I QUATTRO VINCITORI


I QUATTRO VINCITORI
Federica Mazza
La storia del Sindacato dalle origini a Tobagi (passando per Borsa)
di Elena Nieddu

Giuseppe Gori Savellini
Il giornalismo del dopoguerra tra amnesia e amnistia
di Maria Serena Natale

Pamela Notaro
Equipe, se un giornale sportivo diventa fenomeno di costume
di Daniela Uva

Letizia Magnani
Come è cambiato il giornalista e il giornalismo di guerra
di Claudia Mazzaferro

Federica Mazza
La storia del Sindacato dalle origini
a Tobagi (passando per Borsa)

di Elena Nieddu

Undici capitoli, per "descrivere ed esaminare il cammino
professionale e sindacale della categoria giornalistica". Un lungo
lavoro di ricostruzione, che ha permesso di scoprire le origini delle
prime associazioni, di seguirne lo sviluppo attraverso le due guerre,
fino alla comparsa della figura – carismatica e unica – di Walter
Tobagi.
Questa, in estrema sintesi, è la tesi di laurea di Federica
Mazzi, intitolata "Fnsi e Associazione Lombarda dei Giornalisti, storia
di un sindacato tra libertà e diritti. Dalle origini a Walter Tobagi":
lavoro conclusivo di un percorso di studi presso l’Università Bicocca
di Milano. Relatore il prof. Francesco Abruzzo.
Un’opera che è
risultata vincitrice nella terza sezione del premio per la miglior tesi
di laurea sul giornalismo. E che non solo ha indagato e ricostruito la
storia del Sindacato dei giornalisti italiani, ma ha posto l’accento su
alcune precise tematiche.
Dalla nascita dell’Associazione Stampa
Periodica a Roma, prima forma associazionistica della categoria
giornalistica nel 1877, e della "Lombarda" del 1890, Federica Mazza
procede a trattare la stesura del primo contratto giornalistico,
avvenuta nel 1911 e perfezionata poi nel 1913.
Altro caposaldo della
tesi, è l’analisi del "Progetto Modigliani", una proposta di legge
avanzata nel 1918 da un deputato socialista, che anticipa le norme
sulla trasparenza delle proprietà e del finanziamento dei giornali,
trasformate in legge solo nel 1981.
Ben quattro capitoli sono poi
dedicati al periodo del ventennio fascista e al secondo dopoguerra: con
l’istituzione dell’Albo dei giornalisti, la rinascita della Federazione
Nazionale Stampa Italiana (avvenuta il 26 luglio 1943, proprio un
giorno dopo il Gran Consiglio del Fascismo), il primo congresso della
stampa nell’Italia liberata del 1946.
Nelle ultime due parti si
riassumono le vicende alterne della Fnsi dal dopoguerra al 1979,
punteggiate di scontri duri con gli editori, ma caratterizzate anche
dal ruolo sempre più importante della "Lombarda" come incubatrice di
nuove iniziative, in particolare con la corrente "Stampa democratica",
che trova in Walter Tobagi una guida carismatica.
Proprio a Tobagi è
dedicato l’ultimo capitolo della tesi: definito leader dell’intera
categoria, l’inviato del Corriere della Sera – esposto in prima linea
contro il terrorismo, ucciso dalle Brigate Rosse il 18 maggio 1980 – è
raccontato come una figura a tuttotondo. Dall’esordio alla "Zanzara",
agli anni della "gavetta", all’intreccio tra professione e sindacato.
Una
personalità di spicco nel mondo del giornalismo che, nelle conclusioni,
è paragonata ad un’altra grande figura: quella di Mario Borsa. "Le idee
di Tobagi rappresentano la continuità del pensiero di Borsa" – spiega
Federica Mazza. "Entrambi – si legge – hanno saputo esporsi in prima
persona nel promuovere e difendere il sindacato dei giornalisti,
nazionale e lombardo. Borsa, negli anni difficili del fascismo. Tobagi,
in quelli di piombo". Federica apprezza di Tobagi "l’ecletticità, il
fatto di essere stato un giornalista impegnato. Con un motto ben
definito: voler capire per poter spiegare". Federica Mazza ha le idee
ben chiare: "da grande" vuol fare la giornalista. E occuparsi di
storia: "Sono più attratta dal giornalismo di ricerca che non dalla
cronaca". In altre parole: preferisce i libri al "marciapiede".
Ama
viaggiare e legge romanzi: soprattutto di quegli autori che "scrivono
con semplicità e raccontano bene le situazioni quotidiane". Cosa si
augura per il futuro? "La realizzazione professionale, innanzi tutto.
Ma ci sono anche altre cose importanti. Sono ottimista e contenta di
quello che ho". Un bel punto di partenza.

