Gli uffici dell’Ordine della Lombardia nel palazzo che ospitò famosi giornali La Notte di Nino Nutrizio e i suoi ragazzi

L’edificio
di via Antonio da Recanate 1 (angolo via Vitruvio), già Piazza Duca
d‘Aosta 8/B, dal dicembre 2004 è la sede dell’Ordine dei Giornalisti
della Lombardia. Al primo piano, dove funzionava la tipografia, per
anni, sono stati composti L’Italia, quotidiano della Curia, e poi via via Il Tempo, La Patria, La Notte, L’Avvenire... Gente e Guerrin Sportivo. Il
trasloco avrebbe incuriosito Dino Buzzati che amava la casualità delle
coincidenze dentro le quali credeva forse di poter intravvedere il
disegno d’un destino già scritto.


Gli uffici dell’Ordine della Lombardia
nel palazzo che ospitò famosi giornali
La Notte di Nino Nutrizio e i suoi ragazzi
Nel ’53, incominciò una storia destinata a segnare profondamente il giornalismo milanese e non soltanto quello milanese: "La Notte" ebbe vita lunga, spenta soltanto dall’avvento della grande informazione televisiva. Ma, soprattutto, "La Notte" impose un nuovo modo di fare informazione: moderno, veloce, di servizio.


di Michelangelo Bellinetti

Questo trasloco avrebbe incuriosito Dino Buzzati che amava la
casualità delle coincidenze dentro le quali credeva forse di poter
intravvedere il disegno d’un destino già scritto.

Oggi, dove per decenni si sono susseguiti i fervori di tanti
giornali e alzate le speranze di tanti giornalisti, si sono insediati
gli uffici, le segreterie, gli archivi, la biblioteca dell’Ordine di
Milano.

L’Ordine è la regola del nostro mestiere e ne è anche la storia.
Nell’Ordine, per certa parte, vive pure il divenire del nostro
mestiere. Insomma, ora in piazza Duca d’Aosta-angolo via Vitruvio, dove
non tamburellano più le linotype nè girano più le rotative, è arrivato
- come dire? - il precipitato istituzionale del giornalismo milanese.

Il palazzo è il classico palazzo degli anni Quaranta-Cinquanta:
cemento, vetro, alluminio. Probabilmente è stato progettato, nei giorni
della ricostruzione, da un architetto in vena di modernismo. Qualcuno
diceva che il palazzo era un dono dell’ingegner Carlo Pesenti alla
Curia arcivescovile. Un atto di riconoscenza per quanto il cardinale
Schuster s’era prodigato durante la guerra per salvare le aziende del
potente imprenditore bergamasco.

Al primo piano, dove funzionava la tipografia, per anni, notte dopo notte, sono stati composti L’Italia, quotidiano della Curia, e poi via via Il Tempo, La Patria, L’Avvenire
ed altri giornali. Era una tipografia moderna. Contava decine di
linotype che operavano al di là del lungo bancone su cui poggiavano i
telai delle pagine: da un lato del bancone il giornalista, dall’altro i
tipografi impaginatori Rovelli, Cerutti, Lazzaroni. Alle spalle dei
tipografi, il parco delle linotype. In testa a tutto, il proto signor
Pezzotta. Al secondo piano c’era "L’Italia", redazione e
amministrazione.

Nel 1953 al terzo piano del palazzo arrivò "La Notte", nuovo quotidiano del pomeriggio che veniva a misurarsi con il "Corriere d’Informazione" e con il "Corriere Lombardo".
"La Notte", nelle intenzioni dei finanziatori, non doveva avere vita
lunga. La sua esistenza era stata calibrata sull’onda delle strategie
elettorali: una volta chiuse le urne, il giornale avrebbe potuto
chiudere tranquillamente.

Ma le cose non andarono così. Là, in quei giorni del ’53, incominciò
invece una storia destinata a segnare profondamente il giornalismo
milanese e non soltanto quello milanese.

