La “legge Gasparri” e il Dlgs 196/2003 sulla privacy

Alt al diritto di cronaca

Il diritto di cronaca o di informazione non abbraccia la pubblicazione
di notizie e immagini idonee a consentire l'identificazione di un minore.

Milano 18 aprile 2005 - ricerca di  Franco Abruzzo

L’articolo 50 del Dlgs 196/2003 (Testo unico sui dati personali), richiamato l’articolo 13 del Dpr n. 448/1988, contiene “il
divieto di  pubblicazione e divulgazione con qualsiasi mezzo di notizie
o immagini idonee a consentire l'identificazione di un minore si
osserva anche in caso di coinvolgimento a qualunque titolo del minore
in procedimenti giudiziari in materie diverse da quella penale”. Questa norma si aggiunge all’articolo 7 del  Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica (meglio noto come Codice deontologico sulla privacy previsto dall’articolo 25 della legge n. 675/1996). L’articolo 7 del  Codice specifica che “la
tutela della personalità del minore si estende, tenuto conto della
qualità della notizia e delle sue componenti, ai fatti che non siano
specificamente reati”. Oggi il Codice è l’Allegato A del Dlgs n. 196/2003 o Testo unico sulla privacy (che ne parla all’articolo 139).
Il
comma 1 dell’articolo 10 (Tutela dei minori nella programmazione
televisiva) della legge n. 112/2004 (“legge Gasparri”) impegna “1e
emittenti televisive a osservare le disposizioni per la tutela dei
minori previste dal Codice di autoregolamentazione TV e minori
approvato il 29 novembre 2002”, mentre il comma 8 dello stesso articolo
aggiunge un nuovo principio all’articolo 114 (comma 6) del Codice di
procedura penale: "È altresì vietata la pubblicazione di elementi
che anche indirettamente possano comunque portare alla identificazione
dei suddetti minorenni".
Il diritto di cronaca, quindi, non abbraccia la pubblicazione di notizie  e immagini idonee a consentire l'identificazione di un minore.
--------------------

Codice di procedura penale

114. Divieto di pubblicazione di atti e di immagini (1)

1. E' vietata la pubblicazione, anche parziale o
per riassunto, con il mezzo della stampa o con altro mezzo di
diffusione, degli atti coperti dal segreto [c.p.p. 329] o anche solo
del loro contenuto.
2. E' vietata la pubblicazione,
anche parziale, degli atti non più coperti dal segreto fino a che non
siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine
dell'udienza preliminare [c.p.p. 424].
3. Se si
procede al dibattimento, non è consentita la pubblicazione, anche
parziale, degli atti del fascicolo per il dibattimento, se non dopo la
pronuncia della sentenza di primo grado, e di quelli del fascicolo del
pubblico ministero [c.p.p. 433], se non dopo la pronuncia della
sentenza in grado di appello. E' sempre consentita la pubblicazione
degli atti utilizzati per le contestazioni [c.p.p. 500, 501, 503, comma
3] (2).
4. E' vietata la pubblicazione, anche
parziale, degli atti del dibattimento celebrato a porte chiuse nei casi
previsti dall'articolo 472 commi 1 e 2. In tali casi il giudice,
sentite le parti, può disporre il divieto di pubblicazione anche degli
atti o di parte degli atti utilizzati per le contestazioni. Il divieto
di pubblicazione cessa comunque quando sono trascorsi i termini
stabiliti dalla legge sugli archivi di Stato (3) ovvero è trascorso il
termine di dieci anni dalla sentenza irrevocabile e la pubblicazione è
autorizzata dal ministro di grazia e giustizia.
5.
Se non si procede al dibattimento, il giudice, sentite le parti, può
disporre il divieto di pubblicazione di atti o di parte di atti quando
la pubblicazione di essi può offendere il buon costume o comportare la
diffusione di notizie sulle quali la legge prescrive di mantenere il
segreto nell'interesse dello Stato (4) ovvero causare pregiudizio alla
riservatezza dei testimoni o delle parti private. Si applica la
disposizione dell'ultimo periodo del comma 4.
6. E' vietata
la pubblicazione delle generalità e dell'immagine dei minorenni
testimoni, persone offese o danneggiati dal reato fino a quando non
sono divenuti maggiorenni. È altresì vietata la pubblicazione di
elementi che anche indirettamente possano comunque portare alla
identificazione dei suddetti minorenni. Il tribunale per i minorenni,
nell'interesse esclusivo del minorenne, o il minorenne che ha compiuto
i sedici anni, può consentire la pubblicazione (5).
6-bis. E'
vietata la pubblicazione dell'immagine di persona privata della libertà
personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all'uso di
manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che
la persona vi consenta (6).
7. E' sempre consentita la pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal segreto.
-----------------------
(1)
Rubrica così sostituita dall'art. 14, L. 16 dicembre 1999, n. 479. Il
testo precedentemente in vigore così disponeva: «Divieto di
pubblicazione di atti».
(2) La Corte Costituzionale, con
sentenza 20-24 febbraio 1995, n. 59 (Gazz. Uff. 1 marzo 1995, n. 9 -
Prima serie speciale), ha dichiarato l'illegittimità del presente
comma, limitatamente alle parole: «del fascicolo per il dibattimento,
se non dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, e di quelli».
(3) Vedi l'art. 21, D.P.R. 30 settembre 1963, n. 1409, recante norme sull'ordinamento degli archivi dello Stato.
(4) Vedi, anche, la L. 24 ottobre 1977, n. 801, sulla disciplina del segreto di Stato.
(5) Comma così modificato dall'art. 10, comma 8, della legge 3 maggio 2004 n. 112 (“legge Gasparri”).
Il testo precedentemente in vigore era il seguente: «6. E' vietata la
pubblicazione delle generalità e dell'immagine dei minorenni testimoni,
persone offese o danneggiati dal reato fino a quando non sono divenuti
maggiorenni. Il tribunale per i minorenni, nell'interesse esclusivo del
minorenne, o il minorenne che ha compiuto i sedici anni, può consentire
la pubblicazione».
(6) Comma aggiunto dall'art. 14, L. 16 dicembre 1999, n. 479.