Giuseppe Gori Savellini
Il giornalismo del dopoguerra
tra amnesia e amnistia

di Maria Serena Natale

"L’idea è venuta dalla stretta di mano che chiude ‘La lunga notte
del ’43’, il film di Florestano Vancini ispirato a uno dei Racconti
ferraresi di Bassani": pacificazione nazionale in celluloide.
Per la
Prima sezione, "Storia del giornalismo italiano, dei suoi interessi e
dei suoi protagonisti, anche attraverso le vicende storiche e di
costume che lo hanno impegnato", il vincitore della borsa di studio
dell’Ordine della Lombardia è Giuseppe Gori Savellini, laureato in
Scienze della comunicazione all’Università degli Studi di Siena con una
tesi su "Giornalismo italiano del Dopoguerra: giornalismo di
rimozione". Relatore il prof. Giovanni Gozzini.
Tre anni, 1947 –
1950, riletti sulle pagine di quattro quotidiani: Il Nuovo Corriere
della Sera, La Nazione Italiana, Il Messaggero, Il Giornale di Trieste.
Tra ricerche e incursioni in archivi ed emeroteche, il lavoro è durato
un anno. "Volevo ripercorrere le fasi del processo che ha consentito
agli italiani di elaborare una memoria pubblica, anche a prezzo di
rimozioni collettive", spiega Giuseppe, 27 anni, inconfondibile accento
toscano. Rimozioni di cosa? "Eccidi, processi a fascisti, le questioni
lasciate irrisolte dalla storia". Una lunga colata di inchiostro sulle
ferite di un Paese, pozze di sangue e silenzio da asciugare.
Gigantesca
opera di ricostruzione su tre binari, "tre volontà: governo, giornali e
popolazione. I politici avevano tutto l’interesse a rinviare la resa
dei conti con il passato e focalizzare l’attenzione sul nazismo. La
Resistenza è stata definita da alcuni il secondo Risorgimento italiano,
ma il Risorgimento fu una guerra di popolo contro un nemico straniero.
La Resistenza è stata anche guerra civile".
I giornali? "Furono
tolti ai vecchi editori compromessi con il fascismo, penso ai Crespi,
ai Perrone. Meglio dimenticare. La stessa scelta fece la società
civile". Consapevolmente? "Non proprio, fu più un sentimento condiviso
tra ‘italiani brava gente’. Del resto, amnistia e amnesia hanno la
stessa radice. In Napoli Milionaria di Eduardo De Filippo, Gennaro
torna dalla guerra, ma nessuno vuole ascoltare il suo racconto".
Mai
avuto paura degli spettri del revisionismo? "Due cose mi spaventavano,
revisionismo e retorica, ma il mio lavoro consisteva nell’accertare i
fatti, le fonti erano i giornali, è su questo che mi sono concentrato".
Le principali differenze tra i quotidiani che hai esaminato? "Il
Corriere resta un giornale diplomatico, istituzionale. La Nazione e Il
Messaggero mantengono, anticipando quanto accade oggi, una tendenza
alla spettacolarizzazione del privato, basterà ricordare i Diari di
Mussolini e la presentazione del dittatore nei panni della persona
comune; mentre del processo a Valerio Borghese, il comandante della
Decima Mas, Il Messaggero non parla neanche. Il Giornale di Trieste usa
la lente della contrapposizione tra antifascismo e anticomunismo: è il
quotidiano filo-italiano che si muove nella palestra nostrana della
Guerra Fredda - la Trieste spezzata dalla cortina interna che separa
anglo-americani e socialisti - e che ritrae De Gasperi come il
liberatore che riporterà Trieste all’Italia. Di Trieste, fino al ’54 il
resto della stampa non fa parola".
Quando hai saputo di aver vinto
la borsa di studio? "Tardi. Avevo dimenticato di indicare l’indirizzo
e-mail sul modulo. Per fortuna il comunicato è arrivato anche a una mia
amica che aveva partecipato al concorso. Ho subito telefonato
all’Ordine per avere conferma". Come userai i soldi? "Pagherò la
seconda rata di un master in Comunicazione". E comunicare oggi, si sa,
costa molto.