"La Notte" ebbe infatti vita lunga, spenta soltanto dall’avvento
della grande informazione televisiva. Ma, soprattutto, "La Notte"
impose un nuovo modo di fare informazione: moderno, veloce, di
servizio. Un nuovo modo che nasceva dallo spirito con cui Nino Nutrizio, il direttore, caratterizzò fin dall’esordio il rapporto con i lettori, con l’opinione pubblica.

"La Notte" partiva politicamente dichiarata: la sua collocazione era
liberale-conservatrice. Tale linea avrebbe negato a qualunque giornale
il successo diffusionale. Nutrizio ne era consapevole. Perciò, senza
abdicare alle proprie idee, Nutrizio puntò su di una cronaca spinta,
completa, ricca di particolari, di immagini fotografiche, di inchieste.
Puntò poi sullo sport. Milano, capitale del calcio, doveva potersi
ritrovare nell’amore per le sue grandi squadre, il Milan e l’Inter, ma
anche nel tifo per i suoi campioni ciclistici, della box, della
pallacanestro, della scherma, dell’ippica, del nuoto.

Ed ecco, dunque, in quei giorni del 1953 prender vita, nella stanze
del terzo piano del palazzo, le redazioni. Gli arruolamenti venivano
decisi da Nutrizio. Era lui che «intervistava» i giovani volontari. Era
lui che stabiliva la loro sorte. Era lui che indicava la prima
collocazione operativa.

In quel tempo Nutrizio aveva poco più di quarant’anni. Era nato a
Traù, in Dalmazia, nel 1911. Professionalmente era cresciuto come
giornalista sportivo a "Il Popolo d’Italia", diretto da Vito Mussolini.
Scoppiato il secondo conflitto, era diventato inviato di guerra a bordo
del «Pola». Un imbarco sfortunato perché a Capo Matapan l’incrociatore
fu colpito e affondato. Lui venne raccolto da un’unità inglese e finì
prigioniero in India da dove rientrò nel 1946. Nei primi tempi si
guadagnò da vivere facendo il dirigente dell’Inter. Poi ritornò al
giornalismo, divenendo caposervizio sportivo al "Corriere Lombardo".
Era stato là che Pesenti e monsignor Ernesto Pisoni lo avevano
incontrato e gli avevano offerto la direzione di quella nuova avventura
chiamata "La Notte".

Il giornale partì contando su alcuni professionisti di lungo corso
come Marco Moncalvi, Eugenio Ferdinando Palmieri, Marcello Morabito,
Aldo Zerbi e qualche altro. Poi partì contando su di un gruppo di
giovani, galvanizzati dall’idea di giocare una partita che per molti
appariva disperata. Chi erano? Non erano pochi. Alcuni cambiarono
giornale, altri cambiarono addirittura mestiere. Ma molti restarono e
divennero l’ossatura del giornale. I nomi. Mah, è difficile oggi
ricordare con precisione, senza omissioni, il ruolino d’ingaggio.
Certo, si può tentare un appello affidandoci alla memoria.

Dunque, nei primi anni passarono nelle sale della cronaca (seconda
porta a sinistra del corridoio), della provincia (terza porta a
destra),dello sport (quarta porta a destra), degli interni-esteri
(terza porta a sinistra), degli spettacoli (penultima porta a sinistra)
uomini come Camillo Brambilla, Wladimiro Lisiani, Mario Bertoli, Enrico
Crespi, Giulio Bergamo: quadri di un progetto la cui logica
professionale poggiava essenzialmente su di una formula semplice: più
idee e più fatti per un giornale destinato a crescere in un Paese in
crescita.

Ognuno di costoro aveva alle spalle una propria storia ma tutti
avevano una meta comune: vincere la partita che si presentava dura e
difficile. Per questi uomini ai quali non importavano né gli orari né i
riposi, e che incominciavano a lavorare ogni giorno alle 6 del mattino
per chiudere in tre ore e mezza la prima edizione, che poi si
rimettevano al lavoro alle 10 per realizzare l’edizione Borsa delle 14
e che quindi preparavano l’ultima edizione delle 17 e che infine si
rendevano a volte pure disponibili, magari fino alle 20, per le
possibili «ribattute», ebbene per questi giornalisti era sufficiente
l’apprezzamento del direttore, la battuta affettuosa dei colleghi, la
soddisfazione di vedere il giornale sempre più diffuso.