Cpp - art. 115. Violazione del divieto di pubblicazione. 

1. Salve le sanzioni previste dalla legge penale
[c.p. 684], la violazione del divieto di pubblicazione previsto dagli
articoli 114 e 329 comma 3 lettera b) costituisce illecito disciplinare quando il fatto è commesso da impiegati dello Stato o di altri enti pubblici ovvero da persone esercenti una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato.
2.
Di ogni violazione del divieto di pubblicazione commessa dalle persone
indicate nel comma 1 il pubblico ministero informa l'organo titolare
del potere disciplinare.
-----------------------------------

Legge n. 112/2004 (“Legge Gasparri”).
Articolo 10. Tutela dei minori nella programmazione televisiva.

1. Fermo restando il rispetto delle norme
comunitarie e nazionali vigenti a tutela dei minori e in particolare
delle norme contenute nell’articolo 8, comma 1, e nell’articolo 15,
comma 10, della legge 6 agosto 1990, n. 223, le emittenti televisive
devono osservare le disposizioni per la tutela dei minori previste dal Codice di autoregolamentazione TV e minori
approvato il 29 novembre 2002. Eventuali integrazioni, modifiche o
adozione di nuovi documenti di autoregolamentazione sono recepiti con
decreto del Ministro delle comunicazioni, emanato ai sensi
dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, previo
parere della Commissione parlamentare di cui alla legge 23 dicembre
1997, n. 451.
8. All’articolo 114, comma 6, del codice di procedura penale, dopo il primo periodo, è inserito il seguente: "È
altresì vietata la pubblicazione di elementi che anche indirettamente
possano comunque portare alla identificazione dei suddetti minorenni".
------------------------
Dlgs. 30 giugno 2003 n. 196. Codice in materia di protezione dei dati personali. (Pubblicato nella Gazz. Uff. 29 luglio 2003, n. 174, S.O). 

Articolo 50. Notizie o immagini relative a minori.

1. Il divieto di cui all'articolo 13 del decreto
del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448, di
pubblicazione e divulgazione con qualsiasi mezzo di notizie o immagini
idonee a consentire l'identificazione di un minore si osserva anche in
caso di coinvolgimento a qualunque titolo del minore in procedimenti giudiziari in materie diverse da quella penale.
-----------------------
Il  Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica (meglio noto come Codice deontologico sulla privacy),
pubblicato il 3 agosto 1998 nella “Gazzetta Ufficiale”,  è   diventato 
“efficace” quindici giorni dopo.  Oggi è l’Allegato A del Dlgs n.
196/2003 o Testo unico sulla privacy (che ne parla all’articolo 139).
“Il Codice - ha già scritto il professor Stefano Rodotà, presidente dell’Ufficio del Garante
- è una norma dell'ordinamento giuridico generale, e ad essa devono
adeguarsi tutti coloro che esercitino funzioni informative mediante
mezzi di comunicazione di massa; pertanto, il suo rispetto verrà
garantito dai diversi organi pubblici ed ovviamente anche dall’Ordine
per quanto riguarda le sanzioni disciplinari applicabili ai soli
iscritti”.