Pamela Notaro
Equipe, se un giornale sportivo
diventa fenomeno di costume

di Daniela Uva

Uno studio approfondito dell’Equipe, principale quotidiano
sportivo francese, per metterne in risalto le caratteristiche e le
differenze rispetto alle pubblicazioni di oggi e per capire come il
giornalismo sportivo sia diventato un fenomeno di costume. E’ questo lo
scopo della tesi scritta da Pamela Notaro, 26 anni, di Carate Brianza
(Milano), laureata in Lingue e letterature straniere all’Università
Statale, con una tesi in Storia del Giornalismo dal titolo "Un giornale
sportivo francese. L’Equipe nel secondo dopoguerra". Relatore la
prof.ssa Rita Cambria.
Il lavoro prende in considerazione i numeri
pubblicati nel 1948 e nel 1958 e ne analizza contenuti, titoli,
foliazione, uso delle fotografie, tiratura e molti altri aspetti, per
tracciare l’identikit del giornalismo francese nel secondo dopoguerra.
"Studiando i numeri dell’Equipe pubblicati in due epoche così
diverse ho riscontrato molte differenze – racconta la Notaro. Nel corso
degli anni è aumentato prima di tutto il numero delle pagine. Se nel
1948 il giornale usciva con soli quattro fogli, dieci anni dopo i
giornalisti avevano a disposizione molto più spazio per occuparsi di
discipline prima poco seguite. In secondo luogo, ho notato il ricorso
alla settimanalizzazione degli eventi, ossia alla pubblicazione di
rubriche settimanali create per affezionare il lettore. Se poi nel 1948
l’Equipe dava spazio quasi esclusivamente all’automobilismo, nel 1958 cominciavano già a essere molto seguiti il ciclismo e il calcio".
Il
lavoro si apre con un’introduzione sulla storia del giornalismo
sportivo francese e parte dalla presentazione del primo quotidiano
interamente dedicato all’argomento: Le Velo. La tesi procede con l’analisi di un altro giornale: l’Auto, vero e proprio precursore dell’Equipe, che nel giro di pochi anni prende il posto de Le Velo e diviene l’unico quotidiano sportivo del Paese. Alla metà degli Anni Quaranta l’Auto chiude, perché sospettato di collaborazionismo con il regime nazista, e questo apre la strada alla nascita dell’Equipe,
avvenuta nel 1946. Le conclusioni sono dedicate a una panoramica sulla
situazione politica, economica e sociale della Francia nel secondo
dopoguerra e a un raffronto fra la stampa sportiva d’oltralpe e quella
italiana.
"Attraverso questo lavoro – dice l’autrice – ho spiegato i
motivi per i quali il giornalismo sportivo sia diventato un vero e
proprio fenomeno di costume. Determinante è sempre stata la sua
capacità di innovarsi, di farsi capire e di raggiungere qualsiasi
lettore". E infatti nelle pagine della sua tesi Pamela Notaro evidenzia
come l’Equipe abbia mostrato fin dai primi numeri "un taglio
apolitico ed internazionale riportando solo notizie sportive e cercando
di veicolare un’informazione imparziale sia a livello nazionale che
mondiale. Queste caratteristiche, insieme alla qualità del lavoro e del
prodotto offerto e del dinamismo nella promozione di eventi, portarono
l’Equipe ad essere negli Anni Cinquanta il quotidiano francese più letto il lunedì mattina".
Due
anni di intenso lavoro, spesi in gran parte nelle sale della Biblioteca
dello sport di Roma, spinta da una grande passione per il giornalismo.
"Ho sempre voluto fare questo mestiere – racconta Pamela. Avrei voluto
studiare Scienze della Comunicazione a Torino poi, per non lasciare la
mia città, ho scelto Lingue. Al momento di scrivere la tesi, però, sono
tornata al mio vecchio amore. Per due anni ho collaborato con il
quotidiano l’Esagono di Seregno occupandomi di sport,
spettacoli, politica, mostre ed eventi culturali. Nel 2002 ho dovuto
interrompere per motivi di studio, adesso vorrei ricominciare. Il mio
obiettivo è tentare di entrare all’Ifg nel prossimo biennio. Intanto,
ho spedito il mio curriculum a diverse redazioni".

 