Accanto a loro, alla partenza, c’era pure Enzo Biagi, arrivato là
forse seguendo uno dei suoi maestri al "Carlino" cioè E. Ferdinando
Palmieri. Biagi approdò alla "Notte" come critico cinematografico ma
presto se ne andò. C’era anche Romolo Siena, il quale ad un certo punto
preferì andare a fare la televisione anziché il giornale. E poi Arnaldo
Giuliani, figlio di Sandro, e poi via via entrarono nelle sale di quel
terzo piano Lino Rizzi, Pier Boselli, Natalìa Aspesi, Umberto Panin,
Gigi Speroni, Guido Gerosa, Ugo Pettenghi, Gualtiero Tramballi, Morando
Morandini, Onorato Orsini, Idor Gatti, Carlo Baronj, Franco Damerini,
Enrico Morati, Roberto Renzi, Vittorio Reali, Paolo Carlini, Raffaele
Medetti.

Milano, intanto cresceva, in quegli anni Cinquanta. Era diventata la
capitale morale. Il "boom" economico l’aveva promossa al rango di meta
agognata per tutti coloro che intendevano farsi, come si diceva, una
posizione. Si espandeva, Milano. La città e la sua cintura periferica
erano un cantiere aperto senza soluzione. Il fervore imprenditoriale
dei lombardi garantiva a tutti coloro che avevano buona volontà e
voglia di lavorare un avvenire meno incerto. Milano era tornata ad
essere una delle città europee più attive, maggiormente proiettate
verso il futuro.

"La Notte" era già il giornale di tutti poiché tutti trovavano nelle
sue pagine i fatti e le idee che cercavano. Anche la Sinistra comperava
e leggeva "La Notte" nonostante l’ articolo di fondo dove Nino Nutrizio
quotidianamente ribadiva le sue posizioni che di Sinistra certamente
non erano. Ma il giornale si era arricchito di grandi servizi: dalla
pagina dei cinema con l’innovazione delle palline di gradimento e delle
stelline della critica alla pagina delle grane (un successo personale
di Umberto Panin) alla pagina della Borsa, alla pagina della
televisione, alla pagina della spesa.

La redazione degli spettacoli col tempo finì per costituire il terzo
punto di forza del giornale contando sulle firme di Palmieri per la
critica teatrale con il vice Antonio Pitta, di Alceo Toni per la
critica musicale con il vice Luigino Rossi, di Onorato Orsini per la
critica cinematografica con il vice Valentino De Carlo, di Giuseppe
Barigazzi per le cronache, di Ernesto Baldo per la musica leggera, di
Osvaldo Peretti per il varietà. Per non parlare della redazione
sportiva dove, sotto la guida di Enrico Crespi, scrivevano Decio Silla,
Toni Bellocchio, Romolo Mombelli e poi gli insostituibili collaboratori
Brunello Tanzi, Enrico Marni e Achille Moja. Agli interni-esteri
c’erano tra gli altri Arrigo Galli, Bruno Borlandi, Leone Dogo, Luciano
Ferrari, Giancarlo Meloni, Santi Petringa, Marcello Morabito, Massimo
Infante, Gianluigi Gonano. La redazione romana era tenuta da Ignazio
Contu. Mario Bertoli, chiamato «il maestro», coordinava l’ufficio
provincia con Sandro Ottolenghi, Beppe Botteri, Marzio Bellacci, Guido
Pfeiffer, Gualtiero Conti, Giorgio Cajati e Lucio Simonetta.

Tra il finire degli anni Cinquanta e i primi del Sessanta, la
cronaca raggiunse livelli di presenza e di capacità che nessun
quotidiano milanese aveva fino ad allora mai toccato. Il capocronista
era Camillo Brambilla, vice Ugo Pettenghi, in questura c’era Carlo
Baronj e poi ognuno dei cronisti aveva un proprio compito preciso.