Articolo 7. Tutela del minore. Al fine di tutelarne la
personalità, il giornalista non pubblica i nomi dei minori coinvolti in
fatti di cronaca, né fornisce particolari in grado di condurre alla
loro identificazione.  La tutela della personalità del minore si
estende, tenuto conto della qualità della notizia e delle sue
componenti, ai fatti che non siano specificamente reati.  Il diritto
del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come
primario rispetto al diritto di critica e di cronaca; qualora,
tuttavia, per motivi di rilevante interesse pubblico e fermo restando i
limiti di legge, il giornalista decida di diffondere notizie o immagini
riguardanti minori, dovrà farsi carico della responsabilità di valutare
se la pubblicazione sia davvero nell'interesse oggettivo del minore,
secondo i principi e i limiti stabiliti dalla “Carta di Treviso.
----------------

Minori  e diritto di cronaca: “Non basta celare il nome”. Il
Garante: “Tutela rafforzata sempre. In caso di molestie sessuali, hanno
diritto a non rivivere i traumi subiti”.

È vietata la diffusione di informazioni che, anche indirettamente,
permettano il riconoscimento di minori coinvolti in fatti di cronaca, 
a maggior ragione quando abbiano subito violenze o molestie sessuali.
Renderli identificabili potrebbe far loro rivivere in pubblico i traumi
subiti e pregiudicarne l’armonico sviluppo della personalità.
Lo ha
ribadito il Garante (Stefano Rodotà, Giuseppe Santaniello, Gaetano
Rasi, Mauro Paissan), intervenuto a tutela di una donna e della sua
bambina che lamentavano la pubblicazione, su un settimanale locale, di
un articolo che dava notizia di un procedimento a carico dell’ex
convivente della donna, accusato di violenza e molestie a danno proprio
e della sua bambina. Nell’articolo non venivano citati i nomi di alcuna
delle parti in causa, ma erano specificati l’età della minore e degli
altri soggetti coinvolti, le iniziali del nome e del cognome e
l’attività lavorativa prestata dall’imputato, la posizione famigliare
della minore nonché l’esatta indicazione del paese di residenza. La
donna aveva chiesto al periodico che non venissero pubblicate ulteriori
informazioni sulla vicenda. Non avendo ricevuto risposta, si era
rivolta al Garante.
In seguito all’invito dell’Autorità di
rispettare le richieste dell’interessata, l’editore e il direttore
avevano sostenuto la legittimità del comportamento del settimanale che,
a loro avviso, aveva  rispettato il principio dell’ “essenzialità delle
notizie riferite dall’articolista giornalista nell’adempiere il proprio
diritto di cronaca giudiziaria”.
Il Garante ha stabilito, invece,
che non è sufficiente celare il nome della vittima per evitarne il
riconoscimento. Esistono informazioni collaterali che, se riferite,
possono causare un’equivalente identificazione. In particolare,
l’indicazione del comune di residenza delle due ha causato la loro
individuazione all’interno della cerchia di conoscenti e amici, ledendo
il loro diritto a non rivivere in pubblico i traumi subiti.
L’Autorità
ha ribadito, inoltre, che il minore ha diritto ad una tutela
rafforzata. In primo luogo, ha ricordato il Garante, quando una notizia
permette il riconoscimento del minore deve prevalere il diritto alla
riservatezza, come stabilito dall’articolo 7 del codice di deontologia
sul trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività
giornalistica. A maggior ragione, quando ci si trovi di fronte a casi
di minori vittime di molestie e violenze di natura sessuale. A ciò deve
aggiungersi quanto previsto da varie fonti, nazionali ed
internazionali, riguardo ai minori, al fine di non pregiudicarne
l’armonico sviluppo. Basti pensare alla Convenzione sui diritti del
fanciullo del 1989, alla Carta di Treviso, all’art. 13 del d.p.r. 22
settembre 1988, n. 448 (che vieta la divulgazione di notizie o immagini
che permettano l’identificazione dei minori coinvolti in procedimenti
penali) esteso ad altri casi da due articoli del Codice, all’art.
734/bis del codice penale (che vieta la divulgazione delle generalità
di persona offesa da violenza sessuale).
L’Autorità ha, pertanto,
vietato all’editore l’ulteriore diffusione di informazioni idonee a
identificare, anche indirettamente, della bambina e ha posto a carico
di quest’ultimo l’ammontare delle spese e dei diritti del procedimento.
(Newsletter n. 229  del 4-10 ottobre 2004)

(Documento inserito il 18 aprile 2005)