Letizia Magnani
Come è cambiato il giornalista
e il giornalismo di guerra

di Claudia Mazzaferro

"Scrivo queste pagine mentre ancora in Iraq si spara e si muore".
Inizia con queste parole la lunga ricerca di Letizia Magnani,
laureatasi all’università di Siena con una tesi sul giornalismo di
guerra: "C’era una volta la guerra e chi la raccontava. Da Iraq a
Iraq:storia di in giornalismo difficile". Relatore il prof. Giovanni
Gozzini. Il 20 marzo 2003 ebbe inizio l’operazione "Iraqi freedom":
truppe anglo-americane entrarono da sud in territorio iracheno, missili
Cruise e bombardieri colpirono la periferia di Baghdad. Gli stessi
spari di mortaio si odono oggi, a distanza di quasi due mesi dalle
prime lezioni democratiche. Nulla è cambiato. Letizia risponde al
telefono e accetta con entusiasmo di parlarmi della sua tesi di laurea.
"Ho
impiegato due anni per raccogliere materiale, leggere, capire,
incontrare persone, giornalisti e storici", sottolinea. Ma perché
proprio il giornalismo di guerra? "Forse perchè lo stato di guerra
permanente ci induce spesso a pensare che ciò di cui abbiamo notizia,
ciò che avviene – scrive nell’introduzione alla sua tesi – sia una
novità. In realtà censura e orrori, distruzione e morte sono sempre
stati all’ordine del giorno nella storia dell’uomo".
Nessuno, o
pochi di noi, nel mondo occidentale, ha esperienza diretta della
guerra. Tutto ciò che sappiamo e vediamo è esperienza mediata. Sono i
giornalisti inviati, in particolare, a raccontare ciò che vivono: la
guerra vera, in maniera più diretta rispetto a tutto il resto del
mondo. Eppure, scrive Letizia, almeno da dieci anni a questa parte,
ognuno è certo di vivere in un periodo di guerra permanente, un periodo
nel quale la violenza e il terrore sono temi ricorrenti nei Tg della
sera e non solo. Oggi, continua, "ognuno di noi ha in qualche modo
esperienza della guerra".
Ma le guerre sono cambiate e con esse il
modo di raccontarle. "Il giornalista di guerra è un testimone
professionista che racconta di un mondo che appare lontano, ma che
spesso lontano non è". Nasce qui la passione di una ragazza di
provincia che vuol saperne di più. "Quello del giornalista è un lavoro
tanto meraviglioso, quanto difficile. E’ un lavoro in piena mutazione
fino al punto che può sembrare che si stia convertendo in altro".
Il
tema della tesi è proprio il cambiamento. "La guerra è cambiata, non
sai mai se il nemico ce l’hai davanti o dietro, avventurarsi è molto
difficile. Bisogna seguire le tracce, i segni, la guida. Capire chi è
il nemico è sempre più difficile". Ma, questo è solo uno degli elementi
del cambiamento. "Al centro del mio lavoro – continua – ci sono le
storie di uomini e di donne che hanno un ruolo non semplice: raccontare
ciò che avviene mentre avviene. Tentando di dare un senso a ciò che
vivono senza mai perdere l’obiettività". "Tramite loro ho potuto capire
un po’ meglio chi sia e cosa faccia il giornalista di guerra. Tutti i
giornalisti incontrati mi hanno insegnato che fare giornalismo
essenzialmente significa ‘capire e far capire’".
Il lavoro racchiude
in sé due anime e tiene insieme due metodi: quello giornalistico e
quello storico. La storia dell’uomo è una storia di cambiamenti.
Osservare i fenomeni del tempo, questo è ciò che in genere fa lo
storico, ma anche quello che spesso prova a fare il giornalista.
Il
giornalista "investiga, indaga, cerca di capire, e si testimone
orgoglioso della realtà". Ma questo giornalista è morto. "Mentre fino a
pochi anni fa – continua – il giornalista di guerra era ancora una
figura mitica che andava in luoghi sconosciuti ai più, ora che
riceviamo comunicazioni da tutto il mondo, anche la figura del
giornalista è cambiata". "Intanto il giornalista non è più solo.
Accanto a lui, a raccontare la guerra, ci sono altri soggetti che
vedono, vivono. Così che il giornalista non è ormai che uno dei
protagonisti in campo, che vive il peso sempre maggiore che hanno
assunto i sistemi mediatici".
A modificare lo stato di cose hanno
contribuito, in parte le nuove tecnologie, in parte il rapporto,
diverso, ma non nuovo, fra i poteri, da un lato quello mediatico e
dall’altro quello militare e politico. "Tutta la storia del giornalismo
è intrisa di questo confronto e di questa lotta, che è stata motore e
linfa della libertà, dei diritti e della democrazia, ma anche motivo
della mancanza assoluta, della negazione di questi elementi". Poi, ci
sono alcune caratteristiche legate propriamente alla guerra e al
mestiere. Ci sono un nuovo modo di narrare le vicende del mondo, ci
sono la vecchia e la nuova retorica della guerra, ci sono il vecchio e
il nuovo giornalismo, ci sono i giornalisti morti e la polemica sulle
giornaliste in gonnella, insomma, "ci sono loro, i giornalisti inviati,
che danno voce a chi non ne ha".