Lettera aperta di Franco Abruzzo a Paolo Mieli


Lettera aperta di Franco Abruzzo a Paolo Mieli:
“Ferma Giavazzi, non sa nulla dell’Ordine
dei Giornalisti e non conosce la direttiva 2005/36/Ce
sulle qualifiche professionali. L’Ue ha accettato
l’organizzazione italiana delle professioni.
Giavazzi fa da spalla agli editori (Fieg)
scatenati contro i giornalisti e il loro status”

Caro direttore, ho letto con interesse l’articolo di  Francesco Giavazzi (Cinque impegni per i cento giorni), pubblicato dal “Corriere della Sera” del 26 novembre 2005, e le poche velenose righe dedicate all’Ordine dei giornalisti (”Per
introdurre un po’ di concorrenza nelle professioni, è necessario
eliminare gli albi. Chi ha il coraggio di cominciare cancellando uno
dei più inutili ma anche dei più difficili, l’albo dei giornalisti?)”.

Giavazzi, come ricorderai, è incorso il 3 agosto 2004 in gravi
inesattezze quando attribuì al Ministro dell’Economia pro-tempore
l’intenzione di liberalizzare gli Ordini professionali. La sua era una
"libera" interpretazione ("interventi volti a promuovere la concorrenza, quali le liberalizzazioni e la riforma delle professioni.")
di un passo del Dpef.  Una più attenta lettura del Dpef, una maggiore
attenzione alla lingua italiana, e soprattutto alla punteggiatura del
testo, avrebbero permesso al professore –  si osservò da più parti - di
non incorrere in un macroscopico errore. Al contrario il Dpef
affermava testualmente: "Un terzo gruppo di riforme, che sarà proposto al Parlamento in tempi rapidi, riguarda la liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, la riforma delle professioni".
C'è una virgola importante tra queste due ultime riforme, che le separa
in modo netto, rendendo impossibile qualsiasi confusione.
Oggi appare una barzelletta l’affermazione di Giavazzi secondo la
quale l’Ordine dei giornalisti limita la concorrenza, quando questo
ente organizza professionisti, che nel 95% dei casi sono dipendenti.
Giavazzi non lo sa, ma fa da spalla agli editori (Fieg), che sono
impegnati in una prova muscolare contro la Fnsi (sindacato dei
giornalisti) e che hanno chiesto ai ministri dell’Istruzione e della
Giustizia di bloccare il  Dpr, che presto collegherà esame di stato dei
giornalisti e lauree come vuole una legge della Repubblica (n. 4/1999)
e come vuole la direttiva comunitaria 89/48/Ce. Gli editori organizzati
dalla Fieg negano – come fa sostanzialmente Gavazzi quando chiede la
cancellazione dell’Ordine - l’esistenza di una professione di
giornalista e non accettano il collegamento dell’esame di Stato dei
giornalisti alle lauree universitarie, perché ciò intaccherebbe “il diritto alla libertà di organizzazione delle imprese editoriali” (art. 41 Cost.) e nel contempo limiterebbe “il
diritto costituzionale di tutti i cittadini ad accedere,
indipendentemente dal titolo di studio posseduto, alla professione
giornalistica
”. Gli editori rivendicano il “diritto di assumere
come giornalisti tutti coloro che, a proprio discrezionale giudizio,
ritengono di avviare all’attività di informazione
”. Gli editori
dimenticano che nell’ultimo decennio i laureati praticanti sono circa
il 75% di quelli che hanno sostenuto l’esame di Stato. Gli editori
vogliono “fare” i giornalisti come se nulla fosse accaduto rispetto al
Regio decreto n. 384/1928. L’impostazione degli editori trova,
comunque, una barriera insuperabile in alcune sentenze della Corte
costituzionale: “Rientra nella discrezionalità del legislatore ordinario – si legge nella sentenza 38/1997 della Corte costituzionale - determinare
le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è opportuna
l'istituzione di ordini o collegi e la necessaria iscrizione in
appositi albi o elenchi ( art. 2229 cod. civ.)”.
Non solo.L’articolo 41 della Costituzione, nel proclamare che "l’iniziativa economica privata è libera", afferma che essa "non può svolgersi .....in modo da recare danno....alla... dignità umana". La posizione degli editori offende la dignità
dei giornalisti italiani (ai quali la Fieg nega assurdamente il diritto
all’istruzione universitaria) e nei fatti punta a sconfessare il
principio elaborato dall’ordinamento giuridico comunitario secondo il
quale i professionisti “regolamentati” – come i giornalisti - debbano
avere una formazione universitaria minima di 3 anni.
Le considerazioni svolte consentono di risalire alle ragioni
che hanno spinto il Parlamento nel 1963 a tutelare la professione
giornalistica. L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963
sull’ordinamento della professione giornalistica comporterà
questi rischi:
1) quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge.
2) risulterà abolita la deontologia professionale fissata nell’articolo 2 della legge professionale n. 69/1963.
3) senza la legge n. 69/1963, cadrà per giornalisti (ed editori) la norma che impone il rispetto del “segreto professionale sulla fonte delle notizie”.Nessuno in futuro darà una notizia ai giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.
4) senza legge professionale, direttori e redattori saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da un articolo (2105) del Codice civile che riguarda gli obblighi di fedeltà verso l’azienda. Il direttore non sarà giuridicamente nelle condizioni di garantire l’autonomia della sua redazione.
 
Giavazzi vuole, come la Fieg, giornalisti impiegati obbligati a
prendere disposizioni senza fiatare? Si rende conto che, abolito
l’Ordine professionale, rimarranno…in vigore  soltanto gli ordini degli
editori?
 
Concludendo, caro direttore, mi auguro che Giavazzi rifletta sulle
conseguenze delle sue affermazioni e mediti le parole della Consulta.
Con specifico riferimento alla professione giornalistica la Corte
costituzionale ebbe a chiarire (sentenze 11/1968 e 38/1997) che
l’Ordine professionale dei giornalisti “ha il compito di
salvaguardare erga omnes e nell’interesse della collettività la dignità
professionale e la libertà di informazione e di critica dei propri
iscritti; il predetto Ordine non si pone pertanto in contrasto con i
principi di libera manifestazione del pensiero, chiunque potendo
scrivere per e su pubblicazioni di natura giornalistica, senza avere il
titolo di giornalista”
“Con ciò la Corte ha ribadito la
distinzione tra giornalista munito di una specifica e verificata
capacità di informazione e coloro che sono legittimati a scrivere sugli
organi di informazione senza avere quella specifica capacità
debitamente verificata e dichiarata”
(parere II sezione
Consiglio di Stato n. 2228/2002). In breve l’Ordine dei Giornalisti è
l’ente che organizza i cittadini i quali manifestano il pensiero per
professione.
La direttiva  2005/36/Ce sulle qualifiche professionali ha chiuso
il cerchio: l’Europa comunitaria, unione di Stati sovrani, accetta gli
Ordini italiani, che non vanno eliminati. Gli Ordini devono garantire
gli utenti, assicurando certezza sulle capacità del professionista e
nell'accesso alla professione.  Non lobby ma strutture di servizio
trasparenti. Come fa l’Ordine dei Giornalisti con le sue 15 scuole di
formazione aperte ai giovani laureati selezionati attraverso prove
severe e corrette. Giavazzi ignora questa realtà e ha dimostrato di non
conoscere la direttiva comunitaria 2005/36/Ce.                                                                                                                                                                         
                                      Franco Abruzzo 
                presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia
 
Milano, 26 novembre 2005