisione e di controllo.

 

·        Tribunale di. Napoli, sentenza 8 agosto 1997, in Riviste Dir. e Giur., 1997, n. 472,Catalano.

 

·        Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza 27 marzo 1998, n. 3272, in Rivista critica del diritto del lavoro, 1998, p. 686 ss.

 

·        Giunta Amministrativa di Trieste, sentenza 11 maggio 1998, n.72, in Cons. Stato, 1999, I, p.116.

 

·        Cassazione Civile, sentenza 14 ottobre 1998, sez. I, n. 10135.

 

·        Legge 14 gennaio 1999 n. 4, in Gazz. Uff. 19 gennaio n. 14, Disposizioni riguardanti il settore universitario e della ricerca scientifica.

 

·        Legge 14 gennaio 1999, n. 4, in Gazz. Uff., 19 gennaio, n. 41, Disposizioni riguardanti il settore universitario e della ricerca scientifica.

 

·        Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 14 gennaio 1999, n.33, in Foro Amm., 1999, p.48.

 

·        Legge 14 gennaio 1999, n.4, in Gazz. Uff. 19 gennaio n.14, Disposizioni riguardanti il settore universitario e della ricerca scientifica (…)

 

·        Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza 14 aprile 1999, n. 3705 (non massimata).

 

·        Decreto legislativo 30 luglio 1999 n. 300, in Suppl. Ordinario
n. 163/L alla Gazz. Uff. n. 203 del 30 agosto. Riforma
dell’organizzazione del Governo, a norma dell'art. 11della Legge 15
marzo 1997, n. 59.

 

·        Legge 7 giugno 2000, n. 150, in Gazz. Uff., 13 giugno, n. 136, Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni.

 

·        Cassazione Civile, sez. I, sentenza 14 giugno 2000, n. 8118, in Mass., 2000; Cd-Rom Foro It., 1987 - 2000.

 

·        Decreto Ministeriale 28 novembre 2000 n.197, in Gazz. Uff. 23 gennaio 2001.

 

·        Corte Costituzionale, sentenza 11 giugno 2001, n. 189, in Foro it., 2001, col. 2121.

 

·        Decreto del Presidente della Repubblica 21 settembre 2001, n.422, in Gazz. Uff.
4 dicembre n.282, Regolamento recante norme per l'individuazione dei
titoli professionali del personale da utilizzare presso le Pubbliche
Amministrazioni per le attività di informazione e di comunicazione e
disciplina degli interventi formativi.

 

·        Legge Costituzionale, referendum confermativo 7 ottobre 2001, 18 ottobre 2001 n.3, in Gazz. Uff. n. 248, 24 ottobre 2001, Modifiche al titolo V della parte seconda della costituzione.

 

·        Parlamento Europeo e Consiglio, Direttiva 2000\31\CE, 8 giugno 2000, in Gazz. Uff., 21 settembre 2000, n. 73.