Ammissibile la richiesta di referendum sulla legge relativa alla professione giornalistica

Sentenza n. 38 del 30 gennaio-10 febbraio 1997

LA CORTE COSTITUZIONALE

ha pronunciato la seguente Sentenza

nel giudizio di ammissibilità, ai sensi dell'art. 2,primo
comma, della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, della richiesta
di referendum popolare per l'abrogazione della legge 3 febbraio 1963,
n. 69, nel testo risultante dalle modificazioni apportate dalle leggi
20 ottobre 1964, n. 1039 e 10 giugno 1969, n. 308 e dalle sentenze
della Corte costituzionale n. 11 e n. 98 del 1968, recante «Ordinamento
della professione di giornalista» iscritto al n. 107 del registro
referendum;

Vista l'ordinanza dell'11-13 dicembre 1996 con la quale
l'Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di
cassazione ha dichiarato legittima la richiesta;

Udito nella camera di consiglio dell'8 gennaio 1997 il giudice relatore Fernando Santosuosso;

Uditi gli avvocati Giuseppe Minieri per l'Ordine dei
giornalisti della Lombardia, Antonio Pandiscia per l'Ordine nazionale
dei giornalisti, Mario Bertolissi per l'Ordine dei giornalisti del
Veneto e Giuseppe Morbidelli per i presentatori Bernardini Rita e
Sabatano Mauro.

Ritenuto in fatto


1 - L'Ufficio centrale per il referendum costituito
presso la Corte di cassazione, in applicazione della legge 25 maggio
1970, n. 352, e successive modifiche, ha esaminato la richiesta di referendum
popolare presentata da un gruppo di cittadini elettori sul seguente
quesito: «Volete voi che sia abrogata la legge 3 febbraio 1963, n. 69,
recante "Ordinamento della professione di giornalista"?».

2 - L'Ufficio centrale, dopo aver verificato la regolarità
della richiesta, con esito positivo, ha rilevato che il quesito era
stato formulato senza tenere conto né delle successive leggi 20 ottobre
1964 n. 1039 e 10 giugno 1969 n. 308, che hanno modificato la legge
oggetto del referendum, né delle sentenze n. 98 e n. 11 del
1968 di questa Corte, che hanno dichiarato l'illegittimità
costituzionale di alcune norme della legge stessa.
Di conseguenza, l'Ufficio centrale per il referendum ha provveduto a riformulare il quesito del referendum
nei seguenti termini: «Volete voi che sia abrogata la legge 3 febbraio
1963, n. 69, nel testo risultante dalle modificazioni apportate dalle
leggi 20 ottobre 1964 n. 1039 e 10 giugno 1969 n. 308 e dalle sentenze
della Corte costituzionale n. 11 e n. 98 del 1968, recante "Ordinamento
della professione di giornalista"?».
Ricevuta comunicazione
dell'ordinanza, il Presidente di questa Corte ha fissato il giorno 8
gennaio 1997 per l'udienza in camera di consiglio, dandone regolare
comunicazione.

3 -In prossimità della camera di consiglio hanno presentato memoria i promotori del referendum, insistendo per la declaratoria di ammissibilità della richiesta.
Ha
in particolare rilevato la difesa che nel caso non sembra sussistere
alcuna delle ragioni ostative di cui all'art. 75 della Costituzione.
Parimenti,
non potrebbero trarsi motivi di inammissibilità dal fatto che la Corte
costituzionale, con la sentenza n. 11 del 1968, ha ritenuto non
contrastante con il principio di cui all'art. 21 della Costituzione la
prevista obbligatorietà dell'iscrizione all'albo per l'esercizio della
professione di giornalista, in quanto il fatto che una legge abbia
superato il vaglio di costituzionalità non vuol dire che la stessa non
sia sottoponibile a referendum.
Risulterebbero inoltre
osservati, secondo il Comitato promotore, gli ulteriori requisiti di
omogeneità, chiarezza ed univocità del quesito, atteso che le
disposizioni che si intendono abrogare rispondono ad una matrice
razionalmente unitaria, richiedendosi l'abrogazione dell'intera legge
che disciplina, in modo organico e sistematico, l'attività
giornalistica.
Anche sotto il profilo della completezza non sembra
possano sussistere dubbi, posto che nella normativa di risulta non sono
rinvenibili disposizioni ricollegabili alle abrogande norme ed
espressive della medesima ratio; in proposito, la difesa del
Comitato promotore fa presente che non è stato ricompreso nel quesito
referendario l'art. 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 in quanto esso
si limita a prevedere la mera possibilità e non l'obbligo, per il
direttore responsabile di un periodico, di iscrizione all'albo dei
giornalisti.
Analogamente, non sembrano ipotizzabili incoerenze
della normativa di risulta con riguardo ai profili previdenziali
connessi con l'esercizio della professione di giornalista, dal momento
che non vi è coincidenza soggettiva tra gli iscritti all'ordine e gli
iscritti all'Istituto nazionale di previdenza per i giornalisti,
giacché questo comprende solo i professionisti che effettivamente
svolgono attività professionale a favore di un'impresa editrice.

