"Ecco come la commissione ha scelto le migliori tesi" di Nicola D’Amico

"Ecco come la commissione ha scelto le migliori tesi"

di Nicola D’Amico

I neolaureati Giuseppe Gori Savellini, Pamela Notaro, Federica Mazza
e Letizia Magnani hanno conquistato per il 2005, con i loro lavori,
riferiti alle attività accademiche dell’anno 2004, il Premio di
eccellenza che da sette anni rende merito alle migliori tesi di laurea
dedicate al giornalismo e alle istituzioni della nostra professione. Il
premio, che prevede un assegno di 2.500 euro per ognuna delle sette
sezioni in cui il concorso si articola, è organizzato dal Consiglio
regionale dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia.
Il confronto
è aperto ai laureandi di ogni regione e di ogni facoltà universitaria.
Delle sette sezioni, la prima è dedicata alla Storia del giornalismo
italiano, la seconda alla storia del giornalismo occidentale, la terza
alle istituzioni della professione giornalistica, la quarta al
giornalismo radiotelevisivo, la quinta al giornalismo telematico, la
sesta al giornalismo economico e finanziario, la settima al giornalismo
culturale, sociale, scientifico, sportivo e di costume.
Tutti gli
altri particolari si trovano nell’ampio comunicato emesso dal
Presidente del nostro Ordine, Franco Abruzzo, pubblicato in queste
stesse pagine, al quale rimandiamo. Ripeteremo qui soltanto che dei
lavori presentati i commissari avevano il compito di valutare
l’originalità e l’interesse dell’argomento in direzione delle finalità
del concorso, la quantità e la qualità della ricerca, la documentazione
esibita in termini di bibliografia e di interviste effettuate, lo stile
di scrittura (dove per stile si intenda – minimalisticamente parlando –
un uso corretto e maturo del linguaggio), l’uso eventuale di nuovi
media nella realizzazione dell’opera, lo spirito critico (unanimemente
giudicato dalla Commissione come fattore importante di giudizio).
La
seduta plenaria delle Commissione esaminatrice, nominata dal Consiglio
regionale dell’Ordine della Lombardia e coordinata dal collega Gianni
De Felice e da chi scrive, si è svolta nel pomeriggio e nella serata
dello scorso 15 marzo e si conclusa con l’assegnazione dei soli premi
relativi alle sezioni prima (giornalismo italiano), seconda
(giornalismo occidentale), terza (istituzioni della professione) e
settima (giornalismo culturale). Ottime erano certamente anche le tesi
finaliste anche per le altre sezioni, ma esse sono state giudicate
dalla Commissione plenaria ricche, sì, di valori riferibili allo
speciale "prodotto culturale" che è una tesi di laurea, ma non tali da
raggiungere il pieno traguardo delle finalità del concorso, indirizzato
statutariamente a premiare lavori destinati a lasciare un segno
significativo nella storiografia della nostra professione e a fare
emergere un’apprezzabile creatività nella ricerca, tale da creare nuovi
impulsi di conoscenza e di valorizzazione della professione stessa.
In
compenso, in seno alla sezione prima (giornalismo italiano) la
Commissione ha ritenuto meritevole di una segnalazione anche la tesi di
Elena Falcone dell’Università degli studi "Gabriele D’Annunzio" di
Chieti.
I concorrenti costituivano una schiera foltissima: 232 tesi
di laurea presentate, un lavoro abbastanza ponderoso per i Commissari
del Premio. Quello che fa piacere constatare è che, a parte le
inevitabili, ma limitatissime presenze di défaillances - che per carità
di patria chiameremo "espositive" – la qualità della lingua italiana ha
segnato nei lavori universitari presentati un generale miglioramento
nel confronto della media delle tesi in concorso nelle precedenti
sessioni. Si spera non solo per una fortunata coincidenza. Dall’altra
parte, la Commissione ha potuto constatare una certa "stanchezza", una
sorta di "ripetitività" negli argomenti proposti dai relatori, a
prescindere dal potenziale valore aggiunto che una tesi può presentare
nei confronti anche di argomenti esposti alla reiterazione.
Il fatto
che la settima sezione del concorso (giornalismo culturale) abbia
registrato un numero di tesi concorrenti particolarmente nutrito non
autorizza, poi, a un’affrettata conclusione circa un particolare picco
in alto dei rapporti tra cultura e giornalismo. La settima sezione,
infatti, prevede resi che vadano dal giornalismo culturale tout court
(per capirci con terminologia classica: da terza pagina) a quello
sportivo, da quello con carature sociali o di costume a quello
scientifico. Tanto che non è escluso che i coordinatori della sessione
testè conclusasi, nella relazione finale che andranno a presentare al
Consiglio regionale dell’Ordine della Lombardia nei prossimi giorni,
chiedano una riflessione tesa a introdurre elementi utili a migliorare