Era una cronaca singolare per la forza d’impegno, per i risultati
che otteneva ed anche per un certo stile comportamentale. Cioè, era una
cronaca un po’ snob, elegantemente snob. Fuori dalla portineria sotto
il portico stazionavano le Mg, le Triumph d’annata dei cronisti più
giovani come Fabio Ravasio, Massimo Cianetti, Florido Borzicchi o di
redattori come Gigi Speroni: giornalisti tutti segnati dal piacere di
vivere in un certo modo il mestiere e la vita portando magari scarpe
inglesi, indossando camicie di Truzzi e frequentando il bar da Mario in
via Montenapoleone.

Ma fuori, sul fatto, i cronisti vestivano i panni del combattente. Bisognava battere la concorrenza, cioè i colleghi dell’<Informazione>, del <Lombardo> e poi anche quelli di <Stasera>.
Batterli significava avere più notizie, fotografie in esclusiva,
interviste uniche. E per batterli si ricorreva ad ogni mezzo, nessuno
escluso. Una volta Ravasio e Cianetti arrivarono perfino a
«sequestrare» per una mattinata intera il vincitore della lotteria di
Capodanno purché non parlasse con nessun cronista dei giornali
concorrenti

Chi c’era in quegli anni Sessanta nel salone della cronaca, seconda
porta a sinistra del corridoio? C’era Gualtiero Tramballi, braccio
destro di Pettenghi, Gianni Randon l’estensore per antonomasia, Mario
Zoppelli, primo della giudiziaria, Nuccio Barbieri per la «borsa della
spesa», Sergio Mariotti per la ferrovia, Vittorio Reali e Erasmo
Buzzacchi per il Comune, Franco Rota per rubriche e lettere, Roberto
Renzi per i carabinieri, Marco Marcello per viabilità e metropolitana,
Cisco Conforti per gli aeroporti, Beppe Stellacci per la nera, Sandro
Sandri per la bianca e, poi, per il pronto impiego e per i «giri»
c’erano Romano Bracalini, Vittorio Zucconi, Paolo Carlini. C’erano poi
Neri Fallani e Botter: il primo grande grafico, il secondo formidabile
vignettista.

Dagli ascensori si entrava e si usciva sempre di corsa in faccia
alle assordanti telescriventi e al grande pannello disegnato da Tinin
Mantegazza dove tutti i «fondatori» erano stati giocosamente
raffigurati.

Sopra, ai piani superiori, erano intanto arrivate le redazioni di <Gente> e del <Guerrin Sportivo>.
Il palazzo di piazza Duca d’Aosta-angolo via Vitruvio diventava il
palazzo dei giornali. Ma per "La Notte", un tempo stava per scadere. La
fusione con il avrebbe portato il giornale in piazza Cavour.
Per Nino Nutrizio sarebbe stato un ritorno nella casa dei suoi esordi.
Per tutti gli altri era invece l’inizio di una nuova fase, quella
segnata dai giovani come Salvatore Scarpino, Vittorio Feltri, Ettore
Botti, Carlo Rossella, Costantino Muscau, Fernando Mezzetti, Giorgio
Carbone e Giangavino Sulas.

Mutavano i nomi ma la cronaca non cambiava.

Antonio da Recanate
Chi era costuì?

Antonio da Recanate era un cronista non nel senso moderno del
termine di redattore dei fatti di cronaca d’un giornale, bensì nel
significato classico d’autore di cronache nell’accezione storico
letteraria della locuzione, un genere corrispondente alle tipiche
narrazioni ed esposizioni dei fatti come usava nel Medioevo. Ed è
proprio a quell’epoca che appartiene il personaggio che dà il nome alla
via dove si è trasferito l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Di
questo cronista si conosce molto poco. Di sicuro egli è vissuto nel
1200. Si sa che scrisse un’opera sulla vita a Milano di quel tempo.
Purtroppo, questa preziosa testimonianza sulla realtà milanese
risalente all’anno milleduecento è andata perduta.