4 - In prossimità dell'udienza hanno presentato memorie il
Consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti ed i Consigli regionali
del medesimo ordine per il Veneto e per la Lombardia, ma la Corte ha
dichiarato l'inammissibilità di questi atti di intervento.

5 - Nella camera di consiglio dell'8 gennaio 1997 è stato udito, per i promotori del referendum, l'avvocato Giuseppe Morbidelli.

Considerato in diritto

1.-- La richiesta di sottoporre a referendum
abrogativo l'intera legge 3 febbraio 1963, n. 69 (Ordinamento della
professione di giornalista), risulta ammissibile non sussistendo le
ragioni ostative riconducibili all'art. 75 della Costituzione ed alla
relativa elaborazione giurisprudenziale.
Giova preliminarmente
ricordare che questa Corte si è già occupata, in sede di giudizio
incidentale di legittimità costituzionale, di alcune norme della legge
in oggetto. In quelle occasioni (sentenze n. 71 del 1991 e n. 11 del
1968) il Collegio -- chiamato a verificare se l'esistenza dell'Ordine
professionale dei giornalisti fosse contrastante con l'art. 21 della
Costituzione -- ha affermato che non osta al principio della libera
manifestazione del pensiero il fatto che i giornalisti siano così
organizzati, anche perché tale Ordine ha il "compito di salvaguardare, erga omnes e nell'interesse della collettività, la dignità professionale e la libertà di informazione e di critica dei propri iscritti".
In
questa sede, tuttavia, occorre precisare che l'aver escluso che
l'esistenza dell'ordine dei giornalisti si ponga in contrasto con
principi di rilevanza costituzionale, non significa che tale esistenza
debba ritenersi obbligatoria.

2.-- Deve in proposito riaffermarsi il principio che la
richiesta di abrogazione referendaria può investire norme di contenuto
disponibile da parte del legislatore ordinario, mentre è inammissibile
quando essa tende ad abrogare norme a "contenuto costituzionalmente
vincolato" (sentenza n. 16 del 1978).
Una tale natura non è
ravvisabile nella specie per il solo fatto che la legge in esame
istituisce detto ordine professionale, giacché rientra nella
discrezionalità del legislatore ordinario determinare le professioni
intellettuali per l'esercizio delle quali è opportuna l'istituzione di
ordini o collegi e la necessaria iscrizione in appositi albi o elenchi
(art. 2229 cod. civ.).

3.-- Un contenuto costituzionale non è riscontrabile nemmeno
nelle norme relative agli interessi coinvolti nello svolgimento della
professione giornalistica ed alla disciplina relativa all'attività sia
dei singoli giornalisti che degli organi dell'Ordine.
Per quanto
riguarda particolarmente l'interesse della collettività che è stato
sottolineato dalle citate sentenze (n. 71 del 1991 e n. 11 del 1968) è
decisivo rilevare -- ai limitati fini della ammissibilità del referendum
-- che la presenza nella legge in esame di una norma sulla deontologia
dei giornalisti, se favorisce indirettamente l'esercizio del "diritto
di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo
scritto e ogni altro mezzo di diffusione" (art. 21 della Costituzione),
non è sufficiente per far ritenere che l'ordinamento della professione
di giornalista sia essenziale per la tutela di un diritto
costituzionale.
Su questo primo punto deve quindi concludersi che, a
prescindere dall'opportunità dell'esistenza di un Ordine professionale
dei giornalisti e dall'interesse della collettività al corretto
svolgimento dell'importante attività della comunicazione multimediale,
la loro disciplina non ha contenuto costituzionalmente vincolato.