i criteri di classificazione. In quella sede (relazione finale) non è
altresì escluso che, al fine di rendere più ristretto il numero dei
concorrenti, i coordinatori portino all’attenzione del Consiglio anche
la possibilità che le tesi concorrenti prevedano, ai fini
dell’ammissibilità, l’avallo dei relatori. Si dirà che difficilmente un
relatore che ha assegnato alti voti di laurea, neghi il suo patrocinio,
ma tutti sappiamo che spesso, se non sempre, l’alto voto che incoraggia
il concorrente alla partecipazione a un premio di eccellenza come
questo è il risultato di una serie di crediti dai quali prescinde il
valore intrinseco della tesi di laurea.
Due parole, per finire, sui lavori dei vincitori:
Giuseppe
Gori Savellini, laureato presso l’Università degli studi di Siena,
Facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in Scienze della
Comunicazione, ha vinto con una tesi sul "Giornalismo italiano del dopoguerra",
indiziato dall’autore di essere "giornalismo di rimozione", rimozione
della non sentita guerra accanto all’alleato sbagliato, rimozione della
sanguinosa atipica guerra civile che alla prima era seguita e che aveva
appena finito (se aveva finito) di lacerare il paese, rimozione di
sangue e divisioni: una rimozione che da una parte costituiva un
espediente (rimedio?) politico per avviare la ricostruzione e
dall’altra un’effettiva atmosfera generale di stanchezza per le
sofferenze; paura, spesso subliminale, di nuove separazioni, quando non
dir reciproci spalancamenti di armadi contenenti scheletri reali e
metaforici.
Notevolissima la quantità della ricerca ed eccellente,
secondo il giudizio fatto proprio dalla Commissione plenaria, la
documentazione esposta dal concorrente in uno stile considerato dal
Commissario relatore come "corretto e colto", al servizio di uno
spirito critico "molto vivo".
Pamela Notaro dell’Università Statale
di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia, ha vinto il Premio per la
Sezione seconda del Concorso, con la sua eccellente tesi "Un giornale sportivo francese: l’Equipe nel secondo dopoguerra",
una tesi che rivisita il tempio del giornalismo sportivo mondiale (e
non solo francese), negli anni della rinascita e del consolidamento
della nuova Francia dopo la liberazione. La Commissione ha convenuto
nel riconoscere al lavoro profondità, ricchezza, completezza e
puntualità dell’analisi, convenendo di trovarsi davanti a un’opera
notevole e imparziale, sorretta da uno stile sempre piacevole.
Federica
Mazza si è aggiudicato il premio per la terza sezione, dedicata alle
istituzioni del giornalismo italiano. Sua la tesi su "FSNI e Associazione dei giornalisti, storia di un sindacato tra libertà e diritto, dalle origini a Walter Tobagi",
una tesi il cui merito principale, ma non il solo, sta nel fornire
quanto di nuovo può essere emerso da un’accurata ricerca per la
migliore e completa intelligenza dei fatti. Il racconto,
scientificamente condotto senza concessioni alla letteratura, parte dai
primi fenomeni associazionistici dei giornalisti e dai primi congressi
della FNSI fino alla nascita della corrente di Stampa Democratica
animata da Walter Tobagi, una svolta che viene considerata una delle
motivazioni, se non la sola, come asserisce il commissario relatore,
del sacrificio della vita del giovane e indimenticabile collega, che
resterà sempre giovane nella memoria di tutti.
Concludiamo con un
accenno alla tesi vincitrice della sezione settima, relativa al
giornalismo culturale in senso esteso. Si tratta della tesi di Letizia
Magnani, neolaureata della Facoltà di Lettere e filosofia
dell’Università di Siena, dallo stimolante e attualissimo tema, che
inquieta ognuno di noi: "C’era una volta la guerra e chi la raccontava: Da Iraq a Iraq. Storia di un giornalismo difficile".
La tesi parla dei pericoli dell’ingabbiamento come della esuberanza
delle informazioni che si sovrappongono al "visto coi propri occhi" e
ne confondono spesso il significato come la mente dell’inviato lo ha
percepito.
Il lavoro è corredato da 40 scrupolose e obiettive
interviste a professionisti che parlano delle esperienze fatte sulla
propria pelle e a professionisti al desk che dai reportages debbono
trarre giorno per giorno, quando non ora per ora, il materiale che farà
il giornale dell’indomani o dell’ora dopo, con tutte le "necessità" e
le limitazioni che una messa in pagina comporta. Accurata e ricca la
ricerca, equilibrata la messa in pagina delle testimonianze, moltissimi
i nuovi siti citati, spirito critico acuto e ben governato. A tutti i
vincitori, ma anche ai concorrenti tutti, l’augurio dei coordinatori
della VII edizione del concorso, lombardo ma nazionale, di un avvenire
professionale ricco di gratificazioni.