4.-- La presente proposta referendaria, in secondo luogo, non
difetta dei requisiti della chiarezza e della omogeneità del quesito.
Essa investe l'intero testo normativo che concerne tutti gli aspetti,
strettamente connessi fra loro, della professione di giornalista.
D'altra
parte la riconduzione della legge in questione ad una matrice
razionalmente unitaria non appare alterata dal fatto che essa faccia
riferimento anche ai diritti ed ai doveri dei giornalisti, sintetizzati
nell'unica disposizione (art. 2) dei 75 articoli del testo normativo
oggetto del quesito referendario.
Tale testo, invero, si presenta
chiaramente alla considerazione dell'elettore come quello che organizza
e disciplina i giornalisti professionisti, ivi compresi gli scopi
dell'Ordine e i doveri dei suoi iscritti. Né può sorgere il dubbio che,
con l'eventuale esito abrogativo del referendum, possano venir
meno l'attività giornalistica professionale, la disciplina contrattuale
del rapporto di lavoro, o i canoni deontologici inerenti a tale
attività. Questi ultimi derivano, oltre che dal costume, da altre leggi
(cui del resto fa rinvio lo stesso art. 2), dalle funzioni del Garante,
dalla giurisprudenza in materia e da forme di autoregolamentazione.

5.-- La richiesta referendaria non può infine ritenersi
inammissibile per l'omessa indicazione delle numerose norme relative
all'Ordine dei giornalisti, distribuite in diversi testi legislativi
non ricompresi nel quesito posto agli elettori.
Va in proposito
osservato, in via di principio, che la carenza del requisito della
completezza non è ravvisabile per il solo fatto che non siano investiti
tutti gli altri frammenti, richiami o parti di norme che, in
conseguenza dell'abrogazione, verrebbero a subire i normali effetti
caducatori o di adattamento da parte del giudice o del legislatore.
L'incompletezza è, invece, ravvisabile solo quando la stessa norma o lo
stesso principio oggetto del referendum costituiscano il
contenuto essenziale di un altro autonomo corpo normativo che,
sopravvivendo all'eventuale abrogazione per voto popolare,
determinerebbe un'intollerabile contraddizione, traducendosi in un
difetto di chiarezza verso gli elettori. Nella specie la residua
normativa riguarda aspetti talvolta marginali del regolamento della
professione di giornalista, o aspetti la cui permanenza è compatibile
con l'eventuale abrogazione della legge in questione; rimanendo
comunque affidato alla discrezionalità del legislatore ed
all'interpretazione sistematica della giurisprudenza, in caso di esito
positivo del referendum, il compito di ricondurre la disciplina ad unità ed armonia.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE


dichiara ammissibile la richiesta di referendum
popolare per l'abrogazione della legge 3 febbraio 1963, n. 69, nel
testo risultante dalle modificazioni apportate dalle leggi 20 ottobre
1964 n. 1039 e 10 giugno 1969 n. 308 e dalle sentenze della Corte
costituzionale n. 11 e n. 98 del 1968, recante "Ordinamento della
professione di giornalista", richiesta dichiarata legittima, con
ordinanza dell'11-13 dicembre 1996, dall'Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di cassazione.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 30 gennaio 1997

Il Presidente: Renato Granata

Il redattore: fernando Santosuosso


ALLEGATO ORDINANZA
emessa nella camera di consiglio dell'8 gennaio 1997.

Premesso che hanno depositato "atto di intervento in
giudizio" l'Ordine dei giornalisti, Consiglio nazionale; il Consiglio
regionale dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia e l'Ordine dei
giornalisti del Veneto;

Ritenuto che, secondo la costante giurisprudenza della Corte
(sentenze nn. 37, 33 e 32 del 1993, 47 del 1991, 10 del 1972), sono
legittimati ad intervenire nei giudizi di ammissibilità della richiesta
di referendum, a norma dell'art. 33, terzo comma, della legge 25 maggio 1970, n. 352, soltanto il Governo nonché i delegati e i presentatori;

che i soggetti sopra indicati non rivestono tali qualità, sicché il loro intervento risulta inammissibile.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara inammissibile l'intervento sopra indicato.

F.to: Renato GRANATA, Presidente